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Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive
di Gennaro Imbriano
Recensione a Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, 249 pp.
L’ultima fatica di Carlo Galli – Necessità della politica – si presenta come un libro complicato, che si colloca a un alto livello di astrazione (storica e teorica), la cui ambizione è quella di ricostruire scientificamente l’apparato categoriale che ha caratterizzato la riflessione filosofica sulla politica. È necessario, per cogliere appieno le tesi contenute in questo volume, qualificarne in prima battuta lo statuto epistemologico: la ricerca di Galli mira a una definizione della politica (e, come vedremo, della sua necessità) in chiave teorica sulla scorta di una ricostruzione genealogica condotta mediante una felice combinazione di storia concettuale, storia del pensiero politico e storia della filosofia.
Il libro di Galli si sviluppa, inoltre, su un doppio livello temporale, che si tratta di intendere fin da subito. Da un lato aspira a ricostruire, retrospettivamente, i modi in cui la tesi che la politica sia necessaria è stata posta nella storia del pensiero filosofico-politico occidentale. Per altro verso si propone di mostrare l’attualità di questa tesi nel contesto della «terza fase della politica del secondo dopoguerra» (così, come vedremo, Galli definisce lo scenario attuale), «una fase tutta collocata nel ventunesimo secolo» (p. 233), che segue le prime due, ovvero i trent’anni gloriosi (1945-1975) e il periodo propriamente neoliberale (1975-2008), del quale sperimenta la crisi, approfondendola e non risolvendone le contraddizioni strutturali (pp. 233 segg.).
Kratos e arché. Intorno alla necessità della politica
Galli muove la sua indagine seguendo la dialettica – per un verso oppositiva, per altro fatta di relazione e co-appartenenza, mediazione e coesistenza – tra kratos e arché, i due momenti che compongono la sostanza del potere (pp. 9-14). Questo è, anzitutto, kratos: il lato oscuro, violento, ma anche espressivo – di volontà, di energia, di autoaffermazione – del potere, che si esprime anzitutto nella sua immediatezza, misurandosi con altri poteri e dominandoli (o soccombendo di fronte a essi). Se questo è, in certo senso, il lato originario del potere, si tratta – secondo modalità variamente intese dalle diverse tradizioni di pensiero – di metterlo in forma, neutralizzando le sue prerogative distruttive e potenzialmente nichilistiche e inquadrandolo nella struttura di una arché.
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Augusto Graziani e l’equilibrio economico generale.
Dall’analisi disaggregata all’analisi macroeconomica (e poi alla dinamica strutturale?)
di Luca Timponelli*
In una serie di contributi apparsi nel corso degli anni ’60, il più importante dei quali è certamente la monografia Equilibrio generale ed equilibrio macroeconomico (1965), Augusto Graziani presentava un’interessante analisi della teoria dell’equilibrio economico generale e della sua evoluzione storica. Muovendo dalle incongruenze della teoria walrasiana della capitalizzazione, che già erano state discusse da Garegnani (1960), Tosato (1963) e Trezza (1963), Graziani sottolineava la necessità di riformulare l’equilibrio generale in termini aggregati per poter affrontare il problema della dinamica. L’invarianza dei prezzi nel tempo, e dunque la persistenza dell’equilibrio, poteva essere assicurata soltanto dall’assunzione di un tasso uniforme di espansione di tutti i beni capitali impiegati dal sistema: una condizione che equivaleva a considerare i differenti beni capitali come dimensioni di una singola merce. Diventava allora possibile per Graziani argomentare che, anche senza far proprie le assunzioni estremamente irrealistiche di preveggenza perfetta e dell’esistenza di mercati a termine per ogni istante futuro del tempo, l’equilibrio economico generale non poteva, se voleva condurre un’analisi realmente disaggregata, andare oltre la descrizione statica dell’economia in un istante puntuale del tempo. Un approdo alla dinamica era possibile, ma soltanto sulla base di un’analisi di tipo aggregato: in questa prospettiva, le analogie che Graziani metteva in luce tra il modello di von Neumann, che ambiva a tradurre la prospettiva walrasiana in termini dinamici, e i modelli macroeconomici di accumulazione di Harrod e Kaldor apparivano tutt’altro che casuali. Sebbene in questo modo l’estensione dell’equilibrio alla dinamica poteva dirsi compiuta e soddisfacente dal punto di vista formale, la significatività economica del risultato appariva per Graziani insoddisfacente. Anzitutto, l’opposizione tra teoria classica e teoria marginale della distribuzione restava aperta nella misura in cui nel modello di von Neumann, che a partire da Champernowne (1946) era stato invece letto come riabilitazione della prospettiva classica, non cessava di esibire una relazione funzionale tra salario e offerta di lavoro. Inoltre, questo approccio non poteva rinunciare all’assunzione della configurazione tecnologica come data, facendo così astrazione dell’interrelazione tra progresso tecnico, squilibrio e accumulazione del capitale: l’assimilazione del sistema economico al caso in cui non esista che una singola merce rappresentava una indebita semplificazione, che non rendeva possibile prendere in considerazione le differenze tanto nei saggi del profitto quanto nelle variazioni dei livelli di produttività nei differenti settori di un’economia in fase di sviluppo.
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Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti
di Ada Waltz - Massimo Zucchetti
Come la lotta all’antisemitismo viene strumentalizzata dai partigiani di Israele
Costantino Ciervo si occupa del conflitto mediorientale da decenni. Nato a Napoli nel 1961, Ciervo, noto come artista soprattutto per le sue installazioni multimediali, vive da molti anni a Berlino e sa bene quanto il tema sia delicato in Germania. Sui discendenti dei carnefici nazisti grava il peso storico della colpa della Shoah.
A causa dei crimini contro l’umanità commessi dai loro nonni, l’esistenza dello Stato di Israele e la sua difesa sono e devono rimanere per sempre ragion di Stato tedesca: questo è stato inculcato ai tedeschi non solo da Angela Merkel, ma da ogni parte, per oltre mezzo secolo. Così, in Germania, qualsiasi critica a Israele è da tempo sotto il sospetto di antisemitismo. E nessuna accusa è tanto dannosa per la reputazione di qualcuno quanto quella di antisemitismo.
Ciononostante, già nel 2002 Ciervo aveva affrontato il tema del conflitto israelo-palestinese con la produzione di un video a due canali sincronizzati di circa dieci minuti, dal quale nel 2011 ha sviluppato la video-scultura cinetica “Pale-Judea”. L’opera è composta da due monitor montati su una bilancia, nei quali appare l’attore Horst Günter Marx. In uno dei monitor, egli interpreta un israeliano che motiva la propria rivendicazione sulla terra tra il Giordano e il Mediterraneo; nell’altro, espone invece le contro-argomentazioni di un palestinese.
Nonostante la discussione accesa e aspra dei due contendenti, il titolo dell’opera, Pale-Judea, rimanda all’utopia di Ciervo: che entrambi i popoli smettano di combattersi e lavorino insieme a uno Stato democratico comune, nel quale tutti godano degli stessi diritti.
Da questa idea prende le mosse la concezione complessiva della mostra di Ciervo “Comune. Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”, attualmente visitabile al Museum Fluxus+ di Potsdam.
Qui, accanto a Pale-Judea e ad altre installazioni prodotte negli scorsi anni, viene presentato un nuovo ciclo di opere di Ciervo: nove dipinti iperrealistici, sei dei quali raffigurano coppie di gemelli posti fianco a fianco, uno con simboli palestinesi, l’altro con simboli israeliani.
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Oltre l'occidente(2)
di Alessandro Visalli
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].
* * * *
Introduzione
Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.
Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.
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In Honduras le urne sono piene di brogli
di Marco Consolo
Dopo 10 giorni dalle elezioni generali in Honduras (presidenziali, legislative e municipali) nel Paese regna l’incertezza e cresce la tensione. A oggi, ancora non si conosce il risultato finale di un voto pesantemente marcato da denunce di irregolarità e brogli, e da strane e molteplici interruzioni del sistema di trasmissione dei dati da parte del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).
Mentre scrivo, il sito web del CNE ha ripreso a funzionare, dopo diversi giorni di oscuramento. Secondo gli ultimi dati “ufficiali” del CNE, in base all’97% dei verbali esaminati, al primo posto ci sarebbe Nasry Asfura, candidato del conservatore Partito Nazionale (e di Trump), con il 40,53% dei voti, seguito a ruota da Salvador Nasralla (presentatosi con il Partito Liberale), con il 39,16%, con poco più di 40.000 voti di differenza tra i due candidati conservatori.
Secondo i dati del CNE, Rixi Moncada, candidata del partito progressista LIBRE (Libertad y Refundaciòn), oggi al governo del Paese, sarebbe al terzo posto, con il 19,32%.
Il testa a testa “ufficiale” di queste ore è quindi tra i due candidati delle destre esponenti del bipartitismo tradizionale (Partido Nacional e Partido Liberal), che ha governato il Paese sin dalla sua nascita, con una alternanza tra i due partiti. Ma oltre a LIBRE, lo stesso Nasralla, ha denunciato “brogli”, affermando che il sistema era stato ‘manipolato’ e che “c’è ancora molta strada da fare prima che possiamo accettare i risultati”.
Il CNE ha tempo fino a 30 giorni dalla votazione per pubblicare i risultati ufficiali e c’è da scommettere che, come ha già fatto nel passato, allungherà il brodo il più possibile per prendere per stanchezza (e sotto Natale) i contendenti.
LIBRE non accetta i risultati, ma ammette la sconfitta
La scorsa domenica (una settimana dopo le elezioni), Rixi Moncada ha dichiarato che LIBRE non avrebbe accettato il risultato elettorale, sia per le innumerevoli irregolarità riscontrate, sia per la sfacciata “ingerenza e coercizione” del Presidente statunitense Trump.
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Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante
di Kamo
Introduzione
L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino.
Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato.
Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra».
È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici.
Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire.
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Palestinesi usati come scudi umani, silenzio dell’intelligence USA
di Gigi Sartorelli
Il 12 novembre l’agenzia britannica Reuters ha diffuso le informazioni ottenute da due ufficiali dell’intelligence statunitense, rimasti anonimi, secondo i quali i servizi stelle-e-strisce avevano raccolto in autonomia già alla fine del 2024 (cioè agli sgoccioli del mandato di Joe Biden) prove dell’uso da parte israeliano di palestinesi come scudi umani.
Le fonti hanno rivelato che gli agenti USA avevano prove di funzionari israeliani che discutevano di come l’IDF avesse inviato, in tunnel sotto Gaza ritenuti potenzialmente minati, dei palestinesi con lo scopo evidente di usarli come ‘esca’ per possibili trappole. Inoltre, queste prove sono state condivise e discusse con la Casa Bianca, che dunque era informata delle azioni israeliane.
Ovviamente, la notizia ha sollevato domande, ai vertici statunitensi, su quanto questa pratica fosse diffusa e se derivasse da ordini diretti di comandanti militari. Ma questa assomiglia più a una difesa non richiesta che non alla consapevolezza derivante dal bersagliamento continuo dei civili e delle infrastrutture vitali della Striscia, a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni.
Quello che Reuters non ha potuto determinare, in base alle informazioni fornite dalle fonti, è se i palestinesi fossero “prigionieri”, ovvero veri e propri ostaggi spesso imprigionati senza alcuna accusa, o civili presi a caso. Ma queste distinzioni, come detto, nell’azione sionista sono spesso sfumate, e tutto ciò, insieme alle tante notizie simili, rafforza il convinvimento che quella di utilizzare “scudi umani” non fosse un’idea di soldati semplici.
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Come il Trumpismo cambia l’economia
di Claudio Gnesutta
Dietro la politica di Trump c’è un modello di economia, fatto su misura per la sua base elettorale, che unisce i bianchi impoveriti e la finanza speculativa. Dai dazi alle criptovalute, le misure della Casa bianca hanno una logica: un nuovo libro di Dario Togati ci aiuta a capirla
Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società.
Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.
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Hormuz, il pedaggio dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
La guerra contro l’Iran non nasce dal nucleare: nasce dalla fine della crescita. Quando lo sviluppo infinito urta contro il pianeta finito, il sistema converte la stagnazione in economia di guerra, la scarsità in rendita di posizione e l’attesa della fine in modello di business
Lunedì 13 luglio l’Opec ha certificato che la domanda mondiale di petrolio ha quasi smesso di crescere. Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che tratterrà il 20% del valore di ogni carico in transito dallo Stretto di Hormuz. Non è una coincidenza: è la stessa notizia, letta dai due lati del limite.
Il lunedì delle due notizie
Alla chiusura dei mercati di lunedì 13 luglio il Brent segnava 83,30 dollari al barile, in rialzo del 9,59%; il WTI si fermava a 78,14 dollari, con un guadagno del 9,42%. Per il riferimento internazionale si tratta del maggior incremento in dollari in una sola seduta dal 2 aprile e del più alto livello di chiusura dal 12 giugno[1]. In termini percentuali, bisogna risalire al maggio del 2020, al mondo capovolto della pandemia, per trovare una giornata simile[2].
Il detonatore è arrivato al mattino, per via social. Donald Trump ha annunciato su Truth Social il ripristino di quello che lui stesso chiama «THE IRANIAN BLOCKADE»: un blocco navale che da martedì copre l’intera costa iraniana, porti e terminali petroliferi compresi, e si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla bandiera[3]. Il Comando centrale americano ha precisato tempi e modalità: l’interdizione riprende alle 20 ora di Greenwich e segue una prima fase, tra il 13 aprile e il 18 giugno, durante la quale le forze statunitensi hanno dirottato oltre 140 navi, ne hanno rese inutilizzabili nove e hanno lasciato passare una cinquantina di carichi umanitari[4]. All’annuncio del blocco, Trump ha aggiunto nello stesso messaggio una seconda proclamazione: gli Stati Uniti si faranno «rimborsare» il 20% del valore di ogni carico in transito dallo stretto, e «il processo e la formazione cominciano immediatamente».
Fin qui la cronaca di un’escalation: la guerra iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e con l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la tregua di due settimane annunciata a marzo, i negoziati di alto livello condotti dal vicepresidente JD Vance a Islamabad, il cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato a fine aprile, il memorandum d’intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno dopo due mesi di trattative in stallo, e poi il collasso di luglio.
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A proposito di “Denaro e potere”: note al libro di Antonio Di Stasio
di Andrea Fumagalli
Ci vuole un bel coraggio per affrontare in una tesi di dottorato (quindi all’inizio dell’attività di ricerca) un tema tanto spinoso quanto nevralgico come quello del rapporto tra moneta e potere. Due concetti, moneta e potere, sui quali il pensiero filosofico, politico, sociologico ed economico ha versato fiumi di inchiostro e che hanno rappresentato una sorta di cartina di tornasole per capire come gli autori che si sono cimentati in questa sfida intendono interpretare il mondo (capitalistico) che ci circonda.
Antonio Di Stasio ha avuto questo coraggio e ha fatto bene. Denaro e Potere. Da Marx al Comune come modo di produzione monetario, (Orthotes, Napoli, 2025, prefazione di Carlo Vercellone, pp.371, Euro 30,00) è un contributo decisamente innovativo (per dirla con Christian Marazzi) ed è il frutto di una ricerca ragionata che va oltre i luoghi comuni che un certo pensiero dogmatico (soprattutto quello mainstream ma anche quello di un certo marxismo ortodosso) continua a sostenere. Come scrive Carlo Vercellone, nella prefazione (da leggere assolutamente):
“Il saggio di Antonio di Stasio, […] contro le tendenze dogmatiche del marxismo, riparte dal rapporto tra denaro e potere in Karl Marx per mostrare, sul piano epistemologico e logico-storico, come il superamento del capitalismo non implichi la soppressione del denaro, ma, al contrario, possa e debba compiersi nel divenire comune, inteso come modo di produzione monetario” (p. 5).
Nei primi due capitoli, che non andremo ad approfondire in questa sede, Di Stasio si concentra sui fondamenti epistemologici della sua analisi. In particolare, viene ribadito, partendo da Marx, che la “costituzione di una critica materialista e immanentista del modo di produzione presuppone la non coincidenza del concetto di capitale con quello di società” (pag. 145). Parimenti, è importante “sganciare il concetto di moneta dalla sua riduzione a moneta-capitale” (pag. 145).
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventitreesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) ULTIMA PARTE
«Вместо заключения» Invece di una conclusione
Cari compagni,
siamo all’ultima puntata di questo lavoro complesso, riferito a uno dei momenti più luminosi, un secolo fa, della storia di un Paese, non il nostro, e realizzato non molti anni fa in uno invece fra i periodi più bui della storia del nostro, di Paese. Periodo in cui i media si riempivan la bocca di una parola, “guerra”, sia pur in senso solo retorico (guerra al virus, guerra agli “untori”, guerra ai “disertori”, …) e a cui, paradossalmente, fu invece una guerra nel senso vero e proprio del termine a porre una fine.
Una guerra che derubricò, sempre più in fondo ai punti degli OdG, bollettini medici sempre più sterili, passaporti verdi sempre più ingialliti, insieme ad accanimenti, pressapochismi, opportunismi, codismi sempre più rivelatisi per quello che eran sempre stati.
Una guerra che “mise in pausa”, temporaneamente, per cause di forza maggiore, i processi in corso da due danni di accelerazione delle dinamiche autoritaristiche nel nostro Paese.
Da allora son passati quattro anni: tanto, tantissimo tempo ma, al contempo, non sufficiente per smuovere certe acque, ancora troppo limacciose. Per esempio, nessuna riflessione è stata svolta da parte dei nostri, di profsojuzy, sull’atteggiamento tenuto nel corso di tale vicenda. Evidentemente, non ne hanno sentito – e non ne sentono – il bisogno.
Date queste premesse, quattro anni sono ancora pochi. Così come, per inciso, furono pochi, anzi, pochissimi, i quattro anni – grosso modo dal 1984 al 1988 – che posero le premesse per lo smantellamento dell’URSS nei tre successivi. Strane analogie… così come il fatto che, in entrambi i casi, gestione pandemica da un lato e smantellamento dell’URSS dall’altro, i rispettivi profsojuzy svolsero un ruolo non indifferente: come agenti facilitanti, ahinoi, della tendenza dominante in corso. In entrambi i casi, accettandone la logica, sia che fosse quella di un passaporto verde imposto a tutti i lavoratori, indiscriminatamente, sia che fosse quella di reintrodurre il modo capitalistico di produzione nel Paese dei Soviet in cambio dello sdoganamento del loro nuovo ruolo: neocorporativo, totalmente indifferente al crollo della costruzione sovietica, ancora mascherato da “ristrutturazione” (perestrojka), in difesa del proprio orticello.
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Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio
Cronache marXZiane n. 20
di Giorgio Gattei
«La merce è una cosa imbrogliatissima»
(K. Marx, Il Capitale)
1. Così come la reificazione indotta dalla presenza della “forma di merce”, quale connotato universale dei rapporti economici, produce effetti radicali sulla figura del suo produttore (vedi la Cronaca precedente), altrettanto succede per il consumatore che non gode più di un valor d’uso autoprodotto, ma consuma qualcosa che altri hanno prodotto e che ha acquistato sul mercato e la differenza non può non esserci, proprio come «la fame è la fame, ma la fame che viene placata con carne cotta mangiata con forchetta e coltello è una fame diversa da quella che divora carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti» (K. Marx, Introduzione del 1857). È per questo che nel Capitale più non si parla di “alienazione ideologica”, come negli scritti marxiani giovanili, bensì di «feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci». La differenza è decisiva (benché ci sia ancora chi considera i due termini equivalenti) perché, se «l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, nella produzione capitalistica è dominato dall’opera della propria mano». Si capisca bene: un conto sono le alienazioni religiose, politiche o filosofiche che producono nella coscienza le categorie astratte di Dio, dello Stato e della Idea alle quali ci si sottomette nella pratica, ben diverso è invece il caso della merce il cui acquisto è maledettamente concreto e il cui consumo assicura una soddisfazione materiale, che in dottrina si chiama “utilità” e che all’aumentare delle dosi consumate decresce fino al punto limite di massimo godimento della sazietà, che non è affatto illusoria. E così, se ci vuole tanta fede per credere che nell’ostia consacrata sia presente il corpo di Cristo o che la bandiera nazionale rappresenti la Patria o che il partito persegua sempre e comunque l’Idea, nulla occorre per avvertire nel consumo della madeleine di Proust quel sapore di vaniglia che «di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso.
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Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo
di Enrico Grazzini
L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente
Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.
In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.
Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran.
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Black marxism
di Francesco Festa
Cedric J. Robinson, Black marxism. Genealogia della tradizione radicale nera, prefazione e postfazione di M. Mellino, traduzione di E. Giammarco, Edizioni Alegre, Roma, 2023, pp. 800, € 35,00
Quando il 20 gennaio 2009 varcò la porta della Casa Bianca di Washington, Barack Obama era il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti d’America. Dati i due mandati consecutivi, fino al 2017 visse in quella casa. Una sineddoche epifenomenica: un nero che s’insedia a capo del paese fra i più razzisti della storia contemporanea. Al mondo intero parve che quell’elezione ponesse fine alla febbre del razzismo, inaugurando un’era post-razziale.
Il 9 agosto 2014, nel Missouri, un poliziotto, Darren Wilson, sparò e uccise durante un controllo il diciottenne afroamericano Michael Brown. Per settimane si susseguirono rivolte e proclami di coprifuoco. Ferguson, Los Angeles, New York, Houston, e altre città vennero sconvolte dalle proteste a seguito della sentenza di assoluzione del poliziotto emessa dal Gran Giurì e dal pubblico ministero della contea di St. Luis, Robert P. McCulloch – un democratico eletto ininterrottamente alla carica dal 1991.
Dopo quasi un decennio di presidenza di Obama, al soglio di quella casa salì Donald Trump. Il presidente più sfacciatamente razzista e suprematista della storia statunitense.
Insomma, la questione razziale non sembra proprio esser stata superata. Anzi, oltre la siepe di quella casa vi è un’escrescenza che cresce sempre più, assumendo forme inquietanti – i confini e i margini delle società democratiche che spingono verso il centro della realtà sociale.
Conviene analizzare la questione stessa in altro modo, ossia come il razzismo e la supremazia bianca siano elementi strutturali della società statunitense, per dirla con Angela Davis.
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L’illusione dell’esercito europeo e i veri problemi della sicurezza del continente
di Enrico Grazzini
Federico Fabbrini e Sergio Fabbrini sono due illustri studiosi dei problemi europei, ma si sbagliano: nonostante le loro illusioni e i loro desideri non ci sarà mai un esercito federale europeo. Ursula von der Leyen, o chi per lei, non sarà mai a capo di un esercito integrato europeo semplicemente perché non è possibile che si formi uno Stato federale europeo.
Per realizzare una difesa europea ci sono, in teoria, tre strade:
1. quella federale, suggerita dai due Fabbrini;
2. quella confederale, più realistica ma molto difficile. Per costruire un esercito confederale i governi europei dovrebbero formare una Nato europea, duplicando la Nato attuale, ma questo è molto complesso e costoso;
3. infine, una sorta di difesa europea spuria può basarsi sulla disponibilità dei maggiori governi europei, cioè di Francia, Germania e Gran Bretagna, a coordinare di volta in volta, senza vincoli cogenti, le loro politiche estere e le loro forze armate nazionali in base alle singole necessità.
In questa direzione i tre maggiori paesi europei hanno già formato una «Unione dei Volontari», aperta ad altri paesi.
In questo articolo esaminiamo brevemente questi tre modelli di difesa europea. Inoltre, l’articolo esamina anche la questione cruciale dei possibili avversari dell’Europa: da chi deve difendersi l’Europa? Da Trump, che vuole prendersi la Groenlandia, o da Putin, che ha invaso illegalmente l’Ucraina? O dalla Germania, che si sta riarmando insieme all’Ucraina? In realtà, alla fine vedremo che la migliore strategia di difesa dell’Europa non è quella militare. L’Europa deve rendersi il più possibile autonoma (derisking) dalle politiche belliciste di Trump e di Netanyahu, e attuare politiche negoziali di pace e di controllo bilanciato degli armamenti nei confronti della Russia.
L’impossibile difesa federale europea
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L'oracolo di Bruxelles si è espresso
di Fabrizio Poggi
Grazie all'intercessione de La Stampa, è possibile raccogliere la nuova divinazione dell'oracolo di Bruxelles, il lituano dirottato alla UE, Andrius Kubilius. A differenza dei vaticini della Pizia di Delfi, che variavano a seconda di chi domandava il responso, il cosiddetto commissario europeo alla guerra differenzia di poco, l'uno dall'altro, i propri presagi. E c'è da dubitare che anche chi gli si è rivolto a nome del foglio torinese si attendesse qualcosa di diverso dal numero di anni che devono ancora trascorrere prima che, statene certi, la Russia attacchi un paese europeo, «o forse più di uno». Ragion per cui, profetizza, «bisogna integrare le forze armate ucraine nella sicurezza dell’Europa», dato che sussiste «la minaccia di una possibile aggressione russa: i nostri servizi di intelligence lo affermano pubblicamente e con chiarezza: nei prossimi tre o quattro anni la Russia potrebbe essere pronta a “testarci” in un conflitto reale». Per non parlare della sfida che viene dagli USA, «che ci stanno chiedendo di assumerci maggiori responsabilità per la difesa europea». Da non raccapezzarcisi. Per fortuna che, là a Bruxelles e qualcuno anche a Roma, sembra avere le idee chiare su chi si appresti ad attaccare chi e quando lo farà.
Amareggiata per la mancanza di un esercito europeo, la signora Flavia Amabile chiede all'oracolo come potrebbe essere risolta la questione del possibile schieramento di truppe UE sul territorio ucraino, come richiesto da Kiev per un accordo con Moskva. Il novello Merlino non esita a dire che il dato sicuro è che l'intelligence europeista pronostica che la Russia potrebbe «lanciare un’aggressione contro Stati membri dell’UE o della NATO».
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Oltre l'Occidente, vol 1
di Alessandro Visalli
Quella che segue è la Premessa del libro di Alessandro Visalli, Oltre l'Occidente, vol 1, edito da Meltemi, Milano nel 2026.
Premessa
Il meno che si può dire del nostro tempo, qui in Occidente, è che si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. Molti ne sono i segni: il degrado probabilmente terminale della democrazia, che da tempo è schiacciata dal suo eterno doppio, l’oligarchia. La completa metamorfosi dell’universalismo, vanto della tribù occidentale, ormai da tempo giunta al suo punto zero del suprematismo imperiale. L’ormai assoluta e omicida cecità verso l’Altro da sé. La mobilitazione totale di coscienze, oscurate dalla paura. Passando sul piano del confronto materiale, la manifesta e crescente incapacità di competere sull’adeguamento della “Piattaforma tecnologica” alle nuove esigenze dell’ambiente tecnico e della competizione geopolitica.
La tesi di questo lavoro è che al tramonto, quando le ombre si allungano, se si vuole pensare politicamente, bisogna individuare come “nemico principale” noi stessi, cioè quell’Occidente che ha smarrito sé stesso. E nessuno può vedere sé stesso, se non riesce a vedere l’Altro da sé. Ciò che va dunque posto al centro dell’attenzione è l’universalismo. Quella particolare attitudine a vedersi come metro dell’intero universo che contiene in sé, e contemporaneamente, sia la promessa della liberazione sia la meccanica del dominio. Ciò che criticheremo in questo testo è questa ambivalenza costitutiva. Questa linea d’ombra che attraversa diagonalmente l’essere dell’Occidente, senza, con ciò, presumere una nativa innocenza dell’Altro. A ben vedere senza presumere che Ego e Altro siano esseri, compiuti, completi e autosufficienti.
La posizione dalla quale il testo parla non è, tuttavia, come non potrebbe mai essere, esterna a questa cultura. È essa stessa parte della tradizione critica occidentale, e in particolare dell’universalismo cristiano. Non si può negare di esserne figli. Ma il nostro dovere è di essere figli capaci di guardare in faccia la nudità dei genitori. La loro debolezza e tradimenti. Bisogna essere capaci di pretendere il riscatto dei suoi potenziali. Di quei potenziali critici che nascono dal cristianesimo paolino, dall’illuminismo se pure incompleto e in sé tradito, dal socialismo e comunismo, dalle parti migliori dello stesso liberalismo, dalle sue tradizioni radicali.
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Giardini, foreste e l’armonia del modello economico ortodosso
di Riccardo Leoncini
Qualche tempo fa, mentre camminavo verso la fine del mio trekking in una foresta indiana, all’avvicinarci del posto di ritrovo, ho fatto notare alla mia guida che dopo aver camminato nel silenzio della foresta, i rumori che sempre più distinti si facevano largo fra piante e fogliame indicavano che ci avvicinavamo al punto di ritrovo comune. Anche io, completamente perso nel bel mezzo della foresta, capivo che stavamo tornando alla civilizzazione. Quando l’ho fatto notare, lui si è messo a ridere e ha confermato dicendomi: “Ora siamo al sicuro!”. Questa sua risposta mi è sembrata la perfetta metafora della nostra condizione: siamo al sicuro soltanto quando siamo (finalmente) fuori dalla natura. La natura, di cui, da buoni ecologisti della domenica, siamo paladini e santi protettori, in realtà ci fa paura. Tuttavia, non è soltanto la paura che esprime la nostra relazione con la natura, e tuttavia ci fornisce una metafora della modernità che vale la pena di approfondire.
Immagino ciascuno di noi abbia presente un giardino. Da quelli più o meno (disastrosamente) curati di casa nostra a quelli regalmente curati di Versailles. Ebbene, secondo me, questi giardini, ma in realtà tutti i giardini (perché stiamo parlando del concetto stesso di giardino, e non di uno in particolare) costituiscono il punto più avanzato del trionfo dell’uomo sulla natura. Probabilmente il primo giardino è stato pensato nel momento in cui l’uomo ha intellettualmente compreso che sarebbe stato in grado di controllare l’entropia del sistema semplicemente allargando i confini del proprio io e inglobando il disordine esterno nel proprio ordine interno. Mettere ordine nel caos costituiva l’unico modo per sopravvivere in un ambiente decisamente ostile, in cui il passaggio da predatore a preda era funzione di un numero veramente limitato di parametri: forza, velocità, ed eventualmente resistenza. L’unico modo per non dover vivere in continua tensione adrenalinica, guardandosi intorno in continuazione per prevedere e quindi prevenire il possibile attacco, cioè l’unico modo per sopravvivere nel caos primigenio era quello di ridurre l’entropia dell’ambiente circostante per trasformare le equazioni non lineari che generano il caos in funzioni lineari che si “comportassero bene” e che garantissero che ogni alterazione dell’equilibrio sarebbe stata ricondotta all’ordine (all’equilibrio) da un meccanismo di feedback negativo endogeno.
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Come interpretare la realtà politica del Venezuela dopo il 3 gennaio?
di Mision Verdad
La realtà venezuelana dopo il 3 gennaio sfugge a interpretazioni binarie o moralistiche. È, soprattutto, uno scenario di sopravvivenza dello Stato in cui potere, coercizione e adattamento pragmatico ridefiniscono le regole del gioco.
Per comprendere questa riconfigurazione, il realismo politico di Hans Morgenthau offre un quadro di riferimento insostituibile: la sua opera sostiene che il realismo "riconosce il significato morale dell'azione politica, ma afferma che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati in termini astratti; piuttosto, devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete di tempo e luogo".
Da questa premessa, l'obbligo centrale di un governante è proteggere la sopravvivenza e gli interessi vitali del proprio Stato, il che spesso lo costringe a dare priorità alle decisioni pragmatiche rispetto ai postulati ideologici. Le azioni devono essere calibrate in base alle minacce, alle risorse disponibili e alle circostanze specifiche. Morgenthau l'ha formulata come la sua terza regola del realismo: l'interesse nazionale a preservare la sovranità e la continuità dello Stato è permanente, ma le sue espressioni sono dinamiche e si trasformano a ogni cambiamento negli equilibri di potere. Le coordinate che governano le azioni del governo venezuelano, il riorientamento della strategia statunitense e la ritirata dell'opposizione sono manifestazioni di una logica classica: l'interesse nazionale alla sopravvivenza è permanente, ma le sue forme mutano in base agli equilibri di potere.
Anche le chiavi per comprendere la complessa realtà venezuelana si stanno riconfigurando, di pari passo con la ristrutturazione che il Paese sta attraversando dopo gli eventi del 3 gennaio. Il quadro concettuale e il sistema di coordinate che hanno guidato le decisioni del governo venezuelano e del consiglio presieduto dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez sono stati caratterizzati da una flessibilità e un pragmatismo chiaramente condizionati dal contesto. Per comprendere questa dinamica, è necessario osservare non solo Caracas, ma anche l'intero insieme di attori e forze che interagiscono sulla scena politica.
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Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza
di Salvatore Minolfi
Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici.
L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.
I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.
Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste.
Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…
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Lo spettro della filosofia
di Salvatore Bravo
La filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:
“La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.
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La prima guerra mondiale asimmetrica
di Dante Barontini - Thierry Breton*
Ogni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.
E’ l’equazione che consente a una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc).
Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.
Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito e implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.
I concetti teorici sono pochi ma chiari:
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L’escalation al buio di Trump e Netanyahu porta al disastro energetico
di Gianandrea Gaiani
Non sanno come uscire dal disastro che hanno provocato e quindi cercano di tirarci dentro tutti. In estrema e semplificata sintesi Stati Uniti e Israele sembrano voler allargare al mondo intero le conseguenze della guerra nel Golfo dopo essersi infilati in un vicolo cieco con l’Iran, rivelatosi un osso ben più duro del previsto come avevano fatto trapelare fin dall’inizio delle ostilità diversi esponenti militari e dell’intelligence statunitense
Lo confermano anche le dimissioni del capo dell’antiterrorismo USA, Joseph Kent, “trumpiano di ferro” che ha lasciato l’incarico accusando la Casa Bianca di aver voluto una guerra immotivata.
Nella lettera su X, Kent ha negato che vi fosse una minaccia imminente iraniana per gli Stati Uniti e denuncia le pressioni israeliane e di gruppi influenti statunitensi filo-israeliani per muovere guerra a Teheran. Kent parla apertamente di “menzogna”, evocando il fantasma della Guerra in Iraq come monito ignorato.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto l’accusa secondo cui Israele avrebbe “trascinato gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran” definendola falsa, sostenendo che Trump “prende sempre le sue decisioni in base a ciò che ritiene sia meglio per l’America” e parlando di “stretta coordinazione” tra Israele e gli Stati Uniti nel corso dell’attacco all’Iran. Netanyahu ha poi affermato che “l’Iran oggi non ha alcuna possibilità di produrre uranio né di produrre missili balistici”.
La versione di Kent trova però sostegno anche nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che all’Economist definisce la guerra all’Iran una “catastrofe” e il segno che l’Amministrazione Trump “ha perso il controllo della sua politica estera”.
Albusaidi, mediatore dei negoziati di febbraio, ha precisato che un accordo fra Teheran e Washington “era davvero possibile”. I due Paesi sono arrivati vicini a un accordo due volte negli ultimi nove mesi, incluso a giugno dello scorso anno, prima della guerra dei 12 giorni, ha aggiunto.
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Gaza: guerra barbarie contro civiltà
Se non distruggi il passato non vinci il presente
di Fulvio Grimaldi
La voce e la Storia
Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.
Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.
Sopprimere la voce del passato
Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.
La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.
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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
di Marco A. Pirrone
Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale
Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali.
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Il cosiddetto piano di pace di Gaza: fase due del genocidio?
di Davide Malacaria
Secondo uno studio del Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) sintetizzato da Antiwar, a Gaza sono state uccise oltre 100mila persone. Una constatazione alquanto ovvia, dal momento che le 78.318 vittime registrate finora sono quelle accertate in un territorio in cui domina un caos che rende oltremodo difficile le verifiche. Ma ora è ufficiale.
A tale analisi vanno aggiunte due considerazioni. La prima è che alle vittime dirette vanno aggiunte quelle indirette. Lo spiega Ana C. Gómez-Ugarte, che ha partecipato allo studio: “Gli effetti indiretti della guerra, che sono spesso più gravi e duraturi, non sono quantificati nelle nostre considerazioni”. Stime conservative, cioè minimaliste, sui conflitti indicano che nelle guerre a ogni vittima diretta se ne devono aggiungere 4 indirette.
Peraltro, parliamo di conflitti in cui esisteva un qualche servizio sanitario, non venivano imposte restrizioni draconiane agli aiuti né la Forza era usata in maniera tanto massiva e ingegnerizzata, cose che hanno reso l’aggressione di Gaza un unicum. A causa di questa mortalità, conclude lo studio, l’aspettativa di vita dei palestinesi di Gaza si è quasi dimezzata.
Non solo, il MPIDR ha accertato che ““la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza […] è molto simile ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo interagenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME)”.
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Attentato a Mosca
Traduzione integrale del discorso di Putin alla nazione dopo l'attacco terroristico
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Traduzione in italiano del messaggio rivolto alla nazione dal presidente Vladimir Putin dopo l'attacco terroristico di Mosca, pubblicato dal quotidiano russo Komsomol'skaja Pravda.
Cari cittadini della Russia!
Mi rivolgo a voi in relazione al sanguinoso e barbaro atto terroristico, le cui vittime sono decine di persone pacifiche e innocenti - nostri compatrioti, tra cui bambini, adolescenti e donne. I medici stanno lottando per la vita delle vittime, che sono in gravi condizioni. Sono sicuro che faranno tutto il possibile e anche l'impossibile per salvare la vita e la salute di tutti i feriti. Un ringraziamento speciale va agli equipaggi delle ambulanze e delle ambulanze aeree, alle forze speciali, ai vigili del fuoco, ai soccorritori che hanno fatto di tutto per salvare vite umane, per tirarle fuori da sotto il fuoco, dall'epicentro dell'incendio e del fumo, per evitare perdite ancora più gravi.
Non posso ignorare l'aiuto dei comuni cittadini che, nei primi minuti dopo la tragedia, non sono rimasti indifferenti e, insieme a medici e agenti di sicurezza, hanno fornito i primi soccorsi e consegnato le vittime agli ospedali.
Forniremo l'assistenza necessaria a tutte le famiglie le cui vite sono state colpite da questo terribile disastro, ai feriti e alle vittime. Esprimo le mie profonde e sincere condoglianze a tutti coloro che hanno perso i loro parenti e i loro cari. Insieme a voi tutto il Paese, tutto il nostro popolo è in lutto. Dichiaro il 24 marzo giorno di lutto nazionale.
A Mosca e nella regione di Mosca e in tutte le regioni del Paese sono state introdotte ulteriori misure antiterrorismo e antisabotaggio. La cosa principale ora è impedire che i responsabili di questo sanguinoso massacro commettano un nuovo crimine.
Per quanto riguarda le indagini su questo crimine e i risultati dell'operazione di ricerca, al momento possiamo dire quanto segue. Tutti e quattro gli autori diretti dell'attacco terroristico, tutti coloro che hanno sparato e ucciso le persone, sono stati trovati e arrestati. Hanno cercato di fuggire e stavano viaggiando verso l'Ucraina, dove, secondo i dati preliminari, era stata preparata per loro una finestra sul lato ucraino per attraversare il confine di Stato. In totale sono state arrestate 11 persone. Il Servizio di Sicurezza Federale russo e le altre forze dell'ordine stanno lavorando per identificare e scoprire l'intera base ausiliaria dei terroristi: coloro che hanno fornito loro i mezzi di trasporto, hanno pianificato i modi per allontanarsi dalla scena del crimine, hanno preparato cache e nascondigli con armi e munizioni.
Ripeto, le agenzie investigative e di polizia faranno tutto il possibile per stabilire tutti i dettagli del crimine. Ma è già evidente che non ci siamo trovati di fronte a un semplice attacco terroristico attentamente e cinicamente pianificato, ma a un omicidio di massa preparato e organizzato di persone pacifiche e indifese. I criminali avevano intenzione di uccidere a sangue freddo e di proposito, di sparare a bruciapelo ai nostri cittadini, ai nostri bambini, come facevano i nazisti che commettevano massacri nei territori occupati, e progettavano di organizzare un'esecuzione spettacolo, un sanguinoso atto di intimidazione.
Tutti gli autori, gli organizzatori e i mandanti di questo crimine saranno giustamente e inevitabilmente puniti, chiunque essi siano e chiunque li abbia diretti. Ripeto, identificheremo e puniremo tutti coloro che stanno dietro ai terroristi, che hanno preparato questa atrocità, questo attacco contro la Russia e il nostro popolo. Sappiamo qual è la minaccia del terrorismo.
Contiamo qui sulla cooperazione con tutti gli Stati che condividono sinceramente il nostro dolore e sono pronti a unire realmente le forze nella lotta contro il nemico comune, il terrorismo internazionale, con tutte le sue manifestazioni. I terroristi, gli assassini, i subumani, che non hanno nazionalità e non possono avere una nazionalità, hanno solo un destino poco invidiabile: la punizione e l'oblio. Non hanno futuro.
Il nostro dovere comune adesso, i nostri compagni al fronte, tutti i cittadini del paese è quello di stare insieme in un'unica formazione. Credo che sarà così, perché niente e nessuno potrà scuotere la nostra unità e volontà, la nostra determinazione e coraggio, la forza del popolo russo unito. Nessuno potrà seminare semi velenosi di discordia, panico e discordia nella nostra società multietnica.
La Russia è passata più volte attraverso le prove più dure, a volte insopportabili, ma è diventata ancora più forte. Così sarà anche adesso.
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Larry Johnson (ex analista CIA): "Gli USA sapevano che l’Ucraina stava tramando qualcosa"
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Un recente rapporto secondo cui gli Stati Uniti sono preoccupati per le “azioni palesi” dell’Ucraina contro la Russia suggerisce che Kiev sia coinvolta nell’attacco terroristico a Mosca, e gli Stati Uniti lo sapevano molto bene. Questa opinione è stata espressa dall'ex analista della CIA Larry Johnson su Judging Freedom. Anche la loro rapida negazione del coinvolgimento, ancor prima che Mosca stessa venisse a conoscenza di informazioni precise su quanto accaduto, solleva interrogativi.
Queste le parole dell'ex analista della CIA: "Non è stata l'Ucraina - possiamo esserne certi perché il Dipartimento di Stato ce lo ha appena detto! Ma pensate a questo: non sappiamo ancora quanti siano stati gli attentatori, quali armi siano state usate... Abbiamo sentito parlare di spari, di esplosioni, ma non sappiamo nulla di concreto. L'FSB parla ancora di 40 morti e 100 feriti. Eppure il Dipartimento di Stato è proprio lì: 'Questa non è l'Ucraina! Questa non è l'Ucraina!'.
Sanno che è stata l'Ucraina. Ed ecco perché possiamo esserne certi: il 7 marzo, l'ambasciata statunitense e quella britannica a Mosca hanno emesso un avviso, un consiglio di viaggio per tutti gli americani e i britannici: state lontani, ci sarà un attacco terroristico entro 48 ore. Non è successo.
Ma questo era il mio lavoro, faceva parte del mio lavoro quando ero nell'antiterrorismo: questo tipo di avvisi vengono emessi solo quando si hanno informazioni specifiche e credibili e non si può prevenire un attacco. E di solito in questi casi, se le informazioni sono abbastanza specifiche e credibili, le trasmettiamo a un altro governo affinché intervenga per prevenire il pericolo.
Ma in questo caso, solo un giorno fa, l'outlet di intelligence open source OSINTdefender - che è uno di quei feed Twitter che fanno molto parte degli sforzi di propaganda della CIA - ha riferito che il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la Casa Bianca erano sempre più frustrati per le "azioni plateali non autorizzate" intraprese dall'Ucraina contro la Russia.
Ciò significa che gli Stati Uniti sapevano che l'Ucraina stava tramando qualcosa, avevano un'idea di ciò che stava per fare. E c'è una buona probabilità che l'Ucraina non solo l'abbia fatto, ma l'abbia fatto con armi e supporto forniti dagli Stati Uniti. Questo è ciò di cui la Casa Bianca era così spaventata".
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Attentato a Mosca. Si firma ISIS, si legge NATO
di Fabrizio Marchi
Sconfitti sul campo in Ucraina, sconfitti politicamente perché il popolo russo ha fatto fronte comune votando in massa per Putin facendo chiaramente capire che ogni velleità di dividere o destabilizzare la Russia è mera illusione, i vari cosiddetti “deep state” (servizi segreti, apparati di sicurezza ecc.) della NATO ricorrono al terrorismo. Non a caso la firma è dell’ISIS che non ha mai sfiorato neanche con una pallina di carta tirata da una cerbottana Israele e i suoi alleati in loco e che, guarda caso, fu scatenato contro la Siria, difesa proprio dalla Russia e, naturalmente, dall’Iran e da Hezbollah.
A mio parere la chiave di lettura dell’attentato di Mosca è questa. Poi si tratterà di vedere quale fra i diversi “deep state” è stato il mandante, ma non è determinante saperlo. La domanda che bisogna sempre porsi, come ripeto sempre in questi frangenti è “cui prodest?”, a chi giova?
Seguendo questo metodo di indagine si comprendono i perché e i percome di un qualsiasi evento.
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Un'umiliazione impensabile
di Andrea Cecchi
L'accordo "impensabile" che gli Stati Uniti hanno appena offerto a Cina e Venezuela
“Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.
Nel caso degli USA, la furia cieca è quella dell’innamorato del POTERE. Un potere dato dal monopolio del debito. Un potere “decapitato” che continua ad andare combattendo, ma che è morto!
Con questa newsletter, vorrei condividere la trascrizione di un video di YouTube che ho trovato molto interessante. L’analisi ci pone di fronte a un momento cruciale. Un momento in cui si sta scrivendo la storia. Stiamo vivendo i giorni che segnano il punto in cui il mondo come lo conosciamo non sarà più lo stesso di prima. Ho già approfondito queste tesi nella mia newsletter.
Ma quello che stiamo per apprendere è, a mio parere, la migliore descrizione finora fornita, per il 2025, di ciò che sta realmente accadendo. La struttura del potere mondiale sta cambiando rapidamente, quindi è meglio considerare ciò che sta accadendo, con una mente aperta e con un piano per affrontare al meglio questo sconvolgimento geopolitico globale. Condivido anche le considerazioni finali, ovvero che dopo un periodo di difficoltà, quello del GRANDE RESET, ci attende un nuovo sistema basato su risorse reali. Quindi guardiamo a questa fase come a quella in cui un organismo obeso e aggressivo viene messo a dieta ferrea. All’inizio sarà dura, ma poi si va a stare meglio.
«C’è un vecchio detto in geopolitica: puoi essere un impero o un debitore. Ma non puoi essere entrambi. Per 80 anni, gli Stati Uniti hanno sfidato questa regola.
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Contro la finanziaria di guerra la mobilitazione è necessaria
di coniarerivolta
Di fronte a una manovra che smantella il Welfare e i servizi pubblici e apre le porte a un gigantesco riarmo imposto da Bruxelles, dalla NATO e dal governo italiano, lo sciopero del 28 novembre lanciato da USB diventa uno spartiacque decisivo. I numeri dell’economia italiana parlano chiaro, raccontando di un Paese che arretra mentre si accumulano più armi e meno diritti di cittadinanza.
Crescita in caduta libera: l’Italia fanalino di coda dell’Europa
La Commissione Europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano per il 2025, dallo 0,8% atteso a inizio anno allo 0,4% della stima del 17 novembre. Mentre l’Eurozona crescerà in media dell’1,3%, l’Italia diventa così il suo fanalino di coda. È importante sottolineare che l’enfasi sulla crescita non è un vezzo. Meno crescita vuol dire, meno occupazione e meno opportunità di lavoro complessive, quindi condizioni di vita peggiori per milioni di persone. Un rallentamento della crescita si scarica, dunque, direttamente sulle spalle di lavoratori e lavoratrici. Questo rallentamento, inoltre, non è casuale, e arriva dopo tre anni in cui il Governo Meloni si è distinto come primo della classe nell’applicazione zelante dei vincoli del Patto di stabilità ed è tornato a praticare politiche di austerità. L’Italia è tornata all’avanzo primario già nel 2024 ed ha previsto di mantenerlo per tutto il triennio successivo.
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Gaza, pace che sembra genocidio
di Mario Lombardo
Il “piano di pace” per Gaza di Donald Trump, che sta per essere oggetto di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rimane un documento che non migliora di una virgola le prospettive di emancipazione del popolo palestinese, né tantomeno prepara un percorso credibile verso la creazione di uno stato sovrano e indipendente. Malgrado ciò, la proposta americana è appoggiata in pieno – almeno a livello ufficiale – da praticamente tutti i paesi arabi e musulmani, mentre lo stesso stato ebraico, che pure respinge fermamente alcune parti del piano, vede in essa il mezzo per facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi genocidi e di occupazione in una fase segnata dal rallentamento forzato dello sterminio iniziato all’indomani dei fatti del 7 ottobre 2023. Il progetto Trump viene quindi valutato con estrema cautela dalle forze palestinesi e della Resistenza in generale, poiché serve in definitiva a soddisfare gli interessi degli attori coinvolti dalla Casa Bianca nel processo in corso, nessuno dei quali coincide con le aspirazioni degli abitanti della striscia.
Il quotidiano iraniano in lingua inglese Tehran Times ha scritto domenica che il piano di Trump “funziona, in ultima analisi, da maschera diplomatica”, poiché fa riferimento al processo di “auto-determinazione palestinese per rassicurare i paesi arabi”, mentre, in realtà, “incorpora [nel processo] le necessità di sicurezza che riflettono le priorità di Israele”. Ognuno dei partecipanti alla farsa del “piano di pace”, in realtà, ottiene – o punta a ottenere – un vantaggio strategico. Per gli Stati Uniti, spiega ancora il Tehran Times, si tratta di “rafforzare la loro influenza [in Medio Oriente], facilitare la vendita di armi” e “posizionarsi come mediatori indispensabili”.
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