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Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana
di Tiberio Graziani
L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare.
C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso ritenuto distorsivo da parte del Governo stesso. La diffida inviata a Palazzo Chigi contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è soltanto un episodio di conflittualità politico-giuridica, ma un sintomo di una più ampia crisi di orientamento strategico.
Quando Pietro Mattei parla di “distorsione dell’eredità politica”, egli richiama implicitamente una categoria centrale della riflessione geopolitica: quella della coerenza tra rappresentazione simbolica e prassi strategica. In altri termini, il problema non è il nome in sé, ma il disallineamento tra ciò che esso storicamente significa e l’azione politica che oggi pretende di incarnarlo.
Per comprendere la portata di tale disallineamento, è necessario collocare la figura di Enrico Mattei nel contesto della competizione sistemica del secondo dopoguerra, evitando letture riduttive che ne limitino l’azione alla sola dimensione industriale.
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Alla ricerca di (delle) radici
Tentativo di dare ordine ai concetti di prodotto sociale, consumo e surplus
di Luciano Bertolotto
Il prodotto sociale
La natura fornisce le risorse necessarie alla vita... la madre terra..
L'uomo, con il lavoro, la modifica, per trarre quanto pensa gli sia utile.
Non senza conseguenze. In parte dovute alla selvaggia appropriazione di quel che serve per soddisfare la domanda di un consumo sempre più sofisticato.
Il territorio è considerato alla stregua di una variabile dipendente, uno ostacolo da superare.
Certe catastrofi non sono affatto naturali...
Inoltre la popolazione mondiale, cresciuta in misura abnorme, si è concentrata in aree superaffollate dove, i rifiuti e, soprattutto i gas emessi, alterano ogni precedente equilibrio.
Qualche megalomane pensa che stiamo distruggendo il pianeta.
In realtà a essere distrutto sarà solo il nostro habitat.
Con noi, o senza di noi, il vecchio sasso continuerà, tranquillamente, a ruotare attorno al sole.
Ma questo è solo un aspetto del problema. Una conseguenza(non la sola) del comportamento di chi sta segando il ramo su cui è seduto.
Il guaio dell'uomo(soprattutto se di genere maschile) è di credere d'essere padrone del mondo. Come se esso esistesse per noi...anzi, per qualcuno di noi. Come specie lo si vuole dominare e, nel suo piccolo, ciascun individuo cerca di possederne almeno un pezzettino.
Probabilmente si è perso il ricordo di quanto era fragile l'umanità di fronte alle forze della natura.
Vecchia storia sancita da scritture più o meno sacre...
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Assassini di bambini: lo Stato di Israele, i suoi protettori e il massacro industrializzato dei bambini
La confessione che nessuno ha fatto
di Laala Bechetoula - Global Research
Cominciamo con l'unica frase che ogni ministro degli esteri occidentale, ogni portavoce della Casa Bianca, ogni portavoce dell'Unione Europea si è rifiutato di pronunciare in 18 mesi di massacri:
Israele sta uccidendo bambini. Deliberatamente. Sistematicamente. Con le nostre armi. Con i nostri soldi. Con la nostra copertura diplomatica. E noi lo permettiamo.
Questa è la sentenza. Non è propaganda. Non è antisemitismo. Non è una teoria del complotto diffusa su siti web marginali. È la conclusione documentata, verificata e corredata da riferimenti incrociati dell'UNICEF, dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, di Human Rights Watch, di Amnesty International, dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, della Corte Internazionale di Giustizia, di The Lancet e, da gennaio 2026, delle stesse fonti militari israeliane, che hanno finalmente accettato il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute di Gaza.
Più di 21.289 bambini sono stati confermati uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023. Più di 44.500 bambini sono rimasti feriti, molti in modo permanente. Più di 172 bambini sono stati uccisi in Libano in sei settimane di rinnovata guerra. Almeno 254 bambini sono stati uccisi in Iran dal 28 febbraio 2026, tra cui più di 165 studentesse uccise in un singolo attacco alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab. Più di 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti in tutta la regione in meno di trenta mesi.
Questa non è guerra. Questa non è autodifesa. Questo non è un tragico ma inevitabile effetto collaterale di complesse operazioni militari in aree densamente popolate. Questo è lo sterminio sistematico, su scala industriale, di bambini arabi, finanziato dagli Stati Uniti d'America, reso possibile dalla codardia dell'Europa ed eseguito dallo Stato di Israele con una precisione e una coerenza che non lasciano spazio alla parola "incidente".
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Donald contro Leone
di Alessandro Zaccuri
La prima parola scritta tutta in maiuscolo è WEAK, “debole”; l’ultima è LOSER, “perdente”, che nella logica della manoshpere (modesta proposta: in italiano la resa migliore sarebbe “maschiosfera”, anziché il calco “manosfera”) è più o meno un sinonimo di weak, con ulteriore sfumatura denigratoria. Non soltanto non ce la fai, ma le prendi pure. Dopo di che, sempre in aggressivo stile caps lock, segue la firma DONALD J. TRUMP. Nel messaggio pubblicato il 13 aprile sul social Truth come d’atto d’accusa contro il pontificato di Leone XIV, gli altri termini messi in risalto a colpi di tastiera sono FEAR (“paura”), COVID, MAGA, OK e IN A LANDSLIDE, “a valanga”, o anche “schiacciante”, in riferimento a un risultato elettorale. Trump si serve di questa accezione per ribadire l’incontestabilità della vittoria conseguita sulla democratica Kamala Harris. Essendo diventato presidente degli Stati Uniti, adesso decide tutto lui. È persuaso che l’elezione di Robert Francis Prevost sia merito suo, perché – sostiene – la Chiesa aveva bisogno di un papa statunitense per gestire i rapporti «con il presidente Donald J. Trump», cioè con lui stesso. Motivo per cui Leone XIV farebbe meglio a darsi una regolata, magari lasciandosi consigliare dal fratello Louis, che è un tipo con la testa a posto. Un MAGA dichiarato, che altro?
Messe una in fila dopo l’altra, le parole in maiuscolo sintetizzano in modo straordinariamente efficace un programma che, prima di essere politico, è anzitutto culturale: una mentalità che diventa prassi, ma che già in quanto mentalità è di per sé incompatibile con la mitezza del messaggio evangelico.
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Sullo spirito del capitalismo
di Andrea Zhok
Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell’interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.
Questo fatto è da sempre un ostacolo a una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali e internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata. Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (e per quanto alcuni, come Rosa Luxemburg, li avesse descritti già ai tempi), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.
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Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista
di Eros Barone
Nel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.
Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.
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Le alternative frustrate nel ‘900 hanno bisogno di essere riscattate oggi. Per l’umanità
Tre domande di Alberto Deambrogio a Pier Paolo Poggio
Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica (Jaca Book 2015) eLa Rivoluzione Russa. Intellettuali e potere (con S.Caprio e G. Codevilla, Jaca Book, 2017). Ha curato inoltre il progetto l’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Pier Paolo Poggio ha voluto realizzare l’intervista che segue dopo un lungo periodo di silenzio. Gli siamo riconoscenti.
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Alberto Deambrogio: Pier Paolo Poggio il tuo monumentale lavoro con la collana l’Altronovecento ha portato alla luce correnti di pensiero, figure, conflitti spesso espunti dalla narrazione ufficiale del cosiddetto secolo breve.
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Su Romano Luperini (1)
di Ennio Abate, Romano Luperini
Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]
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L’INCONTRO E IL CASO di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?
Il tema dell’incontro con l’altro – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.
Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.
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Il “predominio energetico” USA rischia di naufragare nel Golfo Persico
di Roberto Iannuzzi
Lo shock energetico originato da Hormuz affossa il Golfo, investe gli alleati asiatici di Washington, e favorirà le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta alla Cina che è leader nel settore
Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump.
Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).
Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina.
In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili.
Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli USA sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.
Non solo Washington ha accresciuto la dipendenza degli alleati (orfani delle fonti russe a basso costo) nei confronti delle proprie risorse energetiche, ma vuole ostacolare la loro transizione verso le energie rinnovabili, dove la Cina occupa una posizione di leadership.
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Iran: la guerra inevitabile
di Davide Malacaria
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington - Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato
“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.
Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.
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