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doppiozero

Attualità di Lacan

Federico Chicchi

imagerOgni lettore che si rispetti lo sa bene: ci sono libri che si limitano ad aggiungere semplici didascalie e libri che producono concatenamenti, aprendo nuovi e imprevedibili orizzonti di ricerca. Questo secondo è certamente il caso di Attualità di Lacan (a cura di Alex Pagliardini e Rocco Ronchi per Textus edizioni, 2014), un libro imperdibile per chi non sia allergico a quella fondamentale passione dell’essere che lo psicoanalista francese definiva ignoranza.

L’ignoranza è, non a caso rispetto a ciò che ci interessa sottolineare, quella passione che secondo il Lacan del Seminario I si situa sulla linea di giunzione del simbolico con il reale e che, in quanto terzo che introduce un’asimmetria tra amore e odio, fonda l’atto analitico. D’altronde, quando si prova a ricercare la verità in quanto tale, come negli intenti di questo volume, è, statene certi, perché ci si situa per intero nella dimensione appassionata dell’ignoranza (del desiderio di sapere), cioè proprio dove simbolico e reale confondono i loro confini.

Attualità è una parola che si declina al singolare o al plurale? In questo caso, nel caso di questo testo, direi al plurale. Ci sono infatti delle specularità, dei giochi allo specchio tra i diversi, tutti eccellenti, contributi, perché qui vengono supposte e proposte diverse attualità di Lacan. Alcune differenti argomentazioni che rivendicano una per una un’attualità dell’insegnamento lacaniano. I saggi che vengono presentati non sono infatti tutti interni alla stessa prospettiva “etica”.

Non si traccia qui una sola etica della psicoanalisi.

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pierluigifagan

Al margine del caos

Geopolitica ai tempi dell’era della Complessità

Pierluigi Fagan

debuttanti6 440Cosa sta succedendo nel mondo? Come siamo giunti qui?  Sino all’estate del 2001 vivevamo nel migliore dei mondi possibili, il futuro era bright and happy, il confort delle nostre vite mai così comodo, le nuove tecnologie erano la nostra terza rivoluzione industriale, l’Europa stava per varare la propria prima forma concreta di comunità  ovvero una nuova moneta comune, il G20 si riuniva in Canada per la terza volta e  la guerra una pratica irrazionale che avevamo finalmente superato come stadio evolutivo e per alcuni, addirittura, la storia era finita nel senso che avevamo raggiunto il fatidico inveramento dello spirito assoluto nel capitalismo liberale planetario1. Poi è iniziata, una  prima lenta poi sempre più precipitosa,  sequenza di fatti fuori norma, fatti del tutto contrari a quel sentimento di calma tranquilla e fiduciosa apertura al futuro.

Qualcuno lancia aeroplani civili contro i cristalli dei due simboli della nota skyline di New York, si va in guerra, d’accordo contro l’Afghanistan (?) ma perché anche contro l’Iraq? Poi un altro giorno di Settembre (mese in cui sembra che si formi uno sorta di “tutti i nodi vengono al pettine”) di qualche anno dopo,  salta per aria una delle grandi banche d’investimento americane ed a seguire viene giù tutto il sistema di punta della pompa finanziaria che regge la nuova versione del sistema economico  occidentale, la versione smaterializzata e iperglobalizzata.

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il rasoio di occam

La scienza come impresa pubblica

Giulia Rispoli intervista Silvano Tagliagambe

s 1002 numCB004Prof. Tagliagambe, può illustrare le principali tappe della sua carriera accademica? Quali i pensatori che l’hanno affascinata in età giovanile, conducendola ad approfondire gli studi epistemologici?

Dunque, mi sono laureato nel ‘68 con Ludovico Geymonat con una tesi sull’interpretazione della meccanica quantistica di Hans Reichenbach[2], e in un capitoletto avevo affrontato l’interpretazione che ne veniva data dai fisici russi nelle riviste filosofiche e scientifiche più conosciute, naturalmente, appoggiandomi a quel po’ di materiale che era disponibile nelle biblioteche. Geymonat trovò la cosa molto interessante: mi chiese di svilupparla e mettendosi d’accordo con Giovanni Polvani, fisico di rilievo, all’epoca Rettore dell’Università di Milano, mi fece assegnare una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri per trascorrere un periodo di studi presso l’Università Lomonosov di Mosca. Imparai il russo per approfondire alcuni aspetti in particolare, e cominciai a frequentare gli autori di questo paese. Alla fine, nel settembre dell’anno successivo, decisi di partire. A Mosca mi furono assegnati come supervisori il professor Ja. P. Terletskij[3] che era un fisico di orientamento anti-scuola di Copenaghen, contro l’interpretazione standard della meccanica quantistica, e Vladimir Fock[4]– uno dei più illustri fisici russi che lavorava a Leningrado ma abitava a Mosca e che, al contrario, era uno dei maggiori esponenti della corrente minoritaria che appoggiava l’interpretazione di Copenaghen. Con loro ho lavorato ascoltando appunto due versioni, due diversi orientamenti, e poi ho pubblicato nel ‘73 il volume sull’Interpretazione materialistica della meccanica quantistica[5].

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manifesto

Peter Sloterdijk, il profeta disilluso dell’Ancien Régime

Marco Bascetta

Tempi presenti. Il nuovo libro di Peter Sloterdijk ha scatenato furiose polemiche. Quello del filosofo tedesco è un atto di accusa contro la Modernità ed esprime una critica conservatrice al capitalismo che sta conquistando in Europa sempre più consensi

i due volti della modernità de chiricoScri­vere di un libro non letto può senz’altro con­si­de­rarsi una ope­ra­zione scor­retta. Non­di­meno, tal­volta e prov­vi­so­ria­mente, quando l’uscita di un’opera suscita pronte rea­zioni e vivaci pole­mi­che, o con­tri­bui­sce a illu­mi­nare qual­che ten­denza in atto, arri­schiarsi a par­larne può risul­tare utile. Con­fes­sato il pec­cato, dun­que, relata refero. Il libro in que­stione, cin­que­cento pagine pub­bli­cate qual­che set­ti­mana fa in Ger­ma­nia dalla pre­sti­giosa casa edi­trice Suhr­kamp si inti­tola Die schrec­kli­chen Kin­der der Neu­zeit, ossia gli orridi (o ter­ri­fi­canti) figli della Moder­nità. Ne è autore Peter Slo­ter­dijk, filosofo-scrittore assai noto, non nuovo ad aspre pole­mi­che e accese con­tro­ver­sie, poco amato dall’accademia. Affetto da una buona dose di nar­ci­si­smo il per­so­nag­gio non nasconde l’ambizione di con­se­guire un certo seguito popo­lare, e sovente lo con­se­gue.

Le bor­date, soprat­tutto da sini­stra, non si sono fatte atten­dere. Pesan­tis­sima la recen­sione di Georg Diez su Der Spie­gel, che defi­ni­sce il libro «man­gime per una bor­ghe­sia imbar­ba­rita», un’opera ultra­rea­zio­na­ria che gronda risen­ti­mento e nutre nostal­gia per le gerar­chie che hanno gover­nato la società prima della Rivo­lu­zione fran­cese e della frat­tura (lo «iato») che essa ha deter­mi­nato nella sto­ria dell’umanità.

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antiper

L’individuo è l’essere sociale. Marx e Vygotskij

Felice Cimatti

individuo1. «La coscienza è un rapporto sociale»

L’animale non umano, per Marx,

«è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa. È quella stessa [attività vitale]»  Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.

Prendiamo un esempio determinato, un castoro. Per esplicare la sua ‘attività vitale’, ad esempio il costruire dighe sul corso dei fiumi, un castoro si basa essenzialmente su abilità innate, abilità appunto che non deve imparare, che non sono fuori di lui. Essere un castoro significa appunto nascere con un insieme di aspettative e abilità innate. In questo senso se il costruire dighe è una attività che distingue il castoro dalle altre specie animali, se questa è la sua essenza animale, allora questa stessa essenza è presente in modo implicito dentro di lui già alla nascita: l’essenza del castoro è dentro il castoro, come un chilo di rigatoni sta dentro la scatola di cartone che lo contiene. Questo non significa che non sia importante anche l’esperienza né che tutto il comportamento animale sia innato; il punto è che ciò che l’animale può imparare è vincolato in modo più o meno rigido dalla sua costituzione biologica innata. Per l’animale non umano, allora, non vale la frase di Marx dei Manoscritti economico filosofici del 1844 che abbiamo scelto come titolo, al contrario, qui l’individuo coincide con l’essere individuale, cioè l’essenza è dentro ogni singolo animale non umano. Espresso in altro modo, ogni castoro è ogni altro castoro, nel senso che dovunque ci sia un castoro troveremo più o meno le stesse attività, la stessa forma di vita, le stesse esperienze.

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consecutio temporum

Il desiderio comunista

Jodi Dean *

2melancholyIn un suo famoso articolo del 1999, intitolato “Resisting Left Melancholy”1, Wendy Brown adopera l’espressione “malinconia di sinistra”, presa in prestito da Walter Benjamin [Linke Melancholie], per diagnosticare la malinconia propria della sinistra contemporanea. Il saggio, che richiama da vicino la riflessione di Stuart Hall sulla nascita del Tatcherismo, si preoccupa principalmente di analizzare le ansie e le paure di una sinistra in declino: una sinistra che guarda all’indietro, si autopunisce, resta attaccata ai propri fallimenti e si mostra incapace di immaginare un futuro di uguaglianza ed emancipazione. Suggestivo e d’attualità, a detta di molti il saggio di Brown coglieva all’epoca un elemento di verità rispetto alla parabola finale di una certa sequenza storica attraversata dalla sinistra britannica, europea e nordamericana. Rilevando il sentimento della fine e della perdita originato dal disintegrarsi di quel “noi” un tempo condiviso dal discorso del comunismo – o con le parole di Brown “l’incalcolabile perdita” e “l’ideale, inconfessabilmente distrutto, significato contemporaneamente dai termini: sinistra, socialismo, Marx e movimento” – l’autrice forniva una pista per riflettere sul fallimento e la persistenza dei progetti storici della sinistra, a partire da un’analisi dei desideri che li animano2. Perciò il modo in cui Brown trattava le sorti di questo “movimento storico perduto” restituiva l’immagine di una sinistra intenta ad accettare la realtà – la realtà del capitalismo neoliberista e la sconfitta dello stato sociale -o a farci i conti. 

Riletto a distanza di più di un decennio, tuttavia, il saggio di Brown suona meno convincente: oggi sembra non essere riuscito nell’impresa di rendere conto di che cosa è andato perduto e del perché.

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doppiozero

Il potere destituente

Materiali e frammenti sparsi

Pierandrea Amato, Luca Salza

dsc05484In una conferenza tenuta ad Atene il 16 novembre 2013 (ma non si tratta di un hapax) Giorgio Agamben, il filosofo dell’inoperosità, introduce, nella sua costellazione teorica, in maniera forse sorprendente, ma probabilmente necessaria, per uscire dall’angolo in cui si era chiuso con le stesse mani (in particolare, con i suoi ultimi lavori più ambiziosi, Altissima povertà e Opus dei, sembrava aver imboccato un vicolo cieco in cui appariva difficile intravedere un margine per l’azione), la nozione di potere destituente.

Per noi, è bene essere chiari, Agamben, per la sua capacità di tenere insieme Benjamin, Aristotele, Foucault, Heidegger, è un punto di riferimento ontologico. In effetti, la nozione di potere destituente, ben prima che Agamben la impiegasse esplicitamente, rintraccia nella grammatica della sacertà un terreno ontologico fertile nel quale radicarsi. Per questa ragione l’ultima posizione di Agamben ci stimola a tentare di presentare alcuni dei nostri materiali di lavoro che, da qualche anno, e con una certa, caparbia, disordinata sistematicità, accumuliamo intorno al tema del potere destituente.

Il potere destituente rappresenta, innanzitutto, un contraccolpo concettuale per registrare la condizione e la realtà delle forme della politica contemporanea che, riconoscendo la catastrofe cui siamo consegnati, rifiutano sia di lascarsi andare alla logica dell’amministrazione di condominio della politica del potere sia di rinchiudersi nella mera evocazione di un dover-essere fuori dal mondo.

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consecutio temporum

Sui paradossi della critica esterna*

Marcuse, i bisogni indotti e i desideri di massa

Marco Solinas

images1Per una critica della critica esterna

Insistere con determinazione sulla critica immanente del capitalismo contemporaneo al fine di mettere in luce le dinamiche per le quali il continuo differimento o la reiterata negazione del soddisfacimento di desideri, aspettative e bisogni divenuti ormai di massa, riconducibile negli ultimi anni ad una serie di peculiari meccanismi socioeconomici imposti su larga scala dall’ordine neoliberista, contribuisce in modo sempre più significativo, insieme ad una molteplicità di altri fattori, ad acuire la sofferenza psicosociale che impregna le società occidentali avanzate. Nel momento stesso in cui il nuovo ordine promette godimento e felicità futuri, procede difatti nel contempo alla sistematica e capillare demolizione delle precondizioni perché li si possa effettivamente raggiungere, addossando sincronicamente ai singoli individui la responsabilità di tale processo di infinito ed estenuante differimento ricattatorio dell’appagamento. Pressione costante alla responsabilizzazione e personalizzazione esasperata dall’ormai affermatasi configurazione culturale e normativa volta a legittimare e giustificare i dispositivi del nuovo ordine. E pressione che contribuisce ad alimentare una serie di reazioni di taglio depressivo e regressivo che cooperano, sul piano psicosociale, all’inibizione e all’annichilimento dei potenziali normativi emancipatori immanenti alla suddetta sofferenza.

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il rasoio di occam

Perché “la scintilla di Caino”?

di Carlo Augusto Viano

Da non molto è sugli scaffali delle librerie l’ultimo libro di Carlo Augusto Viano, “La scintilla di Caino”. Nel testo che segue, Viano presenta al lettore del “Rasoio di Occam” le principali direttrici argomentative del libro, e spiega a quali usi si è dovuto piegare nella storia del pensiero il concetto di “coscienza”

la-scintilla-di-caino-499Non ho mai avuto particolare simpatia per la parola “coscienza” e, soprattutto, per i discorsi, specialmente i discorsi filosofici, che si fanno sul suo conto, anche se, quando ho fatto il mio apprendistato filosofico, quella parola era l’insegna dell’idealismo e dello spiritualismo e condiva tutte le filosofie edificanti, né mancava nelle consuete celebrazioni del primato dell’uomo, contrapposto alla natura. In tempi più recenti, ho assistito al consumo di due suoi usi, che si erano consolidati in importanti tradizioni culturali. Infatti il termine “coscienza” aveva assunto particolare rilevanza in formule quali obiezione di coscienza e libertà di coscienza, strumenti di rivendicazioni morali, politiche e giuridiche o espressioni di diritti costituzionalmente protetti. Ebbene proprio questi usi della coscienza si sono consumati. L’obiezione di coscienza al servizio militare, dopo essere stata estesamente invocata in modo opportunistico, ha perso senso in seguito all’abolizione della coscrizione obbligatoria, almeno in molti paesi liberali e democratici, nei quali era pur stata riconosciuta.

Il richiamo alla coscienza è comparso nell’etica medica per richiamare i medici al rispetto dei malati e ha preso la forma dell’obiezione di coscienza quando, in Inghilterra, si è manifestata la resistenza di genitori all’obbligo della vaccinazione antivaiolosa dei loro bambini.

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lavoro culturale

Virtuosismo anonimo, uscita negata

Recensione in estremo ritardo a “Grammatica della moltitudine” di Paolo Virno

di Marco Ambra

Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni.
(Esodo 5,18)

grammatica-della-moltitudine-virno-e1403182537787Riprendere in mano la pletora di tesi e intuizioni che Paolo Virno snocciolò pochi mesi prima del G8 di Genova – quindi a ormai dodici anni dalla loro prima pubblicazione nel 2002 e a ben tredici dal seminario tenutosi all’Università della Calabria in cui furono trascritti – in Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, IV edizione, 2014) potrebbe sembrare un esercizio sterile, quasi un attardato tentativo di leggere la sua capacità analitica e predittiva con un rassegnato senno del poi. Eppure questo testo anfibio, un po’ trascrizione di un seminario universitario che molto conserva del ritmo del parlato e un po’ lapidaria enunciazione di tesi sulla moltitudine postfordista tanto ha ancora da dire sulla cangiante relazione fra Lavoro, Politica e Intelletto di questo secondo decennio del XXI secolo.

Innanzitutto sull’attualità dell’antica disputa da cui l’analisi di Virno prende le mosse, ovvero quella contrapposizione fra le categorie politiche di popolo e moltitudine che nata nel XVII secolo dalle fucine filosofiche di Hobbes e Spinoza torna oggi a essere interessante.

Se il “popolo” ha descritto la forma di vita associata e lo spirito pubblico dello Stato moderno, del Leviathan hobbesiano, oggi che questo svanisce delocalizzando il monopolio della decisione politica, una nuova soggettività, eteroclita e dinamica, aleggia sulle sua ingombrante assenza. Che però questa fantasmagoria viva sia la moltitudo spinoziana, una pluralità che persiste in quanto tale sulla scena politica, non è dato poterlo dire, così come è ineffabile quella «sfera pubblica non statale» (p. 62) che si conforma al suo modo d’essere, e che fa oggi capolino nelle esperienze associative e politiche dei No-Tav o dei Cinema e Teatri occupati in giro per il paese.

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filosofia e nuovi sentieri

La differenza italiana

Genealogie dell’impersonale, della passività radicale e della debolezza tra Esposito, Agamben e Vattimo

di Andrea Sartori*

thcaorsakhIn un articolo pubblicato nel 1976 sulla rivista L’erba voglio fondata dallo psicoanalista Elvio Fachinelli (1928-1989), Mario Perniola individuava nell’eterno ritorno dell’uguale il tratto fondamentale (e paradossale) della differenza italiana. Secondo quella diagnosi, il Paese era bloccato – fin nel suo genoma culturale – nell’impossibilità di evadere dall’apparenza del cambiamento. Perniola dilatava pertanto l’amara constatazione di Tomasi di Lampedusa (1896-1957) – secondo la quale tutto deve cambiare perché tutto rimanga così com’è – a cifra interpretativa non solo dell’Italia unificata, ma delle sue radici culturali pre-risorgimentali, addirittura cinquecento-secentesche. Il barocco italiano, ad esempio, con la sua enfasi sulla mutevolezza delle forme e delle immagini – l’Adone di Giovan Battista Marino (1569-1625) venne pubblicato nel 1623 a Parigi – già preludeva nell’analisi di Perniola alla levità, alla leggerezza senza peso specifico d’una società che ben conosciamo. Un società, in altri termini, il cui immaginario doveva essere fagocitato a breve da un nuovo soggetto economico-politico, incentrato sul possesso e l’utilizzo dei mass-media (della televisione, in particolare). Non molti anni dopo il 1976 in cui uscì l’articolo di Perniola, il governo socialista presieduto da Bettino Craxi cedette di fatto, tra il 1984 e il 1985, il monopolio della televisione commerciale a Silvio Berlusconi – ponendo così le basi di un successo che l’imprenditore, a partire dal 1994, avrebbe sfruttato anche sul piano politico.

La «differenza italiana» di cui si parla oggi, in tempi ben più recenti, per lo meno a partire dall’omonimo saggio di Antonio Negri pubblicato nel 2005 per l’editrice Nottetempo, è di tutt’altro tenore. È davvero differente. E questo non solo perché, come accade nella ricostruzione di Negri, è stato in Italia che si è parlato di Operai e capitale (Mario Tronti, 1966) al di fuori della prospettiva d’una filosofia della storia di derivazione hegelo-marxista, o di differenza sessuale (Carla Lonzi, e successivamente Luisa Muraro, Adriana Cavarero), al di là della questione della parità giuridica, dell’uguaglianza dei diritti, tra uomo e donna.

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pierluigifagan

Perchè la filosofia è necessaria

Recensione di un libro di J-F Lyotard.

Pierluigi Fagan

Il libricino uscito per i tipi di Cortina Editore nel 2013, riporta le quattro brevi conferenze che J.F.Lyotard tenne alla Sorbona nel 1964

PlatoneAristoteleBIl tempo, in filosofia, ha una suo proprio statuto. Esiste una filosofia della fascia esterna che è più o meno in sincronia col proprio tempo storico (“il proprio tempo appreso col pensiero” diceva Hegel) ma esiste anche una filosofia del nucleo interno dove l’unico tempo esistente è il -grande istante-, una sorta di presente dilatato. In questo presente che in parte è sempre già stato, ed in parte, da sempre ancora non è, le questioni non sono soggette alle categorie dell’attuale-inattuale, sono “senza tempo”[1]. La questione sul -a cosa serve la filosofia ?- è una di queste questioni atemporali. Lo statuto della filosofia, la natura del suo nucleo interno, ovvero essere riflessione sulla riflessione, è per sua stessa condizione staccata dal tempo poiché è consustanziale al suo essere in quanto essere, prima o al di là dell’ esistenza di questa o quella filosofia specifica.

Già Aristotele ci informava che a Mileto si riteneva ben stramba l’attitudine di Talete a perdersi in quella bizzarra attività che è la riflessione sulla riflessione ed addirittura le “servette tracie” ridevano del nostro che veniva trovato la mattina, intrappolato in profondi pozzi in cui si era calato la notte, senza saper più come risalirne. Questa del pozzo è una splendida metafora del rischio che corre il filosofo ma anche del senso della sua attività, migliore di quella della caverna platonica.

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linterferenza

Il turbocapitalismo all’assalto dell’essenza della vita e dell’umanità

Riccardo Achilli

biotech 1 560Introduzione

E’ una opinione che si sta consolidando, e che trova riscontro anche nei dati di mercato, che il capitalismo finanziario, in uscita dalla crisi, cerchi nuovi sbocchi di mercato ancora intonsi, sui quali ritagliarsi nuovi spazi. Ora, il mercato immobiliare, quello delle carte di credito e quello della spesa pubblica, sui quali questa sovrastruttura parassitaria ha fatto crescere, rispettivamente, la bolla del mattone, quella del debito privato e quella del debito pubblico, appaiono oramai non più sfruttabili. La speculazione borsistica, con la sua appendice riferita alla borsa tecnologica del Nasdaq, è oramai rischiosa, e largamente limitata dalle varie Autorità nazionali di Vigilanza. Così come quella sui tassi di cambio.

Quali spazi nuovi trovare, quali terre vergini aggredire per piazzare un cronico eccesso di offerta di capitali, che nel solo comparto degli investimenti di portafoglio, al netto delle riserve, raggiunge 1.174 miliardi di dollari nel solo anno 2007 [1], e che non può trovare sfogo soltanto sui mercati Otc dei derivati? Un campo ancora libero, dopo aver sfruttato merci e servizi? Quello dell’uomo in sé stesso, del suo corpo, della sua personalità, della sua umanità.

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consecutio temporum

Materialismo “contra” spiritualismo

Sigmund Freud e Jacques Lacan

Roberto Finelli

mani lacan freud1Lo spirito del tempo, lo Zeitgeist hegeliano, ci esorta con la durezza di una crisi che investe e travolge la materialità dell’esistere, con il riproporsi non più rimovibile delle richieste del realismo, a dare per conclusa l’epoca del postmodernismo, quale insieme di ideologie e di culture che hanno complessivamente teorizzato la cancellazione della realtà a favore dell’artefatto e dell’immateriale. Per circa un trentennio abbiamo assistito al dominio e all’egemonia di un atteggiamento generalizzato pronto a riconoscersi nella tesi che l’Essere si risolva in linguaggio, che l’essenza del filosofico consista nella decostruzione, che la verità sia questione solo di un’ermeneutica infinitamente aperta e che la gnoseologia del frammento e della differenziazione espelle qualsiasi istanza di sistema e di totalità. Ma per quello che mi interessa sottolineare in questa sede, riguardo al tema del mio intervento, la cultura del postmoderno ha significato soprattutto la dilatazione e la estremizzazione della dimensione dell’intersoggettività e dell’esposizione all’altro, maiuscolo o minuscolo che sia, per la rimozione o lo svalorizzazione di ogni nota di sintesi e d’identità nella strutturazione dell’individualità soggettiva[1]. Per questo, dopo l’estenuazione della cultura del postmodernismo, possiamo, io credo, ritornare, con maggiore consapevolezza, ai problemi centrali delle scienze umane, tra cui s’annovera, com’è ovvio, il tema della natura e della funzione dell’inconscio nell’opera di Freud, con specifico riferimento alla questione delle invarianze di contro alle trasformazioni che il pensiero del viennese sopporta durante il percorso della sua vita.

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consecutio temporum

Desiderio o bisogno di rivoluzione?

Daniel Bensaïd

Il partito dei fiori e degli usignoli è strettamente alleato della rivoluzione.
Heinrich Heine, De l’Allemagne

Crediamo che una rivoluzione sia una soluzione netta e sappiamo che anche questo non è esatto.Troviamo qui delle semplificazioni grossolane delle cose.
Paul Valéry

È la stessa desiderabilità della rivoluzione ciò che oggi fa problema.
Michel Foucault, 1977.

16 La Tour Il baro LouvreI

Qualche anno fa, la rivista Lignes ha pubblicato un’inchiesta sul «desiderio di rivoluzione»(Nuova serie, n° 4, febbraio 2001). Desiderio o bisogno di rivoluzione? Questo desiderio fittiziamente giovanile e vagamente sessantottino sprigiona l’acre profumo di un fiore appassito dimenticato su una tomba. Il desiderio e la voglia, ciò che resta quando l’iniziale slancio e l’entusiasmo della prima volta sono definitivamente esauriti: una velleità senza forza, una brama senza appetito, una pulsione di morte, un fantasma di libertà, un capriccio erotico.

Una soggettività asservita al sentimento non pratico del possibile.

Questo desiderio che crediamo liberato dai bisogni, in fondo, non è  altro che la versione consumista: la macchina desiderante è innanzitutto una macchina per il consumo. Essa è il riflesso rovesciato della merce esposta, che ammiccando seduce il cliente adescato dal sortilegio luminoso della vetrina.