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Il “nudo” e il “sacro”
La biopolitica di Giorgio Agamben
di Fabio Milazzo
la storia della ragione governamentale
e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’ altra.”
Michel Foucault, Sicurezza, territorio e popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), p.365).
Nel 1979 Michel Foucault rese celebre il concetto di “biopolitica” dedicandogli un intero corso al Collège de France[1].
Durante il ciclo di lezioni Foucault cercò di dimostrare la correlazione tra il liberalismo, l’economia e il governo. L’economia, con il liberalismo, diventa il paradigma orientante le pratiche di governo.
“ Mi sembra che l’analisi della biopolitica non si possa fare senza aver compreso il regime generale di questa ragione governamentale di cui vi sto parlando, regime generale che si può chiamare questione di verità, in primo luogo della verità all’interno della ragione governamentale, e di conseguenza se non si comprende bene di che cosa si tratta in questo regime che è il liberalismo, (…) e una volta che avremo saputo che cos’è questo regime governamentale chiamato liberalismo potremo sapere cos’è la biopolitica”[2].
Foucault lega indissolubilmente le pratiche di governo e il regime di verità. Analizzando la situazione del Dopoguerra in America egli dimostra che il “mercato” diventa il “luogo” entro il quale si produce l’ordine veritativo capace di denotare di senso la realtà. Il governo degli uomini si struttura secondo logiche e direttive fantasmatiche di derivazione economica. Il calcolo “costi/benefici” diventa il criterio concatenante delle logiche di potere.
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La nuova via della seta
Un progetto per molti obiettivi
di Vladimiro Giacché
Il progetto di una Nuova Via della Seta, lanciato negli ultimi anni dalla dirigenza cinese, comprende due diverse rotte, una terrestre e l’altra marittima. La prima è indicata nei documenti ufficiali come Silk Road Economic Belt, la seconda come Maritime Silk Road. L’intero progetto è espresso in forma abbreviata come One belt, one road. Esso è stato annun-ciato per la prima volta dal presidente cinese Xi Jinping in un discorso ad Astana (Kazakhstan) nel 2013, ribadito a Giacarta (Indonesia) nel novembre dello stesso anno e di nuovo ad Astana nel giugno 20141
I precedenti
L’idea non è del tutto nuova: da alcuni è stata posta in continuità con i tentativi di Jiang Zemin di superare le tradizionali dispute sui confini della Cina (1996), nonché con la politica Go West di Hu Jintao2. Ovviamente il precedente storico cui si richiama è molto più illustre e lontano nel tempo: si tratta dell’antica Via della Seta, rotta commerciale che partendo dalla Cina legava Asia, Africa ed Europa. Essa risale al periodo dell’espansione verso Ovest della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), che costruì reti commerciali attraverso gli attuali Paesi dell’Asia Centrale (Kyr-gyzstan, Tajikistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan e Afghanistan), come pure, in direzione sud, attraverso gli attuali Stati di Pakistan e India. Tali rotte si estesero sino al-l’Europa, facendo dell’Asia centrale l’epicentro di una delle prime ondate di ‘globalizza-zione’, connettendo mercati, creando ricchezza e contaminazioni culturali e religiose. L’importanza massima di questa rotta di traffico si ebbe nel primo millennio dopo Cristo, ai tempi degli imperi romano, poi bizantino e della dinastia Tang in Cina (618-907). Fu-rono le Crociate e l’avanzata dei mongoli in Asia centrale a determinare la fine di questo percorso e la sua sostituzione con le rotte marittime, più rapide e a buon mercato3
L’antica Via della Seta evoca tuttora l’idea di uno sviluppo pacifico, di un interscambio commerciale e culturale in grado di determinare progresso per tutte le parti coinvolte. In quanto tale, il riferimento a essa è consapevolmente adoperato dall’attuale dirigenza cinese, anche in termini propagandistici e polemici. Lo dimostra il passo tratto da un opuscolo del governo cinese del 2014: «Come una sorta di miracolo nella storia umana, l’antica Via della Seta potenziò il commercio e gli interscambi culturali nella regione eurasiatica. In epoche antiche, differenti nazionalità, differenti culture e differenti reli-gioni a poco a poco entrarono in comunicazione tra loro e si diffusero lungo la Via della Seta al tintinnio dei campanacci dei cammelli.
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La caduta. Lineamenti e prospettive del prossimo futuro
di Piero Pagliani
Introduzione: i lineamenti della crisi in breve
La formidabile espansione economica occidentale del dopoguerra, guidata dagli Stati Uniti, ultimi eredi dell'egemonia occidentale sulla maggior parte del mondo, che era culminata con l'Impero Britannico, è entrata in crisi verso la fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Si tratta di una crisi sistemica. Una crisi è sistemica quando non coinvolge un gruppo limitato di comparti economici né un gruppo limitato di Paesi ma investe tutta una economia-mondo e la sua organizzazione intorno al potere economico, finanziario, politico e militare di un centro egemone. Da quanto detto si capisce che ogni crisi sistemica ha un carattere “ibrido”, per l'appunto politico, militare, economico e finanziario. Ne ha ovviamente anche uno sociale, perché le economie-mondo reggono sistemi sociali e sono rette da rapporti sociali. E ne ha uno ideologico che riguarda il complesso delle idee dominanti.
Oggi l'economia-mondo in crisi ha un'estensione planetaria e il centro egemone in crisi sono gli Stati Uniti d'America. Ma la natura più spettacolare della crisi sistemica corrente è data dal fatto che con essa potrebbe chiudersi la lunghissima sequenza di economie-mondo che a partire da Venezia sono state centrate sull'Occidente e, al suo interno, la sequenza dei cicli sistemici dominati dal mondo anglosassone. Da qui il carattere fortemente ideologizzato dello scontro che va oltre le ovvie manovre di propaganda e disinformazione. Oltre ad avere arruolato militarmente gli eredi più puri del nazismo hitleriano, l'Occidente collettivo ha infatti dovuto riesumare anche l'armamentario lessicale del fascismo. Gli alti funzionari della UE ormai parlano della Russia in termini di “Paese non civilizzato” e dei Russi come “solo apparentemente europei”, così come al momento del lancio dell'Operazione Barbarossa si parlava di “barbarie dei territori orientali” e di popolazione “semiasiatica”. In definitiva, una professione di fede razzista da parte di chi per il resto della giornata parla di “inclusione” e “democrazia”.
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Riforma della Costituzione: cronologia di un golpe non perseguibile
di Stefano Alì
Come nasce la riforma della Costituzione che ci viene proposta dal volto rassicurante e sorridente di Maria Etruria Boschi? Una cronologia per inquadrarla nel giusto contesto
Nel post “Riforme renziane: P2, JP Morgan e UBS ordinano. Napolitano esegue” ho iniziato una cronologia di fatti che hanno portato alla proposta di riforma della Costituzione targata Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini.
Riassumendola tralasciando il punto di inizio (il piano di rinascita democratica di Licio Gelli) 1.
- 28 Maggio 2013: Documento JP Morgan (Le Costituzioni del sud Europa sono troppo democratiche);
- 10 Giugno 2013: Deposito in Senato del DDL Costituzionale per la temporanea deroga all’art. 138 della Costituzione. Iter velocissimo (altro che pantano del bicameralismo perfetto). Prima lettura al Senato 11 Luglio. Alla Camera 10 Settembre. Seconda lettura al Senato 23 Ottobre. Non è approdata alla Camera per la seconda lettura. Durante l’iter parlamentare l’occupazione del tetto di Montecitorio da parte del Movimento 5 Stelle;
- Dicembre 2013: Enrico Letta rinuncia alla deroga all’art. 138. Napolitano non la prende bene;
- 8 Gennaio 2014: Documento UBS che già incorona Renzi alla Presidenza del Consiglio (a un mese dal fatidico #Enricostaisereno). Con il preciso incarico di portare a termine le riforme;
Il 13 Febbraio Renzi licenziò Letta in Direzione PD e il 17 Febbraio Re Giorgio Napolitano affidò a Renzi l’incarico di formare il Governo. Fin qui ne ho già scritto 1.
Aggiungiamo qualche tassello.
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Crisi sociale e alternative dal basso
Difesa del territorio, beni comuni, convivialità
di Gustavo Esteva
Trascrizione (non riveduta dall’autore) della conversazione tenuta da Gustavo Esteva a Bologna, presso lo spazio pubblico autogestito Xm24, nell’aprile 2013, durante un lungo tour in Italia
Il paradosso di oggi
Si dice che siamo in una crisi globale. Vorrei cercare innanzitutto di precisare di che tipo di crisi si tratta. Prima di tutto è una crisi di quello che tecnicamente chiamiamo il modo di produzione capitalistico. Poiché questo modo è arrivato alla fine, si è trovato esausto, ha avuto bisogno di scappare via dall’economia reale, dall’economia produttiva, verso il settore finanziario. Questa fuga verso il settore finanziario ha creato innanzitutto un’illusione: l’illusione comune che il denaro possa produrre denaro. Ma il denaro non può produrre denaro. Gli enormi profitti speculativi del settore finanziario sono stati il frutto di un saccheggio sistematico dell’economia reale. E questo ha significato finire di prosciugare, di rovinare l’economia produttiva.
Poiché i capitalisti non hanno trovato una via di fuga all’interno del modo capitalistico di produzione, sono fuggiti verso un modo pre-capitalistico. Abbiamo ora il paradosso di trovarci in un mondo post-capitalistico con dinamiche pre-capitalistiche. Per essere precisi, diciamo che ancora una gran parte dei profitti del capitale si ottiene in forma capitalistica, con relazioni di produzione capitalistiche, ma la dinamica del sistema non è più lì. Il sistema non è più in grado di accumulare relazioni di produzione capitalistiche. È fuggito verso quello che possiamo chiamare accumulazione per via di spoliazione, di rapina. Questo implica che la dinamica del sistema sta lì: il sistema di saccheggio si realizza in una forma coloniale pre-capitalistica.
Un modello che richiede violenza
Questo è ciò che a suo tempo Marx ha chiamato accumulazione primitiva. La forma principale di questo sistema di rapina è il saccheggio del territorio. Farò un esempio molto preciso del mio paese. Il governo messicano ha venduto a corporazioni private, transnazionali, il 40% del territorio del Messico.
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La prevalenza del declino
di Alberto Bagnai
L’informazione nell’età dell’euro
Con l’avvicinarsi dell’inevitabile epilogo, quello che la Storia ci racconta, il dibattito sull’euro assume toni sempre più concitati. Il crescente nervosismo è comprensibile. Da circa un trentennio l’Italia è governata dal partito unico del vincolo esterno: prima sotto forma di Sme, oggi, sotto forma di PUDE (Partito Unico Dell’Euro). I personaggi sono sempre quelli, e da trent’anni sono dietro, sotto, sopra, o dentro al governo. L’informazione, che è un bene costoso, è stata comprata da chi aveva i soldi per farlo: gli azionisti di maggioranza di questo partito unico, le grosse lobby finanziarie che dominano le scelte di Bruxelles. Ne è risultata una plumbea uniformità: nessuna voce di dissenso aveva finora raggiunto i media, eccezion fatta per alcune strampalate organizzazioni, o movimenti, o iniziative, meritatamente prive di credibilità agli occhi degli elettori, e visibilmente strutturali a un disegno reazionario di canalizzazione del dissenso (come il nostro caro amico Donald).
Ma ora la situazione è cambiata. Per motivi vari e complessi, che vanno dal desiderio di alcuni politici e organi di informazione di predisporre un piano B onde evitare il totale discredito e assicurarsi la sopravvivenza (vedi Fassina), alla pressione che iniziative indipendenti e credibili hanno saputo promuovere presso i media tradizionali, capita che ogni tanto si riesca a sentire una voce seria e argomentata di dissenso, come quella di Claudio Borghi Aquilini.
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Sovrano è chi discrimina i non vaccinati
di Geminello Preterossi
Il governo Draghi ha varato un drastico irrigidimento del green pass, sulla scia delle scelte di Macron, che le ha difese in tv con toni aggressivi, i quali hanno suscitato vaste e intense proteste in Francia (di cui per diversi giorni a stento si riusciva a trovare notizia nei media italiani). Un giro di vite che non a caso si è accompagnato alla minaccia, da parte di Macron, di rimettere in campo in autunno le contestatissime riforme neoliberiste delle pensioni, del lavoro e dei sussidi sociali. Queste avevano suscitato una forte, vasta mobilitazione di massa alla fine del 2019, con scioperi continui e manifestazioni sindacali molto partecipate, che avevano portato al ritiro del pacchetto di riforme euriste (che noi avevamo già conosciuto con Monti), la cui attuazione è sempre stato il vero mandato del Presidente francese creato in provetta dai centri finanziari euro-globalisti. Poi, la crisi del coronavirus ha desertificato non solo la società francese, ma tutto l’Occidente, neutralizzando a lungo la possibilità stessa del conflitto. Oggi, di fronte all’emergere di nuove proteste, Macron ha confermato l’impianto di fondo del green pass, anche se ha dovuto concedere qualche lieve alleggerimento. Del resto, anche il Consiglio di Stato si era pronunciato sfavorevolmente su alcune misure, giudicate “sproporzionate”, in particolare in merito all’entità delle multe e al profilo anche penale delle sanzioni previste. Non c’è da illudersi, ma l’esempio francese (tanto quello delle lotte iniziate alla fine del 2018 con i Gilets jaunes, quanto il ridestarsi della società oggi) mostra che forse la partita generale, pur difficilissima, è ancora aperta: protestando, criticando, non piegando la testa, si può provare a frenare la deriva in atto, e comunque testimoniare il rifiuto di esserne complici.
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Da dove è arrivato il Coronavirus, e dove ci porterà?
di Rob Wallace
Un’intervista con Rob Wallace, autore di “Big Farms Make Big Flu”
Dentro ogni conflitto c’è uno scontro sulla conoscenza. La pandemia mondiale Covid-19 è la realtà della crisi capitalistica nell’era dell’antropocene. Non la prima, ma la prima capace di minacciare le catene del valore su scala globale compromettendo la riproduzione sistemica nelle aree a più avanzato sviluppo capitalistico del pianeta. ll virus è già un rapporto oltre i limiti dello sviluppo. Disvela non tanto di mancata tenuta dell’ecosistema planetario rispetto alla sua messa a valore capitalistica, quanto l’endemicità dei suoi cicli di crisi che ridefiniranno da qui in avanti il rapporto tra umano ed ecosistemi integralmente trasformati in eco-tecno-sistemi presentando condizioni – con buona pace di ogni residuo fantasma di progresso - in gran parte ancora ignote. In questo senso battersi per una conoscenza di parte del fenomeno significa risalirne alcune determinanti strutturali. Ciò serve a svincolarsi innanzitutto da una riduzione della crisi a emergenza esclusivamente sanitaria. Le straordinarie forme di solidarietà e mobilitazione sociale diffusa per difendersi dal contagio sono al momento alternativamente preda di una retorica dell’“avevamo ragione” sui disastri sociali del neoliberismo o delle strategie di gestione dello stato di eccezione, ma a più significative altezze si pensa già su chi scaricare i costi di questa crisi, guardando avanti. Chi e come si guarda all’evoluzione di questa emergenza? La crisi si sviluppa rapidamente cambiando l’aggressività degli attori in campo che non sono tutti uguali, sia nella produzione dell’emergenza sia nella sua evoluzione. È importante immaginare come questi legami possano costruire una loro propria traiettoria autonoma, in difesa di interessi macroproletari sotto attacco e per nuovi rapporti a venire, passando per questa crisi ma costruendosi una forza per aggredire i nodi strutturali della preservazione capitalistica nella tempesta.
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Le basi economiche del federalismo leghista
di Domenico Moro *
1. I tre squilibri dell’Italia
Parlare di federalismo vuol dire parlare della Lega, in quanto la tematica del federalismo è strettamente intrecciata con la storia di quel partito. Inoltre, la Lega è centrale nel discorso sull’attacco alla Costituzione, perché il partito di Bossi è una delle forze politiche maggiormente eversive dell’assetto istituzionale derivante dalla Legge fondamentale del ’48. Difatti, la Lega si afferma in concomitanza con la fine della Prima Repubblica, affermandosi al Nord all’inizio degli anni ’90 parallelamente al disfacimento dei partiti di massa, DC e Psi, sotto i colpi prima del collasso del sistema clientelare basato sul rigonfiamento del debito pubblico, e poi delle inchieste di “mani pulite”. Ad ogni modo, il partito di Bossi, è oggi il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento e rappresenta una delle storie di maggior successo politico degli ultimi venti anni, per certi versi maggiore del berlusconismo stesso. Nel 1994 nella prefazione a Il grande camaleonte di Giovanna Pajetta, Gad Lerner sosteneva che la Lega fosse destinata ad essere assorbita dalla Lega “buona”, Forza Italia, appropriatasi di molte tematiche, a partire dall’antipolitica, tipiche del leghismo[1]. Poche previsioni sono risultate meno azzeccate: sedici anni dopo la Lega non solo esiste ma è divenuta un alleato ancora più indispensabile per Berlusconi, sul quale è in grado di esercitare un notevole potere di ricatto. Alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un travaso di voti dal Pdl alla Lega che alle regionali del 2010 è diventato emorragia, portando la Lega da meno di un terzo a circa la metà dei voti del Pdl.
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Parabole (finanz)capitalistiche
di Angelo Locatelli
Sull’isola la vita si trascinava noiosamente giorno dopo giorno.
L’attività economica, del pari, ristagnava.
Robinson Crusoe divideva il suo tempo lavorativo fra la pesca e le faccende di casa (inclusa la lucidatura di 1 moneta d’oro che era riuscito, assieme al fucile, a salvare dal naufragio).
A rompere la monotonia le lunghe chiacchierate con i fedeli pappagalli, Jekyll e Hyde, che a turno (spariva l’uno arrivava l’altro) si appollaiavano sulla sua spalla.
Col tempo a disposizione Robinson, oltre al riassetto domestico, era in grado di assicurarsi giornalmente una cattura di almeno 5 pesci.
Un bel giorno si accorse di non essere l’unico abitante dell’isola.
Scoprì infatti che su questa viveva anche un certo Friday, un essere primitivo che passava il suo tempo ad aggirarsi nella foresta alla ricerca di larve e bacche di cui cibarsi.
Dopo i primi diffidenti approcci Robinson realizzò la totale inoffensività del nuovo venuto, riuscendo col tempo ad infondere nell’altro la medesima confidenza.
Assieme alla crescente simpatia nei confronti del selvaggio crebbe in Mr. Crusoe l’imperativo di tentare di emanciparlo dalla sua grama condizione.
Propose a Friday di occuparsi delle (per lui tediose) faccende domestiche; in cambio avrebbe ricevuto 1 moneta al giorno.
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Renzi sta sbagliando tutto
Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi
Analisi lucida ma impietosa sul Renzi-chef economico in versione Porta a Porta, con una sintesi estrema: “Siamo in un vicolo cieco”. Nella conversazione con Intelligonews, il professor Antonio Maria Rinaldi, economista e docente di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, svela tutti i nodi che Renzi non ha sciolto. E non solo…
Qual è la risposta dell’economista Rinaldi alla ricetta anti-crisi di Renzi declinata a Porta a Porta?
Non so da dove cominciare… Facciamo un po’ di chiarezza. Ormai Renzi ci ha abituato a forti annunci poi non supportati da fatti concreti. Anche questo è un modo di fare politica, ma in questo momento in Italia servono cose concrete. Non capisco un aspetto tra i tanti che mi lasciano perplesso.
Quale?
Posto che Renzi non è un economista, spero si avvalga della collaborazione e della consulenza di persone che hanno dimestichezza economica. Ecco, non capisco come mai non gli abbiano fatto comprendere in maniera precisa che tutti questi annunci sulla creazione di posti di lavoro come nel caso dei 150mila precari della scuola, non trovano un riscontro oggettivo nella pratica perché impongono di reperire adeguate coperture finanziarie e, oltretutto, non tornano rispetto alle dichiarazioni dello stesso presidente del Consiglio che non più di 48 ore fa ha confermato il blocco dei rinnovi contrattuali per il pubblico impiego perché non ci sono risorse. È oltremodo strano che il fatto che si annunci una riduzione del costo del lavoro. Vorrei che Renzi rispondesse a una mia domanda…
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La memoria del pesce rosso
Elisabetta Teghil
nessuno ha mai pensato, rischia la tua testa."
Odéon occupato, Parigi,maggio1968.
E’ in atto un dibattito circa quello che è successo il 15 ottobre a Roma. Bisognerebbe cominciare dalla constatazione che la socialdemocrazia ha cambiato pelle da quando ha rinunciato alle sue basi teoriche, a meno di non definire teoria quella summa di abiure che sono la “terza via” e la “scelta giusta”.
E ha occupato, trasformandosi in destra moderna, da quando, per tradimento teorico, per opportunismo, si è fatta carico di naturalizzare nella società il neoliberismo, lo spazio dei partiti conservatori che si preparano ad uscire dalla storia.
In questa deriva politica, lo spazio della socialdemocrazia è, oggi, occupato da quella che, una volta, si definiva “sinistra radicale”. E, alla “sinistra radicale” è stato assegnato, nella divisione capitalistica del lavoro politico, il compito di rappresentare, gestire, incanalare i/le resistenti, /lei solidali, gli/le antagonisti/e…
Nel 1999, è stata aggredita la Jugoslavia, senza l’ombrello/alibi dell’Onu, senza l’approvazione dei parlamenti, segretario generale della Nato Javier Solana, dirigente del partito socialista operaio spagnolo ( PSOE) e, primi ministri della Germania , della Francia, dell’Italia e del Regno Unito, rispettivamente, Gerhard Schroder, Lionel Jospin, Massimo D’Alema, Tony Blair, tutti importanti esponenti della socialdemocrazia europea.
E, come ha aggredito la Jugoslavia in nome del realismo, oggi, la socialdemocrazia partecipa, in maniera attiva e importante, alla repressione dei quartieri e delle piazze in rivolta. Alla, ormai ex, sinistra radicale assegna il compito di trasformare le proteste in processioni e le richieste che vengono dal basso, in giaculatorie. In cambio, promozioni sociali e possibili rappresentanti in parlamento.
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London calling
L’ultima estate all’inferno e la prima dell’insurrezione cognitaria
Franco Berardi “Bifo”
Ero a Liverpool il 26 ottobre 2010, quando John Osborne Ministro dell’economia del governo conservatore inglese tenne il discorso nel quale si dichiarava l’intenzione della classe politica al servizio del capitalismo finanziario inglese di devastare la società, o meglio quel che della società è rimasto dopo trent’anni di politiche neoliberiste thatcheriane e blairiane. “Cinquecentomila dipendenti pubblici saranno licenziati entro tre anni, la spesa per la sanità pubblica saranno ridotte drasticamente, le tasse universitarie saranno moltiplicate per tre” dichiarava quel giovanotto col sorriso sulle labbra. E così via.
Ascoltandolo provai una sensazione molto netta: questi quarantenni che con la ridicola formula big society spacciano il neoliberismo agonizzante come se fosse un dogma indiscutibile, sono semplicemente degli incompetenti: dilettanti allo sbaraglio. Cresciuti come polli d’allevamento nelle loro scuole d’elite non sanno nulla del mondo e pensano che sia composto soltanto di numeri, indici e listini. Quando compaiono sulla scena degli esseri umani sanno dire soltanto che sono delin quenti e chiamano l’esercito.
Almeno la signora Thatcher aveva dovuto scontrarsi con i rabbiosi minatori di Arthur Scargill, e quando dichiarava che la società è una cosa che non esiste, la figlia del droghiere sapeva che quell’affermazione provocatoria corrispondeva a una dichiarazione di guerra. Condusse la sua guerra contro la società e la vinse.
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La prima pandemia dell’Antropocene
Una crisi biologica e sanitaria globale ampiamente prevista
di Ernesto Burgio
È importante sottolineare che l’attuale epidemia da nuovo Coronavirus (SARS-CoV2) non è soltanto la prima grande pandemia del III millennio, ma anche la prima dell’Antropocene. Diciamo questo a significare che non si tratta di una sorta di incidente di percorso: un evento biologico casuale, estemporaneo e imprevedibile. Ma di un episodio particolarmente drammatico, per le sue modalità di manifestazione e per le sue conseguenze a livello sanitario, sociale, economico-finanziario e politico (ancora non del tutto prevedibili) di una lunga crisi biologica conseguente alla “Guerra alla Natura” o, per usare le parole delle ultime due encicliche, alla sua stessa “Casa Comune” da parte di Homo sapiens sapiens.
Una crisi biologica e sanitaria globale, del resto ampiamente prevista e preannunciata come imminente da quasi 20 anni da scienziati di tutto il mondo e in particolare da virologi, “cacciatori di virus” ed epidemiologi. Sappiamo infatti dall’inizio di questo secolo che il mondo dei microrganismi è in subbuglio e che migliaia di “nuovi virus” potenzialmente letali per l’uomo (Ebola, Nipah, Hendra, Marburg ma soprattutto nuovi sottotipi di Orthomyxovirus influenzali e di Bat-Coronavirus dei pipistrelli) sono pronti a fare il “salto di specie”: dalle “specie serbatoio” che li ospitano da milioni di anni, agli animali ammassati negli allevamenti intensivi, negli immensi mercati alimentari e nelle sterminate periferie urbane del Sud del pianeta e infine all’uomo. E questo a causa dei cambiamenti climatici, dello stravolgimento degli ecosistemi (micro)biologici, delle deforestazioni selvagge, dell’inquinamento chimico-fisico sempre più onnipervasivo e del proliferare di megalopoli in cui decine di milioni di esseri umani vivono in condizioni di miseria e promiscuità senza precedenti nella storia (almeno sul piano delle dimensioni).
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Shakespeare e Il mercante di Venezia
di Enrico Galavotti
Ancora oggi c'è chi sostiene che Shakespeare sia soltanto un nome fittizio dietro cui si celano altri autori. In particolare si pensa a Michelangelo Florio, frate ed erudito fiorentino, di origine ebraica e siciliana, rifugiatosi a Londra dopo una serie di peregrinazioni in varie parti d'Italia per cercare di sottrarsi alle persecuzioni dell'Inquisizione, dal momento che aveva aderito al calvinismo. A Treviso abitò nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. A Milano s'innamorò di una contessina, Giulietta, che, dopo essere stata rapita dal governatore spagnolo, decise di suicidarsi.
Ma si pensa anche al figlio di Michelangelo, Giovanni, nato nel 1553, destinato a diventare un grande linguista e traduttore (conosceva perfettamente italiano, francese, tedesco, spagnolo, inglese, latino, greco ed ebraico, oltre alla lingua toscana e napoletana). Shakespeare sarebbe stato, al massimo, un attore-prestanome, senza talento per la scrittura. La moglie del primo Florio aveva come cognome Crolla- o Scrolla - Lanza, che, tradotto in inglese suona proprio come "shake the speare" (scrolla la lancia).
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La crisi corre e il dibattito arranca
di Emiliano Brancaccio
Il dibattito sulle banche è già superato dagli eventi
I prefetti messi a vigilare sulle banche, per controllare che queste concedano i prestiti di cui imprese e famiglie hanno bisogno? Deve essere un altro scherzo del Presidente del Consiglio, l’ottimista nel deserto. Chiunque abbia un minimo di conoscenza del funzionamento interno del sistema bancario sa bene che l’ammontare dei prestiti negati rappresenta forse la variabile più opaca e più difficile da catturare in un sistema creditizio che già di per sé non brilla per trasparenza. Basti pensare che talvolta il numero complessivo delle richieste di prestito respinte sfugge persino ai membri dei consigli di amministrazione delle banche. Soltanto i massimi vertici delle strutture conoscono questo dato, e dispongono oltretutto di numerosi strumenti per rendere difficile la sua diffusione o la sua piena comprensione. Fantasiosa sembra pure l’idea che i prefetti attingano informazioni direttamente dalle imprese che si siano viste rifiutare i crediti. A quanti imprenditori converrà spargere la voce che sono stati appena considerati dei prenditori inaffidabili? Insomma, deve trattarsi davvero di una barzelletta. Non è un caso che la trovata dei prefetti abbia in questi giorni suscitato molti più sorrisi di sufficienza che reali preoccupazioni tra gli esponenti del mondo bancario.
La polemica sui prefetti è solo l’ultima di una serie interminabile di controversie sul pericolo del credit crunch, ossia sul rischio che per rimpinguare un capitale ridotto ai minimi termini le banche decidano di tagliare drasticamente i finanziamenti a imprese e famiglie.
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Il manifesto manifesta
di Alberto Bagnai
Ci risiamo. Sul Manifesto di ieri leggiamo il periodico “accorato appello” del direttore Parlato: ci stanno togliendo i soldi, la decisione è stata presa dagli Uffici della Camera (i politici non ci si sono nemmeno sprecati), che si sono battuti il belino degli appelli del Presidente della Repubblica (liberté, égalité, fraternité), siamo stati condannati, sarà disoccupazione per migliaia di addetti al settore, saremo costretti a chiudere, dopo quarant’anni di lotte per le libertà, gli abbonamenti stanno calando...
Ecco: ferma tutto: gli abbonamenti... Una volta, a sinistra, esisteva un valore che mi sembra definitivamente tramontato: l’autocritica. Forse sarebbe il caso di chiedersi perché gli abbonamenti stanno diminuendo, no? Avrete fatto le vostre analisi. Vi regalo la mia.
Quest’estate il Manifesto ha lanciato un dibattito sulla Rotta d’Europa con un articolo abbastanza fumoso nel quale Rossana Rossanda, fingendo di fare delle domande, dava delle risposte, le risposte che erano dentro di lei, e che, purtroppo, erano per lo più sbagliate. Come si dice a Roma, ci hanno imboccato tutti: una bella passerella di articoli che seguivo distrattamente andando da un rifugio all’altro in Alto Adige, fino a che mi è venuto un travaso di bile a fronte del Vajont di banalità, di “neismo” (neocapitalismo neoliberismo neofinaziarizzazione della neoeconomia), e di ossequio ai mantra della finanza, malamente camuffato da voce critica e di sinistra.
Ossequio che raggiunse il culmine nella stomachevole intervista di Rossanda ad Amato. Chi non l’ha letta se la vada a rileggere (consiglio la versione apparsa sul forum amatoriale piuttosto che quella del Manifesto, perché sul Manifesto prudentemente non vennero consentiti commenti dei lettori).
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25 NOVEMBRE: il personale è politico e il sociale è il privato
di Elisabetta Teghil
Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ma, prima di tutto, cosa significa per noi la parola donna?
La definizione biologica di donna non ci appartiene, come non ci appartiene il concetto di donna, strutturazione fittizia del patriarcato in funzione dell’asservimento e dell’oppressione.
Donna è una categoria socialmente costruita ed è un termine tutto interno al sistema patriarcale.
Ma è l’oppressione stessa che definisce l’insieme delle oppresse e comprende tutte coloro che sentono l’oppressione maschile sulle loro pelle e che questa società vuole, con sistematicità e violenza, mantenere e ricondurre nei suoi paradigmi.
La riappropriazione del termine donna avviene, quindi, attraverso la riappropriazione delle categorie di oppressione che a quella parola sono legate.
Il termine donna sarà usato, quindi, come se fosse sempre tra virgolette.
Con violenza di genere sulle donne intendiamo la violenza sessuale/economica/verbale/psicologica/fisica fino al femminicidio del maschio sulla donna.
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ILVA, l’errore si ripete
di Guido Viale
Letta ha annunciato che il prossimo impegno del governo, se resterà in piedi, sarà un grande programma di privatizzazioni, cioè di svendita di quote di aziende statali e di misure per costringere i Comuni a disfarsi del loro residuo controllo sui beni comuni e sui servizi pubblici locali. Il tutto, naturalmente, per far quadrare i bilanci, abbattere il debito pubblico e riportare il deficit (che ormai viaggia verso il 3,5% del Pil) entro il margine “prescritto”. Tutti obiettivi impossibili: ai prezzi odierni, la svendita anche di tutti i beni pubblici vendibili (un grande affare per chi compra) non porterebbe nelle casse statali che un centinaio di miliardi o poco più; cioè meno di quanto lo Stato pagherà in un anno tra interessi e rateo di rimborso del debito imposto dal fiscal compact. E l’anno dopo ci si ritroverà al punto di prima, ma senza più beni comuni e aziende pubbliche. La realtà è che il debito pubblico italiano è insostenibile e l’unico modo per farvi fronte è congelarlo.
Ma per capire dove portano le privatizzazioni già largamente praticate dai precedenti governi di centrosinistra guardate l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale; poi svenduto, una ventina di anni fa – a una famiglia già compromessa che aveva fatto i soldi con i rottami di ferro – in ossequio alla cultura delle privatizzazioni messa in auge dagli allora campioni del centrosinistra: Andreatta, Ciampi, Prodi & Co.
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Guido Quazza, storico e militante
di Francesco Racco
Recensione del volume Diego Giachetti, Guido Quazza, storico eretico, Centro di documentazione Pistoia Editrice, 2015
La ricostruzione della biografia politico-intellettuale di Guido Quazza trova opportuna collocazione nella collana “I quaderni dell’Italia antimoderata” che presenta figure significative per gli strumenti di orientamento critico e consapevole, utili nell’analisi del presente e nella progettazione del futuro. Nell’editoriale del primo numero della «Rivista di storia contemporanea» del 1972, di cui Guido Quazza è stato promotore e primus inter pares tra gli storici che la pubblicarono fino al 1995,viene esplicitato lo sforzo di interpretazione della storia italiana, nelle sue continuità e nelle sue rotture, assumendo come punto di vista privilegiato il lungo periodo, non solo delle strutture economiche ma anche di quelle statuali e istituzionali.
Come si fa la storia contemporanea
La rivendicazione della scientificità della storia contemporanea respinge la paura che essa si presentasse nella forma come storia e fosse nella sostanza tout court politica, e l’ideale di “una scienza storica disinteressata”, argomenti e istanze sempre avanzati come giustificazioni del suo mancato insegnamento nella scuola. La caduta di questo pregiudizio è ricondotta alla pressione sempre più forte del bisogno che la società contemporanea ha “di conoscere se stessa non solo nelle sue radici ma anche nel suo modo più prossimo e attuale di essere”. Questa prospettiva nega il pregiudizio storiografico che fa risiedere la scientificità storiografica nel disimpegno politico e civile verso le contraddizioni del presente, per cui oggetto della “vera” storiografia verrebbero ad essere solo i processi che abbiano avuto la possibilità di decantarsi e concludersi compiutamente.
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Effetti economici del fascismo
di Lorenzo Battisti
I duri anni di crisi che stiamo attraversando stanno portando una rinascita dei movimenti di estrema destra in tutti i paesi europei. Questo aumento è dovuto anche ai consensi che questi partiti riescono ad ottenere nei quartieri popolari. Il successo di questi partiti non è solo elettorale o legato esclusivamente al voto di protesta, ma è testimoniato dal diffondersi del sostegno a questa ideologia in vasti strati sociali dei paesi europei: sulle reti sociali si osserva periodicamente il riproporsi diffuso di testi che rivendicano e ricordano i successi del ventennio fascista in Italia, fatto di grandi investimenti e di istituti sociali a favore della popolazione. In sostanza il fascismo viene descritto come un regime bonapartista che, sotto la guida carismatica di Mussolini, ha soggiogato la borghesia italiana, ha contribuito al rilancio e al successo economico del paese e ne ha diffuso i benefici tra tutta la popolazione. Questi risultati vengono ulteriormente esaltati facendo il confronto con gli insuccessi politici ed economici della democrazia repubblicana. Tutto questo è vero? È vero che il fascismo ha migliorato la condizione di tutta la popolazione? I suoi risultati sono stati migliori della democrazia repubblicana?
II fascismo
Cerchiamo prima di descrivere quello che fu il fascismo storicamente. Un’approfondita analisi del fascismo fu fatta da Togliatti nel celebre “Corso sugli avversari”, tenuto a Mosca nel 1935: questa analisi copre tutta l’evoluzione del movimento fascista, dalle origini fino alla soglia della Seconda Guerra Mondiale.
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Riflessioni intorno a “Le nuove melanconie” di Massimo Recalcati
di Paolo Bartolini
Nel confrontarci con l’ultimo libro di Massimo Recalcati, “Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno” (Raffaello Cortina, 2019, € 19,00), non neghiamo di aver avvertito in principio alcune resistenze. L’autore è molto noto e la sua marcata esposizione mediatica può elicitare reazioni automatiche (di ammirazione o di diffidenza) che rischiano di invalidare un esame equilibrato dei contenuti trattati nell’opera. Inoltre, visti i risvolti sociali del tema in questione, non è stato facile mettere tra parentesi lo scarto che esiste tra le nostre rispettive posizioni politiche. Ecco perché abbiamo preso tra le mani il suo nuovo lavoro con un misto di eccitazione e titubanza. Va detto, a scanso di equivoci, che Recalcati, prima ancora di essere una star della cultura italiana, è un ottimo scrittore e uno studioso capace di comunicare in maniera coinvolgente, anche a un pubblico generalista, i concetti chiave della psicoanalisi (soprattutto di taglio lacaniano). Le antipatie che ha saputo suscitare in certi ambienti “critici” forse non sono del tutto innocenti e risentono di una polarizzazione istintiva che si genera ogni qual volta un intellettuale conquista in maniera indiscutibile le luci della ribalta. Il volume di cui stiamo per parlare è profondo e ispirato, un libro necessario che arricchisce la letteratura, non proprio fiorente, sugli intrecci tra psiche e storia, inconscio e politica. Qui offriamo modestamente le nostre prime impressioni, delle riflessioni a caldo su un testo che segnerà probabilmente il dibattito contemporaneo sulla sofferenza mentale ed esistenziale ai tempi del capitalismo finanziario e dei sovranismi populisti. Abbiamo scelto, comunque, di mettere in tensione il discorso dell’autore, evidenziandone lacune e potenzialità degne di ripresa e ulteriori sviluppi.
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Apologia della sovranità
di Carlo Galli
Si presentano qui alcune argomentazioni che sono svolte più largamente in C. Galli, Sovranità, Bologna 2019, il Mulino. La sovranità è condizione dell’esistenza di ogni corpo politico. Compresa l’Italia, che ne è assai carente. I limiti inevitabili del suo esercizio, dettati dal contesto. Le polemiche sul “sovranismo” in nome degli “Stati Uniti d’Europa”, metafora ipersovranista
1. La sovranità è il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini. Va quindi considerata nella sua complessità: nel fuoco della sovranità si forgiano i concetti politici moderni, e i conflitti storici reali.
La sovranità è un punto, l’Unità, il vertice del comando, una volontà politica che pone la legge; ma al tempo stesso è una linea chiusa, una figura geometrica, il perimetro dell’ordinamento giuridico e istituzionale vigente, dello spazio in cui la legge si distende; e al contempo è un solido, una sfera di azioni e reazioni sociali, un corpo vivente e plurale che nella sovranità produce sé stesso: un popolo, una cittadinanza. La sovranità è tanto il soggetto collettivo che agisce unitariamente quanto lo strumento istituzionale dell’azione del corpo politico.
Da ciò alcune considerazioni: in primo luogo, come non esiste un’anima senza corpo, né un corpo vivente senz’anima, così non esiste una sovranità senza il corpo politico di cui è l’impulso vitale, né un corpo politico privo di sovranità.
In secondo luogo, la sovranità, rispetto alla sfera pubblica, alla sua esistenza e alle sue dinamiche, è al tempo stesso condizione e risultato. La sovranità rende possibile la distinzione fra pubblico e privato, realizzando la protezione pubblica delle vite e dei beni privati, oltre che l’utilità, il benessere, la prosperità dell’intero corpo politico. E questa sfera pubblica, questo corpo politico, non è necessariamente un’identità tribale, una compatta comunità; è una società complessa, attraversata da tensioni e conflitti, che nella sovranità si esprime politicamente.
In terzo luogo, la dinamica storica della sovranità è data dalle prevalenze politiche che si instaurano fra le tre dimensioni già ricordate: avremo così la sovranità del monarca, dello Stato, della legge, del popolo. La forza sociale e politica di volta in volta egemonica dentro lo spazio della sovranità è portatrice anche della legittimità di cui la sovranità ha bisogno: la legittimità è la ragione per la quale si chiede e si concede obbedienza.
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Le origini culturali della crisi*
Alessandro Roncaglia
Negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere infinite volte che gli economisti non hanno previsto la crisi finanziaria ed economica che ci ha travolto. Perfino la regina d’Inghilterra se ne è lamentata. Di fronte a queste critiche, la nostra professione deve porsi con urgenza almeno tre domande. Primo, a nostra parziale discolpa: cosa significa, nel nostro caso, prevedere un evento? Secondo, a parziale critica della superficialità dei mezzi di informazione: è vero che gli economisti non hanno previsto la crisi? Terzo, e più importante: se, come vedremo, alcuni l’hanno prevista e altri no, da cosa è dipesa la relativa preveggenza degli uni e la relativa cecità degli altri?
La terza domanda ci porterà a una questione fondamentale, che merita certo una trattazione più approfondita di quella possibile in un breve intervento come il mio: la responsabilità di un orientamento culturale tuttora prevalente tra gli economisti – che può essere indicato, sempre in modo necessariamente vago, mainstream, o Washington consensus, o fondamentalismo liberista – nel favorire il formarsi della situazione di cui la crisi sarebbe divenuta uno sbocco inevitabile.
Innanzitutto, prevedere una crisi non significa indicare in anticipo il giorno in cui scoppierà, o le precise caratteristiche con cui si svilupperà. Come i sismologi sono in grado di indicare le zone in cui i terremoti sono più probabili (tanto che delle loro analisi si tiene conto nel determinare norme più o meno rigide sul modo in cui costruire gli edifici), così gli economisti sono, o dovrebbero essere, in grado di indicare le condizioni in cui le crisi divengono probabili, se non inevitabili.
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Soggettività e individuazione
Per un pensiero eutopico tra filosofia e psicoanalisi
di Paolo Bartolini
Per il 2018 regaliamo ai lettori questo saggio filosofico di Paolo Bartolini. Buona lettura
Le basi filosofiche per pensare il processo di individuazione
In un’epoca “estrema” come la nostra, posta sulla soglia di una transizione storica e antropologica di portata globale, mi pare urgente sondare il legame, sottile e tenace, che tiene insieme pensiero filosofico, psicologie del profondo e critica sociale. L’emergere nelle scienze, nella filosofia e nella teoria politica di un paradigma della complessità sistemico e antiriduzionista,1 denota l’urgenza di una nuova presa in cura della vita che, unendo conoscenza e premura, sapere e sapienza, possa permettere alle diverse culture umane non solo di dialogare fra loro, ma anche di individuare azioni comuni per resistere alla deriva del presente e promuovere nuove forme di giustizia sociale e ambientale.
La sfida che ci aspetta, a ben vedere, è multidimensionale e ha risvolti ecologici, economici, politici e spirituali.
Nulla, d’altronde, può sottrarsi al movimento impetuoso che, già nel presente, prefigura il futuro.
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Geopolitica dell'Europa
di Pierluigi Fagan
Questo articolo è di taglio storico-politico quindi attiene all’attualità non per richiami contingenti all’Unione europea o all’euro ma perché l’Europa è un sub-continente in cui si pone il problema geopolitico in forme pressanti e decisive, problema da affrontare con una prospettiva temporale larga
Europa-Europe
1. Europa, è considerata espressione geografica ma con alcuni corollari. Il primo corollario è che anche solo “geograficamente”, Europa è un sistema impreciso avendo tre confini certi ed uno -quello orientale- incerto, per lo meno per la piana tra fine degli Urali ed i tre bacini del Mar Nero, del Caspio e il lago d’Aral, che rimane aperta al Centro Asia. Il secondo corollario, è che la stretta vicinanza con Turchia, Medio Oriente e Nord Africa, la rendono molto sensibile alle interrelazioni con ciò che lì succede, Europa non è un sistema isolato. I due corollari, portano al terzo ovvero la constatazione che per quanto attiene alla Russia si ha a che fare con un sistema che geograficamente (anche se non demograficamente) è più asiatico che europeo. Per quanto attiene all’Europa del Sud Est, si ha a che fare con un sistema storicamente molto influito sia dalle migrazioni centro-asiatiche, sia dalla penisola anatolica (impero bizantino e poi ottomano), sia dalle divisioni determinate dalla contrapposizione est-ovest del Novecento. Per quanto attiene la Gran Bretagna, non solo questa deriva da una storia isolana (non isolata ma isolana) ma ha manifestato molta più propensione storico-culturale verso l’America del Nord che non verso l’Europa, almeno dalla fine della Guerra dei Cent’anni in poi (1453).
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London jacquerie
Federico Campagna
Sono quasi quattrocento anni che una rivolta di queste dimensioni non si verifica a Londra. Quest’inverno, durante le manifestazioni degli studenti inglesi, la stampa internazionale aveva parlato di ‘riots’, di subbugli, di insurrezione. Un tipico caso di esagerazione giornalistica. Stavolta no.
Ma stavolta è diverso.
Le riots di questi giorni, iniziate sabato 7 agosto durante una manifestazione di protesta per l’uccisione di un giovane da parte della polizia, hanno un tono che ricorda più le banlieues parigine che la guerriglia urbana dei black bloc. Da tre giorni la capitale Britannica è attraversata da un’ondata di jacquerie semi-fantascientifiche, in cui i moti di folla da ancien regime si incontrano con i messaggi istantanei lanciati dai BlackBerries.
E così le riots si spandono nel nord e nel sud della città, come un’epidemia o una festa. Hackney, Seven Sisters, Camden, Peckham, Wood Green, Tottenham, Woolwich, Brixton, Ealing, Catford, Croydon e perfino Notting Hill. E poi anche fuori da Londra, a Birmingham, Leeds, Bristol e Liverpool. E non è ancora finita.
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Europa: Tempesta perfetta. Quando la Possibilità Incontra la Realtà
di William Oman
Un lungo articolo su Economonitor che vale la pena di leggere: in una prospettiva storica mette in luce la incredibile inadeguatezza delle proposte politiche del mostro europeo franco-tedesco a due teste. La testa italica farà la differenza? Mah...
"Che tu possa vivere in tempi interessanti".
Quale miglior frase di questa maledizione Cinese apocrifa per catturare l'essenza delle settimane, dei mesi e degli anni a venire? Più precisamente, quanto interessanti saranno i tempi a venire ? La storia suggerisce che dovremmo stare attenti a ciò che desideriamo. La crisi del debito in Europa costituisce un rischio enorme per il futuro del continente, eppure essendo materia tecnica, questi rischi non vengono indicati chiaramente come dovrebbero. Una ragione è la natura elusiva del rischio.
Il 4 agosto 1914, il giorno in cui è scoppiata l'ostilità tra Francia e Germania, il filosofo francese Henri Bergson ha descritto come, fino al giorno dello scoppio effettivo della guerra tra la Francia e la Germania, la guerra appariva "allo stesso tempo probabile e impossibile: una nozione complessa e contraddittoria che è durata fino alla fine". Slavoj Žižek spiega questa tensione tra possibilità e realtà: un evento può essere vissuto come impossibile e non realistico, o come realistico, e non più impossibile. "L'incontro del Reale e dell'Impossibile è quindi sempre mancato", scrive Žižek. Lo spazio tra ciò che sappiamo può accadere e ciò che noi crediamo che accadrà - il paradosso brillantemente identificato da Bergson - è al centro della attuale mancanza di visione e coraggio dei leaders Europei. Anche se nessuno di loro sembra disposto ad accettare che la zona euro possa crollare, la probabilità di questo evento devastante aumenta ogni giorno che passa. Come i politici ritardano la resa dei conti, il costo economico e sociale della crisi aumenta, così come il rischio di un finale di partita caotico per l'euro e una fine violenta e catastrofica per lo stesso progetto Europeo.
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C'era una volta la favola...
di Alberto Bagnai
Prefazione a Il Pedante: La crisi narrata, Imprimatur, 2017
(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)
C’era una volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.
C’era una volta la favola, e oggi non c’è più.
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Insostenibilità finanziaria delle pensioni: fallacia logica e metafore sbagliate
Enrico Turco e Marcello Spanò
Il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha recentemente dichiarato che mantenere l’età pensionabile a 67 anni, anziché alzarla a 70, come requisito di pensionamento comporterebbe un costo di 141 miliardi che metterebbe a serio rischio i conti dell’ente pubblico. La dichiarazione è da leggere congiuntamente alle proposte in discussione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera di modifica dell’art. 38 della Carta costituzionale in materia di diritto alla pensione. Tra le varie proposte vi è quella firmata dai deputati Pd che precisa che “il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria”.
Siamo dunque tornati a parlare di pensioni, e ne parliamo seguendo l’ormai logora logica dell’austerità, quella che subordina la garanzia dei diritti ad una presunta sostenibilità finanziaria e che, camuffata da una fasulla solidarietà intergenerazionale, si appresta a definire la base ideologica per l’ennesimo giro di vite regressivo del nostro sistema pensionistico.
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