Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

La guerra culturale in corso in Italia

di Alessandro Pascale

st foibeLa guerra di cui si parla avviene nel campo della riscrittura ufficiale della Storia. Quello che Orwell aveva teorizzato in 1984 sta avvenendo in questo periodo storico in Italia.

 

Mattarella non è il nostro presidente

Poco più di un mese fa Mattarella era osannato da tutti per il suo discorso democristiano di Capodanno. Nel giro di pochi giorni ha ricordato a tutti la sua vera natura, quella di un furbo squalo, servo della borghesia e dell'imperialismo.

“Bisogna difendere e preservare l'amicizia con la Francia”, dice Sergio Mattarella. Ed esprime tutta la sua inquietudine sulle tensioni diplomatiche in corso con Parigi, parlando di “grande preoccupazione per la situazione” e chiedendo di “ristabilire subito il clima di fiducia”. [1] Mattarella non ha alcun interesse a sostenere la polemica sul franco CFA, né si esprime sulle rivolte popolari dei gilets jaunes che mettono a ferro e fuoco il Paese da oltre due mesi. Per lui l'UE e i suoi equilibri vengono prima degli interessi dell'Italia. Lo ha mostrato peraltro in maniera molto chiara nel piccolo “golpe” del 27 maggio 2018, quando disse che gli interessi dei “risparmiatori” e degli “investitori internazionali” venivano prima dell'intero popolo italiano. [2]

Cosa ha detto invece sul Venezuela e su quel Guaidò autoproclamatosi presidente con l'appoggio di Washington e di Bruxelles? Sempre in polemica con la giusta linea “neutralista” del Governo (cosa di cui bisogna rendere merito al M5S), ha chiesto che l'Italia assumesse, con “senso di responsabilità e chiarezza”, una “linea condivisa con tutti gli alleati e i partner europei”. D'altronde ci tiene a ribadire che “non ci può essere incertezza né esitazione nella scelta tra la volontà popolare e la richiesta di autentica democrazia da un lato, e dall'altro la violenza della forza”. [3]

Certo: Caracas non è mica Parigi...

Non stupisca infine il revisionismo di Stato sul “giorno del ricordo”. L'ottica è sempre la stessa: una retorica neo-irredentista, imperialista e nazionalista, con punte di razzismo anti-slavo e di spiccato anti-comunismo. Si potrebbe e dovrebbe ricordare agli smemorati che Mattarella fu ministro della Difesa del II governo D'Alema, avallando la guerra contro la Jugoslavia nel 1999 a cui il nostro Paese partecipò attivamente, violando così l'art. 11 della nostra Costituzione Repubblicana. Ecco quanto ha detto Mattarella sulle foibe, ponendosi sulla scia delle menzogne pronunciate dai precedenti presidenti della Repubblica Ciampi e Napolitano: “Non si trattò come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni. Tanti innocenti colpevoli solo di essere italiani”. [4]

Su questo tema rimando ad una consolidata bibliografia ma mi permetto di citare anche un mio scritto, Le foibe e il 10 febbraio. “Giorno del ricordo” [5], che credo mostri abbastanza bene la grande sceneggiata messa in atto dal Totalitarismo liberale [6] di cui Mattarella è solo una marionetta.

Tutta la narrazione di Mattarella può essere messa a confronto con quanto riportato in quel saggio, che per fortuna sta ottenendo una grande diffusione, anche tra i circoli accademici. Finora non mi sono arrivate repliche significative se non insulti causati dai pregiudizi che voi, presidente Mattarella, avete contribuito ad instillare nelle menti del popolo italiano. Critiche insomma non propriamente esaltanti a livello di dialettica e di rigore scientifico. Aspetto di sentire se devo essere bollato come uno storico (con l'aggravante di essere pure insegnante) negazionista oppure se qualcuno debba chiedere scusa per aver mentito all'intero Paese.

Non mi aspetto d'altronde che il presidente si scusi. Di sicuro non è il presidente che rappresenta me e la classe lavoratrice italiana, quindi non ci degnerà di attenzione, più attento ad ascoltare le voci che arrivano da Washington e Bruxelles. Noi però andremo avanti, preparandoci alle possibili intemperie.

Resistiamo culturalmente e politicamente e impediamo la cancellazione della verità storica.

Propongo qui una rassegna di testi e riflessioni utili ulteriori a mostrare meglio le ragioni di tanta acredine. Partiamo dalla recente uscita e proiezione sulla Rai in prima serata del film Red Land, diretto da Maximiliano Hernando Bruno.

 

Red Land: l'analisi di Claudia Cernigoi

Di seguito un estratto dalla recensione del film fatta da Claudia Cernigoi [7] :

«Il film sarebbe ufficialmente (così ha scritto Fausto Biloslavo sul Giornale) ispirato al diario redatto da un cugino di Norma Cossetto, Giuseppe, che lo scrisse a 96 anni nel 2016, poco prima di morire (quindi a distanza di settant’anni dagli eventi), ma in realtà dei diari di Cossetto nel film non c’è nulla. Praticamente tutta la storia è inventata di sana pianta, sono inseriti personaggi che non risultano nelle memorie dell’epoca, ed altri personaggi appaiono con nomi cambiati (il professor Ambrosini, interpretato da Franco Nero, prestatosi dopo una carriera di tutto rispetto ad interpretare un dispensatore di luoghi comuni, che vive in un palazzo imponente e ricco come a Visinada non esistevano, dovrebbe essere il professore D’Ambrosi di Cittanova, che aveva aiutato la vera Norma Cossetto per la sua tesi, ma non si comprende il motivo di cambiare il nome e la residenza di questo personaggio, se non per inserire una sorta di “coscienza” nel paese in cui si svolgono i fatti). Non sono esistiti, inoltre (non ne fa cenno nessuno dei testimoni dell’epoca) i componenti della famiglia di Carlo Visentrin (cognome che peraltro non esiste) che secondo il film si trovava a Trieste con Cossetto padre, ed i cui figli maggiori (Adria e Angelo) vengono descritti come i traditori che si uniscono ai partigiani comunisti e “titini”: Angelo, un ragazzone poco sveglio che scrive slogan comunisti in un diario che nasconde sotto il materasso, sembra praticamente plagiato dalla sorella Adria, perfida amica d’infanzia di Norma, che le lavorerà contro (forse perché invidiosa dell’amica?); e verrà ammazzato perché, pentitosi, voleva impedire ai “titini” di portare via i prigionieri per “infoibarli”; e poi c’è la figlia minore, Giulia, la ragazzina della bambola. Né, da quanto ci è stato detto da una signora che i fatti li conosce davvero, si trovava in casa Cossetto la cugina Noemi, moglie del tenente Bellini che si trovava invece a Trieste col marito. Marito che tornerà in Istria con Giuseppe Cossetto assieme alle truppe nazifasciste (anche se nel film il loro ritorno è appena accennato e descritto come se avessero affrontato il viaggio per conto proprio) ed i due verranno uccisi nei combattimenti per il ripristino del controllo del Reich sull’Istria, la famosa Operazione Nubifragio (Wolkenbruch) che causò migliaia di morti, e che nel film, verrà vagamente descritta con un incontro tra gerarchi nazisti; poi le immagini, lungi dal presentare le colonne blindate e corazzate che devastarono l’Istria ed i suoi abitanti, rappresentano sparuti manipoli di militari nazisti che si muovono a piedi entrando nei villaggi di soppiatto per non farsi accorgere dagli abitanti.

Del resto nel film praticamente tutti i fatti sono raccontati diversamente da come li abbiamo letti nelle varie ricostruzioni (che, va detto, sono già esse tutte diverse tra di loro). Né il film rende giustizia alla figura di Norma Cossetto, che sarà anche stata una fanatica fascista (non lo si sa per certo), ma comunque non era una ragazzina trasognata ed a volte vagamente isterica come Selene Gandini la rende al pubblico (occupandosi più a spalancare gli occhioni azzurri che a recitare una parte), ma una donna di 23 anni (all’epoca a 23 anni le donne erano ben che adulte, sia che fossero contadine analfabete, sia che fossero acculturate come Norma), che aveva lasciato la casa paterna per andare a studiare a Gorizia già nella prima adolescenza, ed a Padova, dove frequentava l’università era attiva in vari campi, sportivi ed associativi; inoltre aveva avuto un’esperienza di insegnante nel liceo di Pisino pur non essendo ancora laureata. Una donna volitiva, la si sarebbe definita all’epoca, che forse proprio per questo suo atteggiamento disinvolto ed indipendente aveva potuto mettersi in mostra al di là del fatto di avere avuto un padre fascista. Ma alla fine la figura di Norma Cossetto invece di essere centrale nel film sembra quasi una figura di contorno, che di fatto appare poche volte nel corso di tutta la vicenda».

 

La critica e l'appello di Alessandra Kersevan

Questo invece un estratto di quanto scrive sul film Alessandra Kersevan [8], con delle conclusioni e un appello finale più che condivisibili:

«Il film è costruito con metodo goebbelsiano, punta molto sull'emotività, non si preoccupa della coerenza ma dell'impatto psicologico; il punto di vista è sempre quello degli italiani (e dei fascisti) per cui anche quando vengono dette delle frasi che sembrerebbero portare qualche elemento di informazione storica, la cosa viene subito superata dalla visione di un fatto tragico di segno contrario. La storia è completamente decontestualizzata e nei particolari in buona parte inventata. Per spiegare meglio vale la pena citare quanto detto dal prof. Roberto Spazzali, in un libro pubblicato ancora nel 1990 addirittura dalla Lega Nazionale (i cui presidenti, come Luca Urizio, evidentemente non leggono neppure i libri che pubblicano): in Foibe. Un dibattito ancora aperto, a pag. 149, dopo avere accennato agli articoli del dicembre 1943 sul Corriere Istriano in merito al recupero della salma di Norma Cossetto, Spazzali scrive che «l’ampia letteratura di quegli anni e del dopoguerra dedicherà un consistente spazio alla morte ed al rinvenimento di Norma Cossetto intrecciando ai fatti realmente accaduti incontrollate fantasie e presunte testimonianze.

[…] Nel film non si accenna a nessun altro contesto della guerra. Non esiste per esempio l'aggressione alla Jugoslavia nel 1941 da parte del Regio Esercito (che aveva fatto diventare il Friuli e la Venezia Giulia, con l'istria, zone di guerra), le centinaia di migliaia di morti che l'occupazione italiana fino all'8 settembre ha comportato per il popolo jugoslavo (un milione e mezzo comprendendo l'intera guerra e l'occupazione tedesca). Non esistono le rappresaglie, le fucilazioni di ostaggi, l'incendio di villaggi, la deportazione in campi di concentramento italiani di oltre 120 mila jugoslavi e la morte di almeno 7000 (donne, vecchi, bambini e uomini, di fame e malattie conseguenti).

[…] I fascisti istriani vengono presentati in maniera edulcorata, fascisti “solo perché se non avevi la tessera non lavoravi” (il prof. Ambrosin, interpretato da Franco Nero, il quale negli anni Settanta aveva invece partecipato al film jugoslavo La battaglia della Neretva); o fascisti “per fedeltà alla patria” o “al giuramento” (il soldato che non vuole essere “disertore”); o fascisti perché “tutti gli italiani lo erano” (lo dice la madre di Norma Cossetto); o fascisti perché il ruolo sociale lo imponeva (il padre di Norma Cossetto, podestà del paese, camicia nera e gran possidente, sfruttatore di coloni “slavi”, cosa quest'ultima non detta). Non c'è il minimo accenno ai circa 40 mila italiani giunti in Istria per esercitare un potere coloniale (gerarchi fascisti, carabinieri, finanzieri, segretari comunali, maestri, famiglie intere di agricoltori, dato che con l'Ente Tre Venezie l'Italia fascista aveva sottratto migliaia di ettari ai contadini sloveni e croati, assegnandoli a famiglie provenienti da altre regioni d'Italia). Di tutto questo non si fa cenno nel film. Invece in una scena particolarmente truce, il crudele partigiano slavo con stella rossa sul beretto fa uccidere un colono, ne fa stuprare la figlia dai suoi sgherri e poi lui stesso la moglie, solo perché il colono aveva detto di essere stato sempre trattato bene dal padrone (fascista). Gli sceneggiatori del film non possono sapere, ottenebrati dal loro razzismo, che i partigiani jugoslavi ottennero una grande adesione di popolo proprio perché furono particolarmente bravi proprio nella propaganda politica, nello spiegare a chi aveva ancora una mentalità “servile” la necessità di ribellarsi.

Nel film, insomma, c'è un completo ribaltamento storico tra carnefici (i fascisti italiani) e le vittime (civili e partigiani jugoslavi) che vengono rappresentati come aggressori assetati di sangue e di vendetta, mentre stavano combattendo una strenua lotta per la loro sopravvivenza, dato che il fascismo aveva decretato la loro eliminazione (bonifica nazionale).

[…] Red Land è un film di pura propaganda fascista, basato su stereotipi anticomunisti e razzisti antislavi, sullo stravolgimento della realtà storica per riabilitare il fascismo distruggendo l'immagine della Resistenza antinazifascista, e soprattutto del contributo dei comunisti. La cosa più grave è che un film di pura propaganda fascista sia coprodotto dalla RAI, quindi al di là dell'inesistente valore storico-artistico e del più o meno scarso successo di pubblico, verrà proiettato più volte dalla RAI e probabilmente da altri canali televisivi, venendo visto comunque da milioni di persone; con l'appoggio della potente lobby delle associazioni degli esuli avrà sicuramente la massima diffusione in circoli, manifestazioni di vario tipo e forse nelle scuole (anche se perlomeno la estrema crudezza di tante scene comporterebbe di vietarne la visione ai ragazzi). Quindi non dobbiamo affatto sottovalutarne l'impatto sulla coscienza della gente. Intanto a Udine viene proiettato in un cinema come il Visionario, che è stato uno dei luoghi culturali della sinistra e dell'antifascismo. Io credo che si debba cercare di mobilitare il più possibile tutto l'antifascismo che rimane.

Udine, 27 novembre 2018 Alessandra Kersevan».

 

La storia di Norma Cossetto

La quale non fu assassinata per essersi rifiutata di essere jugoslava e comunista. I suoi assassini non furono soldati dell’esercito di liberazione jugoslavo. Questo scrive Francesco Cecchini che racconta indirettamente la vera storia della protagonista del film Red Land [9]:

«Norma Cossetto a 24 anni fu uccisa e infoibata ad Antignana, il 4 o 5 ottobre 1943. Qualsiasi tragica morte suscita orrore, e Norma Cossetto, per la sua orrenda morte, merita onore e ricordo. Concetto Marchesi, comunista e rettore dell’Università di Padova, conferendogli nel 1947 una laurea honoris causa e Azeglio Ciampi decorandola con una medaglia doro hanno onorato la sua memoria.

Anche la verità, però, merita rispetto.

Norma Cossetto era iscritta alla Gioventù Universitaria Fascista in Istria e figlia di Giuseppe Cossetto un ricco possidente fascista, che fu anche Commissario governativo delle Casse Rurali della Provincia dIstria, che espropriò centinaia contadini slavi dell'Istria delle loro terre. Ad assassinarla non furono partigiani slavi, ma degli italiani. Il Circolo Norma Cossetto, qualche anno fa, pubblicò un documento nel quale si afferma che Norma fu invitata a presentarsi al Comando partigiano del luogo, fu interrogata e rilasciata. In seguito però cadde nelle mani di alcuni italiani, tre o quattro, dei cani sciolti, che la condussero a Parenzo, da dove fu portata ad Antignana, violentata, uccisa e infoibata.

Costoro furono presi da fascisti italiani alla fine dellottobre 1943 e, insieme con altri, per lo più innocenti e tutti italiani, in tutto diciassette, furono massacrati a raffiche di mitra, senza alcun processo e furono gettati nella stessa foiba di Norma Cossetto. Il corpo di Norma Cossetto, stando al verbale dei Vigili del Fuoco di Pola che lo estrassero, si presentava intatto, senza segni di sevizie. Inoltre vi è la testimonianza di Arnaldo Harzarich Vigili del fuoco di Pola, che si trova in Foibe di Papo, ed è citata anche nel Bollettino dell'Unione degli Istriani n. 28, sett. dic. 1998, pag. 5, che conferma il verbale dei Vigili del Fuoco di Pola.

Soltanto dopo, in una serie infinita di ricostruzioni, peraltro contraddittorie, si cominciò a parlare di torture, di seni ed organi genitali straziati, etc., etc. Anche lo storico triestino Roberto Spazzali, nel suo lavoro Foibe, un dibattito ancora aperto edito nel 1996 dalla Lega Nazionale di Trieste, dunque da un'associazione non partigiana, ha scritto: “L'ampia letteratura di quegli anni e del dopoguerra dedicherà un consistente spazio alla morte e al rinvenimento di Norma Cossetto, intrecciando incontrollate fantasie e presunte testimonianze”

 

Un film da totalitarismo liberale

«Le idee dominanti sono le idee della classe dominante» (Karl Marx)

Aggiungo due parole, perché ho l'impressione che quel che si stia sottovalutando è la natura schiettamente imperialista di una tecnica borghese di egemonia culturale, ossia la sua funzionalità ad un'ottica di naturalizzazione dell'ideale di un popolo italiano superiore agli altri. Si sta da un lato dando un'immagine edulcorata del fascismo, dall'altro attaccando il comunismo, ma, peggio ancora, si sta alimentando il razzismo verso gli slavi, rafforzando un'ideologia xenofoba e nazionalista nella costruzione dell'identità nazionale delle nuove generazioni.

Le caratteristiche del nostro Stato sono le seguenti: imperialista, borghese, liberale, reazionario, classista e anti-comunista. L'obiettivo del regime è forgiare un senso comune popolare fondato su tali corrispondenti idee, mascherando le contraddizioni con i principi della Costituzione o attraverso palesi menzogne, o tentando di cambiare la Costituzione stessa (e ci stanno provando spesso negli ultimi anni, anche se l'ultima gli è andata male) eliminando il vincolo formale del liberalismo.

Un'ulteriore contraddizione, sempre più palese per quanto mascherata, è la totale subalternità di questo Stato ai voleri di Washington e Bruxelles. L'Italia è una semi-colonia statunitense che cerca di partecipare al banchetto prendendosi qualche fettina sostanziosa. L'imperialismo italiano storicamente ha avuto due direttive strategiche classiche: Africa e Balcani. Sappiamo che l'Italia mantiene enormi interessi finanziari nelle regioni della ex-Jugoslavia. Credo che Red Land chiuda bene questo quadro. È un film degno del “totalitarismo liberale” attuale, mostrandosi come una squallida ma potente tecnica imperialista per mantenere e rafforzare la propria egemonia culturale borghese. Abbiamo tutti gli strumenti culturali per reagire azzerando tale manovra. Non abbiamo però la forza politica, sociale, economica, mediatica di raggiungere la gran parte del popolo senza un intervento scientificamente organizzato e coordinato.

 

Una morale e un "ricordo" alternativi

Il sofista Callicle (personaggio verosimilmente letterario e fittizio, forgiato dalla penna aristocratica di Platone, ma tant'è) negava empiricamente l'ottimismo antropologico di Socrate, smentendo retoricamente l'equazione tra conoscenza e virtù invocando l'egoismo come via per la ricerca della felicità. Non mi stupirei quindi se ci fosse qualcuno che pur conoscendo la Storia alla perfezione, parteggi apertamente per gli oppressori. Gli eredi del “vitalismo” nietzschiano e dannunziano, tra cui i fascisti e non pochi borghesi, sono capaci di questo ed altro. Credo quindi opportuno fare anche alcune considerazioni morali, da contrapporre alla morale razzista della borghesia stracciona che ci ritroviamo in questo Paese e che sempre più sta egemonizzando vasti strati popolari.

Al di là del fenomeno contestato delle foibe occorre ribadire il bilancio bellico finale nella regione jugoslava, che ha visto morire 15 mila italiani a fronte di un milione di slavi (uno e mezzo secondo le stime riportate sopra).

L'Italia ha avuto un ruolo da protagonista in questo massacro.

Se volete commemorare i “nostri” morti fate pure. La stragrande maggioranza erano fascisti e non li considero “miei” simili.

Considero più vicini a me le centinaia di migliaia di proletari morti ingiustamente e senza colpe in Jugoslavia. Più di tutti sento a me vicini i comunisti guidati da Tito, che sono stati i più coerenti oppositori dell'oppressione nazifascista.

Mi sento più vicino a chi subisce un'oppressione e un'ingiustizia storica. Non a chi ha pagato, il più delle volte giustamente, per le proprie colpe di oppressori.

«Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime». (Antonio Gramsci, da Odio gli indifferenti, 1917)

In questo giorno ricordiamo le vittime del fascismo italiano in Jugoslavia, compresi gli oltre 7000 militari italiani caduti combattendo nelle fila della Resistenza Jugoslava guidata dai comunisti. E piantiamola con questa vergognosa rimozione storica dei crimini commessi dal nostro Paese.

Smrt fazismu – Slaboda narodu!

Morte al fascismo – Libertà al popolo»)

Mi permetto ora di aggiungere alcune storie raccolte negli ultimi giorni, per far capire meglio, concretamente, chi abbiamo ricordato, noi che abbiamo davvero memoria.

 

Noi ricordiamo Stjepan Filipovic

pascale guerraculturaleincorso 01Stjepan Filipović nasce il 27 gennaio 1916 a Opuzen (Fort'Opus), allora nel Regno di Dalmazia. Quando era piccolo, la sua famiglia si trasferì a Kragujevac, Serbia, dove all'epoca l'Industria bellica assumeva lavoratori.

Nel 1937 assieme al fratello Nikola si unì al movimento dei lavoratori, ma nel 1939 fu arrestato e condannato a un anno di prigione. Nel 1940 entrò nella Lega dei Comunisti di Jugoslavia.

Nel 1941 diventò comandante di un'unità partigiana. Fu catturato il 24 febbraio 1942 dalle forze dell'Asse e fu impiccato a Valjevo il 22 maggio 1942.

Poco prima di morire [vd foto] alzò le braccia e gridò «Morte al fascismo, libertà al popolo!» («Smrt fašizmu, sloboda narodu!»), slogan già esistente ma che in questo modo fu reso famoso.

Suo fratello Simun, civile, fu giustiziato l'anno precedente, assieme ai 3.000 civili di Kragujevac dalle truppe naziste. Essendo la famiglia di origine croata, Simun avrebbe potuto salvarsi, ma decise di tacere e di morire insieme ai suoi concittadini.

Il 14 dicembre 1949 fu proclamato Eroe popolare dalla Jugoslavia. La città di Valjevo gli ha dedicato una statua. Un'altra statua, eretta a Opuzen nel 1968, fu abbattuta nel 1991. [10]

La controrivoluzione borghese, fomentata dall'imperialismo occidentale, nel 1991 era riuscita a distruggere la Jugoslavia socialista.

 

Noi ricordiamo Lepa Radic

pascale guerraculturaleincorso 02Lepa Svetozara Radić (Gašnica, 19 dicembre 1925 – Bosanska Krupa, 8 febbraio 1943) è stata una partigiana e antifascista jugoslava di etnia serba bosniaca, membro dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, insignita postuma dell'Ordine dell'Eroe popolare il 20 dicembre 1951, per il suo ruolo nel movimento di resistenza contro le potenze dell'Asse, diventando la persona più giovane a riceverlo all'epoca.

Nasce il 19 dicembre 1925 nel villaggio di Gasnica vicino a Bosanska Gradiška. Dopo aver conseguito gli studi alla scuola elementare nella vicina Bistrica, frequenta la Scuola per l'artigianato femminile a Bosanska Krupa e completa gli studi alla scuola di Bosanska Gradiška. Come alunna, Lepa si distingue per laboriosità e serietà, dimostrandosi inoltre interessata alla letteratura.

Sviluppa le sue posizioni politiche sotto la forte influenza di suo zio Vladeta Radić, il quale era coinvolto nel movimento operaio. Diviene membro della Lega della Gioventù Comunista di Jugoslavia (SKOJ), e infine si unisce al Partito Comunista di Jugoslavia nel 1941 all'età di 15 anni.

Il 10 aprile 1941, dopo il successo dell'invasione della Jugoslavia, le potenze dell'Asse instaurano sul territorio uno Stato fantoccio chiamato Stato Indipendente di Croazia, che, in particolare, si estendeva su Bosanska Gradiška e dintorni. Nel novembre del 1941 Lepa Radić e altri membri della famiglia vengono arrestati dall'organizzazione fascista croata Ustascia, ma con l'aiuto di alcuni partigiani sotto copertura, lei, insieme a sua sorella Dara, riescono a fuggire dal carcere il 23 dicembre 1941. Subito dopo la fuga, Lepa decide di arruolarsi nella 7ª compagnia, 2° Distacco Krajiski.

Nel febbraio del 1943 Lepa Radić è la responsabile del trasporto dei feriti nella battaglia della Neretva a un rifugio a Grmech. Durante i combattimenti contro la 7. SS-Freiwilligen-Gebirgs-Division "Prinz Eugen" viene catturata e trasferita a Bosanska Krupa dove, dopo aver subito torture per diversi giorni nel tentativo di estrarle informazioni, viene condannata a morte per impiccagione.

Nei suoi ultimi momenti sul patibolo, i tedeschi si offrirono di risparmiarle la vita, in cambio dei nomi dei leader e dei membri del Partito Comunista del suo gruppo, offerta che rifiutò con le parole:

«Non sono una traditrice del mio popolo. Coloro di cui mi chiedete, si riveleranno quando riusciranno a spazzare via tutti voi malfattori, fino all'ultimo uomo».

Le sue ultime parole, gridate sul patibolo, con il cappio al collo, furono queste:

«Lunga vita al Partito Comunista e ai partigiani, combattete, gente, per la vostra libertà! Non vi arrendete ai malfattori! Sarò uccisa, ma c'è chi mi vendicherà!»

Quando venne giustiziata aveva compiuto da poco 17 anni. [11]

 

Conclusioni

Questi sono gli eroi che abbiamo ricordato nella giornata del 10 febbraio.

Chi ha avuto la pazienza di leggere tutti i testi non può avere dubbi sulla gigantesca campagna di revisionismo storico in atto. Tale campagna è guidata dallo Stato, con la pressoché unanimità di tutto schieramento politico attuale, maggioranze e opposizioni. Credere che le forze politiche o il presidente della Repubblica non se ne rendano conto o non ne siano consapevoli è una puerilità. Ne sono perfettamente consapevoli.

È in corso una lotta, anzi una vera e propria guerra culturale, in cui si mettono all'indice e si denunciano gli storici che fondano la verità sulla ricerca scientifica invece che sulla propaganda politica. Siamo di fronte ad una nuova Inquisizione “laica” che ricorda molto il puzzo di fascismo. L'anno scorso al Liceo “Pasteur” di Roma la dirigente scolastica ha fatto venire la polizia a scuola per “controllare” una conferenza della storica Alessandra Kersevan su foibe e revisionismo. Il tutto tra lo sgomento e le proteste del corpo docente. In una lettera alcuni docenti e lavoratori ATA di quel liceo conclusero così:

«Si stanno introducendo cambiamenti di indirizzo culturale che contraddicono una tradizione di chiarezza riguardo al confine tra il ruolo dell’educatore e quello delle forze dell’ordine: una cultura repressiva che rischia di confondere lo stesso docente. Una scuola che ha paura e che scoraggia la libera ricerca, non è una scuola critica e antifascista».

Prendere coscienza che c'è una lotta in atto è il primo passo. Prendere parte alla lotta è un dovere morale, politico, civico, perfino scientifico e democratico. Tutti, anche gli studenti e gli insegnanti, devono prendere posizione in ogni maniera. I sindacati di classe, il mondo associazionistico, le organizzazioni politiche dovrebbero essere in prima fila per cercare di mobilitare le forze moralmente sane rimaste in questo Paese. Altri episodi mostrano come gli insegnanti stiano assistendo alla riaffermazione, anche nel corpo docente, di sentimenti di antipatia verso le iniziative sulla Memoria antifascista (da non confondere con quelle del “ricordo”). C'è molta preoccupazione e servirebbe un'avanguardia che lanci una mobilitazione di massa coinvolgendo la massima unità di forze ancora possibile. L'ANPI dovrà scegliere cosa fare: arrendersi significa favorire il mantenimento dell'istituzionalizzazione del revisionismo storico, ossia favorire la costruzione della “verità storica Statale”. Anche l'inazione e l'indifferenza significano consentire che la Storia sia scritta dallo Stato. Ad ognuno la propria scelta sul da farsi.


Note
[1] Redazione, Tensione con la Francia, Mattarella: “Difendere l'amicizia con Parigi”. Ma i 5S alimentano lo scontro, La Repubblica (web), 7 febbraio 2019, disponibile su https://www.repubblica.it/politica/2019/02/07/news/tensione_con_la_francia_salvini_sono_pronto_a_incontrare_macron_-218557752/.
[2] Intellettuale Collettivo, Mattarella e la sovranità limitata dell'Italia, Youtube.com, 28 maggio 2018, disponibile su https://www.youtube.com/watch?v=HCMjdr_30lM&t=1s.
[3] Redazione, Venezuela, l'Europa riconosce Guaidò. Mattarella: linea condivisa con l'Ue. Salvini: stiamo facendo brutta figura, Il Messaggero (web), 4 febbraio 2019, disponibile su https://www.ilmessaggero.it/mondo/venezuela_paesi_europei_riconoscono_maduro-4276805.html.
[4] Redazione, Foibe, Mattarella: “No ai negazionismi, non fu una ritorsione contro i torti del fascismo. Bisogna proteggere l'ideale europeo”, La Repubblica (web), 9 febbraio 2019, disponibile su https://www.repubblica.it/politica/2019/02/09/news/foibe_mattarella_no_ai_negazionismi_non_fu_una_ritorsione_contro_i_torti_del_fascismo_-218708098/.
[5] A. Pascale, Le foibe e il 10 febbraio. “Giorno del ricordo”, “Marx21.it”, 7 febbraio 2019, disponibile su http://www.marx21.it/index.php/storia-teoria-e-scienza/storia/29545-le-foibe-e-il-10-febbraio-qgiorno-del-ricordoq.
[6] Sul tema rimando a A. Pascale, Il Totalitarismo “liberale”. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli 2019.
[7] C. Cernigoi, RED LAND-ROSSO ISTRIA: una recensione, “Diecifebbraio.info”, 4 dicembre 2018, disponibile su http://www.diecifebbraio.info/2018/12/5235/.
[8] A. Kersevan, Resoconto dopo la visione (molto sofferta...) del film RED LAND, “Diecifebbraio.info”, 27 novembre 2018, disponibile su http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2018/11/Recensione-Red-Land.pdf.
[9] F. Cecchini, 10 febbraio, Norma Cossetto in Veneto e a Montebelluna, “Ancorafischiailvento.org”, 7 febbraio 2019, disponibile su http://www.ancorafischiailvento.org/2019/02/07/10-febbraio-norma-cossetto-in-veneto-e-a-montebelluna/?fbclid=IwAR0cnFPr_EEl_qVbjamaJvJ8ThLvMP8armtulvbBsARwylQXmSDqdkrHJVc. Per approfondimenti si consiglia il lavoro C. Cernigoi, Il caso Norma Cossetto, La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n° 266, 6 marzo 2011, disponibile su http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/CasoNormaCossetto.pdf.
[10] Wikipedia, Stjepan Filipović, disponibile su https://it.wikipedia.org/wiki/Stjepan_Filipovi%C4%87.
[11] Wikipedia, Lepa Svetozara Radić, disponibile su https://it.wikipedia.org/wiki/Lepa_Radi%C4%87
fShare
5
Pin It

Comments   

#4 Mario Galati 2019-02-22 13:18
Viviamo già in una situazione parafascista. Mi sono definitivamente convinto della tesi di Eros Barone sulla fascistizzazione. I miei dubbi sulla necessità e sul processo di esplicita fascistizzazione covato dal capitale, pur in presenza di una sua fortissima egemonia culturale e psicologica, sono fugati.
Quote
#3 Eros Barone 2019-02-22 01:28
La "guerra culturale" evocata in questo articolo, così come i suoi riflessi nella scuola superiore, sono iniziati da parecchi anni. La vicenda che provo a riassumere e che risale al 2009 ne è una chiara dimostrazione. Nel febbraio di quell'anno, infatti, organizzai come docente responsabile delle iniziative culturali del liceo scientifico di Gallarate (VA), in cui insegnavo, un convegno pubblico sui "Confini orientali". Ne nacque, per iniziativa del sindaco e di alcuni assessori della giunta di centrodestra che governava quella città, una pesante polemica che vide coinvolti la preside del liceo, i relatori, il corpo docente e ovviamente il sottoscritto. Esposi allora in una lettera pubblicata sul quotidiano "La Prealpina” il significato, l’impostazione e l’orientamento dell’iniziativa che avevo organizzato. Precisai dunque, in primo luogo, che il convegno non aveva scopi commemorativi o celebrativi ma di studio, di approfondimento scientifico e di formazione culturale. Si era trattato infatti, come poterono constatare i docenti che vi presero parte assieme ai loro studenti, di un’iniziativa, per così dire, posta sotto il segno di Clio, che è una musa della scienza, non di Calliope o di Polimnia, muse meritevoli del massimo rispetto ma non legate direttamente alla scienza. In tal senso, se la partecipazione del prof. Giancarlo Restelli, autore di studi e pubblicazioni caratterizzati da un taglio prevalentemente didattico, rispondeva al criterio della divulgazione rigorosa e all’esigenza di fornire un quadro informativo chiaro, sintetico e il più possibile completo delle vicende storiche generali, la partecipazione del prof. Sandi Volk, qualificato studioso dell’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate e, più in generale, del problema dei confini orientali, rispose, in virtù dei requisiti di rigore metodologico e acribia filologica che distinguono le pubblicazioni di tale studioso, ad un’esigenza di approfondimento monografico dell’indagine. Questi furono i due ordini di esigenze di cui tenni conto nel definire l’impostazione del convegno sia sul piano critico-scientifico sia su quello didattico-formativo.
In secondo luogo, sottolineai l'importanza del conflitto delle interpretazioni scaturito dagli interventi dei due relatori e il suo valore educativo ai fini della realizzazione di quel coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella conoscenza della storia che è una condizione favorevole al suo apprendimento da parte degli studenti. Aggiunsi poi che coloro che pensano che l’esposizione e la discussione anche animata di tesi storiche diverse e parzialmente contrastanti sugli stessi fatti non siano consone ad un pubblico formato da studenti delle classi terminali del liceo devono trarre tutte le conseguenze da una simile premessa e concludere logicamente che l’unica alternativa ad un approccio critico e pluralistico nello studio di questa materia, approccio che è la sola modalità di insegnamento che si attagli a un regime democratico, è l’indottrinamento ideologico o una versione edulcorata della storia ‘ad usum delphini’, che sono modalità, entrambe, conformi alla politica educativa di un regime autoritario. Ma questa posizione, oltre ad essere in contrasto con il principio della licealità e con la concezione moderna della scienza, elude il confronto, che l’insegnante ha il compito di proporre agli studenti, con lo statuto epistemologico della disciplina storica e con il tipo di verità su cui tale disciplina si fonda. Una verità parziale, controllabile e rivedibile, agganciata alle fonti documentali concretamente disponibili, sufficientemente forte per non essere vanificata dai dubbi dello scetticismo ma anche sufficientemente flessibile per non cristallizzarsi in un dogma imposto da un potere autoritario, Stato o Chiesa che sia.
Rilevai inoltre che il disorientamento può nascere, invece, quando si ritenga di dover proporre agli studenti un’immagine unilaterale della realtà e un concetto di verità, che, lungi dal risolversi in un approfondimento del processo conoscitivo e in una ricerca instancabile e progressiva di verità parziali, presume, per usare l’icastica espressione di un saggio dell’età moderna, che la verità sia come una moneta che si possa mettere in tasca e portare a casa. Pertanto, conclusi che, alla luce dello statuto epistemologico, metodologico e teleologico della disciplina storica, gli unici vincoli che possono essere posti, in una istituzione scolastica, all’insegnamento e all’apprendimento della storia, e che costituiscono nel contempo altrettante garanzie della sua efficacia educativa, sono costituiti: a) dal rigore scientifico e critico della ricostruzione del passato che viene proposta agli allievi; b) dal rispetto del pluralismo delle interpretazioni, anche quando è conflittuale, e dal riconoscimento di uno spazio significativo per le diverse posizioni culturali e scuole storiografiche; c) dai valori etici, sociali e civili della Costituzione. Conchiusi osservando che solo il rispetto di questi vincoli, che vanno peraltro considerati anche come risorse, può fare della scuola e in particolare dei nostri licei un autentico “seminarium reipublicae”. Ma da allora la svolta reazionaria e il galoppante processo di fascistizzazione hanno guadagnato molto terreno; conseguentemente, come dimostrano gli episodi citati, la battaglia culturale e ideologica è diventata molto più aspra.
Quote
#2 ndr60 2019-02-20 12:06
Da "La battaglia della Neretva" (che io vidi al cinema, a suo tempo) a Red Land: la parabola di Franco Nero è la stessa della "sinistra" italiana.
Quote
#1 Jose Luis Pizarro 2019-02-20 08:52
Leggo: "Nel giro di pochi giorni ha ricordato a tutti la sua vera natura, quella di un furbo squalo, servo della borghesia e dell'imperialismo".
Posso capire l'odio politico (e come, li ho vissuto), ma queste parole si commentano da sole, così come la statura ideologica dello scrittore.
De doctrina si vive, ma anche de dottrina si muore e Marx da par ogni argomento (più o meno come oggi si fa con Bolivar dall'altra parte del Atlántico).
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh