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Il mistero della sinistra scomparsa*
Guido Ortona
1. Il mistero. Nessuna componente del PD sta mettendo al centro del suo programma politico delle proposte per uscire dalla crisi. La cosa è tanto più strana, almeno a prima vista, perché nella cultura economica della sinistra queste proposte invece non solo esistono, ma sono ovvie; e non solo sono ovvie, ma sono ancorate molto solidamente alla teoria e alla storia economica. Questa clamorosa assenza deve essere spiegata. Non è sufficiente invocare la stupidità, la corruzione e l'ignoranza dei politici del PD, che sono peraltro sotto gli occhi di tutti. Perchè come vedremo essere ignoranti e stupidi può essere non tanto un caso quanto una scelta, come lo è ovviamente essere corrotti. Cominciamo però dalle ovvietà storiche ed economiche. Eccole:
1. Non credo si sia mai dato il caso di una economia capitalista non minuscola che si sia sviluppata puntando solo sull'efficienza dei mercati. È sempre (o forse quasi sempre) stato necessario un massiccio intervento dello stato. Questo vale, a fortiori sul piano teorico e con tutta evidenza su quello storico, per l'uscita da situazioni di gravi crisi[1].
2. L'intervento dello stato a fini espansivi richiede l'uso della politica monetaria (espandere l'offerta di moneta e/o operare sui tassi di cambio) oppure della politica fiscale (espandere il debito pubblico e/o trasferire redditi mediante politiche redistributive); oppure, naturalmente, di entrambe.
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Che cos'è il Front National di Marine Le Pen
(dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)
di Moreno Pasquinelli
17 gennaio. I recenti successi elettorali del Front national di Marine Le Pen stanno seminando il panico nel fronte unico degli euristi, di destra e di sinistra. Questi sono terrorizzati all’idea che le prossime elezioni europee consegnino ad esso una clamorosa vittoria. Un simile esito sarebbe il segnale che l’asse carolingio o franco-tedesco, già in crisi, avrebbe imboccato la via del tramonto, con buona pace dell'euro.
Primo: sbarazzarsi dei tabù
Nella sinistra d’Oltralpe prevale, prevale, davanti alla valanga lepenista (ma questo vale anche per quella italiana), uno spavento irrazionale, basato a sua volta su di un doppio tabù: quello della sovranità nazionale e quello del fascismo.
In psicanalisi un tabù è un pensiero inammissibile, o un atto proibito; mentre per gli etnologi equivale ad un divieto sacrale di avere contatto con qualcosa o qualcuno.
Per la sinistra, mentre la sovranità nazionale è un pensiero proibito, col fascismo qualsiasi contatto è considerato peccato, quindi proibito anch'esso.
Andiamo dicendo da anni che se non ci liberà di questi tabù, nulla si capisce dei profondi processi sociali e ideologici in atto, e chi nulla comprende ha il destino segnato.
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Il Sud ferma il treno del Nord
Massimo Cacciari e altri luoghi comuni
Carmelo Petraglia*
L’interpretazione maggioritaria della questione meridionale fa leva, da anni, su tanti consolidati luoghi comuni. Più di recente, gli stereotipi sul Mezzogiorno hanno conquistato la scena del dibattito sul declino italiano. Acquisito lo status di verità indiscutibili, interpretazioni parziali quanto strumentali della natura dualistica del Paese, forniscono presupposti erronei perfino alle analisi di raffinati osservatori della società italiana, che diventano narratori – più o meno consapevoli – di un racconto lontano dai numeri e dalla realtà.
L’ultima vittima (inconsapevole?) del luogo comune è Massimo Cacciari. Lo dimostra l’intervista dal titolo Cacciari «L’evasione resta solo al Sud, ecco come si frena il treno del Nord» pubblicata giorni fa dal Corriere del Mezzogiorno[1].
Il Nord è la locomotiva del Paese frenata dalla zavorra Sud. L’evasione fiscale è una prerogativa meridionale. Il peso eccessivo che il Nord deve sostenere per i conti generali del Paese è un dato oggettivo. Cacciari muove da queste tre «constatazioni di fatto» per proporre una lettura a dir poco semplificata del dualismo italiano, indicando, perentorio, la strada della ripresa: «O si ricomincia dalla locomotiva o non c’è ripresa. Mica possono essere i vagoni a portare avanti il Paese». Peccato che i tre fatti siano solo luoghi comuni smentiti dai dati.
Primo luogo comune. Il Nord è una locomotiva frenata da vagoni troppo affollati da meridionali evasori e spreconi.
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Il cielo in disordine è caduto sulla terra
di Commonware
0. C’è differenza tra l’ideologia e un ordine del discorso. Proviamo a rendere questa astrazione storicamente determinata, cioè politicamente utilizzabile. La divisione tra “fannulloni e start-up” affacciatasi sui media dopo il #19o ha evidentemente delle componenti ideologiche, ma queste poggiano su una base materiale costituita dai processi di segmentazione dentro la composizione di classe.
In questo senso l’ordine del discorso organizza i lessici e le retoriche del potere rispetto a una situazione concreta, è un dispositivo che fa apparire come neutrali quelli che sono interessi di parte, irreversibile ciò che invece dipende dai rapporti di forza e dunque è trasformabile. Allora, non si tratta semplicemente di disvelare la verità, ma di produrla.
1. Un dato di fatto, tanto per cominciare: come è stato sottolineato nel nostro dibattito, in Italia la consistenza effettiva delle start-up è trascurabile, potremmo dire che si tratta di un fenomeno marginale. Ma in questo caso più che il significato conta il significante, ovvero quella riproposizione di un lessico meritocratico che nella sua forma originaria (quella che è stata un problema reale dentro l’Onda, per intenderci) non è più riproponibile.
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Oltre l'euro
La sinistra La crisi L'alternativa
Di seguito alcuni degli interventi del convegno di Chianciano dell'11-12 gennaio 2014
OLTRE L'EURO. La sinistra. La crisi. L'alternativa. 11-12 Gennaio 2014. Chianciano Terme
https://www.youtube.com/watch?v=2nFL9IAxdXg
Moreno Pasquinelli: Prolusione
https://www.youtube.com/watch?v=w1N_N7zNM7k
Warren Mosler, Il fondatore nonchè capo economista della Modern Monetary theory, è presente al convegno-conferenza di Chianciano, organizzato dai movimenti MPL e Bottega Partigiana, con una lunga e precisa prolusione, dalla moneta alla disoccupazione, dal mercato "tarocco" alla vera ricetta di uscita-crisi. Davvero interessante! il sito di Mosler: http://moslereconomics.com/about/
https://www.youtube.com/watch?v=NM-9vUGavG4
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"Vi spiego come uscire dall'euro da sinistra"
A. D'Amato intervista Emiliano Brancaccio
Emiliano Brancaccio, 42 anni, ricercatore e docente di economia politica presso l’Università del Sannio, a Benevento, è un volto noto grazie alle sue partecipazioni televisive, ma soprattutto è uno dei pochi economisti ad avere anticipato la crisi dell’euro. Nel 2007, quando la parola “spread” non era ancora entrata nel linguaggio comune, presentò un articolo che sarebbe stato pubblicato l’anno successivo dalla rivista Studi economici, con il titolo «Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista». In esso annunciava la vendita in massa di titoli di stato italiani e l’aumento dei tassi di interesse: cioè gli avvenimenti che si sono effettivamente verificati nel 2011, portando tra l’altro alle dimissioni di Berlusconi e all’avvento del governo tecnico di Monti.
Professor Brancaccio, lei ha previsto con quattro anni di anticipo la crisi dell’eurozona e l’ondata di vendite di titoli dei paesi periferici, tra cui l’Italia.
Non sono il solo. Perplessità sulla tenuta dell’Unione monetaria europea erano già state espresse da alcuni studiosi, più autorevoli di me. Tra gli economisti italiani, il compianto Augusto Graziani si mostrò scettico sulla sostenibilità dell’euro anche prima che la moneta unica entrasse in vigore.
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Stati di ordinaria emergenza
di Giorgio Agamben
Democrazia dimezzate. In nome della sicurezza il neoliberismo più radicale convive con l’interventismo statale nella vita sociale. Un’anticipazione dall’ultimo numero di «Le Monde Diplomatique» in edicola con «il manifesto» da domani. Nella terra di nessuno al confine tra pubblico e privato avviene la demolizione della vita politica. Videosorveglianza e tracciabilità del Dna individuale sono le nuove tecnologie del controllo
La formula «per ragi
oni di sicurezza» («for security reasons», «pour raisons de sécurité») funziona come un argomento autorevole che, tagliando corto in ogni discussione, permette di imporre prospettive e misure che non si accetterebbero senza di essa. Bisogna opporgli l’analisi di un concetto dall’apparenza anodino, ma che sembra aver soppiantato ogni altra nozione politica: la sicurezza.
Si potrebbe pensare che lo scopo delle politiche di sicurezza sia prevenire i pericoli, i disordini, persino le catastrofi. Una certa genealogia fa infatti risalire l’origine del concetto al proverbio romano Salus pubblica suprema lex («La salvezza del popolo è la legge suprema»), iscrivendolo così nel paradigma dello stato di emergenza. Pensiamo al senatus consultum ultimum e alla dittatura a Roma; al principio del diritto canonico secondo cui Necessitas non habet legem («La necessità non ha affatto legge»); ai comitati di salute pubblica durante la Rivoluzione francese; alla costituzione del 22 frimaio dell’anno VIII° (1799), che evoca i «disordini che minaccerebbero la sicurtà dello stato»; o ancora all’articolo 48 della costituzione di Weimar (1919), fondamento giuridico del regime nazional-socialista, che ugualmente menzionava la «sicurezza pubblica».
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Dove si va se si rompe l'eurozona?
L'esempio dell'Alba latinoamericana
D. Angelilli intervista Luciano Vasapollo
In questa sostanziosa e incalzante intervista discutiamo con il Professor Luciano Vasapollo[1] dell'"Alianza Bolivariana Para los Pueblos de Nuestra America": un processo d'integrazione regionale tra paesi che stanno attuando diverse vie al socialismo in America Latina. Quando, nel 2004, i governi di Cuba e Venezuela danno vita all'ALBA identificano i problemi dell'area con i modelli di sviluppo imposti dall'imperialismo, con l'attività economica delle grandi imprese multinazionali e transnazionali ed in particolare con le riforme strutturali neoliberiste imposte negli anni del Consenso di Washington. Come vedremo nell'intervista, l'Alternativa Bolivariana non rompe solamente con i precedenti modelli d'integrazione regionale di matrice keynesiana o neoliberista, bensì propone un modello altro di relazioni economiche internazionali anticapitaliste, in cui la solidarietà rimpiazza la competizione e in cui il fine ultimo è promuovere la socializzazione dei modelli produttivi. A oggi fanno parte del processo, oltre a Cuba e Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, San Vincent y Las Granadinas, Antigua y Barbados e Dominica.
Iniziamo da quelle che sono le radici storiche e politiche dell'ALBA. Nel 1989 il tonfo per il crollo del muro di Berlino rimbombò anche sull'America Latina. Si passò da un mondo bipolare ad uno in cui gli USA restavano come unica potenza mondiale e l'economia di mercato l'unico modello da seguire.
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Banche centrali e banche private
Chi comanda veramente?
di Thomas Fazi
Su questo blog abbiamo parlato spesso di politica monetaria. In particolare, abbiamo visto come in seguito alla Grande Depressione degli anni trenta ci sia stato un fondamentale cambio di paradigma in fatto di politica monetaria e fiscale, incentrato sull’uso di politiche monetarie espansive (finalizzate a un’aggressiva espansione della base monetaria) e politiche fiscali anti-cicliche (massicci investimenti pubblici, ecc.) per combattere crisi e recessioni. Questo fu il frutto in buona parte di una vittoriosa battaglia ideologica da parte di Keynes e altri contro i cosiddetti monetaristi della “scuola austriaca” (che invece accusavano proprio le banche centrali di aver causato la Grande Depressione per mezzo di un’eccessiva espansione del credito, e teorizzavano un approccio laissez faire alla crisi), ma ciò che rese questo nuovo approccio tecnicamente possibile fu il passaggio epocale, all’inizio degli anni Trenta, dal gold standard (in cui la quantità di moneta in circolazione era necessariamente vincolata dall’ammontare totale di oro) a un regime monetario sempre più fiat (ovvero non coperto da riserve di materiali preziosi), in cui la moneta era libera di espandersi in misura virtualmente infinita. Questo conferì alle banche centrali un potere di intervento nei sistemi monetari che non avevano mai avuto prima. Ovviamente, questo poneva dei rischi: l’implicita garanzia di salvataggio offerta dalle banche centrali agli istituti finanziari in caso di crisi avrebbe potuto generare comportamenti ancora più irresponsabili di quelli che avevano causato la crisi del ’29 (un problema noto in economia come “moral hazard”).
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L’apocalisse neoliberista
di Raffaele Alberto Ventura
La crisi economica assomiglia a una macchia di Rorschach. Ognuno la interpreta come vuole, ognuno ne attribuisce l’origine a una causa differente:
– Una farfalla.
– Un uomo e una donna che fanno l’amore?
– La testa spaccata di un cerbiatto…
– Il neoliberismo!
Ecco, prendiamo il neoliberismo. Come ha scritto Francesco Costa sul giornale di Confindustria, affermare che in Italia siano state messe in pratica delle politiche neoliberiste è inesatto perché in questo caso si sarebbe “ridotto il peso dello Stato nella sua economia, abbattendo le tasse e la spesa, privatizzando le grandi aziende pubbliche, riducendo drasticamente la burocrazia, abolendo la contrattazione collettiva e gli ordini professionali, lasciando mano libera ai privati”: tutte cose che semplicemente non sono mai avvenute. E tuttavia del neoliberismo, per come viene descritto da chi ricorre al termine, si è verificato in tutto l’occidente l’effetto principale, ovvero il trionfo del capitale sul lavoro: in pratica, una progressiva diminuzione della remunerazione media negli ultimi venticinque anni, dopo trent’anni d’incremento.
Sembra dunque avere senso parlare di discontinuità, e dare un nome – “neoliberismo” – a questa discontinuità.
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Jacques Attali e il miglior governo del mondo
di Sebastiano Isaia
Alla ricerca del «miglior governo del mondo [che] dovrà farsi carico del pianeta e dell’umanità», Jacques Attali, probabilmente il guru della scienza sociale europea che, con Jacques Délors, più influenzò il dibattito politico dei progressisti del Vecchio Continente negli anni Novanta, nonché l’autore di frasi celebri come quella che segue: «Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?», ma anche, dulcis in fundo, teorico del «poliamore», risposta tecno-scientifica alla deriva del Continente Amore nell’epoca della baumaniana vita liquida (forti delle nuove conoscenze sul cervello, gli scienziati già brevettato le «tecnologie di induzione dei sentimenti»); nel suo girovagare attraverso la storia millenaria dell’uomo, dicevo, Attali inciampa su una pietra molto dura, e per certi versi inaspettata. Questa: «La maggior parte di noi è incapace di utopia». Finalmente un personaggio che non ne vuol più sapere della grigia Realpolitik! Direte che sto scherzando. E infatti scherzo.
La confessione vale anche a tranquillizzare Massimo D’Alema, grande estimatore dell’economista francese già ai tempi dell’ingresso del Bel Paese nella moneta unica: Attali non è diventato pazzo. Egli è rimasto il «tecnocrate visionario» che elabora arditi progetti di riforma sociale assai apprezzati a “destra” come a “sinistra”.
Quanto in basso sia caduta anche la parola utopia, è sufficiente leggere la risposta che Attali dà all’impegnativa domanda che costituisce il titolo di un suo libro pubblicato nel 2013 (Fazi Ed.): Domani, chi governerà il mondo?
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Favilli su Rifondazione
di Marino Badiale
La situazione in cui si trova il nostra paese pone con forza quello che ci appare come un compito fondamentale: la creazione di una forza politica che sappia contrastare il degrado cui l’intera storia recente ha portato il nostro paese, combattendo in modo intransigente la casta politica che di questo degrado è responsabile e garante. La crisi attuale è drammatica per tanti motivi, ma uno dei principali è proprio la mancanza di una tale forza. I tentativi in questa direzione si sono succeduti all’infinito, negli ultimi anni (e anzi negli ultimi decenni). I risultati sono sempre stati deludenti. Il Movimento di Grillo è riuscito a raccogliere un successo elettorale eccezionale, ma la sua azione non sembra per il momento all'altezza dei problemi che abbiamo di fronte.
E’ evidente che c’è bisogno di riflettere sui motivi dell'incapacità, da parte degli oppositori allo stato di cose presenti, di trasformare il disagio e la rabbia, che sempre più chiaramente bruciano le fondamenta del paese, in azione politica capace di incidere sulla realtà. Per questa riflessione occorre naturalmente comprendere meglio la natura del Movimento 5 Stelle o fenomeni come quello del "movimento dei forconi", ma occorre anche approfondire la storia di altre formazioni politiche che avevano, almeno potenzialmente, la capacità di costituire poli di aggregazione del disagio e dell’opposizione nei confronti dell’attuale realtà economica e sociale.
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Uscita dall’euro e integrazione europea
Un binomio possibile
di Andrea Ricci
La tesi che intendo argomentare potrà apparire ad alcuni contraddittoria, ad altri addirittura paradossale. In realtà, a me sembra l’unica via d’uscita progressiva da una situazione sempre più insostenibile. La tesi in questione è quella della necessità di un’uscita immediata e unilaterale dell’Italia dall’euro accompagnata da un progetto di ricostruzione, su nuove basi, del processo d’integrazione europea. Questa tesi si basa su due presupposti impliciti.
Il primo presupposto riguarda il rifiuto di una prospettiva isolazionista, costituita da un mix di protezionismo e di autarchia. Una prospettiva di questo genere, oltre a determinare grandi costi per un’economia di trasformazione povera di materie prime come quella italiana, avrebbe anche negative conseguenze di ordine politico e culturale. Essa, infatti, potrebbe legittimarsi agli occhi della pubblica opinione soltanto in virtù di un gretto nazionalismo, anacronistico e reazionario nel mondo attuale.
Non dobbiamo dimenticare che l’Italia, nella sua storia unitaria, ha già tentato almeno due volte simili esperimenti. Una prima volta, nell’ultimo quarto del XIX secolo, con il protezionismo crispino, fondato sull’alleanza tra la grande impresa settentrionale e il latifondo meridionale, che distrusse l’agricoltura del Meridione e pose le basi del permanente dualismo economico italiano;
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La crisi delle identità politiche: reinventarsi o morire
di Gigi Roggero
“Galileo: Quelli che vedono il pane solo quand’è sulla tavola, non vogliono sapere come è stato cotto. Quelle canaglie preferiscono ringraziar Dio piuttosto che il fornaio! Ma quelli che, il pane, lo fanno, quelli sapranno capire che non si muove niente che non venga messo in movimento.
Ludovico: Rimarrete in eterno schiavo delle vostre passioni.”
B. Brecht, Vita di Galileo
Chi sono i populisti? Protagonisti di una nobile tradizione rivoluzionaria che nella seconda metà dell’Ottocento ha cercato di rovesciare lo zarismo (facendo anche fuori l’odiato Alessandro II), erano intellettuali radicali che andavano al popolo, di cui esaltavano forme di vita in via di sparizione o profonda mutazione (innanzitutto la piccola comunità contadina, l’obščina). Mitizzato, il popolo finiva così spesso per divenire astratto e disincarnato: l’unico soggetto concreto del populismo era così lo stesso intellettuale rivoluzionario. In questa sede, tuttavia, non ci interessa una ricostruzione storiografica o etimologica del termine, quanto invece un punto politico pregno di attualità: ci sono categorie (populismo è una di queste, non certo l’unica) di cui si continua a fare ampio uso per una sorta di coazione a ripetere, di pigrizia concettuale, di paura di perdere le proprie sicurezze. Sarebbe ora di superare questi tic nervosi e di mandare definitivamente in pensione il dottor Stranamore che alberga dentro di noi. Sarebbe ora, cioè, di rendersi conto che se non servono più a interpretare e soprattutto a trasformare la realtà, queste categorie vanno buttate via o reinventate completamente. Questo è per noi il principio fondamentale di un realismo materialista, che nulla ha a che vedere con la realpolitik sempre in odore di opportunismo.
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“Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo”
Valentin Ipuche intervista Domenico Moro
Cos’è il club Bilderberg e cos’è la Trilateral?
Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale sono le due più importanti organizzazioni della classe capitalistica transnazionale, ovvero lo strato superiore del capitalismo mondiale. I loro incontri annuali mettono in contatto i vertici del mondo economico (multinazionali industriali e banche internazionali), con i vertici del mondo politico e istituzionale (capi di Stato e di governo, ministri economici, commissari europei, responsabili delle banche centrali) e del mondo culturale (think tank, università, fondazioni e centri di studio). Il Club Bilderbeg, nato nel 1954, ha un carattere “atlantico”, riunendo personalità che provengono da Usa, Canada ed Europa occidentale. La Trilaterale nasce nel 1973 come filiazione del Bilderberg, con l’intento di allargare la partecipazione alle élite capitalistiche non occidentali, prima al Giappone e poi ad altri Stati come la Corea del Sud, l’Indonesia, l’Australia, il Messico. L’importanza delle due organizzazioni è testimoniata dal fatto che numerosi primi ministri e alti burocrati italiani ed europei, prima di diventare tali, hanno ricevuto una sorta di imprimatur dai due gruppi o ne sono stati dirigenti. Ad esempio, Tommaso Padoa-Schioppa, Giulio Tremonti, e Mario Draghi hanno partecipato agli incontri annuali del Bilderberg, mentre Romano Prodi e Mario Monti hanno fatto parte del suo comitato direttivo. Enrico Letta è stato dirigente della Trilaterale e l’anno prima di essere nominato premier partecipò all’incontro del Bilderberg.
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Appunti su contratto unico e articolo 18
Aspettando il “Job act”
Posted by Francesco Sinopoli
Ovvero le politiche neoliberali sul lavoro al tempo della crisi e anche prima…
Il neo segretario del PD ha annunciato un Job Act (chissà perché in inglese) in cui oltre a una “semplificazione” della normativa in materia lavoristica e una cornice di interventi molto varia forse ispirata dalle idee del Prof. Pietro Ichino spiegate bene in questo link ci sarebbe l’introduzione dell’ormai noto contratto unico a tutele crescenti proposto in Italia da Boeri e Garibaldi e dallo stesso Ichino in più occasioni (Ichino 2011). In realtà questa ennesima ipotesi di riforma della disciplina dei contratti individuali di lavoro è stata avanzata anche in campo europeo da una certa letteratura economica almeno dal 2003 con Blanchard (Blanchard, O., and A. Landier, 2002; Blanchard, O.; Tirole J. 2004).
Della stessa idea esistono, quindi, diverse versioni. In alcune il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti o progressive dovrebbe sostituire ogni forma contrattuale a termine. In quella ultima di Boeri convive, invece, con alcune forme contrattuali flessibili cui legare standard minimi di tutela.
La sostanza però non cambia. E’ un contratto a tempo indeterminato che nei primi tre anni prevede uno status simile al periodo di prova.
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Il "doppio Marx"
di Robert Kurz
Quando si commemorano delle nascite, delle morti od altri anniversari che risalgono a più di un secolo prima, l'oggetto del ricordo è, le più volte, già diventato un pezzo da museo collocato fra i reperti di un passato morto e che non solleva più la minima emozione. Pagine culturali dei quotidiani, dignitari della cultura ed amministratori della storia possono celebrare il loro "avvenimento" appoggiandosi piacevolmente sulle teche dentro le quali dormono i documenti cui riferirsi, documenti che una volta galvanizzavano le folle. Il "Manifesto del partito comunista" redatto nel 1848 da due giovani intellettuali allora pressoché sconosciuti, Karl Marx e Friedrich Engels, ha conservato per molto tempo una sorprendente freschezza. Un testo che, anche dopo più di un secolo, attira ancora odî brucianti e messe all'indice, un testo tanto diffuso solo quanto può essere la Bibbia - un testo del genere deve per forza contenere abbastanza dinamite intellettuale da bastare per un'intera era. Ciò malgrado, il "Manifesto" non festeggerà più il suo 150° anniversario nel ruolo di grande vedette appassionatamente discussa nel bel mezzo del tumulto della lotta sociale. Ad un certo punto degli anni 1980, al più tardi con la svolta del 1989, questo testo che era rimasto incandescente per così tanto tempo, d'un tratto è diventato freddo e blando; il suo messaggio è come ingiallito nel corso di una notte e, anche se lo si studia ancora oggi, lo si fa ormai senza nessun stato d'animo, solo a titolo di testimonianza di una storia passata. Ma tutto ciò non liquida affatto la teoria di Karl Marx - essa potrà estinguersi e trapassare nel dominio della storia solo insieme al capitalismo - e non autorizza a respingere il contenuto del "Manifesto" con il lasciare intendere che fin dall'inizio si trattava di un'aberrazione.
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Hallelujah (Taranto new wave)*
di Girolamo De Michele
Now I’ve heard there was a secret chord
That David played, and it pleased the Lord
But you don’t really care for music, do you?
Leonard Cohen,
Hallelujah
1. Spellbound
“You hear a laughter cracking through the wall
It sends you spinning You have no choice”
(Siouxie and the Banshees,
Spellbound)
Ma chi gliel’avrà fatta fare, a Sergio Maglio, di aprire il vaso di Pandora della memoria e far volare fuori quei pezzi di carta, quelle foto, quei versi, quelle memorie di una stagione all’inferno? Non è infilando nella piaga il dito intinto nella tintura di iodio che si fanno i libri di successo, oggi che Taranto è diventata una città della quale tutti hanno detto che… Non poteva anche lui fare un rassicurante copincolla di cose già scritte, invece di riavvolgere lo spaziotempo e farlo scorrere dal presente al passato? E soprattutto, non poteva evitare di mandarmi un anno fa questo manoscritto dentro il quale, come nella macchina scacchistica di Poe, si nascondeva il nano gobbo dei ricordi?
No: non poteva. Per dirla con García Márquez, fa’ che arriva sempre un guastafeste a ricordare ciò che tutti cercano di dimenticare. E a chiederti di scriverci sopra qualcosa, con il cuore in mano e la tastiera bagnata di sangue.
E come si fa a scrivere della New Wave ‘mbra le cozze, senza riaprire il quaderno della nostra Spoon River, senza ricordare i fratelli che non sono più fra noi – Giorgio caduto in un fosso, e Virus e Franco portati via dalla peste, e Peppe e Samuele e Laura morti in uno schianto, e…
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Gli scenari dell’euro
Enrico Grazzini
La Commissione dell’Unione Europea per la prima volta in base al trattato Two Pack della UE ha revisionato la legge italiana di bilancio imponendo al governo Letta di garantire la diminuzione più rapida del deficit pubblico. E’ sempre più chiaro che Parlamento e governo italiano non decidono quasi più nulla della politica economica nazionale. I contratti di programma per attuare le cosiddette (contro)riforme strutturali prefigurano un’ulteriore cessione di sovranità nazionale verso organismi europei non eletti, e, in ultima istanza, verso i rappresentanti politici della UE che difendono gli interessi finanziari del nord Europa. Il processo è destinato ad accentuarsi. La UE intende infatti centralizzare sempre di più le politiche di bilancio dei singoli stati. La cessione di sovranità nazionale avviene però senza contropartita alcuna. La UE inasprirà una politica recessiva di tagli che colpisce i lavoratori pubblici e privati e quello che resta del welfare e del patrimonio pubblico, grazie alle privatizzazioni. La strada imposta dalla UE è incompatibile con la ripresa dell’occupazione e con uno sviluppo economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibile. E’ una politica miope che potrebbe fare bene nel breve periodo solo alla Germania e agli altri paesi creditori (come Olanda, Finlandia e Austria).
Come uscire da questa situazione di cessione di sovranità che riguarda ormai non solo il fronte monetario ma anche la politica economica dei singoli stati?
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Capitalismo elitario
Il crollo della ‘coscienza infelice borghese‘ e l’ascesa al potere di élite ultra-capitalistiche
di Valerio Spositi
Questo lavoro nasce grazie agli studi e alle riflessioni sulla borghesia e sul capitalismo dei filosofi Costanzo Preve e Diego Fusaro, oltre che da miei studi personali. L’analisi da me posta sulla sostituzione, al comando del sistema capitalistico, della borghesia storica otto-novecentesca da parte di diverse tipologie di élite è il risultato di alcune discussioni svolte dal sottoscritto con l’amico filosofo Diego Fusaro, che ringrazio sentitamente. Il presente lavoro non ha la minima pretesa di essere esaustivo su un tema assai delicato e che necessita di ulteriori studi ed approfondimenti.
1. Borghesia come “soggetto collettivo” portatore di una “coscienza infelice”
(Ernst Bloch, Il principio speranza)
Molti studiosi marxisti del XX sec. hanno svolto le loro analisi sul rapporto che intercorre tra Borghesia e Capitalismo identificando la classe borghese quale classe-soggetto della società capitalistica, il che, stando al pensiero del filosofo torinese Costanzo Preve, porta ad una identificazione di essa con il capitalismo stesso, ovvero una Borghesia come lato soggettivo del Capitalismo e quest’ultimo come lato oggettivo della Borghesia.
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Fiat ingoia Chrysler
Ma le automobili non c’entrano
Nei primi giorni del 2014 le prime pagine di tutti i giornali italiani e internazionali hanno riportato a grandi titoli la notizia dell’acquisizione del 100% di Chrysler da parte di Fiat. Un’azienda italiana, anzi l’Azienda italiana con la A che ingoia un colosso (sebbene in rovina) statunitense è una notizia che fa impressione. “Un’operazione che entrerà nei libri di storia”, “un sogno realizzato” secondo Marchionne e Elkann; Susanna Camusso parla di operazione di grande rilevanza; Bonanni e Angeletti si fanno prendere addirittura dall’entusiasmo più sfrenato, il primo rivendicando una parte del merito (senza un sindacato responsabile in Italia, Fiat non avrebbe avuto la forza di proiettarsi sul mercato globale) e entrambi dicendosi certi che l’acquisizione darà nuovo slancio e garantirà posti di lavoro anche in Italia. Ai tre compari deve essere sfuggito, tra le altre cose, il licenziamento - a partire dal primo gennaio - di 174 operai della Lear e della Clerprem, aziende che lavoravano con le commesse dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, o gli esuberi in GKN di Campi Bisenzio azienda in cui l'80% delle commesse dipende da Fiat.
Qualche analista da salotto televisivo si è mostrato invece più tiepido, temendo che lo spostamento del baricentro Fiat negli Stati Uniti potrà segnare il definitivo disinteresse per le sorti degli stabilimenti e degli operai italiani e invocando quindi garanzie d’investimento e di rilancio.
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Fra Marx e List
Sinistra, nazione e solidarietà internazionale
Sergio Cesaratto*
…fra l’individuo e l’umanità si colloca la nazione (F.List 1972: 193)
Abstract. In questo breve saggio esaminiamo l’importanza attribuita da Friedrich List allo Stato nazionale nell’emancipazione economica di un paese a fronte della visione cosmopolita del capitalismo e degli interessi dei lavoratori che Marx gli contrappone. Rifacendoci a uno spunto di Massimo Pivetti sosteniamo che lo Stato nazionale sia lo spazio più prossimo in cui una classe lavoratrice nazionale può legittimamente sperare di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza. Nell'aver sostenuto lo svuotamento della sovranità nazionale in nome di un europeismo tanto ingenuo quanto superficiale, la sinistra ha contribuito a far mancare a sé stessa e ai propri ceti di riferimento il terreno su cui espletare efficacemente l’azione politica contribuendo in tal modo allo sbandamento democratico del paese.
Introduzione
Se il tema che ci siamo assegnati è da un lato un classico della riflessione politica della sinistra, dall’altro esso continua a essere un argomento imbarazzante.
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Le bugie sulla Val di Susa
di Luca Rastello
Si va in piazza, a Susa, “contro la criminalizzazione e la demonizzazione”, e speriamo sia stata una protesta riuscita e pacifica (al momento di scrivere la manifestazione di metà novembre non è ancora avvenuta). C’è una parte minuscola della grande galassia di soggetti contrari alla realizzazione del Tav che soffre di una sovraesposizione mediatica: quella che da tv e giornali è presentata come leadership e che, a parte qualche ricusazione formale del ruolo, pare ben contenta di mostrarsi come tale. Perino e dintorni, tanto per essere espliciti. A questa sorta di “ufficio relazioni” dei movimenti ha fatto, mi pare, difetto finora la capacità di prendere una posizione chiara e comprensibile (nel senso del rifiuto o in quello della rivendicazione) nei confronti delle strane derive “notturne” della situazione in valle. Non credo sia un problema secondario, una questione di dettagli o di nominalismo (come spesso viene presentata con fastidio davanti ai microfoni), perché ciò che accade e che ai media piace gonfiare assomiglia dannatamente e grottescamente a qualcosa di già visto e troppo presto dimenticato: non preoccuparsene, sorvolare o minimizzare, magari per non irritare troppo alcune componenti che potrei definire esuberantemente autoreferenziali di ciò che resta del grande movimento contro il Tav è una leggerezza pericolosa.
E scivolose sono le scelte lessicali: anche concetti giusti e legittimi, come quelli espressi di recente dallo scrittore Erri De Luca, se presentati con vocabolario ambiguo e difesi con prese di posizione nebulose (come è accaduto anche sui siti di movimento) finiscono per andare a vantaggio di chi ha interesse a rinchiudere la discussione sull’Alta Velocità in valle di Susa nel recinto delle questioni di ordine pubblico:
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Anschluss
Una colonia unter den Linden
di Luca Cangianti
Vladimiro Giacché, Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, 2013, pp. 304, € 18,00
La Repubblica democratica tedesca (Rdt), la Germania Est, era un paese del blocco realsocialista. Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la sua economia era decotta e presto sarebbe fallita sotto il peso dei debiti. La Repubblica federale tedesca (Rft), la Germania Ovest, tese generosamente la mano ai connazionali d’oltre muro con il Trattato d’unione monetaria che entrò in vigore il 1° luglio del 1990, permettendo ai cittadini tedesco-orientali di avere libero accesso alle merci occidentali. Dopo l’unione politica entrata in vigore il 3 ottobre dello stesso anno, il governo della Germania unificata avviò una politica di investimenti per ricostruire e integrare la disastrata economia dell’est.
È questa in sintesi la narrazione corrente e ufficiale dell’unificazione tedesca che Vladimiro Giacché mette radicalmente in discussione in Anschluss basandosi su una vasta documentazione per la maggior parte inaccessibile a chi non conosca il tedesco. Nonostante si tratti di un lavoro di storia economica, il focus del libro è immediatamente rivolto al presente politico. Secondo Giacché, infatti, rileggendo le vicende che portarono alla fine della Rdt si può capire molto di quello che sta avvenendo oggi nell’eurozona. Basta mettere al posto della Germania Est i cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), come del resto ha recentemente fatto la stessa cancelliera Angela Merkel durante una riunione del Consiglio europeo.
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Che cosa è il Quinto Stato
Leggendo un libro di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli
di Damiano Palano
Quando Luciano Bianciardi arrivò a Milano, nel 1954, il capoluogo lombardo era il centro trainante dell’economia italiana, probabilmente più ancora di quanto non lo fosse la Torino della Fiat. Se Torino era la «città-fabbrica» per eccellenza, dominata dal colosso automobilistico, Milano era una città ‘policentrica’, in cui le fabbriche si affiancavano agli uffici, ai giornali, alle case editrici. Ed era proprio in questa Milano che Bianciardi doveva sperimentare cosa fossero diventati gli intellettuali, il loro ruolo, il loro lavoro, nel pieno del «miracolo economico». In un articolo pubblicato nel febbraio 1955, intitolato Lettera da Milano, scriveva per esempio di avere solo intravisto alcuni singoli intellettuali, ma di non avere incontrato gli intellettuali come «gruppo». E, soprattutto, scriveva di aver già riconosciuto, all’interno della schiera degli intellettuali, una netta differenziazione di ruoli: «Come non ho ancora visto gli operai, così non ho ancora visto gli intellettuali. Li ho visti, si intende e li vedo ogni mattina, come singoli, ma mai come gruppo. Non riescono a formarlo, e ad influire come tale sulla vita cittadina. L’unico gruppo in qualche modo compatto è quello che forma la desolata scapigliatura di Brera. Gli altri fanno i funzionari di industria, chiaramente. Basta vedere come funziona una casa editrice. C’è una redazione di funzionari, che organizza: alla produzione, lavorano gli altri, quelli di via Brera, che leggono, recensiscono, traducono, reclutati volta a volta come i braccianti per le faccende stagionali»[1].
Bianciardi avrebbe d’altronde sperimentato in prima persona le dinamiche dell’industria culturale milanese.
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