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I fronti ucraini, il summit dei BRICS in Russia e la “strategia dello struzzo”
di Gianandrea Gaiani
Il vertice del BRICS tenutosi a Kazan (Russia) è stato ampiamente trascurato da molti media occidentali. Dopo il primo giorno di lavori non se ne trovava traccia sulle prime pagine di nessun grande quotidiano italiano e lo stesso approccio veniva evidenziato da qualche osservatore sulla stampa britannica. Il giorno successivo solo due quotidiani italiani hanno messo il summit in prima pagina ma solo per evidenziare le critiche alla presenza del segretario generale dell’ONU all’evento.
Un distacco mediatico che coincide in buona parte con quello (di facciata) della politica, forse non casuale, da abbinare alla scomparsa da prime pagine, TG e persino agenzie di stampa occidentali dei resoconti dai fronti ucraini dove si moltiplicano di giorno in giorno le avanzate russe e i centri abitati liberati od occupati (a seconda dei punti di vista) dalle truppe di Mosca.
Una “strategia dello struzzo” (dalla leggenda infondata che lo struzzo infili la testa nella sabbia per non vedere le minacce) che non ci risparmierà dall’impatto con la cruda realtà.
Fenomeno peraltro non nuovo: basti ricordare che la lunghissima battaglia di Bakhmut, a cui sono state dedicate migliaia di pagina per raccontare l’epica resistenza delle truppe di Kiev, è scomparsa dai giornali dopo la sua caduta in mano alle truppe russe del Gruppo Wagner nel maggio 2023 al punto che diversi giornali hanno accuratamente evitato per molti giorni persino di rendere noto il successo russo.
Anche la caduta di Avdiivka è stata ignorata, quella di Ugledar (o Vuhledar) ampiamente sminuita d’importanza: altre roccaforti probabilmente continueranno a cadere nel silenzio mediatico di Europa e Occidente, ovviamene con qualche bella eccezione.
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Perché il vertice BRICS di Kazan è l’ultima speranza che abbiamo per evitare la terza guerra mondiale
di OttolinaTV
Ottoliner buongiorno e benvenuti a questo nuovo appuntamento delle cronache di fine impero; come molti di voi sapranno, nonostante il silenzio assordante del circo mediatico domani a Kazan avrà inizio quello che, con ogni probabilità, è l’evento di politica internazionale più importante dell’anno: il sedicesimo summit annuale dei BRICS (ormai ufficialmente BRICS+), probabilmente il più importante dalla loro fondazione nel 2009, subito dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria causata dagli USA e pagata da tutto il resto del mondo. L’Occidente collettivo, infatti, che è ostaggio di una ristrettissima oligarchia finanziaria che deve il suo dominio all’imperialismo finanziario USA e alla dittatura globale del dollaro, ha già dichiarato la guerra totale al resto del mondo per ostacolare l’ineluttabile transizione a un nuovo ordine multipolare; e, dopo aver subito una clamorosa sconfitta nella prima battaglia sul fronte ucraino, è impegnato a sostenere la deflagrazione definitiva di un secondo fronte in Medio Oriente per salvare la faccia, destabilizzare il pianeta e ostacolare così, appunto, la crescita economia e industriale dei presunti avversari. Di fronte alle evidenti difficoltà del blocco occidentale, in molti (ovviamente intendo tra gli antimperialisti che, comunque, alle nostre latitudini sono una piccola minoranza, per quanto sempre più consistente), presi dall’entusiasmo, tifano per una resa dei conti definitiva che metta fine per sempre all’imperialismo a guida USA attraverso le armi e – sempre presi dall’entusiasmo – sono spinti a farsi un’immagine dei BRICS+ come di un blocco di Paesi coeso, pronto a guidare questa distruzione – via missili ipersonici – del Grande Satana. Purtroppo (o per fortuna) rischiano di rimanere delusi: ammesso e non concesso che alcuni dei BRICS+ auspichino davvero la resa dei conti definitiva via armi contro il dominio dell’Occidente collettivo, quello che possiamo dire con un discreto margine di certezza è che, di sicuro, non è una posizione condivisa e nemmeno maggioritaria.
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Medio Oriente in fiamme 1/2
di Enrico Tomaselli
Un sommario inquadramento geopolitico della situazione mediorientale, per provare ad orientarsi nel complesso panorama della regione, tra le più esplosive del pianeta, e comprenderne le dinamiche politiche e militari. Prima parte di una analisi generale, che successivamente, nella seconda, esaminerà gli aspetti militari del conflitto
Gli avvenimenti mondiali susseguiti all’avvio dell’Operazione Speciale Militare, nel febbraio 2022, hanno sicuramente rilanciato – specialmente in occidente – un interesse diffuso per la geopolitica, materia negletta da decenni. Questo rinnovato interesse, però, non ha trovato grande corrispondenza nella effettiva comprensione delle dinamiche che la sottendono, anche e soprattutto nelle élite politiche europee.
Anche chi prova a fare delle analisi geopolitiche, del resto, spesso tende a dare per scontate cose che, invece, tali non sono per il grande pubblico. Uno degli errori più comuni – nella rappresentazione e quindi nella comprensione – è quello di focalizzare l’attenzione sugli attori principali, ricadendo, anche involontariamente, in quelle schematizzazioni dualistiche che hanno caratterizzato i decenni precedenti, allontanandosi quindi dalla complessità che invece caratterizza appunto la visione geopolitica.
Con questa consapevolezza, si vuole qui pertanto affrontare l’attuale situazione mediorientale – al momento la più incandescente – partendo dapprima da una valutazione complessiva del quadro geopolitico, per poi esaminare nella seconda parte – con uno sguardo più ravvicinato – la situazione di teatro sotto il profilo militare.
Quando guardiamo al conflitto in Medio Oriente, tendiamo appunto a escludere (o quanto meno a marginalizzare) gli attori non di primo piano. Vediamo Israele, con gli Stati Uniti alle loro spalle, e dall’altro lato l’Iran con i vari soggetti dell’Asse della Resistenza.
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La sconfitta dell’Occidente – l’irrinunciabile analisi di Emmanuel Todd
di Roberto Iannuzzi
Todd ha il grande merito di aver aperto un dibattito troppo a lungo rifiutato dall’ipocrisia delle élite occidentali, tracciando un quadro realistico delle ragioni del declino dell’Occidente
A più di due anni dall’inizio del conflitto ucraino, sebbene la guerra continui a infuriare soprattutto nella parte orientale del paese, se ne sente parlare molto meno.
Una ragione c’è: le cose non stanno andando come la gran parte degli strateghi, dei commentatori, dei grandi mezzi di informazione occidentali aveva previsto.
Kiev è sulla difensiva, la speranza ucraina di riconquistare i territori perduti si è rivelata un’illusione, le forze russe stanno avanzando sull’intero fronte del Donbass. L’invasione estiva dell’oblast russo di Kursk da parte ucraina si è risolta in un estemporaneo episodio di avventurismo militare.
Ma soprattutto, l’entusiasmo occidentale per il sostegno all’Ucraina si sta affievolendo, con una Germania sempre più alle prese con la sua crisi economica interna, e gli Stati Uniti assorbiti da un’incerta campagna presidenziale.
Le ragioni del fallimento occidentale in Ucraina
Sebbene il conflitto sia tutt’altro che concluso, e presenti tuttora rischi di escalation a seconda delle scelte che compiranno i leader occidentali, esso ci parla di un fallimento.
Ad aver fallito sono le strategie militari della NATO, le sanzioni che avrebbero dovuto mettere in ginocchio un’economia russa che è invece più che mai vitale, l’industria militare americana ed europea che si sono rivelate incapaci di stare al passo con la produzione bellica russa.
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Alle porte della guerra finale
di Carlos X. Blanco
L’Europa si trova sull’orlo di una guerra devastante. Si chiudono le strade verso una soluzione negoziata, si arroccano i principali attori e si delineano scenari irreversibili.
La situazione nell'Europa occidentale è particolarmente tragica: quasi tutta la sua popolazione vive sotto una cupola di granito, come nella famosa grotta di Platone. Sottomessi alle “ombre” proiettate su di loro dagli strateghi della guerra psicologica e dalla propaganda ufficiale, gli europei non sono consapevoli dei piani che vengono elaborati in meno di cinque anni.
Quali piani? Si prevede un aumento del reclutamento obbligatorio in tutti i paesi, nonché un aumento significativo delle armi di tutti i tipi. È molto probabile che vengano effettuati investimenti nei campi di prigionia per ospitare i “nemici” (russi e russofili) e che vengano introdotte modifiche legislative volte a censurare le informazioni sulla guerra e la realtà riguardante la Federazione Russa.
La popolazione europea è stata indottrinata per molti decenni e la sua capacità di reazione è dubbia; Negli ultimi tempi si è verificata una combinazione di due processi che, nella terminologia del filosofo marxista Costanzo Preve, potrebbero essere descritti come segue:
- Imposizione della “globalizzazione”. A rigor di termini, questa parola non significa, come volevano i suoi mentori, la creazione simile a un crogiolo di un’unica civiltà mondiale, ma piuttosto l’imposizione del potere americano modo di vivere. Questa è la tesi di Preve che, alla luce degli eventi accaduti nel corso del XXI secolo, condivido pienamente.
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"La sconfitta dell'occidente"
di Gennaro Scala
Recensione del libro di Emmanuel Todd, La défaite de l’Occident, Gallimard 2024 / La sconfitta dell’occidente, Fazi Editore 2024
Gli USA vivono in una fase di nichilismo avanzato, prodotto dalla scomparsa del protestantesimo che è stata la religione che ha dato vita al capitalismo moderno. Secondo Todd, vi è una prima fase in cui la religione viene osservata ed è determinante nel formare la mentalità collettiva. Seguita da una seconda, la fase “zombie”, che vede venir meno l’influenza morale della religione e il ruolo della formazione di una mentalità collettiva viene coperto dalle ideologie politiche. Vi è infine un grado zero della religione che corrisponde a quello attuale in cui la scomparsa dei valori è totale.
Il libro in oggetto che è uscito in Francia lo scorso gennaio, fornisce al mondo occidentale forse la descrizione più completa della sua reale condizione. Il libro parte dal conflitto tra Ucraina e Russia, che, naturalmente, Todd descrive quale esso è, cioè un confronto tra l’Occidente e la Russia, ma poi il discorso si allarga a un’ampia analisi della condizione reale degli Usa e dell’Occidente di carattere economico, sociale, antropologico, e anche filosofico, visto il ruolo centrale che ha nel libro il concetto di nichilismo.
Vi sono state varie analisi critiche della politica occidentale, ma il pregio del libro, unico nel panorama attuale, è quello di fornire un quadro generale delle condizioni reali dell’Occidente che sono agli occhi di Todd disastrose. Per questo non esito a dire che si tratta di un libro fondamentale, e mi auguro che il libro scritto da un intellettuale del livello di Todd possa cambiare il dibattito in corso, e riportarlo a termini più realistici, poiché i grossolani errori di valutazione nel caso di un conflitto con una potenza nucleare come la Russia possono essere molto pericolosi, ma non c’è molto da sperare, dato lo stato pietoso del mondo politico, mediatico e culturale occidentale.
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La moneta comune dei BRICS sta arrivando?
di Karsten Montag
Prima del vertice BRICS di fine ottobre, dalla Russia giungono sempre più notizie su un nuovo sistema di pagamento internazionale e sull’introduzione di una moneta comune per l’alleanza economica. Tuttavia, le speranze in tal senso vengono ridimensionate da diversi attori. Un calcolo del volume delle valute utilizzate nel commercio internazionale mostra che lo yuan è diventato la terza valuta più forte del mondo dopo il dollaro e l’euro, cosa che le statistiche precedenti ancora nascondono
Nell’agosto di quest’anno, il quotidiano russo Kommersant ha riferito, sulla base di fonti anonime, che potrebbero essere creati due scambi di criptovalute a San Pietroburgo e Mosca per “sostenere le attività economiche straniere”. Gli scambi di criptovalute sono piattaforme di scambio per valute digitali che non funzionano come moneta a corso legale. Lo sfondo è la creazione di stablecoin — valute digitali legate alla performance di asset specifici — che dovrebbero essere garantite dalla valuta cinese Yuan (pronunciata “Ü-en”, nota anche come “Renminbi”), oppure da un paniere delle valute dei paesi BRICS, continua il giornale. Già a marzo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov aveva annunciato che i paesi BRICS stavano lavorando a un sistema di pagamento indipendente basato su valute digitali e blockchain – contabilità decentralizzata. Anche l’ambasciatore russo in Cina, Igor Morgulov, ha confermato a luglio che i membri del BRICS stanno negoziando una moneta unica. Tuttavia, una creazione nel prossimo futuro è improbabile.
La differenza fondamentale di una valuta blockchain è che tutte le transazioni vengono registrate in modo decentralizzato e quindi, in linea di principio, non è necessaria un’autorità centrale per garantire la correttezza della contabilità e controllare il valore e l’offerta di moneta. A differenza della valuta blockchain Bitcoin, che è liberamente scambiabile e il cui valore oscilla notevolmente, le stablecoin, come suggerisce il nome, sono destinate ad essere più stabili in quanto possono essere scambiate approssimativamente uno a uno con una valuta esistente. Ciò avvicina le stablecoin alla moneta digitale della banca centrale.
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La “Guerra di Putin” rende felici gli operai russi (e invidiosi quelli europei)
di OttolinaTV
Le sanzioni fanno il solletico alla Russia: bilancio pubblico dello Stato di nuovo in attivo titolava ieri Nino Nusneri su La Verità: “Secondo i dati preliminari pubblicati dal ministro delle Finanze, Anton Siluanov, la Russia ha registrato un attivo di bilancio di 0,2 trilioni di rubli (1,88 miliardi di euro) nei primi nove mesi del 2024” si legge nell’articolo; e non è l’unica buona notizia per Putin, tanto che nel 2024, per la prima volta dal 2015, la Russia è stata indicata dalla Banca Mondiale nel gruppo dei Paesi ad alto reddito, con un reddito pro capite superiore ai 14mila dollari l’anno. In fondo le entrate tributarie con cui finanziare la guerra sono assicurate da petrolio e gas che Alexander Dyukov, gran capo di Gazprom, continua a vendere in giro per il mondo in quantità (in barba alle sanzioni occidentali), naturalmente a India, Cina e Turchia, ma anche Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia; non a caso Mosca ha rivisto al rialzo di 17 miliardi di dollari le sue previsioni sugli incassi provenienti dalle esportazioni di petrolio nel 2024: secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, il Cremlino si attende ora di incassare poco meno di 240 miliardi di dollari (13 miliardi in più del 2023), entrate che – oltre a finanziare la guerra – vanno a finire nell’economia reale del paese e, a quanto emerge da numerosi dati, ad aumentare il benessere delle classi popolari russe e, di conseguenza, il consenso per il governo. Insomma: un processo esattamente opposto a quanto stiamo assistendo in Occidente, come mostra anche l’analista Ekaterina Kurbangaleeva in un bell’articolo pubblicato da Carnegie Politika (ripreso poi da Fulvio Scaglione per Insideover): “I redditi reali in Russia” scrive la Kurbangaleeva “sono aumentati del 5,8% nel 2023 e allo stesso ritmo nel primo trimestre del 2024, secondo il Servizio statistico statale russo (Rosstat).
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Perché l'occidente perde
Il realismo geopolitico di Emmanuel Todd
di Carlo Formenti
A mano a mano che le guerre provocate dal blocco occidentale per puntellare la sua crescente incapacità egemonica si rivelano un rimedio peggiore del male, aumenta il numero degli intellettuali liberal democratici che criticano “dall’interno” le scelte delle élite euro-americane (più americane che euro, vista la totale sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti, anche a costo di risultare la prima vittima del dominus d’oltreoceano). In generale si tratta di eredi dell’approccio “realistico” ai conflitti geopolitici che ha un illustre precursore nell’autore della teoria del “contenimento”: quel George Kennan che invitava gli Stati Uniti e i loro alleati ad affrontare la minaccia sovietica attraverso il confronto diplomatico, evitando lo scontro militare aperto. Tale strategia comportava, in primo luogo, un’attenta e approfondita analisi dell’avversario (interessi economici e geopolitici, cultura e valori ideali, potenzialità industriale, scientifica e tecnologica, potenza militare, ecc.) per poterne prevedere mosse e intenzioni. A questa tradizione si iscrive lo storico, sociologo e antropologo francese Emmanuel Todd, autore di un libro, La sconfitta del’Occidente, appena uscito in edizione italiana per i tipi di Fazi, un testo che sta ottenendo una sorprendente attenzione dai media italiani, di solito solleciti nel silenziare qualsiasi critica, ancorché moderata, nei confronti della politica imperiale a stelle e strisce.
E’ probabile che ciò che ha consentito al libro di Todd di infrangere la “spirale del silenzio” (1), sia, oltre all'andamento della guerra, che rende sempre più insostenibile lo tsunami di balle propagandistiche che ha invaso giornali, televisioni e social negli ultimi due anni, l’impeccabile curriculum occidentalista dell’autore, scevro da sospetti di inclinazioni “putiniane” o, Dio non voglia, socialcomuniste, così come da simpatie “terzomondiste” nei confronti delle nazioni e dei popoli che manifestano la volontà di sganciarsi da un’area imperiale ormai ridotta a Stati Uniti, Ue, Giappone e “anglosfera” (Inghilterra, Canada, Australia e Nuova Zelanda).
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La caduta di Israele
di Scott Ritter
Un anno fa Israele era seduto al posto di comando. Oggi guarda in faccia la sua fine
Avevo scritto dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, definendolo “il raid militare di maggior successo di questo secolo“.
Avevo descritto l’azione di Hamas come un’operazione militare, mentre Israele e i suoi alleati l’avevano definita un’azione terroristica della portata di quella avvenuta contro gli Stati Uniti l’11 settembre 2001.
“La differenza tra i due termini”, avevo osservato, “è come tra la notte e il giorno: etichettando gli eventi del 7 ottobre come atti di terrorismo, Israele trasferisce su Hamas la colpa delle enormi perdite dai suoi servizi militari, di sicurezza e di intelligence. Se Israele, invece, riconoscesse che ciò che Hamas ha fatto è stato, in realtà, un raid – un’operazione militare – allora la competenza dei servizi militari, di sicurezza e di intelligence israeliani sarebbe messa in discussione, così come la leadership politica responsabile della supervisione e della direzione delle loro operazioni”.
Il terrorismo impiega strategie che cercano la vittoria tramite l’indebolimento e l’intimidazione – per logorare e creare un senso di impotenza nel nemico. I terroristi per natura evitano un conflitto esistenziale decisivo e cercano battaglie asimmetriche, che contrappongano i loro punti di forza alle debolezze dei loro nemici.
La guerra che sconvolge il Levante dal 7 ottobre 2023 non è una tradizionale operazione antiterrorismo. Lo scontro Hamas-Israele si è trasformato in un conflitto tra Israele e il cosiddetto Asse della Resistenza che coinvolge Hamas, Hezbollah, Ansarullah (gli Houthi dello Yemen), le Forze di Mobilitazione Popolare, cioè le milizie di Iraq, Siria e Iran. Si tratta di una guerra regionale in tutto e per tutto, che deve essere valutata come tale.
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La guerra alle porte
di Enrico Tomaselli
Un errore facile da commettere, se si pensa all’attuale situazione mondiale, è quello di sopravvalutare l’importanza delle scelte opzionabili dalle varie leadership; o per meglio dire, non si tiene sufficientemente conto di quanto l’accumulo delle scelte pregresse (e delle loro conseguenze) finiscano per limitare sempre più lo spettro delle opzioni possibili, e quindi – di fatto – spostino il baricentro decisionale dalla volontà delle élite politiche all’incastro oggettivo degli elementi in campo.
Se prendiamo ad esempio in considerazione il conflitto ucraino, che ormai si avvia verso il suo terzo anno, dovremmo – con maggiore razionalità – riconoscere che le chance di una soluzione non militare sono ormai decisamente esigue, e ovviamente tendono a ridursi assai velocemente. E ciò, appunto, non dipende più tanto dalla mancanza di volontà di giungere a una composizione diplomatica, quanto dal fatto che i margini per una possibile soluzione di tal genere sono effettivamente minimi.
Ci sono, ovviamente, interessi contrapposti di non facile conciliazione, o tra i quali non è facile anche solo trovare una mediazione, sia che ci riferiamo all’interesse ucraino di mantenere/recuperare la propria integrità territoriale, sia che ci riferiamo a quello statunitense di destabilizzare la Russia – e naturalmente, agli opposti interessi russi.
Si è detto più volte che la guerra ha una logica propria, che conduce le cose verso esiti spesso assai diversi da quelli desiderati, e soprattutto imprevisti. E ciò vale, naturalmente, anche sul piano delle conseguenze politiche. Ora è chiaro che i calcoli con cui i due principali player della partita – Stati Uniti e Russia – sono entrati nel conflitto, non solo si sono rivelati (in misura diversa) errati, ma proprio in virtù della loro erroneità hanno determinato un mutamento degli obiettivi strategici.
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Umiliata in Ucraina e impantanata nel Pacifico, Kabala Harris dichiara guerra all’Iran
di OttolinaTV
Intervistatore: “Quale paese straniero considera sia il nostro principale nemico?”
Kabala Harris: “Credo ovviamente ne venga subito uno in mente, che è l’Iran. l’Iran ha sangue americano sulle sue mani“
Ottoliner buondì. Dopo due anni e mezzo vi cominciavate ad annoiare a sentir sempre parlare degli schiaffi che quotidianamente l’Occidente collettivo raccatta nella guerra per procura in Ucraina? Nessun problema: la guerra mondiale dell’imperialismo a guida USA contro il resto del mondo è pronta ad arricchirsi di un nuovo, entusiasmante capitolo! Per mesi, un po’ tutti (e noi per primi) ci siamo fatti mille pippe su come a volere una regionalizzazione dello sterminio di Gaza fosse Israele, mentre gli USA erano titubanti; la motivazione è nota e a chi ci segue ormai gli uscirà dalle orecchie: aprire un altro fronte, oltre a quello caldo in Ucraina e a quello in via di preparazione nel Pacifico, non è alla portata della superpotenza USA e dei suoi alleati. E visto che – da quando hanno raso al suolo l’intero paese per diventare energeticamente indipendenti e da quando la Cina è diventata la leader globale indiscussa delle rinnovabili – il Medio Oriente aveva cominciato a perdere la sua centralità, indebolire la deterrenza su uno dei due fronti principali per rimettere a ferro e fuoco l’Asia occidentale non sembrava avere molto senso, fino a quando qualcosa non è cominciata a cambiare piuttosto rapidamente. Le prime avvisaglie le abbiamo cominciate a registrare a inizio estate quando, mano a mano che Biden rincoglioniva sempre di più, Trump, da underdog ostracizzato dal sistema, cominciava a incassare il sostegno di pezzi sempre più consistenti di Stato profondo (a partire dai peggio sociopatici miliardari della Silicon Valley) e addirittura, cosa più unica che rara, cominciava a surclassare in donazioni la campagna dem.
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Regalo di Mazzucco a Israele
di Fulvio Grimaldi
Un video del giornalista investigativo denuncia Hamas creatura consapevole di Israele. Peccato che i file di Wikileaks e l’evidenza politica e materiale dicano il contrario
Massimo Mazzucco è un valido giornalista-regista investigativo. I suoi lavori, Il presunto allunaggio, l’autoattentato dell’ 11 settembre, il mega-imbroglio Ucraina, meritano le nostre standing ovations. E’ un amico, per quanto distanziatosi, forse in seguito ad alcune divergenze su interpretazioni dei fatti. Con il video sul 7 ottobre dell’attacco di Hamas ha, a mio avviso, indebolito la sua credibilità. Volente o nolente, il suo è stato il ricorso a uno dei classici sistemi messi in campo per demolire l’onorabilità e la verità di un protagonista della lotta contro il Potere.
E aggiungo una considerazione cruciale. Fosse anche fondata la tesi di un Hamas prezzolato a suo tempo e poi lasciato fare il 7 ottobre e quindi spinto nella trappola – e NON lo è - , diffonderla ora, per amore di scoop alla Fracassi, a detrimento dell’onorabilità e dell’integrità del cuore della resistenza palestinese e umana, significa assumersi una pensate responsabilità
Lo si è fatto molte volte e io ne sono stato testimone, in particolare al tempo delle guerre all’Iraq. Saddam Hussein, da sempre l’antagonista più coerente e pericoloso per americani e Israele, andava distrutto moralmente ancora prima che militarmente.
Si fece credere a un’opinione pubblica, che ne stava sostenendo la causa antimperialista e antisionista e costituiva massa critica nell’opposizione internazionale a contrasto della guerra (ricordate i milioni in piazza detti “La Terza Potenza Mondiale”?), che, dopotutto, il presidente iracheno aveva delle vergogne da occultare: era stato “l’uomo degli americani” i quali lo avevano armato per decenni e, in particolare, contro l’Iran. Quindi, agli occhi del suo popolo e dei suoi sostenitori internazionali, doveva risultare un inaffidabile doppiogiochista, al quale non andava concessa nessuna solidarietà.
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A un anno dall’attacco di Hamas, Israele spinge il Medio Oriente verso l’abisso
di Roberto Iannuzzi
L’assassinio di Nasrallah e l’offensiva israeliana in Libano potrebbero innescare una spaventosa destabilizzazione regionale. I missili iraniani su Israele ne costituiscono solo la prima avvisaglia
Il 27 settembre 2024 ha segnato uno spartiacque nella storia mediorientale. L’uccisione di Hassan Nasrallah (guida storica e carismatica di Hezbollah) a seguito di un violentissimo bombardamento israeliano ha scosso gli equilibri regionali con conseguenze difficili da prevedere.
In questo sanguinoso episodio sono rimasti uccisi anche centinaia di civili – un bilancio preciso è reso difficile dall’impossibilità di recuperare corpi letteralmente polverizzati dalla potenza delle esplosioni.
A quasi un anno da quel fatidico 7 ottobre che vide l’attacco di Hamas ad avamposti militari e insediamenti israeliani, l’eliminazione di Nasrallah ha segnato un’ulteriore escalation in un conflitto che ha ormai assunto una dimensione regionale.
Nel quadro dell’irrisolto e dimenticato conflitto israelo-palestinese, e della durissima occupazione militare israeliana, l’inaspettata azione di Hamas del 7 ottobre (la cui dinamica rimane tuttora avvolta da misteri e interrogativi) fu all’origine della devastante reazione militare di Tel Aviv che ha portato alla totale distruzione di Gaza provocando oltre 41.000 morti.
Perfino una catastrofe di queste dimensioni era stata però trasformata in routine dalla copertura parziale e insufficiente dei media occidentali, e declassata a quarta o quinta notizia sui telegiornali (quando viene citata).
Ora vi è il rischio che anche la portata dell’operazione israeliana che segna il definitivo coinvolgimento del Libano nel conflitto venga sottovalutata in Occidente. L’uccisione di Nasrallah, in particolare, e la decapitazione della leadership di Hezbollah, è ciò che ha portato i missili di Teheran nei cieli israeliani.
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La strategia iraniana e il futuro del Medio Oriente
per "Egemonia" Alessandro Bianchi intervista Alberto Bradanini
"La strategia iraniana, dunque, sembra aver scelto la pazienza e il tempo lungo della storia. Israele è oggi un paese in seria difficoltà, diviso e in profonda crisi, un’economia in sofferenza (due declassamenti in poche settimane da parte di Moody’s), 5-600.000 israeliani usciti dal paese (molti non torneranno più) e altri lo faranno alla luce degli sviluppi."
La reazione dell'Iran ai crimini di Israele si è manifestata con 200 missili nella sera di martedì 1 ottobre. Decine hanno colpito obiettivi israeliani con Teheran che ha dato al mondo una dimostrazione pratica di come sia in grado di aggirare i sistemi di difesa israeliana e di come possa infliggere danni enormi alle infrastrutture civili e militari del regime di Tel Aviv. Si è trattata di una risposta moderata, mirata e in pieno rispetto della normativa di ritorsione nell'ambito del diritto internazionale. Con il regime di Israele che ha minacciato risposte sul territorio iraniano e con il tentativo di invasione in corso in Libano, i rischi di una ulteriore escalation nella regione sono enormi.
Nella "guerra mondiale a pezzetti" che stiamo vivendo, ogni teatro è strettamente interconnesso e il riscaldarsi di uno determina l'acuirsi di tensioni e apertura di altri. Per questo sono molti gli interrogativi che si manifestano oggi, nei drammatici tempi che viviamo, e abbiamo cercato risposte in una guida sicura per i lettori di "Egemonia": l'ex ambasciatore italiano a Teheran Alberto Bradanini.
Buona lettura.
* * * *
Ambasciatore dopo l'assassinio dello storico leader di Hezbollah Nasrallah, la possibile operazione di terra da parte di Israele in Libano e il lancio di razzi dell'Iran di martedì primo ottobre, come sono cambiati gli scenari nella regione?
È chiaro come il sole che l’escalation cui punta Israele attraverso massacri, aggressioni, omicidi mirati, bombardamenti da terra e dall’aria senza alcuna differenza tra militari e civili è un agire lontano anni luce dalla civiltà etica e giuridica del XXI secolo, che viola la Carta delle Nazioni Unite e i valori esistenziali di ogni essere umano.
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