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Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…
di Dante Barontini
Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.
Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla.”
Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.
Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo prima a vederle una per una.
Guerra all’Iran
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Rovesciare il potere di chi produce gli algoritmi, ma sempre di più il potere della tecno-archia
Alberto Deambrogio intervista Lelio Demichelis
Una conversazione con Lelio Demichelis, sociologo, docente universitario, autore di Tecno-archia, o la nave dei folli (Derive Approdi editrice)
Alberto Deambrogio: Professore, nel tuo lavoro analizzi spesso come la tecnologia non sia mai neutrale, ma risponda alle logiche del biocapitalismo. Di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale, assistiamo oggi a una “sacralizzazione” dell’algoritmo che sembra sottrarlo alla critica politica. In che modo l’IA sta ridefinendo il concetto stesso di sfruttamento e come si può decostruire questa narrazione tecno-ottimista che presenta l’automazione come un destino inevitabile e privo di alternative?
Lelio Demichelis: Non è solo l’algoritmo, ma è la tecno-scienza – e non lo dico solo io – a essere sacralizzata e ad essere da tre secoli il nostro nuovo Dio. Permette all’uomo di credersi come Dio e di creare il mondo a sua immagine e somiglianza, mentre è in realtà l’uomo ad essere plasmato da questo nuovo Dio, è la tecnica a fare l’uomo a sua immagine e somiglianza secondo la propria razionalità basata solo sul numero e sul calcolo e la calcolabilità di ogni cosa, con gli uomini ridotti a numeri anch’essi (questo è il Big Data, a questo servono i Data Center). Il credo di questa che avevo chiamato religione tecno-capitalista è: la scienza scopre, l’industria applica, l’uomo si adegua – che era poi il motto positivista dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933. La sacralizzazione della cosiddetta intelligenza artificiale è quindi solo l’ultima forma e norma comportamentale (dopo positivismo, liberalismo, anche marxismo, neoliberalismo, fascismo/nazismo, populismo/sovranismo) di addomesticamento e di adeguamento (appunto) degli uomini e della società alle esigenze del capitale ma soprattutto del sistema tecnico. È l’uomo ridotto a macchina, indotto a delegare tutto sé stesso alla macchina e ad eseguire automatismi non più solo macchinici (a funzionare come una macchina, ai tempi della macchina, secondo le procedure e i dispositivi della macchina, oggi digitale/algoritmica), ma ora anche esplicitamente cognitivi, quelli appunto indotti dalla intelligenza artificiale. È sfruttamento capitalistico e industrializzato del lavoro (di produzione e di consumo e di generazione di dati), del tempo libero, della vita intera dell’uomo come oggi anche della conoscenza e del sapere, ma è soprattutto sfruttamento tecnico (concetto e processo che dovremmo cominciare ad usare) dell’uomo attraverso la sua nullificazione (è nichilismo) come soggetto capace di pensiero e di immaginazione.
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Dioniso a Mirafori
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)
Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.
Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.
* * * *
8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…
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Ma sono davvero populisti?
di comidad
Carlo Cottarelli ha lanciato l’idea di una norma anti-populismo, cioè ha proposto di vincolare i programmi elettorali alla contestuale presentazione di un prospetto dei costi di ciascuna promessa fatta agli elettori. Il primo bersaglio di Cottarelli è stata la proposta di remigrazione forzata avanzata dal troll che oggi va per la maggiore, il generale Roberto Vannacci, il quale ha cercato di cavarsela con una risposta davvero infelice: “Non sono un ragioniere”. La risposta è incompatibile con i trascorsi professionali di Vannacci, in quanto ogni ufficiale delle forze armate dovrebbe essere un po’ geometra e un po’ ragioniere, cioè saper calcolare sia lo spazio in cui si muove, sia i costi in termini di mezzi e di uomini di ogni propria scelta. Ciò ovviamente vale in una visione idealizzata delle forze armate, nelle quali si dovrebbe fare carriera in base alle competenze. Neanche gli spin doctor di Vannacci hanno dimostrato grandi capacità, dato che in questo caso la controbiezione era ovvia; cioè perché un tale vincolo debba valere soltanto per i programmi elettorali e non anche per i programmi extra elettorali, come quelli imposti dalla Commissione Europea. In altre parole, le norme anti-demagogiche dovrebbero applicarsi non solo al populismo, ma soprattutto ai programmi che vanno a vantaggio di imprese, banche e fondi di investimento.
Il programma di riarmo europeo presentato nello scorso anno dalla Commissione Europea è appunto una operazione di assistenzialismo per ricchi, non soltanto fatta a debito, ma soprattutto senza precisare l’onere dei costi sugli interessi da pagare sul debito.
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«L’ Unione Europea combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare»
di Thomas Fazi
Gli attacchi ucraini in profondità assottigliano il confine tra guerra per procura e scontro diretto tra Bruxelles e Mosca, mentre cresce il rischio di escalation
L’UE rilancia la narrazione di un’Ucraina tornata all’offensiva, mentre l’esercito di Mosca continua ad avanzare nel Donbass. La campagna di droni contro il territorio russo produce danni significativi e rischia di far cadere i limiti che finora hanno contenuto il conflitto. Secondo il saggista italo-inglese, l’aumento della pressione sul Cremlino può allargare la guerra all’Europa. La via d’uscita passa da un negoziato fondato su concessioni territoriali e garanzie di sicurezza…
* * * *
La campagna di attacchi con droni condotta da Kyiv sta certamente producendo effetti. La produzione petrolifera russa ne ha risentito; in tutto il Paese si sono verificate gravi carenze di carburante, come ha ammesso persino Vladimir Putin. L’Ucraina ha inoltre interrotto alcune vie di rifornimento russe a Nord del Mar d’Azov, provocando blackout in Crimea e nella vicina parte della regione ucraina di Kherson occupata dalla Russia.
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Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
di Mauro Armanino
Voce del banditore- « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove»
Andrea- (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!
Galileo- No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
Questa nota citazione è tratta dall’opera ‘ Vita di Galileo’ di Bertold Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del ‘900, il secolo breve o meglio l’Età degli Estremi dello storico britannico Eric Hobsbawm. O allora, l’età della ‘Cecità’, secondo il titolo in italiano del romanzo distopico e profetico del premio nobel per la letteratura José Saramago. L’improvviva epidemia di cecità ‘bianca’ che, nel romanzo, colpisce la società è forse una delle metafore più acute e drammatiche del nostro tempo. Nel romanzo citato gli eroi, orientati dall’unica persona che ancora vede, sono coloro che sopravvivono con brandelli di umanità che scopre, proprio nella cecità, il dramma della vita. Dopo aver toccato il fondo dell’impotenza e la disperazione, cominceranno a ritrovare la vista.
Chi ‘protegge e difende’, secondo il senso etimologico della parola, è definito un eroe. Lo scrivente ha avuto il privilegio di conoscere e fare amicizia con molti eroi. Dal padre partigiano che ha lavorato nella fornace dei mattoni, alla madre contadina che da bimba ha fatto la serva.
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La follia dell'Impero e l'opzione Sansone
di Davide Malacaria
Non è solo la pazzia di Trump, che anzi aveva anche provato a sfidare l'immenso potere imperiale e che, dopo essersi salvato per un soffio a Butler, ha iniziato a scendere a patti sempre più onerosi
Trump minaccia un attacco devastante contro l’Iran, escalation di una guerra che sta innalzando il costo dell’energia tanto da rischiare un collasso globale. Nello stesso giorno impone nuovi dazi a 60 Paesi.
Né cessa il sostegno al genocidio di Gaza e all’espansionismo di Israele, con il quale si approssima anche a integrare intelligence ed esercito; alimenta una guerra che sta incenerendo l’Ucraina e rischia di aprire la terza guerra mondiale; strangola Cuba, dove l’embargo uccide quanto le bombe; depreda un Venezuela prostrato da un terremoto catastrofico; bombarda la Somalia, 76° raid solo quest’anno; minaccia di bombardare il Mali, etc…
È semplicistico ascrivere tale deriva alla follia del solo Imperatore perché, se così fosse, il potere di questo mondo vi avrebbe posto rimedio. No, è l’Impero a essere impazzito, almeno nelle sue élite dominanti, come dimostra l’approvazione da parte della Camera Usa della norma che integra l’esercito e l’intelligence Usa con l’apparato bellico e di intelligence di uno Stato che sta consumando crimini abominevoli, tra cui un genocidio (la legge deve passare al Senato, ma è arduo che venga rigettata in tale sede).
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Apocalisse e fine del mondo
di Pierre Dardot
E se il vero pericolo non fosse l’apocalisse annunciata, ma la nostra accettazione della sua ineluttabilità? Dal tecnofascismo di Peter Thiel ai bunker dei miliardari, il discorso sulla fine dei tempi paralizza ogni immaginazione politica. Contro questo immaginario del nemico, bisogna rifiutarsi di opporgli la «nostra» apocalisse e preferirgli la lotta per un’altra fine del mondo, sulla scia delle cosmopolitiche dei popoli della terra.
* * * *
Apocalypse Now? L’apocalisse tende a saturare il nostro immaginario. Assorto nella sua ossessione morbosa, Peter Thiel vede nelle figure dell’Anticristo e dell’Armageddon le incarnazioni dello «spettro apocalittico». Da parte loro, in un articolo dedicato all’«ascesa del fascismo della fine dei tempi», Naomi Klein e Astra Taylor (2025) affermano che una «tendenza apocalittica ai vertici di un governo» è qualcosa di inedito e parlano dell’«attrazione apocalittica del fascismo della fine dei tempi».
Il titolo del libro di Quinn Slobodian: Crack-Up Capitalism (Capitalismo della frammentazione) diventa nella sua traduzione francese: Il capitalismo dell’apocalisse. L’autore ricorre fin dall’inizio alla metafora della perforazione per indicare la moltiplicazione delle zone liberate per il mercato: «Ogni atto di secessione soft […] è una nuova piccola vittoria per la zona, un altro piccolo buco nel comune». Il moltiplicarsi di questi buchi che sono le «zone» (oggi più di 5.400) su iniziativa di miliardari e società private testimonia chiaramente «decenni di sforzi volti a perforare il tessuto sociale, a defezionare e a separarsi dal collettivo[1]». In che modo ciò giustifica il ritorno sul tema dell’apocalisse? Il «sogno di un mondo senza democrazia», per riprendere il sottotitolo, sta per realizzarsi?
La novità è che questi sforzi volti a lacerare il bene comune sono oggi attivamente sostenuti da coloro che esercitano il potere alla guida dello Stato statunitense e giocano consapevolmente sulla «fantasia apocalittica». Naomi Klein e Astra Taylor si spingono oltre affermando: «Come sempre con il fascismo, la fantasia apocalittica contemporanea trascende le divisioni di classe e unisce i miliardari alla base del movimento MAGA».
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L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo
di Harleen Kaur*
Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.
La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia“.
La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di uscita.
L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.
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Il tramonto dell’umano: una filosofia del mondo digitale
di Silvano Tagliagambe
L’ultimo libro di Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, non è un semplice saggio sull’intelligenza artificiale. È un’opera filosofica ambiziosa che prova a fare qualcosa di molto più difficile: comprendere la trasformazione della nostra forma di vita a partire da una domanda radicale, quella sul rapporto tra mondo, realtà e senso.
Negli ultimi anni il dibattito sul digitale si è concentrato soprattutto sulle conseguenze delle nuove tecnologie: automazione, algoritmi, sorveglianza, disinformazione, intelligenza artificiale. Taddio sceglie invece una prospettiva differente. Propone, prima ancora di chiedersi quali effetti producano le nuove tecnologie, di domandarsi quale idea di mondo esse presuppongano e quale mondo stiano contribuendo a costruire.
L’originalità del volume risiede proprio in questa strategia dello sguardo, con lo spostamento che ne consegue.
Quello di cui l’autore si fa interprete è l’esigenza di una distinzione destinata a orientare tutta la riflessione successiva. Il mondo non coincide con la realtà, e quest’ultima non coincide con il Reale. Il mondo è il luogo del senso, l’orizzonte entro cui una forma di vita fa esperienza, attribuisce significato e orienta il proprio agire. La realtà è l’oggetto delle scienze naturali. Il Reale rappresenta invece quel fondo ontologico che rende possibile la realtà senza mai esaurirsi nelle sue descrizioni. Questa tripartizione costituisce la chiave interpretativa dell’intero libro e permette di affrontare in modo nuovo il rapporto tra analogico e digitale.
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IA e colonialismo dei dati
di Mario Coglitore
I dati sono una forma di appropriazione di risorse, ma non si tratta di impossessarsi di materie prime, è la vita che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali. Le IA vengono inoltre istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale
Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”
Dino Buzzati, Il grande ritratto
Informatiche del dominio
La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta.
Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.
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