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Quel che entra in gioco quando scegliamo
Felice Cimatti
Immaginiamo una situazione futuribile, ma in realtà già praticabile: un uomo deve decidere se agire in un modo anziché in un altro e le due scelte sono fra loro incompatibili, anzi comportano conseguenze drasticamente diverse. L'uomo non sa decidersi, esita. A questo punto gli viene applicato intorno al cranio un potente macchinario, in grado di registrare l'attività metabolica del suo cervello. Ora il nostro uomo può vedere su un monitor quali aree del cervello si attivano, e con quale intensità, quando riflette alle due alternative fra le quali può scegliere. Pensa all'alternativa A e contemporaneamente vede accendersi, in particolare, due aree cerebrali; pensa all'alternativa B e si accendono quattro aree cerebrali. L'alternativa B sembra coinvolgere un maggior numero di aree cerebrali, perché, così pensa il nostro uomo (dopo aver spento il monitor), forse è quella che ha conseguenze più ramificate, e complesse e dunque imprevedibili. Decide allora per l'alternativa A.
Le conoscenze accumulate dalle neuroscienze sul funzionamento del cervello permettono di analizzare in sempre maggiore dettaglio quel che succede al suo interno quando pensiamo, desideriamo, speriamo e, soprattutto, quando siamo impegnati in una scelta. L'esperimento mentale che abbiamo descritto ci porta in un nuovo campo, quello della «neuroetica», un sapere dai confini assai incerti che «si colloca alla frontiera di neuroscienze e filosofia morale, psicologia, sociologia, pedagogia, diritto», come scrive Laura Boella nel suo Neuroetica. La morale prima della morale (Raffaello Cortina, 2008).
A un primo sguardo lo stesso termine «neuroetica» sembra intrinsecamente contraddittorio; se il campo dell'etica investe necessariamente l'atto di scegliere, quello dell'attività cerebrale, invece, ha a che fare con interazioni chimiche, che si verificano per cause esclusivamente fisiche. Detto altrimenti, per comprendere il funzionamento del cervello non abbiamo bisogno della nozione di scelta.
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L'egemonia proprietaria dell'«uomo nuovo»
di Roberto Ciccarelli
Dalla critica alle società del welfare state alla retorica di una libertà individuale incardinata su dispositivi securitari. Un percorso di lettura per mettere a fuoco le caratteristiche del pensiero «neoliberale»
La scomparsa della sinistra italiana dalla rappresentanza parlamentare non è solo l'ultimo colpo di coda dell'insensato cupio dissolvi che l'ha accompagnata dal 1989, ma il sintomo plateale della sua inadeguatezza rispetto alla trasformazione dell'ormai trentennale ciclo politico neoliberale in cui ci troviamo. Di questo ciclo, delle sue contraddizioni politiche e delle sue rotture storiche, questa sinistra nulla o quasi ha compreso, se non quando ha denunciato con qualche approssimazione e genericità l'«americanizzazione» della società italiana. La tonalità penitenziale che hanno assunto le analisi del voto convergono in gran parte su questo punto. È un gigantesco passo in avanti per chi non ha quasi mai praticato la virtù del dubbio, preferendo attribuire gli errori della propria proposta politica all'incapacità della società di coglierne il senso. Ammettere tuttavia di non avere compreso nulla della «realtà» è una conclusione imbarazzante che assomiglia ad una penosa autoassoluzione e non spiega la ragione per cui questo processo si è consolidato al punto da avere raggiunto conseguenze così imprevedibili.
Vittoria senza partito
È una salutare novità che alcuni protagonisti della sinistra politica abbiano invitato ad analizzare la sua disfatta politica a partire dai suoi presupposti culturali. Solo che non ci si può accontentare di pensare che le «culture della destra» si siano impadronite della società e che per questo motivo la sinistra non riesce più a capirla. Applicare lo schema «destra/sinistra» al ciclo politico neo-liberale può forse appagare l'istinto di conservazione di una cultura penalizzata dal suo originario storicismo, ma non spiega come una battaglia culturale potrebbe intervenire nella costruzione di un'identità politica alternativa. In un'intervista intitolata significativamente Building a New Left (Costruire una nuova sinistra), rilasciata addirittura alla fine degli anni Ottanta nell'Inghilterra di Margaret Thatcher, il filosofo (gramsciano) Ernesto Laclau ha spiegato che l'egemonia attribuita alla «destra» neo-liberista è un artefatto complesso che unisce tutti i livelli nei quali gli uomini condividono l'identità collettiva e le loro relazioni con il mondo (la sessualità, il privato, l'intrattenimento, il potere). L'egemonia non è dunque mai un partito, o un soggetto, ma l'espressione di molteplici operazioni che si cristallizzano in una configurazione, quella che Michel Foucault ha definito «dispositivo».
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Una geologia per il divenire dell'individuo sociale
Enrico Livraghi
Un denso saggio dedicato a Gilbert Simondon, l'epistemiologo francese che ha ispirato l'opera filosofica di Gilles Deleuze. E che ha sviluppato un innovativo concetto di «natura umana» e un «principio di individuazione» aperto a stimolanti approdi politici
In Italia il pensiero di Gilbert Simondon era poco più che sconosciuto prima che Gilles Deleuze lo indicasse come un referente cruciale, o meglio, come una delle fonti del concetto di singolarità e individualità da lui messo a punto (con Felix Guattari) negli anni Settanta. In ogni caso, Du mode d'existence des objets tèchniques, apparso nel 1958 e mai tradotto in italiano, era forse noto a pochi sparuti francofoni, mentre nessuno, almeno pubblicamente, sembrava sapesse nulla di L'individuation psychique et collective, pubblicato nel 1964 (e poi nel 1989). Come si sa, quest'ultima opera, che è poi la tesi principale di dottorato presentata da Simondon (mentre Du mode d'existence è invece la tesi secondaria), è stata invece editata anche in Italia nel 2001 da DeriveApprodi.
Sintesi di forma e materia
A qualche anno di distanza, tuttavia, gli studi su Simondon si può dire siano rimasti al palo, a parte i riferimenti di Paolo Virno nel suo Grammatica della moltitudine, la voce «Singolarità/singolarizzazione» scritta da Massimiliano Guareschi per Lessico postfordista (Feltrinelli) e poco altro. Si presenta quindi di notevole importanza la pubblicazione per l'editore Manni di Lecce di questo Gilbert Simondon: per un'assiomatica dei poteri (Euro 18), scritto dal giovane Giovanni Carrozzini (oggi ventiseienne). Si tratta del primo e finora unico tentativo di sondare in profondità l'opera del filosofo-epistemologo francese, tanto esigua sul piano quantitativo quanto complessa sul piano concettuale.
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La scommessa giocata nell'atelier del Principe
Roberto Ciccarelli
L'esperienza della rivista «Centauro» ripercorsa in un volume. L'incontro tra teorici tra loro eterogenei, ma accomunati dalla convinzione che la crisi della modernità coincideva con l'eclissi delle categorie del politico.
Nei diciotto numeri coordinati dal filosofo napoletano Biagio de Giovanni, la rivista di filosofia e politica Il Centauro ha espresso una delle caratteristiche che hanno reso la riflessione italiana sulla «politica» ad un tempo ardua e singolare. Ardua perché ha saputo tenere il polso dell'analisi filosofica del presente, senza mai rinunciare alla densità del linguaggio e all'articolazione dei concetti rispetto agli scarti imposti dalla realtà viva della politica. Singolare perché, sul finire di un decennio di grandi trasformazioni, gli anni Settanta, alcuni tra i più significativi intellettuali che fino ad allora avevano fatto base nel Partito comunista iniziarono ad interrogare la «crisi della modernità». Una formula che faceva eco al nascente dibattito sulla fine dei grandi racconti moderni sulla politica, sulla storia e sulla filosofia lanciato nel 1979 da Jean-François Lyotard ne La condizione postmoderna allargandosi presto ad una dimensione imprevista dal suo stesso promotore, quella della fine della storia, dell'irrapresentabilità del conflitto sociale e della razionalità come prerogativa di un processo di modernizzazione della politica.
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Quell'oscuro essere in cerca della sua rivoluzione
Augusto Illuminati
Marx dopo Heidegger. La rivoluzione senza soggetto di Giovanni Leone (Mimesis, pp. 144, euro 15) prende le mosse da interrogativi che si sono largamente diffusi con la crisi del marxismo: è possibile una tensione anticapitalistica senza soggetto rivoluzionario? Si può sottrarre Marx alla filosofia dialettica della storia e a una metafisica «necessarista» e finalista? Lo stesso superamento del termine comunismo, al di là del facile opportunismo di chi cambia nome per ragioni di mercato, non indica l'esigenza di distinguersi da un riferimento alla comunità, sia astratta che concreta, che Marx stesso ripetutamente sconfessa? Le argomentazioni di Leone sono indubbiamente valide e ricorrono spesso nel marxismo critico a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo: pensiamo alla polemica contro lo sviluppismo etnocentrico, il primato delle forze produttive sui rapporti di produzione, l'impianto dialettico sostanzialmente hegeliano, il retaggio feuerbachiano della «Specie Umana» o «Uomo Produttore» svuotati dall'alienazione e da restaurare in un nuovo comunitarismo.
Anche l'enfasi sulla prassi è stata tendenzialmente depurata dagli aspetti più smaccatamente produttivistici ed umanistici.
La riflessione heideggeriana sulla tecnica ha svolto un ruolo in tale rimodulazione, sia indirettamente attraverso la Scuola di Francoforte e Herbert Marcuse, sia direttamente con la tacita ma drastica mediazione di Louis Althusser. Il filosofo francese ha costruito un programma di reinterpretazione della storia come processo senza origine, soggetto e finalità, proponendo una lettura sintomale di Marx e individuando i punti di cesura fra il seguace di Hegel e Feuerbach e gli sviluppi più originali del suo pensiero.
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Cosa può un corpo?
di Girolamo De Michele
Gilles Deleuze, Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza, a cura di Aldo Pardi, Ombre Corte, Verona, 2007, pp. 202, euro 18.50
Ci sono molte ragioni per regalarsi la lettura delle lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze, sino a ieri disponibili solo on line e adesso tradotte e curate col titolo Cosa può un corpo? da Aldo Pardi, autore di un densissimo saggio prefatorio, all’interno di una la felice congiuntura editoriale: sono da poco disponibili il Meridiano delle Opere di Baruch Spinoza, prima traduzione integrale dei testi spinoziani (qui l'ottima recensione di Toni Negri), e il primo dei due volumi che raccolgono tutti gli scritti brevi di Deleuze: L’isola deserta e altri scritti – 1953-1974. Tre testi che, letti in contaminazione, evidenziano come nel pensiero di Gilles Deleuze si esprima oggi la forma di spinozismo più adeguata al tempo presente.
La prima, fondamentale ragione è l’aspetto terapeutico che oggi riveste l’opera di Spinoza: in un’epoca caratterizzata dal governo politico delle passioni tristi, la sua lettura è liberatoria per la sua capacità di andare alla radice delle servitù che imprigionano le menti e i corpi. Ma attenzione: non si tratta di una fuga nell’intellettualismo, né di una riabilitazione dell’aspetto consolatorio della filosofia che lo stesso filosofo olandese disdegnava. La conoscenza dei rapporti tra mente e corpo è, per Spinoza come per Deleuze, sempre pratica: ciò che è in gioco è sempre un concreto incrociarsi e scontrarsi di rapporti di potere, affetti, costruzioni sociali. Lo stesso corpo individuale è una costruzione sociale, un progetto politico: la sua espressione (lo mette bene in luce Pardi nella Prefazione) e la sua interpretazioni sono impensabili senza la comprensione adeguata delle stabilizzazioni imposte dai dispositivi di assoggettamento e dalle forme di riproduzione del potere.
La prassi spinoziana (degli spinozisti come del cittadino Baruch Spinoza) era (ed è) affermazione, nel pensiero come nella vita, di un’altra società, di uno scarto rispetto al grado di esistenza e di libertà concesso dal potere: «una società dove il diritto si potesse compiutamente esprimere come potenza collettiva» (Pardi, p. 31).
Ma la potenza del pensiero spinoziano comporta un rischio: che lo spinozismo, magari proprio nella sua versione deleuziana, scada a riproposizione di affermazioni filosofiche con valore di slogan a fronte della crisi dei movimenti e dell’attuale inadeguatezza delle loro prassi.
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Il ritorno della politica
Intervista a Toni Negri
di Marianna Canavese e Bruno Fornillo
Il saggista italiano annuncia la fine della postmodernità, almeno nel suo aspetto politico di indifferenza innanzitutto del bene comune. Dice che ricomincia la narrazione di un processo di liberazione. In questa chiacchierata analizza la situazione attuale del capitalismo e le sue derivazioni nel lavoro. Le sue posizioni hanno conosciuto le obiezioni di Laclau, Dri e Boròn, tra gli altri, che lo accusano di un eccesso di utopismo e di non tener conto delle dimensioni nazionali della lotta politica.
Suole dire che l'Italia della fine degli anni '60 e gran parte degli anni '70 era immersa in un grado di mobilitazione collettiva che operò come una sorta di laboratorio della politica di emancipazione. In Argentina, dopo aver visitato la Bolivia e il Venezuela, il filosofo Toni Negri - uno degli animatori di quel ciclo della rinnovazione di quel discorso - annuncia il tempo di una nuova narrazione delle pratiche politiche. Soggetto a multiple letture, interpreta che la ricezione locale della suo opera è stata "negativa e limitata" rispetto alle discussioni che determinò in altre regioni del continente.
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La passione del fare politico
Rossana Rossanda
Rigore e semplicità. Le qualità de «Principia Iuris». Un'opera che interroga il secolo breve senza ritrarsi di fronte ai nodi che ha lasciato in eredità
Coloro che hanno seguito sia pur da lontano Luigi Ferrajoli nella stesura dei Principia Iuris sanno quanta fatica gli sia costato non l'impianto dell'opera, così radicato nella sua formazione intellettuale, quanto la determinazione a renderla come un pane da spezzare per qualsiasi cittadino che si interroghi sulle relazioni interindividuali e fra individui e società. Come darsi un sistema di regole al fine di garantire la reciproca libertà e sicurezza dei diritti? Antico problema, ma rivisto alla fine di un secolo che ha messo in causa sia le forme della democrazia, sia quello che si voleva un suo superamento in senso comunista. Ne è venuto un lavoro imponente e semplice, rigoroso e comunicante senza nulla togliere allo spessore dell'argomentazione, ai riscontri del e nel sistema, e alla genesi storica e teorica dei concetti.
Sembra impossibile che un titolo così severo e la mole delle pagine costituiscano un'opera che chiunque può prendere in mano senza sentirsi allontanato. Si deve certo all'eleganza della scrittura, ma soprattutto, credo, alla convinzione morale e politica di Ferrajoli che urge ricostruire un sistema di rapporti umani ormai a rischio di imbarbarimento. Bisogna e si può. È poi il fondamento del politico, una posta alta, il contrario d'un esercizio accademico. In questo Luigi Ferrajoli è proprio un illuminista, ne possiede (è posseduto da) quella passione di capire, dirimere e spiegare che si fonda sulla convinzione che la specie umana ha la capacità di darsi un senso e delle regole che ne consentano una terrena sopravvivenza.
Si potranno fare altre accuse all'illuminismo, non quello di non averci restituito la possibilità di quella salvezza, nei limiti della vita, che le religioni negano, rimettendo il nostro destino nelle nostre mani. Filo d'Arianna l'uso della ragione, strumento da usare e verificare nella sua struttura logica e fin matematica. Questa non è una fede, è una scelta. Controcorrente, a stare agli ormai trentennali assalti alla ragione tacciata di imperialismo occidentalista, astrazione, pretesa universalistica, misconoscenza delle differenze. E' proprio la sigla di Ferrajoli - si ricorderà Diritto e ragione - e non perché ignori quanto l'irrazionalità sia costituente dell'umano, ma per la persuasione che non è possibile fondare sull'irrazionale una rete di rapporti che garantisca la libertà. Libertà «di» e libertà «da».
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Quella deviazione della prassi che si fa mondo
Un saggio sull'influenza di Democrito e Epicuro in Marx. Un rapporto poco studiato ma indispensabile per comprendere la ricerca marxiana delle basi materiali della libertà
Augusto Illuminati
Il rapporto fra Marx e Epicuro ha sempre incuriosito gli studiosi, nella misura in cui si faceva più accidentato il presunto percorso centrale da Hegel al «Regno della Libertà» attraverso la «dittatura del proletariato». Un giovane studioso torinese, Diego Fusaro ha dedicato un interessante libretto a Marx e l'atomismo greco - alle radici del materialismo storico (prefazione di Gianni Vattimo, Il Prato, pp. 176, euro 10), che ricostruisce con informata competenza i vari luoghi in cui il pensatore di Treviri si riferisce a Democratico e Epicuro, nonché le principali interpretazioni che di questo nesso sono state date nella sua travagliata esegesi. Si parte ovviamente dalla dissertazione di laurea del 1841, Differenza fra le filosofie della natura di Democrito ed Epicuro, che testimonia l'interesse della sinistra hegeliana per pensatori che erano stati stroncati da Hegel e che presentavano un implicito termine di confronto fra la dissoluzione della tradizione metafisica classica e quella dell'idealismo moderno.
Nel corso di questo processo Marx concepirà tuttavia una simpatia, ancora non concettualizzata, per il materialismo, soprattutto in polemica con la religione. Una forzatura a sinistra e insieme una revisione del sommario giudizio hegeliano su questi autori. Più suggestiva, caso mai, è proprio la distinzione impostata fra il pensiero di Democrito e quello di Epicuro: è al secondo che vanno le preferenze di Marx perché non riduce le qualità sensibili a mero opinato soggettivo ma ne salva l'oggettività, essendo gli stessi atomi dotati di qualità ;2) e perché finalizza la conoscenza scientifica alla felicità filosofica.
Decisivo risalto viene conferita alla teoria del clinamen (come rivela il termine, non attestato nell'autore greco ma presente nell'illustrazione in genere fedele di Lucrezio): gli atomi hanno un peso e cadono in linea retta in parallelo, combinandosi solo per una casuale impercettibile deviazione (il clinamen, appunto), che introduce nella rigida necessità del meccanismo atomista un elemento di casualità-libertà, assai importante per la sua trasferibilità in campo etico, dove autorizza la scelta responsabile.
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André Gorz: cento anni avanti per chi va cento anni indietro
Dopo l'umanesimo. Etica, politica e natura umana.
di Paolo Vernaglione
Nel testo L’Immateriale. Conoscenza, valore e capitale (2003) André Gorz risolve la vexata quaestio del post-capitalismo contemporaneo, tagliando alla radice la presunta continuità tra la struttura materiale delle società occidentali novecentesche e la post-modernità. Gorz parte dalla novità più rilevante del ciclo produttivo inaugurato dall’estensione globale del liberismo: la produzione di sé, come funzione che va sostituendo definitivamente la produzione materiale di ricchezza e di senso.
La produzione di sé è infatti la “messa al lavoro” dell’intero regesto delle facoltà umane, catturato nell’ordine simbolico e non più solo psico-fisico dell’antico salariato, in cui si dissolve l’obsoleta distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Produzione di sé significa infatti che il regime globale della produzione, da un lato si individualizza per afferrare interamente l’esistenza, non più solo la sua parte lavorativa, che anzi diviene minoritaria, dall’altra che ogni singolo essere umano entra nel flusso economico globale mettendo a frutto intelligenza, affettività, sapere e cooperazione.
Si tratta niente di meno che dell’abolizione del lavoro, che del resto era stata pronosticata da Marx ne L’ideologia tedesca, così commentata: «In questo contesto Marx definiva il comunismo come abolizione del lavoro che ha perso ogni apparenza di attività personale…».
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La feconda eredità di un pensiero materialista proiettato sul presente
Il Meridiano delle «Opere» di Baruch Spinoza. Una raccolta e una bella traduzione di tutti gli scritti unita a una efficace nota che scandisce la vita del filosofo olandese. L'interpretazione di Spinoza è stata in perenne rinnovamento, anche se non mancano ancora studiosi che cercano di neutralizzare un pensiero la cui eredità permette di uscire dalla crisi della cultura della sinistra italiana
Toni Negri
In una recente intervista Pierre-François Moreau (oggi punto di riferimento degli studi francesi su Spinoza) ha notato che l'Italia è forse il paese nel quale si pubblica di più sull'opera di Spinoza. Paradossalmente, nel nostro paese non c'era tuttavia un'edizione di riferimento che, in buon italiano, comprendesse l'intera opera del grande autore seicentesco. Oggi, questa Opera finalmente c'è: pubblicata da Mondadori nei Meridiani, a cura e con un saggio introduttivo di Filippo Mignini (che ha anche lavorato alle traduzioni ed alle note con Omero Proietti). Quest'edizione è importantissima perché raccoglie, come s'è detto, tutta l'opera di Spinoza, perché la traduce bene, perché contiene un'utile introduzione teorica, un accurato accenno storico alla fortuna di Spinoza e soprattutto perché offre un'accurata cronologia ragionata sulla vita di Spinoza e sull'ambiente olandese nel quale la sua filosofia si è formata.
(A proposito chi ne ha il tempo può ancora visitare a Parigi, nel Musée d'Art et d'Histoire du Judaisme, una ricchissima ed appassionante esposizione sull'Amsterdam ebraica di Rembrant e Spinoza). Era ora che questo strumento essenziale fosse messo a disposizione degli studiosi italiani.
Un autore azzerato
Come ben si segnala nell'introduzione, l'interpretazione di Spinoza e la sua fortuna sono state in perenne rinnovamento. Anche a chi scrive è richiesto di prendere posizione su questo terreno e di misurare in che prospettiva mettersi nello spendere o forse, meglio, nell'investire le fortune lasciateci da Spinoza.
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La potenza redentrice di un pensiero
di Alberto Burgio
«Giordano Bruno» di Michele Ciliberto per Mondadori. L'avventura esistenziale di un pensatore «maledetto» dove vita e filosofia coincidevano
La vita come filosofia, la filosofia come autobiografia e come esperienza teatrale. I pensieri come fatti vissuti, i fatti come figure concettuali da rappresentare sulla scena del mondo. Tutto questo è Giordano Bruno. Qui sorgono, nello stesso tempo, il suo programma teorico e la sua idea di sé e dell'esistenza. A cominciare dalla propria, per destino straordinaria.
Non è una novità. Chi legga Bruno sa di dover fare i conti, sempre, con una connessione indissolubile di vita, filosofia e autobiografia. Con una vita che si fa, consapevolmente, sostanza teorica e che come tale si comprende e si narra. Pensiamo, per fare solo un esempio, alla dialettica dei contrari. Dove il contrasto tra le diverse dimensioni della propria personalità diviene principio di comprensione del mondo e delle sue trasformazioni. E dove il conflitto, la contraddizione, si rovescia, da motivo di disgregazione, in ragione di forza. Da fonte di scomposizione, in fattore di unità e di coerenza dinamica.
Corpo a corpo col Cristo
Non è una novità, è un fatto acquisito. Ma è un fatto che si può subire o, invece, assumere e far proprio, magari traendone linfa per nuove e più penetranti forme dell'impresa ermeneutica. La poderosa ricostruzione della vita di Bruno che ora Michele Ciliberto ci consegna (Giordano Bruno. Il teatro della vita, Mondadori, pp. 555, euro 30) lo dimostra in maniera esemplare. È una biografia a modo suo unica precisamente per come raccoglie la sfida di ripercorrere e narrare una vita in se stessa filosofica: trasfigurata - resa pensiero, concetto e testo - nel momento stesso in cui fu vissuta e, appunto, rappresentata. Messa in scena.
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Tra Darwin e Chomsky
Il linguaggio sulla soglia tra umano e non umano
di Telmo Pievani
In un libro di Francesco Ferretti per Laterza, titolato «Perché non siamo speciali», l'ipotesi che il linguaggio si sia evoluto in stretta dipendenza dalla capacità della nostra specie di ancorarsi al mondo fisico e a quello sociale
Nei Taccuini della trasmutazione, i primi appunti di un giovane naturalista da poco rientrato da un viaggio di cinque anni attorno al mondo, Charles Darwin costruisce passo dopo passo l'impianto centrale della sua teoria alternando momenti di esaltazione e di sconforto. Nel luglio del 1838, quando ormai è quasi giunto alla formulazione dell'idea di selezione naturale, lo assale un dubbio pessimistico: «Forse non saremo mai capaci», scrive nel Taccuino C, «di ricostruire gli stadi attraverso i quali l'organizzazione dell'occhio, passando da uno stadio più semplice a uno più perfetto, conserva le proprie relazioni. Questa forse è la difficoltà più grande di tutta la mia teoria».
Il pericolo di cui Darwin si accorse fin dagli esordi consisteva nella possibile contraddizione fra due principi cardine della spiegazione evoluzionistica: se il cambiamento avviene gradualmente, senza soluzioni di continuità, e la selezione naturale ha bisogno di riconoscere, ad ogni stadio, un vantaggio adattativo per quanto infinitesimale, per svolgere quale funzione si sviluppano gli stadi incipienti di organi particolarmente complessi come un occhio o un'ala? Difficile immaginare che un abbozzo di ala possa servire per spiccare il volo...
Due ipotesi per un rompicapo
Il problema è che l'evoluzionista non può rinunciare né all'uno né all'altro dei principi di partenza: non può ipotizzare che l'occhio si sia formato tutto in un colpo, né che all'inizio la natura lo stesse plasmando finalisticamente «in vista» della sua utilità futura.
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