Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato
di Antonio Martone
Il paradosso più profondo del nostro tempo risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che da decenni stringe l’Occidente.
Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è una vera e propria tribalizzazione della società.
Venuta meno la solidarietà di classe e la capacità di immaginare un destino comune, il conflitto ha smesso di svilupparsi in senso verticale per esplodere in una miriade di tensioni orizzontali e guerre culturali tra generazioni, tra autoctoni e immigrati, intorno alle declinazioni del genere o tra garantiti e precari. In questo vuoto pneumatico di significato, la domanda sociale di ordine, di limite e di protezione che sale dalle periferie urbane ed esistenziali (quelle che io definisco no-city) è reale, urgente e disperatamente legittima.
La reazione contraria alle derive dell’identitarismo radicale e al relativismo culturale assoluto poggia su basi sacrosante. Rivendicare la centralità del dato biologico di fronte a interpretazioni che vorrebbero ridurre l’essere umano a una tabula rasa interamente plasmabile dalla cultura, o difendere la sfera privata dell’orientamento sessuale, rifiutando la creazione di specifici privilegi giuridici in nome dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, non è un atto di intolleranza. Al contrario, si tratta di una difesa necessaria della realtà e della parità democratica. Questa resistenza esprime il bisogno profondo e giustificato di ancorarsi a criteri oggettivi, a confini certi, e di porre un freno a quel processo di dissoluzione e fluidità totale che, sotto il pretesto dell’emancipazione, finisce per privare gli individui di ogni legame sociale e identità collettiva stabile, trasformandoli in consumatori indifesi e interscambiabili.
È precisamente in questa faglia che si innesta la grande operazione del populismo identitario, il cui paradosso intrinseco risiede nell’asimmetria strutturale tra la giustezza del malessere intercettato e la natura della terapia offerta. Da una parte, vi è un’ipertrofia della promessa simbolica e culturale: si offre al cittadino spodestato della propria sovranità economica il rifugio psicologico della sovranità biologica o nazionale. Si parla di confini, di natura, di patria, interpretando la legittima esigenza di un argine al relativismo. Dall’altra parte, tuttavia, a questa radicalità retorica corrisponde un silenzio assordante sui meccanismi reali di accumulazione della ricchezza. Manca del tutto l’orizzonte di una pianificazione economica orientata alla giustizia sociale, alla tutela del salario o a una maggiore eguaglianza democratica.
La proposta politica rimane, a ben vedere, almeno fino ad ora, quella di una destra d’ordine tradizionale che, sotto la vernice della ribellione iconoclasta, protegge gli assetti del capitale contro le istanze storiche del lavoro. La retorica populista si scaglia con veemenza contro le élite culturali e cosmopolite, la cosiddetta intelligenzia progressista ma si guarda bene dal disturbare le oligarchie finanziarie e industriali che determinano la precarizzazione dell’esistenza e la desertificazione materiale dei territori.
Tutto ciò svela la vera natura della sua debolezza teorica e politica, ossia l’incapacità strutturale di confrontarsi con la questione economica. Promettere molto sul piano identitario diviene così l’analgesico per un’impotenza sul piano delle strutture materiali. In fondo, finora il fenomeno Vannacci mi sembra avere la forma di un PD rovesciato. Il conflitto viene deliberatamente deviato dall’asse verticale della redistribuzione della ricchezza a quello orizzontale delle rivendicazioni culturali, offrendo l’appartenenza come anestetico per la perdita dei diritti sociali.
In questo modo, questo populismo non combatte affatto il neoliberismo, ma rischia di diventarne il perfetto complemento culturale e biologico. Ne scherma le contraddizioni materiali, offrendo in cambio un surrogato mitologico che lascia intatti i reali rapporti di forza economici. Finché il pensiero critico e le forze autenticamente democratiche non torneranno a saldare la legittima e sacrosanta domanda di comunità, ordine e senso con la necessità strutturale di un’economia radicalmente più giusta, che rimetta al centro la dignità del lavoro e la pianificazione democratica, le risposte puramente identitarie continueranno a prosperare. Non come una reale alternativa al sistema ma come la sua estrema, paradossale e più efficace linea di difesa.












































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