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“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società
di Sergio Cararo
E’ stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario.
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
E’ il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. E’ il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
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Gli apprendisti stregoni
di Andrea Zhok
La logica in cui l’Occidente a guida israeloamericana si è infilata è una logica perversa e pericolosissima, una logica dell’escalation distruttiva come unico orizzonte percorribile. Se non emergeranno presto contropoteri interni (agli USA, improbabile nell’entità sionista), a premere per un disimpegno, l’orizzonte che si prepara è quello di una catastrofe. Al bombardamento dell’area del sito nucleare di Natanz, l’Iran ha risposto bombardando l’area del sito nucleare di Dimona in Israele; all’attacco ai depositi di gas dell’isola di Kharg, l’Iran ha risposto attaccando i più grandi depositi strategici e le raffinerie del Golfo; le minacce si succedono alle minacce con prospettive di distruzione che coinvolgono gli impianti di desalinizzazione, la cablatura intercontinentale su cui viaggia gran parte del traffico internet mondiale, e all’orizzonte la possibilità di un attacco decisivo diretto alle rispettive centrali nucleari, con la prospettiva di una creazione di due Chernobyl in una zona da cui proviene la metà delle risorse energetiche del pianeta. Mentre la pura e semplice distruzione di risorse militari e civili nel breve periodo può avere una logica di potere, la compromissione delle risorse energetiche di lungo periodo non ne ha nessuna. La “logica di potere” qui è la distruzione di risorse che alimenta commesse e rafforza la posizione di chi, detenendo grandi capitali da investire, si proporrà per la ricostruzione postbellica.Ma una compromissione a tempo indeterminato della cablatura sottomarina del Golfo Persico (FEA, SEA-ME-WE 4 & 5), così come una duratura compromissione delle risorse energetiche disponibili finirebbe per colpire anche i retroterra più solidi, gettando nella miseria centinaia di milioni di persone e creando aree di conflitto interno ed esterno un po’ ovunque, anche nei paesi aggressori.
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Trump chiede tempo a Xi perché Hormuz può far saltare l’economia USA
Paolo Rossetti intervista Alberto Bradanini
Per lo stretto di Hormuz Trump addirittura bussa alla Cina. Intanto vuole rinviare l’incontro con XI sperando che l’Iran esaurisca i missili. Ma si illude
Trump non sa più cosa fare e prende tempo. Chiede aiuto al Paese (la Cina) che a livello mondiale contende la leadership agli USA per controllare quello stretto di Hormuz che le sue iniziative insieme agli israeliani hanno messo in pericolo e nello stesso tempo domanda a Pechino più tempo prima che si tenga l’incontro previsto dal 31 marzo al 2 aprile con Xi Jinping. Un summit al quale, osserva Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran e Cina, arriverà con il cappello in mano perché gli servono le terre rare. Prima del faccia a faccia, però, Trump vuole risolvere la questione iraniana.
Ma non è detto che ci riesca: per ora pensa a un rinvio di un mese, ma potrebbe servirgli altro tempo. La Cina aspetta, anche perché le sue riserve energetiche sono più consistenti di quelle dell’Occidente, che sarebbe il primo a pagare una crisi economica a livello mondiale.
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La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio
di Chris Hedges*
Gaza è solo l’inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa.
La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.
Ospedali, scuole elementari, università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.
Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.
Lasciateli mangiare la terra.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.
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Perde pezzi il castello dell’autoproclamato imperatore Trump
di Marco Consolo
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui veri protagonisti dell’attacco criminale all’Iran, li ha appena chiariti Joe Kent con le sue dimissioni da direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (Nctc) degli Stati Uniti. Martedì 17 marzo, Kent ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata a Donald Trump. “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non costituiva una minaccia immediata per la nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra sotto pressione di Israele e della sua potente lobby“. “All’inizio di questo mandato, esponenti israeliani di alto livello e figure di primo piano dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha minato totalmente la sua piattaforma America First e alimentato sentimenti pro guerra per spingerci a un conflitto con l’Iran”. “…Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito che ha perso la sua amata moglie Shannon in una guerra fabbricata da Israele, non posso appoggiare l’invio della nuova generazione a combattere e a morire in una guerra che non ha benefici per il popolo americano e non giustifica il sacrificio di vite americane” continua la lettera [i].
Una smentita clamorosa delle bugie belliciste dell’amministrazione Trump e del criminale di guerra Netanyahu.
La risposta stizzita della Casabianca è arrivata prima tramite la sua portavoce, Karoline Leavitt, secondo cui la lettera di dimissioni di Joe Kent, contiene “molte affermazioni false“.
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Mistificazione
di Elisabetta Teghil
Il patriarcato è un processo di sovranità, non c’è peggiore mistificazione che considerare il patriarcato capace di autoregolazione. E’ sempre un rapporto tra chi comanda e chi obbedisce.
Che cos’è il femminismo? Assumere il rapporto patriarcale non come concluso e definito, ma come rapporto di forza che di volta in volta si modifica sulla base della lotta, dei modi della lotta e pertanto delle figure della progettualità.
Più precisamente l’analisi femminista oggi si scontra con il ruolo delle patriarche. Queste nella nostra stagione quando la vita intera è sussunta nel capitale e la valorizzazione dello stesso è prodotta da una società messa al lavoro con una femminilizzazione che caratterizza tutto il rapporto produttivo e lo sfruttamento tipico della società patriarcale, si diffondono sull’intero tessuto sociale. E’ a partire da questo momento che la condizione femminile si trasforma perché non riguarda più solamente la condizione materiale femminile ma anche le dimensioni dei soggetti produttivi socialmente.
Patriarcato e patriarche vivono in simbiosi. I disastri di questo connubio, di questa costituzione materiale, sono sotto gli occhi di tutte. Guerra di poche elette contro la stragrande maggioranza delle donne e degli oppressi tutti.
E questo passare, armi e bagagli, dalla parte del patriarcato corrisponde all’esigenza che lo stesso ha di spezzare le lotte della “classe donne” strumentalizzando la parola femminista. Si è data la stura a una strana situazione, ambigua, perversa, ma prepotente e violenta che consiste da parte del patriarcato nello spostare i limiti, le forme e gli spazi del suo essere e del suo comando.
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Una ipotesi strategica
di Pierluigi Fagan
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran.
Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova egemonia BRICS/Cina) e così via. Ma forse, l’ansia da comprensione e l’emotività cognitiva rende ciechi verso una diversa razionalità. L’apparente mancanza di razionalità di questa guerra, giudizio dato su gli USA e non su Israele i cui obiettivi sono più evidenti e comprensibili e la cortina fumogena di dichiarazioni, smentite, battute e stupidaggini, potrebbero forse esser volute per nascondere la vera strategia e cuocere a fuoco lento le opinioni pubbliche come si fa nella metafora della “rana bollita” o nell’espressione anglofona “buying time”.
Al momento, siamo al 21° giorno di conflitto, la sistematica distruzione dell’Iran continua senza sosta e pare che la macchina bellica americana stia portando truppe addestrate nel teatro di guerra da usare chissà quando e chissà come. Una operazione che anche solo per mere ragioni logistiche richiederà ancora settimane. Può darsi che sia, come alcuni pensano, il sintomo di una impreparazione e confusione sugli obiettivi originari che ha dovuto fare i conti con la resilienza iraniana oppure potrebbe esser stata prevista ab origine in un disegno di “guerra lunga”. Un disegno che si voleva celare all’inizio, forse. Perché?
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Il cuore del dollaro colpito nel golfo
di Pino Arlacchi
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.
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Guerra del Golfo - guerra ucraina: attacchi paralleli alle risorse energetiche
di Davide Malacaria
Israele ha iniziato la guerra alla produzione energetica globale attaccando l’impianto di produzione di gas più importante del mondo, il South Pars, raid al quale ha fatto seguito la reazione iraniana che, come aveva preannunciato quando tale operazione era stata minacciata, ha colpito gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo collegati alle Compagnie petrolifere Usa.
In evidente combinato disposto, Kiev oggi ha attaccato le stazioni di compressione di gas di Gazprom che servono due importanti gasdotti tra Russia e Turchia, il TurkStream e il Blue Stream. Gli attacchi alle risorse petrolifere hanno diversi obiettivi.
Obiettivi ovvi dell’attacco israeliano, oltre a quello di creare criticità a Teheran, è quello di esercitare pressioni perché riaprano Hormuz se non vogliono vedere i propri impianti energetici andare a fuoco.
Inoltre, si tratta di costringere l’Iran a intensificare gli attacchi alle risorse americane nel Golfo così da spingere i Paesi della regione a intrupparsi nella guerra santa contro Teheran. Obiettivo che ne cela un altro meno immediato, quello di indebolire tali Paesi così da poterli inglobare più facilmente nella propria sfera di influenza, come detta la prospettiva di ergersi a unica potenza regionale.
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Ottanta anni di gratitudine e novanta gradi di alibi
di comidad
Il documento finale del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso venerdì 13 è stato oggetto di accuse ingiuste e ingenerose da parte di molti commentatori. In particolare si è rimproverato al documento di non prospettare scelte chiare. In realtà, al di là dei rituali nonsensi della comunicazione ufficiale, il documento delinea una scelta precisa e univoca: l’Italia entra nel conflitto, ma dichiarando di non entrarci, in modo da poter presentare la partecipazione al conflitto stesso come l’effetto inevitabile dell’aggressione russa e iraniana. Insomma, l’importante è che si possa dire: “Maestra, è stato lui a cominciare”.
La testata online “Open” svolge le funzioni di organo ideologico del Quirinale; e infatti ha già cominciato a illustrare i termini della minaccia iraniana alla nostra sicurezza. Il caso in oggetto riguarda gli attacchi con droni contro la base aeronautica italiana di Ali Al Salem in Kuwait. Il sottosegretario Mantovano, l’Ammiraglio Cavo Dragone e il generale Camporini attribuiscono gli attacchi all’Iran, il quale vorrebbe intimidirci in modo da dissuaderci dall’aiutare gli Stati Uniti e Israele. I tre intervistati quindi confermano che esiste da parte nostra l’intenzione di aiutare USA e Israele; e ci si fa anche capire che, lungi dal dissuaderci, questi attacchi rafforzeranno la nostra determinazione bellicistica.
Non sappiamo se i droni che hanno attaccato siano stati effettivamente lanciati dall’Iran oppure siano dei false flag. Sappiamo invece di un risvolto patetico, cioè che il comandante italiano della base è molto triste perché gli hanno distrutto un drone Predator di fabbricazione americana, ma in forza all’aeronautica italiana.
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Né, né, per tenersi il culo al caldo
di Fulvio Grimaldi
In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
“Senza infamia e senza lode”, il contrapasso
Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte. Gente condannata a correre in perpetuo, intellettualmente accecata, dietro a un simbolo roteante, mentre insetti velenosi ne suscitano ferite il cui sangue si mescola a vermi e fango.
Peggio di così non li si poteva immaginare, i né né, quelli che non stanno né con gli uni né con gli altri, come coloro che stanno con gli uni e con gli altri, immergendosi nella pace dei sensi e dello spirito, assicurata dalla cancellazione della dialettica e della logica degli opposti. Quella di Eraclito, il primo e il più grande.
Andiamo sul concreto. Una lucida percezione di cosa sia il neneismo, con l’occasione di contribuire a crearne il neologismo né né, mi capitò quando, inviato di “Liberazione” alla guerra del 1999 contro la Serbia, in un servizio da Belgrado annichilita dalle bombe, deplorai l’atteggiamento dei famigerati “pellegrini di pace” convogliati da preti, dirittoumanisti e benpensanti vari nella Sarajevo bosniaca e antiserba.
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Voterò NO, con grande sofferenza
di Geminello Preterossi
Credere che votando NO si renda omaggio a Falcone e Borsellino è purtroppo tragicamente falso. Nella magistratura, i problemi ci sono. C’erano già allora, quando entrambi furono osteggiati, isolati e infine eliminati, anche con il concorso morale di chi in teoria avrebbe dovuto difenderli. Durante la fallimentare “seconda” Repubblica quei problemi si sono incancreniti, diventando strutturali, un “sistema”. Quello emerso con il caso Palamara (che non era una mela marcia, ma il gestore di un meccanismo che coinvolgeva ampi settori della magistratura, della politica, delle istituzioni). Una vicenda assai rivelativa di una logica e non affrontata adeguatamente, non solo dalla magistratura associata (le “correnti”, ormai ridotte a corporazioni autoreferenziali), ma anche sul piano istituzionale, il CSM in primis. Il grande inganno, però, è che questa “riforma” serva a risolvere tali guasti del sistema. L’uso strumentale, da entrambe le parti, della questione giustizia è evidente. Così come l’uso “congiunturale” (così lo chiamava Rodotà) delle riforme istituzionali (che dovrebbero essere frutto di una meditata riflessione che coinvolga tutto il Parlamento, e non una manovra governativa), Ma, a dire il vero, i primi ad iniziare questo andazzo furono quelli dell’Ulivo, con la nefasta riforma del Titolo V, cui sono seguiti gli altrettanto nefasti tentativi di manomissione costituzionale di Berlusconi e Renzi, stoppati dal popolo sovrano. Per inciso, è un dato significativo e per certi aspetti sorprendente il fatto che una Costituzione largamente disattivata, soprattutto nel suo nucleo fondante, sociale ed economico (artt. 1 e 3 in primis), perché ce lo ha chiesto l’Europa tecnocratica, rappresenti ancora un riferimento simbolico per molti italiani.
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Peter Thiel, l’Antichrist Superstar di cui faremmo volentieri a meno
di Alessio Mannino
Ma Peter Thiel ci è o ci fa? Entrambe le cose. I cicli di lezioni sull’Anticristo che si compiace di tenere per diffondere il suo verbo hanno fatto tappa anche in Italia, riproponendo l’interrogativo se prendere o no sul serio le dissertazioni di questo magnate dell’industria americana, non fra i più ricchi (26 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Musk è arrivato a 839) ma certamente il più intellettualmente dotato. Fin da studente universitario a Standford, mentre si impegnava ad accumulare montagne di quattrini fondando e poi vendendo, assieme all’allora socio Musk, il colosso dei pagamenti digitali PayPal, i suoi interessi sono sempre andati di preferenza alla filosofia. Ha scritto vari libri (dal giovanile The Diversity Mith a The Straussian Moment, fino al più famoso, intitolato Zero to One) e, pur mantenendo un profilo basso, ha sempre inteso il far quattrini come strumento di una visione addirittura escatologica. Riguardante, cioè, il destino del pianeta. O meglio, così vorrebbe far credere lui. Già il nome prescelto per la multinazionale di data analysis che ha fondato, e con cui sta facendo affari d’oro grazie a Trump, è la spia di una marcata sensibilità nell’unire senso del business e vagheggiamenti da sociopatico ricco sfondato: Palantir, infatti, è la palla di cristallo in cui, nel Signore degli Anelli di Tolkien, si vede il futuro, e simboleggia un sogno di dominio assoluto che rimanda a fantasie di onnipotenza da adolescente mal cresciuto. Ma, attenzione, non per questo meno pericoloso, data la posizione raggiunta ai vertici dell’apparato militar-finanziario degli Usa, impero in crisi ma pur sempre impero.
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Se non è la nostra guerra allora è tempo di ritirare i militari italiani dal Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in Iran, ha ribadito ieri il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa.
Al di là della condivisione della “grande preoccupazione” per “i gravi effetti destabilizzanti” che la crisi sta producendo in Medio Oriente e nel Mediterraneo dopo la “nuova guerra” – nata a seguito “dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, il Consiglio sottolinea che “la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale” di fronte alle sfide comuni.
Tra queste, il Consiglio evidenzia “le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”.
Un contesto in cui l’Italia “è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica” e a valutare “le richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa”, nonché “la necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali”.
Il Consiglio definisce “gravi” le azioni di Teheran “per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz” e chiede “a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah” che hanno trascinato il Paese in “un nuovo drammatico conflitto.
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La "trappola dell'Iran" dietro i proclami di vittoria di Trump
di Clara Statello
Forse in un maldestro tentativo di manipolare i prezzi impazziti e incontrollabili del petrolio, il presidente USA Donald Trump ha più volte annunciato l’imminente fine della guerra in Iran, auto-proclamandosi vincitore. In modo analogo il premier israeliano Netanyahu si vanta dei successi militari.
Questo il tenore delle litanie che la coppia dei leader del “Mondo Libero” (tragicomica definizione di Mark Rutte), ci propina da giorni:
“L’Iran sta per arrendersi”,“La guerra sta per finire”,”La guerra è praticamente finita”, “Abbiamo colpito tutti gli obiettivi previsti”, “Siamo avanti con gli obiettivi della campagna militare”, “Abbiamo vinto”, “Abbiamo vinto pochi minuti”.
Ma forse questo l’Iran non lo sa e continua lo stesso a colpire e infliggere danni alla coalizione USA, ai suoi alleati/collaborazionisti e – preventivamente – alle forze occidentali presenti in tutta la regione.
Attacco contro base francese
E così anche questa notte è stato colpito un obiettivo militare occidentale nel Kurdistan iracheno. L’attacco è stato condotto con droni contro una base francese a Mala Qara, nella regione di Erbil, a 40Km dalla città irachena.
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Come Iran e Cina hanno plasmato lo scacchiere della guerra
di Pepe Escobar*
La Cina sta rispondendo ufficialmente su due binari paralleli alla guerra del Cartello Epstein, o israelo-americana, contro l’Iran, tramite un portavoce diplomatico e un portavoce militare.
Traduzione: La Cina vede la guerra sia come un’estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare.
Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono “dipendenti dalla guerra”, con appena 250 anni di storia e solo 16 anni di pace.
Presenta chiaramente gli Stati Uniti come una minaccia globale. E chiaramente, anche come una minaccia morale, a mio avviso.
Il Presidente cinese Xi Jinping è fermamente intenzionato a stabilire un legame duraturo tra marxismo e confucianesimo. Il contributo fondamentale di Confucio al pensiero politico risiede nell’uso preciso del linguaggio. Solo chi parla con metafore precise e con un forte peso morale è in grado di governare una nazione.
Pertanto, la Cina sta elaborando con cura una solida critica morale ed etica alla guerra di scelta americana contro l’Iran, sottolineando come si tratti di un attacco perpetrato da una nazione che ha perso la propria bussola morale.
Il Sud del mondo comprende appieno questo messaggio.
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IRAN: La crisi verticale degli USA non è solo militare. Si apre una opportunità per i popoli europei
di Paolo Ferrero
La guerra in Iran la guerra va male per gli Stati Uniti. Siamo a oltre 2 settimane dall’aggressione non provocata e non giustificata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una aggressione avvenuta a tradimento – mentre erano in corso trattative mediate dall’Oman – con immediati atti di terrorismo: dall’assassinio dell’Ayatollah Khamenei a quello di 175 ragazze e ragazzi in una scuola primaria. Una guerra, quella scatenata dalla coalizione Epstein, sanguinosissima: in 15 giorni di aggressione i civili iraniani assassinati sono tra i 2 e i 3000. Una quantità enorme perché ogni vita è un bene unico e insostituibile ma una quantità enorme anche in termini comparativi: in Ucraina, in 4 anni di guerra abbiamo 15.000 vittime civili, qui 2/3000 in 15 giorni, una enormità. E’ del tutto evidente che le regole di ingaggio che utilizzano l’aviazione israeliana e statunitense sono del tutto al di fuori di qualsiasi rispetto delle regole internazionali e sono in perfetta continuità con quanto è avvenuto a Gaza e con quanto sta avvenendo nel Sud del Libano: una guerra contro la popolazione inerme, fatta per creare terrore e per distruggere la società, una guerra barbara alla massima potenza.
In questo contesto, in cui la richiesta del cessate il fuoco e della fine dell’aggressione è l’unica richiesta sensata, cercherò qui di seguito di trarre un primo bilancio su questi 15 giorni di guerra e sui loro effetti.
E’ troppo presto per dire chi ha vinto la guerra ma certo è chiaro che gli aggressori, Usa e Israele, non hanno conseguito nessuno dei vari obiettivi strategici che avevano enunciato mentre l’Iran non ha per nulla perso la capacità di reagire all’aggressione, anzi, sul piano militare ha segnato numerosi punti a suo favore.
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Una voce
rubrica di Giorgio Agamben
La politica nel tempo dell’impossibilità della politica
Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.
La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili. In questo – in quanto ci permette di abitare l’inabitabile e impolitica città – la vita filosofica mostra di essere l’unica politica possibile nel tempo dell’impossibilità della politica.
18 febbraio 2026
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Come l’Italia si ritrova sempre in guerra… a sua insaputa
di Sergio Cararo
Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere.
Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.
Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).
Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.
Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.
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Cambio di regime? Si ma negli Usa...
di Pino Arlacchi
Tutto già visto. Fin dalle sue prime battute, l’attacco all’Iran si è avviato lungo la strada prevista dalla maggioranza degli osservatori più onesti.
Abbiamo davanti agli occhi l’ennesimo fiasco militare e politico della potenza americana, la liquidazione quasi definitiva della propria egemonia, nonché la conferma dell’incapacità degli Stati Uniti di imparare dalle lezioni della storia. Dal Vietnam in poi, Washington ha perso tutte le guerre che ha fatto ignorando il verdetto consegnato da ciascuna di esse. Verdetto sempre uguale: è ora di tirare i remi in barca, l’impero è al tramonto, superato dagli eventi della storia profonda, quelli ineluttabili, che non si possono ribaltare con strategie di contrasto frontale. E che è saggio affrontare con misura e dignità.
Uhm, facile a dirsi. Lo vedete voi il leader di una potenza europea che assimila la lezione di una sconfitta bellica campale e disegna un futuro radicalmente diverso per il suo paese?
Lo avete mai visto? La risposta è si. Perché fu proprio questo il caso della Svezia, una potenza tra le più aggressive nel XVI e XVII secolo. Nonostante la sua modesta popolazione, il Regno di Svezia era dotato di un esercito possente, superiore numericamente a quello britannico, austriaco e prussiano. Ebbene, la Svezia perse il suo dominio dell’area baltica nel 1709, dopo la sua sconfitta a opera della Russia nella battaglia di Poltava. L’artefice di un nuovo corso storico del paese, basato sul ritiro dalla guerra e sulla scelta della pace come asse della sua politica internazionale, fu il re Carlo XI.
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Guerra all’Iran. Un’affermazione pericolosa… e rassicurante
di Alon Mizrahi*
Stiamo assistendo a un momento storico. L’Iran, con grande stupore di tutti, sta infliggendo danni così gravi, completi e decisivi alle basi americane che il mondo non è preparato a vederli.
In soli quattro giorni, l’Iran è riuscito a espandere il suo dominio militare nella regione. L’Iran ha distrutto le basi militari, i beni e le attrezzature più preziosi e costosi al mondo. Le basi americane negli stati del Golfo sono tra le più grandi installazioni militari al mondo, beni la cui costruzione ha richiesto migliaia di miliardi di dollari nel corso di decenni. Stiamo parlando di una parte significativa di oltre trent’anni di spese militari sprecate.
Stiamo assistendo alla distruzione di radar del valore di centinaia di milioni di dollari ciascuno in un istante. Stiamo assistendo all’abbandono, all’incendio e alla distruzione di intere basi militari. E vi assicuro, in base alle mie informazioni, che gli Stati Uniti non hanno mai subito una simile devastazione nella loro storia, con la possibile eccezione di Pearl Harbor, ma quello fu un singolo attacco.
Nessun nemico in una guerra convenzionale ha mai inflitto all’esercito americano ciò che stanno facendo gli iraniani ora. È incredibile. La situazione militare è così disastrosa che la censura sta praticamente bloccando tutte le nuove informazioni su questa guerra. Se ci avete fatto caso, riceviamo sempre meno informazioni e la situazione peggiora ogni giorno.
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Il vero padrone dell'Impero: Peter Thiel e la lunga marcia del suprematismo digitale
di Turi Comito
Il potere cambia volto e linguaggio: non più partiti e ideologie, ma algoritmi, dati e sistemi opachi. Nell’ombra avanza una nuova élite tecnologica decisa a governare società, comportamenti e destino collettivo
Sta arrivando a Roma (forse è già lì) il suprematista padre padrone di Palantir, la società di controllo sociale che si occupa, attraverso analisi di Big Data, di “predire” statisticamente il comportamento di individui, gruppi e comunità e quindi di controllarli. Pare che debba fare una conferenza “riservata”. Riservata a chi non ho capito ma è facile immaginarlo: ad altri facoltosi e influenti suprematisti come lui convinti che solo la tecnologia, controllata da élite coese ideologicamente, può arginare il famigerato “declino” dell’Occidente. Di Thiel, e degli altri tycoon della “PayPal Mafia”, ho già molte volte parlato in questa pagina. Insisto anche oggi per un motivo semplice. Thiel non è solo un ricco magnate come Gates, Bezos e ultramiliardari del genere. È un ideologo che maneggia alcuni concetti filosofici con una certa dimestichezza. È uno che non agisce solo in termini di profitto realizzabile. Agisce secondo la logica della conquista del potere politico per disegnare una nuova società occidentale basata su una idea di controllo totale e totalitario delle masse affidato a piccoli gruppi in grado di comprendere le sfide che altre potenze e superpotenze (la Cina innanzitutto ma non solo) mettono in campo e di contrastarle per mantenere egemonia e dominio. È qualcosa di molto più complesso e articolato rispetto a un programma politico.
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Jürgen Habermas filosofo o intellettuale?
di Salvatore Bravo
La morte di J. Habermas ha trovato spazio nei media quasi quanto la guerra in Iran. Il “filosofo” è celebrato nel mainstream per le sue virtù liberali e per il suo sostegno appassionato all’Unione europea. La santificazione mediatica è sospetta quanto la demonizzazione, e questo lo abbiamo ampiamente imparato in questi decenni di mefistofelica manipolazione di dati e fatti. La pubblica opinione è spesso il riflesso delle costruzioni ideologiche dei “fedelissimi alle plutocrazie transnazionali” e i giornalisti hanno il “potere” su commissione di celebrare o demonizzare e in tal modo il semplicismo regressivo domina e si afferma prepotentemente. Unione europea e oligarchie globalizzate sono un corpo unico, esse sono il sinolo della Totalità falsa come avrebbe detto Adorno. J. Habermas è stato dunque il seppellitore della Scuola di Francoforte, in quanto è diventato il portavoce della sinistra liberale e ha rimosso l’esperienza francofortese con la sua esperienza più critica che progettuale. Tra coloro che nella loro lucidità filosofica espressero giudizi chiari e argomentati sull’operare intellettuale di J. Habermas vi è stato Costanzo Preve. Da filosofo, e lo fu, egli definì J. Habermas un “intellettuale organico al capitalismo e non certo un filosofo”. J. Habermas aveva rinunciato all’indagine sulla totalità della realtà storica per trasformarsi in un intellettuale. Il filosofo indaga la totalità e interroga il sistema sociale in modo olistico, mentre l’intellettuale persegue la segmentazione del sapere e si rende funzionale al potere economico divenendo parte integrante delle istituzioni in cui la totalità non è mai oggetto di indagine e di critica.
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La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico
di coniarerivolta
E ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale.
È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.
Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.
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La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio
di Chris Hedges*
Gaza è solo l'inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa
La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.
Ospedali, scuole elementari, università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.
Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.
Lasciateli mangiare la terra.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un'altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.
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Gli Stati Uniti potrebbero perdere il Golfo
di Marc Lynch*
I bombardamenti iraniani sui vicini del Golfo li hanno inesorabilmente trascinati in una guerra che speravano disperatamente di evitare. Il potenziale ingresso degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e dell’Arabia Saudita in una guerra diretta al fianco di Israele e Stati Uniti rappresenta la prima manifestazione su vasta scala delle ambizioni americane per l’ordine mediorientale che ha supervisionato per decenni. Washington ha sempre sognato una cooperazione arabo-israeliana contro l’Iran senza risolvere la questione palestinese. Eccolo.
Sarebbe una non piccola ironia se il Medio Oriente americano raggiungesse la sua apoteosi proprio mentre l’intera regione sprofonda nell’abisso. Ma quel giorno potrebbe arrivare. Gli stati del Golfo non possono più credere che gli Stati Uniti possano o vogliano proteggerli da minacce esistenziali. E anche se sono costretti a cooperare apertamente con Israele nella sua guerra, lo considereranno sempre più una minaccia piuttosto che un potenziale alleato.
L’attacco dell’Iran agli stati del Golfo di fronte all’attacco USA-Israele ha infranto il riavvicinamento regionale duramente conquistato negli ultimi tre anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano da tempo allineati con Israele sulla necessità di una strategia di confronto con dell’Iran.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, all’inizio del suo regno de facto, si era scagliato contro la Repubblica Islamica e aveva manifestato la sua disponibilità all’azione militare.
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Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?
di Manolo Morlacchi
I colloqui in corso tra Cuba e USA non giungono inaspettati. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio l’isola è giunta a una fase così grave da prefigurare un crollo complessivo del sistema con conseguenze molto pericolose per gli stessi che lo stanno provocando, gli Stati Uniti.
La destabilizzazione totale di Cuba potrebbe provocare una destabilizzazione complessiva dell’area, con – ad esempio – una migrazione di massa che gli USA non sarebbero in grado di gestire. Un accordo che preveda la salvaguardia del governo cubano in cambio di riforme ancora più radicali dal punto di vista economico e la ripresa nella consegna del petrolio, rappresenta per gli USA uno scenario preferibile al caos o alla guerriglia (soprattutto in una fase dove il paese è già esposto su più fronti). Tutto ciò ha subito un accelerazione a causa degli eventi venezuelani. Cuba ha potuto contare per decenni sul petrolio venezuelano che – da Chavez in poi – ha raggiunto l’isola a condizioni di estremo vantaggio per i cubani e rendendo meno duro l’impatto delle sanzioni USA.
Il blocco pressoché completo nella fornitura del petrolio venezuelano da dicembre 2025 e il radicale cambio di politica energetica e diplomatica di Caracas ha definitivamente messo in ginocchio l’isola. L’esito sembra scontato e ancora una volta conferma una legge della rivoluzione: se combatti puoi vincere o puoi perdere; se non combatti hai già perso. La decisione del governo venezuelano di stendere i tappeti rossi agli emissari della Shell o dell’amministrazione Trump, il reciproco scambio di convenevoli e ringraziamenti – come detto più volte nelle scorse settimane – non può non avere impatti drammatici sull’intero asse della resistenza antimperialista.
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Dalla piazza di Roma. Una nota dolente
di Algamica*
La mobilitazione di sabato 14 marzo a Roma, dove sono confluite alcune sigle dell’estremismo di sinistra in piazza, contro il governo Meloni e le misure repressive varate, il No al referendum e un No alla guerra, è stata segnata da un episodio di una certa gravità nei confronti di una delegazione di iraniani presenti in piazza con le loro bandiere e i loro cartelli contro l’attacco che il loro paese sta subendo in questo periodo da tutte le forze occidentali, in modo particolare da USA e Israele.
Si è notata una precisa direttiva, da parte di tutte le componenti, politiche e sindacali, di marginalizzare la presenza della delegazione iraniana costringendola alla coda del corteo. O altrimenti detto: umiliandola.
La qual cosa non ha segnato certamente un bel messaggio nei confronti di un popolo e di una nazione aggredita violentemente dall’imperialismo.
Vorremmo soltanto far notare – visto che molti organizzatori del corteo fanno ancora riferimento ideologico agli anni ’70 – che in quegli anni in occasione delle manifestazioni veniva offerta la testa del corteo al settore sociale più colpito del momento.
Dunque una fabbrica attaccata dalla ristrutturazione, un gruppo di operai licenziati, quando non la difesa di arrestati e così via.
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Jurgen Habermas
di Fabrizio Marchi
Ieri è scomparso Jurgen Habermas, più o meno unanimemente considerato l’ultimo dei grandi filosofi viventi.
La premessa, per quanto mi riguarda, è che quando parlo di questi grandi uomini che, a torto o a ragione, hanno fatto la storia del pensiero (o si ritiene che l’abbiano fatta), lo faccio con la stessa umiltà con cui un giocatore di calcio amatoriale, come il sottoscritto, parla di questo o quel giocatore di serie A. Spesso in queste discussioni o chiacchierate (molto divertenti, devo dire) fra amici e appassionati di calcio si bocciano drasticamente molti giocatori, in genere quelli meno dotati tecnicamente, i “terzinacci”, i mediani di spinta, gli “sportellari”, quelli che “la natura non ha dotato” (come recita la bellissima canzone di Ligabue, “Una vita da mediano”). In realtà poi, quando in età adulta ti capita di giocarci insieme come a me è capitato (perché anche loro per divertimento continuano a giocare anche in età avanzata), ti rendi conto che fra te e loro c’è la stessa differenza che c’è, metaforicamente parlando, tra una mosca e un elefante, quando ci giochi non ti fanno neanche vedere la palla e anche quello che quando giocava in serie A o in serie B ne parlavi al bar sotto casa come di uno “scarpone” rispetto a te è un gigante e ha un tasso tecnico che tu non sai neanche cosa sia.
Fatta questa doverosa premessa, torno rapidamente ad Habermas. La mia opinione – da umilissimo manovale della filosofia – è che fosse un filosofo innocuo, come altri, sia chiaro, non era certo il solo. E dal mio punto di vista, quando dici che un filosofo è innocuo, lo hai ammazzato.
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Un indecoroso spettacolo dell’ignavia ovvero il funerale della sovranità, al Quirinale
di Marco Nesci
Leggete e inorridite. Quello che è emerso dall’ultimo Consiglio Supremo di Difesa non è un documento politico, ma un certificato di sottomissione coloniale firmato dai vertici della Repubblica italiana. Sotto i soffitti affrescati del Quirinale, tra velluti e protocolli, si è consumata l’ennesima recita a soggetto di una classe dirigente che ha smarrito ogni briciolo di dignità nazionale, preferendo il ruolo di zerbino della geopolitica atlantista alla tutela della verità, del diritto internazionale e dei propri cittadini.
La semantica del servilismo: Aggressioni e “Azioni”
Il comunicato è un capolavoro di ipocrisia linguistica. Quando si parla della Russia, il linguaggio si fa netto: “irresponsabile aggressione”. Ma quando i missili portano il marchio di fabbrica di Washington o Tel Aviv e colpiscono l’Iran, la mano dei redattori trema, la voce si fa fioca. L’attacco frontale contro uno Stato sovrano viene derubricato a mera “azione militare” in un tripudio di cialtroneria. Questa asimmetria terminologica non è un dettaglio burocratico; è la prova provata di una parzialità che acceca e irrita l’intelligenza altrui. Si condanna l’Iran per il rischio di armi nucleari – un’accusa che persino l’Agenzia Internazionale per l’atomica, ha ripetutamente smontato come infondata – mentre si tace colpevolmente sul fatto che l’unica vera minaccia nucleare (e non dichiarata) nella regione risieda proprio in chi quella “azione” – aggressione l’ha scatenata.
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