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Gli ottanta anni della Teoria generale di Keynes
Perché è ancora un libro attuale
di Maria Cristina Marcuzzo*
Da Moneta e Credito, vol. 70 n. 277 (marzo 2017), 7-19
Dopo la crisi del 2007-2008 il nome di Keynes è rientrato nella lista degli economisti di cui si raccomanda la lettura e di cui si ritorna a dire che sarebbe opportuno seguire le idee. Dopo un bando durato circa venticinque anni, trascorsi tra elogi del mercato e test econometrici diretti a dimostrare l’inefficacia o peggio l’irrilevanza delle politiche economiche, Keynes è riapparso sulla scena mediatica, se non proprio in quella accademica dominante, che continua per lo più ad essere la macroeconomia della restaurazione anti-keynesiana iniziata tra gli anni settanta e ottanta.
Per rivendicare l’attualità della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta voglio partire dall’assottigliamento dello spazio assegnato all’intervento pubblico, nell’opinione economica attuale, quello ‘spazio per la politica’ che Keynes ha aperto con la dimostrazione che il mercato non è sorretto da leggi naturali o immutabili. Lo spirito che ha guidato la rivoluzione keynesiana è che la piena occupazione è un obiettivo possibile da perseguire non lasciandolo libero, ma intervenendo nel gioco delle forze di mercato.
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La storia terreno di scontro
Ottone Ovidi
Ci sono persone che con la loro vita incarnano lo spirito di un determinato tempo storico. Raccontare la vita di queste persone è oggi più che mai fondamentale. Per molto tempo i contemporanei hanno avuto l’abitudine di rivolgersi al passato, nel tentativo di cercare esempi di vita o ispirazione. Poteva avvenire sia per la costruzione di un immaginario legato al potere dominante, sia per la costruzione di immaginari “altri”, popolari e/o antagonisti. Negli ultimi decenni abbiamo però assistito al venir meno della capacità dei movimenti di classe o più genericamente di protesta di creare, attraverso battaglie culturali e/o politiche, un immaginario conflittuale in cui i singoli individui potessero riconoscersi, al di là dello specifico vissuto personale.
Allo stesso tempo la società neoliberista, sulla spinta della vittoria ottenuta contro i movimenti rivoluzionari e della pacificazione armata che è seguita in Europa, ha dimostrato ancora una volta la capacità della società del capitale di sussumere i modelli di vita delle sottoculture, in diversi modi a seconda del livello di resistenza di cui i diversi segmenti di popolazione erano portatori, di appropriarsene e metterli a valore, evitando così anche la possibilità che una loro politicizzazione potesse farli diventare pericolosi.
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Cambia l’ Italia, denuncia un Black bloc!
Gennaro Carotenuto
Rivolta morale in Italia! Finalmente i cittadini compatti denunciano il crimine. I mafiosi? No! Gli evasori che tutti conoscono? Nooo! I politici corrotti? Nooooo! Sbatti il mostro in prima pagina, denuncia un black bloc!
In genere questi ragionamenti vanno iniziati con un “premettendo che sono contro la violenza”. Paghiamo il fio e dopo aver premesso di essere contro la violenza di sabato a Roma e pure contro l’11 settembre, trovo oramai agghiacciante la persecuzione, quasi una caccia all’uomo, che si sta sviluppando in queste ore contro i ragazzi che hanno commesso reati sabato scorso.Approfittando dell’ era della riproducibilità, interi siti sono dedicati al metodico riconoscimento di questi alieni sbarcati da Marte a rovinare la festa alla parte sana del paese per mettere le forze dell’ordine in condizione di arrestarli. Oramai Fabrizio Filippi, il 23enne che ha lanciato il famoso estintore, ha la sua faccia riprodotta in Rete in migliaia di copie, ora e per sempre, ed è già stato stigmatizzato più di quanto non sia mai stato fatto con Totò Riina. Ciò nel paese del garantismo. Sempre a senso unico. Non importa che poi magari Fabrizio sarà assolto o condannato a una mite pena (e qualcuno s’indignerà perché avrà avuto meno di 30 anni di galera) e nessuno ricorda, come si fa fino alla nausea per i politici, che quel ragazzo è innocente fino al terzo grado di giudizio… sbatti il mostro in prima pagina.
Nel paese con tre regioni in mano alla criminalità organizzata, nel paese governato da Berlusconi dove le puttane si chiamano escort, nel paese dell’omertà, da nord a sud, nel paese delle tangenti, nel paese degli ecomostri, nel paese della sabbia al posto del cemento, nel paese dove i bravi imprenditori del nord hanno seppellito la Campania di rifiuti tossici, nel paese dove ci sono meccanici, dentisti, avvocati che lavorano al 100% in nero e che non emettono una fattura neanche sotto tortura, nel paese dei condoni tombali, fiscali, edilizi, contributivi, nel paese delle morti bianche, il mostro da sbattere in prima pagina è Fabrizio Filippi.
Evidentemente è facile sbattere in prima pagina il mostro Fabrizio Filippi, “er pelliccia” del quale da qualche ora ride tutta Italia. Al contrario del mafioso o del politico, Fabrizio è un poveraccio che senza estintore non fa paura a nessuno. Invece verso il cardiologo che non fa la fattura o il politico che chiede la tangente, sviluppiamo una sorta di sindrome di Stoccolma. Maturiamo disprezzo, odio perfino, ma in buona sostanza lo rispettiamo e ne finiamo per essere complici.
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Il Covid lungo dei banchieri centrali
di Fabio Vighi
Per tutta la vita le pecore hanno paura del lupo, ma poi vengono mangiate dal pastore.
Proverbio africano
La gestione sanitaria del COVID-19 ci appare oggi, essenzialmente, come sintomo della degenerazione del capitale finanziario. Più in generale, è il sintomo di un mondo che, non essendo più in grado di riprodursi estraendo profitto dal lavoro umano, si affida a una logica compensativa di doping monetario perpetuo. La ‘pandemia’, in altre parole, è la leva di comando delle stampanti di denaro in mano alle banche centrali (Federal Reserve in testa). Se la contrazione strutturale dell’economia del lavoro finisce giocoforza per gonfiare il settore finanziario, la volatilità di quest’ultimo può essere contenuta solo attraverso emergenze globali, propaganda di massa, e sottomissione agli imperativi della biosicurezza. Come uscire da questo circolo vizioso?
A partire dalla terza rivoluzione industriale (microelettronica negli anni ’70), il capitalismo automatizzato (ovvero a sempre più alta ‘composizione organica’, per dirla con Marx) ha gradualmente distrutto il lavoro salariato quale sua propria sostanza. Da tempo abbiamo superato il punto di non ritorno, per cui molto più lavoro viene eliminato di quanto ne venga riassorbito. A causa dell’incremento esponenziale del progresso tecnologico, il capitale è dunque sempre più impotente rispetto alla sua missione storica di spremere plusvalore dalla forza-lavoro. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale (quarta rivoluzione industriale), ci troviamo di fronte a una vera e propria mission impossible – game over.
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Amadeo Bordiga e il Partito Comunista Internazionale
di Diego Giachetti
Nel 1929 Trotsky definì «vivente, muscoloso, abbondante» il pensiero di Amadeo Bordiga, il quale si era schierato al suo fianco nella lotta contro lo stalinismo, nonostante la diversità dei rispettivi punti di vista su alcuni problemi di non poco conto. Non a caso la sua espulsione dal Partito Comunista d’Italia, avvenuta nel marzo del 1930, fu motivata proprio sulla base del suo “filostrotskismo” manifestato nel confino di Ponza. L’espulsione giungeva a conclusione di una parabola politica consistente, nella quale il rivoluzionario napoletano aveva svolto un ruolo di primo piano nel partito socialista e poi in quello comunista sorto nel 1921. L’arco di tempo che comprende questa lunga e intensa militanza politica è l’oggetto del lavoro svolto e pubblicato da due autori, Corrado Basile e Alessandro Leni (Amadeo Bordiga politico, Colibrì, Torino, 2014). Nel libro si affiancano in modo circostanziato i fatti della lotta di classe con il pensiero e l’operato di Bordiga, l’attenzione si concentra in particolare sul lavoro politico compiuto da Bordiga fino al 1926, data con la quale si identifica la sconfitta della tendenza da lui rappresentata. La biografia politica del protagonista è attentamente messa in relazione al contesto storico, sociale, politico entro il quale si sviluppò evitando avvitamenti celebrativi su se stessa. Il lettore percepisce, pagina dopo pagina, il confronto vivo e vivace tra interlocutori politici e contesto storico entro il quale si sviluppò l’analisi bordighiana di fenomeni rilevanti per la storia del movimento operaio italiano e internazionale: dalla prima guerra mondiale, alla rivoluzione russa, alla fondazione del nuovo partito comunista, all’emergere della reazione fascista accanto ai primi sintomi di involuzione staliniana del potere bolscevico.
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“Ecco come fermare la dittatura dello spread e l'attacco dei mercati”
Giacomo Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio
Mentre i destini del Paese rimangono ignoti, l'economista propone una misura per tutelare il voto popolare da qualsiasi condizionamento: “Applichiamo l’art. 65 del Trattato dell’Unione europea”. Un provvedimento che dà la possibilità di bloccare le fughe di capitali e impedire le scorribande degli speculatori. “In questa fase così decisiva sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi, già applicati in passato, per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche”.
I mercati finanziari fibrillano, lo spread aumenta, la borsa perde punti e gli speculatori, come un tempo disse l’ex ministro Padoa Schioppa, iniziano a sentire “l’odore del sangue”. Ci attende un’estate di passione, con il rischio di nuove elezioni e la speculazione finanziaria a spargere altra benzina su una battaglia politica già infuocata. Esiste un modo per evitare che in una fase così delicata le manovre degli speculatori condizionino le scelte politiche? Lo abbiamo chiesto a Emiliano Brancaccio, docente di Politica economica all’Università del Sannio ed estensore qualche anno fa del “monito degli economisti”, un documento premonitore che annunciava molti dei problemi in cui oggi versa l’eurozona. Per l’economista una soluzione per contenere gli attacchi speculativi esiste, e si basa sull’immediata applicazione delle norme europee sul controllo dei movimenti di capitale.
* * * *
Professor Brancaccio, il “governo del cambiamento” di Salvini e Di Maio non riesce a partire. Cosa ne pensa?
E’ un’ipotesi di governo appiattita sulle posizioni della destra xenofoba, con l’annuncio di una riforma fiscale a vantaggio pressoché esclusivo dei ricchi e la promessa di una caccia grossa all’immigrato, un facile capro espiatorio che non rappresenta affatto il problema principale delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Detto questo, la Lega e il M5S hanno la maggioranza parlamentare e quindi a mio avviso bisognerebbe lasciarli governare.
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Crisi, banche e saggio di profitto
di Luca Lombardi*
N. Machiavelli
1. Introduzione
La crisi finanziaria internazionale ha messo a nudo le debolezze dello sviluppo del capitalismo negli ultimi decenni, dimostrando la natura propagandistica delle teorie economiche che ne magnificavano le sorti. Come ha osservato Paul Krugman: “la maggior parte della teoria macroeconomica degli ultimi 30 anni è stata, nel migliore dei casi, clamorosamente inutile, attivamente dannosa nei peggiori”. I governi sono stati costretti a intraprendere politiche ritenute fino a poco prima preistoriche dai fan del libero mercato arrivando alla nazionalizzazione delle banche. Si sono levati cori di critiche per le politiche economiche dominanti di questo ultimo quarto di secolo e sono partite molteplici iniziative di riforma del sistema finanziario. Non si tratta però di un cambio di rotta. Passata la tempesta, si tornerà indietro, perché le cause della crisi sono radicate nell’essenza del modello di accumulazione capitalistico.
Per anni, è sembrato che non ci fosse alternativa teoria e pratica alla globalizzazione capitalistica. La crisi ha dimostrato quanto invece sia necessario sviluppare o meglio riscoprire una teoria e una politica radicalmente differenti che possano fornire, tra l’altro, una spiegazione efficace delle ricorrenti crisi finanziarie. L’ampiezza e la pervasività della crisi sono tali da far spesso dimenticare che si tratta dell’ultima di una serie di crisi che hanno colpito i mercati finanziari negli ultimi decenni. Ad esempio, in un recente lavoro della Banca dei Regolamenti Internazionali, vengono identificate 40 crisi bancarie sistemiche solo negli ultimi 35 anni e gli autori devono concludere che: “le crisi finanziarie sono più frequenti di quanto si creda e portano a perdite che sono molto maggiori di quanto si spererebbe”1. Così come con l’esplosione della bolla dei subprime, dopo ogni crisi sono emerse riflessioni teoriche e politiche sulla fragilità dei mercati, sull’inadeguatezza delle regole, sull’eccesso di leva finanziaria delle banche. Queste riflessioni si sono rivelate effimere, poiché una nuova bolla finanziaria ha messo a tacere i malumori.
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Luca Ricolfi, “La società signorile di massa”
di Alessandro Visalli
Il libro di Luca Ricolfi, presidente della Fondazione Hume[1], che fa del dato uno scopo morale, è un testo a tema, costruito intorno ad un’aspra forzatura linguistica e un violento strattonamento, sia del linguaggio sia dei dati stessi. Un testo infarcito, anzi intessuto, di ideologismi e di autentici falsi, non numerosi ma decisivi. Alcune delle cose che scrive l’autore sono anche interessanti, alcune sono pezzi di verità, anche dolorosa, ma tutto è fondato su un’attitudine a far passare la descrizione del reale proposto per inevitabile stato del mondo ed il particolare come generale, il contingente come strutturale, la causa come effetto. I pensionati che sostengono i nipoti, in parte o in sostanza, in Italia sono solo il 14%, ovvero sono circa duemilioni, ovviamente da individuare nello strato più abbiente, dato che dei 17 milioni di pensionati 10 vivono con meno di 750,00 euro al mese, e l’importo medio erogato è di 1.100,00 euro al mese[2]. Il reddito lordo procapite è di 21.000,00 euro all’anno, sotto la media europea[3], ad onta dell’essere un paese con consumi di massa “opulenti”. Soprattutto gli “insoddisfatti” del proprio livello di reddito sono in Italia la metà della popolazione, con grandi differenze geografiche, dal minimo del 40% al Nord al quasi 70% nelle isole[4], e se si passa al giudizio sulla situazione familiare non è molto diverso, il 57% la giudica “adeguata” (63% al nord). Come si faccia, su questa base, a giudicare la società italiana una “società dei tre quarti” si spiega solo se i dati sono selezionati tra quelli presenti e le definizioni, come è, tra quelle degli anni che vanno dai settanta ai novanta e dalla letteratura della insorgenza neoliberista[5].
Tutto questo indicherebbe, naturalmente dando altri e ben selezionati numeri e stime, per Ricolfi una condizione “signorile di massa”. Una condizione che si associa ad una condizione “servile” di alcuni milioni di immigrati e di italiani in condizione di semi-povertà.
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Il capitalismo è morto
di Paolo Giussani
Joe Bageant
1.
Anche se la crisi esplosa tre anni fa è solo una manifestazione acuta di una patologia cronica crescente iniziatasi con la fine del boom postbellico negli anni ’70, segna comunque uno spartiacque fra due fasi distinte perché è la prima manifestazione di un crollo generalizzato. Senza il fenomenale intervento pubblico cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere, ora il capitalismo mondiale comincerebbe già a essere un ricordo.
2.
Negli anni ’70 la diminuzione del saggio del profitto che ha accompagnato tutta la grande espansione del dopoguerra produce i suoi effetti attraverso una serie di recessioni mondiali. Da questo momento l’accumulazione comincia a procedere in maniera perturbata, seguendo un percorso tendenzialmente declinante e molto oscillante. Le difficoltà in cui finiscono molti settori e aziende e la formazione di vasti capitali liquidi inattivi unite al basso livello dei valori azionari provocano un enorme movimento di fusioni e concentrazioni che fa scattare in alto gli indici di borsa, e di qui, verso l’inizio degli anni ’80, prende il via il grande movimento di spostamento del capitale monetario dalla sfera produttiva a quella speculativa.
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Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti
Antonella Stirati
Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore del 27 giugno (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.
Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio[2].
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Ecco lo sciopero generalizzato
Felice Mometti
Riuscita a Oakland la giornata di blocco del 2 novembre indetta non dai sindacati ma dall'assemblea Occupy. Bloccato il porto, le scuole, molti uffici, il traffico. Nonostante le leggi durissime e l'assenza del sindacato ufficiale
Non sono state le 54 ore consecutive di blocco della città dell’ultimo sciopero generale di Oakland, quello del dicembre del 1946, ma lo sciopero generale di mercoledì 2 novembre lascerà dei segni visibili nei luoghi del potere politico-economico, nel movimento che occupa le piazze e nel sindacato americano. Innanzitutto per la modalità di convocazione. Uno sciopero generale della città indetto da un’assemblea generale - e non dai sindacati - espressione di un movimento di soggetti plurali con tanto di votazione democratica rappresenta una novità assoluta negli Stati Uniti, ma crediamo lo sarebbe anche da altre parti.
L’organizzazione dello sciopero è avvenuta in soli 6 giorni con il coinvolgimento di tutto il movimento Occupy Oakland e con il sostegno, in varie forme, da parte dei movimenti delle altre città. Lo sciopero è stato inteso come una forma di conflitto che doveva attraversare tutti gli ambiti della società e non solo i luoghi di lavoro. La sfida era molto alta. La legge Taft-Hartley del 1947, ulteriormente peggiorata a livello federale nel 1959 e da una miriade di delibere, ingiunzioni delle amministrazioni locali, nei fatti vieta lo sciopero generale a qualsiasi livello e non riconosce alcun diritto a praticarlo. Le sanzioni sono pesantissime, dal licenziamento all’arresto. Occupy Oakland, nei pochi giorni di preparazione dello sciopero, ha fatto una campagna a vasto raggio illustrando i vari modi di partecipazione allo sciopero, garantendo la difesa legale in caso di provvedimenti disciplinari. Sono state usate le forme più tradizionali di comunicazione, come l’autoproduzione di volantini e manifesti diversi a seconda dei destinatari, ma anche quelle più innovative come il massiccio uso di social network e piattaforme audio-video del web 2.0. Fino agli incontri assembleari con i portuali di Oakland.
Le grandi centrali sindacali, come l’Afl-Cio e Change to Win, hanno cercato in un primo momento di boicottare lo sciopero invocando le clausole contrattuali antisciopero che avevano sottoscritto nei contratti delle singole categorie – come se non bastassero le leggi vigenti- e allo stesso tempo contestando la modalità di convocazione. Poi, viste le prese di posizione di alcuni importanti Local di Oakland (una specie di sezioni sindacali territoriali) degli insegnanti e dei portuali che pur non dichiarando sciopero appoggiavano la mobilitazione, hanno preferito non contrapporsi frontalmente. Solo la piccola e storica IWW e il Local 10 dei portuali, già protagonista nel 2003 del blocco delle navi cariche di armi destinate alle truppe in Iraq, hanno effettivamente organizzato lo sciopero sui luoghi di lavoro.
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Pietro Ingrao, l’uomo che non rompeva mai
di Marco Zerbino
Ritratto di Pietro Ingrao, protagonista di svolte mancate dentro e fuori il Pci, riformista di sinistra, simbolo della sinistra italiana
La sinistra italiana (quel che ne rimane) piange in queste ore Pietro Ingrao, storico dirigente “eretico” del Partito Comunista Italiano deceduto nella sua abitazione romana domenica 27 settembre, all’età di cento anni. Per lui si sprecano non solo i necrologi e le inflazionate etichette giornalistiche di “grande vecchio”, “guru”, “padre nobile”, “papa laico della sinistra italiana” e simili, ma anche le menzioni e i ricordi ufficiali da parte delle più alte cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha affermato di considerare la figura di Ingrao un “patrimonio del paese”, al presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, che ha pagato pegno alla cospicua componente ex-comunista del partito di cui è leader definendolo “uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento e della sinistra”. Perfino Giuliano Ferrara, un tempo comunista e poi passato armi e bagagli prima al Psi di Bettino Craxi e in seguito direttamente alla corte di Silvio Berlusconi, lo ha ricordato con affetto in un’intervista concessa al quotidiano Il Messaggero: “è venuto a mancare un pezzo della mia vita”.
Un simile unanimismo, se è almeno in parte comprensibile data l’elevata statura morale e culturale di un uomo che ha realmente fatto la storia dell’Italia repubblicana e del comunismo italiano, prima come giovane membro della Resistenza, poi come dirigente e intellettuale del Pci, parlamentare di lungo corso, presidente della Camera dei Deputati e infine come punto di riferimento per molti versi indiscusso di un “popolo di sinistra” ormai orfano di grandi organizzazioni politiche, di certo non aiuta a capire la specificità e il significato del personaggio. Se è vero infatti che Ingrao è, come in tanti ripetono, il “simbolo della sinistra italiana”, va detto che probabilmente lo è in tutti i suoi aspetti, incarnandone risorse e vitalità ma anche i tanti limiti storici.
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I poteri del Presidente
di Paolo Flores d’Arcais
L’articolo 92 della Costituzione garantisce al Presidente della Repubblica la possibilità di rifiutare la nomina di un ministro proposto dal Presidente del Consiglio incaricato. Ma il margine di discrezionalità di cui può avvalersi il Presidente della Repubblica è stabilito con precisione dagli articoli 54 e 95.
Quest’ultimo stabilisce che chiunque sia nominato ad una carica pubblica deve adempiere il suo mandato con disciplina ed onore. Il Presidente della Repubblica può perciò obiettare alla nomina di un ministro che gli sia stata proposta dal Presidente incaricato se rileva nei comportamenti passati del candidato qualcosa che confligge con l’onorabilità. Nessun rilievo del genere è stato avanzato dal Presidente della Repubblica nei confronti del professor Savona.
Quanto alla disciplina il titolare della unità dell’indirizzo politico del Governo è solo il Presidente del Consiglio come inderogabilmente stabilito dall’articolo 54. Esula perciò dai poteri del Presidente della Repubblica sindacare sulle opinioni politiche dei candidati ai singoli ministeri. Nel caso del professor Savona il presidente Mattarella ha invece fatto esplicito riferimento alle opinioni di Savona riguardanti la possibilità di fuoriuscita dall’euro.
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L'accordo economico transatlantico (TTIP) e il potere dell'economia
di Gaetano Colonna
Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l'economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l'egemonia sull'economia-mondo del XXI secolo.
Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un'ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell'Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell'Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell'area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno.
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Napoleoni, Claudio
Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia (2012)
di Riccardo Bellofiore
Claudio Napoleoni è una delle voci più significative dell’economia politica italiana, nell’ambito della quale ha svolto una funzione essenziale, critica e ricostruttiva insieme. Il rigore scientifico e la passione politica sono sempre state in lui inscindibili. Non si è stancato mai di indicare le ragioni di una lotta che puntasse a una trasformazione sociale profonda. Nei suoi scritti si ritrova un pensiero radicale, che sa cioè andare alla radice delle cose. La teoria economica, per Napoleoni, è scienza sociale che deve mutarsi in ‘critica dell’economia politica’, senza tradire il rigore del proprio statuto disciplinare; e al tempo stesso farsi critica del processo storico dato, mantenendo forte un legame intrinseco con il movimento reale di soppressione dell’alienazione e dello sfruttamento.
La vita
Napoleoni nasce a L’Aquila il 5 marzo del 1924. Dopo la maturità al liceo Mamiani di Roma, si iscrive a scienze naturali. Interrompe gli studi a causa dell’occupazione tedesca. Dal 1945 studia economia politica da autodidatta, leggendo Karl Marx e Léon Walras. Al termine del conflitto si iscrive al Partito comunista italiano (PCI). Collabora al Ministero della Costituente, occupandosi dei sistemi educativi su scala mondiale. Nel frattempo, si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia di Roma, studi che interrompe nel 1947: il suo è uno dei rari casi di docente universitario privo di laurea. Nel 1946 collabora con Mauro Scoccimarro, ministro delle Finanze nel governo Parri. Napoleoni fa parte della Commissione economica, diretta allora da Bruzio Manzocchi, e si interessa dei problemi relativi ai Consigli di gestione. Dal 1948 al 1950 dirige «La realtà economica», bollettino quindicinale del Comitato nazionale dei Consigli di gestione.
Nel 1951 abbandona il partito. Nel 1953 entra alla SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) di Pasquale Saraceno, dove dirigerà, dal 1958 al 1963, il Corso di formazione e specializzazione sui problemi della teoria e della politica dello sviluppo economico. Collabora allo Schema Vanoni, e fa poi parte della commissione di esperti che preparerà la nota aggiuntiva al bilancio 1962 del ministro Ugo La Malfa (Problemi e prospettive dello sviluppo economico italiano). Nel 1956-57 riprende i rapporti con Franco Rodano, e collabora a «Il dibattito politico».
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Amo Scicli e Guccione
Peppe Savà intervista Giorgio Agamben
E’ uno dei più grandi filosofi viventi. Amico di Pasolini e di Heidegger, Giorgio Agamben è stato definito dal Times e da Le Monde una delle dieci teste pensanti più importanti al mondo. Per il secondo anno consecutivo ha trascorso un lungo periodo di vacanza a Scicli, concedendo una intervista a Peppe Savà
Il governo Monti invoca la crisi e lo stato di necessità, e sembra essere la sola via di uscita sia dalla catastrofe finanziaria che dalle forme indecenti che il potere aveva assunto in Italia; la chiamata di Monti era la sola via di uscita o potrebbe piuttosto fornire il pretesto per imporre una seria limitazione alle libertà democratiche?
“Crisi” e “economia” non sono oggi usati come concetti, ma come parole d’ordine, che servono a imporre e a far accettare delle misure e delle restrizioni che la gente non ha alcun motivo di accettare. “Crisi” significa oggi soltanto “devi obbedire!”. Credo che sia evidente per tutti che la cosiddetta “crisi” dura ormai da decenni e non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo nel nostro tempo. Ed è un funzionamento che non ha nulla di razionale.
Per capire quel che sta succedendo, occorre prendere alla lettera l’idea di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce, implacabile e irrazionale religione che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua. Essa celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e il cui oggetto è il denaro. Dio non è morto, è diventato Denaro.
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Sul razzismo
intervista ad Alberto Burgio
Il razzismo può apparire una questione non così cruciale nell’analisi della nostra società. In realtà la sua analisi può invece rivelare meccanismi profondi e illuminare alcuni dei tratti più importanti della nostra contemporaneità. Abbiamo deciso di rivolgerci per questo al prof. Alberto Burgio, professore di Storia della Filosofia all’Università di Bologna, che da diversi anni ormai si è occupato del fenomeno, intuendone la rilevanza e rendendolo oggetto delle sue ricerche (che hanno dato origine a libri come Studi sul razzismo italiano, a cura di e con Luciano Casali, Bologna, CLUEB, 1996; L’invenzione delle razze. Studi su razzismo e revisionismo storico, Roma, Manifestolibri, 1998; Nonostante Auschwitz. Per una storia critica del razzismo europeo, Roma, DeriveApprodi, 2010; Razzismo, con Gianluca Gabrielli, Ediesse, 2012). Per il professor Burgio il razzismo non è un elemento estemporaneo ma qualcosa che si lega alle dinamiche più profonde della contemporaneità. Analizzare questo tema sarà dunque un’occasione per riflettere sul nostro tempo.
Domanda: L’attualità ci pone in maniera sempre più drammatica davanti a fenomeni migratori di portata crescente e al rinascere di atteggiamenti razzisti all’interno delle nostre società. Per interpretare tale fenomeno lei sottolinea la necessità di comprenderne le radici storiche profonde, al riguardo sottolinea quanto sia importante indagare quella che può esserne definita la genesi. Nel fare ciò lei mette in evidenza nei suoi libri un nesso decisivo che unisce il razzismo alla modernità. In che senso il razzismo può essere definito un fenomeno moderno?
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L'Unione Europea è morta
di Franco Berardi
Come sbarazzarsi del cadavere e ricominciare il processo di costruzione dell'Unione
Nel mese che è seguito alla vittoria di Syriza siamo stati costretti a riconoscere qual sia la natura (e il senso, e il destino) dell’Unione europea.
Per il 18 marzo è convocata una dimostrazione nella città di Francoforte, per festeggiare l’inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale europea il cui costo ammonta a 1.3 miliardi di euro. Come si svolgeranno questi festeggiamenti?
La tradizione politica dalla quale provengo si è ispirata a un principio preliminare: la rivendicazione di sovranità nazionale è regressiva, apre la strada al nazionalismo e perde di vista la sola cosa interessante, che è la trasformazione dell’Unione nel suo complesso.
In un articolo uscito in transversal.at Toni Negri e Raul Sanchez Cedillo ripropongono questa impostazione.
Dapprima correttamente descrivono la natura truffaldina del debito:
"L’Europa della troika vuol far pagare il debito alle moltitudini europee e, della capacità di pagare questo debito, fa la misura della democrazia ed anche del grado di europeismo. Ma tutti coloro che si muovono su un fronte democratico pensano piuttosto che questa misura sia infame perché i debiti che oggi sono imputati ai popoli son stati fatti da coloro che in tutti questi anni hanno governato. Questi debiti hanno rimpinguato le classi dirigenti, "
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Elogio di Terry De Nicolò, filosofa del terzo millennio
Miguel Martinez
Non ho seguito per nulla l’ultima vicenda che coinvolge il nostro presidente del Consiglio, il suo lenone e ricattatore di fiducia il signor Tarantini e un numero sproporzionato di Jeune-Fille di ogni età e dimensione.
Mi hanno però segnalato un video davvero notevole.
E’ un’intervista con una certa Terry De Nicolò, coinvolta non saprei, e non mi interessa, a quale titolo nella vicenda. Nell’intervista, vediamo una signora piuttosto dignitosa, per nulla appariscente, che si esprime in un ottimo italiano. Anche le parolacce che usa, ci stanno, nel contesto del discorso.
Dice la De Nicolò:
“poi se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché anche la bellezza, anzi sopratutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore. Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno, e viene pagato, come la bravura di un medico. E’ così, è così. Chi questo non lo capisce, “ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, allora stai a casa, non mi rompere i coglioni.”
L’intervistatore dice che secondo la procura, queste feste con queste donne servivano a convincere Berlusconi a fare entrare certi imprenditori nei grandi appalti, “la donna era vista un po’ come una tangente“. Un danno quindi, per l’imprenditore che non usa la donna tangente…
Risponde la De Nicolò,
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Italia: come rovinare un paese in trent’anni
La crisi italiana causata dall’austerità è un campanello d’allarme per l’Eurozona
di Servaas Storm
Sul sito dell’Institute for New Economic Thinking appare un articolo di un certo rilievo sul lungo declino dell’economia italiana, che perdura da trent’anni ormai, e sulle cause che ci hanno portato a questo punto. Sono cose ben note da chi segue il dibattito sulla lunga notte italiana, e tuttavia l’articolo ci è parso di un certo impatto e di un certo valore didattico riassuntivo per chi si approccia ora a questi temi. Per quel che riguarda la valutazione delle mosse del nuovo governo italiano, stretto tra le richieste impossibili dei vincoli europei e la necessità di rilanciare il Paese, e le varie proposte di via d’uscita formulate dagli economisti, il dibattito è aperto. Ci ha solo sorpreso, senza nulla togliere agli economisti italiani citati, che l’economista olandese autore dell’articolo ignori completamente quelle che sono state le voci più significative e più seguite che hanno dato vita al dibattito italiano, in primo luogo quella di Alberto Bagnai, autore di due notissimi libri e di varie pubblicazioni su siti accademici, ma anche di altri, ben noti ai nostri lettori
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La terza recessione italiana in 10 anni
Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l’economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra). Sia l’OCSE che la Banca centrale europea (BCE) hanno abbassato le previsioni di crescita per l’Italia a numeri negativi e, con quella che gli analisti considerano una mossa precauzionale, la BCE sta rilanciando il suo programma di acquisto di titoli di Stato, abbandonato solo cinque mesi fa.
«Non sottovalutate l’impatto della recessione italiana», ha dichiarato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a Bloomberg News (Horobin 2019). «Si parla molto della Brexit, ma non della recessione italiana, che avrà un impatto significativo sulla crescita in Europa e può avere un impatto sulla Francia, poiché si tratta di uno dei nostri più importanti partner commerciali». Più importante del fattore commerciale, tuttavia, cosa che Le Maire si guarda bene dal dire, è che le banche francesi detengono nei loro bilanci circa 385 miliardi di euro di debito italiano, derivati, impegni di credito e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di euro di debito italiano (al terzo trimestre del 2018, secondo la Bank for International Settlements).
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Le vaccinazioni, e il resto
di Il Pedante
Secondo il ministero della Salute, nei primi mesi del 2017 è esplosa un’epidemia di morbillo. Qualcuno parla già di «incubo». Al 23 maggio si contavano 2.581 casi dall’inizio dell’anno (lo 0,004% della popolazione nazionale). In tutto il 2016 erano stati 866, nel 2015 solo 259. Secondo il ministro Lorenzin e diversi esperti, il picco sarebbe dovuto al calo delle vaccinazioni passate dal 90% (2013) all’85% (2015) di copertura.
Osservando gli anni passati, nel 2008 vi furono 5.312 casi (+793% rispetto all’anno precedente) preceduti da un aumento della copertura vaccinale simmetrico al calo oggi lamentato: dall’86% (2004) al 90% (2007). Nel 2011 i casi erano 4.671 quando ormai la copertura si era ininterrottamente attestata sul 90% o più nei cinque anni precedenti. Su quale base statistica si afferma quindi che l’epidemia del 2017 è dovuta al minor numero di vaccinazioni?
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Correvo pensando ad Anna, di Pasquale Abatangelo
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
di Militant
Dal letame di molta memorialistica sugli anni Settanta, capita ad un certo punto di scovare il fiore più bello. E’ la vita onesta e tragica di Pasquale Abatangelo a restituire il significato di una vicenda collettiva sepolta dalla rancorosa storia dei vincitori, di destra e di sinistra. Da troppo tempo si è cambiato nome alle cose, ma rimane brutalmente vero il verso di Gertrude Stein: una rosa è una rosa è una rosa. Questa autobiografia restituisce senso ad un nome ormai prosciugato di significati materiali: il comunismo. La vita di Pasquale Abatangelo è il comunismo italiano degli anni Settanta. La sua vita come sineddoche di una generazione di militanti rivoluzionari che, sprovvisti di tutto tranne che della loro disciplina e del proprio sacrificio, seppero mettere paura al potere. E’ questo un privilegio che pagarono duramente: tanti non ressero, altri conservarono intatta la propria dignità. Pasquale fu uno di questi.
La vita di Pasquale racchiude simbolicamente il senso del lungo decennio delle lotte di classe in Italia tra il 1968 e la fine degli anni Settanta. Una vita di scarto come tante all’epoca, dal collegio alla strada, alle prime rapine al carcere. Ma la rinascita al comunismo avvenne all’interno di quella vicenda collettiva che sconvolse le sorti di una generazione. L’impolitico Pasquale dovette fare i conti con l’urgenza rivoluzionaria di una generazione che travolse i destini individuali: «Qui si crearono le basi della particolarità italiana. Anche in Francia, anche in Germania, in Inghilterra, negli USA il Sessantotto trovò le parole per capire, descrivere e rifiutare le istituzioni totali. Ma solo in Italia si generò una dinamica paritaria, orizzontale e osmotica, fra banditi e rivoluzionari. Anni dopo, nei libri di filosofia ho trovato le parole adatte per descrivere il significato di questo incontro: reciproco riconoscimento». Il reciproco riconoscimento di cui parla Pasquale non è “solo” quello tra detenuti comuni e militanti politici.
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Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo
di Domenico Moro
Recentemente il concetto di decrescita si è diffuso in molti settori, dalla destra alla sinistra istituzionale[1] e persino fra la sinistra radicale e comunista. La decrescita sembra, in apparenza, una risposta ai mali dell’epoca attuale, dall’esaurimento delle risorse energetiche alla crisi ecologica alla gestione dei rifiuti fino alla crisi economica. Il male sarebbe l’eccesso di consumo. La soluzione, dunque, starebbe nel consumare di meno. E per consumare di meno bisogna decrescere.
La crescita è così diventata il “cancro dell’umanità”. I teorici della decrescita non si limitano, dunque, a raccomandare maggiore attenzione al risparmio energetico, e ad eliminare sprechi e consumi inutili. I decrescisti propongono una visione complessiva della società, la “società della decrescita”, in alternativa non solo alla società attuale, ma anche alla prospettiva di una società socialista e al marxismo. Il fatto è che tale società della decrescita non solo non risolve il problemi che dovrebbe risolvere, essendo del tutto campata per aria, ma, mistificando le ragioni della presente crisi epocale, risulta addirittura funzionale alla conservazione dell’attuale assetto sociale. Dal momento che molti si fermano ad una conoscenza superficiale della teoria della decrescita, che sembra renderla sensata, è bene andare ai suoi fondamenti.
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Ciò che è vivo e ciò che è morto
Il paradosso situazionista
Mario Perniola
Che cos’è il movimento situazionista?
Occorre innanzitutto precisare che cosa s’intende per «movimento situazionista» e per «situazionismo». Si possono intendere tre cose differenti.
La prima è l’Internazionale situazionista, un gruppo d’avanguardia artistico-politica che si è costituito in Italia a Cosio d’Aroscia (Cuneo) nel luglio 1957 e si è dissolto nell’aprile 1972. Questa è stata un’associazione chiusa, cui hanno partecipato complessivamente nei quindici anni della sua esistenza 70 persone (63 uomini e 7 donne). La pratica delle esclusioni e delle dimissioni fece sì che nel gruppo fossero contemporaneamente presenti non più di una decina di membri. Il leader del gruppo è stato il francese, di origine italiana per parte di madre, Guy Debord (1931-1994) che ha svolto un ruolo egemonico per tutto il periodo della sua esistenza. La frequenza delle espulsioni (45 membri su 70 furono espulsi), unitamente alla pratica delle «rotture a catena» e al dogmatismo esasperato per cui le affermazioni di ognuno impegnavano anche tutti gli altri, conferì a questo gruppo quel carattere settario cui sono sempre stato refrattario: perciò nel periodo in cui fui in stretto rapporto con loro (tra il 1966 e il ’69) non entrai a farvi parte. Il gruppo produsse tra il giugno 1958 e il settembre ’69 dodici numeri di una rivista, il cui direttore fu sempre Guy Debord. L’Internazionale situazionista ha fin dall’inizio rifiutato di riconoscersi nel termine «situazionismo», attribuendo a questa parola un significato negativo: essa, infatti, sarebbe stata connessa col ricupero da parte del mercato artistico delle produzioni dei membri del movimento.
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Alimentare la bolla o sgonfiarla?
La crisi apre crepe nel fronte occidentale
di Nicola Casale
Prendo spunto dall’articolo di Paolo Giussani “Vizi privati, pubbliche virtù” (settembre 2011) per cercare di fare il punto sulla crisi.
Partire da Giussani è molto utile, perché svolge un’analisi della crisi non impressionistica e critica in modo appropriato due tendenze presenti a sinistra, quella keynesiana (o neo-keynesiana), e quella che fa ruotare tutto intorno a una lettura, spesso superficiale, della “caduta del saggio di profitto”. Due critiche centrate, ma monche in alcuni aspetti essenziali, come, spero, si evincerà dall’insieme di quel che segue.
La premessa dell’articolo di Giussani è dedicata al Marx di Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, di cui viene sottolineato il parere positivo sul ricorso alla bancarotta dello stato nella Francia di metà ‘800. La citazione è collegata in linea diretta con la conclusione dell’articolo: “Una crisi che voglia essere seria deve imperativamente togliere di mezzo l’indebitamento, portare al fallimento un’enorme quantità di capitale, ridurne il valore contabile complessivo innalzando proporzionalmente il saggio del profitto e, alla fine, spingere più o meno automaticamente i capitali sopravvissuti a riprendere l’accumulazione”.
È bene precisare subito una cosa. La tesi di Giussani non ha nulla da spartire con la tesi del default di un singolo stato.
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Italexit
di Andrea Zhok
In questo periodo nell'area politica che frequento maggiormente c'è grande fermento, volano stracci e qualche coltellata.
Il grande tema è dato dalla comparsa sul terreno di un’aspirante forza politica, guidata dall'ex direttore della Padania e vicedirettore di Libero, sen. Gianluigi Paragone.
Il manifesto politico e scritto da mani capaci, e, per quanto semplicistico, tocca tutti i punti giusti nell'area di riferimento. Tuttavia più del manifesto, il cuore della proposta sta in ciò che viene comunicato dalla scelta stessa del nome: ITALEXIT, l’uscita dell’Italia dall’UE.
La fibrillazione nell'area politica di riferimento (oscillante tra 'sinistra euroscettica' e 'destra sociale') è manifesta. Il senso politico dell’operazione è piuttosto chiaro: esiste una fascia di elettorato rimasto politicamente orfano dopo che nella Lega l'europeismo di Giorgetti ha messo all’angolo l'area Borghi-Bagnai, e dopo che l'esperienza di governo ha mitigato l’euroscetticismo del M5S.
Il progetto di ITALEXIT sta nel chiamare a raccolta quest’area di malcontento in uscita da Lega e M5S, con numeri sufficienti da superare le soglie di sbarramento alle prossime elezioni politiche, portando qualcuno (a partire dal sen. Paragone) in Parlamento.
L'operazione è politicamente legittima e può avere successo.
Intorno a questa operazione, al suo retroterra e ai suoi concreti sbocchi si è acceso un rovente dibattito. Conformemente al modo di porsi del nuovo partito, la discussione si è immediatamente fatta incandescente intorno al tema dell'Italexit, con un ritorno in grande stile delle accuse di "altroeuropeismo".
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Cinque risposte su marxismo ed ecologia
di Saral Sarkar e John Bellamy Foster
Il marxismo può rafforzare la nostra comprensione della crisi ecologica? L’autore di Marx’s Ecology, John Bellamy Foster, replica alle critiche su temi quali frattura metabolica, sviluppo umano sostenibile, decrescita, crescita demografica e industrialismo.
Il sito indiano Ecologize ha recentemente pubblicato la prefazione scritta da John Bellamy Foster al libro di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Nel commentare l’articolo di Foster, il giornalista ed attivista Saral Sarkar, il quale definisce il proprio punto di vista come eco-socialista, solleva alcuni interrogativi che sfidano l’utilità dell’analisi marxista ai fini della comprensione della crisi ecologica globale. La replica di Foster è stata pubblicata da Ecologize il 26 marzo.
Lo scambio, qui riproposto, affronta importanti questioni circa le prospettive marxiste sulla crisi ecologica globale.
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ALCUNE DOMANDE PER JOHN BELLAMY FOSTER
di Saral Sarkar
Il professor Bellamy Foster è un rinomato studioso.
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Cosa vuol dire sinistra oggi?
Emancipazione sociale in tempi di crisi
di Norbert Trenkle
I. Quando più di 25 anni fa il cosiddetto socialismo reale colò a picco, il pubblico liberal-democratico si convinse che il «sistema sociale» basato sull’economia di mercato e sulla democrazia si fosse aggiudicato una storica vittoria nel «conflitto tra i sistemi». Francis Fukuyama decretò la sua celebre sentenza circa la «fine della storia», che fece rapidamente il giro del mondo, mentre alla sinistra tradizionale venne a mancare il terreno sotto i piedi.
In questo clima euforico furono ben poche le voci dissenzienti. Qualcuno suggerì spiritosamente che in realtà l’Occidente non aveva vinto, che sarebbe stato solo l’ultimo degli sconfitti. Lungi dal promuovere il benessere generale il capitalismo scatenato, senza più neppure l’opposizione di un sistema antagonista, dispiegò la sua forza distruttiva con una dinamica ancor più incontenibile. Dalla prospettiva della critica del valore, come era stata formulata nell’ambito del gruppo Krisis, la questione si poneva in termini assai differenti. Secondo la nostra analisi il crollo del socialismo di Stato non segnava affatto la fine di un sistema sociale antagonista, ma solo quella di un regime statalista dispotico della modernizzazione di recupero, ormai giunto ai suoi limiti storici, che a causa della sua struttura sclerotizzata e inerte non era più in grado di saltare sul treno della terza rivoluzione industriale, con i suoi nuovi standard produttivi. Allo stesso tempo interpretammo il collasso di quel regime come l’inizio di una crisi fondamentale del modo di produzione capitalistico complessivo, che avrebbe soffocato, in ultima analisi, l’iperproduttività da esso stesso scatenata (vedi Stahlmann 1990; Kurz 1991).
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La tesi di Costanzo Preve che spaventa i marxisti italiani
di Fabio Rontini
Si propone all’attenzione dei lettori il presente saggio di Fabio Rontini che, brevemente e sinteticamente, ripercorre alcuni temi fondamentali del dibattito teorico-politico avvenuto negli ultimi anni in Italia tra autori di grande livello, come Preve, Losurdo e altri. L’autore ripropone nel finale alcune tesi già precedentemente espresse in un lavoro più ampio, e sul quale a mio personale avviso, occorre procedere con molta prudenza. Il livello di regressione e semplificazione teorica a cui è giunto il movimento comunista italiano impone la necessità di portare avanti uno studio più sistematico e collettivo su una serie di tematiche complesse che necessitano non solo una conoscenza puntuale dei classici, ma anche un aggiornamento agli studi più recenti, specie nei campi della psicologia e delle neuroscienze. Chi scrive, a differenza dell’autore del saggio, non ritiene che il materialismo neghi l’esistenza reale e concreta delle idee, ma le ritiene dei costrutti socio-individuali prodotti dal cervello, e quindi come tali determinati dialetticamente dalle esperienze sensoriali esterne. Il problema vero è capire se e quando tali idee siano in grado di svincolarsi dal determinismo a cui l’essere umano, come ogni essere naturale, è sottoposto fino al momento in cui acquista un livello di sviluppo cerebrale tale da rendere la sua attività ideale (e utopica) superiore agli input provenienti dalla realtà materiale ed ideale a lui esterni. Il tema non è una questione di lana caprina, ma si coniuga con la possibilità o meno di combattere e sconfiggere il controllo sociale attuato dall’attuale totalitarismo “liberale”. Da cui consegue la necessità di riflettere costruttivamente sulle possibilità concrete di vittoria di un movimento comunista in un contesto, come quello dell’Occidente, in cui l’egemonia è totalmente nelle mani della borghesia.
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In lotta contro la cartolarizzazione del futuro
Girolamo De Michele
Da dove partire per disegnare il campo dei problemi aperti dal nuovo anno scolastico? Forse da una vicenda apparentemente locale: lo scambio di messaggi tra una lobby di presidi toscani, i cosiddetti “diciotto”, e i collettivi di cinque scuole superiori di Pontedera. Ai presidi che si ritengono in diritto di fare la morale agli studenti – «gli studenti devono essere consapevoli che se la politica è cosa seria e importante, devono risultare serie e credibili le forme della loro protesta. Dobbiamo dire in tutta sincerità che non possono risultare tali le occupazioni che si sono ripetute negli ultimi anni», i collettivi rispondono alzando il tiro: «Voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime? Forse dietro scrivanie ad applicare circolari contraddittorie e inapplicabili, contrarie al buon senso, contrarie a chi vuol difendere il diritto di una scuola pubblica di tutti e per tutti. Forse a dire che la legge è legge, che va applicata! Probabilmente dissero così anche i Presidi quando nel 1938 furono emanate le leggi razziali, forse dissero così, sicuramente dissero così».
Nella risposta dei collettivi sono ben chiari due punti fermi: la doppia natura dell’istituzione scolastica, al tempo stesso strumento di trasmissione del sapere dominante e di critica del sapere; e la visione generale all’interno della quale può essere colta la specificità “locale” della scuola.
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