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Al di là dei miti invalidanti
di Alberto Giovanni Biuso
Tra le evidenze della fine del XX e di questo primo quarto del XXI secolo ci sono il ritorno esplicito - e rivendicato come faro di civiltà – del colonialismo anglosassone; il corrispondente declino dell’Europa, dominata e dissolta da un’Unione Europea che del colonialismo anglosassone è espressione; la incipiente ma già ben delineata divisione del pianeta in sfere di influenza, divisione che in realtà è sempre stata causa di conflitti distruttivi.
Un’ulteriore evidenza, che delle precedenti è conseguenza e insieme causa, è il declino di un mito politico invalidante: la separazione topologica tra Destra e Sinistra. Una differenziazione nata durante gli Stati Generali che si riunirono a Versailles nel maggio del 1789 e che ormai è arrivata al suo termine. La stanca sopravvivenza di tale schema è favorita da uno dei caratteri di fondo delle società umane: la forza di inerzia, alla quale si aggiunge in questo caso la comodità di una distinzione elementare e il suo ancora massiccio utilizzo da parte della pubblicistica e in generale dei media.
Tentare di andare oltre la «morta gora» (Inferno, VIII, 31) di tale dicotomia è dunque un dovere insieme civile e intellettuale. Tra gli spazi che cercano di oltrepassare tale sterile palude c’è la rivista fiorentina Diorama Letterario. Arrivata al suo XLVI anno, anche il numero più recente (11/12; novembre-dicembre 2025) rappresenta una sintesi delle tematiche privilegiate dalla rivista e delle sue posizioni su una varietà di questioni.
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Iran: il regime-change che viene da lontano
di Davide Malacaria
“Grazie alla vigilanza della popolazione e delle forze dell’ordine, è stata ripristinata la calma”, Così oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Narrativa di parte, ovvio, che stride con i resoconti dei media occidentali che parlano di tanti morti, una conta variabile perché in realtà nessuno sa nulla. Non c’è internet, le uniche fonti a cui si attengono i media sono o i cosiddetti attivisti o le ong finanziate dal Dipartimento di Stato americano, che hanno tutto l’interesse a rendere la drammatica situazione ancora più tragica, così da urgere un intervento.
E se avesse ragione Araghchi? In realtà a dargli ragione è una fonte del tutto inattesa, il Critical Threats Project, un’emanazione dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, due think thank affiliati ai neocon, che da sempre sostengono l’intervento Usa in Iran.
Un’analisi pubblicata dal CTP, infatti, “suggerisce che le proteste in Iran sembrano essersi attenuate dopo giorni di disordini a livello nazionale, con solo sette proteste registrate in sei province martedì, un netto calo rispetto a giovedì scorso, quando sono state documentate 156 manifestazioni in 27 delle 31 province dell’Iran” (Haaretz).
Eppure ieri, come mai dall’inizio delle proteste, i media erano inondati da notizie e reportage sulla repressione brutale del regime, di cifre astronomiche di morti etc. Un film già visto nei precedenti regime-change orchestrati dagli Stati Uniti. Ma perché il picco drammatico di ieri?
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Giovani d’oggi
di Antonio Martone
Ai giovani di questa prima parte di millennio è stata sottratta una dimensione elementare e profonda: la natura e la spensieratezza. È stata loro sottratta la possibilità di vivere negli spazi aperti senza uno schermo tra le mani, di attraversare i loro anni in modo immediato, corporeo, non sorvegliato e registrato. Il loro tempo è già colonizzato. La loro non è più una temporalità dell’esperienza ma un’alienazione da esposizione costante.
Paradossalmente, tutto ciò avviene in nome della protezione. Mai come oggi i minori sono circondati da un apparato così capillare di tutele, protocolli, linee guida, sorveglianze, certificazioni, allarmi morali. Ogni spazio deve essere “sicuro” e ogni parola “inclusiva”, ogni rischio “neutralizzato”. Proteggendo i giovani da tutto, tuttavia, li si priva di tutto. Il politicamente corretto pedagogico e istituzionale funziona come una nuova forma di igiene morale: non apre il mondo ma lo riduce a un ambiente asettico, privo di attriti e di intensità. L’infanzia e la giovinezza hanno rappresentato per secoli il momento dell’eccedenza, dello spreco vitale, dell’esplorazione improduttiva. Oggi, sono state trasformate in fasi della vita amministrate biopoliticamente.
A questa medicalizzazione morale dell’esistenza giovanile corrisponde una trasformazione altrettanto radicale della formazione. Ai giovani viene impartita un’istruzione sempre più funzionale, sempre più direttamente subordinata alle esigenze del sistema.
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Il Destino manifesto
di Ginevra Bompiani
Sto leggendo contemporaneamente il libro di Dee Brown, “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e il libro di Suad Amiry, “Sharon e mia suocera”. Il titolo del primo è emotivo e accorato, quello del secondo è ironico. Ma la materia è simile, sebbene l’una sia il racconto corale della persecuzione e dello sterminio degli Indiani d’America da parte degli Americani, scritto da una terza persona, e il secondo, il diario personale di una scrittrice palestinese della persecuzione dei Palestinesi della Cisgiordania da parte degli Israeliani.
Ma la somiglianza è così stringente che posso passare dall’uno all’altro (come faccio per scostarmi un poco da una materia che mi brucia gli occhi), senza provare alcun sollievo, o il senso di aver cambiato emozione.
Mentre avanzo nelle agili, nervose pagine di Amiry e nei lunghi capitoli di Brown, trovo le stesse parole: ‘coloni’, a cui vengono regalate terre di proprietà dei nativi; ‘soldati’, strumenti di assassinii, villaggi incendiati, popoli affamati… e via dicendo.
Ogni pagina dell’uno e dell’altro rende evidente la solidarietà americana a Israele. Di che cosa dovrebbero scandalizzarsi, loro che hanno fatto coincidere la scoperta dell’America (sebbene non fosse una terra promessa, ma piuttosto equivocata) con il genocidio dei popoli residenti, e, poiché non potevano usare gli Indiani come servitori, li hanno poi sostituiti con schiavi africani? O morto o schiavo – chi impedisce agli Americani di raggiungere e conservare la ricchezza nella loro bella Democrazia?
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Sull'idea di rivoluzione e sulle rivoluzioni (degli altri)
di Andrea Zhok
Zhok smonta l’immaginario occidentale della rivoluzione come avventura creativa: il caos non genera automaticamente ordine. Le rivoluzioni, eventi rari e sanguinosi, hanno senso solo vicino al collasso; altrimenti producono autoritarismo, frustrazione proiettata e illusioni mediatiche persistenti collettive
A quanto pare, ciò che veniva presentato come l’incipiente, incontenibile rivoluzione nella “polveriera iraniana” ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.
In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.
In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la “rivoluzione” come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.
“Rivoluzionario” è diventato nel ‘900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po’ ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.
Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. Si tratta di un’operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c’è alternativa al lasciare – obtorto collo – ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l’apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.
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Iran: gli Usa stanno decidendo come intervenire
di Davide Malacaria
Consiglio di guerra negli Stati Uniti per decidere sull’Iran. Nonostante le minacce di Trump e le sollecitazioni, i media Usa più importanti oggi comunicano che probabilmente si opterà per azioni “limitate, un attacco informatico o un attacco all’apparato di sicurezza interna iraniano”, scartando altre possibilità più drastiche come un nuovo attacco ai siti nucleari o bombardamenti contro basi missilistiche, opzioni che innescherebbero una guerra alla quale l’America, a quanto pare, non si sta preparando.
Lo scrive Larry Johnson sul Ron Paul Institute in un articolo nel quale racconta di un regime-change ormai fallito e che si conclude così: “Quali sono gli indicatori di un possibile attacco da parte degli Stati Uniti all’Iran? Gli Stati Uniti dovrebbero avere almeno una task force di portaerei nella regione, almeno un paio di squadroni di caccia/bombardieri e avrebbero dovuto rafforzare o l’evacuare delle basi militari statunitensi nella regione. Finora non c’è alcun segno di tale attività”.
Peraltro, la sparata di Trump sui dazi al 25% contro i Paesi che commerceranno con l’Iran sembra suggerire che il presidente americano preferisca un’azione limitata: questo tipo di proclami contro la Russia nel corso conflitto ucraino hanno scandito i momenti in cui più ha cercato il dialogo con Mosca. Un modo per coprirsi le spalle, per mostrare ai neocon – che premono perché incenerisca più o meno tutto il mondo – che li sta ascoltando.
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La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista
di Carlo Formenti
I.
In coda a un intervento in cui celebra l'elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma "sporca" le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle "dittature" che si oppongono all'imperialismo Usa.
Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è "truccato", nel senso che, pur mantenendo le procedure formali di un sistema democratico - attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei "grandi elettori", che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l'accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.
Gli è bastata l'elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l'illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell'alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l'ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).
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Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo
di Mario Sommella
C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.
Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine.
Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.
La seconda pallottola: riscrivere la realtà
In questi casi la sequenza è quasi un copione.
Prima fase: si spara.
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Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!)
di Alberto Bradanini
1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.
Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!
Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo.
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Ancora su cuochi e politica
di Giorgio Agamben
È bene riflettere sulla frase, attribuita a Lenin – anche se non sembra che l’abbia mai pronunciata – secondo cui «ogni cuoca può e deve imparare a governare lo stato». Hannah Arendt, commentando il detto pseudoleninista, scrive che nella società senza classi «l’amministrazione della società è diventata così semplice che qualsiasi cuoca ha le qualità per farsene carico». Lucio Magri osservava a ragione anni dopo che la frase di Lenin andrebbe rovesciata nel senso che «lo stato potrà essere diretto da una cuoca solo nella misura in cui non esisteranno più cuoche».
Nel solo passo in cui una cuoca compare nei suoi scritti, Lenin dice in realtà qualcosa di diverso e ben altrimenti articolato. «Non siamo degli utopisti» scrive in un articolo del 1917 «Sappiamo che una cuoca o un manovale qualunque non sono in grado di partecipare subito all'amministrazione dello Stato. In questo siamo d'accordo con i cadetti, con la Breškovskaja, con Ts'ereteli. Ma ci differenziamo da questi cittadini in quanto esigiamo la rottura immediata con il pregiudizio che soli dei funzionari ricchi o provenienti da famiglia ricca possano governare lo Stato, adempiere il lavoro corrente, giornaliero di amministrazione. Noi esigiamo che gli operai e i soldati coscienti facciano il tirocinio nell'amministrazione dello Stato e che questo studio sia iniziato subito o, in altre parole, che si cominci subito a far partecipare tutti i lavoratori, tutti i poveri a tale tirocinio».
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Dopo Vietnam Serbia, dopo Serbia Afghanistan, dopo Afghanistan Iraq, dopo Iraq Palestina, Libia, Siria, Somalia, Venezuela, Iran…
Stai con le proteste in Iran? Stai con Trump e Netanyahu
di Fulvio Grimaldi
“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump)
Da Segretario di Stato Pompeo dichiarò che lo scopo delle feroci sanzioni imposte all’Iran non era di spingere il governo iraniano a cambiare, ma a spingere la popolazione iraniana a cambiare il governo.
Ricordo una mia visita a Teheran a un ambulatorio di medici volontari che provavano ad assistere e salvare la vita a persone, perlopiù giovani, affetti da leucemia e a cui le sanzioni negavano i farmaci. Alla frontiera tra Iran e Afghanistan, dai soldati di Teheran lì stanziati contro le infiltrazioni degli eserciti NATO (compreso il nostro), venni a sapere che, però, qualcosa i sanzionatori non negavano al consumo degli iraniani: era l’eroina che gli occupanti USA dell’Afghanistan cercavano di contrabbandare in Iran (e Russia), dopo averne promosso la coltivazione, a suo tempo proibita dai Taliban. In Europa arrivava alla base USA di Bondsteel, nel “neoliberato” Kosovo, e da lì ripartiva in direzione di giovani generazioni, potenzialmente “ribelli”, da sedare.
Ribadendo il principio alla base di tutte le sanzioni, Pompeo ammetteva che le sanzioni che affamano e uccidono non sono dirette ai governi, bensì al popolo. Questo avrebbe dovuto essere ridotto in un tale stato di miseria e disperazione da affrontare una guerra civile contro il proprio governo, democraticamente eletto, visto come responsabile.
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Informazione o Fumetti?
di Paolo Di Marco
1- Caracas
Non solo Trump ma tutti i giornali parlano del Venezuela come paese conquistato. Il rapimento di Maduro e moglie viene descritto come un atto di presa del potere degli USA.
Solo che in Venezuela la situazione è assai diversa: il governo è in funzione, la popolazione ha dimostrato per le strade contro il blitz, non solo, ma si è messo in moto il percorso progettato da Chavez: militari polizia e popolazione uniti e armati per la difesa. (Nei video si vedono giovani e donne con le armi che sfilano: v. Katie Halper show))
Può darsi che nei prossimi giorni ci sia un intervento americano massiccio (anche se viene negato dallo stesso Trump), ma per ora il potere e il petrolio sono totalmente sotto il controllo dei venezuelani.
Il che stride con quanto tutta l’informazione ci vuol far credere o dare per scontato. Ci propongono in 3D un mondo parallelo costruito come i loro desideri, anche se (almeno per ora) irreale.
2- Kiev
Questo scenario ricorda l’inizio della guerra in Ucraina, dove giornali e televisioni raccontavano una storia che corrispondeva solo in minima parte con quello che succedeva sul terreno (ed è anche grazie a queste differenze plateali che a molti sono venuti i primi dubbi…)
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E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?
di Sandrino Luigi Marra*
E se le motivazioni del sequestro di Maduro fossero anche altre? Ovvero non solo l’interesse per il petrolio e “l’ordine” nel giardino di casa degli USA (secondo la loro visione imperialista) ma anche il pericolo socialista del Chaveziano Maduro? Da qualche giorno è questa l’ipotesi che in contesti di studi geopolitici non allineati, di cui si parla. Questa può apparire una mezza assurdità ma se si analizza dietro la facciata “petrolifera” si comincia a vedere altro, dove la combinazione petrolio e socialismo, con il petrolio che è il denaro del socialismo, declara di fatto il successo stesso del socialismo e ben sappiamo quanto questo agli occhi degli USA appaia pericoloso (vedasi Cuba).
Da diversi giorni a seguito del sequestro del Presidente Maduro vi è stato un crescendo di dimostrazioni di venezuelani emigrati negli USA e in Europa, inneggianti alla “cattura del dittatore” e in occidente ciò che vediamo è questo, questo è quello che i media ci propinano. Non vediamo l’equivalente delle manifestazioni in Venezuela. È anche vero e bisogna anche dare atto alle parole e al pensiero di chi vive ed ha vissuto il chavismo ed il madurismo come una tragedia personale, familiare e sociale ed è anche giuste raccontarle anche se bisognerebbe raccontarle con il vissuto di coloro che si identificano come esiliati. Ma lasciando da parte il “sarebbe” o il “non sarebbe” poiché non è con questo che si fa la storia, è anche giusto raccontare e far parlare le masse che in Venezuela si sono mobilitate a favore del Presidente e non solo a Caracas.
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Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità
di Geraldina Colotti
L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, il 3 gennaio 2026, culminato nel sequestro di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha proiettato la rivoluzione bolivariana al centro della scena mondiale. Un’aggressione che, oltre alla capitale Caracas, ha colpito gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, ha provocato un centinaio di vittime fra militari e civili (fra cui 32 cubani e cubane), e ha distrutto varie infrastrutture e case. Il luogo dove si trovavano Maduro e Flores, il Fuerte Tiuna, un complesso civico-militare simile a un piccolo distretto urbano, che copre un’area di circa 15 chilometri quadrati, ospita infatti anche numerosi edifici di case popolari, del programma Gran Misión Vivienda Venezuela.
Si è trattato di un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, in cui sono state impiegate contemporaneamente 150 aeronavi, che ha scatenato una impressionante potenzia di fuoco e una vera e propria tempesta magnetica, mediante l’impiego di una tecnologia di ultimissima generazione, definita “impressionante” dagli esperti. Una gigantesca operazione di polizia globale che ha infranto tutti i codici del diritto.
Nonostante la situazione eccezionale, il paese non è però in stato d’assedio. Non c’è l’État de siège, non ci sono i carri armati per le strade, non ci sono stati saccheggi e rivolte, la vita produttiva è ripresa a un ritmo quasi normale. Il decreto che ha istituito lo “stato di shock esterno”, dichiarato in base alla Costituzione, è la legalizzazione della resistenza.
Si basa sulla dottrina della Guerra popolare prolungata.
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Un bandito si aggira per il mondo
di Dante Barontini
Scordatevi il mondo in cui avete vissuto. Tutte le “linee rosse” che apparivano insuperabili sono state cancellate in pochissimo tempo. Non da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ma certo a velocità tripla rispetto a prima del suo arrivo.
Il genocidio dei palestinesi durava da più di un anno, ma è apparso davvero intollerabile solo quando il tycoon ha cominciato a sventolare i suoi progetti di “riviera” sulle fosse comuni e quando qualche decina di pacifisti su vecchie barche destinate comunque alla demolizione sono stati indicati da Israele e dai sionisti di complemento come “la flottiglia di Hamas”.
Caduto infine il velo di propaganda “buonista” disteso da sempre sulle politiche imperiali di rapina, la Casa Bianca è apparsa per quel che è: il covo di una gang – con sala da ballo annessa – che prova restare in sella minacciando tutto il mondo e la propria stessa popolazione.
Lasciamo per una volta da parte le doverose analisi sulla crisi strutturale che attanaglia da decenni il modo di produzione capitalista e in particolare l’imperialismo euro-atlantico. Basta infatti mettere in fila le “novità” dell’ultima settimana: l’attacco al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro, gli assalti corsari alle petroliere anche russe, le pretese sulla Groenlandia, il ritiro da ben 66 accordi e organismi internazionali, gli omicidi dell’Ice negli stessi Stati Uniti e la loro difesa totale da parte dell’amministrazione…
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Daddy Donald va alla guerra
di Enrico Tomaselli
Quando l’amministrazione Trump ha iniziato una parabola di sganciamento dal conflitto in Ucraina, a spingerlo non era certo un improvviso amore per la Russia, ma semplicemente il timore che una sconfitta militare della NATO potesse ripercuotersi negativamente sulla reputazione degli Stati Uniti. Il desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, e di appropriarsi delle sue risorse, non era assolutamente venuto meno, ma solo contingentemente accantonato. Quando però sono cominciate a emergere le difficoltà, hanno cominciato a riconsiderare l’ipotesi.
Fondamentalmente, il progetto di disimpegno prevedeva innanzitutto la possibilità di porre fine al conflitto attraverso una trattativa, che vedesse Washington passare elegantemente dal ruolo di principale sponsor di Kiev a quello di mediatore tra le parti, e soprattutto che il negoziato portasse al risultato di sminuire il più possibile il vantaggio russo, e amplificare il ruolo statunitense (e personale di Trump) come risolutori. Questo progetto però si è scontrato con alcuni fattori, tra i quali le resistenze opposte dalla leadership ucraina – spalleggiata da quelle europee – e di parte della stessa amministrazione USA, ma soprattutto dalla fermezza russa. Mosca si è detta più volte aperta al negoziato, ma di fatto non ha mai riconosciuto a Washington un ruolo terzo, considerandola semmai il vero decisore, e al tempo stesso non ha mai ceduto sulle questioni fondamentali. In pratica, ha messo a nudo sia l’incapacità statunitense di comandare effettivamente il proxy ucraino, sia il tentativo di far accettare alla Russia un risultato minore.
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America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
di Raúl Zibechi
In Venezuela non è stato necessario fare una strage. È il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, supportata dai media, per intimidire. Se quel che resta della sinistra non vuole e non sa liberarsi dal ricatto militare potranno farlo i movimenti? Scrive Raúl Zibechi, che conosce quel continente come pochi: “Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico in Venezuela e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi… Oggi sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva… Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi…”
* * * *
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L'impero è nervoso: la Lunga Marcia della dedollarizzazione continua...
di Alex Marsaglia
L’assalto imperialista alla Repubblica Bolivariana del Venezuela con cui Trump ha aperto il 2026 si inserisce all’interno di una strategia ben precisa rivolta a terrorizzare tutti gli Stati dell’emisfero occidentale, al fine di affondare gli artigli economicamente su tutte le risorse di cui la “Grande America” ha bisogno. Se c’è un merito che si può attribuire a Trump è di parlare con una logica realistica, senza ammantare i suoi discorsi di altisonanti ideali e valori da esportare in giro per il mondo.
Agli Stati Uniti servono petrolio, risorse energetiche, terre rare e sicurezza dai concorrenti sino-russi, dunque agiscono direttamente per impadronirsene. Bene, evviva il realismo. Resta una grande incognita che grava su tutto questo: il National Security Strategy è una dichiarazione della proiezione di potenza dell’imperialismo americano decadente che per funzionare ha bisogno di essere accettata dagli altri soggetti del mondo, altrimenti non avverrà alcuna divisione concordata delle aree di influenza, bensì solo una moltiplicazione delle aree di conflitto e delle tensioni in tutto il globo. La Dottrina Monroe venne accettata dall’Europa che si ritirò di buon grado in quanto era quest’ultima a essere la potenza decadente, lasciando spazio alla potenza entrante, cioè gli Stati Uniti d’America.
Oggi è esattamente l’opposto: la dottrina Donroe (come la chiama Trump nei suoi deliri egocentrici) è la dottrina di un impero decadente che vuol mantenere le sue storiche aree di influenza sulle zone che vengono insidiate dal commercio delle potenze in fase ascendente.
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E Trump diventò il pirata dei Caraibi
di Barbara Spinelli
La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.
A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.
Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.
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Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta
di Andrea Zhok
Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l'eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l'unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un'immagine di sé integralmente fantastica e di farne un'arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un'oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d'oro con i maggiorenti del paese.
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Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
di Yadira Márquez*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri…
Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona orientale della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area meridionale dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, viene brutalmente attaccato da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazione in altri punti del paese.
La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.
Nel frattempo, mentre diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni scende atterrita in strada, i media ufficiali rimangono in silenzio.
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"Siamo più soli". Ciao Guido...
di Agata Iacono
Il mondo è più vuoto. Più cupo e buio. E meno ironico e intelligente.
Guido Salerno Aletta ci ha lasciati all’improvviso, e io non riesco a scrivere di lui.
Guido Salerno Aletta era editorialista e saggista per Milano Finanza e Teleborsa, consulente strategico e Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni.
È praticamente impossibile sintetizzare la sua vita e il suo curriculum, perché si sovrappongono alla Storia della Repubblica Italiana — e non solo.
Mi incantavo ad ascoltare i suoi aneddoti che, sempre con eleganza e ironia, dipingevano l’inimmaginabile dietro le quinte della narrativa ufficiale.
Guido, infatti, è stato Consigliere del Senato, poi Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Segretario Generale del Ministero delle Comunicazioni e Capo di Gabinetto del Ministro delle Poste e Comunicazioni.
Conosceva anche molto bene l’America Latina: è stato Vice Presidente di Telecom Argentina, Chief of Operations di Telecom Italia in Argentina, General Manager di Mediterranean Nautilus e, ancora, Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni. Amava Cuba, per la quale era stato consulente governativo.
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Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
di Andrea Zhok*
Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.
Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un’ironia malposta.
Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).
Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l’esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.
A sua volta l’esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai “boots on the ground”).
Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale.
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Ci serve la politica industriale e ci danno il solito nulla
L'ultimo pacco della Commissione Europea
di Coniare Rivolta
Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco a una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.
Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.
Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea, il nuovo pacchetto Automotive che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.
In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”. Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.
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Trump è un Mattarella che non ce l'ha fatta
di comidad
C’è voluto qualche giorno perché il lessico si adeguasse a quanto effettivamente accaduto a Caracas. Nelle prime ore era toccato di udire la parola “cattura” persino da parte di insospettabili voci di opposizione; solo dopo si è passati a termini più appropriati come rapimento o sequestro. Del resto siamo nell’epoca della neolingua; non a caso i colpi di Stato ora vengono chiamati “regime change”.
Acclarato che Maduro e sua moglie sono stati oggetto di un sequestro di persona, bisognerà capire che fine possano fare le accuse di narcotraffico nei loro confronti, dato che la difesa sarebbe fin troppo facile. Nel 1993 la CBS riportò la notizia secondo cui la CIA aveva spedito negli USA tonnellate di cocaina dal Venezuela; ciò nell’ambito di una “operazione antidroga” (sic!). Era stata proprio la CIA a convincere il personale delle unità antidroga venezuelane a partecipare al traffico. Il caso finì complessivamente a tarallucci e vino; ci fu una volata di stracci per cui qualche dirigente della CIA fu costretto a dimettersi per andare a ricoprire posti più remunerati in aziende private, ed anche agenti di polizia venezuelani vennero indagati nel loro paese. Con questi precedenti è molto difficile che Maduro possa subire un processo pubblico, per cui l’amministrazione Trump dovrà inventarsi qualcosa. Questo è probabilmente il motivo per cui viene tenuta in ostaggio anche la moglie di Maduro, in modo da poter costringere il marito a rispettare il copione.
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La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
di Gerardo Lisco
Al netto della violazione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, del mancato rispetto del diritto internazionale e delle inevitabili condanne di ordine morale, è necessario ragionare su ciò che è realmente accaduto a partire dalla crisi finanziaria globale e dalla successiva crisi dei debiti sovrani.
Una precisazione preliminare sul diritto internazionale è funzionale al ragionamento che segue. Il diritto, per essere tale, necessita di istituzioni che lo producano e dispongano del potere necessario a farlo rispettare. Affinché il diritto internazionale possa essere effettivamente vincolante, sarebbe necessaria una sorta di Stato mondiale dotato di potere legislativo e coercitivo. Il cosiddetto diritto internazionale, invece, non possiede queste caratteristiche: esso si fonda sul riconoscimento reciproco tra Stati aderenti a determinati trattati, su consuetudini e su equilibri di forza. In sostanza, il diritto internazionale dipende integralmente dalla volontà degli Stati di rispettarlo e, in caso di violazione, dalla capacità degli altri Stati di imporne l’osservanza. Questa precisazione, pur non esaustiva, è indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi recenti.
La fine della globalizzazione, rispetto alla quale è possibile assumere come riferimento il periodo compreso tra il 2008 e il 2010, ha aperto nuovi scenari, ancora in fase di definizione, nei rapporti tra le potenze militari, economiche e politiche emerse dopo la dissoluzione dell’ordine bipolare.
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Economia globale: dominio o sviluppo?
di Fabio Massimo Parenti* - CGTN
L’economia mondiale è in una fase di crescita più lenta e strutturalmente fragile. L’occidente non è più il motore dell’economia mondiale, ormai da decenni, e la sua capacità di innovare il proprio modello politico-economico sembra essere svanita. È l’esaurimento strutturale di un modello fondato su rendita finanziaria, compressione salariale, consumi a debito e assenza di visione industriale.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita globale continuerà a calare lievemente anche nel 2026. Il dato più rilevante, tuttavia, è la divergenza strutturale tra le economie avanzate, che si attestano attorno all’1,5%, e quelle emergenti, che in media registrano una dinamica superiore al 4%. In una prospettiva di economia politica critica, questo rallentamento non appare come una semplice fase congiunturale: le crisi sistemiche nelle economie tradizionalmente avanzate tendono a essere gestite come strumenti di riequilibrio a favore delle élite economiche e non come occasioni di riforma strutturale.
Gli Stati Uniti non svolgono più una funzione di locomotiva globale. L’elevato livello dei tassi di interesse, il peso del debito pubblico e la crescente politicizzazione delle politiche industriali e commerciali ne limitano la capacità di sostenere una ripresa diffusa. Più nello specifico, le politiche di reshoring selettivo e il ricorso crescente a strumenti restrittivi nel commercio internazionale contribuiscono a frammentare il sistema economico globale, riducendo l’efficienza complessiva degli scambi e degli investimenti.
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Dopo il Venezuela, il “sovranismo” senza anti-americanismo è barbarie
di Alessio Mannino
Sequestrando e arrestando come un comune criminale il capo di uno Stato sovrano, Nicolás Maduro, l’Impero Usa giunge al culmine di un’escalation di cui si stenta a scorgere i limiti futuri. Giustamente si sottolinea che la politica di ingerenza perseguita da decenni dagli Stati Uniti ha mutato solo i modi, meno ipocriti e più brutali. E da un anno a questa parte c’era già chi – compreso chi scrive – rimarcava come il trumpismo corrisponda alla caduta progressiva delle maschere (“esportazione di democrazia”, “peace keeping”, ecc) con cui era ammantata di giustificazioni ideali e legali la pura volontà di sopraffazione, unica reale logica dell’Impero. Ma l’arbitrarietà assoluta e sfacciata non può a sua volta tradursi in alibi per tutti coloro che non siano disposti ad accettare la realpolitik della cricca di Washington. Altrimenti, buttiamo nello scarico l’idea stessa di giustizia, che dall’Aeropago ateniese in poi si fonda sul superamento della bruta forza, e tiriamo lo sciacquone.
Il realismo politico deve certamente improntare l’analisi e la comprensione dei fatti in corso, ma sarebbe somma idiozia farne l’argomento cinico per immaginarsi, come italiani, giocatori di un risiko in cui il nostro ruolo resta quello di vassalli. Uno status di asservimento destinato a peggiorare. L’Italia è presa fra due fuochi: l’alleanza-sudditanza alla Nato e l’unione-gabbia di Bruxelles. E da bravi italiani, i nostri governanti tengono i piedi in due scarpe, servi di due padroni (ché poi, come sottoscriverebbe il cancelliere Merz ex responsabile germanico di BlackRock, da un punto di vista strutturale sono uno solo, pur nelle ovvie divergenze in seno al blocco imperiale).
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La maschera caduta: sequestro imperiale, resistenza materiale
di Pasquale Liguori
Non siamo di fronte a una semplice apatia, ma a un vasto coma vigile. Viviamo immersi in una diffusa umanità lobotomizzata, di "gente che vive senza fiatare" in un sistema che rende sguatteri privi di diritti e guardiani delle proprie catene. Il risultato è un quadro clinico grottesco: sudditi persuasi di essere liberi mentre vengono saturati 24 ore su 24 da una propaganda che inverte la realtà e normalizza l’abuso. Sudditi pronti a dimenticare in un lampo i loro stessi slogan. Quelli che ieri ripetevano come automi "c'è un aggressore e un aggredito", oggi applaudono l'aggressione pura, lo stupro della sovranità altrui, l’atto predatorio elevato a “difesa dell’ordine”, dimostrando che la loro morale è un interruttore manovrato dal padrone.
Dentro questa miseria morale, le testimonianze che arrivano dal tribunale statunitense sono di una potenza devastante e non richiedono interpretazioni. Nicolas Maduro, trascinato di peso in un'aula che non ha giurisdizione se non quella della prepotenza imperiale, ha squarciato il velo dell'ipocrisia occidentale. Di fronte a un giudice che non è altro che un funzionario dell'impero, Maduro non ha cercato difese legali. Ogni difesa “legale” sarebbe un atto di sottomissione simbolica, l’accettazione di un sistema strutturalmente illegittimo. Maduro sceglie un’altra postura: non cerca appigli nell’ordinamento di chi lo sequestra, ma nomina la realtà con la statura della storia: "Sono il presidente costituzionalmente eletto della Repubblica bolivariana del Venezuela, prigioniero di guerra".
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Il crollo dell’ordine occidentale e l’ascesa di un mondo multipolare
di Carlos X Blanco
Il sistema internazionale istituito nel 1945, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è nella sua fase terminale. Questo ordine, dominato dagli Stati Uniti e dalla loro Pax Americana, non ha mai raggiunto un dominio completo a causa del contrappeso esercitato dall’Unione Sovietica e dal blocco comunista. Furono proprio lo sforzo e l’immenso sacrificio sovietico a contenere l’espansione del Terzo Reich e, successivamente, a scoraggiare una potenziale aggressione occidentale che avrebbe potuto portare a un immediato conflitto nucleare. Così, l’URSS non solo liberò l’Europa dal fascismo, ma costituì anche un secondo ordine mondiale che offriva un’alternativa ideologica e geopolitica al progetto americano.
Tuttavia, è fondamentale comprendere che le dinamiche dei blocchi non erano governate esclusivamente dall’ideologia. Nell’analisi geopolitica, le dottrine politiche fungono da fattore aggiuntivo, la cui rilevanza viene attivata o modulata in combinazione con specifici interessi storici, economici e strategici. La nozione di “totalitarismo”, sviluppata da pensatori come Hannah Arendt, servì come strumento concettuale all’Occidente liberale per raggruppare regimi profondamente diversi (nazionalsocialismo, fascismo, bolscevismo) sotto un’unica voce, oscurandone le abissali differenze. La sua reale utilità era più pragmatica: stigmatizzare come “totalitario” qualsiasi sistema politico non liberale, e in particolare uno non allineato con l’egemonia statunitense. Questa etichetta divenne la pietra angolare del discorso della Guerra Fredda, consentendo la creazione di un’immagine speculare del nemico che giustificava l’espansione dell’influenza occidentale.
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Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
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Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
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