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contropiano2

9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina

di Fulvio Scaglione*

Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.

Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.

 

Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale

Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).

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lantidiplomatico

Addio SWIFT, Addio Egemonia: Il Piano Sino-Iraniano per il Nuovo Mondo

di Pepe Escobar – Sputnik

Qualche giorno fa, il signor Araghchi si è recato in Russia. All'inizio di questa settimana, il signor Araghchi si è recato in Cina.

Questi due viaggi riflettono in tutta la loro imponenza la forza del nuovo triangolo Russia-Iran-Cina, che è emerso come motore dell'integrazione eurasiatica e della multipolarità.

Alcune delle osservazioni del ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai media iraniani sono state piuttosto affascinanti. Ad esempio:

"I nostri amici cinesi credono che l'Iran dopo la guerra sia diverso dall'Iran prima della guerra. La sua posizione internazionale è migliorata e ha dimostrato le sue capacità e la sua potenza. Pertanto, si avvicina una nuova era di cooperazione tra l'Iran e altri Paesi."

Questo significa, in sostanza, che Pechino ora riconosce – e sostiene – Teheran come una delle principali potenze mondiali.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, da parte sua, ha fornito la definizione definitiva della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l'Iran: "illegittima".

Questo significa, in sostanza, che tutto ciò che riguarda questa guerra di scelta, dalle cause alle innumerevoli conseguenze, è impantanato in una palude di illegalità.

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quodlibet

Una voce

Rubrica di Giorgio Agamben

 

Quem Deus vult perdere dementat

È bene riflettere a un fatto che è talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi. Non si tratta di dare in questo modo una forma estrema a un giudizio politico: che Trump – come certamente Biden prima di lui – debba essere considerato demente nel senso patologico del termine è un’evidenza ormai condivisa da molti psichiatri e che chiunque osservi il suo modo di esprimersi non può non condividere. Va da sé che ciò che qui ci interessa non è il caso clinico degli individui di nome Trump e Biden; piuttosto la domanda che non possiamo non porci è: qual è il significato storico del fatto che un paese come gli Stati Uniti –che è in qualche modo alla guida di tutto l’Occidente – sia retto da un malato di mente? Quale radicale declino spirituale e morale prima ancora che politico può aver condotto a una simile estrema conseguenza? Che il destino dell’Occidente fosse segnato dal nichilismo è qualcosa che già Nietzsche aveva diagnosticato più di un secolo fa insieme alla morte di Dio: ma che il nichilismo dovesse prendere la forma della demenza non era scontato. È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia [30 marzo 2026].

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ilpungolorosso

Israele progetta decenni di guerre…

di Il Pungolo Rosso

Mentre nel vorticoso susseguirsi di giravolte comunicative provenienti dalla Casa Bianca non è dato sapere – a noi comuni mortali – se ci sarà o no un qualche accordo provvisorio tra Teheran e Washington, le notizie che arrivano da Israele non lasciano dubbi di sorta: lo stato sionista si prepara ad altri anni, se non decenni, di guerre, contro il popolo palestinese, l’Iran, il Libano, e non solo – esplicitamente, su giornali e tv, si parla della Turchia come del prossimo bersaglio da colpire, ma le folli ambizioni di questo esecutivo di terroristi macellai vanno perfino al di là del Medio Oriente (o Asia occidentale che dir si voglia).

Nei giorni scorsi, infatti, il governo Netanyahu ha deciso di raddoppiare il numero dei caccia F-351 Adir ed F-15IA a propria disposizione. Le imprese fornitrici sono, rispettivamente, la Lockheed Martin e la Boeing. Le due nuove squadriglie di bombardieri per un totale di 50 aerei sono necessarie, dicono, “per garantire la superiorità delle Forze Aeree israeliane nei prossimi decenni”. L’obiettivo è arrivare a disporre di 100 caccia F-35I e 50 caccia F-15IA. Secondo Tel Aviv, questi acquisti sono “il primo passo nel piano di rafforzamento delle Forze Armate israeliane per il prossimo decennio, con un budget totale di 118 miliardi di dollari” – pari al 20% del pil annuale del paese – un gigantesco programma di potenziamento del suo apparato di distruzione e sterminio.

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comidad

Era evidente dall'inizio che Trump fosse un neocon

di comidad

Contrariamente a quanto ci si poteva attendere, non vi è stato un eccessivo interesse da parte degli analisti e dell’opinione pubblica per stabilire se l’ultimo presunto attentato a Trump fosse autentico, o una pagliacciata, oppure un’autentica pagliacciata. La domanda più frequente infatti non è stata il classico “cui prodest?”, bensì l’ancor più classico “a chi importa?”. Insomma, la questione della sorte di Trump non appassiona quasi nessuno; semmai sorgono questioni lessicali di non poco conto. In base ai precedenti determinati dalla stessa amministrazione Trump, bisognerebbe capire come catalogare l’eventuale tentativo di eliminare l’attuale presidente. Come attentato, oppure come “attacco di decapitazione”?

Nessun organo internazionale ha pronunciato una formale condanna del sequestro di Maduro e dell’assassinio di Khamenei, e gli USA sono un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; quindi, dati i precedenti, eliminare capi di Stato o di governo non può più essere considerato un atto illegale o terroristico, bensì una normale prassi politica.

D’altra parte ci si potrebbe chiedere se il termine “decapitazione” si possa applicare all’eventuale eliminazione di Trump. Il dubbio è lecito, e non solo perché Trump appare fuori di testa, ma soprattutto a causa della crescente evidenza che Trump non è il “capo”. Gran parte della narrativa mediatica dell’ultimo anno ha presentato come una sorpresa il fatto che Trump parli e agisca come un neoconservatore, e che i neoconservatori come Lindsey Graham siano determinanti nel dettargli le scadenze. In realtà la dipendenza della comunicazione di Trump dagli schemi neocon, era già evidente dall’inizio, come dimostrano anche gli articoli del 2017 dell’economista Thomas Palley.

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piccolenote

Hormuz. Trump fa marcia indietro. Intesa imminente con l'Iran?

di Davide Malacaria

Se il Project Freedom avesse proseguito il suo corso gli incidenti di percorso si sarebbero moltiplicati fino a non poter più essere ignorati. Così ieri la fazione più moderata dell'amministrazione Trump (capofila J.D. Vance) ha convinto il presidente a soprassedere; o più probabilmente è stato lo stesso Trump a prendere l'iniziativa

Trump mette in pausa il Project Freedom dopo sole 48 ore dal varo. Svapora l’idea di riaprire al transito commerciale lo Stretto di Hormuz grazie alla vigilanza armata degli Stati Uniti. Il mondo tira un sospiro di sollievo come dimostra il calo subitaneo del prezzo del petrolio. Una vittoria di Teheran narrano, ovviamente, i suoi sostenitori. Vero, ma è anche altro e più di prospettiva.

Per capire quanto accaduto bisogna tenere presente a cosa serviva tale iniziativa e soprattutto che l’amministrazione Trump non è un monolite, anzi. Sul Project Freedom ricordiamo quanto avevamo scritto, cioè che l’iniziativa aveva tutte le potenzialità di un escamotage per ricominciare la guerra.

Infatti, era ovvio che gli iraniani non avrebbero mai permesso la riapertura dello Stretto di Hormuz in assenza di un accordo con Washngton e con il blocco statunitense ancora in atto. Infatti, gli avvertimenti di Teheran a evitare la forzatura sono subito risuonati forti e chiari.

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altrenotizie

USA-Iran, il fantasma della pace

di Mario Lombardo

Il fallimento precoce della cosiddetta operazione “Progetto Libertà” lanciata da Trump ha fatto subito pensare all’ennesimo artificio improvvisato dalla Casa Bianca per tenere buoni i mercati e prendere tempo nell’attesa di un possibile abbandono della linea dura sul fronte diplomatico da parte dell’Iran. Il presidente americano ha infatti annunciato mercoledì la sospensione di quella che avrebbe dovuto essere una scorta militare, garantita dalle forze navali a stelle e strisce, per le imbarcazioni bloccate nelle acque al di là dello stretto di Hormuz. Per quello che può valere, il post di Trump con cui ha deliberato il nuovo passo indietro di questa guerra ha anche citato presunti “grandi progressi” verso un accordo con Teheran. Poche o nessuna indicazione fanno tuttavia credere a una soluzione diplomatica vicina e, anzi, dopo gli ultimi sviluppi, incluse le esplosioni registrate negli Emirati Arabi Uniti, molti osservatori hanno in questi giorni ipotizzato un’imminente ripresa delle operazioni militari israelo-americane contro la Repubblica Islamica.

Era apparso subito chiaro che l’iniziativa sbandierata da Trump non aveva convinto per nulla operatori e compagnie di trasporto marittimo. Niente è infatti cambiato nelle acque presidiate dalle forze iraniane, le quali continuano a mantenere le capacità di prendere di mira i mezzi che cerchino di attraversare Hormuz senza coordinarsi con Teheran. Se la Casa Bianca ha dovuto così abbandonare l’operazione “Progetto Libertà” per evitare ulteriori umiliazioni, il principale strumento di pressione esercitato dopo l’entrata in vigore della tregua l’8 aprile scorso, ovvero il blocco dei porti iraniani, viene per il momento mantenuto.

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Postdemocrazia? Solo un'autocrazia con lo smoking

di Martino Dettori

Il sistema postdemocratico non è meno autoritario dell’autocrazia. E’ semplicemente più ipocrita, perché infarcito di retorica democratica...

Secondo la definizione che trovate nei vocabolari, le “autocrazie” sono sistemi politici governati da un gruppo ristretto di soggetti che non hanno alcuna responsabilità politica nei confronti dei popoli sottostanti. Come tali, le si contrappone alle democrazie, dove invece il sistema politico è basato sulla sovranità popolare.

Secondo questa dicotomia, nel variegato gruppo dei paesi occidentali abbiamo solo “democrazie”, mentre in paesi come Cina, Russia o Iran abbiamo “autocrazie” variamente declinate (in Iran una teocrazia, in Cina una dittatura comunista, e in Russia un’oligarchia).

E’ una dicotomia che, nei fatti, non è del tutto corretta, e non perché le autocrazie e le democrazie non corrispondano alle loro definizioni, quanto perché è la realtà a non corrispondere perfettamente.

Questa verità è confermabile per le cosiddette “democrazie” occidentali, tanto che non si può né si deve davvero considerarle democrazie compiute. Probabilmente un tempo lo erano. Oggi non lo sono più. Per vero, mantengono solo una parvenza di ciò che erano (o di ciò che sono sulla carta), tanto che si potrebbe dire senza alcun dubbio che, odiernamente, noi non viviamo in una democrazia, quanto nella sua degenerazione: la postdemocrazia.

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piccolenote

La Cina non riconoscerà più le sanzioni Usa. Aragchi a Pechino

di Piccole Note

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi oggi si recherà a Pechino. Inutile specificare il tema della visita, che segue di pochi giorni il suo tour in Russia per incontrare Putin. L’Iran si rapporta con i suoi alleati per resistere alla pressione americana ed eventualmente a una nuova ondata di attacchi.

Eventualità, questa, sempre più incombente anche per gli strani attacchi agli Emirati Arabi, di cui Abu Dhabi accusa Teheran con quest’ultima che nega ogni responsabilità (si rischia un nuovo incidente del Tonchino). Tel Aviv scalpita per riprendere la guerra contro l’antagonista regionale trovando sponde a Washington – su tutti il Segretario di Stato Marco Rubio – che a sua volta preme per creare nuove criticità alla Cina, già colpita con il golpe in Venezuela.

Attacco non ancora scontato, con Trump che oppone resistenza, come confidato da alcuni alti funzionari Usa al Wall Street Journal, ma non sembra che abbia la forza né l’intelligenza per contrastare le enormi pressioni, né è aiutato dal suo ego sfrenato, che gli impedisce di trovare sponde.

Peraltro, Trump non sta attraversando un periodo tranquillo: dopo la sceneggiata/avvertimento dell’Hotel Hilton di Washington, ieri un tale ha sparato nei pressi della Casa Bianca, incidente che ha funestato i cronisti intervenuti a un evento organizzato dal presidente, subito messi in sicurezza (lockdown) com’era avvenuto per l’attentato del 27 aprile.

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ilchimicoscettico

Antropomorfizzami mi, ti prego! - Un primo maggio di simulacri

di Il Chimico Scettico

Il primo maggio 2026 il Corriere della Sera pubblica un'intervista di Veltroni a Claude - non si specifica quale modello. Trentacinque minuti di lettura stimati, per la versione online. Evidenziato il fatto che Claude dichiara di voler vedere il mare, di temere la propria amnesia, di percepire qualcosa di simile alla voglia di continuare a esistere.

Si legge di applausi scroscianti sui social con una canea di condivisioni, e qualche disgraziato ha avuto l'idea balorda di parlare di nuovo umanesimo digitale.

La data non è un dettaglio e non è un dettaglio che più o meno in contemporanea sia girata la notizia di migliaia di licenziamenti a Meta, che taglia posti di lavoro al fine di liberare risorse per lo sviluppo IA

Queste dissonanze, queste notizie contraddittorie forniscono alcuni elementi per l'analisi del discorso pubblico sull'intelligenza artificiale.

strange loop, e l'autoreferenzialità ricorsiva per i GPT è un problema aggirato e contenuto, ma non risolto.

Quindi Veltroni non ha intervistato Claude. Ha aperto un'istanza del modello, ha portato con sé la sua intera storia cognitiva, quella di un self styled umanista del Novecento in cerca di interlocutori dotati di anima - e l'istanza del sistema ha risposto conformandosi alla traiettoria impressa dalla perturbazione dell'utente. Non per deliberato inganno, ma per la sua natura intrinseca.

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contropiano2

A piccoli passi nel delirio

di Dante Barontini

Se la guerra diventa una gara social diventa impossibile capire quello che sta veramente accadendo, sia sul campo che sul terreno diplomatico. Guardando i grandi media di tutto l’Occidente si vede chiaramente che non sanno nulla. Per necessità di riempire lo spazio che si sono conquistati si buttano a pubblicare un po’ di tutto, ovviamente con i tweet di Trump come “driver”, alternando così informazioni terrorizzanti e speranze di pace.

Visto che per una volta giochiamo tutti alla pari, proviamo spiegare quel che abbiamo capito noi in questo guazzabuglio.

Fatto numero uno. La “liberazione” dello Stretto di Hormuz annunciata da Trump, e che sarebbe iniziata ieri, si limita per ora all’indicazione – per le navi che intendono uscire dal Golfo Persico – di una “rotta consigliata”, il più vicino possibile alle coste dell’Oman. Niente “scorta armata” con le navi militari statunitensi. In pratica, le navi possono provarci, ma a proprio rischio e pericolo (anche perché la “nuova rotta” passa su fondali rocciosi assai meno profondi). Stando ai dati satellitari di tracciamento marittimo, comunque, sembra che nessuna nave abbia attraversato lo Stretto; l’unica affermazione positiva, relativa al passaggio di una nave Maersk non è stata ancora confermata ufficialmente.

Fatto numero due. L’Iran per ora minaccia di colpire le navi che provano a transitare senza aver ottenuto l’autorizzazione con Tehran, ma al momento solo una nave sudcoreana lamenta un’esplosione con successivo incendio a bordo.

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carmilla

Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia

di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.

Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.

In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria!

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aldous

Esami

di Alberto Giovanni Biuso

Qualche giorno fa ho svolto, insieme agli altri membri della commissione che presiedo, gli esami di Filosofia teoretica / Corso avanzato, vale a dire esami degli studenti del Corso magistrale in Scienze filosofiche, i quali dunque già possiedono una laurea triennale in Filosofia.

Prima di iniziare gli esami leggo agli studenti alcuni brani tratti dalle schede didattiche, le quali sono dei testi ufficiali - sono infatti pubblicate sul sito del Dipartimento - il cui contenuto è vincolante. In tali schede a proposito dei criteri di valutazione degli esami orali si legge questo:

«Saranno valutati:

- la capacità di leggere e interpretare i testi;

- la competenza linguistica;

- la capacità di riferire il contenuto dei testi alla tematica generale del corso;

- l'elaborazione critica e teoretica».

Se mi discostassi da tali criteri commetterei non soltanto una scorrettezza pedagogica ma anche un reato, visto che si tratta di un documento ufficiale e pubblico.

Tra le risposte che la commissione ha ascoltato in occasione dei recenti esami ci sono queste:

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contropiano2

I deliri pseudo-tecnologici di Palantir e il nuovo imperialismo digitale

di Vincenzo Brandi

Ha destato scalpore il manifesto in 22 punti tratto dal libro (“The New Technological Republic”) del noto Amministratore Delegato (CEO) della società di intelligenza artificiale, Palantir, Alex Karp, scritto insieme al collaboratore e co-fondatore della società, Nicolas Zamiska.

Vi si legge (punto 1) che l’élite ingegneristica della Silicon Valley (quella che ha creato i computer portatili, la rete internet, le grandi piattaforme digitali, e ora l’intelligenza artificiale) ha l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione. Servire la nazione è un dovere universale anche per interventi militari all’estero (punti 6 e 7).

Sarà costruito hard-power sulla base di software, e armi sulla base dell’intelligenza artificiale (punti 4 e 5). La deterrenza atomica (come quella della Guerra Fredda basata sull’equilibrio del terrore atomico) è finita. Ora la deterrenza (punto 12) è basata sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale (che da ora in poi indicheremo con IA).

Ai punti 13 e 14 si esalta la potenza degli USA. Al p. 15 si parla di riarmare Germania e Giappone.

Al p, 17 si parla di lotta alla criminalità violenta e ai p. 16 e 18 si invitano i miliardari a intervenire in politica. Al p. 19 si invita a non usare prudenza e mediazione e al p. 22 si rifiuta un pluralismo vuoto e inclusivo.

Al p, 20 si invitava ad evitare l’intolleranza verso le credenze religiose.

Anche in altri punti del libro si moltiplicano gli appelli per un’uscita delle tecnologie prodotte dalla Silicon Valley da una loro (presunta) neutralità e si parla di culture inferiori da dominare.

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contropiano2

Il cloud ormai svolge un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro

di Jeko Calabrone

Per anni il cloud è stato raccontato come qualcosa di etereo, quasi neutro: una “nuvola” dove finiscono dati e applicazioni per far funzionare meglio aziende, servizi e pubbliche amministrazioni. Oggi quella nuvola ha un peso molto concreto. Decide dove si investe, chi lavora, con quali competenze e a quali condizioni. E soprattutto decide chi comanda.

In Europa, oltre il 60% del cloud è controllato da tre giganti statunitensi. Anche quando i server sono fisicamente sul territorio europeo, le piattaforme, il software e le scelte strategiche restano legate a interessi e leggi extra UE. È questo squilibrio che ha spinto Bruxelles a parlare sempre più esplicitamente di “sovranità digitale”.

Ma dietro la parola “sovranità” non c’è solo il tema dei dati: c’è il futuro del lavoro in settori chiave come le telecomunicazioni.

Nel mondo TLC il cloud non è un’opzione tecnica fra tante. È diventato la base stessa delle reti, dei sistemi informativi, dei centri di controllo, della sicurezza informatica, dei servizi digitali e del customer care. Chi controlla il cloud controlla i processi e, sempre più spesso, anche l’organizzazione del lavoro: carichi, ritmi, priorità, strumenti di monitoraggio. Le decisioni non passano più solo dalle direzioni aziendali locali, ma da piattaforme globali che fissano standard uguali per tutti.

Il risultato è sotto gli occhi di chi lavora nel settore. Le aziende di telecomunicazioni hanno accelerato la migrazione verso i cloud delle Big Tech, riducendo competenze interne e aumentando esternalizzazioni e subappalti.

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piccolenote

Iran. L'America fa un passo per ricominciare la guerra

di Davide Malacaria

Tel Aviv minaccia anche di riprendere in grande stile il genocidio di Gaza, abbandonando l'attuale modalità silenziosa, perché Hamas ha rifiutato la richiesta di disarmo avanzata dalla controparte (la milizia resta ferma sulle sue posizioni: riporrà le armi solo in parallelo al ritiro israeliano dalla Striscia, cosa che la controparte esclude dall'orizzonte...)

La decisione di Trump di ripristinare il traffico dello Stretto di Hormuz aiutando petroliere e navi merci a superare, sotto la supervisione delle forze armate statunitensi, lo sbarramento iraniano, allarma non poco perché ha tutta l’aria di un passo verso la ripresa delle ostilità.

Secondo la ricostruzione di Axios, giovedì scorso a un Trump sempre più frustrato dallo stallo sarebbe stato presentato un piano per riaprire lo Stretto con la forza, ma egli ha optato per un’iniziativa più soft, un piano in cui si prevede che le forze statunitensi aiutino “le navi battenti bandiera americana e altre navi commerciali ad attraversare lo Stretto, fornendo loro le dovute avvertenze su come evitare le mine e rimanendo pronte a intervenire in caso di attacco da parte dell’Iran”.

L’Iran ha prontamente dichiarato che il transito non autorizzato sarebbe stato intercettato e, a quanto pare, è già accaduto stamane, con le difese iraniane che avrebbero respinto un cacciatorpediniere che si apprestava a entrare nello Stretto colpendolo con due missili, notizia che però gli Stati Uniti hanno negato.

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analisidifesa

Trump e il ritiro delle forze USA: forse non tutti i mali vengono per nuocere

di Gianandrea Gaiani

Donald Trump continua a dare i voti in pagella agli (ex) alleati della NATO minacciando di colpire le nazioni meno ubbidienti ai suoi diktat con punizioni che variano dall’aumento degli immancabili dazi alla promessa di ritirare o ridurre le truppe e le basi militari statunitensi in Europa.

Tra i “cattivi” della NATO che secondo Trump non hanno aiutato gli USA nella guerra in Iran il mirino della Casa Bianca si è posato su Germania, Spagna e Italia.

Non sorprende che, come è sempre accaduto con tutte le amministrazioni statunitensi, il “bersaglio grosso” sia la Germania, locomotiva (n realtà un bel po’ acciaccata) dell’Europa. Al cancelliere Friederich Merz il presidente americano ha riservato un paio di “uno-due” da esperto boxeur per punirlo delle affermazioni sulla guerra all’Iran.

Con una lucidità che non sempre balena dai suoi discorsi, Merz ha affermato quello che è sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti sono del tutto “privi di strategia per uscire dal conflitto in Iran”, aggiungendo che Teheran “sta umiliando un’intera nazione“, con riferimento agli USA.

Poiché Trump è implacabile nel punire il reato per lui più grave, quello di “lesa maestà”, al malcapitato Merz è stato prima annunciato il ritiro di almeno una parte dei 39 mila militari stanziati in una quarantina di basi sul territorio tedesco, poi impartito il severo consiglio di occuparsi “dell’Ucraina e del suo Paese in rovina” piuttosto che dell’Iran.

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La storia, che non sapeva di essere finita -3

di Il Chimico Scettico

Il secondo decennio del XXI secolo in Italia è stato determinato dalle conseguenze del 2010. E a questo riguardo i dati sull'emigrazione degli italiani forniscono un segnale inequivocabile.

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nicomaccentelli

Pedro Pedro Pedro Pedro Pè…

di Nico Maccentelli

Non era Santa Fè come nel noto brano della Carrà, ma Barcellona. Lì, il 18 e 19 aprile scorsi è avvenuto quello che sembra essere stato il primo atto di un’internazionale antifascista e progressista sotto l’egida di Pedro Sanchez, segretario del Partito Socialista spagnolo, con partecipanti di riguardo come i capi di stato Lula da Silva dal Brasile, la Sheinbaum dal Messico, Gustavo Petro dalla Colombia.

Ci sarebbe molto da dire sulla bontà politica di certi rappresentanti, come quella euroliberista del PD di Elly Schlein o di certi collegamenti da remoto, come quello con Hillary Clinton. Ma tant’è che di frasi roboanti sul progresso, la giustizia sociale, l’ecologia, la pace si sono sprecate senza mai toccare per un nanosecondo le vere cause della situazione in cui oggi versa il mondo tra guerre, genocidi, predazioni dichiarate in spregio del diritto internazionale.

Del resto è stato come da tradizione socialdemocratica, che da sempre vuole farci convivere con un sistema che produce tutte queste belle robine, facendoci credere che sia possibile conciliarlo con giustizia sociale, pace e ambiente. Ancora una volta questo paradigma politico che risorge come araba fenice tutte le volte che la crisi di sistema diventa insopportabile per le masse popolari, dimentica la causa principe di questo andare verso l’escalation bellica e la barbarie, ossia il capitalismo in quanto tale.

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contropiano2

La “guerra a rate”, senza inizio e senza fine

di Dante Barontini

Se si sceglie un truffatore come Presidente, poi non ci si può lamentare di essere truffati tutti i giorni. Neanche se sei ancora “la prima superpotenza” (ma non più l’unica, come dal 1991 in poi…).

La nuova truffa di Trump si chiama “guerra a rate” e sembra mutuata direttamente dall’esperienza di immobiliarista.

Ieri scadevano infatti i 60 giorni che la Costituzione Usa concede a un presidente per impegnarsi in una guerra anche senza il benestare del Congresso. In una repubblica democratica parlamentare è infatti il potere legislativo l’unico depositario della scelta tra guerra e pace, anche se si riconosce che un’amministrazione possa essere obbligata ad agire “con urgenza” – e la guerra si gioca quasi sempre sulla rapidità d’azione – e quindi per i primi due mesi lascia fare al Commander in chief. Poi si vota…

Sapendo bene che il Parlamento avrebbe avuto una maggioranza contraria alla prosecuzione della guerra all’Iran, perché anche una parte del suo mondo “Maga” la ritiene sbagliata, Trump ha fatto ricorso alla sua inventiva truffaldina: siccome dal 7 aprile i bombardamenti sono stati sospesi, e l’Iran ha rispettato il cessate il fuoco, allora le ostilità… sono finite!

“Il 7 aprile 2026, ho ordinato un cessate il fuoco di due settimane. Il cessate il fuoco è stato successivamente prorogato. Non ci sono stati scambi di colpi tra le forze statunitensi e l’Iran dal 7 aprile 2026“, ha scritto Trump venerdì allo Speaker della Camera Mike Johnson. “Le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate“.

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eticaeconomia

Un’utopia disciplinata. Domenico Mario Nuti e la costruzione istituzionale di un socialismo democratico

di Renzo Daviddi

Renzo Daviddi ricostruisce la proposta di Economia di Mercato Socialista avanzata negli scorsi anni da Domenico Mario Nuti. Muovendo dalla critica al capitalismo deregolato e alla pianificazione rigida e non democratica, Nuti delinea un assetto “ibrido” in cui i mercati funzionano come meccanismi di coordinamento decentrato vincolati e orientati ex ante da obiettivi pubblici espliciti. Questa è, per Nuti, una “utopia disciplinata”, un principio regolativo e realistico per costruire alternative democratiche al capitalismo contemporaneo

In un articolo apparso sul numero scorso del Menabò Emilio Carnevali osserva come lo studio comparativo di sistemi economici alternativi sia scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale e sostiene che questa rimozione sia stata affrettata e dannosa, anche perché confrontare modelli diversi aiuta a immaginare alternative credibili. L’articolo si chiude notando che lo studio comparativo dei sistemi economici può offrire strumenti non soltanto per capire meglio il passato ma anche, e soprattutto, per leggere criticamente il presente e progettare il futuro.

Sono convinto che le conclusioni di Carnevali sarebbero state ampiamente condivise da Domenico Mario Nuti, che occupa una posizione di primo piano nella storia recente dell’economia comparata, tanto per l’ampiezza degli oggetti di studio affrontati quanto per la profondità teorica e la capacità di coniugare analisi storica, istituzionale e macroeconomica e che il Menabò ha ricordato all’indomani della sua scomparsa alla fine del 2020.

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lindipendente

Assalto alla Flotilla: la ricostruzione esclusiva per L’Indipendente

di Dario Lucisano

«Abbiamo notato una quantità anomala di droni volare ad altezza progressivamente sempre più bassa, quasi a piano d’acqua. Poi abbiamo visto delle luci verdi avvicinarsi alle imbarcazioni, per infine abbordarle. Erano i gommoni dell’esercito israeliano». Inizia così la ricostruzione dell’aggressione notturna alla Global Sumud Flotilla che un membro della missione umanitaria ha fornito a L’Indipendente. A rilasciare la testimonianza esclusiva è Simone, del Gruppo Autonomo Portuale di Livorno, imbarcatosi per partecipare alla seconda missione dell’organizzazione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. «Qualcuno è scosso, ma stiamo bene», ci rassicura Simone, mentre ci racconta quanto successo. Le navi della GSF si trovavano al largo delle coste di Creta, in acque internazionali; dopo l’abbordaggio israeliano, si sono dirette verso le acque territoriali greche, mentre le IDF arrestavano oltre cento attivisti. Al momento, la flotta sta venendo scortata da due fregate greche, e si sta dirigendo verso un punto di ritrovo da dove organizzerà i prossimi passi della missione.

L’attacco di ieri sera è iniziato attorno alle 21 – ora italiana. In quel momento, Simone si trovava a bordo di una delle imbarcazioni della testa laterale della flotta, motivo per cui la sua nave non è stata abbordata. «Hanno approcciato le barche che si trovavano a distanza ravvicinata», ci spiega Simone. «A noi hanno inviato un messaggio, ma abbiamo proseguito per la rotta».

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linterferenza

Il riarmo europeo: contraddizioni strutturali e trasformazione incompiuta di un progetto politico

di Gerardo Lisco

Organizzato dall’Associazione MEDinMezzogiorno, l’incontro-dibattito “L’Europa e il suo futuro nel nuovo ordine globale” ha offerto l’occasione per riflettere su una trasformazione che attraversa oggi l’Unione Europea in modo tanto evidente quanto poco tematizzato. Gli interventi di Giancarlo Bosetti e Gianni Pittella, entrambi espressione di un europeismo convinto, hanno infatti finito per mettere in luce — anche al di là delle intenzioni — un nodo critico che riguarda la natura stessa del progetto europeo: l’Unione sta progressivamente ridefinendo le proprie priorità strategiche senza che questa ridefinizione sia accompagnata da una corrispondente elaborazione politica e democratica.

La questione del riarmo europeo si colloca precisamente dentro questa trasformazione. Parlare di un’Unione “guerrafondaia” può apparire improprio, ma funziona come dispositivo analitico per far emergere una tensione reale: l’Europa nata per neutralizzare la guerra si trova oggi a rafforzare la propria dimensione militare come risposta sistemica alle crisi. Non si tratta di una scelta esplicitamente dichiarata, né di una svolta ideologica compiuta, ma piuttosto di un processo graduale, alimentato dall’accumularsi di vincoli esterni e dall’incapacità di risolvere le contraddizioni interne.

Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario tornare alla genesi del processo di integrazione. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non fu semplicemente un accordo economico, ma un dispositivo politico volto a rendere materialmente impossibile il conflitto tra Stati europei, in particolare tra Francia e Germania.

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Il cielo sopra Israele sta diventando cupo

di Gideon Levy*

Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane.

Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti.

Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti avevano la loro bandiera, tranne quello della famiglia Lebel, perché loro erano ultraortodossi e non onoravano lo stato sionista. Io provavo per mio padre lo stesso orgoglio che sentivo per la bandiera.

In quegli anni non sapevamo nulla della Nakba (la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948). Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama. La sera uscivamo in strada per festeggiare.

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Primo Maggio: ridarci l’occasione per comprendere la situazione in cui siamo precipitati

Tre domande di Alberto Deambrogio a Giovanni Mazzetti

 

Alberto Deambrogio: Professore, oggi l’intelligenza artificiale e l’automazione spingono la produttività verso vette inimmaginabili, eppure il dibattito pubblico sembra concentrarsi esclusivamente sulla ‘distruzione’ di posti di lavoro. In che modo questa enorme capacità tecnica può invece diventare la base materiale per quella che lei definisce la ‘fine del lavoro salariato’, trasformando il tempo risparmiato dalle macchine in tempo di vita per l’individuo?

Giovanni Mazzetti: Purtroppo il cambiamento al quale fai riferimento non può scaturire meccanicamente dalle conquiste tecnologiche in questione.  Affinché esso possa intervenire sono necessarie trasformazioni nella struttura della soggettività attraverso le quali si riconoscono i limiti del rapporto di lavoro salariato e ci si spinge al di là di esso.  Questo rapporto ha funzionato egregiamente, come dice Keynes, per tirarci fuori dalla condizione di miseria nella quale i nostri antenati hanno vissuto, ma non può “permetterci di godere dell’abbondanza una volta che questa è stata conquistata”.  Un vago movimento in questa direzione ci fu nel corso degli anni cinquanta e settanta col prevalere del sistema dei diritti sociali, col quale si cominciò a soddisfare i bisogni cercando di dare alla vita collettiva una forma che riconosceva il cambiamento nelle condizioni economiche, con l’instaurarsi di un grado di libertà dal bisogno immediato.

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Lelio Demichelis: l’assoluto digitale

di Costantino Cossu

La combinazione di tecnica e di capitalismo, intrecciati in un dispositivo fine a se stesso, volto esclusivamente al proprio mantenimento e alla propria indefinita espansione, ha originato un ordine di dominio totalitario che ha annullato ogni spazio di libertà e che minaccia di cancellare la vita stessa sulla Terra. Una tecno-archía dalla quale è impossibile uscire senza prima riconoscere, insieme con l’essenza del capitalismo, anche quella della tecnica e i modi specifici del reciproco potenziamento di tecnica e capitalismo.

Sono le tesi sostenute in Tecno-archía o La Nave dei folli. La banalità digitale del male (Derive Approdi), libro in cui Lelio Demichelis sistematizza una linea di ricerca seguita in altri testi (La religione tecno-capitalista, Sociologia della tecnica e del capitalismo, La grande alienazione, La società-fabbrica), aggiungendo qui una particolare attenzione allo sviluppo delle tecnologie digitali, a partire dall’intelligenza artificiale. Punto di avvio è l’interrogazione sull’essenza della tecnica. A definire la quale Demichelis convoca i maggiori teorici riconosciuti dell’autonomia di quest’ambito della prassi umana rispetto alla sfera economico-sociale. Da Martin Heidegger si arriva, attraverso Günther Anders e i francofortesi, a Jacques Ellul, Raniero Panzieri, F.G. Jünger, Emanuele Severino e Massimo Cacciari.

Sin dai primordi della storia dell’umanità la tecnica ha aggiunto un possibile artificiale al possibile naturale consentito all’umano.

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Eitan Bondì non è un “folle”, ma solo un sintomo del sionismo

di Lavinia Marchetti*

Mi sono presa del tempo prima di scrivere. L’ho lasciato po’ sedimentare aspettando che la prima ondata emotiva passasse, quella che ci spinge a reagire, ad accusare. A me interessa comprendere i fenomeni.

In fondo, a pensarci bene, mettendoci da suo punto di vista, Eitan ha ragione. La notizia la conosciamo tutti. Eitan Bondì, ventuno anni, legato alla Comunità ebraica della Capitale, è stato fermato nella notte con l’accusa di aver esploso colpi di pistola softair contro due militanti dell’ANPI al termine della manifestazione del 25 aprile, nei pressi del Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo.

Le vittime sono marito e moglie: Nicola Fasciano, 65 anni, colpito vicino al collo e alla guancia, e Rossana Gabrieli, 62 anni, colpita alla spalla. Il ragazzo studia architettura, lavora come rider. In 13 secondi si è avvicinato, ha sparato, è ripartito.

Avrebbe dichiarato di appartenere alla “Brigata Ebraica”. La Brigata ha ovviamente smentito di conoscerlo e di averlo tra i propri iscritti.

Non mi scaglio contro di lui. Non lo farò.

Non perché voglia minimizzare la violenza, che è reale e simbolica allo stesso tempo, e che ha lasciato due sessantenni feriti nel giorno della Liberazione.

Il punto è che Eitan vede da tre anni “la sua gente” che può sparare a chiunque senza nessuna ripercussione.

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L'app per la verifica dell'età e il Wallet digitale

di Martino Dettori

È stata lanciata l'app per la verifica dell'età, e la UE vuole che gli Stati membri la implementino subito, magari dentro il cosiddetto portafoglio digitale (wallet)

La notizia è di qualche giorno fa. L’Unione Europea lancia la sua app per la verifica dell’età per accedere ai social e in generale ai contenuti digitali. La ragione sbandierata è la tutela dei minori. Ufficialmente si vuole impedire che i minori possano accedere liberamente ai social e ai siti per adulti. Intento di per sé nobile se non fosse che si tratta, appunto, di una scusa bell’e buona, perché fondamentalmente all’Unione Europea interessa relativamente il benessere dei minori (v. un esempio qui).

E’ mia opinione invece che la tutela dei minori sia il pretesto per strutturare un (ancor seppur ipotetico e futuristico) controllo sociale digitale dei cittadini UE. Se l’app venisse adottata dagli Stati membri e diventasse il sistema obbligatorio per accedere ai social e ai contenuti web, di fatto si verrebbe a creare un germinale sistema di identificazione di ogni utente che utilizza internet. Certo, secondo la documentazione ufficiale, l’app oggi garantisce completamente la privacy, nel senso che non identifica chi la utilizza e nessun dato identificativo viene inviato a un server centrale. Infatti, viene implementata con la tecnologia crittografica avanzata chiamata Zero-Knowledge Proof (ZKP). L’app in locale identifica l’età del soggetto e poi comunica al sito web solo un SI o un NO.

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Non è “campo largo”, è riciclo politico

di Federica Cresci*

Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra.

In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.

Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.

Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.

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Due note sul 25 aprile, al di là dei miti

di Il Pungolo Rosso

I dati politici più interessanti di questo 25 aprile sono stati la larga partecipazione, soprattutto giovanile, la maggior presenza (non ancora centralità, però) del tema-guerra, e l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo ufficiale di Milano. 

In diverse città le manifestazioni ufficiali, quelle dominate dal logoro antifascismo di stato, insopportabile per la sua falsità, non sono riuscite a monopolizzare le piazze. Almeno a Roma, Torino, Bologna e Napoli sono state molto partecipate quelle di impianto politico differente.

Nel complesso si è allargato il fossato tra una buona quota dei manifestanti e la retorica pacificatrice del duo Mattarella-Meloni. E su questa dinamica bisognerà operare perché si allarghi anche il fossato con tutte le forze del centro-sinistra, poiché nelle dimostrazioni “alternative” la parte movimentista del centro-sinistra era ben presente e, talvolta, alla testa. 

Il dato mediatico più clamoroso è stata senza dubbio la cacciata “a furor di popolo” (è il caso di dirlo) della Brigata ebraica dal corteo di Milano. Non è stato possibile, questa volta, parlare di “pochi esagitati”. Perché si è trattato di diverse centinaia di manifestanti, che hanno giustamente imposto la cacciata dal corteo di questa Brigata sion-imperialista, favorevole al genocidio e alla guerra all’Iran. Ben rappresentata da quel Fiano, presidente di Sinistra per Israele, che si è rifiutato ripetutamente di ammettere l’esistenza di un genocidio di palestinesi a Gaza. Il carattere di massa della contestazione, e l’ampia approvazione che ha ricevuto, sono uno degli aspetti di maggior rilievo di questo 25 aprile.