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lantidiplomatico

Il Venezuela, l'Italia, l'11 settembre

di Geraldina Colotti

allende maduroMolte volte si è richiamata l'analogia tra gli attacchi che hanno portato al colpo di Stato in Cile, l'11 settembre 1973, e quelli rivolti contro il Venezuela oggi. E' utile ricordarlo ancora in un momento in cui il portato del Novecento torna, prepotentemente, a interrogare il modello capitalista con le sue grandi questioni aperte, sul piano concreto e simbolico.

In America latina – continente che dall'inizio di questo secolo ha dettato il passo all'Europa, culla del movimento operaio - nel mirino vi sono tre punti fondamentali per le speranze di futuro del socialismo: la rivoluzione cubana, vittoriosa e indomita dal 1959; la rivoluzione sandinista, riemersa faticosamente dalle catacombe in cui era sprofondata dopo il ritorno del neoliberismo in Nicaragua, e ora di nuovo a rischio di essere ricacciata nel baratro; e la rivoluzione bolivariana, trincea di quel “socialismo del XXI secolo” che ha voluto rinnovare quello del secolo precedente cambiandone la definizione ma non il progetto e la finalità.

In Europa, e specialmente in Italia - tornata spaventosamente indietro dal lungo ciclo di lotta rivoluzionaria, anche di guerriglia, degli anni 1970 -, sembra non ci sia fine al peggio. Sembra, addirittura, che a cantarle chiare siano componenti xenofobe o falsi sovranismi corporativi, che turlupinano le masse con la peggiore demagogia, proprio mentre affermano di essere “liberi da tutte le ideologie”.

Vale, invece, ancora, quanto scriveva Marx nel 1859: “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.

L'ideologia è, perciò, falsa coscienza, deformazione della realtà per mascherarne le vere contraddizioni. A determinarla, sono le idee della classe dominante: che si impongono con modalità proprie a seconda del periodo storico, vengono presentate come universali e necessarie alla stessa vita delle classi popolari. Un processo particolarmente sperimentato nelle cosiddette “società complesse” e soprattutto a fronte della concentrazione monopolistica dei media in pochi conglomerati che rispondono ai medesimi interessi.

Quale spazio resta, infatti, a chi voglia distogliere i dominati dal marciare sotto false bandiere quando, in Italia, quella che avrebbe dovuto essere la sinistra ha sostenuto e sostiene politiche prone ai poteri forti e che, quando avrebbe potuto governare, si è inginocchiata ai diktat del Fondo Monetario Internazionale?

Quale spazio resta a chi vuole ricostruire un blocco sociale anticapitalista quando a difendere la “sovranità” nazionale si erge quella destra xenofoba che condurrebbe i settori popolari verso il baratro? Non c'è tempo per attendere che le masse facciano esperienza da sé. Le maschere vanno strappate subito.

Il leghista che tuona contro l'Onu quando l'Alta Commissaria Michelle Bachelet preannuncia l'arrivo dei suoi ispettori in Italia, è lo stesso il cui governo avalla le sanzioni dell'Europa contro la Repubblica bolivariana del Venezuela: un paese in cui la parola sovranità non è un esercizio per fascisti, ma un modello intenzionato a coniugare pace con giustizia sociale.

In questo momento, proprio in questa data simbolica dell'11 settembre, è in Italia - ricevuto in Parlamento dal governo su invito del “progressista” Pierferdinando Casini -, uno di quei personaggi dell'opposizione venezuelana, che girano per chiedere a gran voce una “soluzione” analoga a quella del Cile nel 1973: Omar Barboza, presidente di quel parlamento venezuelano, reso inaffidabile dalle numerose decisioni anticostituzionali prese (una per tutte, la richiesta di invasione armata del proprio paese). Un personaggio che si è già recato in Vaticano, dove l'ultraconservatrice Conferenza episcopale venezuelana cerca di portare anche il papa Bergoglio nel campo di chi vuole il golpe contro Nicolas Maduro.

Attraverso la falsa coscienza imposta dalle classi dominanti, avanzano le guerre di nuovo tipo, che prevedono il discredito dell'avversario e il capovolgimento dei simboli: in maniera da trasformare in “dittatore” un presidente legittimo, per fare spazio a dittatori veri. Il capitalismo parla con “lingua biforcuta”, per dirla con i nativi americani che lo hanno scontato con gli Usa in prima persona.

E così, quello stesso Segretario generale di Stato Usa, Henry Kissinger, che aveva preparato il golpe cileno, riceverà il premio Nobel per la pace: il 16 di ottobre del 1973, un mese dopo il colpo di stato. E così, il signor Manuel Santos, ex presidente della Colombia, dopo aver ricevuto il Nobel per la pace, ha chiesto di entrare nella Nato e poi – come hanno riferito sicure fonti dell'intelligence colombiana – si è adoperato per favorire il colpo di Stato contro Maduro, con tanto di droni esplosivi.

E così, mentre gli Usa impediscono che Israele venga portato per i suoi crimini alla Corte Penale Internazionale, al contempo manovrano perché a quel tribunale venga deferito Nicolas Maduro, che ha commesso il solo “crimine” di non aver voluto genuflettersi all'ambasciata nordamericana. E così l'Unione Europea conferisce il Premio Sakarov per “la libertà” a personaggi come il giovane venezuelano Lorent Saleh, un nazista dichiarato che voleva far saltare in aria le discoteche.

Il doppio discorso dell'imperialismo, mentre si erge a paladino della legalità internazionale, non si fa scrupolo di silenziare con arroganza le voci dissonanti: sia quando provengono dalle vittime del golpe pinochettista – com'è accaduto a Pablo Sepulveda, che ha cercato inutilmente di far conoscere nel Cile di oggi la verità del Venezuela -, sia quando provengono da file progressiste, dagli stessi incaricati Onu.

Varrebbe la pena leggere la dettagliata relazione dell'ACNUDH rispetto al Venezuela. L'esperto indipendente Alfred-Maurice de Zayas, inviato dall'Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il 30 agosto ha escluso categoricamente che il Venezuela – come già aveva fatto la Fao a marzo del 2018 - possa essere incluso nei 37 paesi del mondo in crisi umanitaria, prima di tutto a livello alimentare.

Il documento, redatto nel corso di una visita compiuta tra il 26 novembre e il 9 dicembre del 2017, dà conto degli incontri realizzati con tutte le parti politiche e i settori sociali: rappresentanti dei partiti di opposizione, delle associazioni dei commercianti, delle Ong, della chiesa, dei familiari dei detenuti di opposizione, dei familiari di tutte le vittime delle proteste violente contro il governo. L'esperto rileva come “negli ultimi sessant'anni, si sono ingaggiate guerre economiche non convenzionali contro Cuba, Cile, Nicaragua, Siria e Venezuela per far sì che le loro economie crollassero, per facilitare un cambiamento di governo e imporre una prospettiva socio-economica neoliberista al fine di screditare i governi in questione”.

Nel caso del Venezuela, Zayas rileva che “gli effetti delle sanzioni imposte dai presidenti Obama e Trump e le misure unilaterali di Canada e Unione Europea hanno aggravato direttamente e indirettamente la scarsità di medicine”, contribuito a far morire molte persone e pertanto le sanzioni devono essere considerate alla stregua di crimini contro l'umanità. All'esperto indipendente, il Venezuela bolivariano pare, insomma, come “una cittadella assediata” ai tempi del Medioevo.

La Stalingrado dei nostri tempi, insomma.

In un libro del 2010, a breve disponibile anche in Italia per merito dell'editore Zambon – La squadra d'urto della Cia – il giornalista colombiano Hernando Calvo Ospina ricorda “l'attività frenetica” degli Stati Uniti, prima e dopo la vittoria di Salvador Allende in Cile. Dal 1972 – scrive Ospina – un gruppo della Cia, attivo sia a Washington che in Cile, riuscì a sviluppare una perfetta operazione di disinformazione e sabotaggio economico, la più riuscita fino a quel momento.

Come ha spiegato nelle sue memorie William Colby, capo della Cia tra il 1973 e il 1976, si trattò di “un'esperienza di laboratorio che ha dimostrato l'efficacia dell'investimento finanziario per screditare e rovesciare un governo”.

E qui torna utile anche rileggere un brano del romanzo La Casa degli spiriti, scritto da Isabel Allende nel 1982. Una pagina che, molto opportunamente, i giornalisti di Alba Ciudad hanno riproposto nel 2015, nel pieno della guerra economica per far cadere Nicolas Maduro. Conviene davvero prendersi nuovamente il tempo di rileggerlo.

«L’organizzazione era una necessità, perché la strada verso il Socialismo molto presto si trasformò in un campo di battaglia (…) la destra metteva in campo una serie di azioni strategiche volte a fare a pezzi l’economia e seminare il discredito contro il Governo.

La destra aveva nelle sue mani i mezzi di diffusione più potenti, contava con risorse economiche quasi illimitate e con l’aiuto dei ‘gringos’, che mettevano a disposizione fondi segreti per il piano di sabotaggio. A distanza di pochi mesi sarebbe stato possibile osservarne i risultati.

Il popolo si trovò per la prima volta con sufficiente denaro per soddisfare le proprie fondamentali necessità e per comprare alcune cose che sempre aveva desiderato, ma non poteva farlo, perché gli scaffali erano quasi vuoti.

La distribuzione dei prodotti cominciò a venire meno, fino a quando non divenne un incubo collettivo. Le donne si svegliavano all’alba per prepararsi alle interminabili file, dove al massimo avrebbero potuto acquistare uno scarno pollo, una mezza dozzina di pannolini o qualche rotolo di carta igienica.

Si produsse l’angustia da scarsità, il paese era scosso da ondate di dicerie contraddittorie che mettevano in allerta la popolazione sui prodotti che sarebbero venuti a mancare e la gente cominciò a comprare qualsiasi cosa trovasse, senza misura, preventivamente.

Si finiva per mettersi in fila senza sapere ciò che si stava vendendo, solo per non perdere l’opportunità di comprare qualcosa, anche quando non c’era bisogno. Cominciarono a sorgere i professionisti delle file, che per una somma ragionevole conservavano il posto agli altri, i venditori di dolciumi che approfittavano della folla per vendere le loro caramelle e quelli che affittavano le coperte in occasione delle lunghe file notturne. Si scatenò il mercato nero.

La polizia provò ad impedirlo, ma era come una peste che spuntava fuori da tutti i lati e per quanti sforzi facesse per ispezionare le auto ed arrestare coloro che portavano contenitori sospetti non poteva evitarlo. Persino i bambini trafficavano nei cortili delle scuole.

Per la premura di accaparrarsi i prodotti, avvenivano confusioni: chi non aveva mai fumato pagava qualsiasi prezzo per un pacchetto di sigarette, e chi non aveva bambini litigava per contendersi un barattolo di alimenti per lattanti.»

Ma il punto che ci interessa qui sottolineare – soprattutto rispetto a quanti, in Europa, in nome di un pacifismo imbelle che ignora la natura violenta dello Stato borghese e le storture che produce, hanno portato i settori popolari dietro false bandiere – è che, all'occorrenza, mentre da un lato le classi dominanti inviano “condoglianze” alle vittime degli attentati che hanno organizzato, dall'altro rivendicano anche come “giusta e necessaria” la loro sporca guerra. Il liro di Ospina riporta le dichiarazioni dell'ex presidente Nixon negli anni 1980: “I detrattori si preoccupano unicamente per la repressione politica in Cile, e ignorano le libertà frutto di un'economia libera (…) Più che reclamare la perfezione immediata, in Cile, dovremmo appoggiare i progressi realizzati”.

Michelle Bachelet, ex presidenta del Cile, ha scontato sulla sua pelle gli effetti di quei “progressi”. Già come capo di Stato – quando ancora il processo di integrazione latinoamericana le impediva con forza di pendere verso “il cortile di casa” - non ne aveva tratto fino in fondo le conseguenze. Ora che ha ricevuto il nuovo incarico come prima donna a capo dell'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, saprà porre un freno alle aggressioni imperialiste contro il Venezuela?

Le cronache ci dicono che il suo discorso consegnato al giornalisti – in cui il Venezuela compariva come uno dei paesi da citare in negativo - è stato diverso da quello pronunciato di fronte ai diplomatici, e che Bachelet ha successivamente ricevuto il ministro degli Esteri venezuelano, Jorge Arreaza. Riuscirà a smentire la relazione dell'esperto indipendente della sua stessa organizzazione internazionale?

“Solo el pueblo salva al pueblo”, ripeteva Chavez. Solo il popolo può salvare se stesso. Può farlo se non dimentica “da dove veniamo”, ha detto ai giovani del JPSUV Diosdado Cabello, durante il loro terzo congresso appena concluso. La memoria è uno strumento indispensabile per il futuro. Un punto su cui il partito più grande dell'America latina ha insistito nel suo IV Congresso: rivendicando i tentativi rivoluzionari dei guerriglieri durante le “democrazie camuffate” della IV Repubblica; rintracciando gli antecedenti della tenuta dei governi socialisti, per quasi vent'anni.

Così ha detto al congresso Nicolas Maduro: “Il prossimo 27 di febbraio, commemoreremo i trent'anni dal Caracazo, la rivolta popolare che ha animato il nostro popolo. I trent'anni dall'inizio del ciclo rivoluzionario più lungo e profondo della storia del Venezuela... Perché – si chiedono alcuni -, dopo la morte di Chavez e con tutto quel che è successo, la Rivoluzione bolivariana continua a vincere le elezioni, continua a stare al potere, continua ad avanzare nonostante le difficoltà? Cercate la risposta nella storia, compagni, cercatelo nella profondità della rivolta e della voce profonda che il popolo ha cominciato a far sentire quasi trent'anni fa. Cerchiamolo nella configurazione di quel che, in Venezuela, ha dato corso a un processo popolare di tipo costituente, che ha disegnato una teoria, un carattere, una modalità di lotta, che ha configurato quel che i sociologi chiamerebbero un nuovo soggetto sociale, composto dalla maggioranza impoverita, dalla classe operaia, dagli abitanti delle periferie, dai movimenti popolari radicali, che è andato molto più in là della sinistra, di quel che fu la sinistra allora, alla fine degli anni 1980 e all'inizio del decennio dei '90. Dal 27 febbraio del 1989 in Venezuela si è andato definendo un nuovo soggetto sociale della trasformazione e, a febbraio prossimo, commemoreremo i 27 anni dal glorioso risveglio bolivariano del 4 febbraio del 1992”. La rivolta civico-militare diretta da Hugo Chavez. Il progetto di un blocco sociale capace di superare le sinistre moderate con più socialismo: bucando lo schermo della falsa coscienza.

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