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linterferenza

Il sole di Austerliz

di Antonio Martone

C’è un momento, nel racconto tolstoiano di Austerlitz, in cui il principe Andrej cade ferito e vede il cielo. Solo il cielo – alto, infinito, incomparabilmente più vasto degli stendardi, delle grida, di Napoleone stesso che gli passa accanto come una piccola figura. È il momento in cui l’idolo si sgretola per la violenza della luce.

Quel sole è tornato. Lo stiamo vedendo adesso, mentre i cieli del Venezuela e dell’Iran bruciano dello stesso fuoco che ha consumato l’Ucraina. E quello che illumina – con una crudeltà che non lascia scampo – non è la superiorità di un esercito sull’altro ma la struttura nuda di un ordine mondiale che non ha mai smesso di essere, in fondo, l’ordine del più forte.

Bisogna allora avere il coraggio di guardare in faccia questa luce senza socchiudere gli occhi.

Il diritto internazionale è uno strumento. In quanto tale, funziona soltanto se sostenuto da una forza capace di imporlo. All’alba del moderno, Hobbes lo sapeva: i patti senza la spada non sono che fiato sprecato. Una norma priva di coercizione non è una norma debole: non è neppure una norma. È la volontà del più forte che ha imparato a vestirsi da legge.

Questa è la chiave per smontare la retorica atlantista degli ultimi anni. Quando le potenze occidentali invocavano il diritto internazionale davanti all’aggressione russa in Ucraina, non stavano necessariamente mentendo sulla norma. Stavano applicando uno strumento in modo selettivo. Il problema non era la falsità della norma: era che la norma era stata impugnata come clava ideologica da chi possedeva la capacità di renderla operante o inoperante a proprio piacimento. Il silenzio – o il plauso – di fronte alle operazioni statunitensi in Venezuela e in Iran è la rivelazione che quel principio non è mai stato autonomo dalla forza che lo sosteneva.

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La guerra santa tra il paradiso islamico e il paradiso fiscale

di comidad

Il buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani, rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità. Ovviamente non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato. Il punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato. Era inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano, come invece era accaduto nel giugno scorso. Si deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci aveva spedito anche la famiglia. Il ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua questione privata. Se Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri cercarle. Crosetto è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della Difesa, Leonardo SpA, che è presente in tutte le edizioni di quella grande vetrina delle armi che è l’Airshow che si svolge a Dubai. In base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal novembre dello scorso anno Leonardo SpA sta allestendo un insediamento industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali.

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lantidiplomatico

Trump ha aperto il vaso di Pandora mediorientale

di Giuseppe Masala

Il conflitto in corso nel Golfo Persico è di natura diversa rispetto alla guerra dei 12 giorni del 2025 a causa della morte dell'Ayatollah Khamenei che la trasforma in uno scontro di civiltà tra Occidente e Iran. Una guerra che però nasconde un altro scenario: quello della lotta per la sopravvivenza degli USA come impero.

* * * *

Come era ampiamente previsto è iniziata la grande Guerra Mediorientale, capitolo fondamentale di quella “Guerra mondiale a pezzi” teorizzata da Papa Bergoglio già più di dieci anni fa.

Non ha alcun senso fare la cronistoria di queste ore convulse né usare come chiave di lettura la guerra dei 12 giorni deflagrata tra USA, Iran e Israele solo a giugno dell'anno scorso.

Questo conflitto è di natura estremamente più pericolosa di quanto abbiamo visto in questi tribolatissimi anni per tre ragioni fondamentali interconnesse l'una all'altra:

  • La scelta di eliminare l'Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, è più che una provocazione un vero e proprio atto di delegittimazione di tutto il sistema iraniano che proprio dall'autorità della sua Guida Suprema trae origine.

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piccolenote

La guerra messianica-apocalittica all'Iran

di Davide Malacaria

“Lunedì, durante un briefing, il comandante di un’unità militare ha detto ai sottufficiali che la guerra in Iran fa parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump è stato ‘unto da Gesù per accendere un segnale di fuoco in Iran e provocare l’Armageddon che produrrà il suo ritorno sulla Terra’”, secondo quanto denunciato da un sottufficiale. Da sabato mattina laMilitary Religious Freedom Foundation degli Stati Uniti ha ricevuto 200 chiamate da più di 50 basi militari di tutti i servizi nelle quali venivano segnalate simili inquietanti dichiarazioni da parte di “comandanti cristiani fanatici”.

L’intervento in Iran, cioè coinciderebbe con l’Armageddon, la battaglia finale apocalittica che avrà come esito il ritorno di Cristo. Non è una barzelletta, né si spiega solo col fatto che il Capo del Pentagono Pete Hegseth sia un fanatico religioso e abbia infarcito gli alti gradi dell’esercito di evangelicals.

La teologia apocalittico-messianica degli evangelicals, infatti, ha radici lontane. “Nel XIX secolo, il teologo John Nelson Darby ipotizzò che Dio si relazionasse con l’umanità in epoche distinte o ‘dispensazioni’. Questa teologia dispensazionalista si diffuse rapidamente negli Stati Uniti raggiungendo le masse cristiane mainstream con la diffusione della Bibbia di riferimento Scofield del 1909″.

“Darby sosteneva che Ezechiele 38 descrivesse una guerra futura in cui le nazioni si schiereranno contro Israele e Dio emetterà il suo giudizio contro di esse. Scofield prese questa affermazione e iniziò ad applicarla alla geopolitica moderna, con il nemico di Israele identificato nella Russia”.

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sinistra

Una storia antica dell’Iran

di Eros Barone

Dopo le tre guerre del Golfo Persico (1980-1988, 1991, 2003), dopo l’aggressione alla Serbia e l’intervento nel Kossovo (1999), dopo l’occupazione dell’Afghanistan (2002), dopo l’assassinio di Gheddafi e la distruzione della Libia (2011), dopo lo scatenamento della guerra civile in Siria (2011-2024), dopo la “guerra dei dodici giorni” sferrata da Israele contro l’Iran (2025), dopo il colpo di Stato e il rapimento del presidente della repubblica in Venezuela (3 gennaio 2026), dopo l’assassinio della “guida suprema” dell’Iran (28 febbraio 2026), fermo restando nel corso del tempo (1948-2026) il totale appoggio alla politica espansionista e genocida di Israele nel Vicino Oriente, dovrebbe essere chiaro che le cause per cui l’imperialismo americano intraprende o sostiene una guerra sono sempre più di una. Pesano, infatti, almeno tre fattori: l’economia, la geopolitica e la storia. Rispetto a due di questi fattori (storia ed economia), determinanti per la conquista e il mantenimento dell’egemonia, gli Stati Uniti stanno segnando il passo. E questa è la ragione per cui sono sempre più pericolosi. Consideriamo dunque il fattore geopolitico.

Orbene, basta dare un’occhiata a una carta geografica per notare che nel ‘limes’ lungo circa 10.000 chilometri che, saldamente presidiato dalle forze armate statunitensi, parte dalla Turchia e, passando attraverso l’Iraq e l’Afghanistan, giunge al confine nord-occidentale della Cina, c’è solo un anello che manca: l’Iran, un paese che, con la sua estensione di oltre un milione e seicentomila chilometri quadrati, con le sue risorse naturali e con la sua posizione strategica, è il vero gigante del Medio Oriente.

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effimera

Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione

di Andrea Fumagalli

L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

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altrenotizie

La guerra vista da Pechino

di Michele Paris

A quattro giorni dall’inizio della guerra di aggressione non provocata di USA e Israele contro l’Iran, il presidente americano Trump non ha ancora formulato chiaramente la ragione ufficiale dietro alla decisione di attaccare il paese mediorientale. La questione del nucleare non è mai stata un fattore nei calcoli di Washington, come hanno più volte confermato le stesse agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno a “proxy” regionali nel quadro dell’Asse della Resistenza sono invece al centro delle preoccupazioni dei due paesi aggressori. Le pressioni e, forse, i ricatti di Netanyahu nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, verosimilmente nel quadro della vicenda Epstein, sono un altro elemento che ha fatto precipitare la situazione. In un contesto più ampio, la guerra appena iniziata è però soprattutto da ricondurre ai piani dell’Impero in declino per cercare di contrastare l’ascesa e la “minaccia” della Cina, che della Repubblica Islamica è il partner economico e strategico numero uno.

È quindi fondamentale osservare l’evoluzione del conflitto dal punto di vista di Pechino. La leadership cinese guarda senza dubbio con apprensione alle vicende di queste ore in Medio Oriente, temendo la possibile destabilizzazione o peggio di un alleato con cui, tra l’altro, ha firmato pochi anni fa un accordo di cooperazione e sviluppo della durata di 25 anni che spazia in vari settori strategici. Quello della sicurezza energetica è senza dubbio l’ambito primario della partnership tra i due paesi.

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Il peggio è già qui

di Carlo Lucchesi

Sempre più spesso si parla di una guerra inevitabile e imminente con la Russia. Da parte della UE e della Nato lo si fa addebitando alla Russia la volontà di aggredire l’Europa. E’ questa una tesi palesemente inconsistente, verrebbe da dire idiota. Non si citano mai i Paesi che sarebbero oggetto dell’attacco, non si dice che colpirà un Paese baltico, o la Finlandia, o la Polonia, cosa che, per quanto inventata, rientrerebbe comunque nel campo del teoricamente possibile. Si fa credere che tutta l’Europa sia sotto attacco. Ma i fatti, non le chiacchiere, dicono che la Russia, avendo deciso di combattere con armi convenzionali, è in guerra con l’Ucraina, anche se in realtà con la Nato, da oltre tre anni. Come si può immaginare in buona fede che potrebbe sostenere un fronte grande quanto l’Europa? E poi, una volta che avesse vinto la guerra, come potrebbe mai mantenere il controllo dei Paesi conquistati? E quale vantaggio ne trarrebbe visto che già dispone di un territorio immenso e di preziosissime risorse che in Europa non ci sono? Domande che non vengono poste perché le sole risposte possibili svelerebbero l’inganno che questa tesi cela. Del resto, tutti sanno perfettamente che la Russia preferirebbe mille volte tornare a fare buoni affari con l’Europa come è accaduto fino a poco fa e, se avesse nei governanti europei interlocutori affidabili, lo farebbe subito. Dunque, dire che la Russia è in procinto di aggredire l’Europa è una balla gigantesca. Questa guerra, Russia contro Europa, non ci sarà. Resta da capire, ma non è difficile, perché i governanti europei e i media vogliano farlo credere.

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acropolis

La fine della distensione tra Stati Uniti e Russia?

di Thomas Fazi

Mentre Washington intensifica la sua guerra economica contro la Russia, incoraggiando gli elementi più falchi all’interno dell’establishment della sicurezza russa, la pace appare inafferrabile come sempre

Dall’incontro dello scorso agosto in Alaska tra Putin e Trump, i funzionari russi hanno spesso invocato lo “spirito di Anchorage” per descrivere il quadro di intesa che si presume sia stato raggiunto tra i due leader. In pratica, possiamo supporre che ciò mirasse a conciliare l’istinto transazionale di Trump, sotto forma di accordi economici vantaggiosi per le aziende statunitensi e per il prestigio dello stesso Trump, con l’insistenza di Putin sulla necessità di affrontare le “cause primarie del conflitto”: ovvero la necessità di un nuovo accordo di sicurezza in Europa. Questo accordo, tuttavia, si è sempre basato su basi molto instabili, proprio perché le due parti hanno attribuito ad Anchorage due significati molto diversi. Dal punto di vista di Mosca, la posta in gioco è niente meno che una rinegoziazione fondamentale delle regole alla base della sicurezza europea e globale; Washington, al contrario, vede la questione in termini più ristretti: un conflitto specifico da gestire e contenere, senza disturbare la più ampia struttura del potere internazionale che va benissimo a Washington.

La Russia ha cercato di gestire questa tensione attraverso quello che potremmo definire un approccio a doppio binario.

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lantidiplomatico

Capire l'Iran

di Agata Iacono

Siamo stati abituati a guardare all'Iran attraverso stereotipi, costruiti per fomentare rivoluzioni colorate e regime change.

È difficile, per noi figli del positivismo e dell'illuminismo, della narrazione suprematista della nostra storia imperialista e colonialista, nonché consumatori compulsivi e schiavi del neoliberismo, concepire che vi possa essere sincretismo tra spiritualità e azione politica.

Noi occidentali crediamo di essere i detentori della democrazia e della libertà: siamo cresciuti a nutella, McDonald's e libertà:

libertà di arricchirsi sulla pelle degli altri, libertà di sfruttare i più deboli, libertà di avere successo e arricchirsi, di occupare e depredare, di imporre la legge del più forte, di consumare ed elevare il prodotto di consumo a status simbol....

Salvo, poi, essere anche liberi di perdere il lavoro, di non trovare nessuno disposto ad aiutarci o almeno a condividere empaticamente la nostra sofferenza, liberi di fallire, di essere "perdenti", di suicidarci o cadere in preda a droghe e depressione, senza assistenza, senza welfare, senza sanità e istruzione pubbliche.

Liberi di mercificare il corpo della donna, di essere indifferenti se 20.000 bambini a Gaza vengono uccisi deliberatamente, se i nostri potenti (la Coalizione Epstein) abusano di minorenni, stuprandoli, torturandoli, uccidendoli in riti antropofagi...

In Iran tutto è pubblico, è diritto dovere di ognuno partecipare alla pari alla vita politica.

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comedonchisciotte.org

Siamo di fronte a una svolta storica

di Stefano Vespo

Il dado è lanciato. Giulio Cesare, varcando il Rubicone, comprese perfettamente di stare tentando la sorte: le possibilità di qualunque sviluppo erano state aperte da quel gesto.

L’ attacco di Israele al regime iraniano lancia i dadi dei possibili scenari critici che questo attacco produrrà, scenari che coinvolgono l’intero pianeta. Esso accelera enormemente i processi dello sviluppo storico.

Occorre intanto definire che i reali antagonisti sono Israele e Iran e che la motivazione principale del conflitto non è affatto economica ma politica; o meglio, è quel misto di millenarismo apocalittico e imperialismo che è la dottrina del Grande Israele.

Israele vede nell’ Iran il più grande ostacolo al completamento dello sterminio dei Palestinesi e alla sua supremazia nel Medio Oriente.

Che tipo di guerra, quindi, sta per coinvolgerli? Essi sentono minacciata reciprocamente la propria sopravvivenza: si tratta quindi di un conflitto senza possibilità di soluzione che non sia la sconfitta o preferibilmente l’ eliminazione di uno dei due avversari.

La strategia di Israele si affida totalmente alla forza bellica e alla efficienza dell’ intelligence, oltre che alla strettissima collaborazione, quasi sudditanza, degli USA.

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lantidiplomatico

Russia: i missili su Teheran insegnano a comportarsi nelle trattative con gli USA

di Fabrizio Poggi

Alla luce dell'aggressione yankee-sionista all'Iran e in particolare delle modalità e dei tempi dell'attacco, vari osservatori in Russia si interrogano sia sul ruolo di “mediatore” apparentemente svolto dagli USA per addivenire a un accordo sul cessate il fuoco tra Ucraina e Russia, sia sulle più recenti notizie su una probabile fornitura di componenti nucleari a Kiev da parte di Francia e Gran Bretagna.

Su questo sfondo, non sorprendono certo le acclamazioni del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij per quanto compiuto da USA e Israele; ha detto anzi che «il regime iraniano ha deciso di diventare complice di Putin e gli ha fornito droni tipo “Shahed”; e non solo i droni stessi, ma anche la tecnologia per produrli, e ha fornito alla Russia altre armi». Zelenskij si è quindi accodato alla vomitevole omelia europeista, blaterando che «è giusto dare al popolo iraniano la possibilità di liberarsi del regime terroristico». Che, proclamato dal pulpito della “democrazia” nazigolpista, suona peggio di una beffa per le martoriate masse ucraine.

Ora, guardando ai missili che si abbattono su Teheran e ricordando che, secondo l'intelligence estera russa (SVR), Francia e Gran Bretagna pianificano di trasferire componenti nucleari a Kiev, il pensiero va direttamente al colpo che potrebbe essere pianificato contro la Russia. Naturalmente, scrive Dmitrij Popov su Moskovskij Komsomolets, il trasferimento verrà mascherato da uno “sviluppo tecnico ucraino”, come è stato, ad esempio, con i missili “Flamingo”.

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Piccola riflessione sul "male"

di Andrea Zhok

Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.

Tutti - me incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.

Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?

Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle regole"?

Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?

Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?

C'è da uscirne pazzi.

A meno che...

A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.

Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.

Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali.

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guerredirete.png

L’AI va in guerra (c’era già, ma qualcosa è cambiato?)

di Carola Frediani

È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.

Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.

Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società che produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.

Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra AI e sistemi d’arma e d’intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.

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kulturjam

Psicosi rossobruna: l’accusa che assolve chi la pronuncia

di Alex Marquez

 

L’accusa di rossobrunismo funziona come alibi morale di una sinistra americanizzata che sostiene guerre, neoliberismo e identità performative. Un dispositivo psichico e politico per espellere il conflitto di classe e autoassolversi.

 

La sindrome rossobruna come alibi politico

C’è una parola che oggi circola come una moneta falsa ma accettata ovunque: rossobrunismo. Non serve definirla, basta pronunciarla. Funziona da scomunica laica, da scorciatoia morale, da dispositivo disciplinare per rimettere in riga chi devia. In suo nome si assolvono guerre, si benedicono alleanze imbarazzanti, si riscrive la storia in tempo reale. L’accusa non descrive: cancella. Non argomenta: espelle. Ed è proprio questa sua efficacia brutale, più che il suo significato evanescente, a renderla centrale nel lessico politico contemporaneo.

L’uso della psicoanalisi in politica è sempre una tentazione pericolosa. Freud non è un editorialista e l’inconscio non vota. Tuttavia, come strumento euristico minimo, può aiutare a leggere certe ossessioni ricorrenti del dibattito pubblico. Una di queste è – appunto – la famigerata accusa di “rossobrunismo”, formula magica brandita come manganello simbolico contro chiunque osi deviare dalla retta via dell’ortodossia progressista contemporanea.

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piccolenote

Iran. Il suicidio di Trump mette a rischio il mondo

di Davide Malacaria

Trump minaccia un’invasione di terra dell’Iran e dichiara che l’America può continuare la “guerra per sempre” grazie alle sue scorte, riecheggiando le guerre infinite care ai neocon e che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere. Inutile sottolineare il tradimento delle promesse, che ha fatto infuriare i suoi sostenitori, più utile verificare se un’invasione è realistica.

Questa non si organizza da un giorno all’altro. Ammassare una compagine per conquistare un Paese esteso come l’Iran e portarla in loco richiede mesi e le perdite americane sarebbero insostenibili data la consistenza delle forze iraniane.

È fattibile però organizzare un attacco delle milizie del Kurdistan iracheno con gli Usa a supporto. Ne avevamo accennato in una nota pregressa e lo scenario sembra confermato da un articolo di Strana che spiega così l’intenso bombardamento americano sul confine tra Iran e Kurdistan iracheno.

Scenario che sembra confermato da Axios che riferisce come Trump avrebbe contattato i leader delle due più importanti fazioni del Kurdistan per interagire sulla crisi iraniana. Da tempo il Kurdistan iracheno è usato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, perché insiste sulle regioni iraniane con una forte presenza curda, di cui alimentano il separatismo. E qui si trovano le basi delle milizie curde contro cui di tanto in tanto le forze iraniane incrociano le spade.

Nella nota pregressa accennavamo a come le forze del Kurdistan potrebbero essere rimpolpate dai miliziani dell’Isis, 20mila dei quali sono fuggiti da un campo di detenzione siriano poco prima dell’attacco all’Iran.

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altrenotizie

Iran, l’aggressione della coalizione Epstein

di Fabrizio Casari

Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.

Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.

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lantidiplomatico

Il delirio irrealizzabile dell'impero: spegnere una civiltà

di Pasquale Liguori

Quello a cui il mondo assiste non è l’ennesimo sussulto di una tensione regionale mai risolta, né un’escalation calcolata tra potenze rivali che si confrontano da decenni. È qualcosa di radicalmente diverso: l’assurdo disegno di cancellare uno Stato dalla mappa della storia. Definire l’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran una “guerra esistenziale” è ormai un eufemismo che non rende neppure lontanamente giustizia alla realtà dei fatti, perché ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi è una campagna di tentato annichilimento statale condotta alla luce del sole, mentre gran parte del mondo finge di non vedere.

L’obiettivo, del resto, non è più il contenimento nucleare, né il dichiarato cambio di regime spacciato per “democratizzazione”. Le parole di Trump sulla “demilitarizzazione totale” e le dichiarazioni dei vertici sionisti che promettono, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, di colpire la leadership iraniana “passata, presente e futura”, svelano un’agenda che trascende la politica: all’Iran non si chiede di smettere di essere una Repubblica Islamica, ma di smettere, semplicemente, di esistere come Stato.

Privare uno stato di ogni capacità di sviluppo tecnologico e difensiva significa molto più che neutralizzarlo, perché equivale a condannarlo alla precarietà, negandogli la possibilità stessa di ricostituirsi come entità sovrana in futuro. È una pretesa di sottomissione totale che va oltre la resa incondizionata, l’intimazione a non esistere più come soggetto politico della storia.

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lafionda

Epstein-mania, ovvero il madornale errore della controinformazione

di Alessio Mannino

Come dimostrano le dimissioni del ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, il caso Epstein sta generando effetti a catena nelle prime file del gotha occidentale. Ma realismo impone di non scambiare la rimozione degli elementi più sacrificabili per un crollo dell’intera impalcatura su cui i grandi interessi internazionali si reggono. Per arrivare a questo non basteranno nemmeno i clamorosi arresti di Andrea, fratello di re Carlo d’Inghilterra, e di Peter Mandelson, ex braccio destro di Tony Blair. Né di altri in futuro. Anzi, tutto il contrario: la pur obbligata individuazione ed esposizione al pubblico ludibrio dei singoli segue il collaudato meccanismo di isolare e scaricare le “mele marce”, così da proteggere e puntellare l’istituzione o circolo di cui fanno parte. E anche quando la decapitazione dell’establishment assumesse proporzioni da valanga, le conseguenze ben difficilmente metterebbero in pericolo i meccanismi profondi che permettono alla classe dirigente di riprodursi. Per la semplice ragione che il piano giudiziario ed etico, di per sé, colpisce le storture del sistema. Ma non tocca il sistema. Facendo salire l’indignazione popolare, può provocare qualche terremoto dando maggiori appigli ai contestatori. Ma in assenza di una forza pronta a mettere in discussione non la sola gerenza sotto accusa, ma le fondamenta stessa dell’edificio, nessuna apocalisse politica potrà mai verificarsi. Non basta che i piani alti vengano squassati, per altro autogestendo gli scossoni: dev’esserci anche chi sa approfittare del momento per piazzare la dinamite alla base.

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comidad

Il sovranismo autocoloniale

di comidad

Ha suscitato imbarazzo il fatto che all’ultima conferenza per la sicurezza di Monaco il segretario di Stato USA, Marco Rubio, abbia riciclato il concetto di colonialismo indicandolo come valore da recuperare. A parte le ovvie considerazioni sull’inconsistenza di Rubio (un personaggio degno di nota solo per essere cognato di un narcotrafficante), va anche detto che, al di là delle ipocrisie ufficiali, il colonialismo non è mai tramontato. Sono state in parte superate le forme dirette di colonialismo, però con la rilevantissima eccezione della colonia sionista in Medio Oriente. Il colonialismo di stampo ottocentesco è stato in gran parte superato non per eccesso di bontà da parte occidentale, come vorrebbe far credere Rubio, bensì a causa del costo eccessivo che comporta l’occupazione dei territori.

Lo stesso concetto di “Occidente” non è altro che un eufemismo che sta a indicare il suprematismo e il colonialismo delle tribù bianche su quelle di colore. C’è una tendenza a “sinistra” a immaginarsi un occidentalismo scevro da implicazioni razziste e colonialiste, ma purtroppo non si può maneggiare il concetto di Occidente senza prendersi tutto il pacchetto. Si è avuto un ulteriore riscontro di questa concezione suprematista e tribale nel 2011, quando Rossana Rossanda ci informò che, non potendo essere considerato nostro amico, Gheddafi andava eliminato.

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sinistra

Orwell, l'Europa e l'Iran

di Lavinia Marchetti*

Il linguaggio politico corrente assume forme perfettamente orwelliane. Come scriveva Orwell, «il linguaggio politico è fatto per far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’omicidio». Nelle piazze d’Italia alcuni pacifisti sostengono che l’intervento occidentale «non è una guerra, è un aiuto militare per abbattere una dittatura», sostegno armato giustificato come liberazione. Questa frase speculare illustra esattamente il meccanismo di cui Orwell parlava: trasformare i piani di conquista in atti di “liberazione” e ribaltare così la verità a favore dei padroni del discorso.

 

𝐏𝐑𝐎𝐕𝐀𝐓𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐔𝐍 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐎 𝐀 𝐏𝐄𝐍𝐒𝐀𝐑𝐄 𝐒𝐄 𝐔𝐍 𝐌𝐈𝐒𝐒𝐈𝐋𝐄 𝐈𝐑𝐀𝐍𝐈𝐀𝐍𝐎 𝐀𝐕𝐄𝐒𝐒𝐄 𝐂𝐎𝐋𝐏𝐈𝐓𝐎 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐈𝐒𝐑𝐀𝐄𝐋𝐈𝐀𝐍𝐀 𝐄 𝐀𝐕𝐄𝐒𝐒𝐄 𝐔𝐂𝐂𝐈𝐒𝐎 𝟏𝟔𝟎 𝐁𝐀𝐌𝐁𝐈𝐍𝐄.

Quando gli USA e Israele bombardano, la notizia è trattata come legittima difesa. le loro vittime non hanno nome, le loro distruzioni quasi scompaiono. Ma quando un Paese aggredito risponde nel rispetto del diritto internazionale, scatta la caccia all’“escalation”. Ad esempio, mentre a Teheran scendono in piazza migliaia di persone per gridare «morte a USA e Israele», manifestazione di popolo gigantesca ignorata dai media occidentali , la televisione mostra prevalentemente un pugno di esuli che invocano il “regime change” sotto le bombe. In altre parole, i cittadini iraniani che appoggiano la resistenza al loro governo tornano invisibili, mentre pochi oppositori in Italia o altrove rimbalzano come un “contro-potere”. Questo ribaltamento mediale annulla ogni distinzione tra aggressore e aggredito. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto nel conflitto russo-ucraino.

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Perché la Cina non interviene per fermare la guerra degli USA contro l'Iran?

di Brian Berletic

In qualche modo questa è una domanda che la gente si pone ancora, quindi ve la spiegherò.

1. L'esercito cinese è stato concepito per difendere la Cina all'interno e lungo i suoi confini da un massiccio e crescente rafforzamento militare statunitense lungo le sue periferie, in atto da decenni.

Le sue forze sono organizzate attorno a un hardware progettato specificamente per questo scopo, non per proiettare potenza militare in tutto il mondo come fanno gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti hanno queste capacità perché hanno un esercito aggressore, non per la difesa nazionale.

La Cina non ha letteralmente la capacità di proiettare la potenza militare necessaria per affrontare e fermare con successo una guerra di aggressione su vasta scala degli Stati Uniti dall'altra parte del pianeta con le capacità di difesa nazionale di cui dispone;

2. Per scatenare questa guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti hanno impiegato decenni a costruire una rete di basi globali e regionali, reti logistiche, depositi di munizioni, depositi di carburante, capacità di difesa aerea integrate regionali ecc. per prima cosa circondare l'Iran e poi attaccarlo.

Per fermare tutto questo, la Cina dovrebbe creare una rete uguale o più grande in tutta la regione, ma questo semplicemente non è possibile;

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Il crollo del diritto internazionale: perché l'attacco all'Iran segna il punto di non ritorno

di Michele Blanco

La totale ingiustificata assenza di reali reazioni all'aggressione militare con vittime civili e circa 100 bambine di una scuola elementare, da parte di Stati che operano contro ogni principio di diritto internazionale come sono Israele e gli Stati Uniti d'America, purtroppo che da ora in poi sarà legittima ogni altra terribile violazione. Prossimamente probabilmente si avranno l’invasione cinese di Taiwan e poi l'invasione degli statunitensi a Cuba che ci provano dall' invasione della baia dei Porci del 1961 con il fallito tentativo di rovesciare il governo di Fidel Castro a Cuba, messo in atto dalla CIA degli Stati Uniti d'America.

Ovviamente non è valida in nessun modo la vecchia e strausata scusa di "esportare la democrazia", anzi, se ci riescono, vogliono insediare al potere il figlio dell'ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia/Iran, con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L'ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo "regno" ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall'uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l'opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. Questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, povertà diffusa, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.

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E’ ancora il 1948. Per tutta la regione, e per Israele e Palestina

di Paola Caridi

E così è cominciata. È cominciata la guerra del 2026. Mentre è in corso un genocidio a Gaza, e la comunità internazionale è nel mezzo di una trasformazione del suo “ordine globale” che sta sovvertendo il sistema di regole. È come se avessimo messo in archivio la seconda guerra mondiale, il modello da non ripetere e da cui affrancarci.

È troppo apocalittico? Non credo. La guerra del 2026 non è certo il primo confronto armato tra Israele e Iran in questo tempo di genocidio, ma la sua misura e la sua grandezza sono già diverse. Entrambi i paesi lo definiscono, in modo antagonistico, nello stesso modo: una “minaccia esistenziale”. È la ragione addotta da Netanyahu nella sua dichiarazione di guerra contro l’Iran (è ora di chiamare le cose con il loro nome). Ed è quello che il regime iraniano ripete da giorni: un attacco da parte di Israele, a cui sono subito aggregati gli Stati Uniti, è considerato dall’Iran una minaccia esistenziale che pone le basi militari statunitensi nella regione come primo bersaglio. E così è stato. Missili iraniani non sono stati lanciati solo verso Israele, e la Giordania stavolta afferma di aver fermato due missili balistici  diretti sul suo territorio. Sotto un primo attacco sono le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq. L’inizio di una guerra regionale, in cui le differenze anche profonde tra i paesi arabi nei confronti di Israele, Palestina, e genocidio a Gaza, si annullano nell’attacco israeliano-statunitense all’Iran. E’ persino oltre l’invasione e disarticolazione dell’Iraq cominciata nel 2003, la prima tappa della trasformazione dell’Asia sud-occidentale (il vecchio, coloniale Medio Oriente).

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Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio

di Francesco Bugli

L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.

Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.

Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.

È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.

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lantidiplomatico

I mostri in attesa del nuovo mondo che tarda a venire

di Carla Filosa

La cultura del nostro tempo, quella della narrazione di un “dover essere che non è”, affonda sempre più le sue radici nella propaganda dei miti e riti di un passato mai trascorso del tutto, perché mai analizzato politicamente fino in fondo, e che nel ventennio prebellico si è articolato con un centinaio di parole ripetendo le stesse formule. Un Gaetano Salvemini poteva esser chiamato “ceffo” – tanto per un rapidissimo esempio – e nell’età dei cosiddetti totalitarismi in cui vigeva “l’organizzazione intellettuale degli odî politici” si è elevata la politica a religione[1][2]. Il linguaggio, da allora, doveva puntare alla semplificazione, alla riduzione della complessità del reale, peraltro ineliminabile, soggiogando gli individui attraverso un processo ipnotico disposto sui piani emozionali e a esclusione di quelli razionali. Tutto ormai noto, e in quanto tale mai conosciuto a fondo.

Attualmente abbiamo un ministro della Giustizia che si permette di travisare ogni parola ostile ai suoi obiettivi di vittoria politica, e che ultimamente ha definito “paramafioso” un Csm di cui è capo il Presidente della Repubblica, implicitamente recando offesa alla persona e denigrando l’Istituzione, che Mattarella ha successivamente prontamente difeso. Tanta sensibilità e onestà intellettuale del ministro si è resa evidente e stabile nello scendere l’altro bieco gradino in cui ha tentato di trascinare una vecchia denuncia di un magistrato autorevole come Di Matteo nel tranello di voto per il Sì, dato che nel 2019 questi aveva presentato la sua candidatura al Csm, definendo in tutt’altra accezione la “degenerazione del correntismo”.

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comedonchisciotte.org

Donald Trump sta cercando una via d’uscita?

di Larry C. Johnson

L’attacco decapitante sferrato sabato da Israele e Stati Uniti ha ucciso l’Ayatollah Khamenei mentre, secondo quanto riferito, era in riunione con alti ufficiali dell’esercito iraniano. L’attacco israeliano è stato una fortunata coincidenza o una trappola deliberatamente pianificata? Gli Stati Uniti avevano inviato un messaggio a Khamenei per un incontro volto a discutere una proposta americana in preparazione della riunione prevista per lunedì – ora annullata – a Ginevra? Qualunque cosa abbia riunito questi alti funzionari iraniani, [la loro uccisione] è stata una vittoria di Pirro per l’Occidente e i suoi padroni sionisti. La morte di Khamenei non ha spinto gli oppositori iraniani della Repubblica Islamica a riversarsi nelle strade di Teheran per chiedere la cacciata dei mullah. No, l’attacco ha spinto il popolo iraniano a chiedere senza esitazione la continuazione del governo dei mullah.

Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Donald Trump sta facendo affermazioni esagerate sui successi militari statunitensi; in pratica uccidere degli iraniani. Tuttavia, ci sono nuove notizie che suggeriscono che Trump sarebbe in preda al panico e alla ricerca di un modo per dichiarare vittoria e uscire dalla guerra. Donald Trump ha chiesto all’Italia di mediare o fungere da tramite per proporre un cessate il fuoco immediato con l’Iran, a seguito dei recenti attacchi militari statunitensi e israeliani contro obiettivi iraniani (tra cui la presunta uccisione della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei alla fine di febbraio 2026).

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lantidiplomatico

La guerra statunitense contro l'Iran

di Michael Hudson - Sovereignista

Venerdì scorso il mediatore dei negoziati nucleari tra Stati Uniti e Iran in Oman, il ministro degli Esteri di quel Paese Badr Albusaidi, ha svelato la finta pretesa del presidente Trump di minacciare la guerra con l'Iran perché aveva rifiutato le sue richieste di rinunciare a quella che lui sosteneva essere la sua spinta a costruire una propria bomba atomica. Il ministro degli esteri omanita ha spiegato su “Face the Nation” dell’emittente CBS che il team iraniano aveva accettato di non accumulare uranio arricchito e aveva offerto una "verifica completa e completa da parte dell'AIEA".

Questa nuova concessione fu "una svolta mai raggiunta prima. E penso che se riusciamo a catturare questo e costruirci sopra, credo che un accordo sia a portata di mano" per raggiungere "un accordo secondo cui l'Iran non avrà mai, mai un materiale nucleare che possa creare una bomba. Penso che questo sia un grande traguardo."

Sottolineando che questa svolta "è stata fortemente trascurata dai media", ha sottolineato che chiedere "zero stockstock" andava ben oltre quanto negoziato durante l'amministrazione Obama, perché "se non si può accumulare materiale arricchito, allora non c'è modo di creare una bomba".

L'Ayatollah Ali Khamenei – che aveva già emesso una fatwa contro qualsiasi cosa del genere e aveva ripetuto questa posizione anno dopo anno – ha convocato i leader sciiti e il capo militare iraniano per discutere la ratifica dell'accordo che prevedeva la cessione del controllo dell'uranio arricchito per prevenire la guerra.

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Decapitare stanca

di Francesco Piccioni

Fare una proposta che non si può rifiutare” è pratica antica di imperatori e mafiosi. I primi ammantano di diplomazia la successiva trattativa, i secondi ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto, ma la sostanza è la stessa: se non ti arrendi, ti sparo.

Gli Stati Uniti, dal 1945 a oggi, hanno sempre seguito questo schema con qualsiasi Paese non fosse dotato di armi nucleari. Israele idem, potendo contare sul supporto incondizionato dell’imperatore dominante. La retorica stesa sulle aggressioni, fino a un certo punto, si sforzava di presentare il bersaglio come fonte di tutti i mali inneggiando a “libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.

Argomenti ad hoc, reversibili, scambiabili, a doppio standard (nell’Afghanistan sovietico, per esempio, le donne godevano di tutti i diritti – almeno nelle città più grandi – e i freedom fighters sostenuti da Usa e Arabia Saudita erano invece i Talebani che poi hanno reimposto il burka; per essere subito dopo attaccati con la scusa di “liberarle dai liberatori”).

Era il periodo dell’impero dei “buoni”, che abbattevano governi e regimi di tutti i tipi – il socialista Allende, il laico Mossadeq nell’Iran del 1953, e poi i musulmani laici Saddam Hussein e Gheddafi, lo jugoslavo Milosevic, il narcotrafficante Noriega e tanti altri – per imporre il proprio dominio in nome del superiore modello occidentale.

La crisi crescente – rimandiamo ad altri contributi per gli aspetti “strutturali” – alla fine ha reso in-credibile questo dispositivo giustificazionista delle aggressioni, ma ha aumentato la loro frequenza e “necessità”.

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lantidiplomatico

IN AGGIORNAMENTO. Iran: 787 morti per gli attacchi di USA e Israele. Tel Aviv occupa territori in Libano

di La Redazione de l'AntiDiplomatico

AGGIORNAMENTI

Ore 13:00 Un riepilogo degli sviluppi recenti

  • Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, afferma che i nemici dell'Iran "devono fermare la guerra" e invita la comunità internazionale "ad assumersi le proprie responsabilità prima che sia troppo tardi". Avverte che il processo avviato "presto travolgerà l'Europa".
  • L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha confermato, sulla base delle ultime immagini satellitari, "alcuni recenti danni agli edifici d'ingresso" dell'impianto sotterraneo di arricchimento dell'uranio di Natanz in Iran, aggiungendo che non era previsto alcun impatto radiologico e che non è stato rilevato alcun impatto aggiuntivo.
  • Israele ha ordinato alle sue forze di avanzare e conquistare posizioni nel Libano meridionale, in seguito al precedente accumulo di truppe in quella zona, spingendo l'esercito libanese a ritirarsi dalla zona di confine.
  • Almeno 30.000 sfollati hanno cercato protezione nei rifugi in Libano da quando, lunedì, sono iniziate le ostilità tra Israele e Hezbollah, afferma l'UNHCR.
  • L'Iran ha celebrato una cerimonia funebre di massa per le 165 persone uccise in un attacco israelo-americano contro una scuola nella città meridionale di Minab.