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Fusaro vs De Monticelli

Uno scambio di riflessioni

Di seguito la risposta di Diego Fusaro ad una severa critica  nei suoi confronti pubblicata da Roberta De Monticelli sul sito Phenomenology Lab e riportata in calce

"Cara Roberta,

chiamato in causa dalla tua appassionata e appassionante riflessione, ti rispondo. Lo faccio in privato, per correttezza. Se poi tu riterrai opportuno, renderò pubblica la risposta. Mi sembra corretto fare così con una collega, per di più decano, che stimo e con cui sono seriamente felice e onorato – al di là di ogni retorica – di potermi confrontare su questi temi decisivi. Nel rispetto dell’interlocutore, credo sia più giusto fare così. Spero, naturalmente, in un’analoga amicizia e in un’analoga stima da parte tua, nonostante la differenza delle visioni (o proprio in forza di essa, se, come credo, è sempre bene valorizzare le differenze!).

Credo che, in fondo, combattiamo contro la stessa cosa, se – come tu dici – è contro la “mente prigioniera” che lotti. È ciò contro cui lotto anch’io. Certo, bisogna capire di che cosa è prigioniera oggi la mente: converrai con me che le ideologie cambiano e che di volta in volta è l’ideologia dominante a imprigionare le menti.

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il rasoio di occam

In uno tempore, tempora multa latent

Sul concetto di “temporalità plurale”

di Vittorio Morfino

Il cerchio e la linea

Si è soliti contrapporre la concezione greca del tempo a quella cristiana attraverso le metafore del cerchio e della linea: la grecità sarebbe dominata da una concezione circolare del tempo, sia naturale che storica, laddove il tempo cristiano avrebbe un’origine, la nascita di Cristo, ed un orientamento. Quanto alla grecità, la questione a guardare da vicino è  più complessa[1], e tuttavia è difficile negare che il cerchio sia la metafora dominante nel concepire il cammino del tempo. Certo, nel «discorso verosimile» del Timeo platonico, è affermato il primato del tempo sul movimento, nella misura in cui il demiurgo genera ‘prima’ «il tempo [come] immagine mobile dell’eternità» e ‘poi’ il movimento circolare degli astri e  pianeti, come segni del suo scorrere, come unità di misura delle differenti parti del tempo, mentre nella concezione aristotelica vi è un primato del movimento sul tempo, in quanto «numero del movimento secondo il prima e il poi»: in entrambi i casi tuttavia la sfera è la figura geometrica che domina la cosmologia e il cerchio quella che traccia lo scorrere del tempo. Eterna ripetizione dell’uguale, mimesi di una perfezione che Platone situa al di là del sensibile ed Aristotele nel mondo celeste. Dominanza del ciclo come paradigma non solo del tempo cosmologico, ma anche del tempo storico: basti pensare, da una parte, alla concezione stoica dei cicli cosmici secondo cui ogni evento storico si ripeterà in modo identico un numero infinito di volte e, dall’altra, alla teoria polibiana dell’anacyclosis, che, ricalcando modelli platonici e aristotelici,  pensa le forme di governo in una sequenza che ritorna su stessa.

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Il comune, la comune

di Mario Pezzella*

La negazione della negazione è una sorta di colpo di stato dialettico, e tale rimane anche nella versione secolarizzata di Marx, che la fa derivare dalla contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. La fede escatologica che l’estremo della negazione si capovolga necessariamente nel Mondo Nuovo deriva probabilmente dalla tradizione gnostica e dal suo spirito nichilistico-rivoluzionario: la ripetizione di questo tema nel contesto del capitalismo attuale ha tutti i caratteri di un mito storico, con una funzione analoga a quello della repubblica romana per i rivoluzionari francesi del 1789. E’ cioè un’immagine di sogno, che richiede interpretazione. Pure, viene riproposta in varie forme anche nel pensiero critico contemporaneo.

Il passo di Marx sulla negazione della negazione si trova in epigrafe a un importante capitolo del libro Comune di Hardt-Negri, e l’idea che dall’interno stesso delle contraddizioni del capitale fioriscano  le nuove soggettività che lo abbatteranno è ripetuta più volte nel testo. Per esempio: “Questo è il modo in cui il capitale genera i suoi becchini: se vuole perseguire i suoi interessi e vuole autoconservarsi, il capitale deve necessariamente incentivare il potere e l’autonomia della moltitudine che nel frattempo diventano sempre più grandi.

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Walter Benjamin. Una costellazione che brilla di nuova luce

di Paolo B. Vernaglione

Giorgio Agamben, sprofondato per anni nello studio del pensiero e dell’opera di Walter Benjamin, porta alla luce il senso storico dell’opera dell’autore dei Passagen. In anni di ricerche, nel paziente lavoro archeologico di documentazione e restitutio in integrum del pensiero del più importante e necessario critico e teorico del materialismo, si dispiega una ragione costruttiva dell’intero testo vivente che costituisce l’opera di Benjamin. E’ il risultato di una scrupolosa e ahimè oggi non praticata documentazione e ricostruzione filologica dell’opera che ha condotto Agamben a ritrovare un significato eccedente ogni qualificazione del Benjamin “già edito”.

Come il pescatore di perle di arendtiana memoria, il cristallo di rocca generato da questa cura si chiama Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (Neri Pozza, €. 23,00), ed è quel capitolo del libro su Parigi, capitale del XIX secolo che, inizialmente pensato come una delle sezioni dei Passagen, diviene il testo incompiuto, di cui i Passagen sono lo schedario.

Questo testo, curato da Agamben insieme a Barbara Chitussi e Clemens-Carl Harle, con le preziose traduzioni anche di Giovanni Gurisatti, Massimo De Carolis, Antonella Moscati e Francesco Porzio, rovescia allora la vulgata da tempo consolidata che attribuisce ai Passagen il carattere di opera definitiva e non finita su Parigi, di cui il saggio su Baudelaire non sarebbe che uno dei capitoli.

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il rasoio di occam

Cosa è un atomo (ammesso che sia qualcosa)?

Mladen Dolar

Mladen Dolar, benché ancora poco noto in Italia, è uno degli esponenti più lucidi e significativi di quella che correntemente viene chiamata “Scuola di Lubiana” (con Slavoy Žižek, Alenka Zupančič etc.). In questo saggio, Dolar sviluppa alcune delle vedute che distinguono questa scuola in rapporto alla questione della costituzione “ontologica” dell’atomo e del den

L’atomismo, così dice la storia, è stata la prima apparizione del materialismo nella storia della filosofia, nonostante la parola “materialismo” abbia fatto la sua comparsa soltanto nel diciottesimo secolo. Le battaglie filosofiche che infuriavano in precedenza, e non sono state di certo poche, sono state combattute sotto bandiere di diverso tipo e l’imposizione retroattiva della grande contrapposizione antagonistica tra materialismo e idealismo potrebbe presentare problemi, come vedremo, nonostante chiami in causa delle poste in gioco molto alte. Hegel, l’arci-idealista, o almeno così si dice, sembrerebbe quindi essere un sostenitore dell’atomismo piuttosto improbabile: eppure ogni qualvolta abbia toccato la questione, cosa che ha fatto in poche occasioni, ha trattato la posizione atomistica con entusiasmo, considerandolo come il presagio di un’idea speculativa profonda e di ampia portata emergente all’alba della filosofia, un’intuizione da tenersi stretta anche se insufficiente, una visione del mondo che ci riportasse indietro alle basi, al minimo, alle condizioni preliminari del pensiero.

La rivendicazione dell’atomismo al materialismo non dipende dalla celebrazione della materia come sostanza ultima, con la pretesa che lo spirito e l’anima siano materiali allo stesso modo della natura: piuttosto implica un’operazione che va molto oltre. Per metterla nei termini più semplici e scusandomi per questa considerazione breve ed estremamente semplificata, la filosofia prende le mosse da una tesi fondamentale: tutta la diversità dell’essere può essere spiegata da un solo principio.

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filosofia e nuovi sentieri

Capitalismo, religione, follia

La società del debito

di Andrea Sartori*

A scena aperta: una domanda di partenza 

Nel recente romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti – curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per i Meridiani della Mondadori – è evocato un episodio di corruzione che ha i tratti epifanici della grazia: «Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione» [1]. Protagonista di un gesto così religiosamente significativo da meritare d’essere ricordato sulla fascia dipinta che correda il piede di una pala d’altare, è Morgan, rampollo d’una famiglia mafiosa. Tommaso – broker d’assalto in cerca di utili consigli – lo interpella in qualità di teorico del nuovo capitalismo monetario (creditizio e portatore d’interessi), ovvero di quell’età dell’economia moderna, la cui principale leva per il profitto non coincide con lo sviluppo dell’industria garantito dallo sfruttamento del lavoro, né con lo scambio delle merci sospinto dal consumo, ma con il debito fine a se stesso sugli interessi di un capitale in buona sostanza lasciato inerte [2]. Nei mercati in interconnessione globale, infatti, sono ormai solo i valori nominali a essere vorticosamente spostati da un capo all’altro del mondo; per questo l’immagine del capitale a oggi più attuale – una massa immobile, improduttiva, attorno alla quale ronzano opportunisti e speculatori – è forse ancora quella scatologica allusa dal titolo del profetico romanzo del 1989 di Paolo Volponi, Le mosche del capitale.

Come viene declinato, tuttavia, l’odierno rapporto tra religione e capitalismo? È ancora valida la tesi di Max Weber sull’origine dello spirito del capitalismo dalla religione protestante? Tra la religione e questo capitalismo incentrato sul debito – un passo oltre la stessa società dei consumi – sussiste quel salto di continuità, che per Weber era conseguente all’intervento sottotraccia della secolarizzazione, e che doveva cristallizzarsi nella separazione tra la sfera delle opere e la sfera della grazia?

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Joseph Schumpeter

La titanica impresa dell'innovazione

di Toni Negri

La figura e l'opera dell'economista austriaco sono ripercorse in un denso saggio di Adelino Zanini. L'immagine dell'imprenditore e il nodo da sciogliere del Politico nella prospettiva della crisi e del fragile e fluttuante rapporto tra capitalismo e democrazia

Sono cinque capitoli diversi, meglio, sembrano diversi ma rinviano ad un unico filo, un filo spezzato, nel senso che l'un capitolo rinvia ad un altro come su una scala sghemba. Il grande Joseph Schumpeter percorre un labirinto, a zig-zag, sperimentando, provando e facendo, di questo suo cercare, la teoria. Ma dove va? Questa la questione posta da Adelino Zanini nel volume Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter (Il Mulino, pp. 205, euro 16).
Alla ricerca di un programma per le scienze sociali. Siamo all'inizio del secolo scorso ed in mezzo alla Methodenstreit: ci si chiede come causalità e/o innovazione, scienza e/o politica possano percorrere la storicità fluente del reale e, lì dentro, spezzandola ma al tempo stesso integrandola, fondare la scienza sociale - come ogni altro linguaggio scientifico. «Il dato non analizzato è muto». È la questione che da allora ha percorso tutto il ventesimo secolo e Schumpeter si muove in questa problematica dal suo inizio: coglie la molteplicità delle scienze sociali, dei loro metodi, guarda con attenzione ai mutamenti rapidi che subiscono ed allo statuto incerto che mostrano. Adelino Zanini nota che in questo cercare si sviluppa quasi l'invenzione (comunque una modalità) di «sociologia del conoscere» (Wissenssoziologie). Essa qui appare non come conclusione ma come condizione di una qualsiasi metodologia delle scienze sociali, al cui interno - non secondariamente - deve bilanciarsi la scienza economica.

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il rasoio di occam

Il doppio volto dell’alienazione

La nuova teoria critica di Rahel Jaeggi

di Giorgio Fazio

Negli ultimi anni si è assistito nel dibattito filosofico tedesco a una riattivazione dell’interesse per il concetto di “alienazione”. A procurarlo è stato in particolare il libro di Rahel Jaeggi, Entfremdung, Zur Aktualität eines sozial-philosophischen Problems, uscito nel 2005. In questo articolo, con cui inaugura la rubrica “Kippbilder”, di cui sarà curatore, Giorgio Fazio spiega in che modo Jaeggi ha provato a riattualizzare questo concetto

Al pari di altri termini fondamentali della letteratura filosofica del Novecento, anche il concetto di “alienazione” ha subito negli ultimi decenni un processo di progressivo eclissamento dal dibattito teorico e politico, che solo negli ultimi anni sembra, in parte, essersi arrestato. Questo processo di marginalizzazione risulta tanto più evidente quanto più si richiama alla memoria la centralità rivestita da questo concetto nel dibattito filosofico, politico e culturale del XX secolo. La critica dell’alienazione non è stata infatti soltanto uno dei capisaldi teorici del “marxismo occidentale” e della prima teoria critica francofortese, nonché, su un altro versante della filosofia novecentesca, dell’esistenzialismo tedesco e francese. Nella seconda metà del Novecento, questa modalità di critica filosofica delle forme di vita moderne è assurta a vessillo di un’intera stagione politica e culturale. Essa ha costituito la fonte d’ispirazione di opere letterarie, artistiche, cinematografiche ed è divenuta una lente di analisi politica, sociologica e psicologica che è entrata a far parte del linguaggio comune.

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Espressionismo: rivolta o utopia

di Luciano Parinetto

Gottfried Benn (uno, allora, dei suoi rappresentanti) ebbe a definire l’espressionismo: «un’eversione con eruzioni, estasi, odio, sete d’un’umanità nuova, con un linguaggio che va in pezzi per far volare in pezzi il mondo» (in prefazione a un’antologia di poeti espressionisti, Limes Verlag, Wiesbaden 1955). Effettivamente, secondo la cronologia proposta da Mittner, dal 1907 al 1926 circa (con preludi e postludi), questo movimento, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, rappresenta (assieme, in parte, al futurismo, surrealismo, imagismo di altri paesi) una sovversione non solo estetica, ma morale, anzi, totale, che segna la impietosa svolta critica degli inizi dei secolo.

Ed è la rivolta generazionale in una società che da agricola si avvia a diventare industriale; passando ad un capitalismo che toglie/conserva in sé antiche forme patriarcal feudali e, favorendo l’inurbamento nelle metropoli e il lavoro nelle fabbriche, provoca radicali mutamenti nelle coscienze, nei comportamenti, nei costumi sessuali e, senza volerlo, l’acquisizione anche della coscienza di classe fra le masse proletarizzate. Gli espressionisti sono appunto i diretti testimoni della lacerazione dell’uomo tedesco fra prassi (ormai capitalistica) e coscienza (ancora nel guscio ideologico industriale, o già proiettata nella contestazione del macchinismo alienazione industriale).

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La speranza di Maurice

Violenza e marxismo nell’esperienza filosofica di Merleau-Ponty

di Stefano Scrima

La filosofia trionfa facilmente dei mali passati e
dei mali futuri; ma i mali presenti trionfano in lei.

La Rochefoucauld
 
12 dicembre 1946, casa Boris Vian. Maurice Merleau-Ponty ha da poco consegnato a Les Temps Modernes1 il saggio intitolato Le yogi et le prolétaire – in sintesi: un rinnovo della fiducia nel marxismo, unica filosofia in grado di competere col reale – confluito successivamente in Humanisme et terreur (1947); lo scritto richiama volontariamente il romanzo di Koestler The yogi and the commissar, giacché ne è la risposta, o meglio, la critica.


Quella sera Albert Camus, incredulo lettore del fresco saggio merleaupontiano, rovesciò tutto il suo sgomento sull’amico Maurice: ai suoi occhi, da quelle macchie d’inchiostro emerge, pericolosa, la giustificazione dei processi di Mosca degli anni Trenta2, e dunque della violenza del regime comunista russo in nome della rivoluzione. Di qui la rottura fra i due.

Il problema che li divide è pertanto incentrato sull’uso della violenza in politica: è questa necessaria? E se fosse l’unico modo per raggiungere l’agognato stadio finale della Storia – il comunismo vero e proprio –, ottenuto il quale, la violenza stessa potrà assurgere a vago ricordo, a preistoria? Ma per chi non crede al comunismo? Per chi, come Camus, ritiene completamente infondata la “profezia marxista”? Per quest’ultimo tra uomo e mondo vigerebbe una misura, un equilibrio vitale che dev’essere salvaguardato affinché non produca, una volta distorto e manipolato dall’uomo, effetti catastrofici; ma il comunismo, come ogni altro fittizio mondo ideologico3 (fascismi compresi), è araldo di dismisura: distrugge, dimenticandolo, quest’equilibrio originario.

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consecutio temporum

Dal postmoderno all’ipermoderno*

Roberto Finelli

1. Che l’ideologia e la cultura del postmodernismo – quale cancellazione della realtà a favore dell’artefatto e dell’immateriale – stia definitivamente esaurendosi, dopo aver esercitato la sua egemonia per circa un quarantennio, comincia ad essere percezione diffusa, acquisita in termini di esperienza emotiva ed esistenziale, prima che riflessa in consapevolezza critica e teorica.

I miti della fine della storia e dei conflitti, del valore del frammento in opposizione alla totalità e al sistema, del primato del linguaggio e dell’interpretazione, della cancellazione della realtà ad opera del virtuale, sono crollati ad opera della realtà stessa e della sua lezione che ha intensificato la modernità del capitalismo nell’ipermodernità di un capitalismo globale che si propone come unica forma possibile di vita, pur nella dilatazione a «mondo» delle sue scissure, depredazioni e contraddizioni.

Nella sua versione ipermoderna, definita da una unificazione dura e terribile delle condizioni materiali di vita, ma spogliata dell’ideologia del progresso e di uno sviluppo sostenibile ed estendibile a tutti che lo accompagnava nella modernità, il capitalismo palesa oramai il fallimento di un’intera generazione di intellettuali.

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il rasoio di occam

Le tre missioni di Nietzsche

di Sossio Giametta

È vero che Nietzsche non si può e non si deve capire? Chi era e che cosa ha fatto? A fronte delle tre crisi: della filosofia, della civiltà cristiano-europea e della religione, ha compiuto tre missioni: distruzione della filosofia concettuale a favore del moralismo; trasfigurazione del tramonto dell’Occidente in poesia e filosofia tragica e d’altra parte legittimazione e accelerazione della crisi; fondazione della religione laica, meta della modernità

“Ho letto come sempre con piacere il Suo saggio sul Crepuscolo degli idoli di Nietzsche, che non conosco o non ricordo. La Sua scrittura chiara ed efficace mi aiuta, come sempre, a capire. Ma, una volta che ho capito, il pensiero complessivo di Nietzsche mi sfugge. Mi appassiona, mi avvince, ma alla fine mi sfugge.” Così mi scrisse, il 30 aprile 1997, Norberto Bobbio, un faro della cultura italiana, che mi onorava della sua amicizia.

La difficoltà di comprendere Nietzsche è così diffusa, che in Italia è finita in una canzone di un noto cantante pop, “Zucchero” Fornaciari. La canzone si domanda e ripete: “Nietzsche, che dice? Boh, boh!”

Lo strano è che questa difficoltà c’è con Nietzsche, che scrive in modo chiaro, e non con pensatori che scrivono in modo oscuro, come Heidegger, Hegel, Schleiermacher ecc. Si può allora dire anche di lui ciò che egli ha detto dei filosofi tedeschi, che sarebbero tutti degli “Schleiermacher”, cioè facitori di veli? oscuratori?

Certo, questa non era la sua intenzione. Anzi, la sua intenzione era esattamente il contrario. Egli voleva essere un portatore di luce.

Ma allora, dove sta la difficoltà?

La difficoltà sta sia dalla parte degli interpreti, sia dalla parte delle molteplici e intricate missioni di Nietzsche.

Per quanto riguarda gli interpreti, io parlo di solito del “bue squartato”.

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Quando la Tecnica batte l'Uomo

Antiper

Alcuni mesi fa la trasmissione televisiva In onda ha dedicato una serata [1] alla reintegrazione da parte della Magistratura di 19 operai FIOM nello stabilimento FIAT di Pomigliano D'Arco, una reintegrazione a cui il democratico Amministratore Delegato di FIAT, Sergio Marchionne, aveva risposto licenziandone altri 19 per rappresaglia. La trasmissione aveva richiamato nella piazza di Pomigliano i lavoratori favorevoli e quelli non favorevoli all'accordo che la FIAT aveva imposto allo stabilimento nel 2010. In studio era presente Mario Sechi, direttore del quotidiano il Tempo, poi candidato montiano trombato, per sostenere le ragioni di Marchionne e dei favorevoli, mentre Dario Fo, in collegamento, sosteneva le ragioni della FIOM e dei contrari. In piazza, a fianco dei favorevoli era schierato il sindaco di Pomigliano e a fianco dei contrari era schierato il prete di Pomigliano. In studio il conduttore di destra Nicola Porro – dipendente de Il Giornale - sosteneva i favorevoli, mentre il conduttore “di sinistra” Luca Telese - già dipendente, anch'egli, de Il Giornale - sosteneva i contrari. Una simmetria apparentemente perfetta e “politically correct”. Ma quello che è andato in scena non è stato il semplice scontro tra due diverse visioni delle questioni sindacali; quello che è andato in scena è stato lo scontro tra le ragioni dell'Uomo e le ragioni della Tecnica, per usare una terminologia galimbertiana.

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minimamoralia

Capitalismo come religione

di Giorgio Fontana

Leggere Capitalismo come religione di Walter Benjamin (appena edito da il Melangolo) può sembrare soltanto un esercizio di memoralistica, o un vuoto sforzo intellettuale. Il capitalismo del 1921 – l’anno in cui il filosofo tedesco quando prese questi appunti – era molto diverso da quello contemporaneo: ancora non aveva subito l’onda della grande crisi, e soprattutto non era passato attraverso le successive, numerose metamorfosi. Cosa possono insegnarci quattro pagine scarne di novant’anni fa sul momento storico che stiamo vivendo?

Certo, il modo migliore per leggere questo frammento è quello di prenderlo con tutte le cautele del caso. La prosa di Benjamin è incisiva e oscura insieme – un’ottima scusa per lasciarsi prendere dall’entusiasmo e vedere in essa l’interpretazione compiuta di un genio, o una lezione da applicare tout court. Ciò detto, Capitalismo come religione ha comunque una sua attualità straordinaria – forse proprio per il suo messianismo così distante dall’urgenza con cui si vuole e si dovrebbe pensare il mondo contemporaneo: in termini sociali ancora prima che economici, ma di certo senza alcuna presunzione metafisica.

Eppure, è proprio questo capitalismo tardo, sopravvissuto alle guerre e ai movimenti, passato attraverso il filtro della società dello spettacolo e reincarnato in chiave informazionale, a porci la domanda: com’è possibile? Come ha fatto a sopravvivere attraverso queste mutazioni?

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Dieci tesi contro il capitalismo predatorio1

di Jean-Claude Lévêque

I

michelangelo soldiIl capitalismo contemporaneo è la forma estrema dello stesso, ovvero il capitalismo nella sua fase discendente, ancora inedita nei suoi effetti complessivi. La «servitù del debito» è uno dei suoi modi di oppressione e controllo delle masse, ma non il solo.

Si può a ragione parlare di «capitalismo predatorio» o di «Capitalismo assoluto» (Preve), anche se entrambe le definizioni paiono ancora insufficienti per coglierne le caratteristiche dominanti. Il dibattito attuale (considero come posizioni interessanti e opposte quelle di Dardot/Laval, di Bidet, di Lazzarato, Negri, Zizek, Badiou, di Aglietta e di Lévy) stenta a trovare una strategia di uscita dal dominio del capitale finanziario, per ragioni teoriche e ideologiche. Si fanno delle analisi convincenti- anche se non sempre-, ma quello che risulta pressoché impossibile (forse soprattutto perché, in generale, non si tiene conto di Lenin) è trovare un modo per opporsi efficacemente alla retorica intransigente della classe dominante.

La strategia dei capitalisti sembra invece molto più efficace nello spuntare le armi dei movimenti che vi si oppongono. La constante criminalizzazione di qualsiasi forma di opposizione e l’affermazione constante e martellante dell’assenza di alternative lasciano poco spazio ai movimenti2.

Un’altra caratteristica del capitalismo predatorio è la sua connivenza con le mafie mondiali, che ormai spesso appare assolutamente evidente, sebbene negata dai
media di regime.