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Il crollo dell’ipocrisia internazionale

di Alessandro Scassellati

labirinto8.jpgIl problema con la concettualizzazione del Primo Ministro canadese Mark Carney sulla fine dell’’ordine internazionale basato sulle regole” è comune nelle capitali dei Paesi occidentali. La storia inizia quando vogliono le élite al potere, in questo caso, il secondo mandato di Donald Trump. Sono arrabbiate, disgustate e in preda all’ansia perché alcuni aspetti di ciò che è stato inflitto al Terzo Mondo, in azioni alle quali i loro Paesi hanno preso parte, ora vengono ribaltati e usati contro di loro. Estorsione, gangsterismo, coercizione economica e minacce alla sovranità territoriale vengono ora perpetrate contro gli Stati deboli e vulnerabili dell’alleanza occidentale. Gli stessi Stati che sono rimasti in silenzio o hanno partecipato quando a essere vittime erano Paesi distanti e “autoritari” che non condividevano i loro valori.

* * * *

Il 20 gennaio 2025, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha tenuto un discorso al meeting annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos. Immediatamente, un coro di elogi si è levato dai ”capitalisti progressisti” e dai media liberal-progressisti di tutto il mondo, sia del Nord che del Sud del mondo. Carney ha preso indirettamente di mira il Presidente Trump affermando che il mondo è “nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, indicando che “gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni” e cercando di indicare una nuova direzione in cui “gli alleati si diversificheranno per proteggersi dall’incertezza… [perché] le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu”. Carney ha esortato le “medie potenze” a smettere di conformarsi a regimi che cercano l’egemonia, a smettere di sperare in un ritorno al passato e a costruire invece nuove coalizioni per sopravvivere a ciò che verrà. A parte l’utopia del Primo Ministro Carney di un’uscita del Canada dal dominio e dalla sfera d’influenza statunitense, sono state presentate un paio di verità molto importanti.

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lafionda

Il mondo incantato delle menzogne: sempre quello

di Alberto Bradanini

Verita.jpgLe menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:

a) l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra – insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette od otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del PIL in armi da comprare soprattutto negli USA. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la Costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;

b) il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro – fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta – invece di rotolarsi su milioni di barili di petrolio, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense?

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lantidiplomatico

Il colonialismo dei Consigli d’Amministrazione, CEO della multinazionale Mondo

di Fulvio Grimaldi

merpnubgtbjirSuicidi e pandemie

C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.

Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.

E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.

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giubberosse

L’energia della guerra

di Enrico Tomaselli

trump at war.jpgUn aspetto poco sottolineato dell’attuale fase storica, fondamentalmente caratterizzata dal declino dell’impero statunitense – e conseguentemente dal totale riassetto degli equilibri globali – è l’importanza della questione energetica, e in particolare dei suoi intrecci e connessioni.

È ovviamente abbastanza intuitivo che la capacità di alimentare le esigenze energetiche industriali e degli apparati militari, a loro volta strettamente connessi tra di loro, rappresentano un fattore chiave per il mantenimento di una posizione di potenza. Ma, appunto, se si va a osservare la questione più in profondità emergono delle considerazioni estremamente interessanti.

Cominciamo col dire che, nonostante tutta una serie di impegni e di politiche attive, i combustibili fossili rimangono di gran lunga il principale fattore energetico mondiale, e tutto lascia intendere che manterranno un ruolo predominante ancora per decenni. Paradossalmente, proprio le politiche green (auto elettriche) sono uno dei fattori che contribuiscono a mantenere elevata la domanda di energia fossile. Infatti, benché a livello mondiale la produzione di energia elettrica sia ormai largamente dovuta a fonti rinnovabili (37%), la domanda cresce a velocità vertiginosa, tanto da rendere estremamente impossibile l’abbandono graduale delle altre fonti energetiche. Solo il carbone – oggi fonte di produzione di energia elettrica per un 32% – segna un significativo trend in calo.

Ma il vero elemento nuovo è l’esplosione della domanda energetica legata allo sviluppo e all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (AI). Nel 2024, i data center globali hanno consumato circa 415 TWh, una cifra superiore all’intero fabbisogno energetico del Regno Unito. In Irlanda, i data center consumano già il 21% dell’elettricità nazionale [1]. E, ricordiamolo, l’AI è non solo il comparto che traina il PIL degli Stati Uniti (e probabilmente una gigantesca bolla finanziaria), ma anche il settore su cui oggi Cina e Stati Uniti focalizzano la propria competizione e sul quale soprattutto gli USA puntano per mantenere-rafforzare la propria posizione dominante.

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Da Monroe a Donroe, dalla Groenlandia a Carney

di Michael Roberts

Trump and Bear.jpgIn questo articolo, Roberts esamina le basi storiche ed economiche della disputa sulla Groenlandia e le minacce degli Stati Uniti. Secondo l'autore, l'"armonioso" mondo capitalista della cooperazione globale, guidato da uno Stato egemonico in alleanza con altre "democrazie" capitaliste che stabiliscono le regole per gli altri, è finito.

* * * *

Oggi il presidente degli Stati Uniti Trump terrà il suo discorso davanti ai leader politici ed economici del capitalismo mondiale riuniti al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera. Il tema principale sarà, sorprendentemente, l'isola artica della Groenlandia.Groenlandia? Come mai un'area ricoperta per lo più da ghiaccio ha questo nome? A quanto pare, si trattò di una strategia di marketing ideata dagli esploratori vichinghi che arrivarono oltre mille anni fa. Chiamarla "verde" era un tentativo di attirare migranti nell'area affinché la occupassero. Ironia della sorte, oggi la Groenlandia sta diventando più verde a causa dei cambiamenti climatici. Una recente ricerca pubblicata nel 2025 mostra che la calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo rapidamente, consentendo alla vegetazione di diffondersi in aree un tempo dominate dalla neve e dal ghiaccio. Negli ultimi trent'anni, si stima che 11.000 miglia quadrate della calotta glaciale e dei ghiacciai della Groenlandia si siano sciolte. Questa perdita di ghiaccio è leggermente superiore alla superficie dello Stato del Massachusetts e rappresenta circa l'1,6% della copertura totale di ghiaccio e ghiacciai della Groenlandia.

La Groenlandia fa parte geograficamente del continente nordamericano, ma appartiene (anche se in modo autonomo) alla Danimarca. Ai danesi piace dire "Regno di Danimarca", proprio come gli inglesi parlano del "Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord". L'eredità coloniale monarchica rimane. E sappiamo cosa può significare il colonialismo per le popolazioni indigene del Nord America.

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lafionda

Crisi del fronte euro-atlantico: chi comanda e chi striscia

di Matteo Bortolon

photo 2026 01 26 19 22 47.jpgSe nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.

È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano e attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.

Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni. 

I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”

Come siamo arrivati a tutto questo?

 

Un nuovo sceriffo in città”

Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.

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metis

Gli artigli dell'aquila

di Enrico Tomaselli

178803202 281035300168595 6275021392133130621 n.jpgCome emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.

L’enorme problema con cui devono però principalmente confrontarsi, molto probabilmente insormontabile, è strutturalmente connaturato alla natura del sistema statunitense; ciò che in passato, in una fase di ascesa e dominio imperiale, costituiva un vantaggio – cioè una straordinaria capacità industriale, all’interno di un sistema capitalistico – oggi non esiste più, e non solo appare irrecuperabile, ma si è persino trasformato in uno svantaggio.

Quando gli Stati Uniti intervengono nella seconda guerra mondiale, che rappresenterà il passaggio fondamentale per divenire una potenza globale, l’elemento decisivo, capace di spostare gli equilibri di forza sia nel Pacifico che in Europa, è precisamente la capacità di produzione industriale su larga scala. Al tempo stesso, l’ipertrofia della produzione bellica, alimentata da un conflitto di portata pressoché planetaria, porterà alla creazione di quello che il generale Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, a conclusione del suo mandato presidenziale, denuncerà come “complesso militare-industriale”. Un blocco di interessi e di potere, che eserciterà un’influenza decisiva sulla politica statunitense, nei decenni seguenti e sino al giorno d’oggi.

Questo blocco, però, ha subito almeno due decisive modifiche strutturali, tra la seconda metà del novecento e i primi anni duemila.

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fuoricollana

Stati Uniti-Cina, due immagini del mondo

di Vincenzo Comito

Contro la pretesa egemonica statunitense, la Cina promuove un nuovo multilateralismo incentrato su una profonda riforma dell’ONU per dare maggior spazio ai paesi del Sud del mondo e realizzare così un ordine internazionale più giusto ed equo

Stati Uniti Cina due immagini del mondo g.jpgLe mosse di Trump sembrano cercare in primis di ostacolare in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente, l’ascesa della Cina sul piano economico, tecnologico, politico, rafforzando le strategie già praticate dagli Stati Uniti almeno sin dai tempi della presidenza Obama. Per altro verso, l’arrivo al potere di Trump sembra avere accelerato un processo di divergenza crescente tra i modelli politici ed economici dei due rivali.

 

Due modi di immaginarsi il mondo

Appare intanto opportuno collocare tali divergenze in un quadro più complessivo, in particolare per quanto riguarda la differente relazione dei due paesi con il mondo.

L’approccio degli Stati Uniti, reso più esplicito e più evidente ora con la presidenza Trump, muove dal presupposto che gli Stati Uniti sono destinati da Dio a governare il mondo e i suoi affari e che il loro modello economico, sociale, politico è non solo superiore a quello di tutti gli altri, ma in sostanza anche quello definitivo (“La fine della Storia”). In tale quadro, riprendendo tra l’altro delle affermazioni recenti di Jeffrey Sachs, trattano le altre regioni come strumenti da manipolare a vantaggio degli Usa, con un nazionalismo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come ostacoli alla sovranità strategica del paese, con l’uso della forza e del ricatto per piegare chi pone degli ostacoli e con la brutalità in particolare nell’utilizzo della Cia e delle forze militari, come mostrano anche episodi molto recenti.

Da ultimo il caso del Venezuela non dovrebbe certo sorprendere, né dovrebbe essere utilizzato per contrapporre il “cattivo” Trump ai “buoni” democratici del passato. In effetti qualcuno ha calcolato che negli ultimi settanta anni ci sono state molte decine di tentativi da parte Usa di rovesciare dei governi in carica in giro per il mondo, con repubblicani e democratici uniti nella lotta.

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seminaredomande

Piovono sull’Europa la minaccia dei missili Oreshnik e quella dei dazi di Trump

di Francesco Cappello

photo 2026 01 18 13 02 28.jpgLa strategia di destabilizzazione che, attraverso operazioni di forza e il disimpegno sancito dalla nuova National Security Strategy, ha trasformato l’Europa da alleato a concorrente isolato. La pressione statunitense si intreccia con la nuova coscienza della capacità militare russa, veicolata dal missile ipersonico Oreshnik, che espone il continente a un’inedita vulnerabilità tecnologica e psicologica.

Il forzato mutamento e lo spaesamento nel cambio repentino di retorica dei leader europei i quali, dopo il fallimento delle politiche sanzionatorie e la fine della protezione americana, si trovano costretti a ricercare un nuovo e autonomo assetto di sicurezza continentale per far fronte alla doppia morsa dei dazi USA e della potenza balistica di Mosca.

 

Lo stato delle cose

I fatti avvenuti tra fine dicembre e gennaio permettono di intravedere l’attuazione di una strategia dell’amministrazione Trump e della CIA volta a destabilizzare il potere russo e il tentativo del processo di pace in atto, attraverso una serie di operazioni coordinate a livello globale. Gli attacchi avvenuti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, tra cui l’incursione di droni sulla residenza di Putin a Valdai (28 dicembre 2025), il sequestro di Maduro in Venezuela e i disordini provocati in Iran (stretto alleato della Russia), non sono eventi isolati ma tasselli di un unico piano per colpire Mosca e i suoi alleati (In particolare Cina e Iran). È lecito, infatti, pensare che la telefonata diplomatica di Trump a Putin abbia funzionato come esca per facilitare la localizzazione del leader russo proprio a ridosso dell’attacco. Questa interpretazione suggerisce che le aperture al dialogo della Casa Bianca siano state una manovra diversiva per coprire azioni di forza, portando Mosca a interrompere ogni trattativa mirante alla pace e a puntare ora esclusivamente sulla vittoria militare in Ucraina prima di riconsiderare qualsiasi equilibrio con l’Occidente.

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lantidiplomatico

Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale

di Mario Pietri

peaionvaroiubfi64In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.

La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.

 

1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero

La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.

  • Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
  • Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
  • Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
  • E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.

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tempofertile

La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.

di Alessandro Visalli

DSC 0593 5.JPGNell’antica Cina si chiamava 逐鹿中原 / zhúlù zhōngyuán, ovvero “Dare la caccia al cervo della pianura centrale”. Si tratta di una metafora politica molto antica, che risale alla conquista Zhou (circa anno mille) e struttura un’immaginazione geopolitica che presume tre cose, nella ricerca della sovranità (il Cervo, lù):

  • c’è un centro ordinatore, il zhōngyuán, la Pianura Centrale, che è insieme normativo-politico e geografico;
  • ogni frammentazione è patologica e va considerata temporanea, sono interregni e vanno riassorbiti;
  • la legittimità, conseguentemente, è essenzialmente capacità di unificare.

Zhao Tingyang scrive che:

“il potere politico significa stabilire un ordine sociale mediante la trasformazione di risorse disponibili in risorse controllate, cioè di trasformare la semplice continuazione della vita in un’aspettativa credibile. In questo senso la politica costituisce un tentativo di appropriarsi in maniera ordinata dell’avvenire”[1].

Secondo la massima di Confucio, “che coloro che sono vicini siano felici, e coloro che sono lontani accorreranno alla vostra Corte”, qui si tratta di sviluppare unità (nella Piana Centrale) tramite attrazione, e non espansione. Tingyang parla di un “modello a vortice” che sviluppa una “potente forza centripteta”.

La descrizione è interessante e rende molto vividamente l’idea:

“le numerose parti che entrano a far parte del gioco non riescono a resistere all’attrazione esercitata da tale vortice e si battono l’una dopo l’altra partecipando ‘volontariamente’ al gioco in maniera concorrenziale, mentre altri partecipanti vi vengono trascinati passivamente, e così il vertice si fa sempre più ampio e più forte, fino a raggiungere una situazione di stabilità che è quella che dà forma all’estensione complessiva del paese”[2].

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Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro

di Elisabetta Burba e Maria Pappini

Per blindare l'egemonia Usa, la «dottrina Donroe» punta al controllo fisico delle risorse strategiche. Dal Venezuela alla Groenlandia

MARTIN John Great Day of His Wrath.jpgL’energia è il cuore dell’ultimo scontro globale: ogni barile venduto fuori dal circuito del dollaro è una crepa nel primato di Washington. Per 50 anni, il sistema ha retto su patti che imponevano ai produttori di scambiare greggio in dollari, alimentando Wall Street e sostenendo i titoli di Stato Usa. Ma oggi, sotto la spinta della de-dollarizzazione, quel modello vacilla. La risposta di Donald Trump è un cambio di passo, che impone la linea dura del controllo delle risorse strategiche.

«La Cina può comprare tutto il petrolio che vuole da noi». Con queste 11 parole, il presidente Donald Trump ha svelato il baricentro dello scontro globale in atto: il petrolio. Lo ha fatto all’incontro con i vertici di Big Oil riuniti alla Casa Bianca il 9 gennaio scorso. Cinque giorni prima, il concetto era stato declinato in modo molto più diretto dal senatore repubblicano Thomas Massie. «Svegliatevi, Maga. Il Venezuela non riguarda la droga. Riguarda il petrolio» aveva detto ai suoi il guastafeste di Trump. Il senatore ribelle aveva messo a nudo la posta in gioco a Caracas: la partita non è morale, è materiale.

https://youtu.be/iaE8lw8_x30

In Venezuela, Iran e Nigeria, i tre Paesi contro cui l’amministrazione Trump ha condotto azioni militari dirette (anche se l’attacco annunciato a Teheran pare sia stato sospeso), il cuore del problema è il petrolio. O, meglio, il dominio fisico delle filiere, come insegna la lezione della Groenlandia, dove la posta in gioco sono le terre rare e il controllo delle rotte artiche. Ma, attenzione, non si tratta di risorse fini a se stesse. Ogni barile di petrolio o di gas naturale che sfugge al circuito americano riduce la domanda strutturale di dollari. Quindi è una minaccia esistenziale all’egemonia di Washington. E il presidente Trump ne è consapevole.

Nella sua strategia, il controllo dei nodi in cui le materie prime passano o vengono estratte è lo strumento per affrontare il problema dei problemi: la dedollarizzazione.

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intelligence for the people

Guerra ibrida, dal Venezuela all’Iran

di Roberto Iannuzzi

In Iran, come in Venezuela, Trump ha lanciato un’operazione destabilizzante quanto strategicamente incerta, questa volta manipolando e infiltrando, insieme a Israele, le proteste locali

c27deba6 d267 4918 a36a 0f84616b20dd 1500x988Un filo rosso lega le minacce rivolte all’Iran dal presidente americano Donald Trump, sullo sfondo delle proteste scoppiate nel paese, al recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro per mano delle forze armate USA.

La notizia del blitz che ha portato alla cattura di Maduro era giunta a Teheran mentre nel paese erano in corso manifestazioni di piazza già da alcuni giorni, a seguito del crollo del rial, la valuta iraniana.

Tale notizia aveva fatto scalpore negli ambienti politici della Repubblica Islamica, suscitando un dibattito sulla possibilità che l’Iran divenisse a breve il prossimo bersaglio di Washington. I timori iraniani sono corroborati da analisi americane.

 

Cosa unisce Iran e Venezuela

Sia l’Iran che il Venezuela fanno parte di quel fronte di paesi che si oppone all’imperialismo e all’eredità coloniale dell’Occidente.

Il legame tra Caracas e Teheran si era rafforzato nei primi anni 2000, quando l’allora presidente venezuelano Hugo Chavez aveva affermato che il suo paese era parte integrante di un “asse di unità” cui appartenevano anche l’Iran ed altri oppositori degli USA.

Entrambi sottoposti a dure sanzioni americane, i due paesi hanno stretto rapporti economici ed elaborato sistemi comuni per cercare di eluderle. Nel 2012, alla fine della presidenza Chavez, investimenti e prestiti iraniani in Venezuela ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, secondo fonti statunitensi.

Il Venezuela è stato anche la porta di accesso all’America Latina per il partito sciita libanese Hezbollah, stretto alleato di Teheran, grazie all’ampia diaspora libanese emigrata nel paese durante la guerra civile in Libano (1975-1990).

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contropiano2

Rivolta iraniana: il sostegno all’Asse della Resistenza nel mirino

di Giovanni Di Fronzo

Iran bandiera israeliana bruciata.jpgNella complessità della situazione iraniana, c’è una questione fondamentale che potenzialmente può costituire un punto d’incontro fra rivendicazioni economiche popolari e mire imperialiste: il sostegno all’Asse della Resistenza.

L’Iran, infatti, si trova a subire un regime sanzionatorio tale da aver portato a una svalutazione a due cifre della moneta nazionale e, contemporaneamente, a sostenere in maniera ingente il complesso di forze che costituiscono il cosiddetto Asse della Resistenza, ovvero Houthi, Hezbollah, Resistenza Palestinese e altre formazioni.

In pratica, entrano in contraddizione le esigenze materiali di ampi strati sociali e il ruolo positivo assunto dal paese sull’arena mediorientale. È innegabile, infatti, che l’unica opposizione geopolitica all’espansionismo sionista e al genocidio, di fronte alla complicità sostanziale dei paesi arabi, sia costituita dall’Asse della Resistenza, al di là di quello che si pensi della sua reale efficacia o della “sincerità” da parte dell’Iran nel sostenere la causa palestinese (fattore, quest’ultimo, pressoché irrilevante dal punto di vista pratico).

Un venir meno di quest’alleanza eterogenea – non esclusivamente sciita, come spesso si dice – che trova un terreno di convergenza sull’opposizione, appunto, al sionismo e all’imperialismo, costituirebbe un formidabile acceleratore rispetto a disegni genocidi e settari in tutto il quadrante mediorientale, da cui lo stesso popolo iraniano non sarebbe immune.

È proprio il sostegno all’Asse di Resistenza che potrebbe essere, realisticamente, nelle mire di un intervento diretto degli USA, in questa fase poco propensi a cambi di regime integrali, ma molto più inclini ad “ammaestrare” i regimi ostili esistenti, a colpi di sanzioni e pressioni politiche.

In verità, già la vittoria elettore del “riformista” Pezeshkian è stata una spia del fatto che parte della popolazione vede l’eccessivo impegno esterno come una distrazione rispetto alle questioni economiche interne. Ma questo è un punto più o meno comune fra tutte le opposizioni illegali, da quelle separatiste a quelle laiche.

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lantidiplomatico

Il sequestro del petrolio venezuelano

di Michael Hudson The Democracy Collaborative e Sovereignista

La militarizzazione del commercio mondiale di petrolio è il dell'ordine basato sulle regole degli Stati Uniti

720x410c50.jpgIran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.

Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.

L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell'America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un'economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.