La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale
Crisi in Medio Oriente nel contesto del declino statunitense
Chris Hedges intervista Richard Wolff
1.
Dalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.
Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.
Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.
Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times.
Milioni di persone, in particolar modo in Asia e in Africa, rischiano di sprofondare in una povertà estrema a causa del conflitto, secondo quanto segnalato dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.
Gli Stati Uniti, in qualità di esportatori netti di petrolio e gas naturale, sono rimasti relativamente isolati dallo choc globale, sebbene i prezzi della benzina siano aumentati di un dollaro al gallone dal 28 febbraio. Tuttavia, la situazione non rimarrà tale qualora l’Iran non dovesse riaprire presto lo Stretto. Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è già aumentato di quasi il 50 per cento, superando i 5,60 dollari al gallone. L’aumento dei prezzi del carburante, unito alle crescenti carenze e alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento, inizierà a gravare pesantemente sull’economia statunitense, dal momento che tutto ciò che paghiamo – inclusi beni di consumo, prodotti alimentari e trasporti – subirà rincari.
Non stiamo solo sfiorando una recessione globale, ma, se la chiusura dello Stretto non verrà risolta, rischiamo una depressione globale, con tutta la sofferenza e l’inevitabile instabilità socio-politica che le crisi finanziarie catastrofiche infliggono alle società. Oggi si unisce a me, per discutere le conseguenze economiche della guerra, il professor Richard Wolff, emerito di Economia presso la University of Massachusetts-Amherst e professore ospite presso il programma di specializzazione in affari internazionali della New School. Ha inoltre insegnato economia alla Yale University, alla City University di New York, alla University of Utah e all’Università di Parigi.
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Vorrei iniziare, Rick, esaminando un aspetto di cui non si è discusso diffusamente: le catene di approvvigionamento. Quanto sono fragili (stiamo già assistendo, ovviamente, al loro deterioramento), quant’è difficile ripristinarle e quali sono le conseguenze di un loro grave danneggiamento.
«D’accordo, è un ottimo punto di partenza. Chris, mi consenta di dedicare un momento alla storia economica. In particolare a partire dagli anni Settanta, le grandi corporation capitalistiche (americane, ma anche dell’Europa occidentale, giapponesi e altre) hanno seguito la direttiva della massimizzazione del profitto – la religione del capitalismo, per farla breve – spostando la produzione a livello globale, che è passata dall’essere concentrata negli Stati Uniti, ad esempio, all’essere sparsa in tutto il mondo. Nel 1970, Detroit era il fulcro dell’industria automobilistica in questo Paese. E tutt’intorno a Detroit, c’erano letteralmente centinaia di piccole e medie imprese che alimentavano quel settore, nel raggio di 20-50 miglia dalla città. Tutto ciò è svanito e Detroit ne è la dimostrazione. Per dare un’idea delle conseguenze sociali, oggi la sua popolazione è di circa 700.000 persone. Nel 1970 sfiorava i 2 milioni di abitanti. Questa è la demografia, per così dire, di ciò che è accaduto a quell’industria. Ebbene, la produzione si è spostata all’estero. E la realtà è questa: se si va all’estero – in Cina per un certo tipo di attività, in India per un altro, in Brasile per un altro ancora – ciò che si va a creare sono lunghe catene di approvvigionamento. Non è una questione di tecnologia. Spesso è frutto di un malinteso credere che la tecnologia moderna lo richieda. No, non è così. Lo spostamento non riguarda la tecnologia moderna: le tecnologie installate in Cina non sono poi così diverse da quelle che venivano installate qui. La realtà era che il costo del lavoro in Cina era molto più basso, e la disperazione di quei Paesi nel voler attirare posti di lavoro ha fatto sì che offrissero profitti altissimi e le corporation americane hanno accettato l’offerta. Nessuno ha puntato loro una pistola alla testa. Niente è stato fatto sotto costrizione. Si è trattato di un normale investimento capitalistico, volto a ricercare profitti più elevati. Il risultato finale, che non hanno calcolato perché raramente lo fanno, è stato non tenere conto di tutte le conseguenze secondarie scaturite dalle lunghe catene di approvvigionamento. Esaminiamo tali conseguenze. Le corporation non hanno tenuto conto di quello che sto per dire. Per loro, la prospettiva di profitti più alti chiudeva la questione. Ecco alcune delle conseguenze: occorre percorrere lunghe distanze per riportare il prodotto finito dalla Cina, o dall’India, o dal Bangladesh o dovunque sia stato prodotto, negli Stati Uniti per la vendita. Questo significa diventare dipendenti dalle spedizioni, ovvero dall’industria navale. E significa essere dipendenti – per citare l’attualità – dallo Stretto di Hormuz, oltre che da Malacca, Panama, Suez. Ci sono molti di questi snodi, e oggi rivestono un’importanza che in passato non avevano. Secondo, quando si spediscono le merci su lunghe distanze, perlopiù via mare, si inquina l’oceano. Ciò andrà a intaccare i viaggi, la pesca, l’accesso all’acqua: tutta una serie di conseguenze secondarie che, naturalmente, avrebbero dovuto essere prese in considerazione. Terzo, sarai soggetto alle turbolenze politiche: se la tua rotta di navigazione passa di qui o di là, se hai bisogno di strutture di stoccaggio lungo il percorso (il che di solito è necessario per far fronte a imprevisti), devi disporre di postazioni favorevoli in cui svolgere tali operazioni. Inoltre, in qualsiasi momento chiunque può bloccarti. E se lo fanno, ti ritrovi improvvisamente paralizzato. Lo stiamo vedendo proprio ora […]. Noi, come società, abbiamo bisogno di sapere in cosa stiamo investendo, in termini di tutte le ricadute sociali ad esso connesse. O quantomeno per ciò che possiamo prevedere e misurare. Ma le aziende non lo fanno, perché non calcolano i costi che non sono tenute a coprire. Non sono responsabili dell’inquinamento delle acque; non sono responsabili delle turbolenze politiche che possono generare delle interruzioni. Di conseguenza, non devono tener conto di queste eventualità né devono accantonare fondi per gestire gli imprevisti. Niente di tutto questo: procedono con il loro investimento. Tutto ciò produce le conseguenze sociali che ho appena delineato. E noi – i cittadini, il governo, la società – veniamo lasciati a cercare di rimediare a ciò che non è stato previsto, mentre loro incassano profitti che derivano non dai benefici intrinseci dell’investimento, bensì dal fatto di non dover calcolare, e tanto meno coprire, i costi sociali coinvolti. Ora ci troviamo a convivere con questo sistema. La guerra tra l’Iran, gli Stati Uniti e Israele – a prescindere dall’opinione che se ne ha – rappresenta un’interruzione all’interno di una lunga catena di approvvigionamento. E ci stiamo facendo carico degli enormi costi sociali, che hai accuratamente elencato in parte all’inizio della trasmissione. Tutti quanti ci troveremo a lottare sul piano economico, politico e culturale: basti pensare che gli Emirati Arabi Uniti si sono appena ritirati dall’Opec. Questa è una delle conseguenze a cascata di un’intera situazione che trasformerà il business del petrolio e tutto ciò che ne dipende per gli anni a venire».
Quindi il degrado della catena di approvvigionamento fa sì che, anche qualora lo Stretto di Hormuz venisse riaperto oggi, quella stessa catena rimarrebbe interrotta ancora per diverso tempo. Ho ragione?
«Assolutamente. E c’è di più, Chris, molto di più. Ogni azienda che abbia occasione, direttamente o indirettamente, di utilizzare lo Stretto di Hormuz sta ora calcolando il rischio in un modo mai visto prima. E tale rischio implica che molte di loro dovranno, o sceglieranno, di operare dei cambiamenti. Ad esempio, si registra un’accelerazione nella costruzione di gasdotti e oleodotti in tutta l’Asia per evitare la dipendenza dallo Stretto di Hormuz in materia di petrolio, gas naturale, ecc. Questo significa distogliere investimenti da altri progetti per destinarli alle condutture. Nessuno si sta domandando: “Quali sono i progetti che vengono rinviati? Quale bisogno sociale erano destinati a soddisfare?”. A quei progetti si rinuncia perché dobbiamo costruire oleodotti ovunque. Perché? Perché temiamo il rischio di non farlo. Gli Stati e le grandi corporation stanno facendo questi calcoli. Devono farli: è il loro compito. Il responsabile degli acquisti di ogni azienda, incaricato di assicurare la fornitura di carburante, petrolio e gas a un prezzo adeguato, è ora sollecitato dagli amministratori delegati a trovare alternative meno rischiose e a valutarle rispetto ai prezzi relativi. Naturalmente, non conosciamo i prezzi relativi perché ci troviamo nel bel mezzo del problema, e le loro fluttuazioni vengono determinate proprio in quest’istante. Per fare un esempio – dal momento che, al riguardo, l’Europa si trova in una posizione quasi altrettanto critica quanto l’Asia – le riserve strategiche di petrolio detenute dagli Stati Uniti sono state esaurite ormai per circa la metà. E stanno vendendo quel petrolio ben al di sotto del prezzo di mercato, perlopiù agli europei. Si tratta di un gioco politico condotto da Donald Trump. Ma gli europei non sanno per quanto tempo intenderà portarlo avanti. Non sanno se la guerra dei dazi tornerà a infiammarsi, come egli sembra auspicare, il che comporterebbe ancora una volta l’insorgere di tensioni tra gli Stati Uniti e l’Europa ben oltre la soglia già esistente. Si può capire quanto si possa andare in là osservando l’alienazione del Canada e di Mark Carney e tutto il resto. Di conseguenza, tutti cercano di ricalcolare e riposizionarsi; il rapido mutamento di un’infinità di variabili rende l’operazione estremamente difficile. Ma non altera la sfida fondamentale, che prima o poi credo dovrà essere affrontata in maniera esplicita. Non si può permettere lo sviluppo di un’economia mondiale che connetta tutti a livello globale precludendo la partecipazione delle masse, come se l’esito potesse essere affidato agli interessi privati di letteralmente qualche migliaio di corporation che prendono decisioni in base a ciò che è meglio per loro. Ma l’idea che ciò che è meglio per loro coincida con ciò di cui tutti noi abbiamo bisogno viene demolita dai titoli dei giornali di oggi».
Dunque, se lo Stretto rimane chiuso – e a questo punto non vedo alcun incentivo per l’Iran ad aprirlo – e i prezzi continuano a salire, sfociando in inflazione, in che modo risponderà la classe dirigente globale? Alzerà i tassi di interesse? Che cosa farà?
«Al momento, non credo che ne abbia la benché minima idea. E ne spiego il motivo. Il National Bureau of Economic Research, una delle principali istituzioni del nostro Paese che monitora i dati economici, è l’ente cui noi professionisti dell’economia facciamo riferimento per tracciare i cicli economici. Per farla breve: anni fa hanno scoperto che, ovunque il capitalismo si consolidi come sistema economico basilare, si registra in media una flessione (una recessione) ogni quattro-sette anni. Trattandosi di una media, a volte il lasso di tempo è più breve, a volte più lungo. E ogni flessione presenta le sue caratteristiche specifiche, i suoi ritmi, e così via. Si tratta però di un pattern che cerchiamo di superare da tre secoli senza successo. John Maynard Keynes ha persino sviluppato un’intera branca dell’economia per far fronte alla crisi peggiore, il crollo del 1929-30. Disponiamo di un intero sistema analitico, l’economia keynesiana, che ha contribuito a modularle, ma a superarle? No. Ebbene, se la media si attesta sui 4-7 anni, e l’ultima crisi è avvenuta nel biennio 2020-2021, allora ci siamo. Questo è il primo dato di cui essere consapevoli: una flessione economica è attesa. Se si legge la stampa finanziaria, gli articoli pullulano di queste considerazioni: lo sanno, non è un segreto. Non è una credenza sostenuta dalla sinistra e ignorata dagli altri; è un dato empiricamente consolidato. A questo punto interviene il dato interessante che occorre comprendere. Per quanto ci troviamo già sull’orlo di una flessione (come suggeriscono l’aumento della disoccupazione negli ultimi sei mesi e altri indicatori), è del tutto possibile – per quanto la stampa non ne faccia menzione – che lo choc provocato dalle interruzioni petrolifere dello Stretto di Hormuz possa innescare una recessione estremamente grave. E se questo accadesse, è tutto da dimostrare se si verificherebbe un’inflazione. Potremmo assistere ancora ad aziende intente ad aumentare i prezzi, sfociando nel fenomeno che gli economisti chiamano stagflazione, una miscela di stagnazione da un lato e inflazione dall’altro. Ma – e su questo vorrei porre l’accento – è altrettanto possibile che la flessione induca le aziende, per il timore di restare bloccate con scorte invendibili, a tagliare i prezzi. Voglio ricordare che durante la Grande Depressione degli anni Trenta, i prezzi crollarono. E questo mitigò il collasso per molte famiglie americane: persero il lavoro, disponevano di pochissimo denaro, ma i prezzi per cibo, vestiti e alloggio calavano proprio in virtù dell’estrema gravità della recessione. Potremmo vivere una recessione di entità paragonabile? Assolutamente sì. Non sto affermando con certezza che avverrà, ma potrebbe, e in tal caso, ci troveremo di fronte a un’interruzione, a uno shock petrolifero e a una deflazione anziché a un’inflazione. Le dinamiche economiche a riguardo sono piuttosto chiare; i precedenti storici non mancano, e dovremmo essere consapevoli che anche questo fa parte del problema. Se corrisponde al vero, come indicano le statistiche recenti, che il 10 per cento più ricco dei consumatori americani costituisce oltre la metà dell’intero volume dei consumi del Paese. E se il restante 90 per cento si trova realmente alle strette come suggeriscono i dati, allora non so quale potrà essere la reazione se servirà un altro dollaro a gallone per andare e tornare dal lavoro, o per recarsi a fare la spesa, o al cinema. C’è una battuta che sento ripetere di continuo qui a New York: “C’è troppo mese alla fine dello stipendio”. In una tale congiuntura assisteremo a una deflazione, perché il sistema andrà incontro a una contrazione drastica».
* * * *
2.
Nella prima parte di questo colloquio, il giornalista Chris Hedges e l’economista Richard Wolff hanno analizzato come l’escalation militare in Medio Oriente stia mettendo a nudo le fragilità strategiche degli Stati Uniti. Ma quali sono le ricadute strutturali della crisi sul sistema economico globale? In questo secondo confronto, l’attenzione si sposta sui nodi finanziari che tengono sotto scacco Washington. Al centro dell’analisi, il crescente indebitamento degli Stati Uniti, il ruolo del dollaro come valuta di riferimento internazionale e le strategie di potenze come Cina, Russia e Iran, che tentano di ridurre la propria dipendenza dal sistema finanziario occidentale.
Che ripercussioni genera sull’Impero la paralisi dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della sterminata catena di approvvigionamento?
«Questo è un tasto dolente per me. Ritengo che il nostro impero sia finito. Credo che ciò che stiamo vivendo – tu, io, la nostra attuale generazione – sia l’esperienza brutta, sgradevole e spaventosa del declino di un impero. Nel corso dell’ultimo secolo, il nostro impero è cresciuto costantemente. Non per tutti, naturalmente, ma per una fetta di popolazione sufficiente a conferirle i tratti di una vera e propria espansione economica e strutturale. E ciò è avvenuto in particolar modo all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando tutti gli altri potenziali contendenti per quel ruolo di leadership si erano ridotti in macerie. Il risultato, in sostanza, è che siamo diventati i padroni del mondo.
Da tale congiuntura sono scaturiti gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, decenni in cui si è assistito a quella strana esaltazione di tutto ciò che era americano, il cosiddetto “eccezionalismo americano”: l’idea che, se si era credenti, Dio amasse noi più di chiunque altro, e via discorrendo. Qual è l’origine di tutto ciò? Si è trattato di un classico abbaglio: l’incapacità di capire quanto fossero particolari le condizioni di quel momento, sfociata nell’illusione che vi fosse una qualche garanzia di immutabilità; o che, pur in presenza di un mutamento del contesto, la singolare posizione di privilegio degli Stati Uniti si sarebbe in qualche modo perpetuata. Ma non vi è nulla di più falso.
A partire da circa 10 o 15 anni fa, ritengo che tale declino sia diventato evidente. Non tanto a livello di narrazione pubblica, poiché viviamo in un Paese che pratica sistematicamente quella che mia moglie, di professione psicoterapeuta, definisce una “negazione di massa”. Vi è un rifiuto categorico di prendere in considerazione la sola idea che l’impero sia al tramonto. Di conseguenza, ci si preclude di domandarsi: cosa significa? Come dobbiamo comportarci con la Cina, la Russia o l’Iran agendo in veste di impero in declino? Questo richiederebbe un cambio di paradigma radicale.
A quel punto, l’obiettivo dovrebbe diventare quello di capire come gestire la transizione e attraversare la fase di declino senza farci saltare in aria o disintegrare l’intero pianeta. Non si tratta più di preservare la propria egemonia: quella è definitivamente svanita. Si tratta di trovare un modo sostenibile di gestire i rapporti. Ma i nostri leader non ragionano né si esprimono in questi termini. Parlano come se si trovassero ancora negli anni Settanta o Ottanta, quando si poteva verosimilmente sostenere che la posizione degli Stati Uniti fosse di dominio assoluto. Quel periodo è ormai finito.
Il Vietnam ha segnato l’inizio della fine, forse persino la Corea, ma il Vietnam certamente; per poi proseguire con l’Afghanistan, l’Irak e ora l’Ucraina. È assurdo. Non siamo nella posizione di fare esibizioni di forza, nonostante la saggezza del senno di poi secondo cui l’amministrazione americana – Pete Hegseth, Donald Trump – era convinta di poter risolvere la questione iraniana nel giro di pochi giorni, assassinare l’Ayatollah, sganciare un po’ di bombe sull’Iran e convincersi che tutto sarebbe andato in pezzi a nostro favore. È un errore talmente catastrofico che ti lascia senza fiato.
Per quanto mi riguarda, stiamo vivendo l’epilogo dell’Impero, un tracollo che è stato accelerato e reso ancor più imminente dalla crisi attualmente in corso in Medio Oriente. E poiché l’approccio americano continua a fondarsi sull’assunto illusorio di non avere un impero ormai in declino, si continuano a fare errori che finiscono per auto-alimentare il declino imperiale stesso. Ma è questo il prezzo imposto dalla negazione. È esattamente ciò che è avvenuto, a causa di una negazione del tutto analoga, nel tramonto di altri grandi imperi del passato: quello romano, quello greco, quello persiano, quello ottomano, nessuno escluso. Lo schema storico non diverge di molto. Si inizia con la negazione: non si riesce a crederci, non si vuole crederci, si decide deliberatamente di non crederci. Di conseguenza, si compiono errori macroscopici che rendono la caduta un dato di fatto stringente, accelerandone la dinamica.
Al giorno d’oggi, quando mi trovo a rilasciare interviste ad organi di stampa britannici, li esorto in questo modo: “Aiutateci. Voi state gestendo il vostro declino da molto più tempo di noi”. L’Impero americano ha di fatto raccolto i cocci di quello che rimaneva dopo il collasso dell’Impero britannico, e i britannici hanno dovuto fare i conti con questa realtà per molto tempo. Noi stiamo solo iniziando ad affrontarlo, e lo stiamo facendo in maniera disastrosa».
Vorrei chiederle dell’egemonia del dollaro, dello Swift e dei petrodollari […]. È in atto un tentativo da parte di Cina, Russia e certamente Iran di liberarsi dalla tirannia del dollaro?
«Sì, e qui rintracciamo, se me lo consente, una splendida esemplificazione della nozione hegeliana di contraddizione. Ecco cosa intendo: i cinesi in particolare hanno capito – e va riconosciuto loro il merito – di aver raggiunto un traguardo formidabile. E a tal proposito, dovrei premettere (lei mi conosce, non se ne preoccuperebbe, ma di questi tempi mi tocca specificarlo): quanto sto per dire non costituisce un endorsement nei confronti della Cina. La Cina presenta innumerevoli problemi, che giustificherebbero un cospicuo numero di programmi a sé stanti. Non stiamo parlando di una società ideale o nulla di simile.
Ciò detto, la crescita economica della Cina negli ultimi 40 anni ha registrato tassi fenomenali. Non mi risulta esservi alcun precedente al mondo – e la storia economica è la mia materia di studio. Nessuno ha mai conseguito un tale livello di crescita economica in una frazione temporale e storica così breve. Pertanto, i cinesi sono del tutto consapevoli del fatto che il miracolo dello sviluppo economico di cui si fregiano è avvenuto in un momento storico in cui gli Stati Uniti operavano in qualità di egemone e il dollaro in qualità di valuta globale.
Di conseguenza – e ne ho discusso con economisti cinesi – hanno maturato la consapevolezza che è più saggio procedere con estrema cautela e senza fretta, poiché non intendono affossare un elemento che riconoscono come parte integrante del loro successo. Non hanno alcuna fretta di veder sparire il dollaro. Ritengono che tale eventualità sarebbe foriera di pericoli per loro stessi, per non parlare del resto del mondo. D’altro canto, come sottolineava giustamente lei, oggi sono la superpotenza economica concorrente a livello globale. Non vi è alcun dubbio. Non è la Russia. È la Cina. Il protagonista è la Cina. Chiaro? I cinesi sanno bene che le dinamiche sono queste, e sono perfettamente consapevoli del fatto che gli Stati Uniti traggono straordinari vantaggi tanto dal ruolo del dollaro come valuta mondiale, quanto dal peso specifico del dollaro all’interno del mercato del petrolio, parte integrante del loro ruolo nel mondo.
E non dispiacerebbe loro godere di alcuni di quei privilegi – se vogliamo, i benefici e il valore che scaturiscono dall’avere la propria moneta nel ruolo di valuta globale. Vorrebbero che la loro moneta assumesse quel medesimo ruolo a loro vantaggio. Dunque, hanno un atteggiamento deferente nei confronti del dollaro e degli Stati Uniti, ed è proprio qui che si inscrive la contraddizione. Da un lato osteggiano il sistema, dall’altro lo assecondano. Lo si vede nei suggerimenti dati all’inizio agli iraniani, se ho letto correttamente i resoconti delle notizie. I cinesi stanno spingendo per porre fine alla guerra. Vogliono che anche gli iraniani facciano delle concessioni. È un po’ diverso rispetto ai consigli che penso l’Iran stia ricevendo dalla Russia. Anche tra di loro non mancano le divergenze. Tuttavia, al netto di ciò, il processo storico di lungo corso si sta inequivocabilmente orientando verso la perdita del ruolo globale del dollaro […].
Dunque, se il dollaro dovesse indebolirsi o, in ultima istanza, se smettesse di essere la valuta di riserva globale, presumo che nessuno sarebbe più disposto ad acquistare il nostro debito. E ci sarebbe una contrazione immediata dell’Impero […]. È corretto?
«Credo che lei abbia ragione. Per esplicitare ulteriormente il concetto: gli Stati Uniti stanno accumulando deficit di bilancio sbalorditivi e, stando alle dichiarazioni di Trump, vi è la volontà di innalzare il budget per la difesa fino a 1.500 miliardi di dollari. Secondo i miei calcoli, si tratta di un incremento di 600 miliardi di dollari su una base di 900 miliardi. È un aumento del 50 percento. Cose da non credere. Inoltre, intende portare avanti tutta una serie di altre iniziative, sebbene la Corte Suprema gli abbia impedito di riscuotere i dazi, perlomeno non nella misura in cui riteneva di poterlo fare. Conoscendo il bilancio americano, ciò significa che non vi sono nuove entrate in arrivo, mentre è in programma un aumento vertiginoso della spesa pubblica.
Eppure, nessuno dice: “Aspettate un momento. In questo modo sarete costretti a rivolgervi al mercato globale per prendere in prestito capitali ingenti. Siete un Paese che quest’anno ha già varcato la soglia dei 40.000 miliardi di dollari di debito pubblico; non potete continuare su questa strada”. A beneficio del suo pubblico, vorrei ricordare che le tre principali agenzie di rating americane – Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch – gli enti preposti alla valutazione del merito creditizio, negli ultimi anni hanno declassato il rating del debito statunitense da AAA ad AA. Certo, rimane un buon livello, ma non è più l’eccellenza. Altri Paesi vantano la tripla A. Noi no. Il mondo intero deve capire che stiamo accumulando prestiti come mai prima d’ora, pur rappresentando l’investimento più rischioso di sempre.
E l’intera storia economica ci insegna che una simile congiuntura sfocerà immancabilmente in uno dei seguenti due scenari. Primo: gli investitori smetteranno di fare credito agli Stati Uniti, nel qual caso non si potrà più finanziare il deficit (e su questo tornerò a breve). Secondo: continueranno a prestarci denaro, ma esigeranno tassi di interesse più elevati per compensare il rischio maggiore insito nel finanziare un Paese gravato da 40.000 miliardi di dollari di debiti. Gli Stati Uniti sono la nazione più indebitata al mondo. Nessun altro Paese vi si avvicina nemmeno lontanamente. Dunque, la situazione è di estrema gravità […]. Come cerco sempre di spiegare, se guerre come quelle in Vietnam, Afghanistan e Iraq fossero state finanziate attraverso un inasprimento della pressione fiscale, avremmo assistito a un’opposizione molto più repentina e massiccia.
Noi finanziamo i conflitti attraverso l’indebitamento. Il paradosso risiede nel fatto che il resto del mondo ci presta i soldi per combattere guerre che buona parte di quello stesso mondo vorrebbe non venissero mai combattute. Eppure, ne sono complici. È questa l’essenza dell’economia globale. È così che funziona. I cinesi sostengono i popoli contro cui noi combattiamo, mentre noi, ogni anno, versiamo miliardi di dollari in interessi alla Cina, essendo essa il secondo maggiore detentore di debito pubblico statunitense. Pertanto, le nostre tasse finiscono in Cina, che noi sosteniamo essere il nostro grande dilemma strategico. Ma in tal modo, li aiutiamo a finanziare il loro apparato militare. E il pubblico non deve credere che questo sia un segreto. Non lo è affatto. Sono informazioni di dominio pubblico. Ma è l’inevitabile conseguenza dei molteplici vicoli ciechi in cui gli Stati Uniti si sono infilati. Mettendo insieme tutti questi elementi, si prefigurano gli scenari allarmanti che ne derivano […]».
Stiamo forse rasentando quella che alcuni analisti hanno già definito una potenziale depressione globale?
«Assolutamente sì. Il motivo è che tutti i Paesi guida del sistema-mondo sono profondamente interconnessi. È questo il significato stesso del “sistema-mondo”. Un sistema guidato dall’Occidente, senza dubbio, poiché eravamo noi a detenerne il controllo nel passaggio dal Ventesimo al Ventunesimo secolo. Noi siamo la potenza che deteneva la ricchezza. Abbiamo instaurato regimi coloniali e plasmato le colonie a nostra immagine e consumo. Successivamente, tali nazioni hanno lottato per l’indipendenza e hanno conseguito l’emancipazione politica, salvo poi scoprire che ciò non garantiva loro l’autonomia economica. Oggi stanno maturando lentamente questa consapevolezza e agendo di conseguenza, e non si lasceranno più arginare. Pertanto, il cosiddetto Sud Globale costituisce ormai una forza reale, destinata ad assumere un peso sempre maggiore.
Se uniamo le loro rivendicazioni alla loro storia, alle loro ambizioni, e le incrociamo con il declino imperiale che affligge gli Stati Uniti, nonché con le aspirazioni di potenze come Cina, Russia e, in un certo senso, l’Iran – le quali attendono dietro le quinte, pronte a subentrare in veste di futuri egemoni – il quadro si delinea con chiarezza. Ci troviamo di fronte a un mix esplosivo, in cui ogni attore è ripiegato sulla propria agenda senza disporre dei meccanismi istituzionali idonei per gestire collettivamente tali tensioni. La Prima guerra mondiale fu un conflitto di una brutalità inaudita, tale da suscitare, a posteriori, quantomeno lo sforzo di istituire la Società delle Nazioni per tentare una conciliazione diplomatica. In seguito, per iniziativa in primis di Italia e Germania, le nazioni abbandonarono l’organizzazione, sprofondando nella Seconda guerra mondiale, un orrore analogo a distanza di pochi anni dal precedente. Dopodiché, ci si è affidati all’esperimento delle Nazioni Unite.
E adesso assistiamo di fatto al ritiro degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite, in svariate forme istituzionali e ancor più marcatamente in maniera informale. Ne consegue l’assoluta mancanza perfino del mero tentativo di sedersi attorno a un tavolo per elaborare una strategia che consenta da un lato di assecondare il fisiologico declino dell’impero statunitense, senza che questo debba rappresentare una minaccia per l’intero pianeta, e dall’altro lato di far spazio al legittimo desiderio di crescita della Cina senza che anch’essa costituisca un pericolo per l’equilibrio globale. Non so se tale conciliazione sia realizzabile. Ma il solo fatto di non profondere alcuno sforzo in tal senso è un verdetto così desolante sul genere umano che preferisco non addentrarmi oltre».











































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