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lantidiplomatico

Il "welfare surrogato" del turismo di massa

di Antonio Di Siena

Oggi La Gazzetta del Mezzogiorno propone due articoli sulla prima pagina cittadina che raccontano la stessa storia osservandola da due angolazioni diverse ma convergenti.

Da una parte Bari Vecchia, che esplode di turisti e strutture ricettive ma è priva di servizi pubblici adeguati; dall’altra la denuncia di un residente e memoria storica, che evidenzia la perdita - di fatto irreversibile - delle tradizioni del quartiere.

Ciò che emerge è un processo strutturale, che investe l’intera città di Bari così come (a velocità variabili) la quasi totalità delle altre città euromediterranee.

Partiamo da un presupposto: che la proliferazione incontrollata di B&B faccia tabula rasa di residenti, comunità e tradizioni locali non è un’opinione, è un fatto. E non saranno di certo la focaccia e i San Nicola di terracotta elevati a brand internazionale a salvarli.

Quando si sceglie di trasformare un quartiere in una vetrina, infatti, si trasforma un luogo in un prodotto e i suoi residenti in figuranti. Si allestisce uno spettacolo, fatto di luoghi e persone, funzionale a rievocare un passato esotico che non esiste più. Una sorta di “musealizzazione del passato” non molto diversa da un presepe vivente.

Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza concreta e diretta del modello stesso che si è scelto di implementare. Che se ne parli, che si prenda posizione e si denunci questa evidente stortura, è certamente un bene.

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codicerosso

“Una poltrona per due” e il Natale violento del capitale

di Guy Van Stratten

Perché ogni anno, Una poltrona per due (Trading Places, 1983), di John Landis, viene puntualmente trasmesso dalla televisione italiana in occasione della vigilia di Natale? E perché ogni anno raggiunge altissimi livelli di ascolto tali da superare, come leggiamo nella pagina wikipedia dedicata al film, la messa di mezzanotte trasmessa quasi contemporaneamente? La visione di questo film, almeno da noi, è diventata un classico natalizio, ancora più natalizio della messa di Natale. Si potrebbe pensare che esso venga associato al Natale perché è una facile commedia che, tra l’altro, si svolge nel periodo natalizio e perché, alla fine, trionfano i buoni sentimenti. Eppure, se lo analizziamo attentamente, si scopre che si tratta di una storia che racconta un feroce spaccato di un’altrettanto feroce guerra, quella finanziaria. Due ricchi capitalisti, i fratelli Duke, per una scommessa, decidono di sostituire il loro agente di cambio, il benestante Louis Winthorpe III (Dan Aykroid), con il povero senzatetto Billy Ray Valentine (Eddie Murphy). Winthorpe e Valentine, inizialmente rivali, si alleeranno contro i Duke. Tutto il film è incentrato sul desiderio di arricchirsi a tutti i costi, sull’odio e sulla gelosia che si prova per chi gode una qualsiasi situazione di privilegio, sull’aspirazione al benessere e ai confort che si possono acquistare con il denaro. In questo senso, si tratta di un film in linea con l’ideologia reaganiana degli anni Ottanta americani ma anche di quelli italiani. Non è un caso che ogni anno a Natale venga programmato da Italia 1 o, comunque, da una rete Mediaset, fondata da Berlusconi, il personaggio simbolo della “Milano da bere” anni Ottanta.

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lantidiplomatico

Asset russi, riserve d'oro e bolla delle armi: come la dedollarizzazione continua a scavare la fossa dell'imperialismo

di Alex Marsaglia

Mentre i Paesi europei colonizzati subiscono il giogo dell’Unione Europea che mira a depredare anche le riserve auree rimaste nelle casseforti delle Banche Centrali Nazionali (vedi: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025AB0039), raschiando il fondo di un barile sempre più vuoto dopo quasi un ventennio di crisi e stagnazione economica e anni di sanzioni e blocchi al partner energetico russo, succede che nel resto del mondo si afferma chi pensa di sganciarsi da questo modo criminale di fare economia.

Dalla questione degli asset russi, all’appropriazione delle riserve auree, ormai il pensiero fisso dell’Unione Europea è la rapina diretta in aperta violazione delle sovranità nazionali e del diritto. Se i singoli Stati europei si sono lasciati ingannare facilmente, il resto del mondo in questi anni ha pensato e costruito un’altra strada per non farsi colonizzare brutalmente e dover subire ogni sorta di violenza e angheria. Non è infatti stata solo la crisi economica e il conseguente acquisto dell’oro come bene rifugio da parte dei privati ad averne determinato l’apprezzamento record. Dietro la valorizzazione c’è una ben precisa strategia che ha visto le Banche Centrali di Cina, Russia e Iran negli ultimi anni acquistare oro a ritmi vertiginosi, determinando il raddoppio del suo valore nel giro di pochi mesi (vedi grafico 1).

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Elena Basile: «Quando la forza sostituisce il diritto»

di Elena Basile

Le amare riflessioni dell’ambasciatrice sulla crisi delle democrazie liberali

Elena Basile analizza la deriva autoritaria dell’Occidente, dove l’arbitrio ha ormai soppiantato la legalità. In ogni ambito: dal declino del multilateralismo allo smantellamento dello Stato sociale. Tra censura mediatica, algoritmi e il silenzio dell’intelligencija, il pensiero critico è sotto attacco. Un appello urgente alla razionalità e all’unione per invertire la rotta, prima che la «rana bollita» della nostra civiltà soccomba.

* * * *

La forza sostituisce il diritto. Sul piano internazionale si è trattato di un processo graduale, iniziato negli anni Novanta con la distruzione del multilateralismo e con la sostituzione di Osce e Onu con la Nato, promossa, da Alleanza militare difensiva dal Patto di Varsavia, a organizzazione per la sicurezza e la democrazia con un raggio di azione non più limitato all’Europa.

La forza sostituisce il diritto sul piano economico-sociale. Termina la dialettica capitale/lavoro. La detassazione dei ceti capitalisti, possibile in virtù della libera circolazione dei capitali, innesta il processo di finanziarizzazione dell’economia dando vita alla distanza sociale mai avuta in precedenza tra privilegiati e non.

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quodlibet

Credere e non credere

di Giorgio Agamben

Nel 1973, scrivendo La convivialità, Illich prevedeva che la catastrofe del sistema industriale sarebbe diventata una crisi che avrebbe inaugurato una nuova epoca. «La paralisi sinergica del sistema che l’alimentava provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale… In un tempo molto breve la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni dominanti, ma anche in quelle specificamente addette a gestire la crisi. Il potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come l’istruzione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l’informazione ecc.) si dissolverà di colpo allorché diventerà palese il suo carattere illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e magari di poco conto, come il panico di Wall Street che portò alla Grande Depressione… Da un giorno all’altro, importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità, insieme alla reputazione di servire il bene pubblico».

È bene riflettere sulle ragioni e sui modi in cui queste profezie, sostanzialmente corrette, dopo quasi mezzo secolo non si sono avverate (anche se molti sintomi sembrano confermarne l’attualità). Il modo di produzione industriale e il potere che l’accompagna continuano a esistere pur avendo perduto ogni rispettabilità e ogni credibilità. Illich non poteva immaginare che un sistema potesse mantenersi proprio attraverso la perdita di ogni credibilità – che, cioè, gli uomini continuassero ad agire secondo modelli e principi in cui non credevano più, che la mancanza di fede, l’essere oligopistos (Matteo, 14, 31), diventasse la condizione normale dell’umanità (e certamente a rendere accettabile la perdita della fede, era stata innanzitutto la Chiesa, trasformando in un pacchetto di dogmi la vicinanza fra cuore e parola che era in questione in Paolo, Rm. 10,6-10).

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lafionda

 

Mosca, l’autobomba e la soglia invisibile della guerra

di Giuseppe Gagliano

 

L’attentato che colpisce la struttura

L’uccisione del tenente generale Fanil Sarvarov, avvenuta il 22 dicembre in un parcheggio residenziale nel sud di Mosca, segna un passaggio ulteriore nella trasformazione del conflitto russo-ucraino. Non è soltanto l’eliminazione di un alto ufficiale, ma un colpo portato alla spina dorsale organizzativa delle Forze armate russe. Sarvarov, responsabile dell’addestramento operativo dello Stato maggiore, incarnava la continuità e la trasmissione del sapere militare: una funzione meno esposta mediaticamente, ma decisiva per la capacità di rigenerazione dello strumento bellico.

La dinamica è chiara e studiata. Un ordigno collocato sotto l’auto, l’esplosione all’alba, il ferimento mortale e il decesso poco dopo in ospedale. Un’azione che non cerca lo spettacolo, ma l’efficacia. Il Comitato Investigativo russo parla apertamente di omicidio e traffico illecito di esplosivi, indicando la pista dei servizi speciali ucraini come una delle principali. È il linguaggio della guerra segreta, dove l’attribuzione non è mai definitiva ma sempre politicamente orientata.

 

Precedenti e metodo

L’attentato a Sarvarov non arriva nel vuoto. È il terzo episodio, in poco più di un anno, che colpisce generali russi di alto rango con ordigni esplosivi nell’area di Mosca.

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comidad

La fine di una globalizzazione mai cominciata

di comidad

La genesi storica delle talassocrazie è strettamente intrecciata con la pirateria. Negli ultimi giorni di dicembre del 1600 fu costituita la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, che, secondo alcune ricostruzioni storiche, fu anche una delle prime società per azioni, quindi l’antenata delle attuali multinazionali. Ovviamente la Compagnia esisteva già prima di formalizzarsi legalmente, ed era una delle tante associazioni a delinquere dedite alla pirateria. La legalizzazione della Compagnia delle Indie fu un episodio di cronaca di notevole risonanza e se ne trovano tracce anche nella letteratura. L’Amleto fu pubblicato tra il 1602 e il 1603, ma scritto nel corso dei due anni precedenti; nel terzo atto dell’Amleto il re Claudio dice che nelle “correnti corrotte” di questo mondo spesso la mano aurea del delitto riesce a spostare la bilancia della giustizia a proprio favore, e ciò proprio usando i proventi del delitto per comprarsi la legge.

La talassocrazia statunitense è considerata l’erede della talassocrazia britannica; perciò il fatto che l’amministrazione Trump abbia adottato la prassi di abbordare e saccheggiare le navi che trasportano petrolio venezuelano, è considerata da alcuni come una regressione infantile ai primordi pirateschi della talassocrazia, a prima del diritto internazionale della navigazione ed a prima della globalizzazione. Potrebbe essere un’interpretazione abbastanza valida se opportunamente dimensionata, cioè se si evita di credere che davvero esistesse un diritto internazionale e non un suo simulacro. Un trattato internazionale sul diritto della navigazione (l’UNCLOS) è stato firmato dagli USA nel 1982, ma mai ratificato dal senato; ciò nella pratica ha significato per Washington applicare il trattato solo nei casi in cui gli faceva comodo.

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coku

Lenin: Lezione ai geopoliticanti

di Leo Essen

Il titolo più appropriato per questo straordinario libretto di Lenin, scritto nel 1916, avrebbe potuto essere La fine del «laissez-faire». La lettura è particolarmente indicata per quei geopolitici che fanno ruotare la storia attorno a un punto fisso, la giurisdizione statale. In Lenin, invece, nulla svolge la funzione di perno centrale: nemmeno le categorie della produzione e della finanza, che risultano sempre affettate dalle classi e dalle forme giuridiche ed economiche.

Dove va il capitalismo?, si chiede Lenin.

L’antico capitalismo — quello della libera concorrenza — risponde, va a carte quarantotto.

La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre — anzi quattro — elementi di rottura fondamentali.

1) Socializzazione.

La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.

2) Calcolo.

La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.

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contropiano2

Torino. La violenza che non fa notizia

di Osservatorio Repressione

Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.

Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.

E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.

La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.

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lantidiplomatico

“Russofilia Russofobia Verità”. L'elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II

di Andrea Zhok

Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D'Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell'Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo "Chi vi paga?", cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono "A che ora tua madre smette il turno sulla tangenziale?" devi rispondere educatamente dandogli un orario - e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)

Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.

L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione a oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.

Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.

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lantidiplomatico

Indovinate cosa chiede Vladimir Zelenskij all'Italia (tramite La Stampa)?

di Fabrizio Poggi

Soldi, soldi e ancora soldi: è questo il succo delle dichiarazioni di Vladimir Zelenskij a La Stampa e «alcuni dei principali media internazionali». Soldi, principalmente per mantenere, a pace conclusa, un esercito ucraino di 800.000 uomini, come agognato dai nazigolpisti di Kiev. Un numero, commenta l'articolista del giornale torinese, Francesco Semprini, che costituisce «un altro dei principali nodi del piano di pace nato su impulso di Washington e successivamente emendato dagli emissari di Europa e Ucraina... Un numero che però l’Ucraina non sarebbe in grado di garantire autonomamente, perché non ci sono risorse finanziarie sufficienti».

Ci vorranno anni, dice infatti il “Walter Chiari” della tragicommedia ucraina, prima che Kiev sia in grado di pagarsi da sola le proprie forze armate ed è dunque «per questo che sto portando avanti un dialogo con i leader internazionali: considero il finanziamento parziale del nostro esercito da parte dei nostri alleati come una ulteriore garanzia di sicurezza per l’Ucraina... per ora, abbiamo bisogno del sostegno dei partner». E, catechisticamente, l'articolista commenta commosso che «Nonostante il cammino verso la pace, a quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, sia ancora lastricato di incertezze e complessità, nelle parole del leader ucraino è sempre presente il richiamo alla speranza. Un tratto che ha sempre caratterizzato la postura ucraina nell’arco di questi quarantasei mesi di resistenza». Manca solo l'evangelica preghiera per la trasformazione di un farabutto, che continua a mandare al macello decine di migliaia di giovani ucraini, in un apostolo della fede e l'omelia è completa.

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analisidifesa

L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia

di Gianandrea Gaiani

La decisione di congelare a tempo indeterminato i beni finanziari russi in Europa e di procedere a un prestito comune da 90 miliardi di euro per finanziare l’Ucraina si presta a diverse valutazioni.

Senza voler ripetere i dettagli già ampiamente illustrati dall’articolo di Giacomo Gabellini, gli aspetti più rilevanti della vicenda sono almeno tre.

Il primo ha risvolti interni alla UE e alla tenuta della Commissione von der Leyen: è fallito il tentativo, reiterato per mesi da tutti i principali commissari europei e da molti leader nazionali, di sequestrare i beni russi per finanziare l’Ucraina giustificando l’atto illegale con il valore morale di sostenere Kiev col denaro del suo nemico russo.

Invece di lanciare proclami per mesi attribuendo patenti di “putiniani” a chiunque mettesse in dubbio l’opportunità e la legalità del furto degli asset russi, i leader europei avrebbero risparmiato molte brutte figure rinunciando alle dichiarazioni pubbliche (molte sopra le righe) e chiudendosi in una stanza, anche per litigare, ma per uscirne poi con una decisione precisa e condivisa.

La conseguenza di questo dilettantesco pressapochismo è un compromesso in cui hanno vinto le posizioni prudenti espresse da cinque nazioni, tra cui Italia e Belgio, preoccupate di dover affrontare cause giudiziarie e del crollo di credibilità dell’intera Area Euro agli occhi degli investitori internazionali.

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contropiano2

L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare

di The Islander

Come ricordiamo spesso, questo spazio “Interventi”è finalizzato a ospitare contributi e opinioni interessanti, utili per inquadrare la complessità del mondo in modo razionale. Anche e soprattutto quando le analisi ospitate non coincidono perfettamente con le nostre.

Sulla mancata rapina degli “asset russi” depositati in Europa ci siamo espressi più volte, e restiamo convinti di aver centrato il problema.

Qui, comunque, nonostante una differenza di interpretazione su quale sia stato l’ostacolo principale per i “rapinatori” (se i pareri contrari di parecchi paesi membri oppure “i mercati”), il ruolo dell'”ecosistema finanziario globale” è delineato in modo chiaro.

E aiuta a comprendere la gravità – e la follia sistemica – dei caporioni della UE. Colonialisti nel cervello, ma senza più una visione realistica del mondo né le physique du rôle per imporre la propria volontà.

* * * *

Non con carri armati, non con trattati, non con dichiarazioni di guerra, ma con qualcosa di molto più permanente: la politicizzazione della proprietà sovrana.

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lantidiplomatico

Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso

di Agata Iacono

Non è la costituzione dello Stato di Israele, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha dato origine al sionismo. Il sionismo come progetto e ideologia esisteva già.

Fu Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico che nel 1896 propose la creazione di “una patria legalmente garantita per il popolo ebraico in Palestina”, e organizzò il primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897.

Il sionismo si prefigurava già, quindi, alla fine del XIX secolo, come colonialismo d’insediamento in un territorio già abitato, fiorente e ricco di secoli di storia, tradizioni, cultura interreligiosa, dove pacificamente vivevano mussulmani, cristiani, ebrei. Ma l’Italia non è nuova a questa equiparazione spuria e antistorica.

All’indomani della giornata della memoria nel gennaio del 2007, ad esempio, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accogliendo un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto e di studenti di ritorno da una visita scolastica ad Auschwitz, tuonò “contro ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo”. E non solo.

Nel novembre 2016, lo stesso Napolitano, non più in carica, si sentì in dovere di scrivere una lettera aperta all’Osservatorio antisemitismo, per ribadire che l’antisionismo è una forma di antisemitismo.

“Negare le ragioni storiche della nascita dello Stato di Israele è una forma di antisemitismo. Vale anche per l’Unesco. Lottiamo insieme per l’indipendenza e la sicurezza di Israele” (https://share.google/P9Mmog9JHfWXoXpGL)

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marxismoggi

“Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi

di Gianmarco Pisa

La giornata internazionale dei diritti umani, 10 dicembre, corrisponde, qui a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla seconda giornata, quella della restituzione in plenaria dei Tavoli di lavoro, dei panel conclusivi, e della proclamazione del Manifesto di Caracas per la verità, la pace e la sovranità dei popoli, della Assemblea dei Popoli per la sovranità e la pace, la grande assise internazionale, di lotta contro la guerra e per la pace, che ha portato nella capitale venezuelana mille delegati provenienti da ben cinquanta Paesi di tutto il mondo, letteralmente da tutti e cinque i continenti. Già la restituzione dei tavoli di lavoro fornisce una prima ricostruzione di massima della vastità, dell'ampiezza e della ricchezza dei temi che sono stati sviluppati e che sono stati oggetto di relazioni, confronto e dibattito: guerra economica; guerra cognitiva e, in particolare, voci del mondo emergente contro la guerra mediatica; difesa della madre terra; difesa dei diritti delle persone migranti contro razzismo, xenofobia, suprematismo; unione dei popoli del Sud globale; giovani generazioni, la generazione geniale contro l’etichetta di “generazione Z”; e infine, ma non certo per importanza, di fronte all’escalation statunitense nel mar dei Caraibi, all’ennesima aggressione in corso contro il Venezuela bolivariano (ma si potrebbero aggiungere Cuba socialista e tutti i Paesi i cui governi non sono “allineati” alle imposizioni statunitensi), al proliferare della violenza armata, della militarizzazione e della guerra a ogni latitudine, “bolivarismo contro monroismo”, la dottrina e il pensiero di Simón Bolívar contro la famigerata e attualissima dottrina Monroe.

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poliscritture

I punti critici (tipping points): clima, impero, AI

di Paolo Di Marco

 

Ricordo la prima volta che ne parlai pubblicamente, quando a un seminario alla Facoltà di Architettura del Poli Milano nell’84 raccontai ai colleghi come nasce il caos, facendo il classico esempio del cerchio di difesa del cane: se sei fuori il cane non reagisce, se entri attacca; se sei proprio sul bordo allora il fattore distanza perde importanza e intervengono altri fattori secondari (odore, atteggiamento…). Un fenomeno lineare e prevedibile diventa improvvisamente multifattoriale e caotico, quindi imprevedibile.

Ma vale anche nel verso opposto: se dal bordo entri dentro tutta la complessità scompare, e con essa l’imprevedibilità: il cane attacca.

 

a) il clima

Questo è quello che succede con i fattori climatici, dove per varie componenti si sono evidenziati i punti critici: quelli oltre i quali inizia una discesa certa e inarrestabile. Sappiamo che esistono, in parte sappiamo anche dove collocarli nel tempo.

Uno è l’Amoc, di cui ho già parlato (Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050, Poliscritture.it, 27/11/2025)

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lafionda

Il caso Jacques Baud. Perché l'UE è ridicola anche quando è autoritaria

di Emanuele Maggio

L’omicidio civile di Jacques Baud, per mano dell’Unione Europea, preoccupa tutte le persone con un QI pari o superiore alla temperatura ambiente (in Celsius, non in Kelvin), di qualunque schieramento politico.

Sul pover’uomo, ex colonnello svizzero ed ex collaboratore Onu e Nato, si è abbattuta la Santa Inquisizione del debanking, che colpisce là dove non può nulla il debunking. 

Conti bancari bloccati, sanzioni potenziali ai familiari, divieto di circolazione in UE, divieto di diffondere il proprio pensiero.

La sua colpa: aver scritto sul conflitto ucraino quello che scrivo pure io e mille altri, ma con il supporto di documenti desecretati dei servizi segreti inglesi e americani. E francesi.

Si tende a sottovalutare il ruolo della Francia nell’impegno UE contro “l’attacco ibrido russo alle democrazie”. L’iniziativa regolamentare è partita proprio dalla Francia, e insieme a Jacques Baud (che scrive e pubblica in francese) è stato colpito anche Xavier Moreau, ex ufficiale militare francese. 

Se si scorre l’elenco delle 54 entità sanzionate fino a questo momento, si scopre che molte sono agenzie di influenza russe in Africa (non in Europa, in Africa), in competizione con i francesi. 

L’elettore di Calenda sperava che lo strumento servisse per chiudere la bocca a un Travaglio, e invece viene usato soprattutto per gli affari colonialisti francesi. Che delusione.

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barbaraspinelli.png

Kiev, soldi e sangue: la furbata dell’Ue

di Barbara Spinelli

“O i soldi per l’Ucraina oggi o il sangue domani”, aveva tuonato il premier polacco Tusk in apertura del Consiglio europeo, giovedì.

Con una furbata, i leader dell’Unione hanno finito col posticipare l’uso degli averi russi ormai indefinitamente – dunque illegalmente – congelati in Europa, e presteranno a Kiev 90 miliardi di euro per continuare la guerra ancora due anni, tramite indebitamento comune sui mercati. L’Ue avrà dunque i soldi e anche il sangue (ucraino).

Belgio e Italia hanno svolto un ruolo centrale nell’affondamento dell’idea di Merz-Von der Leyen: l’uso immediato dei 210 miliardi russi, il 90% dei quali congelati in Belgio, malgrado le sicure ritorsioni russe. La furbata è del cancelliere Merz: i fondi russi si useranno più in là, quando Kiev dovrà rimborsare il prestito. Con l’intesa: comunque quel denaro è nostro, non importa se per guerreggiare o ricostruire. Ungheria, Cechia e Slovacchia non anticiperanno nulla.

Così l’Ue prosegue l’opera iniziata lunedì a Berlino con la Dichiarazione dei Volonterosi. Il proposito è finanziare un baluardo ucraino al confine con la Russia, dotato di un esercito del tutto sproporzionato e protetto da soldati europei (il “porcospino d’acciaio” di Von der Leyen). Nessuno Stato Ue supererebbe numericamente l’esercito di Kiev: 800.000 soldati in tempo di pace, nonostante la catastrofe demografica del Paese. Volodymyr Ishchenko, sociologo ucraino favorevole al piano Trump respinto dai Volonterosi, ricorda su «La Stampa» che la popolazione scenderà a 15 milioni alla fine del secolo, rispetto ai 52 del 1992.

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lantidiplomatico

Lettera aperta di Jeffrey Sachs al Cancelliere Merz

Lettera aperta dell'economista statunitense Jeffrey Sachs al Cancelliere tedesco Merz, pubblicata sul quotidiano Berliner Zeitung

Cancelliere Merz,

Ha parlato più volte della responsabilità della Germania per la sicurezza europea. Questa responsabilità non può essere assolta attraverso slogan, memoria selettiva o la costante normalizzazione del linguaggio bellico. Le garanzie di sicurezza non sono strumenti a senso unico. Vanno in entrambe le direzioni. Non si tratta di un argomento russo, né statunitense; è un principio fondante della sicurezza europea, esplicitamente sancito dall'Atto finale di Helsinki, dal quadro dell'OSCE e da decenni di diplomazia postbellica.

La Germania ha il dovere di affrontare questo momento con serietà e onestà storica. Su questo punto, la retorica e le scelte politiche recenti risultano pericolosamente carenti.

Dal 1990, le preoccupazioni di sicurezza fondamentali della Russia sono state ripetutamente ignorate, ridimensionate o violate direttamente, spesso con la partecipazione attiva o l'acquiescenza della Germania. Questo registro storico non può essere ignorato se si vuole porre fine alla guerra in Ucraina, e non può essere ignorato se l'Europa vuole evitare uno stato di confronto permanente.

Alla fine della Guerra Fredda, la Germania diede ai leader sovietici e poi russi ripetute ed esplicite assicurazioni che la NATO non si sarebbe espansa verso est

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voltairenet

La legge della pirateria

di Manlio Dinucci

Come se nulla fosse stato fatto, il Consiglio europeo sull’Ucraina, il 18 dicembre, ha ribaltato quanto gli europei avevano concesso ai negoziatori statunitensi a Berlino il 15 dicembre: ha ribadito che la NATO avrebbe schierato truppe di terra in Ucraina e che avrebbe tentato di contattare la Russia.

L’UE (a eccezione di Slovacchia e Ungheria) continua a contraddirsi, mentre allo stesso tempo afferma il suo piano di guerra contro la Russia e di riarmo della Germania. Allo stesso tempo, il comando militare statunitense sta conducendo una guerra contro i narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e contro l’Iran nell’Oceano Indiano, assicurandosi che le sue operazioni minaccino direttamente Venezuela e Iran con un intervento militare.

* * * *

Ennesima rielaborazione del “piano di pace” per l’Ucraina, presentata dal Consiglio Europeo riunitosi a Bruxelles insieme a rappresentanti dell’Amministrazione Trump. Questa, in sintesi, la Dichiarazione finale: “I leader hanno apprezzato la forte convergenza tra Stati Uniti, Ucraina ed Europa. Sia i leader statunitensi che quelli europei si sono impegnati a collaborare per fornire:

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altrenotizie

Ucraina, la UE chiude nel ridicolo

di Fabrizio Casari

La decisione dell’Unione Europea di assegnare altri 90 miliardi di Euro in prestito, che l'Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia accetterà di pagarle le riparazioni per i danni di guerra. Dato che la Russia non pagherà, l'Ucraina non dovrà rimborsare Bruxelles e il debito UE sarà coperto con lo spazio che resta nel bilancio europeo. Si è decisa un’ennesima regalìa all’Ucraina, che serve solo a far proseguire la guerra per qualche mese in più; una sorta di certificazione di esistenza in vita dell’autonomia europea in politica estera.

Ma l’aspetto più importante della decisione della UE è la sconfitta della Commissione Europea e di quella porzione della UE facente capo a Germania, Baltici e Romania e sponsorizzata da Rutte, rappresentante NATO a Bruxelles. L’opposizione di Ungheria, Italia, Repubblica Ceka e Slovacchia ha scongiurato l’ultimo istinto suicidario europeo, quello di finanziare Kiev con i beni russi illegittimamente sequestrati. Sarebbe stata una rapina: la consegna a terzi dei beni russi in Europa non troverebbe infatti giustificazioni nel diritto comunitario come in quello internazionale.

Peraltro la mossa, di chiaro significato politico, sarebbe stata di scarso effetto pratico, perché ai capitali russi in Europa corrispondono capitali europei in Russia: 167 miliardi di Euro tra liquidi e macchinari, immobili e materiali. Ovviamente l’uso dei beni russi avrebbe comportato, per reciprocità, lo stesso destino per quelli europei. Che sono di aziende private (tra cui le italiane Unicredit, Ferrero, Cremonini, Barilla, Calzedonia, Benetton) che avrebbero certamente chiamato a giudizio la UE per aver procurato, tramite una operazione illegale, gravissimi danni alle loro aziende.

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conflitti e strategie 2

Il non luogo della sinistra che non c’è

di Oronzo Mario Schena

Tratto da: Fausto Bertinotti “La sinistra che non c’è p. 89”:

“Di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin nel febbraio 2022, così come di fronte alla tremenda reazione militare che Israele, in risposta al vile atto terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, in termini intollerabili ha inflitto alla popolazione civile di Gaza, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a prese di posizione contraddittorie in tutto l’Occidente".

“A differenza di quanto accade in Ucraina, dove ci sono indiscutibilmente un Paese aggressore e un Paese aggredito.”

E qui il Bertinotti prova, a sciorinare il suo mantra apodittico “indiscutibilmente”. Ma di apodissi è purtroppo lastricata la via dell’inferno!

Le mappe dell’inferno sono ormai illeggibili e almeno secondo Piero Camporesi (La casa dell’eternità), l’inferno non solo non si sa come raggiungerlo, ma non è nemmeno più chiaro dove si trovi. Né se sia ancora aperto. Un prestigioso teologo, poco tempo fa ha affermato, non si sa sulla base di quali informazioni, che l’inferno esiste ma probabilmente è vuoto. Alcuni suppongono che si debba intendere l’inferno come un non-luogo, altri ne parlano malvolentieri, con qualche imbarazzo, come una logora metafora.

Dominatore della scena cristiana. Punto di riferimento indispensabile all’Europa medievale e moderna, protagonista ancor prima di Costantino il Grande d’innumerevoli drammi spirituali, potente macchina di condizionamento, continuamente perfezionata e aggiornata durante i secoli, questo grande collettore di terrori e di spasimi, inesauribile deposito di angosce e di incubi, si sta tranquillamente dissolvendo nella coscienza e nell’inconscio della gente.

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L’Occidente in Ucraina, tra affarismo di Trump e belligeranza di Rutte&Co

di Roberto Iannuzzi

Se la Casa Bianca antepone gli affari alla costruzione di una pace duratura, gli europei fanno di tutto per alimentare il conflitto con denaro e propaganda bellicista

Quando la scorsa settimana è emerso che l’amministratore delegato di BlackRock Larry Fink sedeva (insieme al segretario al Tesoro Scott Bessent e a Jared Kushner, il genero del presidente) al tavolo negoziale fra Stati Uniti e Ucraina, la posta in gioco dell’iniziativa diplomatica americana per risolvere il conflitto tra Mosca e Kiev è divenuta più chiara.

Lo scontro negoziale non riguarda solo la sicurezza e i confini, ma gli affari, e a trovarsi su fronti contrapposti sono non soltanto Russia e Ucraina, ma anche gli Stati Uniti e gli alleati europei.

La contrapposizione del resto non è nuova. Già nel 2022, il German Marshall Fund (think tank statunitense con sede centrale a Washington e uffici in capitali europee come Berlino, Bruxelles, Parigi, Varsavia e Bucarest) aveva elaborato un paper strategico in collaborazione con diverse agenzie del governo USA, nel quale si affermava che la leadership della ricostruzione non poteva essere garantita dalla Commissione Europea poiché essa “manca del necessario peso politico e finanziario”.

Nel novembre dello stesso anno, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva firmato un memorandum d’intesa con il colosso finanziario americano BlackRock per definire una “road map” per la ricostruzione del paese.

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piccolenote

Ucraina. Sabotare il negoziato, preparare la grande guerra in Europa

di Davide Malacaria

Il finanziamento di 90 miliardi della Ue per l’Ucraina segnala che la guerra deve proseguire. E probabilmente continuerà, dal momento che i leader Ue hanno carte per sabotare le trattative: basta inserire nel piano di pace di Trump condizioni che la Russia ritiene inaccettabili e il gioco è fatto. D’altronde le condizioni di Mosca sono note da anni.

Le trattative salterebbero senza mettersi contro l’America, in attesa che oltreoceano accada qualcosa che riporti gli States a riabbracciare la guerra per procura contro Mosca. Tante le opzioni per un riposizionamento Usa, a iniziare da un esito delle midterm che riporti in auge un Congresso pro-guerra; oppure che accada l’imponderabile.

Lo ha dichiarato apertamente Zelensky, che ha ripreso fiducia nei sui niet a Trump, tanto da arrivare a prefigurare che questi potrebbe morire. In un intervento al Consiglio europeo, infatti, dopo aver criticato gli Usa perché non comprendono quanto sia importante che l’Ucraina aderisca alla Nato, ha espresso fiducia sul fatto che la posizione di Washington possa cambiare, spiegando: “I politici cambiano, qualcuno può morire, così è la vita”.

Il fatto che il presidente ucraino minacci tanto apertamente Trump, seppur in maniera ovviamente implicita, la dice lunga sui rapporti di forza all’interno dell’Impero tra il partito della guerra e Trump e soci. Tale Forza, infatti, a Zelensky non è assicurata dalla debole Ue, quanto dai circoli americani iper-atlantisti.

Abbiamo scritto che quello della Ue è un finanziamento, ché la denominazione ufficiale, un prestito garantito dai costi di ricostruzione che saranno imposti ai russi, è ovviamente una boutade, meglio, una frode, perché tale garanzia non scatterà mai.

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lantidiplomatico

Il sangue "lontano" e la coscienza "vicina”

di Pasquale Liguori

A margine dell’editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera, “Cosa ci dice una strage lontana. Come contrastare l’antisemitismo”

C’è un genere letterario che a queste latitudini si pratica con disciplina: l’editoriale igienico. Funziona così: davanti a un massacro reale, documentato, si cambia scala morale. Si prende un episodio “lontano” - “La strage che arriva da «down there» (da «laggiù»), come gli inglesi chiamano l’Australia perché è dall’altra parte del mondo)” - e lo si usa come grimaldello per rimettere in ordine il discorso pubblico: non per capire, ma per addomesticare.

L’operazione è sempre la stessa: si dichiara di voler combattere l’antisemitismo e intanto si costruisce un campo magnetico dove qualunque critica radicale a Israele viene squalificata, ricondotta a patologia.

Ecco il trucco. Si parte da un fatto e lo si mette in cornice: “una robusta fetta della nostra «società civile» inserisce senza alcun dubbio gli ebrei morti a Sydney nella contabilità generale della guerra di Gaza”. È un rilievo che pretende lo statuto del fatto, ma che resta una generalizzazione presentata come constatazione per orientare l’opinione. In ogni caso, subito dopo, la cornice diventa il quadro. L’antisemitismo non viene trattato per ciò che è - storicamente, socialmente, politicamente - bensì come effetto collaterale della solidarietà con la Palestina. Come se il problema non fosse l’odio antiebraico (che ha una genealogia occidentale lunga e pesante), ma l’eccesso di indignazione per Gaza.

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Dicono dottrina Monroe ma è il solito bullismo

di comidad

Giustamente l’Azione Cattolica ha condannato la decisione delle autorità venezuelane di ritirare il passaporto al cardinale Porras, impedendogli di uscire dal paese per recarsi in Spagna. Il disdicevole episodio si inserisce in una serie di atti paranoici da parte del regime di Maduro, il quale, nonostante i benefici effetti delle sanzioni economiche statunitensi, non riesce a evitare che la popolazione versi in “condizioni sempre più difficili”.

Davvero vergognoso. C’è anche chi cerca attenuanti per il comportamento di Maduro, ricordando come il ragazzo abbia avuto molti cattivi maestri, tra i quali andrebbe annoverato non solo Chavez, ma anche lo stesso cardinale Porras. In un’intervista del 2017 il cardinale non ha esitato a dare la colpa a Maduro per la morte di un sacerdote in seguito a un’emorragia cerebrale. La mancanza del farmaco che, secondo Porras, avrebbe potuto salvare lo sventurato, ovviamente non andrebbe ascritta alle sanzioni, ma a Maduro in persona.

In base a criteri di attribuzione di responsabilità così oculati e oggettivi, lo stesso Maduro può aver pensato che sia colpa di Porras se le forze armate statunitensi uccidono delle persone che navigano su imbarcazioni civili nelle acque dei Caraibi. Persino due naufraghi superstiti a un primo attacco, sono stati poi uccisi dai proiettili statunitensi mentre si aggrappavano ad un relitto della loro imbarcazione. Negli USA l’episodio ha suscitato “perplessità e preoccupazione” da parte di alcuni parlamentari democratici; insomma una reazione davvero energica che ha inchiodato Trump ed Hegseth alle loro responsabilità.

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andreazhok

La chiusura della tonnara

di Andrea Zhok

Qualche giorno fa il Consiglio dell’Unione Europea, organo esecutivo, ha sanzionato il colonnello Jacques Baud e altri 11 soggetti (individui e persone giuridiche). Le sanzioni implicano il congelamento dei beni, il divieto a tutti i cittadini e alle imprese dell'UE di mettergli a disposizione fondi, di permettergli attività finanziarie o concedergli risorse economiche, oltre a un divieto di viaggio. In sostanza ciò equivale a dichiarare la morte civile del cittadino colpito, che non può più accedere legalmente ad alcuna forma reddituale, né pregressa, né nuova, e non può spostarsi.

Due cose vanno sottolineate.

In primo luogo, questa punizione draconiana viene comminata per qualcosa che è precisamente e soltanto un “reato d’opinione”, in quanto non ci sono accuse di violazioni di legge, né penale, né civile.

In secondo luogo, la punizione non viene comminata da un organismo giudiziario, ma da un esecutivo, dunque senza passare attraverso una procedura di accertamento delle eventuali responsabilità.

Incidentalmente – per il piacere di chi si diletta di queste cose – questa forma di intervento è in diretta e manifesta violazione degli articoli 11 e 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recitano rispettivamente:

Articolo 11.1. “Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.”

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linterferenza

Servire: professione, necessità o scelta di vita?

di Fabrizio Marchi

La decisione della famiglia Elkann/Agnelli di vendere il gruppo Gedi (La Repubblica e La Stampa) all’armatore greco Theodore Kyriakou ha destato preoccupazione in gran parte del mondo politico e ha gettato nel panico i giornalisti dei due fra i tre più grandi e importanti “giornaloni” italiani (l’altro è il Corriere della Sera, ovviamente).

Dal punto di vista umano è certamente comprensibile il timore dei giornalisti e delle giornaliste per le incognite del caso e le conseguenze che possono derivare dal passaggio di proprietà di un giornale: ristrutturazione aziendale con possibili e assai probabili licenziamenti. Sul piano squisitamente umano, dunque, la solidarietà sorge spontanea nei confronti di chiunque tema di perdere il proprio posto di lavoro.

Le cose cambiano (e con esse, ovviamente, anche il nostro sentimento di solidarietà) se le osserviamo dal punto di vista politico.

I giornalisti e le giornaliste di Repubblica e de La Stampa (così come quelli e quelle di tutti o quasi gli altri media cosiddetti mainstream) sono stati in tutti questi anni i fedeli servitori e le fedeli servitrici dei loro editori, mettendo a totale disposizione dei loro padroni le loro competenze professionali. Hanno sostenuto pedissequamente (non so con quanta dose di genuina convinzione o di opportunismo o entrambe le cose insieme, ma questo poco conta sul piano politico) tutte le politiche dei loro padroni.

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Liste di proscrizione

di OttolinaTV

Lucio Caracciolo e Jacques Baud non si inchinano a Zelensky e vengono attaccati da Ue e mainstream

Ecco come l’Unione europea distrugge la vita delle persone: due giorni fa, la Commissione europea ha pubblicato i nomi dei nuovi cittadini che saranno colpiti dalle sue sanzioni economiche; e, tra questi nomi, c’è Jacques Baud, un ex colonnello svizzero a lungo rappresentante delle Nazioni Unite, oggi analisti geopolitico. La sua colpa? L’aver espresso opinioni sulla guerra in Ucraina non allineate a quella commissione. Sentite la motivazioni ufficiali: Jacques Baud “Funge da portavoce della propaganda filorussa e formula teorie complottiste, ad esempio accusando l’Ucraina di orchestrare la propria invasione per aderire alla NATO. Jacques Baud è pertanto responsabile di mettere in atto azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un Paese terzo (l’Ucraina), o sostiene tali azioni o politiche, tramite l’uso della manipolazione delle informazioni e delle ingerenze”. Adesso, andate su YouTube e guardatevi qualunque intervento di Jacques Baud: quello che vedrete è un semplice cittadino europeo che esprime pacificamente le sue opinioni politiche ed esercita il suo diritto di critica. Si tratta di sanzioni devastanti: non solo viene gli impedito l’ingresso e il transito nel territorio dell’Unione, ma – cosa ancora più grave – il congelamento dei beni e dei conti bancari; a tanto può portare contraddire Zelensky e Kaja Kallas e, pensate, nella democraticissima Unione europea.

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Riconciliare la sinistra

Dalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari

di Matteo Minetti e Mario Sommella

Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono scambiandosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali restano spesso intatti.

Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce un frammento di rendita o un pezzo di potere digitale, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli emblemi ai bisogni concreti delle persone che lavorano.

Dentro questa cornice, “riconciliazione” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.

 

1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale

La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “della purezza” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste.