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tempofertile

Risiko energetico e terza guerra del Golfo

di Alessandro Visalli

crisi petrolifera 1200x675Il Sistema-Mondo è tale perché il livello di interconnessione sistemica è talmente alto che un’azione in un punto si riverbera a cascata su quasi tutti gli altri, disseminando conseguenze di secondo e terzo livello ed effetti di ritorno. Questo fatto individua sia un obiettivo strategico generale, chiaramente espresso dalla nuova amministrazione Usa, sia le difficoltà che ne derivano.

Nella National Security Strategy 2025, pubblicata a novembre, l’amministrazione Trump ha enunciato un “Trump corollary” alla Dottrina Monroe in pratica puntando a separare il mondo in Grandi Spazi sotto controllo egemonico[1]. Ciò comporta la necessità di distruggere relazioni economiche e ricondurre le materie prime sotto l’ombrello del sistema militare-industriale statunitense[2].

Ma nel fare questo, per ottenerlo, occorre distruggere letteralmente o inibire gran parte degli assetti economico-funzionali sui quali è stata creata la lunga onda deflazionistica degli ultimi quaranta anni[3]. Dunque comporta, a meno che la svolta tecnologico-energetica in corso riesca a sopravanzare gli effetti distruttivi (ovvero a conseguire guadagni di efficienza tali da soverchiare e compensare le perdite di efficienza della rottura delle supply chain del Sistema-Mondo), una più o meno lunga fase di ristrutturazione, accompagnata da persistente e alta inflazione. Ciò perché il problema lasciato dalla “Grande moderazione” degli anni Ottanta-duemila è l’eccesso di massa monetaria liquida e quindi di debito, e l’inflazione è la perdita di valore del denaro, quindi anche delle masse patrimoniali liquide, rispetto alle merci ‘reali’.

La massa monetaria liquida (ovvero, la cosiddetta “finanziarizzazione”) è un problema in quanto dissimetrica. Nello sforzo di gestire le dinamiche di concentrazione e diradamento a vantaggio delle élite globali sempre meno ancorate a luoghi e attività “reali”, questa ha determinato nel tempo una “divisione del lavoro” per la quale alcuni paesi detengono il monopolio delle materie prime, altri dell’industria e altri della finanza e dei servizi connessi.

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intelligence for the people

L’aggressione israelo-americana all’Iran: un fatale errore strategico che mette in pericolo il mondo

di Roberto Iannuzzi

0025e69c 9ebb 4b42 bfe5 432379b48f8a 850x478Siamo a un bivio cruciale: o la prima superpotenza mondiale riconosce di aver perso la guerra, e con essa il proprio primato, o porterà la regione e forse il mondo verso un’escalation incontrollata

L’attacco sferrato contro l’Iran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio ha scatenato un conflitto esteso all’intera regione mediorientale, spingendo il pianeta verso livelli di incertezza che non hanno precedenti nella storia recente.

Come già accaduto con la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, l’attacco è avvenuto a negoziato ancora in corso.

Ciò ha reso ancor più ardua una via d’uscita diplomatica allo scontro militare, infliggendo un colpo durissimo alla fiducia iraniana nella reale disponibilità di Washington di risolvere la crisi attraverso il dialogo, e più in generale alla credibilità negoziale americana a livello mondiale.

A differenza di quanto solitamente riferito dai media occidentali di grande diffusione, Teheran aveva mostrato un’inedita flessibilità nel negoziato nucleare.

Le trattative si stavano sviluppando secondo linee guida condivise incentrate sull’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, sulle ispezioni delle installazioni nucleari, sull’abrogazione delle sanzioni, e su una “pacifica coesistenza” tra Iran e Stati Uniti.

Teheran aveva anche offerto alle compagnie americane di partecipare allo sviluppo del settore energetico iraniano. In cambio, i negoziatori iraniani chiedevano l’abrogazione delle sanzioni.

Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi (il principale mediatore fra Washington e Teheran) aveva dichiarato che un accordo fra le parti era a portata di mano.

Secondo Albusaidi, infatti, l’Iran aveva accettato misure ulteriori rispetto all’accordo nucleare siglato nel 2015 dall’allora presidente americano Barack Obama e unilateralmente abbandonato da Donald Trump.

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analisidifesa

L’escalation al buio di Trump e Netanyahu porta al disastro energetico

di Gianandrea Gaiani

1404121811163262035937284.jpgNon sanno come uscire dal disastro che hanno provocato e quindi cercano di tirarci dentro tutti. In estrema e semplificata sintesi Stati Uniti e Israele sembrano voler allargare al mondo intero le conseguenze della guerra nel Golfo dopo essersi infilati in un vicolo cieco con l’Iran, rivelatosi un osso ben più duro del previsto come avevano fatto trapelare fin dall’inizio delle ostilità diversi esponenti militari e dell’intelligence statunitense

Lo confermano anche le dimissioni del capo dell’antiterrorismo USA, Joseph Kent, “trumpiano di ferro” che ha lasciato l’incarico accusando la Casa Bianca di aver voluto una guerra immotivata.

Nella lettera su X, Kent ha negato che vi fosse una minaccia imminente iraniana per gli Stati Uniti e denuncia le pressioni israeliane e di gruppi influenti statunitensi filo-israeliani per muovere guerra a Teheran. Kent parla apertamente di “menzogna”, evocando il fantasma della Guerra in Iraq come monito ignorato.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto l’accusa secondo cui Israele avrebbe “trascinato gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran” definendola falsa, sostenendo che Trump “prende sempre le sue decisioni in base a ciò che ritiene sia meglio per l’America” e parlando di “stretta coordinazione” tra Israele e gli Stati Uniti nel corso dell’attacco all’Iran. Netanyahu ha poi affermato che “l’Iran oggi non ha alcuna possibilità di produrre uranio né di produrre missili balistici”.

La versione di Kent trova però sostegno anche nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che all’Economist definisce la guerra all’Iran una “catastrofe” e il segno che l’Amministrazione Trump “ha perso il controllo della sua politica estera”.

Albusaidi, mediatore dei negoziati di febbraio, ha precisato che un accordo fra Teheran e Washington “era davvero possibile”. I due Paesi sono arrivati vicini a un accordo due volte negli ultimi nove mesi, incluso a giugno dello scorso anno, prima della guerra dei 12 giorni, ha aggiunto.

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metis

Count down

di Enrico Tomaselli

usa iran.pngL’improvvisa escalation della guerra contro l’Iran, nonostante il pedestre tentativo di Trump di continuare nel giochetto poliziotto buono – poliziotto cattivo – in cui lui e Netanyahu (o che ne ha preso il posto, a questo punto…) sicuramente eccellono, è un pessimo segnale, e se non interverranno fattori nuovi nei prossimi giorni potrebbe essere l’anticamera di un disastro globale di proporzioni incommensurabili.

Ovviamente, non è solo l’attacco israeliano al campo gasifero di South Pars in Iran, con conseguente e prevedibilissimo allargarsi del conflitto a tutte le installazioni energetiche dell’area, ma la rinnovata insistenza statunitense sulla vittoria militare (mettendo momentaneamente in sordina i tentativi di uscirne fuori in maniera indolore, che pure sottobanco continuano), i nuovi spostamenti di forze verso la regione (il MEU della USS Tripoli in arrivo dal Mar Cinese), e soprattutto l’improvviso dietrofront degli europei, che sino a ieri avevano dichiarato di non volersi unire alla campagna per tenere libero Hormuz, e che all’improvviso firmano una dichiarazione congiunta (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone) in cui si dicono pronti a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. La premier giapponese, Sanae Takaichi, è già volata a Washington a prendere ordini.

Tutto questo sembra indicare che sta prevalendo la linea dura, e gli Stati Uniti pensano di poter (o dover…) giocare la carta dell’all-in. Non a caso, anche le petromonarchie del Golfo – che sinora avevano cercato di tenere in piedi un’immagine di facciata neutrale – ora spingono apertamente perché Trump eserciti la massima potenza possibile per schiacciare l’Iran.

Di fatto, gli Stati Uniti sono in trappola, che ci si siano cacciati da soli o che ce li abbia trascinati Israele, a questo punto è secondario. Personalmente propendo per l’idea che alla Casa Bianca, anche grazie a informazioni fuorvianti fornite da Tel Aviv, si era radicata la convinzione di poter replicare in Iran – più o meno in modo simile – il colpaccio fatto col Venezuela, e che vista la situazione generale era opportuno tentare il raddoppio adesso, nonostante le difficoltà prospettate dal Capo di Stato Maggiore Generale Caine.

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FARE PAURA! La guerra americano-israeliana all’Iran: l’azzardo e le illusioni

di Mario Barbi

itp world march2024.jpgGli Stati Uniti hanno accantonato l’universalismo, ma non riescono a fare i conti con i propri limiti e scaricano sul mondo la loro incapacità di fare tornare conti che non tornano. Un “presidente di pace” è diventato in un attimo guerrafondaio e interventista. Nostalgie di onnipotenza e cieche fughe in avanti fanno piazza pulita di ogni prudenza. Come si spiega? Una chiave di lettura possiamo forse trovarla nel discorso pronunciato qualche settimana fa alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera dal Segretario di Stato Marco Rubio.

Sintetizziamo l’intervento di Rubio, incentrato sulla civiltà occidentale, in tre passaggi: i) l’euforia per il trionfo nella guerra fredda “ci ha condotto a una pericolosa illusione: che fossimo entrati, cito, “nella fine della storia”; che ogni nazione sarebbe diventata una democrazia liberale; che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero ora sostituito la nazionalità; che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe ora sostituito l’interesse nazionale; e che ora avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”; ii) è tempo di tornare ai fondamentali, dice Rubio, oltre le illusioni e le delusioni: “Sotto la guida del Presidente Trump, gli Stati Uniti d’America si assumeranno nuovamente il compito di rinnovamento e restaurazione, spinti dalla visione di un futuro tanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà. E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, preferiamo e speriamo di farlo insieme a voi, nostri amici qui in Europa. Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi”; iii) Rubio conclude che gli USA non si rassegnano al declino, anzi: “Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo.

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maggiofil

Non c’è solo il petrolio in gioco

di Lorenzo Battisti

hq720.jpgDollaro o morte: la logica imperiale dietro il caos di Trump

Le azioni internazionali degli Stati Uniti di Trump sembrano erratiche e irrazionali. Eppure una logica le guida, una logica che lega le sue azioni a quelle di presidenti precedenti (Obama e Biden): la difesa della posizione di supremazia dell’imperialismo americano e del pilastro su cui poggia, il dollaro. L’aumento del prezzo del petrolio non è una “conseguenza” dell’attacco all’Iran. Era l’obiettivo principale di tale attacco.

 

Il declino Usa e lotta contro il mondo multipolare

Ormai è sulla bocca di tutti ed entra anche nei documenti ufficiali: il mondo sta avanzando sempre di più verso un mondo multipolare. Pochi però notano il mondo che sta gradualmente scomparendo: il mondo unipolare a guida americana. L’unipolarismo era quello che restava dopo la vittoria americana della “Guerra Fredda”, con la fine dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Il passaggio tra questi due mondi è segnato dal declino della potenza imperialistica americana.

Un declino che appare sempre più accelerato, specie negli ultimi anni. La capacità degli Stati Uniti di sfruttare il resto del mondo a beneficio dei proprio gruppi monopolistici si restringe sempre di più. La principale ragione sono i paesi BRICS, paesi abbastanza grandi da poter sviluppare un percorso di autonomia rispetto al centro imperialistico, e quindi con la possibilità di privarlo di una parte importante della ricchezza che prima veniva depredata.

Le guerre successive alla fine dell’Urss sono state spesso descritte come guerre di rapina, tese a “rubare” ai popoli le risorse di cui disponevano, a partire dal petrolio.

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analisidifesa

Medio Oriente in fiamme: la partita dell’energia

di Giacomo Gabellini

thumbs b c 16288629161afc763dc7564532b2127b.jpgLa guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran continua ad alimentare volatilità sui mercati energetici. Alla crescita vertiginosa dei benchmark petroliferi Brent e West Texas Intermediate (Wti) registrata già alla vigilia della guerra e protrattasi fino a lunedì 9 marzo ha fatto seguito una discesa rapidissima, imputabile per un verso alle rassicurazioni fornite dal presidente Trump circa l’imminente conclusione delle operazioni militari contro la Repubblica Islamica.

Per l’altro, alla decisione adottata all’unanimità dai 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia di svincolare 400 milioni di barili di riserve strategiche in un’ottica di compensazione alla strozzatura nell’offerta petrolifera prodotta dalla chiusura de facto dello Stretto di Hormuz da parte delle autorità di Teheran.

Più specificamente, il governo iraniano ha instaurato un vero e proprio check-point militare in corrispondenza di questo cruciale collo di bottiglia attraverso cui transitano in media 20 milioni di barili di greggio al giorno (pari a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare), autorizzando il transito soltanto delle imbarcazioni riconducibili a Paesi non collegati agli interessi statunitensi e israeliani.

Un ruolo altrettanto significativo rispetto a crollo provvisorio del prezzo del petrolio verificatosi martedì 10 marzo va attribuito al post pubblicato dal segretario all’Energia Chris Wright sul suo profilo X in cui si sosteneva che la US Navy aveva scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz.

La notizia, che contraddiceva clamorosamente i proclami dei vertici dei Pasdaran, è stata prevedibilmente interpretata come un segnale che gli Stati Uniti erano in qualche modo riusciti a ripristinare la libertà di navigazione nel più importante braccio di mare del mondo. La percepita riduzione del rischio geopolitico si è istantaneamente tradotta in un drastico ribasso prezzo del petrolio, che nell’arco di pochi minuti ha realizzato una caduta prossima al 20%, e in un vigoroso rimbalzo dei listini di Wall Street.

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Guerra all’Iran: da un certo punto in là non c’è più ritorno

di Infoaut

msdèpnblclcA oggi è possibile sostenere che gli USA non si aspettassero una durata della guerra di questo tipo. Nessun segno di de-escalation: gli attacchi aerei contro l’Iran si intensificano nella seconda settimana di guerra. I bombardamenti su Teheran sono indiscriminati, ospedali, scuole, civili, depositi di petrolio nel centro della città.

Trump chiede la resa incondizionata ma non ottiene ciò che spera, anzi. Se l’attacco imperialista ha preso avvio con buona speranza di chiuderla in fretta, magari con un cambio di regime come in Venezuela, significa dover fare i conti con la storia. La spudorata ferocia dell’attacco dispiegato sulle città iraniane è senza precedenti e la retorica del “libereremo il paese dalla dittatura” è durata poco, quella che si è scatenata è la stessa furia genocida che abbiamo conosciuto a Gaza. Colpire deliberatamente le riserve di petrolio in una città da 10 milioni di abitanti, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide, è qualcosa di disumano che ha mostrato la vera intenzione dell’attacco imperialista: nessuna liberazione, ma guerra di sterminio. Le vite di chi è fuori dall’Occidente e dai sui piani coloniali, valgono zero. Dimostrare di saper resistere e rispondere a questo attacco, dall’Iran al Libano, è un fuoco di speranza per milioni di persone in Medioriente e nel mondo che sentono la necessità che qualcosa si frapponga a questo piano distruttivo e di barbarie.

 

Strategie

Anche se è difficile capire quale sia la reale strategia americana dietro l’attacco e soprattutto come gli USA pensino di uscirne, diverse sono le opzioni in campo. Va premesso che nelle “nebbie di guerra” è difficile reperire fonti attendibili e discernere dalla propaganda. Da parte americana, l’obiettivo sembra rimanere quello di un crollo del regime e di un suo cambio di vertice, poco importa se questo avverrà a costo di colpire la popolazione civile.

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lantidiplomatico

USA caduti nella trappola di Netanyahu. In Iran non c'è via d'uscita

di Chris Hedges e John Mearsheimer

nmerngoòrubgIn questo dialogo con Chris Hedges durante il podcast, "The Chris Hedges Report", il politologo John Mearsheimer racconta nel dettaglio come l'Impero americano sia incappato in uno dei suoi più grandi errori strategici e quali potrebbero essere le conseguenze di tutto ciò per il resto del mondo.

Chris Hedges*

In guerra, l'informazione viene trasformata in un'arma. Questo vale per gli Stati Uniti. Vale per Israele. Ed è vero per l'Iran. Ma, a guardare attraverso la nebbia della guerra, il conflitto con l'Iran non sembra andare bene per Israele e il suo alleato statunitense. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran e le minacce di minare la via d'acqua stanno innescando il più grande shock energetico degli ultimi decenni. Questa crisi energetica non potrà che peggiorare.

L'Iran ha degradato le infrastrutture militari della regione, eliminando le sofisticate stazioni radar statunitensi nel Golfo e in Israele. Ciò ha reso gli Stati Uniti e Israele sempre più incapaci di tracciare missili e droni in arrivo. L'Iran ha effettuato attacchi con successo contro basi e porti statunitensi, nonché contro infrastrutture energetiche, impianti di desalinizzazione e complessi diplomatici. Più a lungo la guerra continua e l'Iran non mostra segni di interesse nei negoziati, più erode gli accordi di sicurezza nel Golfo, basati sulla premessa che l'America proteggerà i paesi del Golfo dall'Iran in caso di conflitto.

L'amministrazione Trump non ha obiettivi chiari per la guerra, a parte richieste irrealistiche di resa incondizionata e minacce roboanti. Ha chiaramente commesso un terribile errore di calcolo su ciò che gli Stati Uniti potrebbero ottenere uccidendo i massimi leader in Iran, incluso il leader supremo. Questa guerra, mentre si trascina senza una strategia di uscita individuabile, rischia di costringere gli Stati Uniti, con l'economia globale in crisi, a soddisfare le richieste iraniane.

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lantidiplomatico

La Guerra Multipla

di Carla Filosa

720xsd410c50.jpgL’ultima definizione indifferente della guerra, l’ultima aggettivazione che sembra smussarne il fine criminale è quella di essere “ibrida”, cioè multiforme, combattuta su piani diversi, quasi fosse solo una semplificazione dell’innovazione tecnologica dell’ultima ora. Precedentemente, a difesa della sovranità, territorio e giurisdizione di uno stato, il diritto all’intervento bellico alla difesa della rule of Law, o diritto internazionale, era il garante ultimo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Dopo l’avvio della guerra al “terrorismo”, però, tutto ciò è sparito al punto che oggi è difficile distinguere tra guerra e terrorismo, soprattutto se quest’ultimo viene praticato proprio da stati che si pretendono i padroni del mondo, al di sopra di ogni legge. Ibrido, in questo caso, mantiene un’incerta definizione sulla strategia militare che comprende la guerra convenzionale, irregolare, di attacco e sabotaggio cibernetico, la cui flessibilità significa sottrarsi a una precisa classificazione, oscurandone sempre i fini sostanziali di predazione di risorse o di supremazia valutaria.

La narrazione “occidentale” vorrebbe condurre a un dominio altrimenti definito come “volontà di potenza” con diritto autoreferenziale, autoproclamato di guerra olistica che inevitabilmente invade la sicurezza di tutti coloro che non ne fanno parte, evidenziando la vulnerabilità di qualsiasi altro controllo che possa contrapporglisi. Fuori da ogni altro diritto condiviso che ne temperi l’onnipotenza, l’imposizione del primato della forza tende a confondere gli scopi che persegue. La guerra all’Iran, diversamente motivata da Usa e Israele, trova infatti continuamente nuovi obiettivi o motivi d’orgoglio nello “spezzarne le ossa”, secondo la recente espressione di Netanyahu. Al momento ogni governo autoctono non scelto o approvato dall’invasore verrà decapitato, assicura Trump, in base all’unicità decisionale dell’aggressore, anche se, essendo considerato l’Iran uno stato “terrorista”, non è più un “aggredito”, ma soggetto a un’“operazione geopolitica a sorpresa”, secondo la rocambolesca precisazione dell’ex ambasciatrice Zappia.

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sinistra

Una metafora

di Algamica*

med 1200x630 10 690x362.jpgSeguendo le piattaforme dei media nazionali o dei social media dalla Cina, dall’India, dal Medio Oriente, infine dell’Africa e dell’Occidente, viene usata costantemente la metafora del vaso di Pandora per commentare la nuova aggressione imperialista dell’Occidente all’Iran e analizzarne le conseguenze. La metafora è sbagliata, perché il mito narra di questa incauta donna Pandora, che per curiosità e sbadataggine scoperchiò il vaso e da lì ne uscirono fuori tutti i mali del mondo contenuti.

Chi sarebbero gli stolti contemporanei? Trump o Netanyahu che nel loro orgasmo di potenza hanno rotto il vaso sovvertendo gli equilibri, benché contraddittori e ingiusti, che fin qui hanno governato il mondo? Se di vaso trattasi, questo si è rotto per forza di pressione dall’interno. Ovvero, le forze impersonali di un modo di produzione e del suo corso della crisi in esso contenute stanno determinando le azioni di tutti gli attori coinvolti, i quali agiscono secondo un canovaccio che dà sempre meno margini alla libertà di recitare a soggetto.

Diciamo innanzi tutto che noi siamo contro l’Occidente, tutto, e auspichiamo la ripresa di una più ampia e generalizzata mobilitazione, che non potrà ripetere in continuità le stesse forme di quella contro il genocidio palestinese che nel cuore dell’Occidente ha messo la civiltà Occidentale alla frusta e sul banco degli imputati del tribunale della storia.

E diciamo che l’Iran è aggredito e risponde per come può per difendersi da una aggressione che perlomeno si protrae da 47 anni, ovvero da quando un paese attraverso una rivoluzione provò a riprendere in mano i destini da una nazione che fin lì erano sovradeterminati dal dominio imperialista Occidentale che rapinava le sue risorse naturali. Rovesciò le classi delle elitè al potere, riprese il cammino interrotto dal precedente tentativo dei primi anni ’50 in cui una mobilitazione popolare espresse il governo Mossadeq e un programma di riforme sociali. Un programma progressista troppo audace da poter essere sostenuto con i mezzi della democrazia liberale, che consisteva essenzialmente nella riforma agraria e nella nazionalizzazione dell’industria petrolifera sottraendola al saccheggio delle grandi compagnie multinazionali britanniche e statunitensi.

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comedonchisciotte.org

Pensare l’impensabile: il grande piano dell’Iran per porre fine alla presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente

di Michael Hudson, counterpunch.org

Michael Hudson interviewL’Iran e Donald Trump hanno entrambi spiegato perché non portare a termine l’attuale guerra porterebbe semplicemente a una nuova serie di attacchi reciproci.

Il 6 marzo Trump ha dichiarato che “non ci sarà alcun accordo con l’Iran se non la resa incondizionata” e ha annunciato che dovrà avere voce in capitolo nella nomina o almeno nell’approvazione del nuovo leader iraniano, come ha appena fatto in Venezuela. “Se l’esercito statunitense deve sconfiggerlo completamente e provocare un cambio di regime, altrimenti si passa attraverso tutto questo e poi tra cinque anni ci si rende conto di aver messo al potere qualcuno che non è migliore”. Ci vorrà almeno tutto questo tempo perché l’America sostituisca le armi esaurite, ricostruisca i suoi radar e le relative installazioni e organizzi una nuova guerra.

Anche i funzionari iraniani riconoscono che gli attacchi statunitensi continueranno a ripetersi fino a quando gli Stati Uniti non saranno cacciati dal Medio Oriente. Avendo accettato un cessate il fuoco lo scorso giugno invece di sfruttare il proprio vantaggio quando le difese antimissili israeliane e regionali statunitensi erano esaurite, l’Iran si è reso conto che la guerra sarebbe ripresa non appena gli Stati Uniti avessero riarmato i propri alleati e le proprie basi militari per rinnovare quella che entrambe le parti riconoscono come una lotta per una sorta di soluzione finale.

La guerra iniziata il 28 febbraio può essere realisticamente considerata l’inizio formale della Terza Guerra Mondiale, perché la questione è quali saranno i termini in base ai quali il mondo intero potrà acquistare petrolio e gas. Potranno acquistare questa energia dagli esportatori in valute diverse dal dollaro, guidati da Russia e Iran (e fino a poco tempo fa dal Venezuela)? L’attuale richiesta degli Stati Uniti di controllare il commercio internazionale del petrolio richiederà ai paesi esportatori di fissarne il prezzo in dollari e, di fatto, di riciclare i proventi delle esportazioni e i risparmi nazionali in investimenti in titoli di Stato, obbligazioni e azioni statunitensi?

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La scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare

di Alessandro Visalli

Millennium 3D Chess init config.pngHo passato metà della mia vita pensando che forse non sarei arrivato mai all’età che ho oggi, perché la guerra avrebbe distrutto il mondo. Poi c’è stato Gorbaciov[1]. Oggi, oltre trenta anni dopo, abbiamo nuovamente davanti questa visione. La Guerra Mondiale è alle nostre porte.

Ora come allora per l’esistenza di una grande potenza che non si piega al dominio talassocratico anglosassone[2].

È da molto tempo che siamo in questa condizione, ma si fa sempre più vicina. I termini del conflitto sembrano, infatti, accelerare bruscamente dall'inizio del 2026. Subito dopo la nuova Dottrina Strategica[3] proposta dagli Usa a fine 2025, e la National Defence Strategy, emanata dal Pentagono a gennaio 2026[4], abbiamo avuto:

  • l'assedio e poi l'attacco con “decapitazione” del Venezuela[5], la sottrazione delle sue risorse petrolifere al controllo russo e cinese (e l'interruzione immediata dei flussi verso Cuba, che ora è sotto pressione come non mai);
  • le minacce agli alleati (Groenlandia e Canada in particolare), coerentemente con l’indicazione di rafforzare il controllo dell’emisfero occidentale citato nella NDS 2026[6];
  • l'estesa ‘guerra di corsa’ contro i flussi energetici marini, con sequestro di petroliere in alto mare, distruzione di navi gasiere;
  • l'assedio e ora attacco all'Iran con omicidio dei suoi vertici e stato di guerra aperta.
  • Seguirà probabilmente Cuba, e azioni in Africa per sottrarre le risorse minerarie al controllo cinese.

In Star Treck, nella serie tradizionale, Spok gioca a scacchi in una scacchiera tridimensionale. Sembra di essere di fronte a questa sfida, guardando oggi i pezzi muoversi nello spazio internazionale, ovvero in quello militare, finanziario e delle risorse materiali ed energetiche.

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analisidifesa

Tafazzi d’Europa in marcia verso il baratro

di Gianandrea Gaiani

20260213 trip sg msc 0008 16x9Nella guerra in Medio Oriente i Tafazzi d’Europa marciano quasi tutti uniti al fianco dei “paesi aggrediti”, cioè ovviamente al fianco di Stati Uniti e Israele e delle nazioni arabe del Golfo che ospitano basi statunitensi e che vengono bersagliate dai missili e dai droni iraniani.

Il governo di ultra sinistra spagnolo, rivelatosi ancora una volta l’unico vero “sovranista” europeo, ha condannato l’aggressione all’Iran e già si era distinto nel rifiutare la spese del 5 per cento del PIL per la Difesa imposta dal presidente “alleato” Donald Trump,

Non a caso ieri Trump ha annunciato lo stop agli scambi commerciali con la Spagna, il cui “terribile” governo di Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di utilizzare le sue basi per attaccare l’Iran e si è opposto all’aumento dei fondi per la difesa nell’ambito della NATO.

La Spagna si è comportata in modo terribile – ha dichiarato Trump ai giornalisti nello Studio Ovale – Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna”.

Quasi tutti gli altri governi d’Europa hanno, con minore o maggiore enfasi, schierato le proprie bandierine a fianco degli israelo-americani o delle monarchie sunnite del Golfo che sostengono direttamente o indirettamente l’aggressione a Teheran e che chiedono aiuti per difendersi da missili balistici e droni.

E tutto questo nonostante l’unica certezza al momento è che il conflitto colpirà ancora una volta duramente l’Europa e i suoi interessi strategici ed economici.

Non solo perché non vi sono negli Stati Uniti né in Israele prospettive né piani per gestire politicamente questa crisi una volta terminati i bombardamenti, come confermano le dichiarazioni divergenti tra gli stesi pesi massimi dell’Amministrazione Trump sui motivi dell’attacco.

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lantidiplomatico

Dopo Palestina, Libano, Siria, Venezuela e Iran, l’Eritrea?

Trump e Netaniahu: e ora il corno

di Fulvio Grimaldi

Immagietipne2.jpgGrande Israele e raggio d’intervento

Guarda lontano e in tempo il Grande Israele in fieri. Priorità prima: prendersi ciò che l’ONU, nel 1948 ti aveva dato per poco più di metà. Poi prendersi tutta la Palestina. Poi del Libano un pezzo, quello con l’acqua, e la subalternità, poi della Siria il Golan e buona parte del sud del paese frantumato con il concorso di partner come USA (questo sempre), Turchia dei Fratelli Musulmani (organicamente dalla parte di chi rifiuta identità e sovranità arabe) con rispettiva milizia terroristica ISIS e Curdi. Infine l’Iran in quanto cadavere o, almeno morituro.

Infine, per modo di dire. Stabiliti rapporti di reciproco riconoscimento e di collaborazione con Stati in posizioni strategiche come Marocco, Kenia, Costa d’Avorio, è nel Ruanda come in Uganda, due sottoposti dell’imperialismo che servono a depredare il Congo a vantaggio delle compagnie minerarie occidentali,  che Israele rinnova il suo ruolo di occhio onnipresente, di consulente Mossad, di agevolatore di affari che si avvalgano delle sue tecnologie militari e di sorveglianza e siano ricambiati con cobalto e terre rare. Non mancano i mercenari di Academy (già Blackwater) di Eric Prince da sempre in stretta collaborazione politico-operativa con gli analoghi elementi israeliani. Un ruolo praticato con alterno successo in America Latina, a partire dalla base di Bogotà, in quella Colombia che era chiamata l’Israele del subcontinente e che ora Gustavo Petro se l’è portata via (ce ne sarà anche per lui, come per il Venezuela moderatizzato e per l’Honduras da Trump restituito al narcotraffico).

Infine per modo di dire anche per l’Africa, dove la Menorah, il candelabro a sette braccia in arrivo dal tempio di Salomone sta illuminando di colonialismo sionista larghe lande del continente. Ne scegliamo una, forse la più significativa per gli obiettivi strategici formulati da Herzl e ribaditi con assoluta coerenza da un secolo e un quarto a questa parte: il Corno d’Africa, area di turbolenze croniche e potenzialmente più devastanti perfino degli attuali casini in Medioriente.