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La Pace, Trump, Putin e lo spettro del rossobrunismo
di Antonio Castronovi
Con in calce tre commenti di Alessandro Visalli, Fabrizio Marchi e Giulio Bonali
Viviamo nell’epoca dei paradossi e dei conflitti identitari, in cui il Bianco è Nero e il Nero è Bianco, in cui la Sinistra non sembra sinistra e la Destra non sembra destra, in cui Pace è sinonimo di Guerra, in cui Democrazia è sinonimo di Oligarchia e in cui Libertà è sinonimo di Dittatura e di Censura.
La confusione semantica nell’uso delle parole e del loro significato contribuisce ad annebbiare le coscienze e a depotenziare qualsiasi anelito di rivolta e di opposizione al regime oligarchico e tecnocratico che domina l’Occidente e ci impedisce la comprensione della natura dei conflitti che attraversano il cuore dell’Impero anglosassone e delle sue élite dominanti.
Emblematico è il caso delle elezioni statunitensi in cui si fronteggiano la “democratica” Kamala Harris e il “repubblicano” Donald Trump, che nel linguaggio orwelliano rappresentano la destra e la sinistra, in cui la sinistra spinge per la guerra alla Russia e la destra “frena” e promette una soluzione pacifica del conflitto che insanguina l’Ucraina, salvo verifica.
Nel mondo orwelliano chi parla di pace è un nemico della democrazia e della libertà, è un putiniano amico dei dittatori, quindi va censurato, zittito. Negli USA, si sa, non ci vanno per il sottile, e sono più pratici e sbrigativi: li ammazzano, soprattutto se sono ai vertici del potere o vi aspirano. Inutile citare i fratelli Kennedy o riandare indietro nel tempo fino all’assassinio di Abramo Lincoln.
Già, la guerra civile americana! Abramo Lincoln era il presidente repubblicano degli USA e rappresentava il Nord industriale che voleva emanciparsi dal colonialismo inglese e propugnava politiche protezionistiche per sostenere la nascente industria, concentrata nel Nord.
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La militarizzazione della Scandinavia e la Grande Guerra del Nord 2.0
di Glenn Diesen
Sul tema dell’allargamento della NATO alla Penisola Scandinava e la sicurezza della regione del Baltico ripubblichiamo, tradotto dall’inglese, un interessante articolo del professor Glenn Diesen (titolo originale The Militarisation of Scandinavia & the Great Northern War 2.0 How a Region of Peace Became an American Frontline”) uscito il 6 settembre che valuta con un’analisi critica prospettive e sviluppi strategici in quella regione.
Glenn Diesen è professore presso l’Università della Norvegia sud-orientale (USN) e Associate Editor presso Russia in Global Affairs. L’attività di ricerca di Diesen si concentra su geoeconomia, conservatorismo, politica estera russa e Grande Eurasia.
* * * *
La militarizzazione della Scandinavia comprometterà drasticamente la sicurezza della regione e determinerà nuovi conflitti poiché la Russia sarà costretta a rispondere a quella che potrebbe diventare una minaccia esistenziale. La Norvegia ha deciso di ospitare almeno 12 basi militari statunitensi sul suo territorio, mentre Finlandia e Svezia seguono l’esempio trasferendo il controllo sovrano su parti del loro territorio dopo essere recentemente diventate membri della NATO. Saranno costruite infrastrutture per portare più velocemente le truppe statunitensi ai confini russi, mentre il Mar Baltico e l’Artico saranno convertiti in mari della NATO.
Mentre la Scandinavia si converte da una regione di pace a una linea del fronte degli Stati Uniti, ci si aspetterebbe un ulteriore dibattito su questo cambiamento storico. Tuttavia, le élite politico-mediatiche hanno già raggiunto il consenso sul fatto che l’espansione della NATO migliora la nostra sicurezza grazie a una maggiore forza militare e deterrenza. Più armi raramente portano a più pace, sebbene questa sia la logica della pace egemonica a cui questa generazione di politici si è impegnata.
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Gli americani hanno messo gli occhi su Trieste, e non è un bene per il porto giuliano
di Roberto Iannuzzi
Washington vuole integrare Trieste nella sua strategia di contenimento di Russia e Cina, ma i suoi progetti sono nel migliore dei casi inconcludenti, nel peggiore pericolosi
Negli ultimi mesi, diversi articoli riguardanti Trieste sono apparsi su think tank e riviste specializzate negli USA. Il più recente, pubblicato dal National Interest, risale allo scorso 14 agosto.
Senza giri di parole, gli autori (Kaush Arha dell’Atlantic Council, e Carlos Roa, visiting fellow presso il Danube Institute di Budapest) affermano che lo scalo triestino, storicamente porta marittima di accesso all’Europa centrale e orientale, può svolgere un ruolo chiave nel connettere l’Europa all’Indopacifico nel quadro dei piani americani volti a competere con la Belt and Road Initiative (BRI), la Via della Seta cinese.
Questi piani consistono essenzialmente nella creazione di un corridoio economico e commerciale che dovrebbe unire l’India alla penisola araba, e quest’ultima all’Europa attraverso Giordania e Israele. Denominato India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), tale progetto fu lanciato da Washington al G20 tenutosi un anno fa in India (9 e 10 settembre 2023).
A livello mediatico, all’IMEC è stato spesso affibbiato il nome di “Via del Cotone”, per contrapporla ancor più esplicitamente alla Via della Seta cinese.
Un altro articolo, pubblicato dall’Atlantic Council lo scorso 21 maggio, sottolineava inoltre la necessità di integrare Trieste con il Baltico e il Mar Nero attraverso la creazione di due corridoi stradali e ferroviari che colleghino il porto giuliano con quelli di Danzica in Polonia e di Costanza in Romania.
Assieme a un terzo corridoio fra Danzica e Costanza, tali direttrici andrebbero a formare i lati di un triangolo di trasporti in grado di unire l’Adriatico con gli altri due mari.
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I piani di Israele
di Enrico Tomaselli
La situazione mediorientale somiglia sempre più a una pentola a pressione, che però nessuno ha interesse a far esplodere realmente. Come spesso accade, quando un conflitto deve fare i conti con l’impossibilità di una vittoria sul campo, e con l’incapacità della leadership politica di misurarsi con questa realtà, il rischio maggiore deriva proprio dalla mancanza di una prospettiva chiara, e quindi dal fatto che la guerra – lasciata a sé stessa – finisca per prendere vita propria, scivolando verso la catastrofe senza che nessuno lo voglia effettivamente.
Per quanto ritenga che i rischi effettivi di un ricorso alle armi nucleari siano sempre sopravvalutati (il che, in fondo, è parte della strategia di deterrenza che le caratterizza), bisogna riconoscere che siamo qui di fronte a una congiuntura assai particolare. Da un lato, infatti, abbiamo uno stato – Israele – impegnato in un conflitto che non è in condizione di vincere militarmente, che non può sostenere a lungo socialmente ed economicamente, e che non può politicamente permettersi di perdere. Dall’altro, abbiamo il governo più estremista e fanatico della storia di questo paese, che sia per interessi e ambizioni personali (Netanyahu) che per delirio messianico (Ben Gvir, Smotrich), è disposto a tutto.
Sullo sfondo, aleggia l’ombra della semi-segreta e famigerata Direttiva Sansone [1] – una sorta di estensione ancor più delirante dell’ormai ben nota Direttiva Annibale. In base a questa folle clausola, qualora lo stato ebraico percepisse di trovarsi in una condizione in cui la sua stessa esistenza fosse minacciata, e non vi fosse alcuna realistica possibilità di annullare la minaccia, l’intero arsenale nucleare del paese (stimato in circa 300 testate) verrebbe lanciato contro paesi nemici e amici, col preciso intento di scatenare un conflitto nucleare globale – muoia Sansone e tutti i filistei, appunto – secondo una logica suprematista e razzista, per cui un mondo senza ebrei (in realtà senza sionisti, poiché circa solo la metà degli ebrei vive in Israele) non merita di esistere.
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Le tensioni tra Usa e Cina e lo stato di salute del capitalismo mondiale
di Raffaele Sciortino
Benjamin Bürbaumer, Chine/ Ètats-Unis, le capitalisme contre la mondialisation, Paris, La Découverte, 2024
Nella letteratura sullo stato delle relazioni sino-americane non è affatto facile ritagliarsi uno spazio. A maggior ragione se il focus è non su aspetti particolari ma sul quadro complessivo, nello spazio e nel tempo, dello scontro che va delineandosi tra Stati Uniti e Cina Popolare. Ciò vale in particolare per gli studi europei non in lingua inglese, sui quali pesa la scarsa attenzione per un tema che il pubblico continentale percepisce sì come cruciale ma tende a vivere da spettatore passivo. Gioco forza, data la crescente irrilevanza della Unione Europea nel quadro economico e geopolitico mondiale. Rappresenta una parziale eccezione la Francia, per ragioni che rimandano vuoi alle mai scomparse velleità geopolitiche vuoi alla percezione del declino interno e internazionale del paese.
Dopo la pubblicazione tra il 2022 e il 2023 di alcuni lavori in lingua francese sulla competizione tra le due potenze[1], è da poco uscito su questo tema il lavoro di un giovane studioso di economia politica internazionale, Chine/ Ètats-Unis, le capitalisme contre la mondialisation di Benjamin Bürbaumer. Mentre fin qui il focus delle analisi si è per lo più incentrato sull’ambito della politica internazionale, ciò che caratterizza in positivo questo studio è il rifiuto esplicito di un approccio che fa della geopolitica una dinamica separata e in ultima istanza decisiva incentrata oltretutto sulla relazione tra attori nazionali. La tendenza allo scontro Usa/Cina parla innanzitutto dello stato di salute del sistema capitalistico mondiale e della parabola paradossale della globalizzazione (che gli autori francesi chiamano mondializzazione). Paradossale a misura che il “nodo mondializzazione-finanziarizzazione” – il cui asse, vedremo, si è costituito proprio intorno alla relazione Stati Uniti/Cina – ha sì permesso al capitalismo mondiale la fuoriuscita dalla crisi degli anni Settanta, ma alla condizione di innescare l’ascesa di un potente rivale del capitale occidentale che è oggi arrivato a contestare la “supervisione” statunitense della mondializzazione stessa.
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Lo schwerpunkt è nel Donbass
di Enrico Tomaselli
La rovina dell’Ucraina è stata affidarsi alla NATO, credendo fosse davvero l’invincibile potenza che millantava di essere. Certo, questo ha consentito l’arricchirsi della sua leadership, e la corruzione diffusa a ogni livello ha favorito non solo l’accumulo di grandi fortune ma anche una più capillare redistribuzione del reddito, ma in termini collettivi, nazionali, questa scelta di campo è stata esiziale. La devastazione economica, sociale, demografica, è talmente evidente che non vale neanche la pena discuterne. Meno evidente, invece, è l’effetto deleterio che ha avuto la subalternità militare, ovvero l’imposizione alle forze armate di Kiev di un modello strategico, operativo e tattico ritagliato su quello NATO, al quale non solo erano impreparate (e inadeguate), ma che è risultato pericolosamente sbagliato.
Lo si è detto già numerose volte, la dottrina militare statunitense – quindi quella occidentale in generale – è ancora fondata su alcuni pilastri concettuali che però non trovano più riscontro nella realtà. Il primo di questi pilastri, è l’idea della propria assoluta supremazia tecnologica, che dovrebbe assicurare di per sé un dominio indiscusso. Il secondo è, conseguentemente, la capacità di infliggere perdite decisive già nella prima fase di un conflitto. Il terzo, anch’esso conseguente, è la convinzione di poter conseguire la vittoria in tempi rapidi.
Questi tre assunti convergono a delineare un modello di conflitto caratterizzato dall’assoluta asimmetria; non a caso, del resto, la dottrina strategica statunitense è a sua volta fondata sul principio di impedire il sorgere di una potenza con capacità equivalenti.
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Crisi strategica di Israele e crescente rischio di un conflitto regionale
di Roberto Iannuzzi
Il crollo del paradigma israeliano della deterrenza, la deriva etnonazionalista del paese, e il rischio di una nuova “Nakba” palestinese, spingono la regione mediorientale verso l’abisso
Lo sciopero generale è l’ultimo nemico, in ordine di tempo, del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Il ritrovamento dei corpi di 6 ostaggi nei tunnel di Rafah che, secondo il governo, Hamas avrebbe ucciso all’approssimarsi dell’esercito israeliano, ha scatenato l’ira popolare contro il primo ministro e il suo esecutivo, accusati di aver troppo a lungo sabotato il negoziato per il rilascio degli ostaggi.
In quasi 300.000 sono scesi in piazza a Tel Aviv, dando vita alla più ampia manifestazione di protesta dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, mentre altre 200.000 persone sfilavano a livello nazionale.
Ma Netanyahu pare inarrestabile. Parlando ai giornalisti riuniti in conferenza stampa, ha ribadito che non intende abbandonare il Corridoio Philadelphia, l’esile striscia di terra lungo il confine con l’Egitto che né il Cairo né Hamas ritengono accettabile rimanga sotto il controllo israeliano nel caso di un cessate il fuoco.
Una simile decisione è stata criticata da Washington e dagli stessi vertici militari israeliani, i quali hanno confermato al loro premier di poter riacquistare il controllo del Corridoio in ogni momento qualora dovesse ricominciare il contrabbando di armi fra Egitto e Gaza (contrabbando peraltro negato sia dal Cairo che da Hamas).
La scelta di Netanyahu, di fatto, condanna al fallimento i negoziati per il raggiungimento di una tregua, allontanando a tempo indeterminato la prospettiva di una sospensione permanente delle ostilità.
Un perpetuo stato di contraddizione
Che le proteste di piazza possano portare a un ripensamento del premier al momento pare poco verosimile.
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Un terremoto politico nella Germania (e nell’UE) in crisi
di Il Pungolo Rosso
Le elezioni di domenica in Turingia e Sassonia, per quanto abbiano coinvolto meno del 10% della popolazione totale della Germania, sono state senza dubbio una scossa tellurica nella politica tedesca e, di conseguenza, europea.
L’affermazione prepotente dell’AfD nella destra e quella della BSW, l’Alleanza Sahra Wagenknecht, nella (per così dire) sinistra indicano, dopo le europee, una chiara linea di tendenza, probabilmente non di breve periodo.
Sulla stampa italiana assatanata di russofobìa, la chiave di lettura dominante è quella della vittoria dei filo-russi o filo-putiniani. Certo, dopo la batosta elettorale subita dal bellicista Macron, questa seconda legnata sulla testa di una coalizione come quella di Berlino sempre più allineata agli ordini dei comandi NATO, riempie Putin e i suoi di soddisfazione. Veder precipitare nel baratro dopo la Truss e Sunak, anche la belva verde Baerbock e l’ameba Scholz, pronto a firmare ogni fornitura di armi a Kiev fino all’istante prima rifiutata… li si può capire. Per noi le cose, però, stanno diversamente. E sebbene il fattore guerra in Ucraina sia stato di grande peso negli esiti delle ultime elezioni, bisogna scavare più a fondo: guardare ai cambiamenti in atto da tempo, da molto prima del febbraio 2022 (che li ha solo accelerati), nella divisione internazionale del lavoro e all’acutizzazione della concorrenza internazionale che hanno penalizzato tanto la Germania quanto l’UE provocando in tutti i paesi europei, i più ricchi inclusi, un crescente malessere sociale.
Da almeno cinque anni la Germania ha cessato di essere il traino dell’economia europea ed è entrata in stagnazione. È venuto al pettine un triplo nodo su cui ora l’economia tedesca è incagliata, con inevitabili riflessi sulla vita sociale e politica del paese: il boom post-unificazione fondato sul lavoro e le materie prime a basso costo, l’ossessione del pareggio di bilancio, il rapporto con gli Stati Uniti.
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UCRAINA: accordo o ripida discesa agli inferi, per tutti
di Vittorio Stano
...la PACE non può essere mantenuta con la forza. Può essere raggiunta solo con la comprensione (ALBERT EINSTEIN).
…Le vittime di una guerra, qualsiasi guerra, sono sempre i civili che non hanno colpe. Ecco perché la guerra è sbagliata in sé (GINO STRADA).
Nessuno può essere così folle da preferire la guerra alla PACE: con la PACE i figli seppelliscono i padri, con la guerra i padri seppelliscono i figli (CRESO, re della Lidia, 560-546 a.C.).
Il modesto attore ucraino giurò al suo popolo di voler ricucire i rapporti con la Russia e porre fine alla guerra nel Donbass, applicando quanto stabilito negli Accordi di Minsk.
Questo gli consentì un tondo 73% di preferenze alle elezioni presidenziali del 2019. Ma farà il contrario ! Dopo pochi mesi al potere, essendo finanziato da oligarchi del peso di Kolomojskyj *(1), si compatta sulle posizioni di estrema destra. Il suo governo premerà di nuovo sull’acceleratore dell’integrazione atlantica e della contrapposizione frontale alla Russia, irrigidendo ulteriormente la politica linguistica.
Oggi la maggioranza degli ucraini è convinta che il governo stia andando nella direzione sbagliata. Il limite di sopportazione del popolo ucraino sarà presto raggiunto. I russi continuano ad avanzare sui campi di battaglia, distruggendo le risorse energetiche dell’Ucraina, mettendo sotto pressione la popolazione di quel paese. Molti, nelle stanze del potere, temono un cedimento interno del paese più povero d’ Europa.
La “spensierata” classe dirigente ucraina sarà costretta, a breve, a capire l’ effetto delle proprie scelte e dei propri errori sulla trama degli accadimenti umani. Intanto , il “bel” risultato accumulato in due anni di guerra è la distruzione del paese, con le sue perdite umane e territoriali e il peggioramento della sua posizione al tavolo negoziale.
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Kursk: invasione del territorio russo pianificata dall’Occidente?
di Roberto Iannuzzi
Capovolgere la narrazione del conflitto e rafforzare il fronte bellicista occidentale fra gli obiettivi di un’azione volta a mettere in difficoltà Mosca innanzitutto da un punto di vista mediatico
L’incursione ucraina a sorpresa nell’oblast di Kursk ha rappresentato un punto di svolta nella guerra, un cambiamento in grado di conferire a Kiev nuovo potere contrattuale per negoziare da una posizione di forza la fine del conflitto?
Sebbene siano queste le tesi trionfalistiche di una parte consistente della stampa occidentale, non ci sono elementi concreti che lascino presagire un simile esito.
L’episodio segna tuttavia una pericolosa escalation nella misura in cui vi sono indicazioni che alcuni paesi occidentali abbiano direttamente partecipato alla pianificazione e realizzazione dell’invasione di un pezzo di territorio russo.
La vista di carri armati, blindati e altri sistemi d’arma occidentali impegnati nella conquista di terre russe per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale è certamente un evento il cui impatto non può essere sottovalutato.
Senz’altro Kiev ha colto di sorpresa i vertici militari di Mosca, penetrando rapidamente per una trentina di chilometri in terra nemica a partire dal 6 agosto, catturando decine di piccole città e villaggi, e provocando l’evacuazione di oltre 100.000 cittadini russi.
Questo iniziale successo ha generato una quantità impressionante di commenti ottimistici sui media occidentali, incentrati sull’idea che l’Ucraina può riprendere l’iniziativa sul campo di battaglia.
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La quarta guerra
di Enrico Tomaselli
Ormai trascorso anche il decimo mese di guerra, il conflitto a Gaza – la guerra più lunga mai sostenuta da Israele – si rivela sempre più come un insanabile fattore di stress per la società israeliana. Le criticità che stanno emergendo sempre più, mostrando le crepe che si aprono nella società, sono però figlie dirette del fallimento militare – e questo è un elemento deflagrante per Israele.
Sin da prima del 1948, il movimento sionista ha immaginato lo stato ebraico come uno stato guerriero, eternamente in conflitto con i suoi vicini, e la cui sopravvivenza era ineluttabilmente legata alla capacità di esercitare un sovrastante potere militare. Una deterrenza che richiedeva, tra l’altro, il ricorrente esercizio attivo della forza, sia per ribadire il potere deterrente, sia per mantenere costantemente i paesi arabi in una condizione di soggezione sia psicologica che militare.
Per fare ciò, i governi israeliani hanno sempre adottato il classico schema occidentale, ovvero la supremazia tecnologica combinata con una strategia aggressiva, basata sull’annichilimento del nemico in tempi estremamente brevi. Le tre guerre precedenti, sostenute da Israele, sono state rapide e ad alta intensità. Questo modello, vincente, ha quindi uniformato non solo le forze armate, ma l’intera società – che, appunto in quanto società guerriera, è costantemente armi al piede.
Il rapporto tra forze armate e società è estremamente molto più stretto che non altrove, e segnatamente che nelle società occidentali; non solo per via di una leva lunga e ambisessi, o per il frequente richiamo in servizio dei riservisti, ma per la rilevanza che la carriera militare assume spesso in quella politica.
Questo modello, fondativo sotto ogni profilo, è entrato in crisi il 7 ottobre 2023, ed è poi via via andato sgretolandosi, sino a mettere in crisi esistenziale lo stesso stato ebraico.
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Il veleno dell’etica della contorsione
di Alberto Bradanini
1. Invereconde devono qualificarsi le contorsioni logiche, ancor prima che etiche, con cui i venditori di morte del Regno del Bene e della Democrazia (venduta alla plebe semicolta come Potere del Popolo) tentano di giustificare le atrocità di cui si macchiano la coscienza. L’onestà intellettuale è merce rara nel mondo distopico che ci circonda, mentre è chiaro come il sole che tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo sul palcoscenico mainstream (ma proprio tutto!) impedisce ogni ipotetico avvicinamento del corso della verità a quello della realtà. Non è dunque tempo perduto tornare a riflettere su tutto ciò, tanto più che, secondo i saggi del passsato, repetita iuvant.
Solo una mente educata – affermava Aristotele – è in grado di comprendere un pensiero diverso dal suo senza la necessità di accettarlo. La Macchina occidentale della Menzogna è ormai un mostro dalle mille teste, costruisce notizie su misura come i sarti di un tempo, impedisce di dar senso agli eventi e sopprime ogni sussulto di quell’educazione critica che Aristotele suggeriva quale intreccio ideale di garbo, ascolto e crescita intellettuale.
Il potere generatore di spazzatura dell’impero malato infesta il nostro vivere come uno sciame di mosche in una latrina, servendosi di uno stuolo di maggiordomi – comodamente reperibili, purtroppo, sul palcoscenico politico/burocratico, mediatico e accademico – che in cambio di onori, carriere e denari, ha il compito di divertire le plebi inebetite da consumismo e mercificazione, o dall’angoscia di soccombere in una società spietata, mentre la spazzatura mediatica sfida persino la legge di gravità.
Se interporre una distanza siderale tra noi e tutto ciò non risolve il problema, ça va sans dire, consente però di tener in vita gli eterni ideali che danno senso all’esistenza, di infastidire insieme la coscienza dell’oppressore e la sonnolenza di qualche suddito, oltre che (e non è poco!) di non passare per imbecilli.
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Dal Bangladesh al Venezuela: gli USA nel panico tornano a puntare tutto sulle Rivoluzioni Colorate
di Ottolinatv
“Farò in modo che l’America disponga sempre della forza militare più forte e letale del mondo”: nel comizio conclusivo della kermesse di Chicago, Kabala Harris non ha usato mezzi termini e, a vedere dalle reazioni, direi che ha fatto bene; da Senza Speranza a Faccia da schiaffi Provenzano, passando per la Ocasio Cortez e Bernie Sanders, come immancabilmente accade ormai da decenni, all’establishment democratico basta sventolare lo spauracchio del ritorno del fascismo immaginario per costruire un blocco compatto a sostegno del fascismo vero della guerra imperialista senza se e senza ma. Purtroppo per la Harris però – al netto dei trionfi passeggeri delle campagne di public relation all’interno della sinistra ZTL – non saranno i sorrisi a 36 denti di Speranza e Provenzano a determinare l’andamento concreto della guerra sul campo; ed ecco così che dall’Ucraina al Pacifico, passando per il Medio Oriente, i 3 fronti della guerra totale dell’imperialismo a guida USA contro il resto del mondo, ultimamente per analfoliberali e finto-sovranisti sono piuttosto avari di buone notizie: la fantomatica offensiva ucraina nell’oblast russo di Kursk, che aveva riacceso i sogni di mezza estate della propaganda di regime, si sta rivelando sempre più chiaramente una mossa disperata e controproducente che spiana la strada all’avanzata del Cremlino nel Donbass.
Ultima possibilità di fuga: gli ucraini fuggono da Pokrovsk mentre i russi avanzano titolava a 6 colonne venerdì scorso un rassegnato Washington Post; “Mentre i soldati ucraini lottano per respingere ondate di combattenti russi” recitava il sottotitolo “i civili fuggono da Pokrovsk, una città un tempo ritenuta lontana dalla linea del fronte”.
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Nessuna linea rossa
di Enrico Tomaselli
Una cosa di cui talvolta ci dimentichiamo, è che le persone – i popoli – guardano agli avvenimenti alla luce della propria storia, della propria cultura, che a volte possono essere anche significativamente diverse. Questo vale ovviamente per qualsiasi cosa, e quindi anche la guerra non vi fa eccezione. Se poi consideriamo che la guerra è davvero un insieme di avvenimenti decisamente esplosivo, oltre che fattualmente anche in senso figurato, e pertanto estremamente mutevole, soggetto a una dinamica costante e, in certo qual modo, dotato di vita propria, è facile comprendere come un diverso sguardo culturale si rifletta, inevitabilmente, non solo sulla percezione della guerra, ma anche sulla sua condotta.
L’arte occidentale della guerra, ad esempio, è profondamente segnata dall’idea dell’attacco – anche perché praticamente tutte le guerre occidentali sono state, storicamente, guerre di espansione.
Dal punto di vista occidentale, dunque, la guerra è prevalentemente un fatto offensivo. L’Europa, nel corso della sua storia, ha visto sostanzialmente tre grandi invasioni, nessuna delle quali l’ha mai conquistata interamente: quella mongola, quella islamica e quella ottomana. Viceversa, ha portato la guerra in ogni angolo del mondo, anche il più remoto.
Questa visione dell’azione bellica è così radicata nella nostra cultura, che ci risulta difficile concepire diversamente l’atto guerresco. E, indipendentemente dall’andamento del conflitto, esso è concepito intorno all’idea dell’azione risolutiva. Dalla falange macedone al first strike nucleare, è questo il fil rouge del pensiero militare occidentale.
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La Serbia è a rischio sfinimento ed esplosione
Assediata da minacce, ricatti e provocazioni quotidiane
A cura di Enrico Vigna
Dai continui arresti di serbi kosovari con inconcepibili accuse relative a fatti di 25 anni fa, alla chiusura delle istituzioni statali serbe nel nord della provincia, con violenze e attacchi quotidiani ai serbi delle enclavi. Dalle minacce di morte al presidente Vucic alla pianificazione sempre più operativa di un “Maidan” serbo. Dalle pressioni per l’imposizione di sanzioni alla Russia, addirittura a diffide contro la Chiesa Ortodossa serba, dalle continue proteste di piazza, ai ricatti e minacce alla Repubblica Serba di Bosnia e al suo presidente Dodik, con il tentativo di rompere le relazioni fraterne con Belgrado. E, in ultimo, la controversa e dirompente questione circa il litio, la Serbia si trova in una situazione perennemente sotto ricatto e a rischio esplosione.
Al di là degli aspetti contingenti è ormai delineata e praticata da anni, una strategia di affossamento e di sottomissione della dirigenza nazionale serba, non asservita a interessi stranieri o ai diktat occidentali. La domanda che molti esperti e osservatori internazionali indipendenti si pongono è, se la Serbia riuscirà a mantenere un proprio governo che risponda prima di tutto a interessi nazionali o la pressione salirà a livelli non più controllabili?
Questa è in sintesi la situazione odierna nel paese balcanico.
MAIDAN serbo?
Il vice primo ministro della Repubblica di Serbia, A. Vulin ha pubblicamente denunciato che l’opposizione nel paese sta preparando uno scenario “Maidan” in Serbia.
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Vincenzo Maddaloni: Un puzzo di Reich aleggia su Berlino
Fabrizio Verde: Il rublo russo (+38%) e la figuraccia dei media occidentali
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Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto





































