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La strategia del calcio al barattolo
di Enrico Tomaselli
Si è più volte detto, su queste pagine, che gli Stati Uniti – e la NATO – hanno affrontato il conflitto con la Russia in Ucraina, con una idea di massima di ciò che si aspettavano di ricavarne, ma senza una vera e propria strategia (a tutto campo, non solo militare) per conseguirlo. C’è chi ha lamentato l’assenza di un piano B, ma in effetti il vero problema è stato, ed è, l’assenza di un piano A… Si è più volte, e da più parti, esaminato questo aspetto, cercando di comprenderne le ragioni – che, in ultima analisi, si possono riassumere in una singola questione: sottovalutazione del nemico, e sopravvalutazione di sé.
Qualora l’obiettivo fosse stato il disaccoppiamento tra Europa (Germania) e Federazione Russa, ciò non poteva che intendersi come funzionale all’indebolimento di entrambe, me è fin troppo evidente che questo disegno ha funzionato soltanto a metà: ha colpito gli amici, ma ha solo scalfito il nemico. Per di più, secondo la fondamentale logica imperiale del divide et impera, si è rivelata addirittura controproducente: a seguito del conflitto, infatti, si è determinata una saldissima alleanza tra tutti i principali paesi ostili agli USA, e in particolare – cosa assai più rilevante – tra Russia e Cina.
Escludendo che qualcuno, a Washington, abbia mai potuto pensare di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, e per di più usando il proxy ucraino, l’unico obiettivo militare che si potesse realisticamente prefiggere l’occidente collettivo era quello del logoramento. Impegnare Mosca in un conflitto abbastanza duraturo, e abbastanza duro, tale da costringere il nemico a consumarvi una quota significativa del proprio capitale umano, industriale ed economico.
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NATO: gli stolti di Stoltenberg
di Gaetano Colonna

Nel comunicato finale della Assemblea Parlamentare della NATO, tenutasi a Sofia dal 24 al 27 maggio scorso, si auspica «l’abolizione di alcune restrizioni sull’uso di armi fornite dagli alleati della NATO per colpire obiettivi legittimi in Russia».
Finora, infatti, gli attacchi ucraini contro obiettivi in Russia sono stati in gran parte limitati alla vicina città di Belgorod, nel raggio d’azione dei missili costruiti dall’Ucraina, anche se la Russia ha dichiarato che armi statunitensi sono già state utilizzate ripetutamente per colpire il suo territorio.
In questa occasione, la NATO, come ripetutamente affermato dal suo oramai decennale segretario generale, Jens Stoltenberg, ha chiesto alle potenze occidentali di permettere all’Ucraina di utilizzare i missili Storm Shadow, SCALP, Taurus e ATACMS, forniti dalla NATO, per colpire obiettivi in profondità nella Russia.
La NATO di Stoltenberg
Dopo che il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha dichiarato che l’Ucraina potrebbe usare i missili britannici Storm Shadow per attacchi sulla Russia, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore britannico Nigel Casey, ed ha avvertito che la Russia avrebbe potuto rispondere colpendo obiettivi in Gran Bretagna.
Il 27 maggio scorso, durante un vertice a Meseberg, il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno anch’essi entrambi chiesto che l’Ucraina possa colpire la Russia con missili della NATO. Macron ha dichiarato:
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Ucraina/Gaza: Un po’ d’ordine nella situazione globale
di Piero Bevilacqua
Le sorti della guerra in Ucraina
Non lasciamoci fuorviare dai proclami e dalle irresponsabili dichiarazioni di guerra mondiale da parte di dirigenti della Nato, dai politici-pubblicitari e dai giornalisti padronali a pieno servizio. La “guerra americana” in Ucraina è perduta. Le nuove armi messe a disposizione dagli USA e dalla Nato non cambieranno le condizioni sul campo di battaglia. Come ha ricordato Putin in una intervista di qualche mese fa, in previsione di questa escalation: «ci faranno del male, certamente, ma non cambieranno le sorti del conflitto». I missili che colpiranno obiettivi in territorio russo produrranno morte e distruzione in questo o in quel luogo, ma l’esercito russo proseguirà il suo corso sul fronte ucraino. Il popolo russo è abituato a sopportare ben altre sofferenze. Gli attacchi occidentali avranno l’effetto di rinserrare i ranghi della popolazione e di renderla più impegnata nei compiti di produzione e difesa, rinsaldando lo spirito nazionale e il consenso a Putin e all’attuale classe dirigente.
Ricordiamo che la mira fondamentale degli USA e dei suoi alleati è, come voleva l’istituto di studi strategici USA Rand Corporation, in un rapporto del 2019, “Sovraccaricare e destabilizzare la Russia” con una lunga guerra di logoramento. Prospettiva a cui Mosca si è prontamente preparata, evitando di ripetere gli errori dell’Unione Sovietica, che era arrivata a impiegare il 13% del PIL in spese militari (finendo coll’implodere), e indirizzando l’economia verso lo sviluppo di tecnologie a doppio uso, bellico e civile e destinando solo il necessario alle spese di guerra. Non a caso di recente Putin ha sostituito il ministro della Difesa Sergei Shoigu, un militare, con un abile economista, Andrei Belousov. Nel frattempo le relazioni economiche russe si sono quasi tutte spostate verso le regioni dell’Asia e soprattutto della Cina, oltre che verso l’Africa e l’America Latina.
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La guerra russo-ucraina: l’allargamento del fronte
La quinta battaglia di Kharkov
di Big Serge
Ci sono alcune regioni del mondo che sono sembrate destinate per il crudele capriccio della geografia e del caso a essere perenni campi di battaglia. Spesso queste terre travagliate si trovano al crocevia di interessi imperiali, come nel caso dell’Afghanistan o della Polonia, che hanno visto tante volte il passaggio di eserciti che andavano di qua o di là, oppure sono semplicemente afflitti da forme di governo perennemente instabili o da turbolenti conflitti etnici. A volte tuttavia è la logica peculiare delle operazioni militari a portare la violenza nello stesso luogo, ancora e ancora. Una di queste note vittime è la grande città industriale di Kharkov, nel nord-est dell’Ucraina.
Fondata originariamente come modesta fortezza nel XVII secolo, Kharkov era destinata a giocare un ruolo insolito nella Seconda Guerra Mondiale. La città divenne una sorta di simbolo della frustrazione per gli eserciti sovietico e tedesco in guerra: era il luogo che entrambi gli eserciti volevano raggiungere, ma che sembrava non riuscissero del tutto a conquistare e mantenere. Nel 1941 la città fu conquistata nelle fasi declinanti della colossale invasione tedesca dell’URSSi, e venne occupata durante l’inverno. Nel 1942 i dintorni della città divennero teatro di un’enorme battagliaii quando i tedeschi progettarono di lanciare un’offensiva da Kharkov proprio nello stesso momento in cui l’Armata Rossa pianificava un’offensiva verso di essa. L'anno successivo, la città fu per breve tempo riconquistata dall'Armata Rossa mentre inseguiva le armate tedesche in ritirata lontano da Stalingrado, prima di passare nuovamente di mano dopo un rapido contrattacco tedescoiii. Infine, alla fine dell’agosto 1943, i sovietici ripresero definitivamente la città mentre iniziavano il loro inarrestabile slancio verso Berlino.
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Finale di partita degli Stati Uniti in Ucraina
Guerra senza fine, amen
di Patrick Lawrence per Strategic-culture
Cosa succede quando una nazione potente non può permettersi di perdere una guerra che ha già perso?
Sono ormai trascorsi due anni e mezzo da quando Mosca ha inviato due progetti di trattato, uno a Washington e uno alla NATO a Bruxelles, come proposta di base per colloqui di un nuovo accordo sulla sicurezza: un rinnovamento delle relazioni tra l’alleanza transatlantica e la Federazione Russa..Una ristrutturazione urgentemente necessaria, bisogna subito dire. E poi dobbiamo anche aggiungere l’immediato rifiuto da parte del regime di Biden delle proposte della Russia in quanto “neppure considerate” più velocemente che pronunziare “illusi”. Fermiamoci un attimo per rammentare tutti coloro che sono morti nella guerra scoppiata in Ucraina un anno e pochi mesi dopo che Joe Biden aveva rifiutato, o addirittura deriso, l’onorevole iniziativa diplomatica di Vladimir Putin. Tutti i mutilati e gli sfollati, tutti i paesi e le città distrutti, tutti i terreni agricoli trasformati in paesaggi lunari. E l’accordo di pace quasi completo, negoziato a Istanbul poche settimane dopo l’inizio della guerra che Stati Uniti e Gran Bretagna si sono affrettati a far naufragare. E ovviamente tutti i miliardi di dollari, qualcosa più dei 100 miliardi di dollari attuali, non spesi per migliorare la vita degli americani, ma spesi invece per armare un regime di Kiev che ruba gli aiuti in modo stravagante mentre schiera un esercito di sedicenti neonazisti. È utile ricordare queste cose perché danno un contesto a una serie di sviluppi recenti che è importante capire, anche se i nostri media di sistema scoraggiano tale comprensione. Se teniamo a mente la storia recente, saremo in grado di vedere che le decisioni viscosamente irresponsabili di un paio di anni fa, così dispendiose in vite umane e risorse comuni, si ripetono ora in modo tale che è ormai certo che le brutalità e gli sprechi continueranno all’infinito, anche se la loro inutilità è ormai molto, molto, molto oltre ogni negazione.
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In Nuova Caledonia, la Francia sta per perdere un altro dominio coercitivo e di sfruttamento neocoloniale
di Enrico Vigna
Nuova Caledonia in rivolta, per la Francia, la posta in gioco è alta. Le conseguenze e i danni collaterali e geopolitici nella regione sono già visibili, si sta frantumando la presenza e il ruolo opprimente della potenza europea
La scorsa settimana in Nuova Caledonia, un’entità amministrativo-territoriale sotto dominio francese, situata nell’Oceano Pacifico e formata da una grande isola omonima e un gruppo di piccole isole nel Pacifico sud-occidentale, in Melanesia, sotto la direzione del Fronte di Liberazione Nazionale Kanaco Socialista, sono scoppiate, prima pacifiche e poi violente proteste, causa una repressione inaudita e inutile da parte delle forze speciali francesi, inviate da Parigi.
Le proteste sono partite mentre l’Assemblea nazionale francese stava discutendo un emendamento alla Costituzione, volto ad allargare le liste elettorali sull’arcipelago, ma toccano anche una serie di questioni legate alla situazione locale, che riguardano le istituzioni locali, la cittadinanza neocaledoniana e l'organismo elettorale, nonché le disuguaglianze, le misure economiche e finanziarie. Va ricordato che la Nuova Caledonia è al terzo posto nel mondo nell'estrazione del nichel, ma l'economia dell'arcipelago è in crisi perenne, e il 20% dei suoi abitanti vive al di sotto della soglia di povertà. La proposta di emendamento ha portato a movimenti di protesta di massa nella capitale Noumea e a una spirale di scontro, che ha portato all’uccisione di almeno sette persone e decine di feriti. Questo ha scatenato violenze, barricate, assalti a negozi, aziende e infrastrutture pubbliche, che sono stati danneggiati o distrutti. La Francia ha dichiarato lo stato di emergenza, levato nei giorni scorsi, tranne la notte dove vige il coprifuoco, e inviando ulteriori forze di sicurezza.
Dopo il referendum del 2021, che aveva respinto l'indipendenza, ma causa il boicottaggio da parte del movimento indipendentista, l'obiettivo del governo era quello di determinare il nuovo status della Nuova Caledonia all'interno della Repubblica francese.
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Sette mesi dopo il 7 ottobre
di Nicola Casale
È venuto fuori un papiello infinito. Chi lo legge si dovrà armare di molta pazienza. Le questioni trattate, purtroppo, non sono di semplice soluzione e coinvolgono una serie di altre questioni che è difficile lasciare fuori. Spero almeno che sia di facile comprensione. Di questa, ovviamente, risponde solo chi lo ha scritto...

A più di sette mesi dal 7 ottobre, a che punto siamo in Palestina? Per rispondere bisogna guardare l’aspetto militare, ma non limitarsi a esso. Quella in atto è, davvero, guerra senza limiti. Non si combatte solo sul piano militare ma coinvolge tutti gli aspetti politici, economici, sociali, culturali, ecc. Inoltre, mai come adesso è chiaro a tutti come questo scontro si inserisce in uno molto più ampio che interessa l’Asia Occidentale e il mondo intero. Merita, inevitabilmente, lungo spazio.
Prima di tutto è obbligatorio fare una premessa su Hamas, su cui si sono concentrate molte attenzioni. Chi difende Israele la definisce integralista islamica e terrorista e ritiene la reazione di Israele al 7 ottobre una legittima difesa contro di essa, invocando il diritto degli ebrei di difendersi da chi li vorrebbe vittime di un nuovo Olocausto. Ma anche tra molti che difendono i palestinesi, le prese di distanza da Hamas sono molteplici: pedina di Israele, integralista islamica, reazionaria, espressione della borghesia palestinese, ecc. Due parole su Hamas sono, perciò, indispensabili.
Prendiamo in esame la tesi che la ritiene una pedina di Israele, molto diffusa tra i complottisti. Si può vedere, a titolo di esempio un articolo di Thierry Meyssan che oltre a sostenere che Hamas sia usata da Israele è anche protetta dagli inglesi. Meyssan non è tra i complottisti più accaniti, ma proprio per questo è un esempio particolarmente utile. Il complottista talvolta scopre notizie di una qualche utilità, dopo averle, però, ripulite dai fantasiosi contesti in cui le colloca. Perché fantasiosi? Perché i complottisti sono, per lo più, affetti dalla tipica patologia di infantilismo. Spieghiamo.
Un bambino percepisce (o se si vuole, comprende) di avere con il mondo esterno un rapporto di totale dipendenza, ma anche di totale impotenza.
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Attacco ucraino a un elemento chiave della difesa nucleare russa
La complicità di Washington minaccia l'intera architettura di sicurezza nucleare globale
di Mike Whitney
Anticipiamo la pubblicazione di questo articolo, dato che giungono da varie fonti notizie di altri attacchi UAV contro altre postazioni della catena di radar di allarme precoce. Provvederemo ad aggiornarvi non appena in possesso di informazioni verificate e maggiormente dettagliate.
Il “pesante coinvolgimento di Washington nel conflitto armato e il controllo totale sulla pianificazione militare di Kiev fa capire che le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti non sarebbero a conoscenza dei piani ucraini per colpire il sistema di difesa missilistico della Russia possono essere scartate”. Dichiarazione del senatore russo Dmitry Rogozin.
L’amministrazione Biden, utilizzando le sue forze per procura in Ucraina, ha lanciato giovedì un attacco senza precedenti contro “un elemento chiave dell’ombrello nucleare russo”, impedendo di fatto all’esercito russo di individuare i missili balistici ad armamento nucleare in arrivo. “Le immagini satellitari confermano che più droni hanno gravemente danneggiato un sito radar di allerta strategica russo nell’estremità sud-occidentale del Paese”, rendendo Mosca più vulnerabile agli attacchi nemici. I media occidentali hanno in gran parte oscurato qualsiasi copertura dell’incidente, che avrebbe dovuto essere presente nei titoli dei giornali di tutti i Paesi. Secondo la dottrina nucleare russa, qualsiasi attacco al sistema di primo allarme nucleare della Russia giustifica una rappresaglia nucleare. Data la gravità della situazione, dobbiamo supporre che la frustrazione di Washington per le prestazioni dell’Ucraina sul campo di battaglia abbia precipitato un drammatico cambiamento di politica che prevede provocazioni ad alto rischio volte a scatenare una reazione eccessiva che porti ad un intervento diretto della NATO.
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Dare all’Ucraina i missili per colpire la Russia è una dichiarazione di guerra
di Mike Whitney
Nel disperato tentativo di evitare un’umiliante sconfitta in Ucraina, “il Segretario di Stato Antony Blinken avrebbe chiesto al Presidente Biden di dare il via libera ad attacchi missilistici ucraini contro obiettivi in profondità nel territorio della Russia“. Il cambiamento di politica non avrà alcun impatto materiale sulla guerra terrestre in corso in Ucraina, anche se potrebbe innescare una risposta che metterebbe la NATO in conflitto diretto con Mosca. In breve, l’incombente sconfitta di Washington in Ucraina ha costretto i responsabili dell’amministrazione ad attuare una strategia che potrebbe innescare una terza guerra mondiale. Questo è tratto dal New York Times:
Fin dai primi invii di armi americane sofisticate all’Ucraina, il presidente Biden è sempre stato fermo su un divieto: il presidente Volodymyr Zelensky ha dovuto accettare il fatto che non avrebbe mai potuto usarle per colpire il territorio russo, perché questo avrebbe violato il mandato di Biden di “evitare la terza guerra mondiale”.
Ma il consenso intorno a questa politica sta venendo meno. Spinto dal Dipartimento di Stato, all’interno dell’amministrazione è in corso un vigoroso dibattito sull’allentamento del divieto per consentire agli ucraini di colpire i siti di lancio dei missili e le postazioni di artiglieria appena al di là del confine con la Russia – obiettivi che, secondo Zelensky, [essendo stati lasciati indisturbati] avrebbero consentito le recenti conquiste territoriali di Mosca.
Per mesi Zelensky ha sferrato attacchi contro navi, impianti petroliferi e centrali elettriche russe, ma lo ha fatto in gran parte con droni di fabbricazione ucraina, che non hanno la potenza e la velocità delle armi americane… Ora gli Stati Uniti sono sempre più sotto pressione affinché aiutino l’Ucraina a colpire obiettivi militari in territorio russo… con armi fornite dagli Stati Uniti….
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War fog sulla Palestina
di Enrico Tomaselli
Nel gergo militare, l’espressione nebbia di guerra allude all’assenza – o all’opacità – delle informazioni, che non consente ai belligeranti di avere una chiara cognizione di quanto sta accadendo. Attualmente, qualcosa di sostanzialmente simile sta accadendo in Palestina, ma la nebbia invece di nascondere la realtà del campo di battaglia alle forze che si stanno affrontando, la nasconde a chi la osserva dall’esterno; e non è costituita da una mancanza o scarsità di informazioni, quanto piuttosto dal prevalere di altre informazioni, che – appunto – distolgono l’attenzione e offuscano quel che accade sul terreno. Ma poiché la guerra è, non certo secondariamente, anche qualcosa di estremamente materiale, si potrebbe quasi dire misurabile, è importante ricondurre la visione su questa sua dimensione.
È ovviamente del tutto normale che eventi di grande tragicità, quale il massacro quotidiano messo in atto dall’esercito più immorale del mondo, siano costantemente alla ribalta, così come è naturale e giusto che siano le notizie a esso collegate a guadagnare le prime pagine. Che si tratti dell’ultimo bombardamento su un campo profughi o di una decisione della Corte Penale Internazionale, della scoperta di una fossa comune o di una presa di posizione da parte di qualche paese in riconoscimento dello Stato di Palestina, sono certamente tutte cose rilevanti, e che meritano la massima attenzione. Oltretutto, sono spesso eventi che si verificano sul medesimo terreno su cui si combatte, e sono intrecciati all’attività bellica vera e propria.
Ma indubbiamente essi contribuiscono anche a creare una cortina fumogena sugli aspetti propriamente bellici del conflitto.
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Come il conflitto ucraino ha cambiato la Russia
di Roberto Iannuzzi
Il paese sta vivendo una fase contrassegnata da una battaglia esistenziale con l’Occidente, e da una ridefinizione dei suoi obiettivi strategici e della sua identità politica e sociale
Più di due anni di conflitto in Ucraina non solo hanno rivoluzionato la politica estera russa, ma anche trasformato la società del paese forse irreversibilmente, al punto che la Russia ha oggi un’identità nuova e profondamente diversa rispetto ad alcuni anni fa.
Il ruolo internazionale del paese, la sua posizione nel mondo, gli obiettivi e la visione della sua classe dirigente – tutto è profondamente mutato.
Per la prima volta dal crollo del muro la Russia è realmente in guerra, non per risolvere qualche crisi ai margini della sua enorme massa territoriale, ma per combattere un conflitto esistenziale su un fronte lungo più di 1.000 chilometri, non molto lontano da Mosca, contro l’intero Occidente.
Gli Stati Uniti, infiltrandosi per anni in Ucraina, hanno trasformato quello che molti russi consideravano un paese fratello in un pericoloso nemico dal punto di vista di Mosca.
La breve parentesi della “pace fredda”
La crescente pressione e ostilità occidentale è riuscita a trasformare, nell’arco di poco più di due decenni, la leadership inizialmente forse più occidentalizzata ed europeista della Russia moderna – incluso lo stesso presidente Vladimir Putin – in una dirigenza fermamente determinata a contrastare le politiche americane ed europee nel continente.
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Gli eserciti fantasma della NATO
E il fantasma di Carl von Clausewitz
di Aurelien
Mentre le operazioni militari della crisi ucraina entrano nella sua lunga fase finale, con l’esito di massima ormai inequivocabile per tutti coloro che hanno occhi per vedere, ci si augura che gli opinionisti, a prescindere dalle loro opinioni personali di quale squadra di calcio vorrebbero la vittoria, accettino comunque la realtà e inizino a parlare dell’Europa e del mondo dopo una vittoria russa. Tuttavia, è tale la morsa del pensiero convenzionale e la paura di abbandonare le credenze sacre sul mondo, che questo non sta accadendo. Anzi, da tutti i punti della bussola ideologica si sente parlare di un nuovo minaccioso stadio nell’evoluzione della crisi, quello dell’intervento della NATO o, come suppongo si debba scrivere, dell’INTERVENTO DELLA NATO. Per alcuni, l’unico modo per “sconfiggere” la Russia e “fermare Putin” è che la NATO “venga coinvolta”, mentre per altri tale intervento è un disperato espediente dell’imperialismo statunitense che provocherà semplicemente la Terza Guerra Mondiale e la fine del mondo.
Se avete letto alcuni dei miei saggi passati, vi renderete conto che entrambi questi argomenti sono completamente falsi. Ma nonostante io, e altri scrittori molto più eminenti e letti, lo diciamo da tempo, sembra che siano quasi inosservati. Perciò questo è un saggio che pensavo non avrei mai dovuto scrivere, ma che ora mi sembra necessario. Si addentra in dettagli che potremmo definire strazianti, ma in questo genere di argomenti il diavolo si nasconde nei dettagli, o addirittura nei particolari dei dettagli. Detto questo, ci sono molti altri livelli che non vengono trattati, sui quali possono commentare persone molto più esperte di me in campo militare, ma si limita al quadro generale. Quindi….
Mentre pensavo a come affrontare questo saggio, mi sono imbattuto nel fantasma del grande pensatore militare prussiano Carl von Clausewitz che, un po’ contro le mie aspettative, ha prontamente accettato di fornire alcune riflessioni iniziali.
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Dal gas ai fondi russi congelati, la UE continua a farsi del male
di Gianandrea Gaiani
Dal gas ai fondi russi congelati l’Europa continua a farsi del male. Italia, Austria, Slovacchia e Ungheria sono i quattro partner che attualmente ricevono gas russo attraverso l’Ucraina e “dovranno trovare delle alternative” entro la fine dell’anno, come ha confermato oggi il portavoce della Commissione europea, Tim McPhie.
L’Unione Europea ha deciso infatti di non prolungare l’accordo trilaterale sul transito del gas con la Russia attraverso l’Ucraina, che scadrà alla fine di quest’anno, nell’ottica di continuare a ridurre ancora la dipendenza dal gas russo. “Nel 2021 abbiamo ricevuto il 45% delle nostre importazioni di gas dalla Russia, nel 2022 il 24%, nel 2023 il 15%”, ha precisato McPhie (nella foto sotto).
La riduzione della dipendenza energetica dalla Russia è diventata una delle principali priorità dell’Unione Europea dopo l’inizio dell’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina nel febbraio 2022, quando Bruxelles ha deciso di eliminare gradualmente, entro il 2028, le importazioni energetiche dalla Russia.
Come ricordiamo tutti, la decisione ha portato a un forte aumento dei prezzi del gas e per contenerlo la Commissione ha presentato diverse misure, tra cui acquisti congiunti, tetti di prezzo e maggiori sforzi di conservazione dell’energia.
Come riporta quotidianamente Gazprom, il gas russo viene pompato in Europa dai gasdotti ucraini al ritmo costante di 42/43 milioni di metri cubi al giorno. In termini politici non si può non notare quali siano i partner Ue colpiti dalla decisione della Commissione UE presso la quale, evidentemente, Bratislava, Budapest, Vienna e Roma o sono consenzienti o non hanno voce in capitolo dal momento che la Commissione sembra averne ignorato gli interessi.
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La Georgia in bilico
di Giacomo Gabellini
Nella seconda metà degli anni ’90, l’allora presidente georgiano Edvard Ševardnadze attuò una politica di apertura alle agenzie straniere destinata a condizionare profondamente gli orientamenti politici ed economici del Paese. Al punto che, nell’arco di un trentennio scarso, la Georgia – popolata da poco più di tre milioni di abitanti – è arrivata ad annoverare oltre 25.000 Organizzazioni Non Governative (Ong) in il cui bilancio dipende pressoché integralmente dai finanziamenti erogati dai grandi donatori occidentali sia pubblici che privati. I quali, oltre ai fondi, garantiscono accesso alle ambasciate e più in generale agli uffici di rappresentanza statunitensi ed europei, assicurando alle Ong notevole una influenza politica decisiva ma svincolata da qualsiasi responsabilità nei confronti dei cittadini.
A partire dal 2003, sulla scia della cosiddetta Rivoluzione delle Rose guidata da Mikheil Saakašvili, avvocato e ministro della Giustizia sotto Ševardnadze formatosi presso la Columbia University e la George Washington University, decine di professionisti alle dipendenze delle principali Ong cominciarono ad assumere rapidamente il controllo del governo e della macchina statale, colonizzando segmenti cruciali del comparto pubblico quali sanità, istruzione e giustizia e definendo gli indirizzi in materia di sviluppo del settore privato. Di conseguenza, la Georgia è andata trasformandosi in una sorta di laboratorio deputato alla sperimentazione dei progetti di riforma concepiti all’estero, finanziati da fondi stranieri e appaltati alle Ong locali. Come evidenziano le specialiste Almut Rochowanski e Sopo Japaridze, «la situazione è in pratica più o meno questa: un’importante agenzia di aiuti allo sviluppo o un finanziatore internazionale, ad esempio l’Usaid, la Commissione Europea o la Banca Mondiale, ha ideato un nuovo modello per la riforma dell’istruzione, che ora prevede di implementare non solo in Georgia, ma in genere in tutta una serie di Paesi.
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Bollire l'orso
di Enrico Tomaselli
Mentre nel corso dei primi due anni della guerra ucraina, il palmares del bellicismo era quasi equamente diviso tra USA e UK, in tempi più recenti questo è stato rivendicato da Macron. Le ragioni sono svariate, e spaziano dalla grande difficoltà in cui si trova oggi la Francia all’illusione di poter profittare della crisi tedesca per assumere la leadership europea, al nanismo politico del suo presidente. Ma la ragione di fondo è che le leadership europee, quasi unanimemente, si sono sostanzialmente rassegnate a eseguire il compito lasciato dagli Stati Uniti: assumersi l’onere del conflitto a est, sostenendo Kiev anche oltre l’ultimo ucraino, se necessario.
Anche qui, le ragioni per cui gli europei si sono convinti di non potersi sottrarre a tale incarico sono molteplici, e ne ho scritto altre volte. Quel che conta comprendere è come pensano di farlo, quando pensano di farlo, e ovviamente se davvero pensano di poterlo fare.
A giudicare da come si stanno intensificando le dichiarazioni interventiste, sembrerebbe che la scadenza non è poi così lontana; probabilmente, nelle segreterie europee si immagina di avviare una fase operativa quantomeno dopo le elezioni americane – anche per avere un quadro più chiaro in merito agli orientamenti della Casa Bianca, e alle sue tempistiche di sganciamento. Al tempo stesso, l’evoluzione sul campo di battaglia non sembra molto compatibile con queste ottimistiche previsioni: l’arrivo della bella stagione ha già rilanciato l’iniziativa russa lungo tutta la linea del fronte, e le carenze strutturali dell’esercito ucraino stanno venendo al pettine. Gli avvenimenti, quindi, potrebbero subire un’accelerazione.
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