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Anchorage come Minsk?
di Roberto Iannuzzi
A quasi un anno dall’incontro in Alaska fra Trump e Putin, a Mosca cresce la disillusione. Secondo Lavrov, la Russia è stata ingannata come avvenne con gli accordi di Minsk
Al recente vertice NATO ad Ankara, in Turchia, il presidente americano Donald Trump ha speso parole insolitamente calorose nei confronti dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky.
L’inquilino della Casa Bianca ha espresso il proprio appoggio agli attacchi ucraini a lungo raggio in territorio russo, affermando che “è un’escalation, ma è anche un’escalation che potrebbe contribuire a portare a una conclusione” del conflitto.
L’incontro amichevole fra i due presidenti è apparso in netto contrasto con la “lite dello studio ovale” consumatasi tra i due all’inizio del 2025 quando Trump aveva da poco inaugurato il suo secondo mandato.
La posizione apertamente filo-ucraina manifestata dal leader americano sancisce il fallimento degli sforzi diplomatici avviati dall’incontro fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025.
Tali sforzi, volti a giungere a una soluzione negoziata del conflitto, avevano incontrato la netta opposizione di Kiev e dei paesi europei, oltre che di esponenti repubblicani e democratici del Congresso americano.
Lavrov e il paragone con Minsk
Alcune settimane fa, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato di non voler “nemmeno pensare che l’Alaska, proprio come le azioni degli europei, sia stata concepita per guadagnare tempo al fine di riarmare il regime di Kiev. […]Ma in realtà le cose sono andate proprio così”.
Parlando delle “azioni degli europei”, Lavrov si riferiva alle dichiarazioni rilasciate dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista del 2022, secondo cui gli accordi di Minsk sarebbero stati uno stratagemma per permettere all’Ucraina di riarmarsi.
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L’atomo della restaurazione
di Mario Sommella
Come il governo Meloni calpesta due referendum per consegnare il nucleare ai mercati
Ci sono date che la destra italiana non ha mai digerito. L’8 novembre 1987, quando ottanta italiani su cento dissero no al nucleare. Il 13 giugno 2011, quando ventisette milioni di elettori lo ripeterono, travolgendo il progetto di Silvio Berlusconi di riempire la penisola di centrali. E il 23 marzo 2026, quando il No popolare ha affondato la riforma costituzionale della giustizia, la rivincita sognata per trent’anni contro la magistratura. Tre sconfitte, una sola ossessione: piegare la volontà popolare quando la volontà popolare non coincide con gli interessi del blocco di potere. Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega che riporta il nucleare in Italia. Non è una legge sull’energia. È un atto di restaurazione, il tentativo di rovesciare per via parlamentare ciò che due tornate referendarie hanno stabilito in modo inequivocabile. Ed è per questo che la battaglia che si apre non riguarda soltanto l’atomo: riguarda la sovranità del voto popolare, cioè il fondamento stesso della democrazia repubblicana.
Una delega in bianco, approvata a tappe forzate
Il provvedimento approvato a Montecitorio, e ora in viaggio verso il Senato dove il governo conta di chiudere la partita prima della pausa estiva, è una legge delega: il Parlamento conferisce all’esecutivo il potere di disciplinare con propri decreti, da emanare secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin «oltre Natale non si va», l’intera materia nucleare. Costruzione ed esercizio degli impianti, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno con energia atomica, riorganizzazione della governance e degli enti di controllo: tutto finisce nelle mani del governo, con criteri direttivi talmente generici da configurare una delega in bianco. La stessa autorità di sicurezza nucleare, che dovrebbe essere il presidio indipendente di controllo, verrà definita da un decreto delegato di cui non si conosce il merito: composizione, poteri, garanzie di reale autonomia dalle aziende che dovrà vigilare.
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“A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”
di Rami Abu Jamous
Riprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre.
Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Red.)
https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco
I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco.
Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra.
Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano.
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È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
di Irene Doda
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.
Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.
I limiti e i bias dei modelli commerciali
L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.
In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono.
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La cosmotecnica e il ritorno delle civiltà
di Antonio Martone
Recensione a: Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano 2026
I
Negli ultimi decenni la filosofia politica ha rivolto la propria attenzione soprattutto ai processi di globalizzazione, alla crisi della sovranità, alla finanziarizzazione dell’economia, alle trasformazioni della democrazia liberale e, più recentemente, all’impatto delle tecnologie digitali sulle forme della vita collettiva. Anche quando si è confrontata con il mutamento degli equilibri internazionali, lo ha fatto prevalentemente attraverso categorie economiche o giuridiche: capitalismo, governance, biopolitica, neoliberalismo, diritti, Stato. Meno frequente è stato, invece, il tentativo di assumere le civiltà come oggetto specifico della riflessione filosofica. Dopo la stagione inaugurata da autori come Toynbee, Spengler o, in forme profondamente diverse, Huntington, la nozione stessa di civiltà è progressivamente uscita dal lessico della teoria politica, gravata dal sospetto di essenzialismo o ridotta a categoria descrittiva della storia delle culture.
È precisamente su questo terreno che si colloca il nuovo libro di Alessandro Visalli. Oltre l’Occidente non è soltanto un contributo alla riflessione geopolitica sul declino dell’egemonia occidentale, né una nuova interpretazione della transizione verso un ordine multipolare. Più radicalmente, esso rappresenta il tentativo di restituire dignità filosofica alla categoria di civiltà, sottraendola tanto alle semplificazioni geopolitiche quanto alle letture culturalistiche che ne hanno spesso accompagnato l’impiego. Il problema del libro non consiste infatti nello stabilire quale potenza dominerà il XXI secolo, bensì nel comprendere se la modernità occidentale possa ancora essere pensata come il destino universale dell’umanità oppure se essa debba essere reinterpretata come il risultato storico di una particolare forma di civiltà. Va detto subito che l’opera di Visalli si inserisce in un progetto più ampio: si tratta infatti del primo volume di un’opera a due mani, realizzata in collaborazione con Carlo Formenti, che firmerà il secondo volume intitolato L’alba di una nuova era. I due autori dichiarano di aver lavorato in stretto scambio di bozze e osservazioni critiche, dando vita a due testi complementari, pur nella diversità degli stili e delle angolazioni. A unirli è un approccio che si potrebbe definire “marxista ancorché eretico”, che vede nell’universalismo occidentale non già una filosofia neutrale, ma una “macchina da guerra” al servizio del modo di produzione capitalistico, volta a imporre al mondo intero forme economiche, istituzioni e valori del blocco euroatlantico.
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Iran: anatomia di un effimero cessate il fuoco
di Roberto Iannuzzi
Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica
Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.
La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.
Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.
I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.
Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.
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Giardini, foreste e l’armonia del modello economico ortodosso
di Riccardo Leoncini
Qualche tempo fa, mentre camminavo verso la fine del mio trekking in una foresta indiana, all’avvicinarci del posto di ritrovo, ho fatto notare alla mia guida che dopo aver camminato nel silenzio della foresta, i rumori che sempre più distinti si facevano largo fra piante e fogliame indicavano che ci avvicinavamo al punto di ritrovo comune. Anche io, completamente perso nel bel mezzo della foresta, capivo che stavamo tornando alla civilizzazione. Quando l’ho fatto notare, lui si è messo a ridere e ha confermato dicendomi: “Ora siamo al sicuro!”. Questa sua risposta mi è sembrata la perfetta metafora della nostra condizione: siamo al sicuro soltanto quando siamo (finalmente) fuori dalla natura. La natura, di cui, da buoni ecologisti della domenica, siamo paladini e santi protettori, in realtà ci fa paura. Tuttavia, non è soltanto la paura che esprime la nostra relazione con la natura, e tuttavia ci fornisce una metafora della modernità che vale la pena di approfondire.
Immagino ciascuno di noi abbia presente un giardino. Da quelli più o meno (disastrosamente) curati di casa nostra a quelli regalmente curati di Versailles. Ebbene, secondo me, questi giardini, ma in realtà tutti i giardini (perché stiamo parlando del concetto stesso di giardino, e non di uno in particolare) costituiscono il punto più avanzato del trionfo dell’uomo sulla natura. Probabilmente il primo giardino è stato pensato nel momento in cui l’uomo ha intellettualmente compreso che sarebbe stato in grado di controllare l’entropia del sistema semplicemente allargando i confini del proprio io e inglobando il disordine esterno nel proprio ordine interno. Mettere ordine nel caos costituiva l’unico modo per sopravvivere in un ambiente decisamente ostile, in cui il passaggio da predatore a preda era funzione di un numero veramente limitato di parametri: forza, velocità, ed eventualmente resistenza. L’unico modo per non dover vivere in continua tensione adrenalinica, guardandosi intorno in continuazione per prevedere e quindi prevenire il possibile attacco, cioè l’unico modo per sopravvivere nel caos primigenio era quello di ridurre l’entropia dell’ambiente circostante per trasformare le equazioni non lineari che generano il caos in funzioni lineari che si “comportassero bene” e che garantissero che ogni alterazione dell’equilibrio sarebbe stata ricondotta all’ordine (all’equilibrio) da un meccanismo di feedback negativo endogeno.
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Il pensiero in divisa
di Mario Sommella
Prima di comprare i missili, il potere europeo ha messo in marcia le coscienze. Come la logica del riarmo ha colonizzato scuole, linguaggio e senso comune, trasformando la guerra da eccezione ripudiata a evidenza indiscutibile
C’è una legge antica in ogni forma di dominio: prima di occupare un territorio conviene occupare le teste di chi lo abita. Nessuna guerra si combatte soltanto con i cannoni; si prepara molto prima, nelle aule scolastiche, nei telegiornali, nel lessico che adoperiamo senza accorgercene, nel modo silenzioso in cui impariamo a considerare ovvio ciò che fino a ieri sarebbe stato inaccettabile. Antonio Gramsci aveva colto questo meccanismo quando distingueva il dominio imposto con la forza dall’egemonia, la forma di potere più profonda e duratura, quella che si radica nel consenso, nella cultura diffusa, nel senso comune. È esattamente su questo terreno che si gioca oggi la partita più insidiosa del riarmo europeo: non quella delle fabbriche di armi, ma quella delle coscienze.
Mentre l’Unione europea annuncia programmi di spesa militare da centinaia di miliardi di euro, un processo meno appariscente ma più decisivo attraversa in profondità la società: la costruzione paziente di un consenso preventivo alla guerra. È la militarizzazione del pensiero, cioè la trasformazione di un’intera mentalità collettiva affinché accetti come naturale, necessario e persino desiderabile ciò che la Costituzione repubblicana ripudia solennemente nel suo articolo 11. Conviene ricostruire come questo consenso venga fabbricato, quali interessi materiali lo sostengano e cosa scompaia dal nostro campo visivo quando la guerra diventa l’unico orizzonte pensabile.
1. Un riarmo senza precedenti
Il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei minuti, su un sobrio sfondo blu notte, il piano ribattezzato ReArm Europe, poi ridenominato Readiness 2030. L’annuncio prometteva di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa continentale.
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Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza
di Salvatore Minolfi
Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici.
L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.
I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.
Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste.
Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…
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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
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E man int la zità, cittadinanza e lavoro a Bologna
di Nico Maccentelli
In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…
Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte di sinistra.
Poi si è arrivati all’avvento del neoliberismo, gli anni Ottanta che hanno fatto da spartiacque. Da quel momento in poi, la città viene vista dai grandi appetiti del capitale come occasione di business, come opportunità di mettere a profitto il territorio. Le giunte hanno iniziato un vero patto implicito con questi comitati d’affari che volevano creare rendita da nuove strutture e da modifiche sostanziali dell’urbanistica per creare servizi e attività private che generassero profitto o che attirassero capitali da queste nuove configurazioni della città metropolitana. I bisogni sociali e la vivibilità della cittadinanza nei quartieri popolari in primis passava in secondo piano se non addirittura calpestata.
Questa seconda fase coincide con il passaggio al PD, non una forza di sinistra, al di là di certa demagogia sui diritti civili usata per abbindolare il suo popolo nella falsa coscienza (per dirla alla Marx), ma un vero e proprio regolatore dei comitati d’affari, dei potentati che nella città hanno capacità d’investimento e di attrazione degli investimenti.
Mostruosità (vere e proprie “macchine celibi”, ossia che non generano plusvalenze ma spese) come Eataly, e le opere che stiamo vedendo oggi, spesso inutili e demenziali come il People Mover che collega l’aeroporto alla stazione e che si blocca con due fiocchi di neve, dai palazzoni che tolgono luce e vista agli abitanti, ai vari centri commerciali e direzionali, parcheggi, viabilità e quant’altro, sono tutte operazioni in quota a questi gruppi voraci che di fatto mettono in scena una riedizione dell’eloquente quanto lungimirante film di Rosi “Le mani sulla città”.
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Le parole del Papa, gli atti della guerra
di Alfonso Gianni
“Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1
Leone XIV
Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.
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Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense
di Fabio Ciabatti
Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47
Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.
Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico.
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L'educazione sionista delle AI
di Lavinia Marchetti
Come Israele sta cominciando ad avvelenare le fonti (come avvelena i pozzi dei palestinesi) da dare in pasto alle Intelligenze Artificiali
Israele finanzia una rete di siti costruiti per entrare nelle risposte delle intelligenze artificiali. La propaganda israeliana inizia dalle famose “fonti” che tutti richiedono (ormai) sotto un articolo.
Partiamo con l’esempio del test condotto da Drop Site News, dove una persona domanda a un’intelligenza artificiale se gli Stati Uniti trarrebbero beneficio da una maggiore cooperazione militare con Israele. Perplexity risponde immediatamente con un: «Sì». Andando a vedere le fonti, tra le principali troviamo Allyvia.org. Il nome potrebbe suggerire un centro studi o un’associazione civica. Invece dietro quel sito lavora Clock Tower X, società di Brad Parscale, già responsabile della campagna elettorale di Donald Trump. A pagare tutto questo è il governo israeliano, attraverso Havas Media Germany.
Questa provenienza compare, per legge, in fondo alle pagine (ma tanto chi va a controllare l’origine delle fonti?), dove una formula richiesta dal Foreign Agents Registration Act informa che il materiale viene distribuito da Clock Tower X per conto dello Stato di Israele. Il chatbot, però, può prelevare la tesi e lasciare il committente a piè di pagina. All’utente arriva così una bella risposta infarcita di collegamenti e quindi rivestita dell’autorità che abbiamo imparato ad attribuire alle famose “fonti”. La propaganda è già a buon punto, perché entra nelle nostre bibliografie.
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Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a "Dialog"
di Glauco Benigni
Il forum dove il Complesso Militare Tecnocratico decide guerra, energia e algoritmi doveva riunirsi a Ferragosto in Irlanda. Un data-leak ne ha svelato invitati e agenda: la mobilitazione irlandese ha costretto i padroni dell'algoritmo a sparire
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.
Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).
Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda.
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Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)
di Marco Consolo
Forse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.
Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.
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La “creazione” di Israele e l’America Latina
I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.
Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].
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L’Iran e l’impotenza dell’impero Usa
di Pino Arlacchi
"Se uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari, i rapporti di forza sono cambiati. Hormuz oggi lo dimostra".
C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile.
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Dioniso a Mirafori
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)
Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.
Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.
* * * *
8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…
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Guerre in Ucraina e Golfo: a settembre maxi stangata per famiglie e aziende
di Gianandrea Gaiani
Rincari delle bollette a settembre e spese annuali in crescita del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese. Lo scrive il Sole 24 Ore che ha chiesto una stima a Nomisma Energia la quale ha indicato, in base agli attuali prezzi all’ingrosso, l’impatto sulle tariffe al rientro dalla pausa agostana.
“Si tratta di una media ponderata (prudenziale) a partire dal prezzo della sola materia prima gas comunicato da Arera per i vulnerabili (l’ultimo, quello per lo scorso luglio, indicava 60 centesimi al metro cubo) – scrive il quotidiano – I 137 centesimi al metro cubo attesi per settembre (contro i 106 di settembre 2025) porterebbero una famiglia tipo a sborsare 429 euro in più a fine 2026 (+29%).
I rialzi del gas hanno influenzato quello dell’elettricità. Secondo Nomisma Energia, a settembre la stima in bolletta è di 31,93 centesimi a kWh (contro i 28,75 di settembre 2026) che porterebbe il nucleo tipo a pagare 85,9 euro in più a fine 2026 (+11% sul 2025). Sommando la spesa per gas ed elettricità, la maggiorazione della spesa arriva a fine 2026 a 515 euro (+23% sul 2025).
Quanto ai carburanti Nomisma Energia ha calcolato ha calcolato per settembre una media di 2,017 euro al litro in più e per una famiglia una spesa annuale di 361,8 euro in più (+22% rispetto al 2025) che aggiunta alle bollette dà un conto di 876,8 euro in più.
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La ricomposizione della classe meticcia. Risposta a Giovanni Russo Spena su estrattivismo sociale e conflittualità territoriale
di Alessandro Scassellati
Questo contributo intende raccogliere e rilanciare le sollecitazioni teoriche di Giovanni Russo Spena, elevando la critica dell’estrattivismo sociale a paradigma interpretativo della contemporaneità. Attraverso la decostruzione dei dispositivi normativi e biopolitici della legge Bossi-Fini, si analizza come il razzismo istituzionale operi quale tecnologia di governo per frammentare la forza lavoro e attutire la crisi del capitalismo stagnante. Rifiutando sia le derive etno-nazionaliste sia l’utilitarismo della retorica liberale, l’analisi si focalizza sulla necessità urgente di una ricomposizione di classe. L’obiettivo politico fondamentale diventa quindi la costruzione di un’alleanza meticcia e plurietnica, capace di radicare il conflitto nei territori e convertire la cittadinanza universale in una piattaforma di emancipazione e uguaglianza sostanziale.
La base empirica dell’estrattivismo: asimmetrie di genere, welfare e svalutazione del capitale umano
Per rendere la nostra prospettiva anticapitalistica un’arma analitica efficace, non possiamo limitarci alla sola dimensione macro-politica, ma dobbiamo ancorare il conflitto alla concretezza dei dati e alle dinamiche intersezionali che governano l’estrattivismo sociale. I dati scientifici dell’ISTAT offrono una mappatura quantitativa spietata: sebbene la popolazione straniera rappresenti meno del 10% dei residenti, essa costituisce oltre il 31% della platea complessiva dei poveri assoluti in Italia, con un rischio di scivolamento nell’indigenza di 4,8 volte superiore rispetto ai nativi.
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Quando i topi abbandonano la nave
di Fulvio Grimaldi
Da una cronaca sulla fine dell’impero romano: Il cittadino romano medio non si era accorto che l’Impero era crollato finché, un giorno, strade e ponti cessarono di essere riparati.
Vale per l’impero statunitense, versione finale intestata al Trump che, a scopo di esorcismo, blatera di un’ “Età dell’Oro”.
Nel Mar Rosso, a tener testa agli yemeniti che fanno saltare i trasporti di idrocarburi sauditi, non c’è più una portaerei, né americana, né altra, Nel Golfo Persico, ad assicurarci che Hormuz è nostro, delle tre che Trump vi aveva collocato a dimostrazione della sconfitta dell’Iran né è rimasta una sola. E se è vero che la garanzia della riuscita militare è in prima istanza il morale delle truppe, la “Abraham Lincoln” è come se non ci fosse. E fra un po’ non ci sarà neppure lei.
La notizia che ci dà lo screenshot che riproduco qui sopra da News World America's dice: “Marinai statunitensi disperati hanno cercato di buttarsi in mare dalla USS Abraham Lincoln a seguito del prolungato impegno. Lo rivelano le famiglie”.
La notizia di questa forma di vero e proprio ammutinamento tra i 5000 marinai imbarcati, operativi nello Stretto dal 21 novembre scorso (240 giorni), con crescente scarsità di cibo fresco e bevande, conseguente riduzione delle porzioni, rifornimenti incredibilmente carenti (quanto, del resto, le riserve di missili e intercettori di tutto l’apparato bellico USA), disagio psichico, è diffusa da molti media negli USA e nel Regno Unito. In assenza di copertura da parte della maggioranza dei media, sempre ossequiosi quando si tratta di guerra, a diffondere lo scandalo hanno provveduto le famiglie dei militari.
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Il panopticon in cui le guardie sono i ladri
di comidad
Fino a qualche decennio fa Carl Schmitt era un argomento da specialisti, ma da un po’ di tempo è diventato un autore “popolare”, anche se conosciuto sempre per le solite citazioni. In questa epoca di emergenzialismo cronico, ha avuto particolare diffusione una citazione tratta da un testo del 1922, in cui Schmitt afferma che il sovrano è colui che può decidere lo stato di eccezione, cioè sospendere la legge per adottare le misure atte ad affrontare un’emergenza. Circa cinquanta anni dopo, Michel Foucault disse che la scienza politica non ha ancora tagliato la testa al re, che si sta ancora a chiedersi chi sia il sovrano. Sono passati altri cinquanta anni e in effetti il tema della sovranità, se riconquistarla o cederne sempre di più, sembra centrale nel dibattito politico; ciò mentre la realtà va da un’altra parte. Per tentare di descrivere questa situazione, si potrebbe combinare Schmitt con Foucault, inventandosi un Carl Schmitt in versione “hard boiled”; un fantasmatico “Karl Schmidt” che proponga lo strano ossimoro di uno stato di eccezione permanente, che è diventato la norma, e che si riproduce automaticamente, senza che ci sia un “sovrano”, una figura istituzionale ben precisa, che lo decida. Ciò dissolve non solo la categoria di potere legale-razionale stabilita da Max Weber, ma anche la nozione dei “saperi” funzionali al sistema del “sorvegliare e punire” che Foucault ha descritto, e di cui ha trovato un paradigma nel Panopticon, il sistema di sorveglianza assoluta progettato da Jeremy Bentham nel 1791.
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L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta
di Vijay Prashad*
Per più di tre decenni, gli Stati Uniti hanno trattato la diplomazia mediorientale come un esercizio di dettatura delle condizioni per gli altri. La strategia regionale emergente dell’Iran sta sfidando questo privilegio.
La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.
La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.
Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.
La negoziazione diventa quindi meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.
Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.
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Venezuela. E c'è chi ne sostiene il tradimento
di Fulvio Grimaldi
I governi criminali di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per facilitare i servizi consolari ai propri cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.
L'accordo prevede anche il mantenimento della cooperazione tecnica nelle attività di emergenza e di recupero a seguito dei terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.
Caracas ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009, durante l'amministrazione dell'allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre sottolineato i legami storici tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.
Il sionismo ha ottenuto ciò che voleva
Le notizie sono quelle che sono e devono essere riportate come tali, ma se non suscitino repulsione è tutt'altra questione. Questo è il culmine di qualcosa iniziato con l'immediata presenza militare delle forze genocidarie israeliane sul suolo bolivariano, con il pretesto di fornire aiuti umanitari dopo il doppio terremoto. Il mondo intero ha assistito con sgomento ai successivi incontri, foto e video del presidente ad interim con gli ufficiali dell'esercito responsabili del più grande genocidio del XXI secolo contro il popolo palestinese.
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Lavoro culturale, da Bianciardi a Fofi
di Franco Nasi
Sedici interviste di Maria Teresa Carbone ad altrettanti professionisti del mondo del giornalismo e della comunicazione culturale sono raccolte in un libro (Il lavoro culturale, Arcadia edizioni, 2026) che si legge di corsa, con piacere e imparando, come succede spesso quando si ascoltano le riflessioni, anche molto diverse fra loro, di persone esperte e competenti, che raccontano di esperienze quotidianamente vissute con passione. È un libro però che costringe anche a rallentare e a interrogarsi, senza troppi infingimenti e illusioni, sulle modalità e il senso del lavoro culturale oggi.
Il titolo si rifà, come è detto esplicitamente nella vivace e puntuale introduzione di Carbone, al primo romanzo della cosiddetta trilogia della “rabbia” di Bianciardi del 1957, che, idealmente, fa da prologo al libro di interviste, e costituisce una sorta di punto di partenza e pietra di paragone con il quale leggere i profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi settant’anni.
Vale la pena ricordarlo brevemente. In Il lavoro culturale, Bianciardi racconta di Marcello e del fratello Luciano che cercano, con il loro entusiasmo giovanile, di svecchiare un polveroso mondo culturale in mano a gelosi eruditi medievisti e archeologi dannunziani, egocentrici e autoreferenziali. Sono gli anni dell’immediato secondo dopoguerra e c’è tutto da ricostruire. Il romanzo è ambientato in una città di provincia toscana che i due fratelli, e in particolare Marcello, intellettuale impegnato e sognatore, vogliono trasformare in un città che “avanza vittoriosa dentro la campagna”, un posto tranquillo ma vivo, con le trattorie dove vanno i camionisti in cui si parla di letteratura, dove esiste un cineclub, un circolo culturale che organizza i dibattiti, dove le biblioteche sono aperte a tutti, si fondano riviste, si organizzano festival teatrali, cinematografici, gare di poesia e di narrativa, si celebrano gli anniversari dei grandi da Leonardo a Gogol a Avicenna… “Ci sono troppe mezzeseghe in giro, troppi preti, troppi intellettuali”, sbotta Marcello, che rendono irrespirabile l’aria polverosa della città che invece dovrebbe essere “aperta ai venti e ai forestieri”, al jazz e al cinema, perché “ogni cultura dimostra la sua forza e la sua modernità solo confrontandosi con tutta la realtà storica e sociale che ci sta dinanzi, solo se riesce a liberare tutti, a liberare i contadini, a capirli, a farceli simili a noi”.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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Il “nuovo” Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni consolari
di Resumen Latinoamericano
Il governo criminale di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.
L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.
Caracas ha interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.
La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.
Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, del presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Una glossa di Piero Pagliani alla mia polemica con Pasquinelli sulla Cina
di Carlo Formenti e Piero Pagliani
Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?
Caro Carlo,
non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.
Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».
Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico.
Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.
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La paolomieleide, Rubio e il richiamo della foresta
di Fulvio Grimaldi
E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla Jobs Act.
Oggi è il vicerè per l’Italia di colui, Marco Rubio, la testa pensante e agente, fasciata di orbace, di Trump, che a metà luglio ha convocato a Washington gli Stati Maggiori della fascistizzazione globale. 66 paesi tra Occidente ligio e Sud disponibile. Ordine del giorno da qui ad Armaggedon e oltre: “Lotta senza quartiere al terrorismo di sinistra”, di cui Rubio si dice convinto che stia risorgendo, dopo averlo dichiarato responsabile di tutti gli attentati dell’ultima metà secolo, e che costituisca la massima emergenza mondiale.
Il documento si chiude con l’appello alle agenzie di intelligence, alle forze di sicurezza, ai governi e ai media, di unire le loro forze “Per schiacciare questo male assoluto per sempre”. L’appello è stato immediatamente recepito da Paolo Mieli. Quello stupefacente Mieli col quale il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, la star del cinema d’attacco Gian Maria Volontè, Toni Negri, Lanfranco Pace, Sergio Bologna, altri ed io, realizzammo i primi numeri di “La Classe”.
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