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Piano A, piano B

di Enrico Tomaselli

Schermata del 2025 02 19 19 32 58.pngLa presidenza Trump – quello che rappresenta ed esprime – è ancora ai suoi esordi, per quanto rutilanti, non è quindi facile comprendere a fondo come si svilupperà, in quale direzione (e soprattutto come) cercherà di portare l’America – e il mondo. Alcuni elementi cominciano però a chiarirsi, e si incistano su quanto si poteva, anche facilmente, prevedere, già dal modo in cui è stata condotta la campagna elettorale.

Il primo di questi elementi è che gran parte dell’azione della nuova amministrazione è rivolta all’interno degli Stati Uniti; rifare grande l’America, nella visione di quel pezzo di potere statunitense che ha portato Trump alla Casa Bianca, significa innanzi tutto smantellare radicalmente quell’intreccio di apparati e istituzioni messo in piedi durante i decenni di dominio neocon-dem. Un’opera alla quale la squadra di Trump si sta dedicando con vigore – e, si direbbe, con un certo stupore da parte delle sue vittime – ma che, al di là degli effetti mediatici, necessita di tempo per produrre effetti concreti. Ovviamente è più facile la parte destruens, alla quale comunque presto si opporrà la resistenza degli stessi apparati [1], al momento ancora frastornati, ma prima o poi dovrà essere affrontata la questione del come / con cosa sostituirli. E questo sarà più lungo e più complesso.

L’altro elemento, fortemente caratterizzato dalla personalità del neo-presidente, è il medesimo approccio sbrigativo, ruvido – e in ultima analisi aggressivo – applicato sul piano internazionale. In un certo senso, simbolicamente riassumibile nella decisione di rinominare il Golfo del Messico in Golfo dell’America, ovvero una decisione unilaterale, sostanzialmente limitata negli effetti concreti ma di grande visibilità, e che soprattutto rilancia un’immagine muscolare degli Stati Uniti, che hanno deciso di mettere da parte le formalità diplomatiche e di riaffermare sin dai toni il proprio potere egemonico.

Ovviamente qui, come si suol dire, casca l’asino, perché se si tratta di rifare grande l’America, significa che a non esserlo più non è soltanto la sua immagine percepita, e quindi questo genere di maquillage non solo non è sufficiente, ma rischia di avere un effetto boomerang. Perché è tutta la realtà globale a essere mutata, non soltanto gli USA, e rifiutare di vedere la realtà è il primo passo per compromettere qualsiasi tentativo di cambiarla.

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Il materiale, l'immateriale e il conflitto

di Piero Pagliani

ukraine 7055808 192.2e16d0ba.fill 1920x1080 c100.format webp.webpquality 40Andrei Martyanov è un ex ufficiale di marina russo che dissoltasi l'URSS si è trasferito negli Stati Uniti di cui è diventato cittadino. Pluridiplomato in prestigiose accademie militari sovietiche ha una solida formazione scientifica. Ritiene che la scarsa formazione nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) degli attuali ufficiali statunitensi e NATO sia una delle cause per cui l'Occidente non ha idea di come si conduca un grande conflitto continentale ad armi combinate come quello in Ucraina. A ciò si aggiunge una impossibilità materiale a combatterlo dovuta alla finanziarizzazione delle economie occidentali e alla loro deindustrializzazione. Non solo, ma proprio la finanziarizzazione secondo Martyanov ha portato a una diminuzione degli studi scientifici. A queste difficoltà se ne aggiunge una storica: gli Stati Uniti, l'unica vera potenza occidentale, non hanno mai combattuto per la propria difesa ma hanno condotto solo “expeditionary wars”.

La sfera di competenza delle analisi di Martyanov riguarda i rapporti di forza militari tra le grandi potenze - intesi nel senso ampio visto sopra - considerati fattori geopolitici dirimenti.

In questa sfera la sua critica è puntuale e informata, specialmente dal punto di vista della “operational art” nella guerra e dei suoi risvolti fisico-matematici.

Alle spalle dei rapporti di forza Martyanov vede dunque la potenza industriale delle nazioni. E la potenza industriale è valutata in base ai suoi “tangibles” in contrapposizione agli “intangibles” finanziari. Fin qui l'analisi è condivisibile, almeno parzialmente (vedremo nella nota [3] che non in tutti i contesti il livello di industrializzazione è un fattore sufficiente per vincere un conflitto tra stati – il Vietnam ne è una riprova; per le guerriglie e le insorgenze, come in Afghanistan, il discorso è ulteriormente diverso).

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Trump e Putin vanno all’incasso in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

3nY8xAoRYiB81XW0bWZlKBPbXYngLYGK.jpgDopo tre anni di retorica sulla democrazia da salvare contro l’autocrazia e la necessità di difendere la libertà e i valori del mondo libero dall’orco russo, Donald Trump ha riportato anche la guerra in Ucraina in un contesto più concreto e di facile comprensione per tutti: soldi, materie prime e interessi!

Dopo il colloquio tra Trump e Putin prende corpo l’ipotesi di un’intesa che veda Russia e Stati Uniti passare all’incasso in Ucraina, in termini di territorio, risorse e sicurezza ai confini per Mosca, in termini economici per Washington che con questa guerra già ha ottenuto il non scontato successo di mettere in ginocchio un’Europa cieca e suicida.

Il presidente statunitense ha chiarito il 10 febbraio di aver ottenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ‘Ucraina paghi gli aiuti americani, che secondo le diverse dichiarazioni di Trump ammonterebbero a 175, poi 200 e infine 300-350 miliardi contro i circa 100 europei.

A Fox News ha detto che gli USA hanno dato l’Ucraina “più di 300 miliardi di dollari, probabilmente 350 miliardi di dollari, e l’Europa è dentro per probabilmente 100 miliardi di dollari, noi siamo dentro per più del doppio”.

A parte il fatto che la Casa Bianca potrebbe dotare il presidente di uno staff che includa consulenti in grado di non far pronunciare al presidente numeri a casaccio, come già fece quando disse che nella Seconda guerra mondiale i sovietici avevano avuto 60 milioni di morti invece dei 27 milioni passati alla Storia che gli vennero poi ricordarti da Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino.

Ciò detto tra 300 e 350 miliardi di dollari di differenza ne passa, e ancor di più tra 175 e 350. E’ interessante notare che Zelensky aveva evidenziato la scorsa e di aver incassato solo 75 miliardi dagli Stati Uniti e di non avere idea di dove fossero finiti gli altri.

Certo l’Ucraina è ultra-corrotta e già diverse istituzioni americane hanno lamentato l’assenza di controllo su armi e denario inviati a Kiev. Esiste però un altro tema che spiega perché le ingenti somme di denaro ufficialmente destinate all’Ucraina non sono mai arrivate a Kiev così come in passato parte dei fondi destinati all’Afghanistan non sono mai arrivati a Kabul.

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La morte improvvisa del “soft power” Usa

di Redazione Contropiano - Jonathan Martin

soft power usa morte.pngIl polverone sollevato da Trump e Musk è tale da confondere un po’ tutti gli osservatori, specie quelli ancora fermi alle giaculatorie “liberal” che contestano la rozzezza dei due tycoon ma naturalmente non ne rallentano neanche per un attimo la spinta eversiva.

E’ utile, in questa situazione, tenere d’occhio quanto accade su una scala magari più limitata, ma controllabile, in modo da intravedere meglio la portata della ristrutturazione reazionaria della superpotenza, le sue conseguenze immediate, i suoi rischi, anche di suicidio.

Nei giorni scorsi abbiamo tenuto un faro di attenzione su UsAid – una complessa e articolata Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) – improvvisamente chiusa per decisione dei due nuovi “boss”.

Stiamo parlando di un programma mondiale di intervento Usa, con un budget di circa 50 miliardi, che copre (copriva?) sia iniziative “umanitarie” vere e proprie sia spazi di manovra per la Cia, “formazione” di giornalisti e finanziamento di testate definite però “indipendenti” operanti in decine di Paesi, fino a operazioni “creative” come la distribuzione di contraccettivi in Afghanistan o campagne pro-Lgpt un po’ in tutto il mondo. Tutto documentato, non chiacchiere…

Insomma: è un’agenzia tuttofare, corrispondente all’immagine che Washington ha voluto dare di sé al mondo fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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Il volto della guerra: Ucraina

di Enrico Tomaselli

110823464 f7174546 0838 4606 a18a 9ecac1148546.jpgL’ormai consolidata attitudine nel guardare agli avvenimenti con uno sguardo da hooligans – che è cosa ben diversa da un occhio partigiano – induce sfortunatamente molti di noi a posizionarci, rispetto anche ad avvenimenti tragici come le guerre, come se si trattasse di scegliere tra curva sud e curva nord. Mentre, ovviamente, la realtà è sempre più complessa e sfaccettata, e per essere davvero compresa e valutata richiede che si metta da parte la propria scelta di campo, cercando innanzitutto di selezionare le notizie e le fonti non in base alla coerenza emotiva col nostro sentire, ma alla loro veridicità.

Sentiamo ad esempio spesso dare, anche da autorevoli esperti, valutazioni diametralmente opposte dei medesimi avvenimenti. Sino a veri e propri contorsionismi verbali, come quello recentemente enunciato dal Segretario generale della NATO Mark Rutte, secondo cui “l’Ucraina non sta perdendo, ma il fronte si sta spostando nella direzione sbagliata”

Non mancano neanche valutazioni superficiali, come quelle che paragonano il conflitto ucraino alla prima guerra mondiale – che fu invece, sostanzialmente una guerra di trincea, senza grandi spostamenti del fronte, e caratterizzata da un inutile reciproco massacro di fanti.

Se proviamo a guardare al conflitto russo-ucraino con uno sguardo non di parte, possiamo invece trarne delle importanti lezioni, che serviranno (probabilmente) agli stati maggiori per ripensare le proprie strategie, e ancor più i propri indirizzi operativi – con tutto ciò che ne consegue. Ma anche, al comune osservatore, per una più aderente comprensione di ciò che si sta evolvendo sul campo di battaglia, e che inevitabilmente si riflette poi anche sul piano politico-diplomatico.

La guerra russo-ucraina, o meglio la guerra Russia-NATO, è caratterizzata sicuramente da alcuni elementi assolutamente nuovi, primo fra tutti il ruolo predominante assunto dai droni.

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intelligence for the people

Gli USA, la lotta globale per l’egemonia e il miraggio dell’intelligenza artificiale

di Roberto Iannuzzi

Mentre arriva la sfida cinese di DeepSeek, la Silicon Valley guarda sempre più al settore militare, proponendo un’alleanza all’establishment USA che teme di perdere l’egemonia mondiale

f01d799f fcd0 47d5 8eaf f51593673fc0 2000x1600.jpgDeepSeek, una startup cinese fino a poco tempo fa pressoché sconosciuta, ha scosso le convinzioni del mondo dell’intelligenza artificiale (IA), a fine gennaio, lanciando un modello linguistico di grandi dimensioni (large language model, LLM) con capacità paragonabili a quelle dei migliori modelli di compagnie americane leader nel settore come OpenAI, Anthropic e Meta.

Per anni, molti hanno dato per scontato che le compagnie della Silicon Valley fossero all’avanguardia nello sviluppo dell’IA, ed essenzialmente destinate a dominare un settore considerato strategico nella lotta per l’egemonia tecnologica mondiale.

DeepSeek R1 è un “modello di ragionamento” in grado di risolvere problemi matematici, logici e di programmazione anche complessi, con prestazioni equiparabili a quelle di OpenAI o1, ma con software “open source” e senza iscrizione a pagamento (richiesta invece da quest’ultimo, che è un modello proprietario).

In più, DeepSeek R1 è stato addestrato a una frazione del costo richiesto da OpenAI o1 (secondo stime tuttavia non unanimemente condivise, l’addestramento avrebbe richiesto circa 6 milioni di dollari), e senza l’impiego di microchip di ultima generazione, la cui esportazione in Cina è proibita dagli USA.

Il lancio del modello “a basso costo” di DeepSeek avviene mentre giganti come Microsoft e Meta si apprestano a spendere rispettivamente 80 e 65 miliardi di dollari nel 2025 in infrastrutture legate all’IA.

Nell’anno appena iniziato, ci si attende che i “magnifici sette” fra le Big Tech americane (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta, e Tesla) investiranno complessivamente almeno 250 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale.

Alla luce dell’exploit di DeepSeek, il timore degli investitori USA è che simili investimenti si rivelino eccessivi, e soprattutto che possano danneggiare la redditività delle grandi compagnie americane, se una startup cinese relativamente piccola può fornire applicazioni di intelligenza artificiale a costi molto più bassi.

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L’implosione imperialista prossima ventura

di Dante Barontini

implosioone imperialista.jpgL’Occidente neoliberista ha scoperto all’improvviso che, a proposito di dazi e guerra commerciale mondiale, Trump e i suoi amici tecnomiliardari facevano sul serio. Ma hanno anche capito con orrore, e parecchio in ritardo, che il bersaglio principale della prime mosse concrete era proprio… l’Occidente.

Il rinvio di un mese per Canada e Messico, entrambi “convinti” a mandare 10.000 soldati a testa per “controllare i confini con gli Usa” – 3.000 km a sud, quasi 9.000 a nord – non cambiano molto. E’ normale provare a trattare ogni singolo passo, prima di affondare i colpi, se si teme un’escalation fuori controllo.

A uno sguardo anche superficiale sui media mainstream lo sconcerto appare serio. L’analisi invece latita – se si usano gli schemi in voga “prima”, inevitabilmente la novità sfugge – e l’immaginare una reazione è tutto un friccicare di intenzioni sparse (“compriamo più gas dagli Usa per tenerli buoni”, da Tajani a Lagarde, che è tutto dire; oppure “anche armi“, ma è Kaja Kallas…) che non risolvono il problema. Strategico.

Uno dei più competenti e dunque preoccupati, Franco Bernabé, ex manager di molte cose importanti (Eni, Telecom, Acciaierie d’Italia, ma anche PetroChina), ha colto un punto: “la presidenza Usa piccona l’ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti”, si tratta di “una svolta ancora più importante di quella dell’89” (la caduta del Muro e lo scioglimento dell’Unione Sovietica).

Altrettanto preoccupata Lucrezia Reichlin – economista “draghiana di ferro”, ma figlia di due icone del Pci e del manifesto come Alfredo Reichlin e Luciana Castellina – che equipara la rottura in corso a quella imposta da Richard Nixon nell’agosto del 1971, quando cancellò la parità tra oro e dollaro, ovvero l’architrave degli accordi di Bretton Woods e del primo ordine postbellico.

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Europa vaso di coccio

di Enrico Tomaselli

I due vasiTradizionalmente, si tende a pensare che i paesi europei – e segnatamente Italia e Germania – siano costretti ad un ruolo subalterno, rispetto agli Stati Uniti, non solo in virtù del ruolo di superpotenza di questi ultimi, ma anche perché ciò farebbe parte dell’eredità della sconfitta subita nella seconda guerra mondiale. In realtà questa tesi è smentita non soltanto dal fatto che ci sono paesi altrettanto subalterni, benché non ascrivibili al novero dei membri dell’Asse, ma anche dal fatto che – proprio nei paesi che persero la guerra – vi sono stati personaggi come Brandt o Moro che, pur nella loro assoluta fedeltà atlantica, erano comunque capaci di una (sia pur parziale) autonomia, che garantisse anche gli interessi nazionali, e non solo quelli imperiali.Basti pensare, appunto, alla Ostpolitik tedesca oppure al posizionamento italiano sulla questione mediorientale negli anni ‘70 del novecento.

Il dato reale è invece che, soprattutto a seguito della nascita dell’Unione Europea, che si è andata strutturando in modo sempre più centralizzato e a-democratico, è via via emersa una generazione di leader post-guerra fredda, estremamente attenta a soddisfare le attese delle varie amministrazioni americane, e che – nella convinzione di potersi con ciò dedicare esclusivamente alla cura del famoso “giardino” – hanno completamente delegato a Washington la difesa dello stesso, sino a perdere del tutto la cognizione stessa che gli interessi nazionali non sempre, e non necessariamente, coincidono con quelli della potenza egemone.Ciò è divenuto particolarmente evidente (e stringente) soprattutto negli ultimi due decenni, quando la saldatura tra neocon e democratici americani ha messo gli USA su una rotta di collisione con la Russia, e conseguentemente ha reso necessario un maggior controllo statunitense sull’Europa, individuata come il principale campo di battaglia per l’egemonia globale.

Questa subalternità, profondamente interiorizzata dalle classi dirigenti europee, ha poi raggiunto, nell’ultimo decennio, livelli di completo autolesionismo, sino alla tacita accettazione di un ruolo sacrificale nel confronto tra Washington e Mosca – coronata dal silenzio tombale con cui è stata registrata la distruzione dei gasdotti North Stream.In questo contesto psico-politico, le élite europee si sono avventurate non soltanto nel sostegno all’Ucraina, ma nell’adozione acritica di una ideologia russofobica senza precedente (e senza fondamento), tanto da diventare in ciò più realisti del re.

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Trump vuole invertire il declino dell’America ma il risultato sarà un fallimento

di Alessandro Scassellati

Trump e i suoi sostenitori vorrebbero opporsi alla corrente della storia, ma potrebbero finire per non avere modo di fermarla ed essere travolti. Queste prime settimane della sua amministrazione potrebbero rappresentare l’apice del potere di Trump, come riconoscono alcuni sostenitori

falce e martello 6.jpegDopo anni di analisi, dibattiti e conflitti su cosa significhi la sua ascesa, il discorso inaugurale di Donald Trump in occasione della sua seconda assunzione della presidenza ha chiarito tutto: lui è il sintomo del declino imperiale che pretende di essere la cura. Il suo discorso inaugurale in occasione del primo mandato si era soffermato sul declino nazionale: la “carneficina americana”. L’apertura del secondo discorso inaugurale, date le pretese monarchiche di Trump, tuttavia, è iniziata con il mito della “nuova età dell’oro”, proponendo un’immagine quasi idilliaca della fine del periodo di difficoltà dell’America, con il paese che dovrà tornare a suscitare quell’invidia e rispetto di cui un tempo godeva tra le potenze della terra. E, molto più chiaramente che nel suo primo discorso inaugurale e mandato, le parole e gli stratagemmi di Trump indicano una visione non solo di competizione, ma di ritorno a un’ascesa comparativa. Vuole che l’America si crogioli al sole della sua precedente vittoria nella competizione degli imperi. Sarà una “nuova entusiasmante era di successo nazionale”.

Sappiamo che Trump è un narcisista, un bullo e un cercatore di accordi che non desidera avere obblighi verso gli altri. Sta creando una monarchia elettorale non soggetta al controllo parlamentare, un sistema in cui tutto il potere è personalizzato e tenuto nelle sue mani, una ricetta certa per flussi distorti di informazioni, corruzione, instabilità e i(nco)mpotenza amministrativa. La miscela di politica, ideologia ed escatologia megalomane è particolarmente importante perché Trump ha legato il destino degli USA alle sue fortune personali come nessun altro presidente prima di lui. Come lui sostiene, la realizzazione del programma America First (arrestare il declino imperiale statunitense) è inestricabilmente legata al suo potere personale.

Sebbene alcuni analisti e commentatori, naturalmente, si oppongono al fatto che gli Stati Uniti siano mai stati un impero, Trump non sembra dubitarne.

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lantidiplomatico

Gli interessi economici dietro la caduta della Repubblica araba siriana

di Maurizio Brignoli*

donna esulta in siria.jpgDietro alle vicende siriane, e non ci riferiamo solo alla recente e repentina caduta di Assad bensì alle origini della guerra nel 2011, vi sono importanti elementi strutturali che meritano di essere presi in considerazione.

Gasdotti e oleodotti

La Siria non occupa una posizione strategica solo per l’Asse della resistenza, che ha infatti subito un duro colpo dato che la caduta del (legittimo) governo siriano aumenta le difficoltà di Teheran nel rifornire di armi Hizballah, ma ha una rilevanza per i diversi progetti, prioritario su tutti quello dell’imperialismo statunitense (con collaborazione dell’imperialismo regionale israeliano) di ridisegnare il Medioriente, che hanno contribuito prima allo scoppio del conflitto nel 2011 e poi all’abbattimento della Repubblica araba siriana tredici anni dopo.

A cavallo fra il 2009 e il 2010 sono stati scoperti nel Mediterraneo orientale giacimenti di gas e petrolio in grado di garantire per 50 anni le riserve mondiali di energia fossile. La conseguente strategia delineata dall’imperialismo occidentale è stata quella di pensare a come sfruttare questi giacimenti in modo da eliminare la dipendenza energetica europea dai rifornimenti provenienti dalla Russia[1], mentre il capitale russo correva ai ripari stipulando una serie di accordi con i paesi rivieraschi (Siria, Libano, Israele, Gaza, Egitto, Turchia e Cipro) per costruire nuove infrastrutture con lo scopo di indirizzare il flusso energetico verso i mercati asiatici puntando al duplice obiettivo di conquistare nuovi clienti e mantenere la posizione egemonica nel rifornire l’Europa. Gli altri paesi interessati alla realizzazione di nuovi corridoi energetici non restavano con le mani in mano, nello specifico per quanto riguarda la Siria nel 2009 il Qatar (potendo anche contare sulla messa fuorigioco dei rifornimenti iraniani all’Europa grazie alle sanzioni) aveva progettato un gasdotto di 5.000 chilometri lungo la direttrice Qatar-Arabia Saudita-Giordania-Siria-Turchia-Ue che avrebbe permesso a Doha di raggiungere più economicamente e rapidamente il mercato europeo al posto del trasporto via nave evitando al contempo le pericolose strozzature dello stretto di Hormuz (facilmente bloccabile dagli iraniani in caso di conflitto), all’Ue di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia e alla Turchia di intascare le tasse di transito.

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fuoricollana 

L’alba di un nuovo equilibrio globale

di Alberto Bradanini

L'impero americano sarà l'ultimo della storia, ma Pechino non intende sostituirsi agli Usa quale dominus unipolare. La via cinese allo sviluppo – stabilità sociale, economia di mercato vigilata, controllo pubblico delle risorse – è un incubo per il capitalismo occidentale

Tramonto sul mare.jpgI bolscevichi giungono alla vittoria persuasi di costituire il primo capitolo della rivoluzione proletaria universale, in un paese dove gli operai erano una sparuta minoranza rispetto ai contadini/schiavi dell’impero zarista.

 

La Cina tra Usa e Urss

Scomparso Lenin e dovendo sopravvivere come avamposto socialista sotto assedio, l’Unione Sovietica di J. Stalin accetta di convivere col mondo borghese in attesa di quella palingenesi proletaria che tuttavia si allontana sempre più. Il vanificarsi di tale speranza avrebbe portato alla russificazione del comunismo, che Mao Zedong, alla fine degli anni ’50, accuserà di esser divenuta l’avamposto dell’imperialismo russo mascherato da internazionalismo proletario.

In Cina, l’aspirazione alla palingenesi sociale si accompagna sin dagli esordi alla lotta contro colonialismo e imperialismo, prima britannico/occidentale, poi giapponese. Nel 1949, sconfitti il Kuomintang e gli americani, l’urgenza è quella di ricostruire un paese sterminato e arretrato, obiettivo che implica stabilità politica. In tali circostanze, il comunismo cinese non può certo impegnarsi in un’ipotetica rivoluzione proletaria universale. Mao era poi persuaso che entrambi, Stati Uniti e Unione Sovietica, puntassero a comprimere la sovranità della Cina, i primi per ragioni imperialistiche, la seconda per consolidare la leadership in seno alla galassia comunista. Lo strappo con l’Urss si consuma nel ‘59 con il rifiuto di Krusciov di fornire a Pechino la tecnologia per l’arma atomica, secondo Mosca perché questo avrebbe impedito la distensione con l’Occidente, in realtà perché ciò avrebbe reso la Cina ancor più svincolata dall’Unione Sovietica.

Nel 1969, con gli incidenti sull’Ussuri si giunge a un passo da un conflitto aperto. Il rischio d’isolamento e le tensioni con l’Urss, dunque, convincono Mao ad assecondare l’intento di Washington di giocare la carta cinese in funzione antisovietica, mentre a sua volta guarda all’ingresso della Cina alle N.U.[i] al posto di Taiwan (obiettivo poi raggiunto il 25 ottobre 1971).

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Quanto vale l’accordo di partnership strategica tra Russa e Iran?

di Roberto Iannuzzi

Le potenzialità di cooperazione fra Mosca e Teheran sono promettenti, se i due paesi riusciranno a escogitare sistemi comuni per sfuggire alle sanzioni. Resta l’incognita della stabilità regionale

61db4a8b f683 41d1 a06a cbfeb6ca7dd1 940x580Appena tre giorni prima dell’inaugurazione della presidenza Trump, lo scorso 17 gennaio, Russia e Iran hanno firmato dopo lunghe trattative un atteso “accordo di partenariato strategico globale”.

La coincidenza è stata rilevata soprattutto dai commentatori occidentali, i quali hanno ricordato l’aiuto fornito da Teheran a Mosca sul teatro di guerra ucraino (in particolare attraverso l’invio di droni di fabbricazione iraniana).

Essi hanno anche menzionato il fatto che il nuovo presidente americano ha preannunciato un atteggiamento duro nei confronti dell’Iran, ed ha invece promesso di porre fine al conflitto in Ucraina, sebbene non sia assolutamente certo in qual modo, e (a detta dello stesso Trump)non sia escluso un inasprimento delle sanzioni contro Mosca.

Dal canto suo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha negato che vi fosse qualche relazione tra la firma dell’accordo e l’insediamento di Trump, ma l’evento ha segnato senza dubbio un ulteriore rafforzamento delle relazioni fra due paesi che sono entrambi oggetto di un duro embargo occidentale ed hanno rapporti conflittuali con l’Occidente.

La firma del trattato è avvenuta al Cremlino, in occasione della visita a Mosca del presidente iraniano Masoud Pezeshkian a capo di una nutrita delegazione.

Questo evento lungamente atteso si inserisce in una fase in cui soprattutto l’Iran si sente minacciato “dall’amministrazione Trump, da Israele, dal crollo del regime siriano, dal collasso di Hezbollah”, ha affermato Nikita Smagin, analista che ha lavorato per i media governativi russi a Teheran prima dello scoppio del conflitto ucraino.

Tra gli osservatori, vi è chi ha descritto l’intesa come una “svolta epocale” e chi l’ha sminuita definendola vaga e inferiore alle aspettative.

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fuoricollana

Cina, Europa e il nuovo corso trumpiano

di Alessandro Volpi

Il 2025 potrebbe essere l’anno del grande compromesso o quello dello scontro decisivo tra Cina e Usa. La vittoria di Trump accentuerà la spinta verso un'Europa più dominata dalla finanza, meno sociale e più impegnata per la “rinascita” della manifattura bellica

1737561889 trump coin.jpgIl successo elettorale di Trump e la composizione della sua squadra sembrano aprire un varco nello strapotere delle “Big Three” – BlackRock, Vanguard e State Street – e rendono assai più critica l’idea di un’Europa delle esportazioni verso gli Stati Uniti. In questa prospettiva, i vertici della finanza europea paiono intenzionati a reagire e dare corpo a un pezzo del “progetto Draghi”, non a caso immaginato come possibile presidente della Commissione europea in caso di eccessiva debolezza della Von der Leyen.

 

La vittoria di Trump potrebbe accelerare l’attuazione del piano Draghi

Prima l’allarme lanciato dalla Bce sulla possibile bolla, sul punto di esplodere, generata dall’eccessiva concentrazione del valore azionario delle Borse americane, poi l’insistenza, sempre a opera di Madame Lagarde, sull’urgenza di creare un mercato unico dei capitali europei, superando l’attuale frammentazione sono segnali che paiono muoversi in tale direzione. L’obiettivo di queste mosse infatti è possibile che sia quello di evitare la costante trasmigrazione dei 33 mila miliardi di euro di risparmio europeo verso i titoli degli Stati Uniti. Il messaggio di Lagarde è chiaro: i colossi del risparmio gestito Usa dovranno fare i conti, dopo anni, con un governo non troppo amico, e quindi saranno più deboli, meno in grado di garantire super dividendi, come del resto sta dimostrando il caso Nvidia, a cui sembra svanita la patina di imbattibilità. La società quotata con la maggiore capitalizzazione al mondo, infatti, ha presentato la terza trimestrale 2024 con risultati record; i profitti sono raddoppiati, arrivando a 19,3 miliardi di dollari e il giro d’affari è cresciuto del 94 per cento superando i 35 miliardi. Nonostante questo, il titolo Nvidia ha perso valore, segnando un chiaro rallentamento rispetto a una corsa che sembrava inarrestabile. Forse la guerra interna al capitalismo finanziario USA sta facendosi sentire e non bastano neppure gli ottimi risultati della società dell’Intelligenza artificiale a sostenerne il titolo.

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lafionda

La guerra persa in Ucraina e il fallimento di Ursula von der Leyen

di Enrico Grazzini

Immagine 2024 09 20T110946Z 1561758593 RC2A4AA7QETH RTRMADP 5 UKRAINE CRISIS EU.jpgE’ molto probabile che Ursula von der Leyen, la presidente tedesca della Commissione Europea, non verrà neppure invitata ai colloqui di pace che il presidente americano Donald Trump intende avviare sull’Ucraina con la Russia di Vladimir Putin. Se Trump riuscisse a mantenere le sue promesse di pace sull’Ucraina, come è possibile, molto difficilmente l’accordo con la Russia vedrà la partecipazione dell’Unione Europea. Ma se l’Europa non dovesse neppure partecipare alle trattative sull’Ucraina la von der Leyen dovrebbe per dignità dimettersi.

Con Trump al potere negli USA tutto cambia anche per l’Europa: per il neopresidente statunitense la UE è praticamente irrilevante, un competitor fragile, un consorzio commerciale da disgregare. La Russia e la Cina sono invee potenze da rispettare. Occorre prendere atto che con la sua elezione alla Casa Bianca l’Occidente è finito, si è rotto in mille pezzi. La UE forse non se ne è ancora accorta, ma l’America di Trump non è più l’alleato principale, è un duro avversario, e potrebbe diventare anche un nemico. Trump non è un isolazionista come lo erano i conservatori americani dei vecchi tempi: è invece un presidente imperiale che vuole rompere l’Unione Europea e trattare gli Stati europei come se fossero semicolonie del sud America!

Secondo Donald Trump i rapporti internazionali si basano solo sulla forza. I valori dell’Occidente liberale e democratico sono apertamente rinnegati dall’America di Trump: l’Occidente perde così la sua autorità morale e ideologica di fronte al resto del mondo. Un fatto è certo: i rapporti tra la UE e gli Stati Uniti diventeranno sempre più conflittuali, probabilmente ancora più conflittuali di quelli con la Cina. Anche considerando che Trump vuole che la Danimarca, stato membro della UE, ceda la Groenlandia. Ma la UE della von der Leyen non è mai stata debole come oggi.

Il bersaglio più facile di Trump è proprio la von der Leyen che ha finora stupidamente e irresponsabilmente perseguito la linea del vecchio presidente Joe Biden e della Nato[1] di escalation nella guerra con la Russia.

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comedonchisciotte.org

La bomba cinese DeepSeek fa vacillare l’oneroso progetto da 500 miliardi di dollari di Trump per l’intelligenza artificiale

di Mike Whitney

titolo 8.jpgIl futuro dell’umanità si sta decidendo mentre parliamo. E non si sta decidendo su un campo di battaglia nell’Europa dell’Est, in Medio Oriente o nello Stretto di Taiwan, ma nei centri dati e nelle strutture di ricerca dove gli esperti di tecnologia creano “l’infrastruttura fisica e virtuale per alimentare la prossima generazione di intelligenza artificiale”. Si tratta di un vero e proprio scontro a fuoco che ha già fatto diverse vittime, anche se non si direbbe leggendo i titoli dei giornali, che di solito ignorano i recenti sviluppi “catastrofici”. Ma, quando martedì il Presidente Trump ha annunciato il lancio di un progetto infrastrutturale per l’intelligenza artificiale da 500 miliardi di dollari (Stargate), poche ore dopo che la Cina aveva rilasciato il suo DeepSeek R1 – che “supera i suoi rivali nelle capacità avanzate di codifica, matematica e conoscenza generale” – è diventato dolorosamente ovvio che la battaglia per il futuro “è iniziata” in grande stile. E non è una battaglia che nessuna delle due parti può permettersi di perdere. Ecco come ha riassunto la cosa l’esperto di tecnologia Adam Button:

Immaginate di essere tornati nel 2017 e che l’iPhone X sia stato appena presentato al pubblico. Allora veniva venduto a 999 dollari e Apple, con le vendite alle stelle, stava costruendo un ampio fossato intorno al suo ecosistema.

Ora immaginate che, solo pochi giorni dopo, un’altra azienda avesse presentato un telefono e una piattaforma uguali in tutto e per tutto, se non migliore, al prezzo di soli 30 dollari.

Questo è ciò che si è verificato oggi nello spazio AI. La cinese DeepSeek ha rilasciato un modello opensource che funziona alla pari con gli ultimi modelli di OpenAI, ma che costa una frazione minima. Inoltre, è possibile scaricarlo ed eseguirlo gratuitamente (con l’unica spesa dell’energia elettrica).

Il prodotto rappresenta un enorme balzo in avanti in termini di scalabilità ed efficienza e potrebbe ribaltare le aspettative sulla quantità di potenza e di calcolo necessaria per gestire la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.