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L'Impero della guerra permanente prepara il caos in Europa
di Alex Marsaglia
“L’obiettivo è usare l’Afghanistan per riciclare denaro al di fuori delle zone tassabili americane e al di fuori delle zone tassabili europee e trasferirlo nelle mani delle élite transnazionale della “sicurezza”. Questo è l’obiettivo, ovvero l’obiettivo è avere una guerra perenne, non vincerla. La coalizione contro la guerra è importante perché dobbiamo prevenire che diventi normale essere costantemente in guerra”.
Julian Assange, intervento video ripubblicato da WikiLeaks il 18 Agosto 2011 in occasione dei 10 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan
Quando gli Stati Uniti hanno lanciato il loro assalto alla Repubblica Islamica dell’Iran, assecondando i progetti colonialisti di Israele, ho parlato di guerra esistenziale per evidenziare come dallo scontro tra l’Iran (con alleati sino-russi) e la Coalizione Epstein ne sarebbe rimasto uno solo. Ora il conflitto si è appena raffreddato, ma assolutamente non risolto. E possiamo inserirlo nell’ennesimo conflitto aperto da parte degli Stati Uniti senza la capacità di chiuderlo. Entrambi i contendenti dello scontro sono ancora vivi, ma è risultato a tutti evidente come all’Iran bastasse sopravvivere per vincere. Viceversa, gli Stati Uniti hanno dovuto incassare l’ennesima sconfitta, normalizzando la ritirata agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e soprattutto dell’alleato sionista della Coalizione Epstein.
Un’impresa che è ancora in corso e non sarà per nulla facile, perché il MoU stipulato con l’Iran per ritirarsi è contraddetto apertamente dal “cessate il fuoco” siglato con il Governo libanese e Israele.
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L’internazionale terrorista “nostra alleata”
di Redazione
E’ singolare come l’informazione mainstream eviti accuratamente di “unire i puntini” collegando notizie che già a prima vista risultano obiettivamente di identica natura.
Il caso in prima pagina, dopo qualche tentativo di confinarlo a un “curioso episodio di cronaca nera”, è quello dell’attentato contro Vadim Ermolaev, oligarca ucraino con passaporto cipriota, interessi in mezza Europa orientale, tutt’altro che rispettoso dei confini operativi stabiliti dal governo di Kiev tanto da esserne sanzionato per alcuni suoi business in Crimea.
Un caso comunque clamoroso perché si tratta del primo attentato a Montecarlo, dove l’unico boato annuale registrato è generato dalla partenza del Gran Premio di Formula 1.
Ci aveva messo del suo anche il procuratore generale Stéphane Thibault, che fin dal primo momento aveva “escluso la pista terroristica” preferendo indagare su quella “malavitosa”. Il solito concerto della disinformazione ufficiale riusciva persino a partorire una “pista russa” strologando su una delle tante truffe del giro d’affari di Ermolaiev, relativa a call center che proponevano “investimenti sicuri”.
Ora le telecamere di cui il Principato abbonda hanno permesso di identificare l’attentatrice, immortalata mentre piazza la bomba, si siede a distanza di sicurezza e fa esplodere il tutto mentre l’oligarca, la moglie e uno dei figli escono di casa. Tutti feriti gravissimi, ma ancora in vita.
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Israele e la creazione del nemico
di Davide Malacaria
Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l'eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l'emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza
Mentre erano in corso le trattative per porre fine alla guerra, gli Usa hanno avvertito il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alla guida del team negoziale, che Israele voleva ucciderli.
Non una minaccia aleatoria, come annota il New York Times, che ricorda come la delegazione iraniana fu scortata da jet pakistani a Islamabad – dove si sono incontrati con gli americani – e che al ritorno due caccia israeliani erano penetrati nello spazio aereo iraniano per abbattere il velivolo su cui viaggiava Ghalibaf, fuggito alla caccia con un atterraggio di emergenza (vicenda confermata da Mahdi Mohammadi, il più importante consigliere di Ghalibaf).
Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l’eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l’emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza.
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Oltre l'occidente(2)
di Alessandro Visalli
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].
* * * *
Introduzione
Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.
Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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L’assistenzialismo per ricchi smentisce le gerarchie antropologiche del sacro occidente
di comidad
Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo.
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Lavoro e coscienza di classe nell'epoca dell'IA
di Matteo Patriciello
Si assiste in misura sempre maggiore al discorso relativo agli effetti dell’introduzione dell’IA nelle nostre vite. C’è chi ne esalta le potenzialità e chi, invece, le critica per l’impatto negativo sulle abilità cognitive dell’uomo, auspicando così una regressione tecnologica.
Qualsiasi sia il parere relativo all’IA, rimane un’unica certezza: come qualsiasi innovazione scientifica e tecnologica l’IA ha un preciso ruolo sociale, ovvero contribuire al processo di valorizzazione del capitale. Per capire in che modo l’IA e le tecnologie siano connesse allo sviluppo del modo di produzione capitalistico basta riprendere Marx, che, a più riprese, parla dello sviluppo scientifico, in generale, e delle macchine, in particolare. Nello specifico, all’interno del capitolo XIII del 1° libro de il Capitale viene effettuata l’analisi delle macchine e della grande industria. La macchina, sostiene Marx, è molto più vantaggiosa del semplice strumento di lavoro perché dura più a lungo, perché il suo funzionamento è regolato da leggi rigorosamente scientifiche e perché il suo campo di produzione è infinitamente più vasto di quello dello strumento. Per questo motivo, la macchina è destinata a diventare uno dei perni del capitalismo, in quanto, grazie alla maggiore produttività, garantisce una maggiore valorizzazione del capitale.¹
Nell’analisi che Marx dedica alle macchine viene descritta la nuova condizione di sfruttamento e di alienazione a cui sono sottoposti gli operai.
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Il ronzio delle macchine deve farsi ruggito?
di Pierluigi Fagan
Dal discorso di Rutte ad Ankara emerge senza troppi veli la nuova dottrina transatlantica: meno welfare, più warfare; meno Europa politica, più industria bellica integrata nella piramide strategica di Washington
Il titolo del post è tratto dal discorso di Rutte, Segretario NATO, ieri ad Ankara, è una citazione letterale, formalmente sarebbe un virgolettato.
Rutte si riferiva a quella che ha invocato e promesso come una “rivoluzione industriale della difesa transatlantica”. Come mood, siamo tra fine Ottocento e primi Novecento, clangore di fabbriche alacremente impegnate a produrre guerra, unica igiene del mondo (Marinetti 1909).
Ha aggiunto che questo deve essere notato dalla Russia e da tutti gli altri e già quest’anno, saremo in grado di produrre quattro milioni di proiettili di artiglieria, il doppio dell’anno scorso. Le decisioni del “vertice” sono chiare, il messaggio all’industria e relativi Stati inequivocabile, così è deciso e pianificato. Più o meno è letteralmente quello che ha detto.
La recente sparata di Trump contro il “comunismo” va tradotta, per lui “comunismo” è il debole e sempre più limitato welfare europeo, lo aveva detto e specificato già in passato e del resto, dal punto di vista della sua strategia basata su un rinforzo di potenza americana a base di un totalitarismo del mercato (tutto, tutto letteralmente, deve diventare mercato di modo che la prima potenza di mercato occidentale -se non del tutto economica, del tutto finanziaria- possa dominare il sistema e con questo quantomeno tutto l’Occidente allargato), è conseguente.
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Partito e fronte ampio: una questione di metodo e un dibattito aperto
di Alessandro Testa*
Il metodo marxista
Il pensiero di Marx e Lenin mi ha insegnato quanto la lotta teorica rivesta un’importanza perlomeno uguale alla lotta economica ed a quella politica. E per poter svolgere con sicurezza una vera lotta teorica, necessitano robusti strumenti di analisi e gestione della prassi. Forse il più potente tra questi è il materialismo dialettico.
Come dispositivo di analisi, la dialettica opera attraverso tre snodi metodologici fondamentali:
- Il primato della totalità: ogni fenomeno — un bene di consumo, una norma giuridica, un’ideologia — non è un oggetto isolato, ma un nodo in una rete globale di relazioni sociali. Epistemologicamente, questo impone di risalire dalle manifestazioni superficiali (fenomeni) alle determinazioni profonde (essenza) che le producono.
- La decodifica delle antinomie: la dialettica funge da lente per rilevare le contraddizioni immanenti a ogni sistema. Invece di leggere la stasi come equilibrio, l’epistemologia marxiana la interpreta come una “quiete temporanea” di tensioni opposte. Il compito dell’analista è isolare il punto in cui la forma attuale diventa una camicia di forza per le forze che essa stessa ha generato.
- L’immanenza della critica: a differenza delle metodologie scientifiche che si pretendono neutre, questo toolbox assume che non esista osservatore esterno. La teoria non descrive un mondo dato, ma interviene in esso. La conoscenza non è riflessa speculare della realtà, ma un’operazione di “messa in crisi”: rivelare come ciò che appare come una legge di natura (es. il mercato) sia in realtà un prodotto storico, contingente e, pertanto, modificabile.
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La Babele dell’I.A.
di Paolo Bottazzini
Marx e le icone bibliche
Leone XIV sembra concordare con il Marx dei Grundrisse che le macchine non possano essere racchiuse nel dominio della tecnica, ma debbano essere pensate come una cristallizzazione di rapporti sociali. L’automazione trasforma in ingranaggi e in procedure normalizzate un sapere che è maturato nelle pratiche dei lavoratori, con le operazioni di produzione e nell’interazione con i clienti. I vantaggi che derivano dalla robotizzazione della conoscenza però vengono accumulati solo dai padroni dei dispositivi, mentre tutti gli altri ne restano espropriati, insieme alla perdita del lavoro e all’emarginazione dalla comunità.
L’analisi dell’ambiente tecnologico contemporaneo per il Pontefice deve quindi passare da una ricognizione degli effetti che le piattaforme digitali iscrivono sui rapporti tra nazioni, sulla dialettica tra finanzia, impresa e lavoro, sui comportamenti interni alle famiglie, sulla formazione scolastica. I due riferimenti biblici che vengono invocati nell’Enciclica riguardano due opere di tecnologia edilizia che collocano la comunità al centro dell’impresa: la Torre di Babele e la ricostruzione delle Mura di Gerusalemme. Nel primo caso la tracotanza del progetto si conclude con il fallimento dell’iniziativa e con la dissoluzione della società, che si frammenta in una pluralità di lingue e di fazioni incapaci di comprendersi tra loro. La seconda icona invece rievoca la figura di Neemia, l’uomo della preghiera e della mediazione, che consegna una nuova identità al popolo di Israele attraverso la ricerca pragmatica della concordia.
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Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni
di Francesco Piccioni
Tutte le contraddizioni dell’America trumpiana in una giornata sola, quella del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dall’Inghilterra.
Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.
Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).
Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.
Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre“, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio“.
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Tucker Carlson & Zohran Mamdani: la rivolta contro l'unipartito Usa
di Piccole Note
Se le cosiddette forze anti-sistema europee conservano per lo più un rapporto di sudditanza verso Israele le forze anti-sistema americane, di destra e di sinistra, contestano al potere imperiale proprio tale subordinazione
L’America va controcorrente rispetto all’onda anomala che ha sommerso l’Europa, dove, nella risacca della sinistra, la rivolta contro le élite che l’hanno governata nel post ’89, è appannaggio della destra nazionalista (salvo eccezioni che confermano la regola) che, al netto delle divergenze, pure eclatanti, condivide con il potere che sta sfidando certa indifferenza-disprezzo per la democrazia e le norme che ne discendono, da cui i rischi. Tra i quali, non ultimo, quello di essere strumentalizzata dal potere che stanno sfidando, che potrebbe usarle per conservare tale potere sotto altre e più brutali spoglie (è accaduto in passato, può perfettamente ripetersi).
Solo il futuro dirà se tale rischio sarà sventato, come solo il futuro potrà dire se dalle ceneri dell’autodafé potranno rinascere forse progressiste non consegnate alla religione liberal-neocon che impera sul Vecchio Continente.
Al netto di quanto accade o accadrà in Europa, dove la disfida in oggetto, sebbene i toni siano accesi, si consuma in un contesto stagnante e decadente, si rileva che, al contrario, in America la sollevazione contro le élite si gioca in un clima più che vivace e al di fuori del rigido orizzonte nazionalista-destroso che limita il gioco politico delle forze cosiddette anti-sistema europee (dove quel cosiddette discende dai rischi di cui sopra).
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Una maglietta da calcio per sudario
di Paola Caridi
«E a proposito… nel Paese in cui i bambini stanno morendo, indossano le maglie dell’Argentina, del Barcellona, del Manchester City e del Real Madrid.»
È proprio vero, quello che ha detto Hossam Hassan, l’allenatore dell’Egitto, dopo la partita con l’Argentina che ha estromesso la nazionale egiziana dai Mondiali. Una partita con un risultato ribaltato nella fase finale, su cui pesano pesantissime accuse di razzismo e corruzione.
Quei bambini indossano le magliette del Barcellona, del Real Madrid. Sempre meno le magliette delle squadre di calcio italiane. Indossano le divise delle nazionali più ambite. Brasile, Argentina, Italia, Spagna. Sulle maglie c’è impresso il nome di Ronaldo o di Messi, certamente. Più spesso, dalle parti che ho frequentato, il nome di Mo Salah.
In quelle magliette, i bambini di Gaza ci sono anche morti. Ammazzati dalle bombe israeliane, dai droni israeliani, dai cecchini israeliani. Avvolti in strani sudari che sanno di miti globalizzati, ma anche di piccoli sogni per uscire dall’inferno e respirare altro. Altro oltre il puzzo di morte.
Non ci pensiamo spesso, a questa dimensione. Basta, però, aprire bene gli occhi. Guardare i video che escono da Gaza e dai campi profughi palestinesi in Libano. Pensare a Maradona e ai suoi fratelli di pallone. Ricordare gli oratori cattolici, le favelas brasiliane. E allora tutto torna.
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Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica
di Mikhail Burtsev - Yang-Hui He - Evgeny Sobko - Thore Graepel - Ananyo Bhattacharya*
L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.
Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.
Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.
Può cercare sistematicamente controesempi — verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.
In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.
La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici — dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà — sono puliti e abbondanti¹.
Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős — domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.
Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.
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Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)
di Marco Consolo
Forse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.
Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.
* * * *
La “creazione” di Israele e l’America Latina
I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.
Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].
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USA e UE alla canna del gas
di Giorgio Gattei
Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?» (Roma, 09/05/2026)
1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).
Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.
Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?
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Il cielo stellato sopra di noi
di Davide Miccione
Sono sempre meno le opere, sempre più rari i libri che non siano semplicemente una giustapposizione di brani o di articoli creati in altra sede e per altre occasioni e poi riuniti alla meglio e siano invece qualcosa che nasca da un’idea organica e che un organismo punti ad essere. Qualcosa di animato da un’idea, da una struttura, da una intenzione. Un’opera appunto. Del resto le opere nascono lentamente e, indipendentemente dal tempo di scrittura, sedimentano a lungo nello spirito dell’autore. Caratteristiche che poco concordano con la cifra delle nostre esistenze individuali: la presentificazione, lo schiacciamento temporale o, per dirla con Hartmut Rosa, l’accelerazione alienata. Tutto muta, tutto cambia, tutto deve cambiare, di nulla resta memoria. Ma senza memoria, come scrive Brancati ne I piaceri, “il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore”, in fondo un eterno presente, un coagulo temporale del tutto inadatto allo sviluppo armonico di un essere umano, adatto soltanto a una esistenza ansiogena, incline all’autosfruttamernto e, volendo ricorrere ad un ossimoro, a una sorta di esaltazione depressa.
Un’opera cerca l’ulteriorità, la permanenza, la possibilità di essere di più della somma delle parti. Per provare a creare un’opera bisognerebbe però possedere un linguaggio, provare il piacere di dire qualcosa nel modo più efficace e piacevole, possedere nel proprio rapporto con il linguaggio una dimensione estetica, ed è invece ben visibile come i miglioramenti dell’intelligenza artificiale nella scrittura siano solo metà della verità, l’altra metà è che sempre più gente scrive come un’intelligenza artificiale. Non è un sorpasso, è, purtroppo, un incontro a metà strada.
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Identità digitale obbligatoria: ecco perché la fine della privacy spingerà i ragazzi nel dark web
di Redazione
Le autorità insistono nel dire che queste misure colpiranno soltanto i social media, ma l'infrastruttura che sta prendendo forma dietro le quinte possiede in realtà un potenziale molto più esteso. È ormai solo questione di tempo prima che la scansione delle impronte digitali, della retina e del volto diventi un prerequisito obbligatorio per qualsiasi operazione, anche la più banale, compiuta online.
Una volta varcata questa soglia, come avverte Onur Orzesin nella sua analisi per The Cradle, il controllo dei precedenti personali andrà ben oltre la semplice fedina penale: il profilo digitale diventerà il vero e proprio spartiacque per la carriera professionale di chiunque. Questo nuovo paradigma permetterà agli algoritmi di intelligenza artificiale di setacciare ogni singola traccia lasciata in rete, arrivando a etichettare preventivamente gli utenti come soggetti "a rischio" o inclini a infrangere le regole.
Un simile meccanismo finirà inevitabilmente per soffocare sul nascere il dibattito pubblico. Criticare le linee politiche dello stato, denunciare un episodio di corruzione o anche solo sollevare un dubbio legittimo rimarrà impresso per sempre nel fascicolo digitale del cittadino. Di fatto, i governi non avranno nemmeno più bisogno di ricorrere a ritorsioni esplicite per mettere a tacere le voci fuori dal coro.
Nel momento in cui esprimere il proprio dissenso rischia di azzerare i traguardi professionali di una vita intera, l'autocensura smette di essere un'imposizione esterna e diventa un riflesso condizionato e spontaneo.
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La vera egemonia della destra
di Francesco Coniglione
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.
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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
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Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi*
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
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Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO
di Laura Ruggeri*
Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell'accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di appena 700.000 anime, al sicuro nell'Europa occidentale e praticamente privo di un esercito, questa posizione non è evidentemente dettata da esigenze di difesa. Il calcolo è puramente finanziario.
L'entusiastica adesione del Lussemburgo alla retorica bellica affonda le radici nel suo ruolo smisurato nella finanza globale. Nonostante le dimensioni ridotte, il Granducato è tra i principali centri finanziari del mondo. I numeri fanno girare la testa. Alla fine del 2025, gli asset in gestione nei fondi domiciliati in Lussemburgo hanno raggiunto gli 8,2 trilioni di euro. Il Granducato gestisce il 58 percento di tutti i fondi cross-border globali. È il secondo paese al mondo per fondi d'investimento, subito dopo gli Stati Uniti, e il primo in Europa. Le sue attività finanziarie estere ammontano a 13 trilioni di euro. Questo non è un paese. È una macchina per l'estrazione di valore, un'enorme pompa finanziaria che convoglia la ricchezza del mondo nelle casse dell'élite globale.
E ora quella macchina ha trovato un nuovo prodotto da vendere: la morte.
La ministra della Difesa Yuriko Backes ha lasciato cadere la maschera prima del vertice, dichiarando ai giornalisti: "Con ogni voce di spesa, dobbiamo anche considerare il ritorno economico per il Lussemburgo". La guerra è un buon affare. E il Lussemburgo intende sfruttare la sua "vocazione".
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