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ilpungolorosso

“A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”

di Rami Abu Jamous

3f406e9d105afe18fc83d49a73295299.jpgRiprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre.

Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Red.)

https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco

I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco.

Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra.

Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano.

Quanto alla “linea gialla”, continua ad avanzare. Ha trasformato Gaza in un’enclave dentro l’enclave, separando la zona est da quella ovest e tagliando in due la Striscia lungo tutto il suo asse. I gazawi sono ormai ammassati nella parte occidentale, lungo il mare, che rappresenta appena il 40% della superficie originaria. Dietro questa linea, gli israeliani hanno distrutto tutto: frutteti rasi al suolo, case fatte saltare in aria.

 

Dalla “linea gialla” alla “linea arancione”

Questa linea è delimitata da blocchi di cemento gialli. Ma quei blocchi continuano ad avanzare. Di volta in volta ci accorgiamo che si sono spinti un po’ più verso il mare, restringendo ancora il nostro spazio. Tre giorni fa hanno raggiunto la strada Salah al-Din, la grande arteria che attraversa Gaza da nord a sud e che rischia ormai di trasformarsi in una nuova frontiera. Ma non è tutto. Esiste anche un’altra linea, questa volta virtuale: la “linea arancione”. Si estende ancora più a ovest della linea gialla. Gli israeliani l’hanno comunicata alle ONG rimaste a Gaza: per attraversarla devono “coordinarsi” con l’esercito. L’obiettivo è ridurre al minimo i loro movimenti.

Gli israeliani ci stanno uccidendo e, allo stesso tempo, si stanno arricchendo.

Gli aiuti umanitari, inoltre, arrivano con il contagocce. Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quei numeri. Dall’inizio della guerra con l’Iran, soprattutto, gli ingressi si sono ulteriormente ridotti. Oggi entrano appena 200 camion al giorno, a volte 150. Solo la metà trasporta aiuti umanitari. L’altra riguarda importazioni del settore privato: commercianti palestinesi che acquistano merci da commercianti israeliani. Prezzi troppo elevati per la grande maggioranza dei gazawi. Gli israeliani ci stanno uccidendo e, allo stesso tempo, si stanno arricchendo.

Ma c’è un aspetto ancora più perverso: la maggior parte di queste importazioni riguarda prodotti non essenziali, come ketchup, Nutella, cioccolato o bibite gassate. Nei camion, invece, non arriva nulla di ciò che serve davvero per vivere, perché tutto questo è vietato da Israele: cibo sano, lenzuola, coperte, tende, teloni di plastica e perfino i chiodi. A Gaza non si trova più nemmeno un chiodo. Perché è proibito. Lo stesso vale per tutto ciò che permette di spostarsi: benzina, carburante, pneumatici. Non abbiamo più i mezzi per riparare i veicoli. Si vedono ancora alcune automobili, spesso adattate artigianalmente per funzionare con olio vegetale. Ma anche queste fanno fatica a circolare in strade ormai sommerse dalle macerie. Alcuni cercano persino di produrre carburante bruciando qualsiasi tipo di plastica riescano a trovare, in officine improvvisate che sprigionano fumi tossici.

 

I malati di cancro muoiono lentamente, tra grandi sofferenze

Sono vietati anche i pannolini per i bambini più piccoli: ormai sono diventati rarissimi e hanno prezzi proibitivi. Non riesco più a trovarne per mio figlio Ramzi, che ha quattordici mesi. Anche tutto ciò che riguarda la salute è sottoposto a restrizioni: medicinali e attrezzature mediche. In tutta la Striscia di Gaza è rimasto un solo scanner. I malati di cancro non hanno più accesso alle cure e stanno morendo lentamente, spesso tra sofferenze atroci.

Decine di migliaia di malati avrebbero bisogno di essere curati all’estero. Secondo l’accordo di cessate il fuoco, centocinquanta pazienti avrebbero dovuto poter attraversare ogni giorno il valico di Rafah, verso l’Egitto. Oggi, invece, i passaggi si limitano a una cinquantina al giorno, talvolta 80, raramente 120. E ogni volta tra ritardi e ostacoli imposti dagli israeliani, che impiegano tempi lunghissimi per convalidare le liste di nomi trasmesse dagli egiziani.

In queste condizioni spaventose, ciò che resta dei 2,3 milioni di abitanti è ammassato in meno della metà della Striscia di Gaza. Si vive gli uni sugli altri, cercando semplicemente di sopravvivere. Se la casa o il negozio si trovano dal lato “giusto” della “linea gialla”, si prova a sgomberare le macerie attorno. A continuare a vivere. A ricostruire una bottega bombardata. A rendere di nuovo abitabile una casa semidistrutta, che potrebbe comunque crollare sotto un temporale o una forte pioggia.

 

Niente scuola, niente computer, niente elettricità

Sopravvivere significa prima di tutto trovare acqua. Non parlo nemmeno di acqua potabile, ma semplicemente di acqua dolce, non salata, perché anche i filtri e i prodotti indispensabili agli impianti di depurazione sono vietati dall’inizio del genocidio. La ricerca dell’acqua è diventata una delle attività principali dei gazawi. Ogni mattina si vedono anziani e bambini fare la fila con le taniche davanti alle autobotti delle ONG internazionali, sempre più rare, perché le organizzazioni ancora presenti sono sempre meno. Quelle che hanno rifiutato di comunicare agli israeliani l’elenco dei propri dipendenti sono state bandite.

Alcuni ragazzi del quartiere fanno la fila al posto mio. È un lavoro estenuante: a volte bisogna percorrere anche dieci chilometri per trasportare le taniche. Lo stesso vale per il cibo. Per le famiglie è difficile cucinare quando gas e legna scarseggiano e, in ogni caso, c’è ben poco da mettere in pentola. Molte persone sopravvivono grazie alle tekiya, le cucine comunitarie finanziate da alcuni donatori, che distribuiscono soprattutto lenticchie e riso.

La maggior parte dei bambini non va a scuola. Qua e là esistono alcune iniziative improvvisate: nei campi di fortuna si trovano tende dove gli studenti siedono su sedie di plastica rotte o su pietre usate come sgabelli. Alcune università cercano di riprendere i corsi, spesso online, perché la maggior parte degli edifici è completamente o parzialmente distrutta. Agli studenti viene chiesto di pagare solo il 20% delle tasse universitarie, rinviando il resto a più tardi. La maggior parte degli studenti, però, non dispone di una connessione internet. Così si ritrova negli internet café improvvisati o in quello che qui viene chiamato “Internet di quartiere”, dove qualcuno vende l’accesso alla rete a ore.

Riusciamo a sopravvivere, ma a poco a poco gli israeliani stringono il cappio che ci sta strangolando, lontano dalle telecamere e dagli occhi del mondo.

Ma per seguire le lezioni servono un computer o uno smartphone. E anche questi sono vietati. Ce ne sono sempre meno. Per un periodo alcuni commercianti riuscivano a farli entrare corrompendo soldati israeliani, ma sembra che questo traffico si sia ormai interrotto. E per ricaricare computer e telefoni serve energia elettrica. Le quattro linee che alimentavano la Striscia di Gaza — tre israeliane e una egiziana — sono interrotte dall’inizio della guerra, mentre l’esercito israeliano ha distrutto la centrale elettrica di Gaza. Ci siamo allora affidati ai pannelli solari, ma da tempo non ne entrano più di nuovi perché, come avrete capito, anche questi sono vietati. Anche in questo caso, per un certo periodo è esistito un traffico alimentato dalla corruzione, ma ormai è finito. Chi possiede ancora pannelli vende energia elettrica, e ogni mattina si formano file davanti a queste piccole attività per ricaricare computer, telefoni o torce. Esistono anche generatori installati da privati nei quartieri, ma i prezzi sono proibitivi: il costo del kilowatt è passato da 4 a 35 shekel, circa 10,30 euro.

 

La vita nonostante tutto

Il denaro contante circola sempre meno, ma in mezzo al caos è la tecnologia a prendere il sopravvento. In diversi piccoli supermercati si può ormai pagare con carta bancaria o telefono. Anche i mezzi di trasporto di fortuna possono essere pagati tramite un sistema che funziona senza connessione. Visto che il 90% della popolazione è disoccupato, la gente cerca di arrangiarsi con piccoli lavori, impieghi occasionali o improvvisandosi venditori ambulanti. Alcuni ricevono denaro da parenti all’estero.

Eppure, a Gaza, la vita continua nonostante tutto. Si ricostruiscono sale per matrimoni, che continuano a essere celebrati. Spesso, dopo la festa, i neosposi vanno a dormire a casa di uno zio o di una zia la cui abitazione è ancora in piedi. Altrimenti sotto una tenda, o sotto un telone di plastica…

Riusciamo a sopravvivere, ma poco a poco gli israeliani stringono il cappio che ci soffoca, lontano dalle telecamere e dagli occhi del mondo. Avvicinano la linea gialla al mare. Riducono ogni giorno gli aiuti umanitari. Trasformano la nostra esistenza in un inferno per raggiungere il loro vero obiettivo: deportarci.

Quando ci vedono tentare di rinascere come fenici, quando vedono i giovani continuare a studiare con ogni mezzo e nelle peggiori condizioni, questo li manda in bestia. Ma noi non ci arrendiamo. Ci adattiamo, e non è necessariamente una buona cosa. Perché adattarsi significa abituarsi. Ma cos’altro possiamo fare?

È la stessa cosa che accade in Cisgiordania. Gli israeliani stanno cacciando la popolazione dai campi profughi. Continuano a smembrare il territorio installando nuove colonie. Gli attacchi dei coloni sono quotidiani. E tutto questo si consuma in un silenzio mediatico e politico quasi totale, salvo rare eccezioni. Nonostante ciò, continuiamo a voler restare vivi, liberare la nostra Palestina e conquistare la nostra indipendenza.

Rami Abu Jamous, giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City insieme alla moglie Sabah, ai figli di lei e al loro figlio Walid, di tre anni, sotto la minaccia dell’esercito israeliano. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir al-Balah e successivamente a Nuseirat. Dopo un nuovo trasferimento a seguito della rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.

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