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lafionda

La fine dell’ipocrisia imperiale

di Elena Basile

«Il rischio che la rinuncia a un ruolo globale mini le basi stesse della superpotenza americana, dollaro incluso, è evidente». Così si esprime Paolo Gentiloni nell’articolo apparso su la Repubblica del 29 dicembre. La percezione è finalmente chiara. Secondo la narrativa dei Democratici statunitensi e dei partiti che in Europa ne seguono l’ideologia, di cui Gentiloni è uno dei rappresentanti, la politica estera statunitense deve essere una politica imperiale, in grado di utilizzare lo strumento militare per affermare il cosiddetto “ordine basato sulle regole” e difendere la supremazia del dollaro.

L’ordine basato sulle regole, o quella che possiamo chiamare Pax Americana, implica, come afferma Jeffrey Sachs, che la stessa azione sia giudicata diversamente se compiuta dall’Occidente o dal resto del mondo. La NATO può espandersi ai confini della Russia, ma se questa o la Cina avessero l’ardire di installare basi militari in Messico si griderebbe alla minaccia delle autocrazie. Se Israele attacca il Libano o l’Iran, si tratta di guerre preventive contro Stati canaglia e terrorismo islamico. Se Mosca risponde ai bombardamenti sulle popolazioni russofone da parte di Kiev invadendo l’Ucraina, Putin diventa un criminale di guerra.

Abbiamo uno strabismo ideologico legittimato non solo dai politici. Purtroppo l’accademia e il giornalismo di regime non hanno remore ad abbandonare l’analisi oggettiva e indipendente.

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sinistra

Venezuela, non solo

TAG 24 Intervista Fulvio Grimaldi

https://youtu.be/IW2H0ti8sRA

https://youtu.be/IW2H0ti8sRA?si=SphfGN92ERoC62M0

Andando oltre lo sconfinatamente discusso, analizzato, interpretato, distorto, masticato, digerito, evacuato, episodio tardocolonialista del rapimento di Maduro e del trionfo della forza sul “mondo delle regole” (regole della stessa solfa di sempre, ma in guanti bianchi), si guarda a casa nostra, dove si accumulano i rifiuti sotto e sopra i tappeti. Che sono poi quelli che andrebbero spazzati via e sepolti in discarica. Solo che da qualche decennio v’è carenza di spazzini.

Trump è la parola più usata sul pianeta almeno da un anno in qua. La meno usata è il nome di chi gli mette il carburante nel trabiccolo, l’F-35, e il navigatore sul cruscotto. Personalizziamo, c’est plus facile… Ma se si vuole incidere sullo stato del condominio, tocca incominciare da porte, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, sottoscala, cantina, soffitta, arredi, scarichi, cessi, del proprio appartamento.

E qui una sovranista da letteratura alla baci Perugina, inane e farlocca come quella, onora il suo sovrano come neanche Pompadour con Luigi XV. Sovrano che però sta alla Casa Bianca e del paese della Meloni farebbe ciò che facciamo noi della stagnola dei Baci, una volta ingurgitato l’incentivo al diabete. E Meloni col suo sovrano non azzarda il rischio (“Gli USA non hanno amici, solo interessi”, ricordate?).

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lantidiplomatico

Forza senza consenso: la crisi terminale dell'Impero

di Mario Pietri

Il 2026 non si è aperto come un nuovo capitolo della storia internazionale, ma come una nota stonata trascinata troppo a lungo, un suono che per anni era rimasto sullo sfondo – fastidioso ma tollerabile – e che ora, improvvisamente, diventa assordante, impossibile da ignorare, capace di coprire ogni altra melodia. Non un evento isolato, non una crisi improvvisa, ma la materializzazione di una deriva. L’aggressione al Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro non sono stati né un errore di calcolo né una reazione emotiva fuori controllo: sono stati un atto consapevole, teatrale, performativo, concepito per essere visto, metabolizzato, interiorizzato come messaggio politico globale.

Non si tratta di vincere, perché vincere presupporrebbe un obiettivo chiaro e un ordine da imporre. Si tratta di terrorizzare, di ricordare che l’impero può ancora colpire, anche quando non sa più bene perché lo fa. È la dimostrazione muscolare di chi sente scricchiolare le proprie ossa e, proprio per questo, le sbatte sul tavolo con maggiore violenza, sperando che il rumore venga scambiato per forza.

È qui che l’analisi deve rallentare, respirare, diffidare della superficie. L’istinto immediato – quello dei commentatori embedded e degli intellettuali organici dell’ordine morente – è leggere questi atti come segni di onnipotenza. Ma l’onnipotenza non ha bisogno di gesti così crudi, così esposti, così scopertamente illegali. L’onnipotenza governa. Qui, invece, siamo davanti a un potere che colpisce ma non affonda, che minaccia ma non conclude, che rompe regole senza essere in grado di scriverne di nuove.

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bastaconeurocrisi

Creazione di attività finanziarie nette

di Marco Cattaneo

Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani

L’emissione di titoli da parte di un’istituzione privata ha una dinamica notevolmente difforme rispetto all’emissione di titoli di uno Stato che utilizza la propria moneta.

Si vedano i seguenti esempi.

La società XYZ emette un prestito obbligazionario di 100 a cinque anni. Marco Rossi lo sottoscrive e dispone quindi di 100 di moneta in meno a fronte di 100 (all’attivo) di obbligazioni in più.

Alla scadenza dei cinque anni la società rimborsa il prestito e Marco Rossi ritorna in possesso della moneta. Il gioco è a somma zero.

Nel caso invece dell’emissione di titoli di Stato in moneta sovrana:

Il governo emette 100 di titoli di Stato a cinque anni. Franco Verdi li sottoscrive e si ritrova con meno moneta e più titoli.

Il governo invece ottiene moneta, ma contestualmente la spende in favore (per esempio) di Carlo Bianchi.

Quindi in sintesi:

Franco Verdi ha meno moneta e più TdS.

Carlo Bianchi ha più moneta.

Il governo ha TdS al passivo.

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ilponte

La guerra per fermare un declino inesorabile

di Alessandro Volpi

L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.

Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.

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ilblogdim.consolo

Trump attacca il Venezuela. Un gangster a piede libero

di Marco Consolo

  • Nella notte di sabato 3 gennaio, l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha ordinato un attacco militare alla Repubblica bolivariana del Venezuela. I bombardamenti contro le infrastrutture militari e civili sono stati la copertura operativa di ciò che il linguaggio militare imperiale definisce un’“estrazione”. Nella stessa notte, il Presidente costituzionale Nicolas Maduro è stato sequestrato insieme a sua moglie, la deputata Cilia Flores, da truppe speciali statunitensi e portato in gran segreto negli USA dove è iniziato un processo farsa contro entrambi. Mentre scrivo, non c’è ancora un bilancio delle vittime civili e militari dei bombardamenti e delle distruzioni.
  • I bombardamenti e il sequestro del mandatario e della deputata Cilia Flores sono una flagrante violazione della Carta dell’ONU, e fanno carta straccia del diritto internazionale, sostituito dalla “legge della giungla” e la “legge del più forte”. Nessun Paese è al sicuro da questo comportamento da gangster internazionale.
  • Tutto questo non ha mai avuto nulla a che vedere con la difesa della democrazia, dei diritti umani o la lotta al narcotraffico. Si tratta della riconfigurazione della geopolitica imperiale più sfacciata e bellicosa, del dominio geopolitico della regione e del saccheggio coloniale delle risorse naturali. Ne è un esempio lampante la conferenza stampa di Trump, una perla di infamia e cinismo. La maschera è caduta e il re (si fa per dire) è nudo.

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lantidiplomatico

Neuropolitica di un'aggressione: Quando il controllo delle menti prepara quello delle risorse

di Maylyn López

 

Introduzione — 3 gennaio: una soglia oltrepassata

Il 3 gennaio si è verificato un evento senza precedenti nella storia recente delle relazioni internazionali che ha riguardato il Venezuela. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ore successive, il vertice istituzionale del Paese, il presidente della Repubblica bolivariana, è stato sequestrato insieme alla moglie, dopo bombardamenti che hanno prodotto tra gli 80 e i 100 morti (stime attuali). Il tutto all’interno di una più ampia escalation che ha incluso sequestri marittimi, blocchi operativi e misure extraterritoriali.

Ciò che rende questo episodio qualitativamente diverso dal passato non è solo la sua gravità, ma la soglia politica e simbolica che è stata oltrepassata. Quando la coercizione non si limita più alla pressione economica o diplomatica e tocca il cuore della rappresentanza statale, la questione non è più solo negoziale: diventa una questione di sovranità.

Sul piano cognitivo, è anche un test estremo: verificare fino a che punto un evento eccezionale possa essere assorbito, normalizzato e reso accettabile attraverso il linguaggio.

È da qui che l’analisi deve partire.

 

Il linguaggio che decide prima del pensiero

Nel discorso pubblico dominante, il Venezuela non viene raccontato come una realtà complessa, ma come una formula riduttiva: dittatura, regime, narco-Stato, crisi umanitaria.

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volerelaluna

I “finanziamenti ad Hamas”: prove, indizi, preconcetti

di Emilio Sirianni

Dell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Genova ha disposto la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di nove persone con l’accusa di finanziare Hamas (https://volerelaluna.it/controcanto/2026/01/02/la-trasformazione-della-solidarieta-in-terrorismo/), colpiscono le pagine iniziali.

In esse si narrano la costituzione e l’evoluzione della suddetta associazione iniziando addirittura dal 1928, anno di nascita del movimento dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è filiazione e si percorre, molto approssimativamente e discutibilmente, un secolo di storia contemporanea di quella parte di mondo che gli Stati europei hanno plasmato con la forza, in un processo storico efficacemente definito “l’invenzione del Medio Oriente” (espressione che da il titolo a un interessante libro di C. Brad Faught, pubblicato nel 2023 da Neri Pozza). Sono pagine che colpiscono tanto lo storico che il giurista, entrambi consapevoli delle note diversità epistemiche fra verità storica e verità giudiziaria. La prima, “mero” prodotto della libera esplicazione del pensiero umano, libera nei mezzi e nei fini. La seconda, estrinsecazione di un potere coercitivo e, proprio in quanto tale, condizionata da procedure e approdi predeterminati, a tutela dei diritti individuali che dalla sua affermazione sono attinti.

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Schiavi. E mercanti di schiavi

di Paola Caridi

È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?

Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.

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megachip

Stati imperfetti, dominio perfetto: cosa succede quando le alternative sono eliminate

di Lia Haramlik De Feo

Negli anni ’90 la sovranità sulle risorse segnava il confine invalicabile imposto al Sud del mondo. Chávez lo oltrepassò, rendendo visibile un conflitto già esistente. Cuba, Venezuela, Iran mostrano che l’autonomia ha un prezzo altissimo, ma la sua eliminazione produce solo più dominio, meno alternative e un ordine globale più autoritario

Erano gli anni ’90 e insegnavo italiano ai dirigenti di una multinazionale che si dedicava alle estrazioni petrolifere. Chiacchieravamo molto. Arrivò un pezzo grosso dal Venezuela, mi raccontava che il governo era al loro servizio e che nessun tentativo del Venezuela di controllare le proprie risorse petrolifere sarebbe mai stato tollerato, pena un colpo di Stato immediato.

Parlavamo della scoperta dell’acqua calda, certo. Era il copione eterno dell’America latina, eccezione cubana a parte: la linea rossa che nessun governo latinoamericano poteva oltrepassare non era il socialismo, era la semplice sovranità sulle risorse.

Arrivò Hugo Chávez, oltrepassò quella linea rossa e tutto ciò che quel dirigente mi aveva anticipato accadde.

Alla luce di quelle conversazioni, per me in quei giorni era evidente che Chávez non avesse creato alcun conflitto in Venezuela. Si era limitato semplicemente a rendere esplicito l’esistente: la democrazia era limitata, la sovranità energetica era totalmente fittizia, le multinazionali davano per scontata la reazione di fronte a qualsiasi tentativo di rompere il patto implicito durato fino ad allora e Chávez era disposto a pagare il prezzo della rottura.

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tempofertile

3 gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto

di Alessandro Visalli

Userò una formula che non amo, ma che è necessaria qualche volta. Non si può essere tutto, ma capita che il mondo metta di fronte alla necessità di valutare dimensioni di cui non si è specialisti.

Non sono un giurista, ma ciò che è accaduto il 3 gennaio 2026 è un passaggio storico. Si tratta di un cambiamento irreversibile che fa seguito alla recente pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, nella quale è dichiara l’intenzione di affermare il dominio sull’emisfero Occidentale ed espellere i paesi extraemisferici (la Russia e la Cina).

Ciò che ha fatto l’Amministrazione Trump è un atto extragiudiziario sia sul piano dell’esile Diritto Internazionale e delle sue Istituzioni, sia su quello strettamente interno. Un atto senza alcuna base giuridica, pura forza. Si tratta della diretta contestazione della Carta delle Nazioni Unite tale da determinare un terremoto di portata catastrofica, e di lunghissima durata, sui meccanismi messi faticosamente (e non senza forzature) in piedi nel dopoguerra, con l’espresso obiettivo di non rendere più possibile fenomeni come il Nazismo.

Si è trattato di un atto giustificato come espressione di un law enforcement militarizzato, fondato su un superseding indictment (Atto di accusa sostitutivo) non emesso da alcun organismo giuridico preesistente ed avente giurisdizione. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti[1], come ovvio, ha giurisdizione su questi ultimi e non ha portata extraterritoriale di tale portata da poter travolgere l’immunità dei Capi di Stato in carica. Non è la prima volta che accade, ma è sempre stato avanzato dagli Stati Uniti e solo da questi.

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giubberosse

I segni precursori della guerra sono già in atto. L'Iran è il bersaglio di un'intensa lotta politica per definire il futuro post-Trump

di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com

Durante l’incontro del 30 dicembre con Netanyahu e il suo team, il presidente Trump si è impegnato pubblicamente ad attaccare l’Iran: se continua con il suo programma missilistico balistico, “Sì”. E per il suo programma nucleare: “Immediatamente”. “Li faremo fuori di testa“, ha detto Trump.

In contrasto con questa bellicosità, il linguaggio di Trump all’incontro di Mar-a-Lago rifletteva solo calore e lodi smodate per Netanyahu e Israele. Pubblicamente, Netanyahu ha ricevuto il sostegno pubblico di Trump per un attacco all’Iran e per la Fase Due di Gaza, ma dietro le quinte, scrive Anna Barsky (in ebraico), molti dei dettagli sono rimasti indefiniti e controversi.

Il linguaggio inasprito nei confronti dell’Iran non è stato una sorpresa per Teheran. Era prevedibile. Tutti i segnali di ostilità imminenti sono evidenti: la narrazione in crescendo – “centinaia di cellule dormienti di al-Qaeda pronte a scatenare la carneficina; al-Qaeda ha trovato rifugio sicuro in Iran per 25 anni… [permettendo all’Iran] di potenziare la diffusione del fondamentalismo islamico”, afferma un “infiltrato dell’MI5 e dell’MI6”. Al momento giusto, la valuta iraniana crolla vertiginosamente e gli iraniani scendono in piazza.

Cosa si nasconde dietro questa esplosione di militarismo tra Stati Uniti e Israele? Le fanfaronate di Trump sulle “porte dell’Inferno” che si aprono a “chiunque” sono ormai familiari a tutti noi. Ciononostante, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono schierati per un altro round di guerra.

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intelligence for the people

L’emergenza in Cisgiordania mette a nudo le intenzioni di Israele

di Roberto Iannuzzi

Espansione degli insediamenti, offensiva militare, violenze dei coloni, strangolamento economico. E’ evidente l’intento annessionista del governo Netanyahu. Ma l’Occidente tace

Il fragile cessate il fuoco a Gaza, continuamente violato da Israele, invece di ridurre le tensioni nella vicina Cisgiordania ha visto un’accelerazione delle operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto del territorio palestinese occupato.

Dall’inizio della tregua nella Striscia, lo scorso 10 ottobre, le violenze dei coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si sono intensificate.

Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il ministro israeliano della sicurezza interna Itamar Ben-Gvir aveva emesso 220.000 nuove licenze di porto d’armi, in gran parte rilasciate nelle colonie, che ora sono controllate da gruppi armati paragonabili a milizie private.

L’ONU ha registrato il più alto numero di attacchi alla raccolta palestinese delle olive dal 2006. Essi restano solitamente impuniti.

Secondo Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, solo il 6,6% degli attacchi compiuti da civili israeliani contro i palestinesi tra il 2005 e il 2023 sono stati perseguiti dalla magistratura.

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contropiano2

Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?

di Rete dei Comunisti

Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Di questo se ne discuterà a Roma il prossimo 24 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.

C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali.

Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.

Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.

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sinistra

Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci

di Carlo Cattivelli

È questo lo splendido titolo battagliero di una raccolta di saggi pubblicata di recente dall’editore Jaca Book.

Una raccolta che, oltre all'omonimo contributo di Miguel Benasayag, pensatore, psicanalista e attivista argentino di fama internazionale, include i saggi di altri tre autori: Paolo Bartolini, analista a orientamento filosofico e formatore, nonché Matteo Mollisi e Giulia Zaccaro, ricercatori in filosofia e analisti filosofi in formazione.

Un libro prezioso. Soprattutto in questo caotico frangente storico che ci vede schiacciati in una morsa: da una parte, l’evidente crisi sistemica che investe quel neoliberismo che soprattutto a queste latitudini pervade ormai da mezzo secolo ogni ganglio e struttura della nostra vita associata; dall'altra, l’apparente assenza di alternative credibili e strutturate, il crollo delle aspirazioni socialiste e comuniste, nonché, da qualche anno a questa parte, inquietanti prospettive belliche.

In simili condizioni, la tentazione del pessimismo disfattista - giocoforza - è sempre in agguato.

Dunque che fare? Da dove ripartire per costruire un’alternativa degna del nome?

In realtà, sembrano suggerire gli autori, il fondamento di questa alternativa è già qui, da sempre presente, da sempre letteralmente a portata di mano: ed è il nostro stesso corpo.

Posto che per gli autori la mente è ancora, in termini spinoziani, “idea del corpo” (Benasayag utilizza il termine psichesoma), il punto cruciale da comprendere bene è: che cos’è, nella prospettiva adottata dagli autori, “corpo”?

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giubberosse

Alcune riflessioni sull'attacco di droni ucraini che ha preso di mira Putin

di Scott Ritter, scottritter.substack.com

L’analisi di Scott Ritter sulla situazione attuale nel conflitto russo-ucraino

L’attacco soddisfa due dei criteri stabiliti nei “Fondamenti della politica statale della Federazione Russa sulla deterrenza nucleare”, pubblicati il ​​3 dicembre 2024, riguardanti gli atti di aggressione concepiti per essere dissuasi dalle forze di deterrenza nucleare della Russia.

Ciò include “L’aggressione da parte di qualsiasi stato di una coalizione militare (blocco, alleanza) contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati è considerata come un’aggressione da parte di questa coalizione (blocco, alleanza) nel suo complesso“, e “L’aggressione contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati da parte di qualsiasi stato non nucleare con la partecipazione o il supporto di uno stato nucleare è considerata come un loro attacco congiunto“.

L’Ucraina opera come parte di un blocco NATO il cui obiettivo dichiarato è la sconfitta strategica della Russia. L’attacco dell’Ucraina al Presidente russo costituisce “un’azione da parte di un avversario che colpisce elementi di infrastrutture statali o militari di importanza critica della Federazione Russa, la cui disattivazione comprometterebbe le azioni di risposta delle forze nucleari“.

Se l’attacco ucraino avesse avuto successo, la Russia avrebbe attuato una massiccia rappresaglia nucleare contro tutta l’Europa.

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coniarerivolta

Finanziaria 2026: la banalità dell'austerità

di coniarerivolta

A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita e sui divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno.

La manovra si configura come una delle più esigue degli ultimi anni e non si discosta dal segno recessivo di quella precedente, anzi lo accentua. Per il 2026 è previsto un avanzo primario dell’1,3%, un dato che indica come lo Stato sottragga all’economia, attraverso il prelievo fiscale, più risorse di quante ne immetta tramite la spesa pubblica. Si tratta di una scelta che comporterà un’ulteriore compressione della domanda interna e della crescita economica. Le conseguenze appariranno particolarmente significative sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche di austerità abbiano avuto un impatto più marcato nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Anche nei prossimi anni è prevedibile che l’inasprimento della stretta di bilancio colpisca soprattutto il Mezzogiorno, determinando un peggioramento delle condizioni economiche rispetto al resto del Paese e rispetto agli anni passati, con un ulteriore ampliamento dei divari di crescita.

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lafionda

Una critica filosofica della tecnica

Considerazioni a margine di C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna, 2025

di Paolo Piluso

“Nei meandri labirintici dell’ultimo automa, del ‘formicaio elettronico’,
la critica è la pietà del pensiero”.
(Carlo Galli, Tecnica, Il Mulino, 2025, p. 167)

Il 2025 è stato, per molti versi, l’anno della tecnica (e della tecnopolitica).

Basti ricordare due esempi significativi, pur tra loro così diversi.

In primo luogo, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la presenza ingombrante – poi resasi sempre più problematica, sino al congedo dall’Amministrazione – di Elon Musk, ha rappresentato una nuova, significativa, tappa di quel processo di funzionalizzazione dello Stato alle esigenze della “realizzazione tecnica” descritto più di cinquanta anni fa da Ernst Forsthoff nel suo Staat der Industriegesellschaft. Quell’indecifrabile identificazione Stato-tecnica sembra così essersi tradotta, oggi, negli USA di Trump, nell’interdipendenza funzionale, resa evidente dalle dinamiche del nuovo “capitalismo politico”, tra apparati dello Stato (rectius, lo Stato come macro-amministrazione), potere militare e complessi industriali tecnologici, secondo la logica della geo-economia e della “tecnica di Stato”.

Ma, a segnalare l’importanza della “tecnica” per l’anno appena trascorso, si può evocare anche un altro dato: Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori dell’ultima edizione del Premio Nobel per le Scienze Economiche.

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Kiev, Gaza… e la cupola d’Occidente

di Vincenzo Morvillo

Dopo la sedicente “operazione antiterrorismo” portata a termine, in realtà, contro organizzazioni di solidarietà palestinesi in Italia, con l’alibi del finanziamento ad Hamas e su esplicita indicazione israeliana, siamo entrati ufficialmente in una nuova fase delle post-democrazie occidentali.

Non possiamo definirle neanche più “democrature“, prendendo a misura l’esautoramento dei parlamenti nazionali. Somigliano ormai alla realizzazione plastica di una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, con ai vertici della Cupola occidentale istituzioni statuali e attori finanziari capaci di esercitare un racket violento, intimidatorio e corruttore nei confronti di governi, partiti, soggetti e personaggi politici: comprati, minacciati, intimiditi.

E soprattutto le cui Costituzioni diventano carta straccia per direttiva degli organismi sovranazionali. Quella Cupola cui accennavamo poc’anzi formata da banche, fondi di investimento, comitati d’affari, istituzioni finanziarie: Fondo Monetario, Banca Mondiale, Agenzie di Rating, ecc.

Ad ogni modo, a proposito degli arresti in Italia, andrebbe ricordato che Hamas ha vinto le elezioni nel 2006. Non si è più votato, dopo, tra un’offensiva israeliana e l’altra. Ma neanche a Kiev, dove il presidente è scaduto da un anno e mezzo e tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuori legge. Usando i criteri occidentali, insomma, si potrebbe dire che c’è un partito legittimo e democraticamente eletto al governo di Gaza.

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subalternstudies.png

La transizione rivoluzionaria senza capitalismo

la nuova democrazia maoista è superamento di una doppia subalternità

di Ferdinando Dubla

gennaio 1940. Yan’an

Il nodo teorico della concezione di “nuova democrazia” di Mao è la transizione al socialismo. Stretto nella morsa dell’aggressione giapponese alla Cina e al furore anticomunista del suo alleato nazionalista, alleato che finora ha goduto della fiducia immotivata di Stalin e delle ‘spinte unitarie’ dei cominternisti del PCC come Wang Ming, Mao rimane saldo nell’obiettivo strategico: una democrazia di tipo nuovo, un “blocco storico” di classe ma che abbia forza motrice rivoluzionaria nella classe contadina povera; dunque il proletariato urbano diventa alleato ma non ha centralità egemonica nella lotta di classe e quindi perde di importanza la borghesia compradora rispetto alla borghesia latifondista. Non c’è bisogno alcuno di sviluppare nessun capitalismo come forma di dominio borghese, altrimenti si replicherebbe la causa imperialista dello stesso dominio. La ‘doppia subalternità’ del popolo cinese si deve alla struttura semifeudale delle campagne nella forma politica della semicolonia. Anche teoricamente, allora, il leninismo di Mao non è scolastico e meccanicistico, ma creativo marxismo aderente al reale contesto storico-politico nella pratica rivoluzionaria.

Mao prende il nucleo dell’analisi leninista dell’imperialismo ma la rilegge alla luce della realtà semicoloniale e semifeudale della Cina: la rivoluzione diventa principalmente rurale e anti‑imperialista.

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lantidiplomatico

Trump inizia il 2026 con la vecchia guerra aperta asimmetrica

di Alex Marsaglia

Il 2025 degli Stati Uniti si è concluso con la pubblicazione del nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale che ha ridefinito quello che potremmo chiamare un “impero corto”, riprendendo apertamente quella che fu la Dottrina Monroe. Sempre sul finire del 2025 Trump ha chiamato alla sua corte di Mar a Lago i servi del fronte: prima Zelensky e poi Netanyahu per fare la dovuta tirata di orecchie al primo e pianificare l’assalto all’Iran con il secondo.

È stato subito chiaro che non c’era da aspettarsi un totale ritiro dalle aree di influenza storiche, ma un semplice “appalto”. Sin dall’impostazione iniziale del fronte europeo Trump ha parlato di vendere armi, dunque nella sua ottica commerciale la funzione di acquirente resta indispensabile e verrà svolta dall’Unione Europea che avrà comunque ancora un ruolo indispensabile. Sul Pacifico, la strategia trumpiana in funzione anticinese ha portato ad armare pesantemente Taiwan con l’ultimo pacchetto di 11,1 miliardi di dollari di armamenti che ha determinato una delle esercitazioni militari più spettacolari di sempre da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione della Repubblica Popolare che non casualmente si è spinta con obiettivi militari simulati sin nel Golfo del Messico e a Cuba.

E poi è arrivato l’inizio 2026 con l’attacco della speculazione internazionale al Rial iraniano e il solito tentativo di regime change con manifestazioni eterodirette.

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codicerosso

Sabra e Shatila, Bucha, Nord Stream, Novgorod...La scena del crimine che non torna

di Antonio Evangelista

 

Dalla “strage contraffatta” alle zone d’ombra di oggi

«A Beirut furono le mosche a farcelo sapere.»

Così titolò Robert Fisk dopo le stragi di Sabra e Shatila. Le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika, coordinate con i militari israeliani, entrarono nei campi profughi di Beirut Ovest nel tardo pomeriggio del 16 settembre 1982 per vendicare l’assassinio di Gemayel. In poche ore i campi palestinesi divennero un ammasso indistinto di morti, vedove e orfani, immersi in un brulicare continuo di insetti necrofagi, accompagnati dal ronzio macabro e dall’odore dolciastro della morte.

I corpi — abbandonati nei viottoli dei campi per pochi giorni — entrarono rapidamente nel ciclo naturale della decomposizione. Era il segno fisico che una strage c’era stata, e che il tempo aveva già cominciato a fare il suo lavoro, mentre orfani e vedove, soccorritori e giornalisti si aggiravano tra i cadaveri coprendosi bocca e naso per sfuggire ai miasmi trasportati nell’aria da nugoli di mosche. Mosche che “banchettavano” sui corpi, infastidendo i cronisti in cerca di verità.

Così a Beirut — noi volontari del Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania — fummo accolti dall’odore dolciastro dei morti e dalla puzza stracciona dei vivi, con sullo sfondo il rombo dei caterpillar che scavavano la fossa comune.

A Bucha, invece, la scena raccontata dalle immagini solleva domande che vanno oltre il “chi ha fatto cosa” e toccano il come e il quando.

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coku

La brutta piega dell’economia-mondo

di Leo Essen

Secondo Immanuel Wallerstein, gli attori privilegiati dell’economia-mondo sono gli Stati-nazione. Essi costituiscono la base strutturale del cosiddetto equilibrio delle forze, un equilibrio che si è storicamente mantenuto attraverso l’instaurazione di un’egemonia di uno Stato sugli altri. Tale egemonia non è mai stata stabile né definitiva, ma ha conosciuto spostamenti ciclici nel tempo. Ogni fase egemonica è stata suggellata da una guerra mondiale, intesa non come evento isolato, bensì come conflitto di proporzioni sistemiche, caratterizzato da elevata distruttività terrestre, da una durata approssimativa di trent’anni e dal coinvolgimento delle principali potenze militari dell’epoca. In questa prospettiva, possono essere considerate guerre mondiali la guerra dei Trent’anni (1618–1648), le Guerre napoleoniche (1792–1815) e l’insieme dei conflitti del Novecento sviluppatisi tra il 1914 e il 1945, concepibili come un’unica guerra mondiale articolata in più fasi.

L’egemonia, tuttavia, non è stata di natura militare, bensì economica. Essa si è storicamente manifestata attraverso meccanismi di scambio ineguale. Tale scambio prende avvio da differenze effettive di mercato, determinate sia dalla temporanea scarsità di processi produttivi complessi, sia da scarsità artificialmente prodotte mediante l’uso della forza. In questo contesto, le merci circolano tra le diverse aree del sistema-mondo in modo tale che la zona in cui il bene è relativamente meno scarso lo vende a un prezzo che incorpora un costo-input effettivo superiore rispetto a quello di un bene di pari prezzo che si muove nella direzione opposta.

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comedonchisciotte.org

Cronache dal funerale della Costituzione

di Andrea Zhok

Due parole sulla sentenza della Corte Costituzionale 199 depositata qualche giorno fa ed avente per oggetto la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (e di quel paraobbligo che fu il Green Pass: non ti obbligo fisicamente ma ti tolgo lo stipendio se non lo fai).

Come ampiamente previsto e prevedibile la Consulta ha ribadito il proprio stesso lasciapassare, dato con la precedente sentenza del novembre 2022.

La motivazione della sentenza attuale, già ampiamente commentata, fa un’affermazione cruciale: l’obbligo vaccinale sarebbe stato 1) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi, e 2) tale funzione sarebbe stata legittimata dallo stato delle conoscenze del momento (“le evidenze scientifiche disponibili all’epoca”).

Ad 1) Già il primo punto è interessante, perché mette in campo un principio di subordinazione del diritto individuale sulla base di un’istanza di bene collettivo. Questo principio, pur essendo comprensibile, non è affatto ovvio. Non basta appellarsi retoricamente al “bene pubblico” perché questo appello sia sensato. Come la storia esemplifica in una molteplicità di casi ci si può appellare alle ragioni superiori del bene comune per giustificare le peggiori porcate. Un tale principio ha senso, se e quando lo ha, solo in quanto implementa un ragionamento utilitaristico, tale per cui i danni prodotti da una certa coercizione individuale siano più che compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società.

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arianna

Dopo Caracas

di Enrico Tomaselli

Penso sia necessario, ancora una volta, ribadire che è sempre meglio aspettare di conoscere e capire bene gli avvenimenti - soprattutto quando sono di grande impatto anche emotivo - prima di lanciarsi in affermazioni perentorie, che oltretutto rischiano di essere smentite in poco tempo. E quanto avvenuto in Venezuela rientra a pieno titolo in questa casistica. Ci sono cose che abbiamo ancora difficoltà a comprendere appieno, e che quindi devono indurci alla prudenza. Altre cose, invece, possono essere sin d'ora assunte a base di prime analisi e riflessioni.

Una di queste è come gli avvenimenti venezuelani andranno a impattare - collocandosi in un contesto più ampio e articolato - sul resto del mondo.

Un primo risultato, quasi ovvio direi, è che questi eventi produrranno insicurezza, e l'insicurezza induce a rafforzare le difese per fronteggiarla. Possiamo quindi aspettarci che molti paesi, anche non necessariamente nel mirino, comincino a pensare di dotarsi di armi nucleari - l'unica vera garanzia, come dimostra la Corea del Nord. E questo è ovviamente un meccanismo esponenziale, perché se il mio vicino sta per procurarsi un'arma nucleare, anch'io sarò tentato di procurarmela. E quindi, alla fine, la spirale di insicurezza si autoalimenterà, crescendo in maniera preoccupante.

Un altro risultato, non particolarmente felice per gli Stati Uniti, è che il disprezzo e la sfiducia per questo paese e i suoi leader crescerà in maniera esponenziale - prima di tutto in America Latina, ma non solo.

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contropiano2

Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela

di Leonardo Bargigli

Per comprendere gli eventi drammatici dei giorni scorsi, è saggio seguire il giusto invito a ricercare le basi materiali della guerra, applicandolo al caso dell’aggressione statunitense contro il Venezuela. Sebbene sia del tutto ovvio che si tratti di una guerra per il petrolio, non possiamo fare a meno di osservare che sui mercati c’è abbondanza di offerta e che gli USA sono da anni tornati a essere grandi produttori di greggio. Perché il petrolio venezuelano è così importante?

Le caratteristiche del greggio venezuelano (che è pesante) si adattano alla capacità di raffinazione statunitense (senza dimenticarsi che il governo statunitense ha già rubato le raffinerie di proprietà venezuelana presenti sul proprio territorio).

Pur essendo gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, le qualità estratte all’interno dei propri confini sono leggere e quindi sono di preferenza esportate piuttosto che consumate in loco. Questo rende necessario importare greggio pesante che, al momento, proviene principalmente da Canada e Messico.

Quest’ultimo paese ha però recentemente deciso di tagliare le proprie esportazioni, verosimilmente a causa del calo della produzione e della preferenza accordata alla raffinazione interna. Le importazioni canadesi sono aumentate, ma le relazioni con questo Paese sono tese a causa dell’aggressività trumpiana, per cui l’amministrazione statunitense, presumibilmente, preferisce non dipendere unicamente da esse.

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contropiano2

Smontiamo la montatura

di Sergio Cararo

Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.

In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.

Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.

In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a trentasette ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.

Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.

Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.

Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.

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comidad

I controsensi del bullimperialismo

di comidad

Purtroppo Trump non ha potuto motivare il suo bombardamento natalizio in Nigeria con la dottrina Monroe, poiché pare che all’ultimo momento lo abbiano informato che la Nigeria non si trova in America Latina. Pagliacciata per pagliacciata, Trump poteva tirare fuori la dottrina Kipling, cioè quel “fardello dell’uomo bianco” celebrato nella famosa poesia del 1899. Il “messaggio” del bombardamento è abbastanza scontato: gli USA ribadiscono che vanno a colpire chi gli pare col pretesto che gli pare, e il bersaglio di turno non troverà nessun protettore disposto a rischiare per lui. Ciò era ben chiaro già nel novembre scorso, quando il bombardamento americano venne annunciato. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese è stato affidato a un portavoce, il che è di per sé il segnale di un basso profilo; ma la dichiarazione cinese, al di là della rituale esortazione agli USA di non cercare pretesti religiosi per la sua ingerenza su altri paesi, faceva soprattutto capire che Pechino non avrebbe mosso un dito per proteggere la Nigeria, come pure non sta muovendo un dito per difendere il Venezuela; a parte, ovviamente il vendere i soliti droni.

Il bullo agisce in base a uno schema comportamentale teso a dimostrare che tutti gli altri sono delle merde e che nessuno avrà le palle per sfidare il suo racket. Si dice spesso, ed erroneamente, che le guerre hanno motivazioni economiche; la Nigeria, come il Venezuela, ha grandi riserve di petrolio, e gli USA vorrebbero disporne. Ma il petrolio, di per sé, non giustifica i costi e i rischi di una guerra, dato che si può ottenere tutto il petrolio che si vuole con pratiche commerciali; anche i contratti per l’estrazione possono essere ottenuti con normali tecniche di corruzione.

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La pace (quasi impossibile) in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

Pur di difendere il suo negoziato per raggiungere la pace in Ucraina, Donald Trump utilizza da giorni toni morbidi e il linguaggio cauto della diplomazia. Parla di obiettivo quasi raggiunto dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky nella sua residenza a Mar-a-lago anche se deve ammettere che resta lo scoglio non proprio irrilevante delle cessioni territoriali che Kiev deve accettare per fermare l’offensiva russa.

Nelle ultime 72 ore Zelensky non ha fatto molto per favorire il successo del negoziato. Ha ribadito che la presenza di truppe straniere in Ucraina è una parte necessaria delle garanzie di sicurezza che l’Occidente deve offrire all’Ucraina e che per Kiev dovrebbero avere una validità estesa fino a “30, 40 o 50 anni” contro i 15 anni offerti da Trump.

Richiesta che cozza con la posizione russa che ha sempre preteso l’assenza sul territorio ucraino di truppe e armi di paesi aderenti alla NATO per negoziare la pace.

Benché 850 mila maschi ucraini in età d’arruolamento si nascondano per non essere reclutati, 650 mila restino all’estero e almeno 300 mila abbiano disertato solo nel 2025, Zelensky sostiene che la gran parte della popolazione è contraria al ritiro dal Donbass.

“La gente vuole la pace”, ha spiegato in un’intervista a Fox News. “Ho visto un sondaggio che dice che l’87% degli ucraini vogliono la pace ma allo stesso tempo l’85% è contrario al ritiro delle truppe dal Donbass. Tutti vogliono la pace, ma una pace giusta“, ha dichiarato Zelensky.

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contropiano2

Chi definiamo, oggi, terrorista?

di Lavinia Marchetti*

Abu Mohammad al Jolani, per anni nome da taglia dell’FBI, oggi circola come Ahmad al Sharaa, presidente siriano ricevuto alla Casa Bianca con onori da Donald Trump, con sponde diplomatiche che fino a ieri parevano impensabili.

Bello vero? Da terrorista da top 5 dei ricercati a “attendibile” partner del presidente USA. Strana la vita. Strane le definizioni. Il Regno Unito ha appena rimosso Hayat Tahrir al Sham dalle organizzazioni bandite, e Reuters ha raccontato la logica politica esplicita di quel gesto. (leggetelo, è interessante, importante: Il Regno Unito rimuove la designazione di terrorismo per l’HTS siriano, https://www.reuters.com/…/uk-removes-terrorism…/…

Queste metamorfosi rendono visibile un meccanismo che in Europa si preferisce lasciare implicito: l’etichetta “terrorista” vive anche di liste, deroghe, opportunità diplomatiche, scelte di potenza, anzi vive soprattutto di queste. La parola entra nei codici penali, poi scivola nel linguaggio comune, poi torna al diritto come un’ombra che ritiene attuazione, pure penale.

In sede ONU il punto resta incandescente, perché la definizione giuridica condivisa resta oggetto di stallo. Un resoconto dell’Assemblea generale lo dice con chiarezza: «In assenza di una definizione specifica di terrorismo, ha sottolineato la necessità di distinguere tra il terrorismo … e gli atti di resistenza nazionale contro l’occupazione straniera».

La lotta armata, sotto occupazione, è LEGITTIMA. Trovate che esiste una situazione che meglio calza con questa definizione di Israele e Palestina? Io no. Quindi in base a quale diritto si definisce Hamas un’organizzazione terroristica? Mistero! Ci piace? No, Hamas non ci piace. Ma il giudizio non è né etico, né estetico, semmai penale.