Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 6563
Di seguito due interventi di Stefano G. Azzarà e del collettivo Antiper sul "dialogo socratico" tra Diego Fusaro e CasaPound
Sul "dialogo socratico" con CasaPound
di Stefano G. Azzarà
Sono stato invitato a partecipare assieme a Diego Fusaro a un dibattito su Marx a CasaPound. Ecco la mia risposta.
... Come forse sapete, ho tradotto e commentato Das Recht der juengen Voelker di Arthur Moeller van den Bruck. Sto per pubblicare un libro su Nietzsche dal radicalismo aristocratico alla rivoluzione conservatrice che traduce 4 saggi di Moeller su Nietzsche. Ho scritto su Juenger e il socialismo nazionale. Sto lavorando a un libro su Heidegger e la "rivoluzione" nazista. Ho frequenti contatti con Marco Tarchi, che ho difeso pubblicamente piu volte, attirandomi in passato la reazione di molti miei compagni idioti. Anche sul piano biografico, nel 1991 io e i miei compagni occupammo la facoltà di lettere dell'università di Messina assieme a un gruppo di filiazione ordinovista - assumendocene i rischi e mettendo in conto che ci saremmo presto scannati, come puntualmente avvenne -, perche' altrimenti nessuno ne avrebbe avuto la forza. Inoltre sono allievo di Domenico Losurdo, che più volte ha parlato insieme a Ernst Nolte, ha difeso Garaudy, ha criticato tutte le proposte di legge contro il cosiddetto negazionismo.
Insomma non mi scandalizza affatto parlare con i fascisti.
E però conosco molto bene la storia di questi confronti e di tutti i tentativi di elaborare una "terza posizione" andando oltre destra e sinistra. Proprio la rivoluzione conservatrice weimariana, che e' tra i miei principali oggetti di studio, ne è il prototipo.
- Details
- Hits: 6560
L’aporia del debito pubblico: Keynesiani vs Classici
di Gaetano Perone
L’intera architettura dell’Unione Europea poggia le sue basi sull’apodittico assunto che il debito pubblico rappresenti un vincolo insostenibile per la crescita di lungo periodo, nonché un grave ostacolo a una corretta e completa integrazione economica fra i Paesi. Si tratta chiaramente di un modello di stampo ortodosso, che dimentica l’essenza stessa del capitalismo, ossia la possibilità/opportunità di prendere denaro a prestito e di contrarre debiti/crediti.
Da qui l’idea che lo Stato sia assimilabile al buon pater familias e che il consolidamento delle finanze pubbliche rappresenti l’unico viatico possibile per rilanciare consumi e investimenti. Un paradigma antitetico a quello proposto da Keynes (1936), che vedeva nella spesa di matrice statale uno strumento di perequazione e di composizione dei fallimenti privati, nonché una leva fondamentale per azionare una crescita sostenibile e bilanciata.
Secondo l’approccio classico mainstream, dato che la crisi sarebbe da ascriversi principalmente a un eccesso sistematico di spesa pubblica, che avrebbe favorito in sequenza, prima l’accumulazione e poi l’implosione dei debiti pubblici, sarebbe necessario – per riattivare il sistema – tagliare drasticamente la spesa di matrice nazionale (Reinhart e Rogoff 2013).
Tuttavia, il rapporto di causazione non sembra reggere alla prova dei fatti, né a quella empirica. Innanzitutto, come dichiarato apertamente dallo stesso vicepresidente della commissione UE, Victor Constâncio (2012), il debito pubblico è semmai l’effetto, non la causa della crisi.
- Details
- Hits: 6550

Stagnazione secolare o caduta tendenziale del saggio di profitto
di Vladimiro Giacchè
1. Il ritorno dello “stato stazionario”: la “stagnazione secolare”
La teoria economica ha recentemente riscoperto il concetto di «stato stazionario». È accaduto nel novembre 2013, allorché l’economista statunitense Laurence Summers ha parlato di «stagnazione secolare» (secular stagnation) in un discorso al Fondo Monetario Internazionale, per tornare sul tema pochi mesi dopo, nel febbraio del 2014, davanti agli economisti d’impresa statunitensi. In verità non si tratta di una teoria originale, ma di un revival: perché di «stagnazione secolare» aveva parlato nel 1938 l’economista Alvin Hansen rivolgendosi al presidente degli Stati Uniti1 .
Dopo Summers, l’idea è stata ripresa da altri economisti ed è attualmente al centro di un vivace dibattito, il cui contesto è stato così sintetizzato:
«Sei anni sono passati dallo scoppio della Crisi Globale e la ripresa non è ancora soddisfacente. I livelli di prodotto interno lordo sono stati superati, ma poche economie avanzate sono tornate ai tassi di crescita pre-crisi nonostante anni di tassi d’interesse praticamente a zero. Inoltre, cosa preoccupante, la crescita recente ha un vago sentore di nuove bolle finanziarie. La lunga durata della Grande Recessione, e le misure straordinarie necessarie per combatterla, hanno originato una diffusa sensazione, non meglio definita, che qualcosa sia cambiato. A questa sensazione ha dato un nome a fine 2013 Laurence Summers, reintroducendo il concetto di ‘stagnazione secolare’»2 .
- Details
- Hits: 6550
Il Picco del sapere?
di Jacopo Simonetta
“L’entropia è il prezzo della struttura”, questa famosa frase di Ilya Prigogine schiude come un vaso di Pandora l’origine di gran parte dei mali che si stanno abbattendo su di un’umanità che credeva di aver oramai acquisito il controllo del Pianeta.
Perché? Perché tutte le grandi conquiste di cui andiamo (in molti casi giustamente) orgogliosi sono il prodotto di processi fisici: abbiamo dissipato dell’energia per ottenere un incremento del nostro capitale complessivo. Che si tratti del numero di persone (popolazione), di infrastrutture ed oggetti materiali di ogni genere (capitale materiale), di denaro (capitale finanziario) di conoscenze (capitale culturale) e quant'altro, la fisica del sistema non cambia: si dissipa energia per aumentare la quantità di informazione contenuta in una parte del meta-sistema, scaricando l’entropia corrispondente su altri sotto sistemi. Da quando Claude. Shannon dimostrò la corrispondenza inversa fra informazione ed entropia, sappiamo che qualcuno o qualcosa deve pagare affinché qualcun altro possa acquisire conoscenze supplementari, così come qualcuno o qualcosa deve pagare perché altri possano realizzare strumenti, case, oggetti e quant'altro.
- Details
- Hits: 6549

Se il femminismo è un brand*
di Cristina Morini
Far nuovamente detonare la radicalità del pensiero e dell’agire delle donne è un compito arduo. Il femminismo ha segnato diverse generazioni in modo vivace e vitale. Ma adesso? Ha perso la forza rivoluzionaria delle origini? Di certo non gli è stato risparmiato lo strazio che è capitato ad altri ambiti (dal sindacato ai partiti politici fino ai movimenti). Il periodo attuale, con una povertà imbarazzante di argomenti ma con profonda e sottile violenza, non fa che alimentare la spirale del silenzio attraverso il potere di persuasione e di repressione dei propri complessi dispositivi di comando. Precarietà, pubblicità, giornali, televisioni, opinionisti, mercati finanziari (ed entità “metafisiche” correlate): tutto è predisposto per omologare e comprare, incanalando verso un solco prestabilito ogni dinamica conflittuale, ogni pulsione dell’anima, piegandone il verso nel senso della compatibilità, della razionalità, della misurabilità, della “normalità”. Tuttavia l’essere umano - la donna come l’uomo - non può mai avere una sola dimensione. C’è sempre un che d’insopprimibile, qualcosa che manca nel conto, che sfugge, fortunosamente, a ogni previsione.
Il libro di Nina Power, La donna a una dimensione ci dice questo in sole, densissime, 90 pagine e noi facciamo sfacciatamente il tifo per lei. Tradotto recentemente in Italia dopo la sua pubblicazione in Gran Bretagna nel 2009 [One Dimensional Woman, Zero Books], è un libro per il nuovo femminismo, fuori da ogni retorica, fuori da ogni tentazione nostalgica e identitaria. Guarda con acuto e a tratti - per chi legge - doloroso disincanto ai processi di manipolazione a cui le donne sono oggi sottoposte. L’ironia tagliente a cui l’autrice ricorre non è solo un tratto dello stile ma una probabile soluzione per prendere distanza dai nuovi mostri che ci assediano (finanza e protesi, pratica del cutting e “masturbazione come precondizione alla shopping”).
- Details
- Hits: 6546

Uscire o non uscire dall’euro?
di Michel Husson
È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.
Nel frutto c’era il verme. Voler costruire uno spazio economico con una moneta unica ma senza bilancio era un progetto incoerente. Un’unione monetaria monca si trasforma allora in una macchina per fabbricare eterogeneità e divaricazione. I paesi con inflazione più elevata della media perdono competitività, sono stimolati a basare la propria crescita sul sovraindebitamento.
Retrospettivamente, la scelta dell’euro non aveva del resto una giustificazione evidente rispetto a un sistema di moneta comune, con un euro convertibile nei rapporti con il resto del mondo e monete riadeguabili all’interno. L’euro, in realtà, era concepito come uno strumento di disciplina di bilancio e, soprattutto, salariale. Ricorrere all’inflazione non era possibile, per cui il salario diventava la sola variabile adeguabile.
Ad ogni modo, il sistema ha, bene o male, funzionato grazie al sovra indebitamento e, perlomeno nel primo periodo, al calo dell’euro rispetto al dollaro. Questi espedienti, però, erano destinati a esaurirsi e allora le cose hanno cominciato a guastarsi, con la politica tedesca di deflazione salariale che ha portato la Germania ad aumentare le sue quote di mercato, per il grosso all’interno dell’eurozona.
- Details
- Hits: 6542

Alle origini dell’ Unione Europea: Richard N. Coudenhove-Kalergi
di Gerardo Lisco
A leggere Kalergi, nello specifico il saggio “L' idealismo pratico”, nella speranza che la traduzione renda fedelmente il suo pensiero, ho la conferma di quanto talune teorie siano fondate sul nulla, soprattutto quando la lettura di un saggio sostanzialmente mediocre come quello appunto di Kalergi viene preso a riferimento per sostenere complotti da affezionati seguaci del Furher e del Duce. Il saggio di Kalergi sul piano della elaborazione teorica, come dicevo, è piuttosto mediocre, è da ascrivere alla vasta letteratura che in diversi contesti ha provato a delineare le tendenze future circa gli sviluppi dell’Umanità. Per Kalergi << La campagna e la città sono i due poli dell’esistenza umana. (…) L’uomo rustico e l’uomo urbano costituiscono antipodi psicologici (…)>>. Le due categorie di Uomo sono rintracciabili in qualsiasi contesto storico: dall’antichità fino all’età moderna. <<L’apogeo dell’uomo rustico è il nobile proprietario terriero, lo Junker, l’apogeo dell’uomo urbano è l’intellettuale, il Letterato>>. L’umanità rustica rappresenta la conservazione, la consanguineità, quindi la tradizione; l’umanità urbana è il prodotto di incroci e mescolamento tra appartenenti a gruppi sociali ed etnie diverse. Per Kalergi, << Nelle grandi città s’incontrano i popoli, le razze, le posizioni sociali. Come regola generale l’uomo urbano costituisce il tipico esempio di un meticciato degli elementi sociali e nazionali tra i più diversi. In lui si avvicendano senza elidersi le singolarità, i giudizi, le inibizioni, le tendenze di volontà e le visioni del mondo contraddittorie dei suoi genitori e dei suoi nonni, o almeno si indeboliscono tra loro (…) L’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno vittime del più grande superamento dello spazio, del tempo e dei pregiudizi. La razza del futuro, negroide ed eurasiatica, simile nell’aspetto a quella dell’Antico Egitto, è destinata a sostituire la molteplicità dei popoli con una molteplicità di personalità peculiari (…)>>.
- Details
- Hits: 6541
La società dello spettacolo di Guy Debord e la critica rivoluzionaria
Nel 20° della morte (30 novembre 1994)
di Michele Nobile
L’inattualità della Società dello spettacolo, nel mondo falso in cui è verificata
A rileggerla oggi, vien da pensare che la Società dello spettacolo di Guy Debord sia di straordinaria inattualità: ma proprio perché, da quel lontano 1967, il processo storico di spettacolarizzazione della società è ora giunto a compimento.
Nel discorso contemporaneo i termini spettacolo e spettacolarizzazione ricorrono frequentemente: ad esempio, non sono rare espressioni come politica-spettacolo e spettacolarizzazione della politica; il termine americanizzazione li implica entrambi, essendo erroneamente considerati gli Stati Uniti come patria dello spettacolo (come si vedrà, invece, i partiti operai europei hanno svolto un ruolo di primo piano nella formazione della società dello spettacolo); è una banalità sottolineare l’importanza, ai fini del successo, dell’immagine degli individui, sia comuni spettatori che pubblici attori. Ed è un fatto che, quale sia il campo nel quale sono state fatte emergere, le vedette dello spettacolo possono trascorrere tranquillamente dal commento sportivo alla discussione di bioetica, dalla dietetica alla politica internazionale. Altamente spettacolari sono le grandi mostre itineranti, che rappresentano l’imbalsamazione commerciale dell’arte, e massimamente spettacolare fu l’attacco terroristico alle torri gemelle: a dimostrare che perfino i nostalgici dell’Umma medievale hanno fatto propria la spettacolarità quale dimensione essenziale della politica postmoderna e postdemocratica. Logica postmodernista nell’uso dei mezzi comunicativi - e distruttivi - e neomedievalismo integralista possono fondersi nell’azione e nella falsa coscienza spettacolare. La società dell’immagine e degli eventi spettacolari è messa in scena da un insieme di apparati vastissimo e diversificato.
- Details
- Hits: 6536

Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sul debito pubblico italiano
di Thomas Fazi
Qualche giorno fa, Carlo Cottarelli, ex direttore del dipartimento delle politiche fiscali del Fondo monetario internazionale (FMI) – e l’uomo scelto dal governo italiano per redigere l’ennesima spending review della spesa pubblica italiana – ha annunciato un ambizioso piano di tagli per il periodo 2014-6: la cifra ancora non è chiara, ma si va dai 10 ai 32 miliardi (pari all’incirca al 2% del PIL) in tre anni, il che triplicherebbe gli obiettivi di risparmio delineati nella Legge di Stabilità. Il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni ha parlato di «una piena condivisione del piano di lavoro» preparato dal commissario, anche in considerazione del fatto che è «cruciale» tagliare la spesa pubblica, tanto che la revisione della spesa è «un elemento cardine della politica economica del governo».
Non è ancora chiaro dove e come saranno effettuati i tagli. Come sempre in questi casi, Cottarelli si è affrettato a dire che intende colpire principalmente gli «sprechi» e le «inefficienze» dell’amministrazione pubblica (un argomento molto caro agli italiani, che pare non si stanchino mai di sentirlo) e che non ci saranno tagli lineari alla spesa. Ma il sospetto che non sia esattamente così, alla luce della storia recente (vedi la spending review dell’anno scorso), è lecito. E difatti, lo stesso giorno, il governo ha ammesso che intanto intende recuperare 2-3 miliardi di euro «immediatamente», a partire dalla sanità: la previsione è arrivare a 1-1,5 miliardi di tagli nel 2014, tanto per cominciare. Entro fine anno, poi, dovrebbe arrivare anche il piano sulle dismissioni-privatizzazioni del patrimonio pubblico, che a quanto pare interesserà non solo gli immobili ma anche le partecipazioni azionarie. L’obiettivo della manovra, dice Cottarelli, è duplice: ridurre le imposte sul lavoro e ridurre il debito pubblico.
- Details
- Hits: 6528

Egemonia del capitale e unità della sinistra
di Alberto Burgio
L’ubiquità dell’egemonia
Se la matrice gramsciana del concetto di egemonia è universalmente nota, meno diffusa è la consapevolezza della sua complessità. Questa idea suole essere ricondotta (e ridotta) a una (o a talune) delle sue molteplici accezioni: il più delle volte alla dimensione culturale (dove «egemonia» è sinonimo di influenza ideologica e di capacità di orientamento o di manipolazione); talora alla sua dimensione immediatamente politica (secondo l’accezione leniniana e terzinternazionalista – relativa al tema delle alleanze tra le classi – che connota la prima comparsa del termine nelle pagine del carcere1 e la sua stessa irruzione nel lessico gramsciano degli anni Venti, tra le Tesi di Lione e gli appunti sulla Quistione meridionale). Egemonia come «direzione intellettuale e morale» della società, dunque; quindi come traduzione «in atto» della filosofia (della cultura, delle idee), secondo quanto Gramsci scrive reinterpretando la rivoluzione d’Ottobre come «teorizzazione e realizzazione dell’egemonia» da parte di Lenin, e in questa misura come un grande avvenimento dotato «anche» di valore «metafisico»2.
In effetti, stando alle pagine più classiche dei Quaderni nelle quali si tratta dell’egemonia, questi si direbbero gli unici significati del termine.
- Details
- Hits: 6526

Quali sono le prospettive? Violenza o non-violenza? Indignazione o rivolta?*
H.S.
Per quasi un anno ormai, una serie di eventi in un mondo dominato dal capitale stanno causando timori e speranze.
Le paure si materializzano, ormai tre anni, nell’impossibilità per il capitale di risolvere la sua crisi economica e finanziaria. Questo è l'oggetto di molti commenti e previsioni, compreso il nostro. Questi commenti raramente affrontano il problema centrale: come mantenere il tasso di profitto, elemento centrale del funzionamento del sistema capitalista (1)?
"Paure" non è veramente la parola giusta, perché se nel breve periodo, non c'è alcun dubbio che la massa degli sfruttati e degli esclusi sopporta già e dovrà sopportare ancora di più il peso dei tentativi di salvataggio del sistema, in sintesi accrescere lo sfruttamento del lavoro riducendo i salari, la resistenze, le lotte, e le problematiche intrinseche al sistema possono dare la speranza, a un termine più o meno lungo, che il sistema crollerà. Senza sapere quali scontri e catastrofi accompagneranno questa caduta (2).
Le ragioni per sperare questa fine possono essere viste nell’apparizione, sicuramente timida ma comunque significativa, quasi contemporaneamente per un intero anno, di lotte in vari settori. Alcuni sono una ripetizione di lotte precedenti, altri hanno caratteristiche che abbiamo visto altre volte, molto occasionalmente, già riconosciute, ma con una nuova dimensione nel numero e nel tempo.
- Details
- Hits: 6524
Benjamin e il capitalismo
Giorgio Agamben
1. Vi sono segni dei tempi (Mt.16, 2-4) che, pur evidenti, gli uomini, che scrutano i segni nei cieli, non riescono a percepire. Essi si cristallizzano in eventi che annunciano e definiscono l’epoca che viene, eventi che possono passare inosservati e non alterare in nulla o quasi la realtà a cui si aggiungono e che, tuttavia, proprio per questo valgono come segni, come indici storici, semeia ton kairon. Uno di questi eventi ebbe luogo il 15 agosto del 1971, quando il governo americano, sotto la presidenza di Richard Nixon, dichiarò che la convertibilità del dollaro in oro era sospesa. Benché questa dichiarazione segnasse di fatto la fine di un sistema che aveva vincolato a lungo il valore della moneta a una base aurea, la notizia, giunta nel pieno delle vacanze estive, suscitò meno discussioni di quanto fosse legittimo aspettarsi. Eppure, a partire da quel momento, l’iscrizione che tuttora si legge su molte banconote (per esempio sulla sterlina e sulla rupia, ma non sull’euro): “Prometto di pagare al portatore la somma di …” controfirmata dal governatore della banca centrale, aveva definitivamente perduto il suo senso. Questa frase significava ora che, in cambio di quel biglietto, la banca centrale avrebbe fornito a chi ne avesse fatto richiesta (ammesso che qualcuno fosse stato così sciocco da richiederlo) non una certa quantità di oro (per il dollaro, un trentacinquesimo di un’oncia), ma un biglietto esattamente uguale. Il denaro si era svuotato di ogni valore che non fosse puramente autoreferenziale. Tanto più stupefacente la facilità con cui il gesto del sovrano americano, che equivaleva ad annullare il patrimonio aureo dei possessori di denaro, fu accettato. E, se, come è stato suggerito, l’esercizio della sovranità monetaria da parte di uno Stato consiste nella sua capacità di indurre gli attori del mercato a impiegare i suoi debiti come moneta, ora anche quel debito aveva perduto ogni consistenza reale, era divenuto puramente cartaceo.
Il processo di smaterializzazione della moneta era cominciato molti secoli prima, quando le esigenze del mercato indussero ad affiancare alla moneta metallica, necessariamente scarsa e ingombrante, lettere di cambio, banconote, juros, goldschmith’s notes, eccetera.
- Details
- Hits: 6517

Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano*
Cristina Corradi
Neomarxismo, pensiero operaio, insubordinazione sociale: tre distinti paradigmi dell’operaismo italiano
L’operaismo è una corrente del marxismo italiano che nasce in risposta alla crisi interna e internazionale del movimento operaio esplosa nel ’56. Raniero Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri sono i teorici più noti della corrente che, formatasi negli anni Sessanta intorno alle riviste “Quaderni rossi” e “Classe operaia”, contribuisce in misura rilevante alla formazione di una nuova sinistra, protagonista della lunga stagione di lotte operaie e studentesche che si susseguono dal secondo biennio rosso ’68-’69 al movimento del ’77 1. L’analisi della composizione di classe, l’uso dell’inchiesta operaia e della conricerca come strumenti di lavoro politico, la lettura della critica dell’economia politica come scienza dell’antagonismo di classe, una storiografia innovativa delle lotte operaie sono considerati i suoi contributi più significativi2
Interpretato unitariamente come tentativo di riattivare una strategia rivoluzionaria nell’Europa occidentale, come ricerca di un’alternativa al socialismo di Stato sovietico e alla via italiana al socialismo, l’operaismo costituisce un capitolo della storia del marxismo europeo che, dopo la stagione creativa degli anni Venti, vive negli anni Sessanta una ripresa teorica al di fuori delle politiche culturali di partito3 . Nel quadro della storia nazionale, l’operaismo è un episodio della ricerca di un rapporto diretto tra intellettuali e classe operaia e rappresenta il fenomeno di rottura più vistoso con la politica culturale del Partito Comunista Italiano che fa perno sul nazional-popolare e sulla linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci e adotta una problematica democratica, antifascista e populista in luogo di una problematica socialista, marxista e operaia. Lo storicismo umanistico e progressista del partito di Togliatti, estraneo alla critica marxiana dell’economia politica e diffidente nei confronti delle più vivaci correnti del marxismo europeo, è solidale con un orientamento politico moderato che si giustifica con la storica arretratezza italiana e la conseguente necessità di completare la rivoluzione democratica.
- Details
- Hits: 6510
Gramsci e la rivoluzione d'ottobre*
di Guido Liguori
Il saggio di Guido Liguori che pubblichiamo è tratto dall’ultimo numero della rivista Critica Marxista. Chi desideri acquistare la rivista o abbonarsi, può chiedere informazioni alle Edizioni Ediesse (06.44870283, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.)
La peculiare formazione di Gramsci gli fece scorgere nelle due rivoluzioni russe del 1917 l’inveramento delle sue concezioni soggettivistiche.
La successiva comprensione della differenza tra “Oriente” e “Occidente” lo portò a una rivoluzione del concetto di rivoluzione, senza fargli rinnegare l’importanza storica dell’Ottobre né la solidarietà di fondo con il primo Stato socialista della storia.
A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e a ottant’anni dalla morte di Gramsci non è inutile tornare sulla lettura che nel 1917 l’allora ventiseienne socialista sardo diede dei fatti di Russia e anche su cosa poi rimase di tale interpretazione nel suo bagaglio teorico-politico più maturo. La rivoluzione guidata da Lenin, infatti, costituì per il giovane sardo trapiantato a Torino un punto di svolta politico, teorico ed esistenziale a partire dal quale iniziò la maturazione del suo pensiero e la sua vicenda di comunista. Per comprendere come Gramsci si rapportò alla Rivoluzione d’Ottobre occorre dunque partire in primo luogo dalla consapevolezza che Gramsci fu sempre, dagli anni torinesi alle opere del carcere, non solo un teorico della rivoluzione, ma un rivoluzionario.
È quanto ebbe a sottolineare Palmiro Togliatti, nell’ambito del primo dei convegni decennali dedicati al pensiero di Gramsci, che ebbe luogo a Roma nel gennaio 1958, affermando: «G. fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente [...]. Nella politica è da ricercarsi la unità della vita di A.G.: il punto di partenza e il punto di arrivo»1.
- Details
- Hits: 6507

Ripensare marx oltre la destra e la sinistra
Intervista con il Prof. COSTANZO PREVE a cura di LUIGI TEDESCHI
1) La conflittualità con il capitalismo è il tema dominante che rappresenta l’origine e la ragion d’essere della sinistra. Evocare la sinistra significa, sia storicamente che psicologicamente riferirsi ad un complesso di culture ed ideologie che si contrappongono ad uno stato di rapporti economici e politici prestabiliti nella società capitalista. la sinistra è nata storicamente a seguito delle contraddizioni interne del capitalismo, in tema di eguaglianza sociale, produzione e redistribuzione della ricchezza, stratificazione della società in classi. Le crisi ricorrenti del capitalismo hanno posto storicamente in risalto il ruolo critico e antagonista della sinistra, in funzione di una alternativa che prefigurasse l’avvento di una nuova società che sostituisse a quella capitalista. Il fondamento economicista della società capitalista avrebbe quindi dovuto essere rovesciato in senso rivoluzionario con la creazione di una società socialista prima e comunista poi. Il fenomeno rivoluzionario comunista si rivelò, oltre che illusorio, un clamoroso fallimento. L’economia del socialismo reale non seppe competere con quella capitalista, né, tantomeno, fu in grado di sostituirsi ad essa. Il socialismo reale, anzi, nell’intento di emulare e superare il capitalismo fordista, ne esasperò gli aspetti negativi, quali l’esasperato produttivismo, la centralizzazione pianificatrice, l’omologazione di massa, la rigidità gerarchica delle strutture, senza conseguire gli stessi risultati. L’economia, vista l’impossibilità di creare nuovi sistemi che sostituissero il capitalismo, fu emarginata dai temi ideologici di una sinistra che, visto il fallimento dell’esperienza sovietica, si guardò bene dal riproporre la ricetta dell’economia pianificata in occidente, ma, nello stesso tempo, non fu in grado nell’ovest capitalista di elaborare modelli alternativi che non fossero socialdemocratici, cioè ispirati ad un riformismo moderato, quali correttivi istituzionali interni alla logica dell’economia di mercato. In realtà, a mio parere, l’ideologia marxista ha impostato il conflitto di classe basandosi unicamente sui rapporti di produzionee di redistribuzione della ricchezza non tenendo in dovuto conto la dinamica dei processi produttivi, della ripartizione tecnica delle funzioni specifiche nell’ambito di un processo produttivo estremamente parcellizzato e specializzato. La ricchezza, prima che essere ridistribuita diffusamente, dovrebbe essere prodotta secondo criteri ispirati alla massima diffusione.
- Details
- Hits: 6491
Uscire dall'Euro?
Domenico Moro
L'analisi di quanto accaduto a partire dall'introduzione dell'euro e soprattutto dallo scoppio della crisi nel 2007-2008 dimostra la necessità di mettere a tema la disgregazione dell'area euro. Su questo bisogna fare due precisazioni. La prima è che l'obiettivo primario deve essere la Uem (Unione economica e monetaria) e non la Ue nel suo complesso. Nonostante la Ue sia una istituzione tutt'altro che neutrale dal punto di vista di classe e funzionale alle istanze del capitale, è l'euro lo strumento attraverso cui passa la ristrutturazione capitalistica a livello continentale. Senza di esso il capitale perderebbe gran parte della sua capacità di imporre politiche antipopolari e alla Ue mancherebbe il braccio operativo. La seconda è che il nostro primo compito consiste nel chiarire la necessità della disgregazione dell'area euro. Il come questo debba avvenire è importante, ma è successivo. La disgregazione dall'euro può avvenire in modi diversi: per mutua decisione di tutti i Paesi partecipanti, oppure per decisione unilaterale di uno o di più Paesi. La mia opinione è che l'uscita dall'euro anche unilaterale di uno o più Paesi non debba più essere considerata un tabù, bensì come una opzione praticabile e soprattutto necessaria. Tuttavia, il quando e il come ciò possa avvenire non è indifferente, ed è legato alle condizioni del contesto generale e della lotta di classe, sebbene già oggi, come accennerò più avanti, sia necessario inserire l'uscita dall'euro in una elaborazione programmatica più complessiva.
- Details
- Hits: 6489
Confini, guerre, migrazioni
di Alessandro Dal Lago
(S. Luna, Woman as a river between borders, da Pity the drowned horses, 2004)
I confini sono per definizione mobili. Cambiano, si spostano, avanzano e indietreggiano in virtù delle vicissitudini largamente imprevedibili della storia. Pensare che i confini definiscano realtà fisse, identità stabilite una volta per tutte e culture omogenee è una stoltezza che solo i neo-nazionalisti delle patrie locali possono impunemente proclamare, in un’epoca in cui le grandi compagini statali sono in crisi. E soprattutto i confini si moltiplicano senza sosta.1 Le crisi degli imperi sovranazionali e coloniali, tra inizio del XIX secolo e fine del XX (impero ottomano, austriaco, inglese, francese, sovietico, federazione iugoslava ecc.) hanno causato la moltiplicazione degli stati sulla carta geografica del mondo, trasformandola in una sorta di patchwork. Allo stesso tempo, all’interno dei confini, si stanno creando entità, enclave, autonomie che pretendono di essere distinte imponendo, con vario successo, nuovi confini. L’arretramento dei nazionalisti catalani e scozzesi (come l’armistizio tra baschi e stato spagnolo e tra cattolici nord-irlandesi e Regno Unito) non segna affatto la fine dei nazionalismi locali e la diminuzione dei confini, ma semmai uno stallo che può dar vita, come dimostrano la guerra a intensità variabile tra Ucraina e Russia e l’annessione della Crimea, a nuove contese sui confini.
La tendenza alla frammentazione e quindi alla moltiplicazione dei confini ha ovviamente subìto una battuta d’arresto immediatamente dopo la seconda guerra mondiale
- Details
- Hits: 6488
La moneta fiscale del Terzo Reich
di Stefano Sylos Labini
Sylos Labini spiega come funzionava il MEFO, la moneta fiscale che permise al Terzo Reich di riguadagnare la sovranità monetaria dopo la depressione economica di Weimar (1921-1923) e Bruning (1930-32).
La tesi dell’economista è che questo meccanismo, i Certificati di Credito Fiscale potrebbe essere usato di nuovo per portare l’Italia e il paesi del Sud Europa fuori dalla stagnazione in cui versano a causa degli squilibri dell’euro, possibilmente prima che la xenofobia nazista si prenda una seconda opportunità. Tratto da IlSole24Ore.
Credo che ci sia un tema importante, che bisognerebbe portare all’attenzione dei tedeschi. Ogni anno c’è il giorno della memoria, in cui si ricordano le atrocità del nazismo, ma in realtà bisognerebbe riflettere su che cosa ha determinato l’ascesa del nazismo e perché poi il nazismo ha trovato un grande consenso nella popolazione ed è stato in grado di lanciarsi nella seconda guerra mondiale con una forza industriale e militare spaventosa.
E la risposta è semplice: il Trattato punitivo di Versailles, che umiliò la Germania e la politica economica di Hjalmar Schacht, che permise di migliorare le condizioni di vita dei tedeschi e di ricostruire un apparato militare-industriale potentissimo. Attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, in cinque anni il Terzo Reich riuscì a trasformare un’economia in bancarotta, gravata da rovinosi obblighi di risarcimento postbellico e dall’assenza di prospettive per il credito e gli investimenti stranieri, nell’economia più forte d’Europa.
- Details
- Hits: 6484

I nani d’Europa e la società dimenticata
di Sergio Bruno
Politici europei e tecnocrati, imponendo l’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli... Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani.
- Details
- Hits: 6476
Gig-economy: se il codice è legge
di Gianluca De Angelis
Questo contributo è tratto da un intervento proposto in occasione della conferenza internazionale Logistics: Labour, Infrastructures, Territories, tenutasi il 3 e il 4 Aprile 2017 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia e Psicologia Applicata dell’Università di Padova[1]
Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza
civica, il nostro impegno sociale all’interno di u
contesto dominato da un linguaggio che non siamo
noi a parlare. È il linguaggio che parla noi, perché è
un linguaggio costruito e manipolato retoricamente
per definire i confini in quel mondo: i diritti che hai,
quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e
il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne
vieni espulsa perché quel mondo è costruito come
narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori
da quell’universo ti viene anche strappata la lingua
per dire quello che ti è successo e ti viene rovesciata
addosso la responsabilità. La frusta dell’oltre, appunto.
da Il bene, il male e i loro campioni;
Luca Rastello
- Details
- Hits: 6476
La fabbrica della disperazione
Franco Berardi e il disagio dell’«ipermodernità»
Damiano Palano
Il tempo della disperazione
Al termine del Disagio della civiltà, dopo aver mostrato come il processo della civilizzazione fosse il risultato del controllo progressivamente esercitato sul corredo pulsionale degli esseri umani, Freud veniva a contrapporre l’una all’altra le due forze elementari che riteneva di avere scoperto, Eros e Morte. E proprio nelle righe finale, aggiunte nel 1931, segnalava come i pericoli maggiori per il genere umano giungessero dalla pulsione di morte e dalle tendenze aggressive che ne discendevano:
«Il problema fondamentale del destino della specie umana, a me sembra sia questo: se, e fino a che punto, l’evoluzione civile degli uomini riuscirà a dominare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla loro pulsione aggressiva e autodistruttrice. In questo aspetto proprio il tempo presente merita forse particolare interesse. Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo. Lo sanno, donde buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione»[1].
È facile riconoscere in quelle parole il riflesso cupo della stagione di barbarie che si avvicinava.
- Details
- Hits: 6472
Scienza e guerra. Prosegue la discussione
di Angelo Baracca
Una risposta alle osservazioni di Vincenzo Brandi.
«La questione se al pensiero umano appartenga la verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica»
[Karl Marx, seconda tesi su Feuerbach]
Le osservazioni critiche di Vincenzo Brandi al mio articolo “Scienza e Guerra” sono certo utili per sviluppare un dibattito che appare necessario, anche se sembra dimostrare che 50 anni di critica, costruttiva e attiva, fondata sul materialismo storico di Marx non ha lasciato una traccia duratura. Le mie risposte purtroppo non possono essere sintetiche perché è necessario entrare nel merito di varie questioni.
Una prima annotazione, che non ha una rilevanza centrale ma rientra nelle incomprensioni. Io per brevità mi sono limitato a citare Archimede e Lazare Carnot (che Brandi definisce esempi “poco felici”, avrei potuto citare molti altri) da un lato per dare l’idea che il problema è molto antico riferendomi a un personaggio storicamente famoso, e dall’altro approfittando per citare una figura, Lazare (del quale mi sono occupato molto in passato), che è poco conosciuta ma estremamente rilevante sul piano sia scientifico che politico e militare.
Non avevo minimamente intenzione di dare giudizi di valore o morali. Avrei potuto citare il Nobel per la chimica Fritz Haber (del quale pure mi sono occupato) il quale convinse lo Stato Maggiore ad impiegare gas tossici, vietati dalla Convenzione dell’Aja, di cui la Germania era firmataria: sotto la sua direzione fu creata nel 1915 prima unità di Gastruppe, Haber supervisionò personalmente i preparativi per l’attacco di gas tossico vicino alla città belga di Ypres, 22 aprile 1915; alla fine della guerra erano circa 1.000 i chimici impiegati nelle armi chimiche (per la cronaca collaborò occasionalmente anche il Nobel per la fisica Walther Nernst), un precedente di 20 anni, poco noto, della Big Science del Progetto Manhattan. Forse Haber era semplicemente un “patriota”!?
- Details
- Hits: 6468

Euro, una moneta prematura e divergente
di Domenico Mario Nuti
Se l’Eurozona rimarrà immutata è destinata al fallimento e al collasso. Perciò è necessario realizzare gli stadi e le istituzione ancora mancanti dell’integrazione europea
I benefici e i costi attesi da una moneta comune
Dalla formazione di un’area con una moneta comune ci si attendono di solito almeno sette benefici lordi per i suoi membri:
Primo, una riduzione dei costi di transazione, ad esempio il costo cumulativo delle commissioni pagate per convertire una valuta in un’altra (e in un’altra ancora).
Secondo, un aumento della concorrenza, data la maggiore trasparenza e comparabilità dei prezzi una volta che essi siano tutti espressi in una valuta comune.
Terzo, una riduzione del tasso d’inflazione, se la nuova valuta è assoggettata ad una maggiore disciplina da parte di una Banca Centrale indipendente che si pone una bassa inflazione come obiettivo.
Quarto, l’eliminazione del rischio di variazioni del tasso di cambio nelle transazioni fra paesi membri all’interno dell’area della moneta comune.
Quinto, una riduzione dei tassi d’interesse, grazie alla riduzione dell’inflazione e all’eliminazione del rischio del tasso di cambio all’interno dell’area.
Sesto, oltre a tutti questi fattori che dovrebbero promuovere l’integrazione commerciale all’interno dell’area, la promozione di maggiori investimenti diretti esteri, data l’abilità degli investitori di rimpatriare i profitti liberamente nella stessa moneta in cui sono stati realizzati.
- Details
- Hits: 6468
Euro sì o euro no?
Marco Bertorello
Giocando a carte scoperte affermo subito che per chi si pone nella prospettiva di un cambiamento di paradigma socio-economico il dilemma euro è un falso problema, o meglio non è il problema principale. Questo non significa non aver chiaro come l’Unione Europea e, ora, anche la moneta unica siano strumenti che acuiscono sperequazioni nazionali e sociali. Dai vari trattati fino all’euro si è creato un processo di unificazione asimmetrico fondato su politiche liberiste. È indiscutibile che un processo di unificazione economica e monetaria senza nessun equivalente sul piano politico e fiscale risulti di difficile realizzazione, sarebbe come iniziare a costruire una casa dal tetto. Un agglomerato economico eterogeneo, come sostiene Jacques Sapir [Bisogna uscire dall'euro?, Ombre corte, Verona 2012], può rendere sopportabile il monopolio monetario attraverso politiche attive di bilancio tese alla redistribuzione delle risorse in funzione del tentativo di colmare le diseguaglianze territoriali. Niente di tutto questo nell'Unione Europea. Anzi, il blocco che ruota intorno alla Germania in questi anni ha determinato un processo inverso: politiche di riduzione salariale e precarizzazione del lavoro combinate con un apparato produttivo qualificato nei settori strumentali di elevata qualità hanno consentito il crescere delle differenze grazie al deciso aumento delle esportazioni proprio in terra europea. I 2/3 delle esportazioni tedesche, infatti, si riversano dentro l'Unione.
- Details
- Hits: 6464

Crisi italiana: il convitato di pietra europeo
Sergio Cesaratto
[In calce l'articolo A storm in a tea (party) cup, in corso di pubblicazione su Left-Avvenimenti]
Il dibattito parlamentare di ieri colpiva per l'assenza di qualsiasi riferimento alla dimensione e alle responsabilità europee in cui si colloca la crisi italiana. Ci riferiamo soprattutto all'opposizione - il premier non ha detto nulla. Concentrarsi sulle responsabilità del governo, screditato e imbelle come non mai, può apparire giustificato per non dargli alibi. Esimersi tuttavia dal dire che cause e soluzioni possibili della crisi italiana non vanno solo ricercate in sede nazionale non fa fare un passo in avanti al dibattito politico. Come abbiano ripetuto ad nauseam nei nostri contributi, la Banca Centrale Europea (BCE) ha un ruolo decisivo nel spegnere l'incendio, dando poi modo per ricostruire.
E invece gli accordi europei di fine luglio sono andati in senso opposto, esentando la BCE dai compiti che sono propri delle banche centrali e per cui sono nate, quelli di prestatore di ultima istanza di governi e banche. Nessuno stato sovrano può fallire se la banca centrale assolve a tale ruolo, e non è neppure costretto a pagare tassi di interesse elevatissimi per coprire gli acquirenti dal rischio fallimento, che appunto scompare.
- Details
- Hits: 6457
In uno tempore, tempora multa latent
Sul concetto di “temporalità plurale”
di Vittorio Morfino
Il cerchio e la linea
Si è soliti contrapporre la concezione greca del tempo a quella cristiana attraverso le metafore del cerchio e della linea: la grecità sarebbe dominata da una concezione circolare del tempo, sia naturale che storica, laddove il tempo cristiano avrebbe un’origine, la nascita di Cristo, ed un orientamento. Quanto alla grecità, la questione a guardare da vicino è più complessa[1], e tuttavia è difficile negare che il cerchio sia la metafora dominante nel concepire il cammino del tempo. Certo, nel «discorso verosimile» del Timeo platonico, è affermato il primato del tempo sul movimento, nella misura in cui il demiurgo genera ‘prima’ «il tempo [come] immagine mobile dell’eternità» e ‘poi’ il movimento circolare degli astri e pianeti, come segni del suo scorrere, come unità di misura delle differenti parti del tempo, mentre nella concezione aristotelica vi è un primato del movimento sul tempo, in quanto «numero del movimento secondo il prima e il poi»: in entrambi i casi tuttavia la sfera è la figura geometrica che domina la cosmologia e il cerchio quella che traccia lo scorrere del tempo. Eterna ripetizione dell’uguale, mimesi di una perfezione che Platone situa al di là del sensibile ed Aristotele nel mondo celeste. Dominanza del ciclo come paradigma non solo del tempo cosmologico, ma anche del tempo storico: basti pensare, da una parte, alla concezione stoica dei cicli cosmici secondo cui ogni evento storico si ripeterà in modo identico un numero infinito di volte e, dall’altra, alla teoria polibiana dell’anacyclosis, che, ricalcando modelli platonici e aristotelici, pensa le forme di governo in una sequenza che ritorna su stessa.
- Details
- Hits: 6454
Moneta, finanza e crisi. Marx nel circuito monetario
Marco Veronese Passarella*
Ricorre il 5 gennaio il secondo anniversario della morte di Augusto Graziani, uno dei più eminenti economisti italiani del novecento e padre del filone teorico eterodosso noto come teoria del circuito monetario. Per l’occasione, rendo qui disponibile la bozza preliminare di un mio contributo recente su teoria del circuito monetario, critica marxiana e finanziarizzazione. Per gli aspetti più tecnici della teoria del circuito, rinvio ad un secondo contributo (in lingua inglese) in uscita su Metroeconomica
1. Introduzione: l’altro Marx
Fin dalla pubblicazione postuma del Terzo Libro de Il Capitale, il dibattito “economico” attorno alla grande opera incompiuta di Karl Marx si è concentrato prevalentemente sul cosiddetto problema della trasformazione (dei valori-lavoro in prezzi di produzione), nonché sulla legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. In altri termini, è soprattutto sulla possibile frizione tra Primo Libro e (prima e terza sezione del) Terzo Libro che si è storicamente focalizzata l’attenzione dei più, dentro e fuori le mura accademiche. Per contro, ad eccezione dei capitoli finali dedicati agli schemi di riproduzione,1 il Secondo Libro de Il Capitale è stato a lungo trascurato. Peggior sorte è toccata alla quinta sezione del Terzo Libro, dedicata al credito, al capitale fittizio ed al sistema bancario. In effetti, se l’analisi delle due forme – mercantile e capitalistica – della circolazione è stata solitamente sminuita a sorta di breve introduzione al problema dell’individuazione dell’origine del plusvalore (problema affrontato compiutamente da Marx nel Primo Libro), il ruolo della moneta, del credito e della finanza nell’ambito della teoria marxiana, laddove contemplato, è stato quasi sempre ridotto a quello di amplificatori del ciclo economico.2 Lungi dall’essere considerati elementi costitutivi del modo di produzione capitalistico, e dunque di ogni modello analitico che aspiri ad indagarne le leggi di movimento, moneta, istituzioni creditizie e finanza sono state di norma assimilate a “frizioni” nell’ambito di un modello fondato sull’interazione tra grandezze “reali”. Paradossalmente, si tratta di una visione non dissimile da quella che ha permeato il pensiero economico dominante a partire dalla fine del diciannovesimo secolo.
- Details
- Hits: 6453

La Great Recession e il Saggio del Profitto
Paolo Giussani*
1. La teoria detta monocausaleNella presentazione di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts alla decima conferenza della rivista Historical Materialism (Londra, 7-10 Novembre 2013), intitolata The Long Roots of the Present Crisis1, viene esposta quella che Roberts chiama la spiegazione monocausale della Great Recession in quanto generata dalla diminuzione del saggio e della massa dei profitti, in opposizione alle teorie postkeynesiane centrate sul sottoconsumo, la financialisation o su una combinazione di entrambe.
Il sostegno fondamentale alla tesi di Carchedi e Roberts si trova nel seguente grafico, qui riprodotto dalla pagina 7 della loro presentazione:
Grafico 1. [Vedi p. 7 di The Long Roots of the Present Crisis]
US Corporate Profits, Real Investment and GDP.
Q1-2011 to Q2-2012, $Bn.
- Details
- Hits: 6451
La truffa del MES “senza condizionalità”
di Thomas Fazi
Mentre in Italia continua la drammatica conta quotidiana dei morti, l’Unione europea e i nostri “partner” continentali sembrano avere una sola preoccupazione: come approfittare della tragica situazione in cui versa il nostro paese per stringerci ulteriormente il cappio del debito attorno al collo. Pare infatti che Francia e Germania abbiano trovato un accordo in vista dell’Eurogruppo di martedì prossimo (7 aprile), basato sull’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità (MES) a “condizionalità limitate”, sul potenziamento delle linee di credito della Banca europea per gli investimenti (BEI) e sul nuovo fondo “anti-disoccupazione” SURE.
Come volevasi dimostrare, insomma, alla prima occasione la Francia si è sfilata dal cosiddetto fronte “anti-rigore”, che in realtà vedeva opposti due nemici delle classi popolari: da un lato le classi dirigenti della Germania e dei paesi del nord che maggiormente beneficiano dall’attuale architettura europea – e che ritengono di avere sufficienti “cartucce” a disposizione per rispondere autonomamente alla crisi provocata dal COVID-19 – e dunque premono per mantenere sostanzialmente inalterata tale architettura; dall’altro le classi dirigenti dei paesi del sud (e fino a poco fa della Francia stessa), Italia in testa, che invece ravvedono nel collasso socioeconomico provocato dal COVID-19 una minaccia per la loro stessa sopravvivenza e dunque spingono per l’introduzione di nuovi strumenti – eurobond” et similia – che garantirebbero un po’ di ossigeno alle loro economie (e a loro stessi) ma nei fatti rafforzerebbero il carattere oligarchico della UE, accentrando ulteriore potere nelle mani di istituzioni anti-democratiche quali la Commissione europea, senza apportare alcun beneficio concreto per le classi lavoratrici e popolari dei paesi del sud.
- Details
- Hits: 6448

Gli anni Settanta nel «panorama storico» di La Grassa
Ennio Abate
1. Tempo fa un giovane storico mi confidò che, a suo parere, molti colleghi più anziani di lui erano rimasti fissati (questo il termine usato) agli anni Settanta. Non gli dissi che anch’io, senza essere storico, torno spesso su quegli anni; e, anzi, ho tentato invano di indurre amici, che come me da lì politicamente e culturalmente vengono, a rifletterci assieme. La damnatio memoriae non cede. Ogni tanto, però, scopro con piacere che qualcuno non li liquida come «i peggiori della nostra vita»[1] e ci torna su quegli anni in modi non banali. È il caso di Raffaele Donnarumma, che in un saggio dedicato al «terrorismo nella narrativa italiana»,[2] si attesta sulla posizione moderata di chi «combatte da anni per impedire l’equiparazione tra gli anni Settanta e gli anni di piombo»[3] e così sintetizza il trapasso da un’epoca a un’altra avvenuto allora:
«L’impressione che gli anni tra il 1968 e il 1978, per scegliere come estremi imprecisi le date simbolo della contestazione e dell’omicidio di Aldo Moro, siano stati l’ultima età eroica della Repubblica – l’ultima età, cioè, in cui i destini personali si potevano identificare con quelli collettivi, in cui si consumavano i grandi conflitti, e in cui ciascuno poteva legittimamente pretendere di fare la storia – porta con sé una certa aria di retorica e di nostalgia, ma è tutt’altro che infondata». (p. 437)
Il saggio mi pare ottimo non per il giudizio più o meno “equanime” oggi comune a molti ex-sessantottini e che a me pare “addomestichi” un po’ la storia di allora, ma perché, occupandosi d’immaginario letterario (e dichiaratamente soltanto di quello narrativo) e distinguendolo correttamente dalla verità storica (i due piani, dice, «sono sempre sfalsati»), esamina diversi casi di scrittori allora di punta[4] e dimostra quanto gli eventi furono vissuti mitologicamente[5] e in preda ad una «angoscia di spossessamento di fronte agli avvenimenti».
Page 19 of 543




















































