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L'autunno degli epistemiarchi
L'Asia sfida i monopoli della conoscenza?
di Domenico Fiormonte*
La questione cruciale è l'intreccio fra ruolo degli oligopoli, ranking dell'università e valutazione della ricerca
La multinazionale dell'editoria Thomson Reuters ha annunciato lo scorso 10 luglio di aver venduto a due fondi di investimento, Onex Corporation e Baring Private Equity Asia, tutte le attività legate all'editoria accademica e scientifica per 3,55 miliardi di dollari. La notizia, soprattutto di questi tempi, non è fra quelle che scuotono gli animi. Eppure si tratta di un evento importante, in grado di mettere in discussione l'assetto dell'editoria globale e aprire nuovi scenari[1]. Ma per comprendere la dimensione del problema, occorre fare un passo indietro.
I primi quattro gruppi editoriali al mondo sono tutti editori scientifico-professionali che vendono soprattutto accesso alle proprie banche dati: Pearson (Regno Unito), Thomson Reuters (Canada), RELX Group (ex Elsevier, Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti), Wolters Kluwer (Paesi Bassi). Il quinto in classifica è Penguin Random House, del colosso tedesco Bertelsmann. Tuttavia uno sguardo ai ricavi fa impallidire qualsiasi editore generalista: nel 2014 Pearson è primo con un fatturato di oltre 7 miliardi di dollari, segue Thomson Reuters con 5,7, RELX con 5,3, Wolters Kluwer con 4,4 e finalmente Penguin con 4.
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“Il governo dell’uomo indebitato”
Introduzione
di Maurizio Lazzarato
Austerità
«I 500 più ricchi di Francia in un anno hanno aumentato la loro fortuna del 25%. In un decennio la loro ricchezza è quadruplicata e rappresenta oggi il 16% del Pil del paese. Equivale al 10% del patrimonio finanziario dei francesi, cioè un decimo della ricchezza è in mano a un centomillesimo della popolazione» («le Monde», 11 luglio 2013).
Mentre i media, gli esperti, i politici si riempiono la bocca di pareggi di bilancio, assistiamo a una seconda grande espropriazione della ricchezza sociale, dopo quella messa in pratica dalla finanza a partire dagli anni Ottanta. La particolarità della crisi del debito è che le sue cause vengono assunte a rimedio. Un circolo vizioso che non è sintomo dell’incompetenza delle nostre oligarchie, ma del loro cinismo di classe, poiché persegue un fine politico preciso: distruggere le residuali resistenze (salari, redditi, servizi) alla logica neoliberista.
Debito pubblico
Con l’austerità i debiti pubblici hanno raggiunto picchi da record, il che significa che anche le rendite dei creditori hanno raggiunto picchi da record.
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Che cos’è l’economia1
Vladimiro Giacché
Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 297-319. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/612
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1. Problemi di definizione
Che cos’è l’economia? Anche solo per definire l’oggetto di questa disciplina si incontrano rilevanti problemi. Il dizionario Treccani la prende larga, e offre la seguente definizione: «Scienza, sviluppatasi a partire dal XVI secolo in diverse scuole e teorie, che può essere in generale definita come lo studio delle leggi che regolano la produzione, la distribuzione e il consumo delle merci, con riguardo sia all’attività del singolo agente economico, sia al più generale assetto sociale di uno stato, di una collettività nazionale»2.
Si può quindi definire l’economia come la scienza che studia l’attività economica? Questa definizione, nella sua genericità, è accettabile? Ci sembrerebbe di sì. Ma la definizione canonica di “economia” proposta dall’indirizzo tuttora egemonico negli studi economici, quello neoclassico, è molto diversa. L’ha proposta Lionel Robbins nel 1932: secondo questa definizione l’economia è «la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi»3. La scienza economica è qui definita come lo studio della scelta razionale, del comportamento di agenti razionali. È una definizione astratta, che muove da un radicale individualismo metodologico: l’economia si occupa del comportamento degli individui, non delle regole di funzionamento di un sistema economico e sociale.
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La "rimozione" di Massimo Recalcati
Sebastiano Isaia
Le categorie e i concetti elaborati dal pensiero psicoanalitico vanno maneggiati con estrema cura, alla stregua di materiale esplosivo ad alto potenziale distruttivo. Questa regola appare tanto più sensata, quando quei concetti e quelle categorie vengono usati come griglie concettuali attraverso cui leggere la realtà sociale in generale, e la sfera del Politico in particolare. Facilmente lo psicoanalista si muove in questi ambiti come il metaforico elefante che, sognando di avere acquisito le fattezze di una splendida libellula, decide di danzare in una stanza piena di preziosi cristalli. Il disastro e pressoché inevitabile.
Insomma, sto parlando di Massimo Recalcati, noto psicoanalista «di scuola lacaniana» e uno dei massimi teorici dell’antiberlusconismo militante. Nell’articolo pubblicato ieri da Repubblica, Recalcati ha preso di mira la strategia del PDL tesa ad accreditare «Berlusconi come statista ponderato», una strategia che secondo il nostro si fonda «su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”».
«Di cosa si tratta quando in psicoanalisi parliamo di “rimozione della realtà”? Accade esemplarmente nella psicosi. Prendiamo una storia clinica narrata da Freud: una madre colpita dalla tragedia della perdita prematura di una figlia la sostituisce con un pezzo di legno che avvolge in una coperta che tiene amorevolmente in braccio sussurrandogli tutte quelle parole dolci e affettuose che la figlia morta non potrà più sentire. Questa sostituzione implica la negazione delirante di una realtà troppo dolorosa per essere riconosciuta come tale».
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Per un pugno di seggiole
di Leonardo Mazzei
Senza idee, senza proposte, senza una linea: proprio per questo - se il tracollo finanziario non travolgerà tutto prima del tempo - Prc e Pdci potranno rientrare in parlamento. Non gli servirà a niente, ma è quel che gli basta.
Quanto sono vicine le elezioni politiche? A giudicare dal lavorio delle segreterie dei partiti, abbastanza vicine. Osservando lo scalpitare di alcuni personaggi, considerati «emergenti» nella cloaca massima della politica italiana (Renzi, ma non solo), sembrerebbero vicinissime. E' questo il parere del genero di Caltagirone, secondo il quale l'odiato Berlusca staccherebbe la spina a gennaio per votare a marzo.
L'ipotesi è convincente, ma la data potrebbe anche essere più vicina. La pressione sul governo dei centri del potere finanziario si è fatta asfissiante; l'esecutivo è ormai palesemente sotto tutela, non solo da parte dell'Unione Europea, ma anche delle sue «quinte colonne» Napolitano e Draghi. Costoro preferirebbero terminare la legislatura con un governo «tecnico», o di «emergenza nazionale», una veste comodamente asettica per poter meglio massacrare il popolo italiano, ma perché la destra dovrebbe prestarsi a questo gioco?
E' verosimile, dunque, che lo scenario prospettato dal piccolo leader della mini-Dc, denominata Udc, sia piuttosto realistico. Ciò consentirebbe al Cavaliere un'uscita di scena non troppo disastrosa. Niente ribaltoni né disarcionamenti, solo un mesto addio con il passaggio del testimone ad un personaggio di secondo piano (presumibilmente Alfano), come si conviene quando si tratta di gestire una sconfitta. Questa mossa consentirebbe poi di consegnare alle attuali opposizioni parlamentari l'onere delle maxi stangate che ci attendono, volendo restare nella gabbia dell'euro e dunque nelle mani degli aguzzini della speculazione internazionale.
Prc e Pdci in vista delle probabili elezioni anticipate
L'abbiamo presa alla larga per arrivare al tema di questo articolo: il gioco dei due partiti della Federazione della sinistra (Fds) in vista delle probabili elezioni anticipate.
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Reportage dal Kurdistan iracheno
Interviste raccolte dai corrispondenti di Radio Onda d'Urto e Infoaut
Prosegue il lavoro di inchiesta e reportage dei nostri corrispondenti in Medio Oriente: i compagn* si trovano ora in Iraq nella zona del Kurdistan Basur, ovvero nei territori che rientrano sotto il Governo Regionale del Kurdistan nel nord dell'Iraq (il Krg).
Di seguito proponiamo una raccolta (in continuo aggiornamento) di tutti i contributi, gli aggiornamenti, le interviste e gli approfondimenti realizzati dai nostri corrispondenti
* * *
Il Pkk sugli attacchi di Lice e Ankara: “Il popolo curdo ha diritto di difendersi”
In un'intervista rilasciata ai corrispondenti di Infoaut e Radio Onda d'Urto in Iraq (che nei prossimi giorni pubblicheremo in versione integrale), il comandante delle forze armate del Pkk nell'area di Mosul, Cemal Andok, ha commentato così l'attacco esplosivo che ha causato decine di vittime nell'esercito turco ad Ankara (capitale della Turchia): “Il Pkk è estraneo a questo attacco, ma esso è il risultato della crudeltà del governo di Ankara nei confronti dei civili e delle città curde del Bakur [regione curda della Turchia sud-orientale, Ndr]”.
A poche ore di distanza dall'attacco di Ankara c'è stata un'altra azione di sabotaggio nei pressi di Lice. Sull'autostrada tra Bingöl e Diyarbakir, principale città del Bakur, un veicolo delle forze turche è stato fatto saltare in aria facendo sei morti tra i soldati.
“I curdi non possono stare a guardare mentre Erdogan uccide impunemente centinaia di civili e ne brucia i cadaveri, incendiando case e palazzi e soffocando o bambardando le persone nelle cantine”, ha continuato Andok. “I curdi, con questi due attacchi all'esercito, hanno provato a rispondere all'attacco della Turchia. Esiste un diritto curdo di rispondere agli atti di guerra e a proteggersi, combattendo tanto lo stato islamico quanto gli altri nemici”.
Nella giornata di ieri una rivendicazione dell'attacco di Ankara è arrivata dal gruppo Tak, “Falchi del Kurdistan per la Libertà”. Il comandante del Pkk ha fatto presente che “esistono molte organizzazioni che si battono per la causa curda e per la libertà curda, ad esempio Tak. Non c'è relazione militare tra Pkk e Tak, ciò che ci unisce è l'essere curdi”. I Tak, che avevano già rivendicato un'esplosione su un aereo della Turkish Airways all'areoporto Sabiha Gokcen di Istanbul alcune settimane fa, hanno dichiarato nel loro comunicato che l'azione di Ankara “è una risposta al massacro perpetrato dall'esercito a Cizre. Il silenzio su ciò che sta accadendo a Cizre è complicità”.
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Mitologie criminali, distorsione della realtà e fascinazione mafiosa: Suburra (la serie)
di Militant
“Mafia capitale” ha recentemente prodotto le proprie sentenze di primo grado (qui un articolo, qui la sentenza completa): niente 416 bis, nessuna associazione mafiosa, “soltanto” un sistema ramificato di corruzione organizzato da due associazioni per delinquere collegate fisicamente dalla figura di Massimo Carminati. In compenso dal 2014, dall’inizio cioè dell’operazione denominata «Mondo di mezzo», si è prodotto una vasto e straniante universo narrativo fatto di film, libri, documentari, inchieste giornalistiche e, in questi ultimi mesi, di una serie Netflix dal grandissimo seguito mediatico: Suburra. La serie sfrutta moduli narrativi ormai standardizzati: da Romanzo criminale e Gomorra, passando per Narcos, si è imposto un format discorsivo che travalica i confini mediatici per divenire fatto culturale, immaginario sociale. La trasposizione seriale perde così i caratteri della finzione, di fiction, per sfumare indirettamente nell’inchiesta romanzata, alterando la percezione della realtà, creandone anzi una parallela. Una realtà alternativa che progressivamente acquista più legittimità delle versioni ufficiali, proprio perché presentata come il “non detto” delle sentenze e delle dichiarazioni politiche. La verità “della strada” contro quella “del palazzo”.
Ci sono due piani paralleli e al tempo stesso sovrapposti attraverso cui è possibile cogliere le tracce telluriche di queste operazioni di politica culturale: da una parte svelare un lessico narrativo che ha come obiettivo la costruzione di mitopoiesi artefatte, cioè che procedono dall’alto verso il basso mentre si presentano camuffate dal basso verso l’alto.
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Una cacofonia oscurantista
Joseph Halevi
Una nauseabonda cacofonia condotta al massimo livello di decibel sta investendo da oltre due mesi il paese. Tutti accettano in pieno che è tempo di «duri sacrifici» per pagare i detentori del debito pubblico nazionale, prevalentemente banche ed affini. Lo «scontro» é solo sulla ripartizione dei sacrifici.
Non si ragiona sul fatto che le economie europee hanno ampie capacità produttive eccedentarie. I redditi della stragrande maggioranza dei cittadini europei non sono però a un livello sufficiente ad attivare l'utilizzo normale delle industrie e dei servizi al consumo. Queste imprese investono poco e, se lo fanno, l'investimento é abbinato a piani di ristrutturazione e delocalizzazione. A loro volta le industrie di beni strumentali non ricevono - dalle aziende di beni di consumo - nuovi impulsi a produrre per via dell'eccesso di capacità.
In verità le aziende produttrici di macchinari potrebbero espandere gli investimenti indipendentemente dai settori dei beni di consumo, se vi fossero prolungate ondate di innovazioni tali da coinvolgere l'insieme dell'economia. Non é più così da decenni: su base decennale, il tasso di crescita dell'insieme dei paesi dell'Ocse é andato calando dal 1980, malgrado la rivoluzione nell'elettronica. Il Giappone, fulcro dell'innovazione mondiale, entrò in una stagnazione permanente proprio negli anni '90, quando l'elettronica s'involava, e da allora non é mai riuscito a liberarsi dall'eccesso di capacità produttiva. Le esportazioni lo hanno solo parzialmente aiutato, e in misura decresente, per giunta.
Per l'Unione Europea la strada delle esportazioni nette extraeuropee come mezzo per assorbire l'eccesso di capacità é virtualmente preclusa. Gli Usa non tirano e le loro importazioni provengono essenzialmente dall'Asia; mentre con Cina, Giappone e Corea, l'UE é grandemente deficitaria malgrado l'espansione del suo export verso Pechino.
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Tra Darwin e Chomsky
Il linguaggio sulla soglia tra umano e non umano
di Telmo Pievani
In un libro di Francesco Ferretti per Laterza, titolato «Perché non siamo speciali», l'ipotesi che il linguaggio si sia evoluto in stretta dipendenza dalla capacità della nostra specie di ancorarsi al mondo fisico e a quello sociale
Nei Taccuini della trasmutazione, i primi appunti di un giovane naturalista da poco rientrato da un viaggio di cinque anni attorno al mondo, Charles Darwin costruisce passo dopo passo l'impianto centrale della sua teoria alternando momenti di esaltazione e di sconforto. Nel luglio del 1838, quando ormai è quasi giunto alla formulazione dell'idea di selezione naturale, lo assale un dubbio pessimistico: «Forse non saremo mai capaci», scrive nel Taccuino C, «di ricostruire gli stadi attraverso i quali l'organizzazione dell'occhio, passando da uno stadio più semplice a uno più perfetto, conserva le proprie relazioni. Questa forse è la difficoltà più grande di tutta la mia teoria».
Il pericolo di cui Darwin si accorse fin dagli esordi consisteva nella possibile contraddizione fra due principi cardine della spiegazione evoluzionistica: se il cambiamento avviene gradualmente, senza soluzioni di continuità, e la selezione naturale ha bisogno di riconoscere, ad ogni stadio, un vantaggio adattativo per quanto infinitesimale, per svolgere quale funzione si sviluppano gli stadi incipienti di organi particolarmente complessi come un occhio o un'ala? Difficile immaginare che un abbozzo di ala possa servire per spiccare il volo...
Due ipotesi per un rompicapo
Il problema è che l'evoluzionista non può rinunciare né all'uno né all'altro dei principi di partenza: non può ipotizzare che l'occhio si sia formato tutto in un colpo, né che all'inizio la natura lo stesse plasmando finalisticamente «in vista» della sua utilità futura.
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Jean-Claude Michéa, “Il nostro comune nemico”
di Alessandro Visalli
Il libro di Jean-Claude Michéa è del 2017 e come corrisponde alle consuetudini dell’autore si compone di un breve testo in forma di intervista e di alcuni “scoli” che ritornano sui temi affrontati, approfondendoli in percorsi paralleli. Lo scopo del testo è sviluppare una serrata critica della confusione tra la logica del liberalismo, individualizzante e figlia di un universalismo astratto e razionalismo totalitario, e quella del socialismo, resistente alla riduzione dell’uomo a macchina di valorizzazione e desiderio subalterno e della comunità umana alla mera somma delle sue parti. Lo scopo è, in altre parole, aiutarci a “recuperare il tesoro della critica socialista originaria”. Ciò lavorando sia sulla tradizione che ci viene da Marx come da quella che scaturisce dalle altre fonti del pensiero socialista, come Proudhon, per il quale spende alcune belle pagine.
Ancorandosi alla lettura di Lohoff e Trenkle, e la loro “critica del valore”, Michéa sostiene che il problema di questa divergenza è molto profondo, che, cioè, c’è una coerenza radicale tra la società dei consumi, il modello umano che crea, e la spinta interna necessaria di ogni economia che sia liberale di orientarsi alla mera valorizzazione illimitata del capitale. L’estensione all’infinito del processo di valorizzazione del capitale determina necessariamente quello che Michéa chiama “il regno dell’assolutismo individuale” e quindi la perdita continua e progressiva di tutti valori tradizionali. Questi per l’autore sono organizzati da una logica di reciprocità che Mauss ha indentificato con il triplice legame del “dono”; una ‘istituzione totale’ che sta alla radice del legame sociale: un legame in cui l’attesa obbligante di restituire non soggiace ad una metrica astratta, quella del ‘valore’, ma fonda proprio nel legame che crea.
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Passato, presente e futuro dell’Europa
di Sergio Cesaratto
La situazione europea quale è venuta emergendo in queste settimane è preoccupante, non solo per la serietà della situazione, quanto per la cocciutaggine dei politici europei che l’han determinata, e della corte di economisti che l’appoggia, nel prescrivere ulteriori dosi di una medicina sbagliata. Gli economisti possono far poco, ma una denuncia intellettuale degli errori che si continuano a compiere sarebbe utile. E’ curioso come gli economisti americani praticamente di ogni orientamento siano consapevoli di dove giacciano i problemi europei, mentre solo il gruppo intellettuale che per comodità definiremo Harvard-Bocconi se ne distacca.
Il (recente) passato
Che l’Unione monetaria europea (UME) sia alla base dei presenti squilibri è assodato, persino negli studi ufficiali della Commissione Europea (Cesaratto 2010A).
Possiamo individuare due assi attorno ai quali tali squilibri si generano.
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L’Ucraina è in ginocchio e l’Europa alla canna del gas
Giorgio Monestarolo intervista il gen. Fabio Mini
La guerra in Ucraina continua senza che se ne veda la fine. Ma dal febbraio 2022, data di inizio di questa ultima cruenta fase, molto è cambiato, nei luoghi delle operazioni belliche e nello scenario internazionale. Ci sono, al riguardo, analisi critiche anche dall’interno delle forze armate impiegate nei combattimenti. In particolare negli Stati Uniti, ma non solo. Tra le altre spicca, in Italia, quella di Fabio Mini, generale di corpo d’armata a riposo, già capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003, comandante delle operazioni di pace a guida Nato in Kosovo, nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force). Mini interviene nel dibattito pubblico da vent’anni (è del 2003 il suo primo libro, La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, pubblicato da Einaudi) e collabora con varie testate, tra cui Limes, la Repubblica e il Fatto Quotidiano. Da ultimo ha pubblicato, per Paper First, Europa in guerra. Sulla situazione dell’Ucraina lo ha intervistato, per Volere la Luna, Giorgio Monestarolo.
* * * *
A un anno e mezzo dallo scoppio del conflitto in Ucraina, la guerra sembra essere contenuta a mezzi convenzionali. Secondo molti osservatori, significa che la “deterrenza” sta funzionando, cioè il timore di un conflitto nucleare sta effettivamente mantenendo la guerra entro una cornice gestibile. Nel suo libro, L’Europa in guerra, Lei ritiene invece che la deterrenza non funzioni e che il rischio di una escalation nucleare sia reale.
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L’eccezione esemplare: il caso italiano
nella crisi globale ed europea*
Riccardo Bellofiore**
Introduzione
In un intervento del 1973 dedicato a rintracciare le origini de il manifesto – il gruppo di comunisti eretici che per qualche anno seppe dar luogo ad una delle ‘rotture’ da sinistra più interessanti rispetto alla tradizione dei partiti comunisti di discendenza stalinista e leninista, che furono nella loro prima fase critici della stessa esperienza togliattiana – Lucio Magri risaliva sino ad Antonio Gramsci. Per il comunista sardo il capitalismo italiano era sì un capitalismo ‘straccione’, per molti versi arretrato produttivamente, ma questi limiti non derivavano affatto da una mancata rivoluzione borghese. Al contrario, l’Italia era il paese che aveva dato vita alla rivoluzione borghese, dove erano nate le banche e i primi centri del potere finanziario europeo. Ha patito però l’assenza del formarsi tempestivo di uno stato nazionale, un ritardo sul terreno dello sviluppo scientifico e tecnologico, la limitatezza del mercato interno, il procrastinato accumulo dei capitali, e il lento costituirsi di un autentico mercato della forzalavoro. Tutti fattori che hanno determinato il prevalere di aree di parassitismo e rendita.
Sono questi, osserva Magri, elementi che tornano nel capitalismo italiano successivo, quando esso finalmente decolla. Una eccezione, dunque, che si rivela però esemplare. Abbiamo infatti a che fare con caratteri che finiscono con il permeare di sé lo stesso capitalismo avanzato del Novecento.
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Dallo stato di diritto allo stato di sicurezza
di Giorgio Agamben
Secondo il filosofo italiano Giorgio Agamben, lo stato di emergenza non è uno scudo a difesa della democrazia. Al contrario, ha sempre annunciato le dittature
Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.
Bisogna prima di tutto smentire quel che dicono donne e uomini politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di emergenza sarebbe uno strumento a difesa della democrazia.
Gli storici sanno bene che è vero il contrario. Lo stato di emergenza è infatti il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si affermarono in Europa. Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, ad esempio, i governi socialdemocratici di Weimar avevano fatto un tale ricorso allo stato di emergenza (o stato di eccezione, come dicono i tedeschi) che è lecito dire che la Germania aveva smesso di essere una democrazia parlamentare già prima del 1933.
Il primo atto politico di Hitler, dopo la sua nomina, fu proclamare lo stato di emergenza, che da allora in poi non fu mai più revocato.
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Lo spauracchio del "rossobrunismo"
di Moreno Pasquinelli
Il quotidiano LA STAMPA, tra i diversi organi di regime, è quello che picchia più duro contro il Movimento 5 Stelle — le spocchiose élite torinesi non hanno ancora digerito l'espugnazione della loro roccaforte.
Un siluro è sparato anche nell'edizione del 6 dicembre, sia cartacea che elettronica. Il titolo è roboante: "Così Grillo spinge i 5 Stelle a destra". Citando presunte gole profonde si insinua che Beppe Grillo starebbe pensando ad un governo M5S-Lega-Forza Italia (embé?). In verità tutto dipana una deduzione: Grillo avrebbe scoperto che i nuovi poveri prodotti dalla crisi votano per le destre, vedi Brexit e Trump; dunque giusto allearsi con le destre. Al netto della fuffa scandalistica, siamo alle prese con la solita litania anti-populista. Tuttavia LA STAMPA è andata giù più pesante.
Prendendo spunto dal comizio conclusivo della campagna referendaria svolto da Beppe Grillo a Torino la sera del 2 dicembre, su LA STAMPA del 4 dicembre [Beppe Grillo e la mistica della sconfitta], tal Massimiliano Panarari, snocciola erudite quanto capziose considerazioni teoriche per poi sferrare il fendente: grillismo come rossobrunismo.
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La “riforma finale”
Militant
Quella a cui il Governo Monti si appresta a mettere mano sarà “la riforma finale” del sistema previdenziale. Proprio così, avete letto bene: la riforma finale. E il copyright della lugubre quanto appropriata definizione questa volta non è nostro, ma è del neoministro del lavoro Elsa Fornero (leggi).
Confessiamo che quando abbiamo letto quali fossero le intenzioni della “superesperta di pensioni” c’è corso più di un brivido lungo la schiena, e non solo per il fatto che in quello slogan ne riecheggiasse un altro ben più macabro e triste. La prendiamo un po’ da lontano promettendo però di arrivare velocemente al punto.
Marx sostiene che nella società dominata dal modo di produzione capitalistico la merce sia la forma elementare della ricchezza, e che ogni merce abbia al contempo un valore d’uso ed un valore di scambio. Il primo è intimamente connesso alla natura stessa della merce, al suo “corpo”, e dunque alla sua capacità di soddisfare un bisogno; sia esso materiale o spirituale, reale o immaginario. Il valore di scambio è invece la cristallizzazione di quella “sostanza sociale” che rende tutte le merci assimilabili e dunque scambiabili tra loro: il lavoro umano. Esso è dunque la misura del tempo di lavoro (generico ed astratto) socialmente necessario a produrre ogni merce. E tra queste, per quanto possa non piacerci, c’è anche il lavoro, o più correttamente, la forza lavorativa. La sola merce di cui dispongono e che dunque possono vendere milioni di proletari ed al tempo stesso l’unica merce in grado di generare, attraverso il suo consumo, più valore (di scambio) di quello necessario alla sua produzione.
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La nuova morfologia del lavoro e le sue principali tendenze
Informalità, infoproletariato, (im)materialità e valore
di Ricardo Antunes
1. Introduzione
L’ampio processo di ristrutturazione del capitale, scatenato su scala globale agli inizi degli anni Settanta, mostra chiaramente un significato multiforme, presentando tendenze di intellettualizzazione della forza lavoro, specialmente nelle cosiddette tecnologie dell’informazione e della comunicazione, e, su scala globale, accentuando i livelli di precarizzazione e informalità dei lavoratori e delle lavoratrici. La nostra ipotesi centrale è che, al contrario della retroazione o descompensazione della legge del valore, il mondo capitalista contemporaneo sta assistendo a un significativo ampliamento dei suoi meccanismi di funzionamento, in cui il ruolo svolto dal lavoro – o ciò che vado denominando nuova morfologia del lavoro – è emblematico.
Nell’era della finanziarizzazione e della mondializzazione, l’analisi del capitalismo ci obbliga a comprendere che le forme vigenti di valorizzazione del valore mantengono saldi nuovi meccanismi generatori di lavoro eccedente, attraverso i quali, nello stesso tempo, un’infinità di lavoratori vengono espulsi dalla produzione, diventando eccedenti, scartabili e disoccupati. E questo processo è molto ben funzionale per il capitale, perché permette l’ampliamento, su larga scala, della bolla di disoccupati. Questo riduce ancora di più, su scala globale, la remunerazione della forza lavoro, attraverso la retroazione salariale di quei salariati e salariate che si trovano occupati.
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L’algoritmo sovrano
Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico
di Renato Curcio
Incontro-dibattito sul libro L’algoritmo sovrano. Metamorfosi identita- rie e rischi totalitari nella società artificiale, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2018), presso il Csa Vittoria, Milano, 27 settembre 2018
Questo ultimo libro, L’algoritmo sovrano, riflette sui cambiamenti delle relazioni di potere che stiamo vivendo, in quella che è una grande trasformazione antropologica che riguarda non solo la rete, in quanto dimensione tecnologica, ma anche la formazione del sociale in cui siamo inseriti. Ci hanno abituati a immaginare le relazioni di potere, almeno nella loro forma più organizzata, con le analisi di Weber o Foucault, per non fare citazioni classiche del marxismo; questo significa che in epoca moderna abbiamo guardato il potere all’interno di un mondo che non c’è più, perché negli ultimi trent’anni, dal 1990/91, in questo mondo è entrato un nuovo continente: internet. È questo il primo punto su cui voglio suggerirvi uno sguardo. Dobbiamo cominciare a guardare internet in questo modo perché è un territorio che prima non c’era, e all’interno del quale si giocano ormai i destini dell’economia, della comunicazione, della politica, di fatto tutti i destini della vita delle persone che vivono nei continenti storici. Le relazioni faccia a faccia sono diventate paradossalmente secondarie rispetto alle relazioni alias-alias che caratterizzano la presenza nel continente di internet.
***
Internet nasce negli Stati Uniti per concorso di due forze, quella militare e quella scientifica, studi legati a università americane che avevano iniziato a immaginare una comunicazione tra computer, quindi la costruzione di una rete. Quando parliamo di ‘rete’ stiamo entrando progressivamente in un territorio molto materiale, perché la rete è una cosa materiale, che esiste, dentro la quale succedono delle cose, ma è un territorio molto diverso dalla rete delle relazioni: è una rete di connessioni, sono computer, macchine, che entrano in relazione.
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Gli indignati e il debito
Vladimiro Giacché
Domani, in Italia come in molti altri Paesi, si svolgeranno le manifestazioni degli Indignati. Si tratta di un movimento che sta assumendo dimensioni globali e che intende dar voce, come dicono i cartelli issati dai manifestanti a Wall Street, a quel 99% della popolazione che sta pagando una crisi che non ha provocato. È importante che le ragioni di questa protesta non siano inquinate e distorte da atti di violenza che servirebbero soltanto a screditare il movimento, offrendo un’ottima scusa a chi non vuole entrare nel merito dei suoi motivi. Che sono molti e molto seri.
A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia – con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” – di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti.
Infine, a turbare non i mercati ma gli Indignati, c’è il governo peggiore di sempre: che prima ha negato la crisi, poi ha accettato senza fiatare una modifica del patto di stabilità punitiva per l’Italia e infine ha costruito una manovra economica (anzi: quattro) da manuale quanto ad iniquità e inutilità.
“Noi il debito non lo paghiamo” è tra gli slogan di questa giornata in Italia. È condivisibile? Dipende. Se significa “ripudio del debito” è difficile essere d’accordo. Per almeno tre motivi:
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Quanto è abbastanza
Recensione del libro di R. ed E. Skidelsky
di Pierluigi Fagan
Questo è il titolo del libro uscito quest’anno ad opera di Robert ed Edward Skidelsky. Il primo, Robert, è un Lord britannico, professore emerito di economia, politicamente inquieto aderì ai laburisti, uscì per fondare il partito socialdemocratico, poi divenne conservatore ed infine membro del gruppo misto dei Cross Bencher. Il secondo, Edward è il figlio ed insegna filosofia. E’ autore di un rilevante studio su E. Cassirer. Skidelsky padre è meglio conosciuto come il più importate biografo ed esegeta di J. M. Keynes di cui curò una monumentale biografia in tre volumi e di cui esiste anche una utile riduzione (R. Skidelsky, Keynes, Bologna, Il Mulino, 1998).
Il principale merito del libro è portare un ulteriore contributo a quella posizione di pensiero che si muove in critica ed alternativa al pensiero economico dominante, in particolare per quanto attiene al dogma della crescita infinita. Dalla decrescita, all’economia della felicità, agli ecologisti, agli economisti dello stato stazionario, la pattuglia degli “obiettori della crescita”, include oggi anche un punto di vista keynesiano. E’ questo un segnale importante per il formarsi di una consistenza a favore di nuovi paradigmi ed è rilevante anche che questo contributo provenga dall’ambito anglosassone che è altresì l’Urheimat del dogma crescista, mercatista, liberale ed econocratico.
La tesi è doppiamente fondata. Da una parte sul concetto di “abbastanza”, cioè su una limitazione quantitativa che Skidelsky sr deriva da Keynes ed in particolare da un testo (da noi più volte citato) scritto nel 1931 “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (in J.M.Keynes, Sono un liberale? Milano, Adelphi, 2010, p. 233).
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Il diritto del lavoro torna al Medioevo
Umberto Romagnoli
L’articolo 8 sui “contratti di prossimità” legalizza un domestico dumping sociale perché moltiplica i particolarismi regolativi indipendentemente dai limiti fissati dalla contrattazione nazionale e dalla stessa legge. Una norma assolutamente da cancellare
Storicamente, le principali fonti regolative in materia sindacale e del lavoro sono il contratto collettivo e la legge. Ma non sono equi-ordinate. Anzi, l’omologazione del contratto collettivo alla legge è un privilegio oneroso, perché la concessione a privati di un potere para-legislativo presuppone che lo Stato ne abbia predeterminato condizioni e forme d’esercizio. Infatti, per quanto la coesistenza di contratti collettivi plurimi, nel senso di: stipulati da sindacati-associazioni in concorrenza tra loro e applicabili ai soli iscritti, sia un corollario del principio di libertà sindacale che intendevano riaffermare in polemica col regime fascista, i padri costituenti pensavano che il sindacato che contratta per i soli iscritti fosse figlio di un dio minore. Per questo non lo posero al centro del dibattito costituente: la loro preferenza andava al sindacato dei lavoratori in quanto tali.
Il sindacato degli iscritti entra in scena più tardi, una volta consumatasi la rottura della Cgil, ma resterà ai margini di un’esperienza virtuosamente segnata dall’unità d’azione, nonostante saltuari black-out. E questa è la prova migliore che la sindrome universalista del sindacato appartiene più alla storia che all’ideologia. “La bipolarità del sindacato come libero soggetto di autotutela in una sfera di diritto privato e, al tempo stesso, come soggetto di una funzione pubblica è presente nella stessa Costituzione”. Parola di padre costituente: parola di Vittorio Foa.
Viceversa, i sindacati del dopo-costituzione hanno imboccato risolutamente la strada della privatizzazione integrale ed hanno imparato a percorrerla con la perizia di un equilibrista sul filo. Un giorno, però, cedendo ad un rigurgito di pragmatismo permissivo completamente avulso dal disegno costituzionale, il Parlamento ha confezionato una nuova tipologia di contratti collettivi: i contratti “di prossimità”.
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L’economia sovietica: parabola di un capitalismo atipico
di Edoardo De Marchi
Presentazione
Come abbiamo scritto nel nostro primo editoriale, questo blog ospiterà e produrrà sia interventi sulla congiuntura politica, sia più ampie riflessioni sulla fase storica attuale, sia testi teorici di diversa lunghezza ma di apprezzabile densità. A quest’ultima categoria appartiene lo scritto che, estrapolandolo da un suo lavoro in progress, Edoardo De Marchi ha voluto predisporre proprio per Socialismo 2017. Si tratta di una interessante sintesi dell’intera esperienza economica sovietica, ispirata alle letture di Charles Bettelheim e Gianfranco la Grassa ma avente una propria autonoma direzione. Al di là degli accordi e dei dissensi, Socialismo 2017 sceglie o chiede testi che rimettano all’ordine del giorno la discussione sul socialismo e lo facciano con serietà teorica e culturale: si vedrà facilmente che il bel contributo di De Marchi corrisponde in pieno a questi requisiti.
EDOARDO DE MARCHI – Ha insegnato Storia nella secondaria superiore e discipline economiche presso l’Università di Venezia. Si è dedicato a studi relativi all’intreccio fra evoluzione dei paradigmi economici e trasformazioni del capitalismo, pubblicando vari testi su questi temi. Tra gli ultimi ricordiamo Verso un nuovo capitalismo , Unicopli 2007 (con G. La Grassa) e L’economia politica del capitalismo industriale, Unicopli 2011.
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Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi
di Slavoj Žižek
La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda. Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, nel 1813, si pensò a un caso sfortunato; quando perse nuovamente a Waterloo fu chiaro che il suo tempo era finito. Lo stesso vale per la crisi finanziaria in corso. Nel settembre del 2008 fu presentata da alcuni come un'anomalia che poteva essere corretta con nuove regolamentazioni ecc.; ora che si susseguono i segnali di un nuovo tracollo finanziario è evidente che abbiamo a che fare con un fenomeno strutturale.
Continuano a dirci che stiamo attraversando una crisi del debito e che dobbiamo portare tutti insieme questo peso e tirare la cinghia. Tutti insieme con l'eccezione dei (molto) ricchi: l'idea di tassarli di più è un tabù. Se lo facessimo, si dice, i ricchi non sarebbero incentivati a investire, verrebbero creati meno posti di lavoro e tutti noi ne subiremmo le conseguenze. L'unica possibilità di salvezza in questi tempi difficili è che i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Cosa resta da fare ai poveri? Cosa possono fare?
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Le pensioni fanno gola ai mercati
Ecco perché l’Europa chiede le riforme
di coniarerivolta
Nel dibattito politico recente si è parlato in lungo e in largo della famigerata Riforma previdenziale Monti-Fornero. Questo provvedimento, che ha avuto forti impatti restrittivi sui diritti pensionistici, è tuttavia soltanto il punto di arrivo di un processo di continue riforme in campo previdenziale avviato da ormai venticinque anni.
Avviato dal 1992 con la prima grande controriforma Amato, proseguito con la legge Dini nel 1995 e poi con successive riforme “minori”: Prodi (1997), Maroni (2004), Damiano (2007), Sacconi (2011) e infine la Fornero (2011-12), il groviglio di mutamenti legislativi ha seguito un iter coerente le cui direttrici fondamentali sono state almeno cinque:
- l’aumento dell’età pensionabile di vecchiaia, ovvero l’età minima per poter accedere alla pensione per motivi anagrafici;
- il progressivo aumento del numero di anni necessari per la pensione di anzianità, ovvero quella ottenibile in base al numero di anni lavorati, fino alla sua totale abolizione, avvenuta con la legge Fornero che l’ha sostituita con la pensione anticipata strutturata tuttavia come opzione penalizzante.
- il passaggio dal sistema retributivo, in cui la pensione è pagata in base al livello dei redditi ricevuti durante la vita lavorativa, a quello contributivo, nel quale la pensione è pagata in base ai contributi versati effettivamente all’INPS;
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Keynes, Hobson, Marx
Robert Skidelsky*
1.
Vorrei attirare l’attenzione su due tradizioni non keynesiane che possono gettare luce sulla crisi in corso: quelle che enfatizzano la disuguaglianza dei redditi e quelle che enfatizzano i rapporti di potere. Ovvero, Hobson e Marx.
Per Keynes erano fondamentali i concetti di incertezza e di equilibrio di sotto-occupazione. Da Hobson ricaviamo una comprensione di come la disuguaglianza dei redditi e della ricchezza possa rendere le crisi più probabili e la ripresa più difficile. Da Marx, una spiegazione del perché la disuguaglianza della ricchezza e dei redditi è inerente a un’economia capitalistica non regolata. Dobbiamo mettere insieme le tre spiegazioni per raggiungere una comprensione piena degli eventi nei quali ci troviamo a vivere.
Keynes inizia l’ultimo capitolo della sua Teoria Generale nel modo seguente: “i fallimenti più gravi della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di creare piena occupazione e la distribuzione dei redditi e della ricchezza arbitraria e iniqua” (Teoria Generale, p. 372).1
Nel modello keynesiano di breve periodo, la distribuzione del reddito non gioca un ruolo causale: Keynes prese la distribuzione come data.
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URSS, una storia che non possiamo rimuovere
di Fabio Ciabatti
Sviluppo e declino dell’economia sovietica, a cura della redazione di Countdown. Studi sulla crisi, Asterios 2018, pp. 365, € 29,75
Di fronte alla rapida dissoluzione dell’URSS, con il classico senno di poi, il senso comune liberale ha decretato che la crisi era inevitabile e iscritta sin dall’inizio nelle fondamenta di un sistema sostanzialmente contronatura. Questione chiusa. E con ciò si è preteso di chiudere anche ogni prospettiva di modifica radicale degli assetti politico-economici dominanti. Che ci piaccia o no il crollo dell’Unione Sovietica ha dato un contributo essenziale a consolidare la convinzione che “non c’è alternativa” al sistema capitalistico. Non è un caso che di fronte alla crisi iniziata nel 2008, la più grave dopo quella del ‘29, siano state proposte solo pallide repliche di un riformismo keynesiano. Per tornare a parlare in modo credibile di una ipotesi di trasformazione reale sarebbe stata necessaria un’elaborazione collettiva della vicenda storica dell’Unione Sovietica. La questione, invece, è stata sostanzialmente rimossa. Ci sono però delle lodevoli eccezioni tra cui la redazione di Countdown che ha curato la raccolta di saggi dal titolo Sviluppo e declino dell’economia sovietica.
I curatori del volume hanno un consolidato gusto per la provocazione nei confronti delle più radicate convinzioni della sinistra. Cosa che traspare dal giudizio che viene dato dei soviet nell’articolo di Paolo Giussani: “Strumenti di lotta e sistemi di riferimento per la massa dei lavoratori, erano del tutto estranei al funzionamento dell’economia” e dunque non potevano essere altro che organismi adatti a un “rivoluzionamento politico”.1 La presa del potere da parte di un governo rivoluzionario è però soltanto la premessa per la gestione associata dei produttori dell’apparato produttivo e distributivo. Per raggiungere questo scopo occorrono forme politiche adeguate che dovrebbero essere elaborate, almeno in parte, nel corso della presa del potere politico.
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«Salva Italia»? Salvabanche
Leonardo Mazzei
L'omino della Trilateral lo ha implorato: lo si deve chiamare «Salva Italia». Ma il suo decreto passerà alla storia più prosaicamente come «Salvabanche». Per uno che è stato messo lì proprio per questo non è poi così disdicevole. Che poi le salvi veramente è tutto da vedere, diciamo che si sta impegnando. Tuttavia è questa la sostanza che va afferrata. Il decreto della domenica sera non salverà né l'Italia, né l'euro, tanto meno le condizioni di vita degli italiani. Di certo non quelle del popolo lavoratore. Cercherà invece di dissetare i vampiri della City e di Wall Street, i sadici banchieri di Francoforte, i quasi coniugi Merkozy. E darà un po' di respiro, non sappiamo per quanto, alle grandi banche del Belpaese, più o meno tutte con l'acqua alla gola, a partire da quella Banca Intesa che ha «prestato» al governo il signor Passera e la signora Fornero. A proposito del famoso conflitto d'interessi tanto evocato, ma oggi dimenticato, dagli antiberlusconiani alla Scalfari...
Da domenica sera anche i più duri di comprendonio dovrebbero avere inteso alcune cosette. Primo, che il governo Monti è il governo più classista ed antipopolare della storia repubblicana. Secondo, che la sbandierata «equità» altro non era che una scadente mercanzia propagandistica ad uso dei gonzi. Terzo, che il massacro sociale iniziato con le manovre d'estate ha compiuto un decisivo salto di qualità. Quarto, che il disastro che si dice di voler evitare è in realtà già iniziato.
La luna di miele del commissario Monti volge già al termine. Le sue carte sono ormai scoperte, ma questo non vuol dire che la stagione degli inganni sia finita. Anzi, il dibattito parlamentare alle porte ce ne offrirà un campionario vasto quanto non appassionante.
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La libertà operaista
di Gigi Roggero
"Guardi, ha sbagliato piano", rispondeva all'inizio degli anni '90 Romano Alquati a una studentessa di sinistra che voleva fare una tesi sugli operai. "Qua siamo a scienze politiche. Se vuole fare una tesi sugli operai dovrebbe andare al secondo piano. Archeologia". Proprio come la "rude razza pagana", Romano non aveva dei e rifiutava i miti. Il culto del passato, poi, è una cosa davvero miserabile. Quando era arrivato a Torino, nel 1960, dopo essere cresciuto a Cremona e aver vissuto a Milano nella comune di via Sirtori (vera e propria fucina culturale e intellettuale degli anni cinquanta e sessanta, luogo di incontro di fenomenologia e marxismo, crocevia internazionale di rivoluzionari e filosofi), Romano - così come quella generazione politicamente e umanamente eccezionale che darà vita all'operaismo - non era alla ricerca di un soggetto disincarnato e metafisico, eroico custode dell'interesse generale. "C'è stato e c'è ancora fra l'altro l'operaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), l'operaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai come una ‘quota debole' della popolazione, e quindi bisognosa d'aiuto; questi operaisti amavano gli operai, l'operaità stessa. Gli operaisti ‘politici' al contrario s'interessavano ai proletari operai perché, contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza".
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La storia è finita, andate in pace
Cronaca delle "eminenze grigie" che hanno scioccato il mondo
A.D.G.
<< La democrazia liberale costituisce il punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità e la definitiva forma di governo tra gli uomini. La sua affermazione costituisce in un certo senso la fine della storia >>
Queste sono le parole del professor Francis Fukuyama, contenute nel suo libro del 1992 “La fine della storia”. Secondo Fukuyama, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, la storia è finita, poiché in tutto il mondo si è affermato il miglior modello di società, e cioè quello liberalcapitalistico. Dopo lo scontro della “guerra fredda”, il confronto internazionale in questo nuovo mondo, avverrà sui campi di battaglia del mercato e della competitività economica, secondo i “prosperi” principi del liberalismo. Questo è il modello di società illustratoci da Fukuyama, ma per capire come si è arrivati alla cosiddetta “fine della storia”, bisognerebbe partire da molto lontano, e precisamente dagli anni ’20 del ‘900.[1]
E’ il 1929, anno della grave crisi economica che colpì tutto il mondo. La fiducia nel “liberoscambismo” che aveva contraddistinto tutta l’economia degli inizi del ‘900, deflagrò sotto i colpi della “grande depressione”. Come rimedio a questa crisi, nel 1933, il Presidente degli Stati Uniti Roosvelt varò il New Deal, e cioè il “nuovo corso”; con questa misura lo Stato si impegnava in prima linea nei settori strategici dell’economia, al fine di incentivare la crescita e la ripresa.
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Il ruolo dell'imperialismo italiano
di Giuliano Cappellini
Premessa
L’imperialismo è un sistema di conservazione sociale sia nei paesi che controlla, sfrutta e ai quali impedisce lo sviluppo, sia in casa propria perché lo sfruttamento di quei paesi serve a conservare quegli equilibri sociali interni che consentono alle classi dominanti di rafforzare le proprie posizioni. Limita perciò lo sviluppo economico e sociale anche nelle metropoli imperialiste.
Non è difficile verificare nella storia d’Italia la relazione complementare tra lo sviluppo socio-economico e l’influenza dell’imperialismo nazionale sulla politica del paese: dove aumenta l’uno diminuisce l’altro e viceversa. Il libro “In ricchezza ed in povertà”1 di Giuseppe Vecchi, professore di Economia Politica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, è un importante lavoro di ricostruzione scientifica e di divulgazione che ci consente ora di disporre delle serie storiche italiane, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, che mostrano i tanti aspetti in cui si esprime lo sviluppo di una società. Specialmente (ma non solo) le serie del reddito e della sua distribuzione suggeriscono una divisione della storia italiana in pochi grandi periodi in cui si rilevano dinamiche più o meno uniformi e diverse da quelle degli altri periodi. Tale periodizzazione ci consente perciò di comprendere le caratteristiche di fondo della politica italiana diverse anch’esse tra periodo e periodo, e l’influenza che su questa ha avuto l’imperialismo “made in Italy”.
Nel grafico seguente2 , della serie del Pil per abitante,
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