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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione. * * * * Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le...
Mentre erano in corso le trattative per porre fine alla guerra, gli Usa hanno avvertito il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alla guida del team negoziale, che Israele voleva ucciderli. Non una minaccia aleatoria, come annota il New York Times, che ricorda come la delegazione iraniana fu scortata da jet pakistani a Islamabad – dove si sono incontrati con gli americani – e che al ritorno due caccia israeliani erano penetrati nello spazio aereo iraniano per abbattere il...
Il neoliberismo, meglio comprensibile con il suo termine meno edulcorato di capitalismo spietato, è il veleno che ha distrutto la nostra democrazia. Ha fornito alla classe dei miliardari e alle multinazionali la copertura ideologica per impoverire la classe lavoratrice, imporre un'austerità paralizzante, svuotare le istituzioni democratiche, corrompere i due partiti politici al governo e trasformare i nostri tribunali in appendici delle multinazionali e dei ricchi. Il neoliberismo ha spinto decine di milioni di persone emarginate e disperate...
A poco più di due settimane dalla firma del Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, l’accordo fa già acqua ed è sfociato in un nuovo braccio di ferro tra i due paesi. I punti di scontro sono essenzialmente due, il controllo dello Stretto di Hormuz e il fronte libanese. Israele non ha mostrato alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano e ha proseguito alcune operazioni militari nel paese. In base all’articolo 1 del Memorandum, tuttavia, i firmatari ed i loro alleati si impegnano a cessare le operazioni militari su tutti i fronti, incluso...
Durissimo attacco di Mosca contro Kiev: 20 le vittime. Attacco annunciato da tempo come rappresaglia per gli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo. Infatti, all’indomani dell’attacco di maggio al pensionato studentesco di Starobilsk, nel Donbass (21 le vittime), Putin, sull’onda dell’indignazione popolare, aveva avvertito della rappresaglia contro Kiev, rimandata fino a stanotte. Mosca ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari ed energetici, dettagliandoli nello specifico, ma ovviamente ciò che riecheggia sui media...
“L’Iran non ha altra scelta che ottenere la bomba nucleare per rimuovere le minacce militari contro il paese durante la transizione verso un nuovo ordine mondiale”. Un articolo pubblicato sull’agenzia iraniana Fars news ha messo i piedi nel piatto della contraddizione fin qui rimossa nei negoziati sul futuro degli assetti in Medio Oriente. L’articolo, non firmato, sostiene che l’Iran deve raggiungere la deterrenza nucleare per ottenere quella che ha definito la “calma necessaria” per garantire che altre controversie possano essere risolte...
Il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant’anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di 162 yen per dollaro. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d’allarme che riguarda la salute dell’intera economia globale. Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di...
Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per...
Chi pensava che i colpi di Stato in Honduras e le ingerenze della CIA appartenessero al secolo scorso, deve fare i conti con la cruda realtà del 2026: l’Honduras-gate. Un gigantesco scandalo internazionale, scoppiato grazie ai leak della piattaforma investigativa Hondurasgate.ch, che svela l’ennesima cospirazione di estrema destra volta a eradicare “il cancro della sinistra” dal continente. Al centro della ragnatela troviamo una vecchia conoscenza della giustizia internazionale: l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (JOH), già...
Ormai nel Regno Unito i primi ministri nascono e muoiono come mosche, anche se risultano decisamente più molesti. L’ultimo rappresentante della specie, Keir Starmer, sta cercando di stiracchiare le procedure di addio, in modo da prolungare l’agonia di quel tanto che servirebbe a far slittare la successione a dopo l’estate. Anche il prossimo candidato “laburista” è infatti un clone di Tony Blair, perciò tutti sanno che l’avvicendamento a Downing Street non comporterà alcun cambiamento nella politica britannica. Sembra quindi che...
Sarò sincero: non sono mai stato un grande amante dei film d’azione, e i giustizieri da cinema mi hanno sempre lasciato piuttosto indifferente. Quando cerco evasione, guardo altrove — alla storia, all’avventura, a mondi sufficientemente lontani da non costringermi a fare i conti con quello in cui vivo. A volte, però, è la realtà a venire a cercarti, e lo fa prendendo la forma di un film che fa parlare di sé più per quello che gli è stato fatto che per quello che racconta. Si chiama Citizen Vigilante, lo ha diretto Uwe Boll — regista che la...
Fratelli latinoamericani, è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo...
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato durante una lunga e incalzante intervista condotta dall'imparziale Nicola Porro, su un canale di altrettanto provata imparzialità, che è giunto il momento di un Presidente della Repubblica che non sia di Sinistra perché anche questo tabù deve essere superato. Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche. Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini. Fra gli altri, c'erano 3 che erano...
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e braccia. “L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali: l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7 aprile scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso del...
Nel doppio sisma venezuelano non è tanto il numero dei morti che impressiona, sebbene sia già insopportabile, quanto quello dei dispersi: 50mila. Certo, parte di essi potrebbero semplicemente essersi persi nel caos successivo al disastro, ma la maggior parte giace sotto le macerie e col passar dei giorni saranno sempre meno quelli che ne potranno riemergere vivi. D’altronde, la duplicazione sismica incrementa i danni, una sorta di double-tap per usare una terminologia militare. Fin qui la cronaca di un disastro naturale, ma il nostro sito è...
Per capire davvero cosa è accaduto in Venezuela dopo i due terremoti di mercoledì scorso, bisogna partire da lontano. Non si può leggere la tragedia senza inquadrare il contesto economico e sociale in cui è piombata. I primi report delle agenzie internazionali e dei soliti disinformatori del mainstream hanno subito puntato il dito contro il governo: servizi sanitari travolti nelle prime ore, emergenze al collasso, e una situazione particolarmente drammatica nello stato di La Guaira, che ha registrato le maggiori devastazioni e il numero più...
La Germania ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi. Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con...
Ci sono libri che cercano il consenso e libri che cercano il conflitto. Il mercato in cattedra di Pier Paolo Caserta (Mario Pascale Editore) appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non concede scorciatoie al lettore, non attenua il linguaggio per renderlo più digeribile e non tenta di costruire improbabili punti di equilibrio tra posizioni opposte. La sua tesi è dichiarata fin dalle prime pagine: la scuola pubblica italiana sarebbe ormai il terreno sul quale si è compiuta una progressiva colonizzazione delle logiche di mercato, un...
I nodi cominciano a venire al pettine? Mi scuso se sarò lungo e un po' noioso, ma penso che questo tema sia davvero centrale perché oramai riguarda milioni di risparmiatori e ha a che fare con un modello - quello dell'oggettività della finanza - che ha retto il tecnoliberalismo. A giugno 2026, il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti "Magnifici Sette" (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un...
Venti contrari. Imprese e politica nel declino economico italiano (Il Mulino, 2026) è un impietoso atto di accusa alla classe dirigente italiana, che tuttavia proviene dal suo interno. Gli autori Pietro Modiano e Marco Onado, infatti, sono o sono stati (Onado è morto nel 2025) due autorevoli esponenti delle élites: manager bancario Modiano, economista ed esperto di diritto bancario Onado, entrambi formatisi alla Bocconi, insieme già autori di un altro saggio sferzante verso il capitalismo italiano, Illusioni perdute. Banche, imprese, classe...
Molti non lo sanno o, quantomeno, non lo ricorderanno: nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Molto più recentemente, nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale contro l'Ucraina, il presidente russo Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”, riferendosi alle continue manipolazioni dell'informazione presenti nei mass media occidentali. Queste due definizioni si potrebbero molto bene sintetizzare in una terza, secondo il mio modesto parere molto più appropriata, che sarebbe molto più...
Nel giugno di ogni anno, l’anniversario dell’Operazione Barbarossa richiama alla memoria uno degli eventi più drammatici del XX secolo. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista lanciò con sei milioni di soldati l’invasione dell’Unione Sovietica, aprendo il più vasto fronte terrestre e aereo della storia e inaugurando una guerra di annientamento che avrebbe provocato decine di milioni di vittime e disegnato la sconfitta strategica del Terzo Reich. Ottantacinque anni dopo, il ricordo dell’operazione Barbarossa torna al centro del discorso politico...
La superficialità e l’ignoranza di molti commentatori impedisce loro di valutare le effettive proporzioni del fiasco di Donald Trump in Iran nonché la situazione a dir poco sconcertante creata dai termini dell’intesa di pace in discussione. I 14 punti del Memorandum of understading vengono scorsi senza rendersi conto del peso reale di uno di essi. Quello che riguarda il fondo per la ricostruzione del Paese attaccato dall’operazione “Epic Fury” tra il 28 febbraio e il 17 giugno. “Epic Fury” vuol dire “Furia Epica”. Ma contro chi, in fin dei...
La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie economiche vengono formulate sulla base dei big data e dell’analisi algoritmica, la sinistra si trova ad affrontare una domanda esistenziale: come possono i movimenti che si organizzano ancora secondo logiche tradizionali far fronte a...
Giovedì 11 giugno la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento del tasso di interesse di riferimento di 25 punti base. Il tasso di interesse di riferimento rappresenta il tasso al quale la BCE concede prestiti alle banche che operano nell’Unione europea e che, a cascata, influenza i tassi ai quali vengono stipulati i mutui o ai quali cittadini e imprese accedono al credito. Questa decisione comporterà quindi un aumento del tasso sui depositi che le banche detengono presso la banca centrale, dal 2% al 2,25%. La scelta, sebbene attesa, non...
Molti osservatori e analisti leggendo il Memorandum Of Understanding tra gli USA e l'Iran sono arrivati alla conclusione che gli statunitensi abbiano perso la guerra contro l'Iran. Certamente l'opinione è suffragata dai fatti scolpiti nel Memorandum: gli USA e i suoi alleati si impegnano a riversare fondi per la ricostruzione dell'Iran per cifre ragguardevoli (si parla di oltre 300 miliardi di euro), inoltre gli USA si impegnano - sempre sul piano finanziario - a sbloccare i fondi congelati a causa delle sanzioni. Non solo, l'Iran di fatto si...
La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer...
Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la...
C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità...
Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato. Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il...
Prof Zhok, Frank Furedi sociologo ungherese, in un libro che potremmo definire politicamente scorretto, pone l’accento sull’importanza dei confini, quello che i Romani chiamerebbero Limes. Ce ne vuole parlare? «Francamente non sarei incline a dire che il libro di Furedi è “politicamente scorretto”, a meno che non si voglia usare quest’espressione per qualunque idea non scontata. Si tratta in effetti di un’analisi molto ricca sul piano esemplificativo di un processo culturale di lungo periodo. Quando il sottotitolo del libro parla di “arte di...
La portaerei Usa si sta avvicinando agli scogli. Ma al timone non c’è nessuno che sappia guidare. Anzi. Si moltiplicano le mani che cercano di afferrare il timone, tirando un po’ di qua e un po’ di là. La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di...
Che Marx e Spinoza siano fuori dalle aule, come discoli allievi messi alla porta, o inginocchiati sui ceci, come si faceva un tempo, siano dei “fuori programma” non è una novità. Lo furono anche in vita: Spinoza bandito dalla sinagoga e maledetto con candele nere fumiganti, Marx bandito dagli ambienti accademici, temuto come uno spettro rossastro che si aggira per le strade, ed in parte lo era se lo si fosse veduto seduto da qualche parte o assiepato su di un’antica panchina di qualche parco londinese. Marx e Spinoza, due ebrei dissidenti,...
Ho spesso occasione, e ne ho avuta ancora di recente, di constatare quanto siano radicati e persistenti, anche tra i compagni, retaggi che impediscono di cogliere la vera natura del fenomeno della Tecnica planetaria, in particolare nei suoi più recenti sviluppi innescati dalla controrivoluzione digitale. Quando sostengo, come faccio da anni in tutte le occasione di confronto pubblico dedicate al tema, che la Tecnica delle ultime ondate non è essenzialmente uno strumento, non mancano mai sguardi perplessi, se non increduli. Sembra proprio che...
Escalation pericolosa supportata dagli sponsor di Kiev tra i quali spicca la Gran Bretagna per la quale la guerra ucraina è diventata una questione esistenziale. Ha puntato tutto su di essa, nella speranza che logori le risorse europee, come sta avvenendo, così da mettere in ginocchio, o peggio incenerire, l'Unione europea “La scorsa settimana è stata caratterizzata da attacchi potenti e di grande impatto contro le infrastrutture industriali e petrolifere russe. La raffineria di petrolio di Mosca è stata colpita due volte. In precedenza,...
Parafrasando il titolo di un celebre articolo pubblicato da Stalin sulla Pravda del marzo 1930, a proposito di metodi non corretti nella conduzione della collettivizzazione delle campagne in URSS e intitolato “Vertigini da successo”, l'osservatore Pavel Kotov, su Ukraina.ru, parla di “tempestose vertigini da dubbi successi”, che avrebbero colto i vertici nazigolpisti di Kiev. I principali “successi”, che hanno caratterizzato la settimana appena trascorsa, riguardano le conclusioni del vertice G7 a Evian e alcuni attacchi dei droni ucraini...
Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono...
Nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale, il presidente Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”. Queste due descrizioni si potrebbero sintetizzare in una terza, quella di “impero della narrazione”. Gli Stati Uniti basano infatti il proprio potere, prima che sulla violenza e le misure coercitive, sulla diffusione dell’idea del loro essere onnipotenti e indispensabili. Sono le catene mentali imposte dall’egemonia di Washington nelle nazioni...
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Dato che siamo riusciti ad avere ancora in vigore la Costituzione, cerchiamo di confrontare l’articolo 36 con il decreto lavoro dello scorso 1° maggio. Nell’articolo costituzionale si “garantisce che chi lavora abbia diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità/qualità del lavoro e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Sancisce inoltre il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, irrinunciabili, e demanda alla legge la fissazione della durata massima della giornata lavorativa”.
Il lavoro, quindi, viene considerato non solo un mezzo di sussistenza, ma un pilastro della cosiddetta dignità.
Dati oggettivi dell’Istat mostrano però una realtà lontana da questo dettato: il 51% dei lavoratori non ha recuperato l’inflazione con una perdita di potere d’acquisto dell’8,7% in media dal 2021. L’uso capitalistico dell’IA nel nostro ultimo decreto lavoro o anche nel decreto sicurezza, poi, non viene minimamente preso in considerazione.
Si registra invece in aumento l’intermittenza lavorativa con tanto di potenzialità al licenziamento seppure l’assunzione sia stata a tempo indeterminato, viene introdotto un “salario giusto” che non mantiene affatto stabilmente una stessa capacità d’acquisto, il rinnovo contrattuale avviene sempre con almeno 1 anno o 1 anno e mezzo di ritardo senza recupero di perdita salariale, mantenendo bassi salari come controllo sociale richiede.
Non un cenno alle condizioni determinate dall’introduzione dell’IA anche in Italia, alle trasformazioni del mercato del lavoro per aumentare la produttività, ovvero lo sfruttamento lavorativo, e con previsioni di profonde modifiche di circa il 23% degli attuali lavori.
Le insicurezze ignorate relative a incidenti sul lavoro, a contaminazioni tossiche territoriali, a prevenzioni di frane scientificamente preannunciate, ecc. non frenano lo smantellamento degli ispettorati del lavoro, Asl, ecc. la cui assenza è invece garante di risparmio di costi aziendali o statali e impunità legalizzabile.
In questo numero della rivista pubblichiamo il Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. La relatrice speciale, come sappiamo è Francesca Albanese.
Questo rapporto, di cui si è molto parlato, si intitola “Dall’economica dell’occupazione all’economia del genocidio” e illustra i modi e percorsi con cui molte aziende e colossi internazionali hanno aiutato Israele, in particolar modo dopo il 1967, nella guerra ai palestinesi e nella loro deportazione forzata dai territori in cui abitavano. Nel dossier si fanno i nomi di 48 corporation tra cui spicca l’italianissima Leonardo.
Sono produttori di armi, di macchine movimento terra, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicurazioni, università e associazioni di beneficenza. Per sviluppare i loro affari danno il loro indispensabile sostegno al colonialismo israeliano e hanno permesso allo stato di Israele di violare i diritti umani e occupare terre palestinesi nel corso dei decenni, e oggi di compiere il genocidio del popolo palestinese a Gaza e di porre le condizioni per la pulizia etnica nella striscia come nel resto dei territori palestinesi.
Mentre scriviamo si è raggiunto un accordo sul cessate il fuoco a Gaza. Non è un accordo di pace ma certo un primo segno positivo. Si tratta di un risultato di cui siamo felici e che è stato possibile in primo luogo grazie alla resistenza del popolo palestinese che non ha ceduto a i ricatti e, pagando un prezzo umano indicibile, ha resistito nei suoi territori, determinando la modifica dell’orientamento dei paesi arabi e mussulmani. Parimenti le mobilitazioni dei popoli del mondo e segnatamente nei paesi occidentali hanno modificato l’orientamento delle opinioni pubbliche, in particolare quella degli strati giovanili e questo ha spinto i governi occidentali a modificare la loro posizione al fine di non pagare costi eccessivi sul piano del consenso.
A Berlino va in scena “l’accordo” che potrebbe portare alla pace in Ucraina. Che sarebbe cosa ottima, se non fosse per il piccolo limite che per ora quel che è stato lì concordato riguarda soltanto il composito schieramento occidentale. La pace vera, insomma, va fatta con la Russia… Tutto quello di cui stiamo parlando è solo predisposizione di una proposta dal lato euro-atlantico.
Come è regola di ogni trattativa strategicamente rilevante i contenuti sono per il momento “coperti”, ma le immancabili indiscrezioni pilotate definiscono comunque con qualche certezza “la direzione” in cui tutti i protagonisti del vertice di ieri sera – Steve Witkoff e Jared Kuchner come inviati di Trump, i leader dei principali paesi europei (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Olanda, Polonia, Svezia e Norvegia, più la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo Antònio Costa, nonché l”extra-comunitario” britannico Keir Starmer).
Perché il percorso venga ritenuto praticabile serviva naturalmente il consenso ucraino, e Volodymyr Zelenskyy ha dato una valutazione ottimistica della nuova offerta da parte di funzionari americani riguardante le “garanzie di sicurezza”, descritte come una sorta di art.5 della Nato pur senza che Kiev entri nell’Alleanza (punto che per Mosca è sempre stato dirimente).
Andrebbe ricordato che l’attuale art. 5 garantisce, ai paesi membri attaccati dall’esterno, una forma di attivazione da parte dei partner, ma nella misura che ognuno di essi ritiene possibile.
Sergio Bellucci, lavoro implicito, taylorismo digitale ed e-work
Concetti per comprendere le trasformazioni del lavoro
di Francesco Barbetta
Nel lontano 2005 Sergio Bellucci scriveva E-work. Lavoro, rete, innovazione. Nel libro sosteneva che l’ubiquità tecnologica del digitale rappresenta il nuovo paradigma che sta ridefinendo la condizione umana dopo anni in cui la trasformazione era stata solo annunciata. L’impatto delle tecniche digitali è talmente pervasivo da modificare la stessa dimensione umana, passando da una somministrazione iniziale riservata agli adepti della nascente “religione informatica” a dosi massicce iniettate nel cuore della collettività. La loro applicazione ai contesti più svariati consente un’espansione del dominio ben oltre i confini delle tecnologie precedenti, investendo merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche e relazioni umane.
L’imponenza di questi processi coinvolge ogni individuo, sia esso alfabetizzato tecnologicamente o escluso attraverso il cosiddetto digital divide, trasformando ciascuno da passivo recettore del cambiamento ad attore protagonista della sua accelerazione, spesso in modo inconsapevole. Basti pensare alle trasformazioni di merci tradizionali come l’automobile e il quotidiano. L’auto odierna è satura di tecnologia digitale in ogni componente, dal motore all’impianto frenante, dai sistemi di sicurezza alla navigazione, mentre il giornale cartaceo è il risultato di una miriade di tecnologie digitali che hanno ridefinito la produzione, dall’uso di fonti digitali ai cicli di lavorazione completamente informatizzati, eliminando molte vecchie professionalità.
Anche il ruolo dell’uomo nella sfera naturale muta profondamente. Non esiste luogo dell’agire umano che risulti immune da questo processo di mutazione: dal lavoro all’intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni della vita. Le coordinate spazio-temporali del vissuto umano sembrano travolte da una variazione dimensionale. La quantità e la velocità delle informazioni disponibili rendono impenetrabile l’infinito intreccio delle relazioni che compongono l’evento che può essere sì mostrato ma difficilmente spiegato. Questa consapevolezza della parzialità del racconto, esplosa a livello di massa, legittima letture soggettive che inficiano le letture condivise degli accadimenti, traslando gli eventi dalla storia alla cronaca.
Dopo 10 giorni dalle elezioni generali in Honduras (presidenziali, legislative e municipali) nel Paese regna l’incertezza e cresce la tensione. A oggi, ancora non si conosce il risultato finale di un voto pesantemente marcato da denunce di irregolarità e brogli, e da strane e molteplici interruzioni del sistema di trasmissione dei dati da parte del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).
Mentre scrivo, il sito web del CNE ha ripreso a funzionare, dopo diversi giorni di oscuramento. Secondo gli ultimi dati “ufficiali” del CNE, in base all’97% dei verbali esaminati, al primo posto ci sarebbe Nasry Asfura, candidato del conservatore Partito Nazionale (e di Trump), con il 40,53% dei voti, seguito a ruota da Salvador Nasralla (presentatosi con il Partito Liberale), con il 39,16%, con poco più di 40.000 voti di differenza tra i due candidati conservatori.
Secondo i dati del CNE, Rixi Moncada, candidata del partito progressista LIBRE (Libertad y Refundaciòn), oggi al governo del Paese, sarebbe al terzo posto, con il 19,32%.
Il testa a testa “ufficiale” di queste ore è quindi tra i due candidati delle destre esponenti del bipartitismo tradizionale (Partido Nacional e Partido Liberal), che ha governato il Paese sin dalla sua nascita, con una alternanza tra i due partiti. Ma oltre a LIBRE, lo stesso Nasralla, ha denunciato “brogli”, affermando che il sistema era stato ‘manipolato’ e che “c’è ancora molta strada da fare prima che possiamo accettare i risultati”.
Il CNE ha tempo fino a 30 giorni dalla votazione per pubblicare i risultati ufficiali e c’è da scommettere che, come ha già fatto nel passato, allungherà il brodo il più possibile per prendere per stanchezza (e sotto Natale) i contendenti.
LIBRE non accetta i risultati, ma ammette la sconfitta
La scorsa domenica (una settimana dopo le elezioni), Rixi Moncada ha dichiarato che LIBRE non avrebbe accettato il risultato elettorale, sia per le innumerevoli irregolarità riscontrate, sia per la sfacciata “ingerenza e coercizione” del Presidente statunitense Trump.
Prefazione al libro di Michele Castaldo “Modo di produzione e libero arbitrio”
di Alessio Galluppi
A settembre del 2023, Colibrì Edizioni pubblicò l’ultimo libro di Michele Castaldo Modo di Produzione e libero arbitrio. Con orgoglio e su richiesta ho contribuito come curatore per la stesura del libro. Qui di seguito c’è la sua prefazione come da pubblicazione originale. Con il sodale Michele non abbiamo mai avuto modo di impegnarci più di tanto per una sua presentazione e diffusione. Altri fatti eccezionali di lì a poco, il 7 ottobre, sarebbero avvenuti focalizzando il massimo delle nostre attenzioni e il nostro entusiasmo. Un entusiamo che non è venuto meno fino a questi ultimissimi giorni, che vedono nella reazione dell’Iran alla aggressione imperialista di USA e Israele un fenomeno storico casuale di magnitudine di immensa portata, ben inserito nel moto causale della crisi generale di un modo di produzione incapace che scuote l’insieme dell’Occidente.
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Le difficoltà che si incontrano quando si scrive una prefazione a un libro sono molteplici, e anche per questo libro di Michele Castaldo non mancano, uno dei presupposti richiesti per una lettura proficua è quello di avere coscienza della necessità del superamento di questo modo di produzione capitalistico e del suo sistema determinato di sfruttamento dell’uomo nei confronti dell’uomo e della natura. Perché un libro che pone al centro della riflessione il modo di produzione capitalistico e il libero arbitrio? Soprattutto che cos’è il libero arbitrio e quali fattori storici hanno determinato una concezione della storia secondo la quale essa stessa è il risultato dell’azione di quegli uomini che hanno saputo mettere in pratica le proprie intelligenze e la loro forza di volontà, decidendo così sia il loro destino e con esso quello degli altri uomini e anche quello della natura.
L’arma della pace e l’illusione dell’onnipotenza: Leone XIV contro il trumpismo
di Alessandro Scassellati
Il panorama geopolitico ed ecclesiale è segnato da una faglia sismica che attraversa l’Atlantico, unendo e dividendo Roma e Washington. Al centro di questa crisi non vi è solo una divergenza diplomatica, ma uno scontro teologico e antropologico radicale tra due visioni del mondo: quella di Papa Leone XIV (Robert Francis Prevost) e quella del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Se per la Casa Bianca la religione è uno strumento di legittimazione del potere nazionale/imperiale e militare, per il primo Papa statunitense della storia (nato a Chicago) la pace non è un’opzione politica, ma la “sola arma del Vangelo”. Sulla pace e sullo stop al riarmo ci sono ampi punti di convergenza delle posizioni di Leone XIV con le istanze storiche e attuali della sinistra pacifista e progressista. Come ci sono i presupposti per una convergenza e per la costruzione di un fronte comune contro il potere sproporzionato dell’oligarchia tecnocratica digitale, il riarmo tecnologico e in difesa del lavoro.
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Il primato della pace come rivoluzione teologica
Nei primi 10 mesi successivi alla sua elezione, avvenuta l’8 maggio dello scorso anno, Papa Leone XIV è apparso spesso silenzioso su questioni delicate, parlando con cautela per placare le tensioni sia all’interno del mondo cattolico che con i leader mondiali al di fuori di esso. Nelle ultime settimane, un energetico Leone XIV ha impresso una svolta al suo pontificato e ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, partendo da una premessa teologica che scardina secoli di “dottrina della guerra giusta” e arrivando a condannare apertamente la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Ritorna il rialzo dei tassi:la BCE all'attacco dei lavoratori
di coniarerivolta
Giovedì 11 giugno la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento del tasso di interesse di riferimento di 25 punti base. Il tasso di interesse di riferimento rappresenta il tasso al quale la BCE concede prestiti alle banche che operano nell’Unione europea e che, a cascata, influenza i tassi ai quali vengono stipulati i mutui o ai quali cittadini e imprese accedono al credito. Questa decisione comporterà quindi un aumento del tasso sui depositi che le banche detengono presso la banca centrale, dal 2% al 2,25%.
La scelta, sebbene attesa, non è di secondaria importanza. Si tratta infatti del primo aumento degli ultimi tre anni che, dopo il periodo di inflazione post-pandemica, ci avevano abituato a tassi via via decrescenti: dal 4% del maggio 2024 al 2% del giugno dello scorso anno.
Secondo la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, la decisione, assunta all’unanimità, è stata presa per prevenire i rischi inflazionistici che potrebbero derivare dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, in particolare per quanto riguarda i prezzi dei generi alimentari.
Le banche centrali ci hanno ormai abituato a un modo di operare per cui un aumento dell’inflazione (o delle aspettative di inflazione) deve essere tassativamente contrastato con una politica monetaria restrittiva, così da affievolire la domanda aggregata, aumentare la disoccupazione, indebolire la capacità rivendicativa dei lavoratori e spegnere sul nascere qualsiasi dinamica inflattiva.
Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.
Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.
Lo scalo di Pechino
La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.
Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.
Michele Grillo ritiene illusorio, di fronte ai mutamenti in atto, evocare il diritto internazionale senza comprendere l’intreccio di comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche che ne ha accompagnato l’affievolimento. Al diritto non compete di modificare la realtà. Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace. Organizzare pacificamente la convivenza sociale è prioritario e la teoria dei giochi chiarisce che sono possibili molteplici equilibri sociali per superare i contrasti tra individui e collettività con beneficio di tutti.
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1. Sul Manifesto del 28 gennaio, Roberta De Monticelli ha espresso apprezzamento per le parole del premier canadese Mark Carney a Davos. Ha però anche sottolineato che Carney (svelando la finzione di un governo delle relazioni internazionali che tutti sanno non essere (più) vero) chiama in gioco un incerto “ordine basato sulle regole”, senza riferimenti al diritto internazionale e all’ONU. L’esortazione di Carney, di finirla con la finzione e di “vivere nella verità”, evocherebbe, per Roberta De Monticelli, l’invito del Caligola di Camus che, interrogandosi su come far cessare il lamento degli uomini che “le cose non sono quelle che dovrebbero essere”, proponeva di cancellare il “dover essere”, per lasciare solo “i fatti puri e le forze della storia”.
Le considerazioni di Roberta De Monticelli stimolano la riflessione dell’economista che oggi si confronta con lo sconvolgimento inatteso e repentino di ciò che ha ritenuto a lungo presupposto della sua disciplina: i rapporti economici (tra individui, come tra nazioni) quali strumento di benessere e di pace.
La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel novembre 2025, è un testo che pretende di essere una bussola per i prossimi anni, ma finisce per somigliare più a una dichiarazione d’intenti ideologica che a un vero manuale di sopravvivenza in un mondo complesso e frammentato. Dietro il linguaggio solenne, le celebrazioni dell’“America forte” e i toni autocelebrativi, si intravede una potenza che fatica a riconoscere i propri limiti e a convivere con la fine della propria supremazia indiscussa.
Il documento parte da un atto d’accusa contro le élite del dopo guerra fredda: avrebbero inseguito il miraggio di un dominio planetario permanente, sacrificando industria nazionale, classe media e credibilità internazionale. Per rimediare, la nuova linea propone un ritorno alla “priorità degli interessi nazionali” e al rifiuto di istituzioni e vincoli sovranazionali. Ma, invece di produrre una vera ricalibratura, questa svolta rischia di diventare solo una versione più dura e più chiusa dello stesso universalismo americano: la convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti coincida con l’ordinamento del mondo secondo criteri stabiliti a Washington.
Sovranità come parola magica
La parola chiave della nuova dottrina è “sovranità”. Sovranità dei confini, del mercato interno, del sistema energetico, delle filiere industriali, perfino del discorso pubblico, visto come minacciato da potenze straniere, piattaforme digitali e organizzazioni internazionali. Non è solo una preoccupazione legittima, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze strategiche: è una vera ossessione.
Ogni fenomeno viene ricondotto alla stessa matrice: migrazioni di massa, accordi commerciali, organismi multilaterali, intese sulla tutela del clima, tutto sarebbe un modo per indebolire l’identità e la sicurezza statunitensi.
L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi
di Francesco Vignarca
Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE. Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica. Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles
C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”. Tradotto: l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito. Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi. È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.
Un prestito, non un regalo
Conviene ricordare cosa sia davvero SAFE, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione. Il Security Action for Europe è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.
Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica*
di Eros Barone
L’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista - debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.
Un naufragio con molti spettatori
Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete. Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva.
Il libro Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti è una raccolta di saggi collegati da un tentativo di criticare, da sinistra, la traduzione italiana della scuola neoliberale. Tra questi lavori il testo Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola di Marco Maurizi è molto utile per discutere il profilo professionale del docente di oggi. Maurizi ritiene che il declino della scuola italiana sia il risultato della natura ipercapitalistica della società. Con questo termine identifica una fase del capitalismo in cui la logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione diventa il principio organizzativo di ogni aspetto della vita. Il sapere disciplinare solido permette di comprendere la totalità dei fenomeni sociali e di mettere in discussione l’ordine esistente. Di conseguenza è un ostacolo per un sistema che vuole lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi ma non di porre domande radicali sulla giustizia o sul senso del lavoro. Questa deriva sarebbe sorretta da una privatizzazione occulta alimentata dall’autonomia scolastica che ha trasformato le scuole in aziende in competizione, i docenti in esecutori di procedure e gli studenti in consumatori. Maurizi si distanzia tanto dalla destra che idealizza la scuola autoritaria del passato quanto da quella che definisce sinistra ultrapedagogista, la quale risponde alla crisi della scuola italiana con una richiesta di maggiore formazione dei docenti ignorando i problemi strutturali della scuola, come i bassi investimenti dello Stato. Inoltre ritiene che attacchino l’autonomia del docente quando trattano gli insegnanti come eterni allievi da correggere, disciplinare e formare. Il loro ideale sarebbe un docente esecutore di protocolli e griglie decisi altrove, non un intellettuale critico padrone della propria disciplina. L’altro bersaglio di Maurizi è il costrutto delle competenze che ritiene essere vuoto e pretenzioso, mescolando obiettivi misurabili a formulazioni spiritualistiche e non verificabili. Serve a mascherare la riduzione della scuola a un dispositivo di adattamento al mercato. La soluzione che prospetta è fuori dalla classe, nella società, con la pedagogia che si fa pratica collettiva di trasformazione e organizzazione del conflitto e in questo modo restituisce alla scuola una funzione democratica ed emancipativa.
L’articolo propone una distinzione tra sistema internazionale e ordine geopolitico per interpretare la crisi attuale delle relazioni internazionali. La guerra in Ucraina viene letta non come una rottura improvvisa dell’ordine liberale, ma come l’esito di una progressiva erosione della credibilità normativa durante la fase unipolare. La politicizzazione selettiva del diritto internazionale ha indebolito la funzione regolativa del sistema, rendendo strutturale il disallineamento tra norme e distribuzione della potenza. La transizione in corso solleva quindi un interrogativo più profondo: è possibile ricostruire un principio di legittimità condiviso in assenza di egemonia?
Sistema internazionale e ordine geopolitico
Per affrontare questo tema è necessario chiarire una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistema internazionale e ordine geopolitico.
Con il sintagma sistema internazionale ci riferiamo all’insieme di regole, norme, istituzioni e principi che organizzano formalmente le relazioni tra gli Stati. Si tratta di una dimensione prevalentemente normativa e istituzionale, che comprende concetti come la sovranità statale, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Il sistema internazionale fornisce quindi il quadro di legittimità entro cui gli attori dovrebbero agire, almeno nelle fasi in cui il sistema mantiene una capacità regolativa effettiva che dipende a sua volta dalle configurazioni dell’ordine geopolitico entro cui opera.
L’ordine geopolitico, invece, riguarda la distribuzione concreta della potenza: chi possiede capacità militari ed economiche decisive, chi esercita influenza, chi costruisce alleanze e chi è in grado di imporre vincoli agli altri attori. Qui il principio regolatore non è la norma, ma l’equilibrio di potenza.
L'ipotesi di una guerra termonucleare per procura contro la Russia
di Piccole Note
Durissimo attacco di Mosca contro Kiev: 20 le vittime. Attacco annunciato da tempo come rappresaglia per gli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo. Infatti, all’indomani dell’attacco di maggio al pensionato studentesco di Starobilsk, nel Donbass (21 le vittime), Putin, sull’onda dell’indignazione popolare, aveva avvertito della rappresaglia contro Kiev, rimandata fino a stanotte.
Mosca ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari ed energetici, dettagliandoli nello specifico, ma ovviamente ciò che riecheggia sui media occidentali è la parola strage, come se si trattasse di un attentato e non di una guerra che fa morti, militari e civili, da ambo le parti (peraltro, se si voleva un eccidio di civili, l’attacco, massivo e durato tutta la notte, avrebbe prodotto centinaia di vittime, come visto nei bombardamenti contro l’Iran).
Il fatto è che dei civili russi uccisi negli attacchi ucraini normalmente non si fa menzione, derubricando le informazioni russe a fake news (nonostante spesso siano accompagnate da filmati inequivocabili). I media occidentali si limitano a riportare gli obiettivi degli attacchi di Kiev, che sia Mosca, una raffineria o altro.
Un escamotage mediatico che abbiamo visto applicato in maniera massiva già nella guerra siriana, altra guerra per procura dell’Occidente contro un antagonista di minor calibro nella quale fu utilizzata come ariete sacrificale non una nazione, come nel caso ucraino, ma i tagliagole di al Qaeda. Anche allora si enfatizzavano le vittime degli attacchi delle forze siriane, ignorando quelle causate dagli ascari del Terrore dell’Occidente.
Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]
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L’INCONTRO E IL CASO di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?
Il tema dell’incontro con l’altro – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.
Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.
Tirare il freno. Il paradosso delle Environmental Humanities
di Onofrio Romano
Ogni disciplina nasce quando qualcosa che sembrava ovvio smette di esserlo. La sociologia nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’ordine sociale cessa di apparire come un dato naturale e diventa una risorsa scarsa, minacciata, contendibile. Le Environmental Humanities nascono in circostanze non troppo diverse: quando a entrare in crisi non è soltanto un assetto istituzionale, ma il rapporto stesso tra la vita umana e il mondo che la sostiene.
Da qualche decennio, all’interno di alcuni cenacoli politico-intellettuali, lo spettro della crisi ecologica si fa pervasivo: diventa il problema fondamentale del nostro tempo, il nodo che strozza l’orizzonte del futuro. E, soprattutto, diventa un problema che non si lascia ricondurre a un semplice technical fix: non basta cambiare un carburante, aggiustare un motore. La crisi mette in gioco i discorsi che modellano i comportamenti, le immagini del mondo, le narrazioni che regolano la relazione fra umano e non umano. Segnala l’inadeguatezza di un intero immaginario.
Le EH si presentano così come un tentativo di fare luce sulle dimensioni culturali della crisi, incrociando narrazioni prodotte dalla società, dalla scienza, dalla letteratura, tenendo insieme connessione fra sfere esistenziali e pluralità dei modi di conoscenza. Il loro tratto distintivo è l’intreccio: tra discipline umanistiche, scienze sociali e scienze ambientali; tra analisi e concern; tra la ricerca e una progettualità implicitamente politica ed educativa.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce un passo dopo. Perché proprio nel momento in cui le EH si propongono di contrastare ciò che Luigi Pellizzoni chiama il «dominio neoliberale della natura», esse rischiano — e spesso finiscono — per adottarne inconsapevolmente la forma. Questo è il loro paradosso. E, come tutti i paradossi interessanti, non è un incidente locale: è un sintomo generale delle culture critiche del neoliberismo.
Per capire di che paradosso si tratti occorre introdurre una distinzione brutale ma necessaria: quella tra valori e forme.
In primo luogo, Israele aveva il diritto di difendersi. Poi è diventata una guerra, anche se, secondo i dati dell'intelligence militare israeliana, l'83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che hanno fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.
Ora è un "cessate il fuoco". Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre – e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.
Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l'accordo – mediato dall'amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia.
Grazie all'intercessione de La Stampa, è possibile raccogliere la nuova divinazione dell'oracolo di Bruxelles, il lituano dirottato alla UE, Andrius Kubilius. A differenza dei vaticini della Pizia di Delfi, che variavano a seconda di chi domandava il responso, il cosiddetto commissario europeo alla guerra differenzia di poco, l'uno dall'altro, i propri presagi. E c'è da dubitare che anche chi gli si è rivolto a nome del foglio torinese si attendesse qualcosa di diverso dal numero di anni che devono ancora trascorrere prima che, statene certi, la Russia attacchi un paese europeo, «o forse più di uno». Ragion per cui, profetizza, «bisogna integrare le forze armate ucraine nella sicurezza dell’Europa», dato che sussiste «la minaccia di una possibile aggressione russa: i nostri servizi di intelligence lo affermano pubblicamente e con chiarezza: nei prossimi tre o quattro anni la Russia potrebbe essere pronta a “testarci” in un conflitto reale». Per non parlare della sfida che viene dagli USA, «che ci stanno chiedendo di assumerci maggiori responsabilità per la difesa europea». Da non raccapezzarcisi. Per fortuna che, là a Bruxelles e qualcuno anche a Roma, sembra avere le idee chiare su chi si appresti ad attaccare chi e quando lo farà.
Amareggiata per la mancanza di un esercito europeo, la signora Flavia Amabile chiede all'oracolo come potrebbe essere risolta la questione del possibile schieramento di truppe UE sul territorio ucraino, come richiesto da Kiev per un accordo con Moskva. Il novello Merlino non esita a dire che il dato sicuro è che l'intelligence europeista pronostica che la Russia potrebbe «lanciare un’aggressione contro Stati membri dell’UE o della NATO».
Il “piano di pace” per Gaza di Donald Trump, che sta per essere oggetto di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rimane un documento che non migliora di una virgola le prospettive di emancipazione del popolo palestinese, né tantomeno prepara un percorso credibile verso la creazione di uno stato sovrano e indipendente. Malgrado ciò, la proposta americana è appoggiata in pieno – almeno a livello ufficiale – da praticamente tutti i paesi arabi e musulmani, mentre lo stesso stato ebraico, che pure respinge fermamente alcune parti del piano, vede in essa il mezzo per facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi genocidi e di occupazione in una fase segnata dal rallentamento forzato dello sterminio iniziato all’indomani dei fatti del 7 ottobre 2023. Il progetto Trump viene quindi valutato con estrema cautela dalle forze palestinesi e della Resistenza in generale, poiché serve in definitiva a soddisfare gli interessi degli attori coinvolti dalla Casa Bianca nel processo in corso, nessuno dei quali coincide con le aspirazioni degli abitanti della striscia.
Il quotidiano iraniano in lingua inglese Tehran Times ha scritto domenica che il piano di Trump “funziona, in ultima analisi, da maschera diplomatica”, poiché fa riferimento al processo di “auto-determinazione palestinese per rassicurare i paesi arabi”, mentre, in realtà, “incorpora [nel processo] le necessità di sicurezza che riflettono le priorità di Israele”. Ognuno dei partecipanti alla farsa del “piano di pace”, in realtà, ottiene – o punta a ottenere – un vantaggio strategico. Per gli Stati Uniti, spiega ancora il Tehran Times, si tratta di “rafforzare la loro influenza [in Medio Oriente], facilitare la vendita di armi” e “posizionarsi come mediatori indispensabili”.
Vi sono parole che, quando vengono scritte con la maiuscola, cominciano a emanare una luce sospetta. Verità. Giustizia. Bene. Umanità. Sembrano innalzarsi sopra il fango delle opinioni, sottrarsi alla rissa del mondo, occupare un cielo terso dove tutto è finalmente limpido, ordinato, necessario. Ma proprio in quella maiuscola si annida spesso il primo pericolo: la pretesa che una parola umana, troppo umana, possa diventare il sigillo dell’assoluto.
Nel discorso comune, e talvolta anche nella pubblicistica colta, si ricorre con disinvoltura a queste categorie solenni. Si dice, per esempio, che «il cuore della giustizia è la verità»; e si potrebbe aggiungere, con tono ancora più edificante, che «la disponibilità a riconoscere il vero è la soglia della moralità». Frasi belle, perfette per essere scolpite sul frontone di un tribunale o incise nel marmo di una scuola civile. E tuttavia, come tutte le frasi troppo belle, chiedono di essere interrogate. Perché chi pronuncia la parola “verità” raramente la lascia nuda: quasi sempre la veste con i propri abiti, la educa nella propria lingua, la fa camminare secondo il ritmo della propria storia.
Il filosofo, poi, è particolarmente esposto a questa tentazione. Abituato a trafficare con l’universale, rischia più di altri di credersi non soltanto cercatore, ma interprete autorizzato del Vero; non soltanto amante della sapienza, ma suo notaio, suo araldo, suo funzionario plenipotenziario. Da qui nasce una delle forme più raffinate della superbia intellettuale: parlare in nome del Vero credendo di aver semplicemente deposto la propria voce, quando invece la si è soltanto amplificata e innalzata a misura delle cose.
Il problema, allora, non è soltanto distinguere il vero dal falso, come se la vita umana fosse un fascicolo processuale da riordinare, una disputa da chiudere ristabilendo finalmente “la verità dei fatti”. Certo, vi sono fatti da accertare, menzogne da smascherare, falsificazioni da correggere. Nessuna civiltà può sopravvivere se rinuncia alla differenza tra prova e invenzione, tra testimonianza e calunnia, tra memoria e propaganda. Ma il punto più sottile è un altro: gli esseri umani non abitano soltanto fatti; abitano mondi di senso.
Bezrukov: la Russia deve prepararsi a vent’anni di conflitto con l’Occidente
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 giugno, il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si è aperto sotto una densa colonna di fumo nero provocata dagli attacchi ucraini, che con diverse ondate di droni hanno colpito siti energetici e militari nelle adiacenze della grande città russa.
Gli Uav a lungo raggio ucraini hanno colpito i bersagli alla presenza di circa 20.000 delegati provenienti da 130 Paesi di tutto il mondo, con l’obiettivo di minare urbi et orbi la credibilità del Cremlino.
La vulnerabilità della Federazione Russa, palesata dai continui attacchi ucraini, è stata esaminata nel dettaglio durante una sessione del Forum dedicata alle “principali minacce per la Russia nel secondo quarto del XXI Secolo”. Tra i partecipanti alla discussione figurava Andrej Bezrukov, consigliere dell’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, docente presso l’università statale di Mosca ed ex colonnello dell’SVR (Služba vnešnej razvedki) è il Servizio di intelligence estero russo) con trascorsi nell’intelligence sovietica.
Durante la lunga carriera nel servizio di sicurezza estero russo, Bezrukov aveva operato sotto copertura negli Stati Uniti con l’identità di Donald Heathfield, prima di essere arrestato dall’FBI e consegnato successivamente a Mosca nell’ambito di uno scambio di agenti segreti con Washington.
Nel suo intervento al Forum, Bezrukov ha dichiarato la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente con l’Occidente che verte non sulla conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento e/o distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico – condutture energetiche, siti di stoccaggio di petrolio, centrali elettriche, reti di comunicazione, ecc.
Allo stato attuale, ha affermato l’ex ufficiale dell’SVR, la Russia è impegnata in una «guerra strisciante» basata sulla logica dell’attrito che potrebbe degenerare da un momento all’altro, e destinata a protrarsi per decenni plasmando almeno due generazioni di russi che saranno chiamati ad adattarsi se stessi, la società e l’economia nazionale a un clima di belligeranza permanente.
La filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:
“La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.
Anni fa, la domanda se un robot o una IA potesse provare qualcosa, sarebbe stata considerata scientificamente poco rispettabile. Oggi è una delle domande più frequenti e importanti che ricorrono sulle riviste scientifiche più prestigiose. Per esempio, nel 2025, Mariana Lenharo si chiedeva su Nature, se si potesse stabilire se una IA provasse qualcosa. Il punto di svolta, lo sappiamo bene, è stata la capacità dell’IA di padroneggiare il linguaggio e quindi di parlare come, fino a qualche anno fa, potevano solo gli esseri umani. Nella nostra specie il linguaggio è legato al sé, alla coscienza e al pensiero. La domanda quindi è lecita: chi parla dunque pensa? Si può, come diceva in una lettera lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, sapere che cosa pensiamo senza dirlo? E, viceversa, se lo diciamo, non è come se l’avessimo pensato?
Queste domande sono il cuore dell’ultimo libro di Antonio Chella, professore ordinario di Intelligenza Artificiale e robotica a Palermo, e uno tra i primi a occuparsi della possibilità di costruire un robot dotato di coscienza. Il suo ultimo testo, Può un robot emozionarsi?(Mondadori Università, 2026), si muove da quella prospettiva solida che Chella, in quanto ingegnere, non nasconde mai: costruire per capire. D’altronde questo libro è il frutto di una consolidata tradizione italiana che ha le sue radici nel lavoro pioneristico avviato negli anni Ottanta da Vincenzo Tagliasco, brillante e compianto bioingegnere che, in tempi ormai lontani ovvero nel 2001, aveva pubblicato, per Il Mulino, il visionario Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli.
Devo dichiarare, peraltro, che con Chella ho condiviso, ormai un quarto di secolo fa, un primo manifesto sulla coscienza delle macchine, e che molte delle domande che pone questo libro ci hanno accompagnato nei nostri percorsi di ricerca. Tornando ai giorni nostri, il libro di Chella affronta di petto la possibilità che un robot o una IA possa sviluppare un dialogo interno, una sorta di discorso rivolto a sé stessi che orienta il comportamento, pianifica le azioni, costruisce una forma di coerenza temporale. Non si tratta semplicemente di eseguire comandi od ottimizzare funzioni: l’idea è che vi sia qualcosa che assomiglia, almeno strutturalmente, a ciò che chiamiamo pensiero.
Prefazione: Nelle ultime 24 ore (scrivo la mattina del 20 aprile 2026, in Asia), la marina statunitense ha intercettato una petroliera iraniana. Gli iraniani hanno risposto aprendo il fuoco contro navi americane. La retorica da Washington e Teheran si è intensificata mentre continua il rafforzamento militare americano nel Golfo Persico. Il secondo round di colloqui a Islamabad è “ora sì, ora no” e sui social media circolano bozze di possibili “termini di un accordo di pace”.
Alcuni osservatori liquidano i negoziati come una messa in scena, sostenendo che gli USA stanno semplicemente riprendendo fiato in preparazione al secondo round della guerra. Altri sostengono che gli USA non abbiano altra scelta che accettare la realtà che l’Iran è emerso come un grande stato e che un grande compromesso sia necessario — e prima è, meglio è.
Questo saggio esplora le dimensioni del dibattito attuale e lo inquadra in una più ampia cornice ispirata a Braudel. La posta in gioco, suggerisco, è definita dalla domanda: la realtà materiale può imporre la razionalità a Washington più velocemente di quanto il fanatismo e la paura dell’umiliazione possano prolungare il “dignitoso intervallo”?
* * * *
Mentre il cessate il fuoco dell’aprile 2026 nel conflitto iraniano si sfalda sotto un blocco navale statunitense pienamente attuato nel Golfo Persico, nuovi aumenti delle truppe e controminacce iraniane di ampliare le interruzioni nello Stretto di Hormuz, due quadri interpretativi rivali dominano l’analisi del momento presente.
0. Il pomeriggio di sabato 16 maggio la nostra città è stata ferita.
1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.
2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.
Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.
Uscito in Francia nel 2022 Où en sont-elles? è una delle ultime fatiche di Emmanuel Todd antropologo francese di fama internazionale. Precede La sconfitta dell’Occidente libro successivo che ha avuto grande eco in Italia, mentre il primo non è stato tradotto e se ne è parlato molto poco salvo una breve intervista su magazine D di Repubblica del 2022 con un commento di Ida Dominijanni [1] e oltre a qualche altro breve commento alla stessa intervista si trova ben poco in rete.
Il titolo si potrebbe tradurre con A che punto sono? Un titolo un po’ criptico ma non nuovo per il nostro autore che ha scritto anche Où en sommes nou? (A che punto siamo?) nel 2017. Il sottotitolo chiarisce: Uno schizzo della storia delle donne (Une esquisse sur l’histoire des femmes), ma non è affatto uno sketch o uno schizzo, è un libro quasi monumentale, complesso, ricco di ipotesi, dati, grafici (purtroppo non sempre ottimi nell’edizione che ho recuperato io, ma nemmeno nel link alla casa editrice la qualità non è eccezionale). Quasi come una premessa al libro successivo l’autore conclude con delle considerazioni sulla traiettoria del mondo attuale ovvero alla separazione tra un oriente fabbrica del mondo e un occidente sempre più teso ai servizi con un’analisi delle ragioni, che lui da buon antropologo individua nelle strutture familiari, e conseguenze di questa dicotomia. Questo è il messaggio centrale a mio avviso anche se Todd si occupa di moltissime cose di cui io qui non scriverò per ragioni di spazio e coerenza (ad esempio c’è un capitolo intero dedicato agli aborigeni australiani, uno alla Svezia come società prototipo di un femminismo avanzato, uno sulle differenze tra cattolicesimo e protestantesimo che poi si riverberano in ben tre capitoli sulle minoranze omosessuali e transessuali; su quest’ultimo argomento, quello che Todd a volte definisce “cattolicesimo zombie”, forse scriverò un altro articolo).
Una premessa per capire Todd va fatta: egli opera una divisione netta interna all’occidente (qualcuno un po’ maligno potrebbe pensare che sia perché è francese) tra quello che secondo lui è il “vero” occidente, ossia Francia, Scandinavia e mondo anglosassone e il resto ovvero Germania, Europa orientale e meridionale.
Traduzione integrale del discorso di Putin alla nazione dopo l'attacco terroristico
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Traduzione in italiano del messaggio rivolto alla nazione dal presidente Vladimir Putin dopo l'attacco terroristico di Mosca, pubblicato dal quotidiano russoKomsomol'skaja Pravda.
Cari cittadini della Russia!
Mi rivolgo a voi in relazione al sanguinoso e barbaro atto terroristico, le cui vittime sono decine di persone pacifiche e innocenti - nostri compatrioti, tra cui bambini, adolescenti e donne. I medici stanno lottando per la vita delle vittime, che sono in gravi condizioni. Sono sicuro che faranno tutto il possibile e anche l'impossibile per salvare la vita e la salute di tutti i feriti. Un ringraziamento speciale va agli equipaggi delle ambulanze e delle ambulanze aeree, alle forze speciali, ai vigili del fuoco, ai soccorritori che hanno fatto di tutto per salvare vite umane, per tirarle fuori da sotto il fuoco, dall'epicentro dell'incendio e del fumo, per evitare perdite ancora più gravi.
Non posso ignorare l'aiuto dei comuni cittadini che, nei primi minuti dopo la tragedia, non sono rimasti indifferenti e, insieme a medici e agenti di sicurezza, hanno fornito i primi soccorsi e consegnato le vittime agli ospedali.
Forniremo l'assistenza necessaria a tutte le famiglie le cui vite sono state colpite da questo terribile disastro, ai feriti e alle vittime. Esprimo le mie profonde e sincere condoglianze a tutti coloro che hanno perso i loro parenti e i loro cari. Insieme a voi tutto il Paese, tutto il nostro popolo è in lutto. Dichiaro il 24 marzo giorno di lutto nazionale.
A Mosca e nella regione di Mosca e in tutte le regioni del Paese sono state introdotte ulteriori misure antiterrorismo e antisabotaggio. La cosa principale ora è impedire che i responsabili di questo sanguinoso massacro commettano un nuovo crimine.
Per quanto riguarda le indagini su questo crimine e i risultati dell'operazione di ricerca, al momento possiamo dire quanto segue. Tutti e quattro gli autori diretti dell'attacco terroristico, tutti coloro che hanno sparato e ucciso le persone, sono stati trovati e arrestati. Hanno cercato di fuggire e stavano viaggiando verso l'Ucraina, dove, secondo i dati preliminari, era stata preparata per loro una finestra sul lato ucraino per attraversare il confine di Stato. In totale sono state arrestate 11 persone. Il Servizio di Sicurezza Federale russo e le altre forze dell'ordine stanno lavorando per identificare e scoprire l'intera base ausiliaria dei terroristi: coloro che hanno fornito loro i mezzi di trasporto, hanno pianificato i modi per allontanarsi dalla scena del crimine, hanno preparato cache e nascondigli con armi e munizioni.
Ripeto, le agenzie investigative e di polizia faranno tutto il possibile per stabilire tutti i dettagli del crimine. Ma è già evidente che non ci siamo trovati di fronte a un semplice attacco terroristico attentamente e cinicamente pianificato, ma a un omicidio di massa preparato e organizzato di persone pacifiche e indifese. I criminali avevano intenzione di uccidere a sangue freddo e di proposito, di sparare a bruciapelo ai nostri cittadini, ai nostri bambini, come facevano i nazisti che commettevano massacri nei territori occupati, e progettavano di organizzare un'esecuzione spettacolo, un sanguinoso atto di intimidazione.
Tutti gli autori, gli organizzatori e i mandanti di questo crimine saranno giustamente e inevitabilmente puniti, chiunque essi siano e chiunque li abbia diretti. Ripeto, identificheremo e puniremo tutti coloro che stanno dietro ai terroristi, che hanno preparato questa atrocità, questo attacco contro la Russia e il nostro popolo. Sappiamo qual è la minaccia del terrorismo.
Contiamo qui sulla cooperazione con tutti gli Stati che condividono sinceramente il nostro dolore e sono pronti a unire realmente le forze nella lotta contro il nemico comune, il terrorismo internazionale, con tutte le sue manifestazioni. I terroristi, gli assassini, i subumani, che non hanno nazionalità e non possono avere una nazionalità, hanno solo un destino poco invidiabile: la punizione e l'oblio. Non hanno futuro.
Il nostro dovere comune adesso, i nostri compagni al fronte, tutti i cittadini del paese è quello di stare insieme in un'unica formazione. Credo che sarà così, perché niente e nessuno potrà scuotere la nostra unità e volontà, la nostra determinazione e coraggio, la forza del popolo russo unito. Nessuno potrà seminare semi velenosi di discordia, panico e discordia nella nostra società multietnica.
La Russia è passata più volte attraverso le prove più dure, a volte insopportabili, ma è diventata ancora più forte. Così sarà anche adesso.
Larry Johnson (ex analista CIA): "Gli USA sapevano che l’Ucraina stava tramando qualcosa"
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Un recente rapporto secondo cui gli Stati Uniti sono preoccupati per le “azioni palesi” dell’Ucraina contro la Russia suggerisce che Kiev sia coinvolta nell’attacco terroristico a Mosca, e gli Stati Uniti lo sapevano molto bene. Questa opinione è stata espressa dall'ex analista della CIA Larry Johnson su Judging Freedom. Anche la loro rapida negazione del coinvolgimento, ancor prima che Mosca stessa venisse a conoscenza di informazioni precise su quanto accaduto, solleva interrogativi.
Queste le parole dell'ex analista della CIA: "Non è stata l'Ucraina - possiamo esserne certi perché il Dipartimento di Stato ce lo ha appena detto! Ma pensate a questo: non sappiamo ancora quanti siano stati gli attentatori, quali armi siano state usate... Abbiamo sentito parlare di spari, di esplosioni, ma non sappiamo nulla di concreto. L'FSB parla ancora di 40 morti e 100 feriti. Eppure il Dipartimento di Stato è proprio lì: 'Questa non è l'Ucraina! Questa non è l'Ucraina!'.
Sanno che è stata l'Ucraina. Ed ecco perché possiamo esserne certi: il 7 marzo, l'ambasciata statunitense e quella britannica a Mosca hanno emesso un avviso, un consiglio di viaggio per tutti gli americani e i britannici: state lontani, ci sarà un attacco terroristico entro 48 ore. Non è successo.
Ma questo era il mio lavoro, faceva parte del mio lavoro quando ero nell'antiterrorismo: questo tipo di avvisi vengono emessi solo quando si hanno informazioni specifiche e credibili e non si può prevenire un attacco. E di solito in questi casi, se le informazioni sono abbastanza specifiche e credibili, le trasmettiamo a un altro governo affinché intervenga per prevenire il pericolo.
Ma in questo caso, solo un giorno fa, l'outlet di intelligence open source OSINTdefender - che è uno di quei feed Twitter che fanno molto parte degli sforzi di propaganda della CIA - ha riferito che il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la Casa Bianca erano sempre più frustrati per le "azioni plateali non autorizzate" intraprese dall'Ucraina contro la Russia.
Ciò significa che gli Stati Uniti sapevano che l'Ucraina stava tramando qualcosa, avevano un'idea di ciò che stava per fare. E c'è una buona probabilità che l'Ucraina non solo l'abbia fatto, ma l'abbia fatto con armi e supporto forniti dagli Stati Uniti. Questo è ciò di cui la Casa Bianca era così spaventata".
Sconfitti sul campo in Ucraina, sconfitti politicamente perché il popolo russo ha fatto fronte comune votando in massa per Putin facendo chiaramente capire che ogni velleità di dividere o destabilizzare la Russia è mera illusione, i vari cosiddetti “deep state” (servizi segreti, apparati di sicurezza ecc.) della NATO ricorrono al terrorismo. Non a caso la firma è dell’ISIS che non ha mai sfiorato neanche con una pallina di carta tirata da una cerbottana Israele e i suoi alleati in loco e che, guarda caso, fu scatenato contro la Siria, difesa proprio dalla Russia e, naturalmente, dall’Iran e da Hezbollah.
A mio parere la chiave di lettura dell’attentato di Mosca è questa. Poi si tratterà di vedere quale fra i diversi “deep state” è stato il mandante, ma non è determinante saperlo. La domanda che bisogna sempre porsi, come ripeto sempre in questi frangenti è “cui prodest?”, a chi giova?
Seguendo questo metodo di indagine si comprendono i perché e i percome di un qualsiasi evento.
Nella nostra epoca del tardo capitalismo riemergono, con l’eclissi della prassi e l’apoteosi del profitto privato, inquietanti ideologie irrazionaliste e anti-umaniste.
Nel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema", proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.
Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica?
Il tramonto di Hegel e la negazione dell'etica kantiana
Il concetto di "antifragilità" - neologismo che indica la proprietà di un sistema di trarre beneficio dal disordine - sposta il baricentro dell'etica dall'individuo al sistema. Siamo qui agli antipodi dell’etica kantiana, che vedeva nell'uomo un fine in sé e mai un semplice mezzo. Per Kant, la dignità umana risiedeva nell'autonomia della volontà e nell'obbedienza a un imperativo categorico che protegge l'universale attraverso il rispetto del particolare. In Taleb, questo rapporto viene invertito e pervertito: l'essere umano è ridotto a pura funzione strumentale per l’efficienza del sistema.
Se il sistema "impara" attraverso l'errore, l'individuo che fallisce decade a pura unità informativa, a scarto necessario affinché l'intero “organismo” possa adattarsi: a un dovere morale verso il singolo si sostituisce un dovere di efficienza verso la struttura.
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina