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Pillole di bancarotta n.2
di Alessandro Volpi *
La bolla dell’oro
La crisi profonda del capitalismo finanziario sta generando una mostruosa bolla costruita attorno all’oro, destinata a cambiare il quadro dell’economia internazionale.
Ci sono almeno tre ragioni, tra loro decisamente collegate, che favoriscono un prezzo dell’oro superiore ai 4000 dollari l’oncia.
La prima è la grande richiesta di oro da parte delle banche centrali, a cominciare da quella cinese: ormai sono scomparsi i due beni rifugi su cui costruire la tesaurizzazione del valore, rappresentati dal dollaro e soprattutto dai titoli del Debito Usa, e dunque l’oro resta il solo bene rifugio.
Ma non solo bene rifugio, l’oro diventa anche la sola reale garanzia di “conversione” monetaria per l’economia capitalista che non può permettersi una moneta in continuo deprezzamento come nel caso del dollaro. Quindi stiamo tornando rapidamente al gold standard, dove l’unica vera garanzia era costituita dalla piena convertibilità aurea.
La seconda ragione si lega alla prima. La ricerca di oro come bene rifugio non riguarda solo le banche centrali ma l’intero sistema finanziario, a cominciare dai grandi gestori del risparmio, che, in un momento di estrema incertezza come quello attuale, hanno bisogno di “stabilizzare” i loro impieghi avendo una solida riserva aurea.
La terza ragione è riconducibile alla ormai dominante struttura del sistema finanziario globale, dove i prezzi sono definiti attraverso gli strumenti derivati. In pratica, sul prezzo dell’oro si fanno milioni di scommesse, sganciate al possesso dell’oro in quanto tale, che finiscono per generare un’impennata molto più accentuata di quella, già forte, legata al mercato reale dell’oro.
Non a caso i futures sull’oro corrono di più del già altissimo prezzo dell’oro. La crisi del capitalismo finanziario, la sua scelta di puntare sulla dimensione militare stanno generando una dipendenza dall’oro che, per i suoi altissimi rendimenti, sta mangiandosi pezzi interi di economia reale.
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L’Ue vuole la tregua ma non la pace
di Barbara Spinelli
Se si vuol capire almeno un poco come gli Stati e le istituzioni d’Europa siano arrivati dopo anni di guerra in Ucraina a questo punto – un’incapacità totale di far politica; una ripugnanza diffusa verso chiunque imbocchi la via diplomatica; un’incaponita postura bellica che sfalda già ora lo Stato sociale; un senso storico completamente smarrito – occorre esaminare due eventi rivelatori delle ultime settimane.
Il primo ha per protagonista Trump, che dopo aver discusso al telefono con Putin il 16 ottobre, ha bocciato l’idea di mandare in Ucraina i micidiali missili Tomahawk, che possono colpire la Russia fino agli Urali, sono in grado di trasportare testate nucleari, e vanno manovrati solo con l’assistenza del Paese egemone nella Nato. Arrivato alla Casa Bianca per ottenere i missili, il 17 ottobre, Zelensky s’è sentito dire, anzi urlare: “Se Putin vuole, ti distrugge”. Trump ha escluso ogni escalation, in vista dell’imminente suo incontro con Putin. Ma Zelensky si è inalberato e ha chiesto aiuto agli Stati europei detti “volonterosi”. I quali sono accorsi e hanno subito silurato il vertice Trump-Putin, per ora rinviato. Obiettivo dei Volenterosi è un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, e solo in seguito una trattativa sul futuro ucraino e sulle garanzie di sicurezza per Kiev.
Fin dal vertice con Trump in Alaska, tuttavia, Putin chiede che prima del cessate il fuoco si accettino le garanzie di sicurezza russe oltre che ucraine e cioè: neutralità e non adesione di Kiev alla Nato, riduzione degli armamenti sproporzionati in Ucraina, impegno scritto del Patto Atlantico a non espandersi mai più verso l’Est. Mosca lo chiede da decenni, non da oggi.
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Contro la hybris
di Patrick Lawrence – ScheerPost
Negli ultimi giorni ho letto molto su come gli israeliani hanno trattato le persone che hanno arrestato quando hanno abbordato illegalmente le navi che componevano la ormai famosa flottiglia umanitaria che non è mai arrivata alle coste di Gaza. Gli irlandesi – naturalmente, data la loro amara familiarità con le aggressioni imperiali – hanno fornito resoconti dettagliati della brutale violenza gratuita che hanno subito mentre erano detenuti nella prigione di Ktziot. Barry Heneghan, membro del Dáil, la camera bassa del parlamento irlandese, ha riferito in seguito di essere stato “trattato come un animale”. Liam Cunningham e Tadhg Hickey, attori e attivisti, hanno descritto come sono stati presi a calci, sputati, schiaffeggiati, legati con fascette di plastica e lasciati sotto il sole cocente del deserto del Negev.
Nulla è paragonabile al racconto della sua detenzione che Greta Thunberg ha fatto il 15 ottobre a Lisa Röstlund, giornalista dell’Aftonbladet, un quotidiano di Stoccolma. Questo mi è stato riferito da Caitlin Johnstone, quella forza della natura australiana, che ha pubblicato nella sua newsletter estratti tradotti automaticamente lo stesso giorno in cui è uscita l’intervista di Röstlund alla coraggiosa attivista svedese. Avevo già letto della disidratazione, del cibo appositamente cattivo della prigione, delle cimici dei letti, del rifiuto delle cure mediche. Ora Thunberg fornisce al mondo una lunga lista di “abusi mostruosi” – frase riassuntiva di Johnstone – che vanno oltre ogni limite.
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Diario di un luddista senza complessi #1 (La libido.)
di Andrea Inglese
Vorrei precisare. Ci sono i transumanisti, gli accelerazionisti, i lettori di Baricco e di Paolo Giordano: c’è posto per tutti sul pianeta terra, non per necessità di ragione, ma per brutalità di fatto. Ebbene ci sono anch’io, anzi la tribù di cui faccio parte: i luddisti senza complessi. Ogni tanto ne incontro qualcuno o sopratutto qualcuna. Le donne sono più numerose di gran lunga. Maschi luddisti cercasi disperatamente. Io dico non solo che le tecnologie non sono neutrali e che portano in sé un’ideologia implicita, ma dico anche (Apriti cielo! Santissimo Marx!) che le tecnologie non hanno carattere di necessità, e che quindi il loro dispiegamento nelle nostre vite non è una fatalità irrimediabile, ma soltanto una debolezza del nostro spirito, una pochezza della nostra politica. Ma dopo aver formulato due grandi bestemmioni, due affermazioni che non rientrano nell’ordine dei pensieri pensabili da una mente sana, vorrei scendere su di un terreno più spicciolo, e immediato. Chat-GPT non esercita su di me nessuna libidine. Né il suo uso concreto, né la sua evocazione circonfusa di aloni scintillanti e misteriosi, mi procurano eccitazioni inguinali e tantomeno mentali. Zero festa, zero stelline, zero iridescenze, zero inturgidimenti. In primo luogo non uso, se non raramente, Chat-GPT, e per nessun compito “ordinario”. Consideriamo le due circostanze in cui l’ho usato ultimamente. La prima, per tradurre un articolo, da me scritto, dall’italiano al francese, che ho poi rivisto frase per frase. Un ottimo risultato, ma un’operazione complessivamente “rottura di palle”. (Così è in genere dell’autotradursi, per mia esperienza).
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Semi che germogliano all’inferno
di Il Rovescio
Vladimir Žabotinskij, il fondatore dell’organizzazione paramilitare sionista Irgun, ammetteva senza fronzoli: «[I palestinesi] guardavano la Palestina con lo stesso amore istintivo e con lo stesso fervore con cui un qualsiasi Azteco guardava il suo Messico o un qualunque Sioux guardava la sua prateria». Il colonialismo sionista ha fatto di tutto per rimuovere tali paralleli storici. Ma l’orrore di Gaza ci fa vedere in diretta – equipaggiato con tutti i mezzi che il complesso scientifico-militare-industriale ha sviluppato nel frattempo – l’annientamento dei nativi americani o degl’aborigeni d’Australia.
Per questo è tanto vertiginoso quanto necessario elaborare e mettere in pratica una concezione della storia more Gaza demonstrata.
Prendiamo la ben nota frase dello storico Patrick Wolfe (al quale dobbiamo alcuni degli studi più puntuali sul colonialismo d’insediamento): «l’invasione coloniale di una terra per crearvi degli insediamenti è una struttura, non un evento». (Da cui discende il corollario: «l’eliminazione dei nativi è un principio organizzativo».) Questa struttura rende ancora operativa nel 2025 la giustificazione giuridica dell’esproprio coloniale fornita nel 1689 da John Locke (Secondo trattato sul governo): proprietario della terra non è chi vi risiede, ma chi la mette a profitto. Definire terra di nessuno (terra nullius) gli ambienti abitati dalle popolazioni native è l’architrave dell’insediamento coloniale. Non si tratta di un evento, appunto, ma di una struttura.
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Il mondo dopo il declino americano
Arman Spéth intervista Michael Roberts
Per descrivere la situazione mondiale odierna è diventato più difficile evitare i cliché. La guerra economica scatenata da Donald Trump, il crescente rifiuto della Cina di accettare le sue provocazioni e la guerra in corso in Ucraina hanno generato livelli di incertezza sistemica mai visti dal periodo tra le due guerre mondiali, se non prima. Il timore di un’altra grande crisi, o addirittura di un’altra grande guerra, è comprensibilmente diffuso, soprattutto in Europa, la regione che rischia di perdere di più dall’emergente «Guerra fredda».
Quanto di questa turbolenza è da attribuire a un leader americano incostante e quanto è il risultato di trasformazioni strutturali più profonde? L’emergere di potenze in grado di rivaleggiare con gli Stati uniti indica la possibilità di un ordine globale più giusto, o un ordine egemone viene semplicemente sostituito da un altro? E, soprattutto, cosa significa tutto ciò per la vita e le prospettive politiche di lavoratori e lavoratrici?
In questa intervista, Arman Spéth ha parlato con l’economista marxista Michael Roberts, autore dei libri The Great Recession: A Marxist View e The Long Depression, per avere il suo punto di vista sulla sempre più frammentata economia globale e sulle sue ricadute politiche.
* * * *
Le dislocazioni geopolitiche cui stiamo assistendo sarebbero incomprensibili senza considerare la seconda amministrazione di Donald Trump. Dal suo ritorno al potere, sia la politica interna che quella estera degli Stati uniti hanno innegabilmente cambiato rotta e, dato il ruolo egemone degli Usa a livello globale, questo ha inevitabilmente avuto ripercussioni sul resto del mondo.
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Ripensare la pianificazione socialista
di Gabriele Repaci
Introduzione
La crisi finanziaria globale del 2007-2008, esplosa a partire dal mercato dei mutui subprime negli Stati Uniti, non è stata il frutto del caso né il risultato di un momentaneo malfunzionamento del capitalismo.
Al contrario, essa ha rappresentato, nelle sue caratteristiche fondamentali, l’essenza stessa del modo di produzione capitalistico: la corsa sfrenata al massimo profitto, la compressione dei diritti della classe lavoratrice e i tentativi disperati di sfuggire alla crisi di sovrapproduzione attraverso la speculazione finanziaria, l’espansione del credito e la creazione artificiosa di moneta.
Quando i profitti non possono più essere sostenuti dalla produzione reale, il sistema reagisce spostando la contraddizione nel regno del denaro e del debito, gonfiando bolle speculative e alimentando un’instabilità cronica che si traduce in crisi sociali e politiche.
L’irrazionalità del capitale — la sua anarchia, la sua disumanità — emerge così in tutta la sua drammaticità, travolgendo le speranze di milioni di persone in ogni continente.
Le crisi più recenti non hanno fatto che confermare questa tendenza.
La pandemia di Covid-19 ha mostrato l’incapacità dei mercati globali di garantire la sicurezza collettiva anche di fronte a un’emergenza sanitaria, rivelando la fragilità delle catene di approvvigionamento e la dipendenza di interi settori da logiche di profitto immediato.
Il conflitto in Ucraina e la guerra in Gaza hanno evidenziato il nesso sempre più stretto tra economia e militarismo, con la produzione di armi e l’energia trasformate in strumenti di egemonia e di ricatto geopolitico.
Nel frattempo, la crisi climatica e ambientale ha reso evidente il carattere autodistruttivo di un modello fondato sull’accumulazione illimitata: incendi, alluvioni, siccità e migrazioni di massa sono i segni tangibili di un’economia che consuma le proprie condizioni di esistenza.
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«Smettetela di piangere sulla “trappola cinese”»
Il punto di vista di un analista di Pechino sul confronto in atto con gli Stati Uniti
di Zichen Wang
«Siamo in una guerra commerciale con la Cina». L’annuncio fatto dal presidente Donald Trump il 15 ottobre ha raggelato i mercati, consapevoli che l’escalation tra Washington e Pechino avrà una ricaduta sul panorama geopolitico globale. Negli ultimi anni, gli scontri fra Cina e Usa si sono intensificati attraverso dazi reciproci su centinaia di miliardi di dollari di prodotti, restrizioni tecnologiche sempre più severe – in particolare sui semiconduttori avanzati – e accuse di pratiche commerciali sleali. Gli Stati Uniti hanno imposto limitazioni ad aziende tecnologiche cinesi come Huawei. Di pari passo, la Cina ha accelerato i suoi sforzi per l’autosufficienza in settori strategici, avviati nel 2015 con il piano «Made in China 2025». Queste tensioni hanno intensificato il dibattito sul ruolo di Pechino sulla scena economica mondiale. Per comprendere meglio la prospettiva cinese, in Occidente spesso fraintesa o semplificata, diamo voce all’analista cinese Zichen Wang. Il fondatore della newsletter «Pekingnology» presenta ai lettori di «Krisis» la sua prospettiva sulle dinamiche economiche globali. Una lettura controcorrente che interpreta l’ascesa tecnologica cinese come risultato della competizione globale e non come risultato di una manovra ingannevole.
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I recenti commenti negli Stati Uniti dipingono la Cina come l’architetto di un piano calcolato a lungo termine per attirare aziende straniere nel suo mercato, estrarre la loro tecnologia e favorire i concorrenti locali, per poi scartare le imprese straniere una volta che hanno esaurito il loro scopo. In questa narrazione, un’azienda americana dopo l’altra cade vittima della presunta «trappola tecnologia-per-mercato» di Pechino: prima Motorola, poi Apple, ora Tesla.
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Il pilota automatico dell'assistenzialismo per ricchi
di comidad
Giorgia Meloni si è giustamente risentita per l’epiteto di “cortigiana di Trump”, dato che il termine “cortigiana” in passato era spesso usato come eufemismo per non dire esplicitamente “prostituta”. In realtà la prostituzione implica uno scambio e un pagamento (o, se si preferisce un termine spregiativo, un mercimonio), mentre la Meloni fa la cheerleader per Trump a titolo puramente gratuito; forse nella speranza che entrare nel giro degli adulatori del pagliaccio di turno sul palcoscenico della Casa Bianca le consenta di brillare di luce riflessa. Il problema è che, nella vicenda del fasullo accordo di pace a Gaza, lo stesso Trump ha parassitato un’operazione di pubbliche relazioni promossa da Erdogan. Il presidente turco doveva far dimenticare la figuraccia rimediata qualche settimana prima, a causa dell’accordo militare tra Arabia Saudita e Pakistan, il cui messaggio sottostante era appunto che la Turchia non è una potenza in grado di tenere a bada Israele. Queste operazioni di pubbliche relazioni hanno ovviamente il fiato cortissimo, infatti Netanyahu ha già ricominciato a bombardare ed affamare la popolazione di Gaza. Nessun osservatore realista aveva preso sul serio la “pace di Trump”, ma molti ritenevano che, prima di riprendere il genocidio, Netanyahu avrebbe concesso a Trump almeno una quindicina di giorni per pavoneggiarsi e allestire una nuova distrazione per i media (come la prossima messinscena a Budapest), in modo da rimettere Gaza in secondo piano. Si constata invece che Trump non è rispettato nemmeno come clown.
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Ucraina: avanti, verso l'impossibile pace
di Giuseppe Masala
Quando tutto stava portando verso una probabile escalation del conflitto in Ucraina, a causa della volontà degli USA di concedere a Kiev i missili da crociera Tomahawk, si è verificato una sorta di “miracolo” che ha bloccato la decisione di consegna della nuova “arma letale” americana e ha aperto la strada a un nuovo vertice tra Putin e Trump a Budapest, che secondo il mainstream ci porterà alla pace.
Come sapete, il miracolo che dovrebbe portare alla risoluzione definitivamente del conflitto in Ucraina è stata la telefonata tra Putin e Trump avvenuta il 16 di Ottobre. Proprio il giorno prima che fosse annunciata la consegna dei missili da crociera made in USA durante un vertice tra Trump e Zelensky.
In questi giorni si susseguono le indiscrezioni proprio su quel “drammatico” vertice tra il presidente americano e quello ucraino. Secondo il Financial Times, per esempio, si è trattato di un vertice tesissimo, al limite della violenza fisica e dove la linea rossa dello scontro verbale sarebbe stata ampiamente superata. Tutto perché – come peraltro prevedibile – Zelensky punterebbe i piedi a qualsiasi ipotesi di accordo con la Russia sollecitato da Trump. Dal punto di vista del leader ucraino la cosa è pienamente comprensibile: con la sua decisione folle e sconsiderata di provocare un conflitto con la Russia ha portato alla distruzione del suo paese, alla morte di centinaia di migliaia di ucraini e alla invalidità permanente di altre centinaia di migliaia, oltre che, all'esodo verso l'Europa e la Russia di milioni di cittadini ucraini: chiaro che il suo destino (come quello della cricca di gerarchi che lo sostiene) è segnata in caso di fine della guerra. Inutile dire qual è il destino che fanno i despoti responsabili di simili disastri.
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Il buco-armi con la manovra intorno, la IV di Meloni
di Roberto Romano
Senza il Pnrr saremmo già in territorio-recessione. Ma la manovra tratteggiata da Giorgetti avrà impatto nullo, improntata al Patto di Stabilità senza un euro per politiche di sostegno alla crescita. L’obiettivo, rientrare dalla procedura di infrazione, pare funzionale a lasciare spazio finanziario a un piano di riarmo.
Il trittico dei documenti che delineano l’impianto economico del governo si è completato con l’approvazione della Legge di bilancio da parte del Consiglio dei ministri il 17 ottobre. Ne risulta un quadro programmatico improntato a una manovra a saldo pressoché nullo, rigidamente conforme ai vincoli del nuovo Patto di Stabilità e Crescita sottoscritto dai Paesi europei nel 2024.
Sussistevano margini, seppur limitati, per un utilizzo più flessibile dei saldi di finanza pubblica, agendo sull’avanzo primario o sull’indebitamento netto, al fine di liberare risorse aggiuntive da destinare a politiche di sostegno alla crescita. Tuttavia, l’esecutivo ha optato per un’applicazione pedissequa del quadro europeo, presumibilmente per evitare effetti negativi sulla quota del bilancio pubblico assorbita dagli interessi sul debito.
Ne deriva un bilancio di previsione per il triennio 2026-2028 sostanzialmente neutro, con risorse aggiuntive limitate a 900 milioni di euro per il 2026, in crescita a 6 e 7 miliardi rispettivamente nel 2027 e nel 2028. Tali incrementi sembrano correlati alla necessità di coprire il progressivo aumento della spesa militare, temporaneamente rinviata a giugno, quando il Paese dovrebbe uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, attivata a seguito del superamento della soglia del 3% di indebitamento netto già previsto per il 2025.
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Al pascolo
di Davide Miccione
Vedo intorno a me decine di persone entusiaste e allegre come bambini a Natale mentre scoprono le meraviglie dell’Intelligenza artificiale. Non stanno pensando al possibile progresso della scienza applicata (tutte questioni del resto poco interessanti per la maggior parte dei bambini) ma alla capacità di produrre testi, meme, immagini, scrivere mail al posto nostro, spiegarci e riassumere testi al posto nostro, lavorare al posto nostro. I lavori a cui i bambini cresciuti si riferiscono e le fatiche ad essi connesse da cui si attendono di essere sollevati non sono però, almeno in questa prima fase, quelli del manovale, asfaltatore, bracciante agricolo, autista, cameriere, cassiere ecc. Non i lavori duri, sfibranti per il corpo, usuranti per nervi e muscoli e stressanti per spirito e mente ma gli altri: sceneggiatore, traduttore, docente eccetera.
Le promesse di emancipazione dalla fatica e ripetitività del lavoro da parte della tecnologia contemporanea sono state del tutto disattese. Le promesse di conquista del tempo libero, di eliminazione degli ostacoli della quotidianità a un tempo di qualità sono del tutto disattese. Questa coppia di promesse tradite sarebbe il miglior atto d’accusa per la “nuova civiltà delle macchine intelligenti”, per il suo feroce tradimento della specie che l’ha creata. Sarebbe, ma non lo è proprio perché la “nuova civiltà delle macchine intelligenti” ha già ottenuto uno stordimento, una frammentazione, uno stato di distrazione, una condizione di dipendenza /astinenza nella stragrande maggioranza dei contemporanei che è tale da rendere ormai ostica ogni riflessione sistemica.
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La scuola riparte da Gaza
di Marina Polacco
1. Una sublime opera di fantapolitica: l’Agenda 2030
1. Non so quanti conoscono al di fuori del mondo scolastico l’Agenda 2030. In realtà non si tratta di un documento pensato per la scuola, ma di una dichiarazione politica di intenti: presentata come “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità”, sottoscritta il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite, e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, l’Agenda 2030 è un capolavoro assoluto di fariseismo. Con impeccabile rigore indica diciassette obiettivi da realizzare entro il 2030, ovviamente sulla base dell’accordo e dell’azione condivisa di tutti i paesi firmatari: sconfiggere la povertà nel mondo; eliminare la fame; assicurare salute e benessere per tutti; garantire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva; porre fine a ogni forma di discriminazione di genere; raggiungere la completa disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie; sostenere una crescita economica duratura e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva, un lavoro dignitoso per tutti; rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo; adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, promuovere società pacifiche e inclusive. Chi potrebbe avere qualcosa da ridire su un simile programma? Peccato che tutte le affermazioni siano completamente de-materializzate, avulse da qualsiasi contestualizzazione socio-politica ed economica, affidate genericamente al potenziamento di “buone pratiche” e di “spirito di resilienza”, prive di ogni riferimento ai dati di realtà (se non le statistiche che fotografano la situazione oggettiva di partenza), e quasi sempre in netta controtendenza rispetto alle reali politiche europee e internazionali. In definitiva, condividono lo stesso statuto immaginifico-fantastico delle letterine di buoni propositi indirizzate al bambino Gesù la sera di Natale. Eppure, per quanto del tutto estranea al piano della politica fattuale, l’Agenda 2030 è stata diffusamente adottata come punto di riferimento da scuole (e in seconda battuta da molte Università) per promuovere progetti di greenwashing e attività in linea con i diciassette obiettivi proposti.
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Sharm el-Sheikh. C'è una soluzione?
di David Bidussa
Ho molti dubbi sulla possibilità di dare forma definitiva e condivisa alla carta geografica e politica del Medio Oriente a partire dal testo degli accordi firmati a Sharm el-Sheikh lunedì 13 ottobre. Ovvero: da una parte dare una soluzione statuale a chi è senza Stato da più di settant’anni, dall’altra stabilizzare la linea di confine dello Stato di Israele.
Sono quattro i punti su cui propongo di riflettere, anticipati da una premessa – che riguarda quel che non ricordiamo – e seguiti da un breve postscriptum – che riguarda le questioni evitate da noi “spettatori”. Il primo punto riguarda l’assenza di un rappresentante diretto dei palestinesi nel documento firmato lunedì 13 ottobre; il secondo cosa significa sancire un dopoguerra garantito da un sistema di controllo internazionale; il terzo punto riguarda il fatto che qualsiasi nazione moderna nasce, anche, da una dimensione di lotta interna tra progetti politici distinti, quindi non solo liberazione dall’occupante ma anche confronto tra più ipotesi circa il “dopo”; il quarto punto, infine, riguarda la necessità di una condizione culturale che consenta di pensare il domani (e che a me pare inesistente).
Premessa
Saramago scrive che le persone “sono essenzialmente il passato che hanno avuto” per cui “noi avanziamo nel tempo come avanza un’inondazione: l’acqua ha dietro di sé l’acqua, è questo il motivo per cui si muove, ed è questo che la muove” [Quaderni di Lanzarote, Feltrinelli]. Per costruire un futuro, dunque, non è sufficiente immaginarlo, è necessario prendere in carico il presente e gli attori in campo, che sono il presente in forza di ciò che hanno dietro, il passato che hanno avuto. Ma vi è un altro elemento, e cioè che esiste anche chi si è mosso in direzione contraria – non senza incertezze, doppiezze, e contraddizioni –, eliminato dalla scena pubblica non dal nemico, ma da quella parte «dei suoi» che non erano d’accordo: coloro che un qualsiasi processo di pace non lo volevano o lo avvertivano (e ancora lo avvertono) come una «ostacolo» al loro sogno.
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Lettera aperta al giornale il manifesto: niente di personale!
di Michele Castaldo
Da vecchio militante comunista, a fine agosto 2025, mi ero rivolto al quotidiano il manifesto - che conserva ancora, anche se in caratteri infinitesimali, sul titolo, la scritta quotidiano comunista – per poter postare a pagamento la copertina del mio libro La crisi di una teoria rivoluzionaria. Mi fu chiesto di visionare il libro, cosa che feci portandolo nella sede romana di via Bargoni 8, dove lo lasciai in attesa di conoscere l’esito. Ero interessato a pubblicare lo spot per il 28 settembre 2025, perché compivo 80 anni, che si compiono una volta sola, se si compiono.
Dopo giorni di silenzio mi premunii di telefonare, parlando con la signora Caterina, con la quale ero entrato in contatto fin dalla prima telefonata, e mi fu risposto che avrei dovuto pazientare ancora qualche giorno. Ma di giorni ne passarono ancora e non ebbi mai risposta. Spazientito, nonché offeso, ma mai arreso, mi diedi da fare.
Ricordandomi del proverbio che ripeteva spesso mia mamma, comunista: «se pensi di suicidarti, vai al mare, perché nelle pozzanghere ti sporchi e non muori », lunedì 22 settembre telefonai al Corriere della sera per chiedere di pubblicare lo spot del libro di cui sopra. Mi fu chiesto il prezzo, gli inviai tramite l’editore l’impostazione grafica, feci il bonifico il 25 settembre e il giorno 28 settembre, come convenuto, comparì un piede nella pagina della Cultura, del più importante quotidiano italiano, lo spot de La crisi di una teoria rivoluzionaria.
Su suggerimento del mio sodale Alessio Galluppi, avevo fatto la stessa richiesta a Il Fatto quotidiano in contemporanea al il manifesto e anche a loro avevo consegnato il libro perché si rendessero conto del contenuto. Ma anche da Il Fatto ci fu silenzio. Poi, però, dopo che era stato pubblicato sul Corriere della sera mi telefonò il responsabile di Roma per chiedermi se volessi ancora pubblicare lo spot del libro. Mi chiesero il prezzo per una intera pagina, gli spedii tramite l’editore l’impostazione grafica, feci il bonifico e domenica 19 ottobre è comparso a tutta pagina anche su Il Fatto quotidiano lo spot de La crisi di una teoria rivoluzionaria.
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Chi paga il “miracolo economico” (che poi è la solita austerità) del Governo Meloni
di Alessandro Volpi, da Altreconomia
Il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4% al 42,6% del Pil, toccando un picco da record a danno di milioni di contribuenti con redditi medio bassi, e non certo per via del contributo di banche, detentori di rendite finanziarie o successioni dei super ricchi. Mentre manca ancora un reale sistema di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita. Confindustria e sistema bancario ringraziano. L’analisi di Alessandro Volpi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” -che in parole più chiare si chiama austerità- chi lo paga?
La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4% al 42,6% del Prodotto interno lordo (Pil), un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio bassi.
Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni delle lavoratrici e dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente.
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Una manovra da poco
di coniarerivolta
Non si possono servire due padroni, dicono i cristiani, perché l’amore per l’uno ci porterebbe a odiare l’altro. Perché i due padroni vogliono cose inconciliabili tra loro.
Il Governo Meloni ha trovato un modo davvero singolare di rispettare il precetto evangelico: non si possono servire due padroni, quindi ne serve tre, e lo scrive a chiare lettere nel Documento programmatico di bilancio (DPB) inviato alla Commissione europea lo scorso 14 ottobre. Il miracolo, è proprio il caso di dirlo, ha una sua logica: i tre padroni in questione vogliono cose che si conciliano perfettamente tra loro, guerra, austerità e profitto.
Il padrone americano chiede soldi per il riarmo, per alimentare quella guerra permanente che serve a puntellare il suo progetto imperialista. Il padrone europeo chiede tagli alla spesa pubblica, per continuare a traghettare il vecchio continente dal modello sociale europeo a una moderna economia capitalistica orientata al profitto. Il padrone italiano, vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, si accontenta delle briciole, strappandole ai settori sociali più vulnerabili ed esposti all’inflazione.
I documenti di finanza pubblica adottati dal Governo Meloni sono interessanti da decifrare perché contengono questa equazione miracolosa che tiene insieme una prospettiva di aumento della spesa militare, in ossequio ai padroni americani, il rispetto dei vincoli di bilancio europeo, in ossequio alle élite di Bruxelles, e qualche mancia per i padroncini italiani, perché le elezioni politiche si avvicinano.
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Gheddafi, Africa e dignità
di Matteo Parini
“L’Africa è stato un continente colonizzato, isolato, oltraggiato. Trattato come una terra abitata da animali, poi utilizzato come serbatoio per la tratta degli schiavi. E dopo tutto questo, ridotto a una rete di colonie sotto mandato straniero.”
Il virgolettato è tratto dal discorso pronunciato da Muammar Gheddafi il 23 settembre 2009, alla 64ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, discorso che oggi torna alla memoria nel giorno in cui ricorre il quattordicesimo anniversario della sua morte. Una denuncia planetaria dell’ingiustizia nel mondo e della sofferenza dei popoli a causa delle guerre, della colonizzazione e dell’imperialismo, cifra stilistica dell’impero statunitense e dei suoi accoliti. L’invocazione di un nuovo ordine mondiale, finalmente basato su uguaglianza e giustizia per tutti i Paesi, in particolare per quelli africani, relegati alla schiavitù da troppo tempo.
Anche per questo, gli araldi della sedicente comunità internazionale, la minoranza suprematista occidentale, lo etichettavano come “dittatore”, al pari di tutti quelli che non sono in grado di comprare, semplicemente perché non in vendita. Non gli perdonavano l’affronto di aver edificato, nel continente africano — per solito oggetto di rapina e scorribande da parte dell’uomo bianco — uno Stato sovrano, laico e indipendente: uno Stato africano per gli africani, con la schiena dritta, capace di gestire sé stesso e le proprie ricchezze. Non gli perdonavano, altresì, di aver costruito un modello di società socialista impegnata a non lasciare indietro nessuno, traino e stella polare di ogni popolo in lotta per l’autodeterminazione.
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CUBA. Con Lenin all’Avana, le sfide globali della sinistra
di Geraldina Colotti
Con la sua presenza discreta, ma attenta, il presidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha accompagnato le giornate del Terzo incontro internazionale di pubblicazioni teoriche di partiti e movimenti di sinistra (el Tercer Encuentro Internacional de Publicaciones Teóricas de Partidos y Movimientos de Izquierda). Un appuntamento periodico che ha riunito quest’anno oltre 100 delegati di 36 nazioni, e che ha avuto al centro una straordinaria manifestazione di sostegno al socialismo bolivariano e al suo presidente legittimo, Nicolas Maduro.
L’incontro si è svolto nell’Università del Partito comunista di Cuba, intestata a Ñico López, figura storica del Movimento 26 di luglio, che ha lottato contro il regime del dittatore Fulgencio Batista, sotto la guida di Fidel Castro. Una università dedicata alla formazione di quadri politici e dirigenti del partito, e che mira a promuovere e a rafforzare la teoria e la pratica del socialismo a Cuba, preparandone i futuri dirigenti.
Con che spirito e metodo si dà la loro preparazione lo si poteva notare vedendoli trasportare casse di vettovaglie o documenti. Per questo, l’omaggio finale a Lenin e alle speranze mai concluse della rivoluzione bolscevica sulle note dell’Internazionale hanno riempito la sala di un’emozione profonda che, in Europa, le masse sono abituate a provare solo durante il tifo da stadio: o a riscoprire durante le grandi manifestazioni che ricominciano denunciare i propri governi a seguito del genocidio in Palestina.
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La guerra è la pace
di Giorgio Agamben
Fra gli orrori della guerra che vengono spesso dimenticati è il suo sopravvivere in tempo di pace attraverso le sue trasformazioni industriali. È noto – ma lo si dimentica – che i fili spinati con cui molti ancora recingono i loro campi e le loro proprietà provengono dalle trincee della prima guerra mondiale e sono macchiati del sangue di innumerevoli soldati morti; è noto – ma lo si dimentica – che i gommoni che affollano le nostre spiagge sono stati inventati per lo sbarco delle truppe in Normandia nella seconda guerra mondiale; è noto – ma lo si dimentica – che i diserbanti in uso nell’agricoltura derivano da quelli usati dagli americani per deforestare il Vietnam; e, ultima conseguenza e di tutte peggiore, le centrali nucleari con le loro indistruggibili scorie sono la trasformazione “pacifica” delle bombe atomiche. Ed è bene ricordare, come Simone Weil aveva compreso, che la guerra esterna è sempre anche una guerra civile, che la politica estera è, in verità, una politica interna.
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C’è una sola strada: la lotta per il socialismo
di Carlo Lucchesi
Ecco cosa accade nella nostra parte di mondo. Prima l’Ucraina. I neocon USA, la NATO e, in coda, l’U.E., hanno messo nel mirino la Russia con l’obiettivo di destabilizzarla, farla deflagrare e spartirsi le ricchissime spoglie. L’Ucraina è stata scelta allo scopo. In sequenza: colpo di stato, dichiarazione d’ingresso nella NATO, guerra, rifiuto di riconoscere le ragioni di sicurezza della Russia, sabotaggio dei tentativi di Trump di trovare un compromesso. Persa la guerra, non potendo passare allo scontro frontale data la superiorità nucleare e missilistica della Russia e temendo le reazioni popolari che seguirebbero una simile scelta, si lavora per aprire un altro fronte nella speranza di provocare quel logoramento di cui l’Ucraina e la NATO non sono stati capaci. Non basta. Si inventa un inimmaginabile pericolo di aggressione da parte della Russia per giustificare la moltiplicazione delle spese militari, portare a compimento la privatizzazione dei servizi pubblici a vantaggio dei centri finanziari, ridurre gli spazi di democrazia e irrobustire le forme di controllo sociale. Un disegno agghiacciante che la quasi totalità dei media, oramai a servizio di quelli stessi poteri che hanno inscenato lo spettacolo, si è affrettata ad abbracciare senza vergogna.
Poi il Medio Oriente. Israele programma il genocidio dei palestinesi, Israele e gli USA lo attuano, l’Europa per un bel po’ fa finta di nulla, poi balbetta qualche critica ma si guarda bene da mettersi di traverso sul serio. Intanto Israele compie azioni di guerra e terroristiche quando vuole e contro chi vuole, sempre nel silenzio quando non col plauso dell’Occidente. Taccio su quella specie di accordo imposto da Trump. Comunque non sposta di una virgola il giudizio su quello che è stato.
Ce ne sarebbe abbastanza, ma se inseriamo questi avvenimenti nel bilancio dell’ultimo cinquantennio è impossibile non trarre conclusioni definitive.
Le contraddizioni del capitalismo sono arrivate a un livello insostenibile per gran parte dell’umanità. La guerra ne è una componente intrinseca, è una necessità ineliminabile per la sua sopravvivenza. La violenza, anche la più disumana, quando viene dal nostro mondo, è essa stessa diritto indiscutibile, sacrosanto perché contrasta il male che è tutto e solo dall’altra parte.
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Giuliano Da Empoli e l’Intelligenza Autoritaria
di Lelio Demichelis
Guardare il potere da dentro o da vicino, osservare i suoi uomini (molti) e donne (poche) con lo sguardo dell’osservatore-sociologo e quindi con il dovere di un pensiero critico che ne metta in luce soprattutto atteggiamenti, paranoie, meschinità, egocentrismi, narcisismi, spregiudicatezza, volontà di onnipotenza, vanità, predazione e corruzione, irresponsabilità e immoralità, sfruttamento e doppio standard.
Una storia antica – pensiamo solo ai Borgia e a Machiavelli e al suo Principe – che arriva infine a oggi, con il trionfo di algoritmi e intelligenza artificiale e al potere delle macchine che imparano da sole e a una società amministrata e automatizzata dalle macchine, cioè totalitaria e senza più libertà soprattutto cognitiva (la libertà di pensare con una intelligenza naturale da potenziare invece di delegare tutto all’IA) come temeva la prima Scuola di Francoforte e con gli uomini ridotti a imparare solo quali pulsanti premere rispondendo ai comandi dei dispositivi tecnici (ultima forma del potere); finendo con gli oligarchi/oligopolisti della tecnologia che stanno spazzando via la vecchia classe politica e le vecchie élite, cieche come talpe davanti al nuovo potere della tecnica, ma la tecnica avendo anche la loro correità (e la nostra) come feticisti dell’innovazione per l’innovazione e per lo sviluppo sempre e comunque delle forze produttive, la tecnica (soprattutto quella digitale) vista come forza di emancipazione e di liberazione quando è vero il contrario.
E dunque, quale potere? Quello dei predatori, come li definisce Giuliano da Empoli – saggista e consigliere politico che vive a Parigi e che insegna a Sciences Po – in questo suo breve ma importante saggio (L’ora dei predatori, Einaudi Stile libero, pag. 123, € 14.00), scritto con uno stile narrativo che prende e chiama il lettore a capire in che mondo i predatori e i Borgiani eredi di Cesare Borgia (ma “i signori del digitale sono Borgiani a tutti gli effetti”) lo stanno portando, fin qui a sua insaputa: un saggio (una analisi del Nuovo potere mondiale visto da vicino, come da sottotitolo) che “conquista come un romanzo o una tragedia greca”, come ha sintetizzato Le Monde, ma che è anche, per noi, un potentissimo e splendido saggio di filosofia politica.
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La resa energetica dell'Europa: perché il bando al gas russo è una condanna senza appello
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Bruxelles celebra il bando definitivo, ma le imprese chiudono. Il paradosso di un'Europa che, per colpire Mosca, affossa la propria economia a beneficio esclusivo degli USA
L'Europa ha deciso di infliggersi una ferita profonda, votando per un suicidio energetico i cui costi sono già drammaticamente visibili e destinati a crescere. Il via libera del Consiglio UE a un regolamento che sancisce il bando totale delle importazioni di gas russo – sia via gasdotto che GNL – entro il 1° gennaio 2028, rappresenta l'atto conclusivo di una strategia autolesionista dettata più dalle pressioni atlantiche che da una razionale valutazione del proprio interesse nazionale.
Il percorso è scandito: stop ai nuovi contratti dal 2026, fine dei contratti a breve termine entro giugno dello stesso anno, e addio definitivo a tutto, compresi i contratti a lungo termine, dal 2028. Una scelta presentata come un'arma per privare il Cremlino di risorse, ma che in realtà è un boomerang che sta paralizzando la competitività industriale del Vecchio Continente. La Germania – caso paradigmatico - un tempo locomotiva d'Europa, assiste a una lenta e inesorabile deindustrializzazione, mentre i costi dell'energia alle stelle strangolano imprese e cittadini.
Il paradosso è stridente. Fino a poco tempo fa, la Russia copriva circa il 40% del fabbisogno di gas europeo, un flusso affidabile e a basso costo garantito da infrastrutture come i gasdotti Nord Stream, fortemente voluti dalla Germania nell'interesse della prosperità europea.
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Morale, impero e la forma silenziosa della guerra
di Pasquale Pas Liguori
A poco più di due anni dal 7 ottobre, si parla di tregua. Non cadono bombe, si dice, ma i confini restano chiusi, l’assedio continua e il furto della terra e delle vite non conosce interruzioni. L’assenza momentanea di bombardamenti non è affatto pace, è la forma silenziosa della guerra: la prosecuzione dell’ordine coloniale con altri mezzi.
Nel linguaggio del potere, la tregua è il meccanismo che consente di preservare la violenza mentre la si nega, il momento in cui l’impero sospende la distruzione per riaffermare la propria capacità di gestirla. È, in sostanza, una pace amministrata, in cui la brutalità diventa compatibile con la normalità.
Questo tempo sospeso non è soltanto politico: è, prima di tutto, morale. È il tempo in cui si riorganizza la coscienza occidentale, che negli ultimi mesi si è esercitata nella contrizione, nei cortei e nei balconi, nelle bandiere e negli slogan di solidarietà. Un moto collettivo apparso come risveglio ma rivelatosi, a conti fatti - come si era paventato, non senza attirare polemiche - un gesto di purificazione. Non la nascita di un nuovo pensiero politico, ma un rito di espiazione collettiva: il tentativo di liberarsi dal senso di colpa, non di tradurlo in progetto di trasformazione.
Vale allora la pena rianalizzare uno dei fondamenti politici più imprescindibili e oggi più adulterati: il valore insostituibile della resistenza. È un concetto che la morale pubblica ha svuotato di ogni significato storico e che i media e la cultura liberal hanno trasformato in un reperto linguistico da addomesticare e neutralizzare. La resistenza, da categoria politica, è stata ridotta a categoria morale; da pratica di liberazione a problema di “equilibrio”.
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Baricco e gli altri
di Tiziano Tussi
Sul sito de la Repubblica si possono trovare sia un articolo scritto da Alessandro Baricco e un elenco di reazioni a quanto da lui elaborato su una questione che si può riassume, grazie appunto a Baricco, in un solo termine: Gaza.
Il pensiero guida centrale del suo dire, che ha procurato molto scalpore e reazioni da parte di un gruppo di intellettuali, intervenuti nella questione sollevata da Baricco, e che il quotidiano la Repubblica ha elencato sul suo sito, è che i ragazzi che sono scesi in piazza per Gaza hanno dato un addio al Novecento, secolo oramai stantio e pregno di tragedie e disperazione. Il loro muoversi, dice Baricco, dimostra la lontananza da quel secolo e la divisione tra Novecento e Duemila sta in una insanabile rottura che i giovani hanno costruito e con le loro manifestazioni l'hanno resa evidente. Una lontananza che si coglie con il loro stare sulla "falda" che divide quel secolo dall'attuale. Tutto il marciume accumulato nel primo e una bellezza contemporanea ma, soprattutto, nel futuro in questo attuale.
Certo è che la guerra in Ucraina e quella tra "Hamas e Israele" sono la zampata finale del secolo morente. Sono rimasugli del Novecento che fanno fatica a scomparire del tutto lasciando sul terreno, soprattutto Gaza, così come è ora, che nella sua enormità illustra il nuovo secolo, quello per cui si deve dimostrare e pretendere che in futuro non si sia più una tragedia novecentesca così come "il culto dei confini, la centralità delle armi, e degli eserciti, la religione del nazionalismo" impongono.
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Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto



















































