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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Per un cumulo di ragioni, ampiamente discusse e condivise da svariati analisti, molti dei quali statunitensi, le possibilità che il conflitto si concluda con una vittoria israelo-americana sono a dir poco assai remote. L’ipotesi più probabile, quindi, è che prima o poi gli Stati Uniti decidano di sganciarsi anche da questo conflitto, ricercando una soluzione che in qualche modo offra un appiglio alla narrazione della vittoria, anche se in realtà non sarà affatto così. La posizione assunta dagli USA sulla scena internazionale è ormai del tutto...
Ieri mi sono reso conto davvero di essere nato in un altro mondo. Dove dietro discorsi in superficie divergenti, c’era una Grande Narrazione, data per scontata: c’è un Noi, che è l’umanità (come nella frase ridicola, ma sentita tante volte, “noi siamo andati sulla Luna”). L’umanità stava progredendo, grazie alla ricerca e all’inventiva, e ogni volta che sorgeva un problema, si sarebbe trovata la soluzione. La guerra era finita con il suicidio di Hitler: non solo quella guerra, proprio la Guerra. Certo, siccome rimanevano un po’ di cattivi...
Nell’ascoltare i deliri bipolari di Trump a proposito dell’andamento della guerra all’Iran viene in mente la retorica adottata dal regime fascista anche quando ormai partigiani e truppe “alleate” stavano per entrare a Milano. “Vittorie clamorose”, “perdite catastrofiche” inferte al nemico, “eroismo incomparabile”, dei fascisti in fuga, ecc. Guardare le prime pagine del Corsera d’allora, sembra quello di oggi… Scherzi a parte, le cose sembrano andare un po’ differentemente, sia in casa Usa che addirittura in Israele. Il New York Times – non un...
Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione. Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato. Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di...
La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele. La condizione di guerra permanente è essenziale alla continuazione del potere del primo ministro israeliano e di gran parte della corrotta leadership. Il progetto di grande Israele, iscritto nello statuto del Likud, è oggi appoggiato dalla maggioranza degli israeliani che non...
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al...
“Più gravi diventano i problemi dell’umanità, meno strumenti abbiamo per l’azione collettiva. E questa strada conduce solo alla barbarie” Per decenni, gli Stati Uniti sono passati da complotti segreti per assassinare i nemici all’adozione aperta dell’assassinio o delle “uccisioni mirate” come politica ufficiale. Ora, nella guerra con l’Iran, questa evoluzione sta raggiungendo la sua fase più pericolosa. Il 17 e il 18 marzo, gli Stati Uniti e Israele hanno assassinato tre alti funzionari del governo iraniano con attacchi aerei mirati: Ali...
Vorremmo poter scrivere del lato noir, ribelle, sfrontato pur senza esibizionismi di Gino Paoli, lo chansonnier che ancor giovane si sparò al cuore perché si era “rotto i coglioni” e voleva vedere “cosa c’è dall’altra parte” (e naturalmente il Caso, o una mira auto-conservativa, lo graziò). E invece, non avendo granché titolo a farlo ci limitiamo a segnalare una grave distorsione cognitiva tornata prepotentemente alla ribalta con il referendum sulla magistratura, vinto dal No con nostra somma soddisfazione. Si tratta della pestifera retorica...
L’Europarlamento, con maggioranza popolari, socialdemocratici, conservatori e liberali, ha approvato l’accordo con US in base al quale loro avranno accesso privilegiato al mercato UE e zero dazi mentre i nostri prodotti saranno tassati con dazi fino al 15%. Quindi più import da US e meno export, affarone! Quando Trump avrà finito di sollazzarsi con l’Iran (si fa per dire) e verrà a prendersi la Groenlandia, voglio proprio vedere l’insurrezione dei partigiani di Bruxelles. Altresì, i primi conti sul 2025, dicono che la spesa militare europea è...
A quasi un mese dall’inizio della guerra di aggressione lanciata da USA e Israele contro l’Iran, tutti i piani israelo-americani sono saltati. La decapitazione della Repubblica Islamica tramite il brutale assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri leader politici e militari iraniani non ha portato al crollo del governo iraniano. Al contrario, la compattezza con cui i vertici di Teheran hanno risposto all’attacco ha fatto svanire il miraggio di una guerra lampo vagheggiato da Washington e Tel Aviv. La paralisi della navigazione nel...
“C’è preoccupazione reciproca per la pericolosa diffusione del conflitto al Mar Caspio”, così il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov lo scorso 24 Marzo ha chiuso la telefonata con il suo omologo Abbas Araghchi. Una telefonata che ha fatto immediatamente seguito ai bombardamenti della Coalizione Epstein ai porti iraniani sul Mar Caspio e all’attacco di droni ucraini alle infrastrutture del Turkish Stream e del Blue Stream avvenuti tra il 17 e il 19 Marzo in un crescendo di preoccupazione condivisa da Iran e Russia. La portavoce del...
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia...
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra. E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso....
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova...
I segni di disperazione nella “”coalizione Epstein”” cominciano a farsi sempre più evidenti. Per la seconda notte di fila i (non molti) missili arrivati su Israele sono passati quasi tutti come nel burro. Le difese aeree sembrano andate. La strategia iraniana non è quella della distruzione massiva – che caratterizza Israele – ma quella del logoramento. I missili a grappolo, pressoché non intercettabili, non producono distruzioni imponenti, non fanno crollare caseggiati, ma disseminano granate che non consentono alcun ritorno alla normalità....
Evviva l’internazionalismo! Evviva, anche se non si sa più bene cosa significhi, e quindi è tutto da ripensare. È questa l’ingiunzione tanto problematica, quanto ampiamente argomentata, che, detta a mio modo, si può ricavare da The Rest and the West di Nielsen e Mezzadra (Meltemi editore, Milano, 2025): un’ingiunzione che ne condensa uno dei suoi maggiori meriti. Ma non si tratta niente affatto di un pugnace pamphlet, come potrebbe far pensare questa mia prima annotazione in forma di slogan: si tratta piuttosto di un meditato e...
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa,...
Ma chi sono i veri fanatici religiosi? I leader iraniani o quelli statunitensi? Ci siamo posti questa domanda a partire da tre notizie uscite in concomitanza allo scoppio della guerra in Iran. La prima è la denuncia almeno 200 soldati americani alla Military Religious Freedom Foundation nei confronti dei propri comandanti, accusati di presentare l’attacco alla Repubblica Islamica come “parte di un piano divino”. Addirittura, questi comandanti avrebbero sostenuto che Trump sarebbe, testuali parole, “unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare...
Stiamo vivendo un'epoca di cambiamento. Ciò significa che ci troveremo ad affrontare tempi pericolosi. Un intero sistema di certezze, abitudini e sicurezze si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma bisogna avvertire: quello stesso sistema, il cui declino e crollo ci avevano dato tranquillità, ci ha anche tenuti alienati e in uno stato di narcosi. Si trattava del sistema del "nordamericanismo". Il controllo selettivo ed efficace dello Stretto di Hormuz rappresenta, come fatto storico unico, la grande "contro-sanzione" di uno stato...
I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, e una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il...
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura. Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere, cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle. L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo il 60% degli aventi diritto....
I risultati del recente referendum hanno visto la schiacciante prevalenza dei “no”, insieme con un aumento significativo della partecipazione al voto. Un dato che, alla luce dei precedenti, può apparire singolare, ma che si spiega tenendo conto che il baricentro di questo referendum non è stato il problema della riforma della giustizia, ma il giudizio sul governo presieduto da Giorgia Meloni. Quest’ultima pensava di vincere e invece ha perso. Sennonché qui non c’entrano per nulla né le richieste corporative dei magistrati e nemmeno la difesa...
Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto. La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola. Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Tehran era classificata come di breve-medio raggio,...
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum. Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare. Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini. Il primo dato è che specie...
Maurizio Lazzarato (1955) è un sociologo e filosofo italiano, noto soprattutto per le sue ricerche sulle trasformazioni del lavoro, il debito e la relazione tra capitalismo e guerra. Residente a Parigi, è ricercatore presso il laboratorio Matisse/CNRS dell’Università Parigi I Panthéon-Sorbonne e membro del Collège International de Philosophie. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012), Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti (2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e...
C’è una narrazione ufficiale sull’origine dell’Unione Europea che resiste tenacemente a ogni smentita: quella dei tre grandi cattolici – De Gasperi, Schuman, Adenauer – che dalle macerie della seconda guerra mondiale avrebbero tratto un progetto di riconciliazione ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa, alla sussidiarietà, alla dignità della persona radicata in comunità organiche. È una narrazione bella, edificante, e largamente falsa. O meglio: vera quanto basta per nascondere ciò che conta davvero, ovvero che l’architettura profonda...
La “strana coppia” Israele-Usa appare ormai compiutamente come una combinazione mortifera tra un mega-“squadrone della morte” guidato da killer seriali psicotici e un’astronave carica di armi in mano a un gruppo di clown. C’era fino a ieri un solo limite nella guerra d’aggressione scatenata contro l’Iran: non si toccano – nei limiti del possibile – gli impianti di estrazione di petrolio e gas di Tehran. Non per bontà d’animo, ma per calcolo economico globale. Era infatti risaputo e dichiarato in tutte le salse che se fossero cominciati...
Siamo molto orgogliosi di proporre per sedimenti un articolo di Pino Arlacchi, sociologo di fama internazionale e per molti anni funzionario delle Nazioni Unite, oltre che collaboratore di lungo corso di Giovanni Falcone nella lotta contro la mafia. In questo articolo Arlacchi prova a delineare il possibile scenario di una ricomposizione – pacifica e progressiva – delle relazioni tra l’Europa e l’Asia, violentemente interrotte dall’insorgere delle recenti guerre (commerciali e reali) scatenate dal centro morente dell’impero americano,...
Negli ultimi decenni una serie di interventi legislativi e amministrativi hanno alterato in profondità i caratteri essenziali della scuola. Queste riforme, frutto delle politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione, hanno avuto come conseguenza la dequalificazione del lavoro del docente e la degradazione culturale e sociale dell’intera categoria dei docenti della scuola italiana. Orbene, i docenti hanno nella sostanza accettato tutto questo, spesso collaborando alla propria degradazione, più spesso lamentandosi, ma senza mai ribellarsi...
Per la terza volta il popolo italiano si è opposto a una manomissione della Costituzione. Nel 2006 venne respinto il tentativo berlusconiano, nel 2016 quello di Renzi e oggi il tentativo di Meloni. Il segno che emerge è quindi quello di un paese con una maggioranza antifascista e costituzionale che si attiva di fronte al rischio della manomissione delle regole democratiche. Una maggioranza che va ben al di là dei confini delle forze politiche. Il referendum ha visto un deciso aumento della partecipazione al voto rispetto alle ultime elezioni...
E’ stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario. E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo. Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile...
La logica in cui l’Occidente a guida israeloamericana si è infilata è una logica perversa e pericolosissima, una logica dell’escalation distruttiva come unico orizzonte percorribile. Se non emergeranno presto contropoteri interni (agli USA, improbabile nell’entità sionista), a premere per un disimpegno, l’orizzonte che si prepara è quello di una catastrofe. Al bombardamento dell’area del sito nucleare di Natanz, l’Iran ha risposto bombardando l’area del sito nucleare di Dimona in Israele; all’attacco ai depositi di gas dell’isola di Kharg,...
Per lo stretto di Hormuz Trump addirittura bussa alla Cina. Intanto vuole rinviare l’incontro con XI sperando che l’Iran esaurisca i missili. Ma si illude Trump non sa più cosa fare e prende tempo. Chiede aiuto al Paese (la Cina) che a livello mondiale contende la leadership agli USA per controllare quello stretto di Hormuz che le sue iniziative insieme agli israeliani hanno messo in pericolo e nello stesso tempo domanda a Pechino più tempo prima che si tenga l’incontro previsto dal 31 marzo al 2 aprile con Xi Jinping. Un summit al quale,...
Gaza è solo l’inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa. La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Ospedali, scuole...
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui veri protagonisti dell’attacco criminale all’Iran, li ha appena chiariti Joe Kent con le sue dimissioni da direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (Nctc) degli Stati Uniti. Martedì 17 marzo, Kent ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata a Donald Trump. “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non costituiva una minaccia immediata per la nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra sotto pressione di Israele e della sua potente lobby“....
Il patriarcato è un processo di sovranità, non c’è peggiore mistificazione che considerare il patriarcato capace di autoregolazione. E’ sempre un rapporto tra chi comanda e chi obbedisce. Che cos’è il femminismo? Assumere il rapporto patriarcale non come concluso e definito, ma come rapporto di forza che di volta in volta si modifica sulla base della lotta, dei modi della lotta e pertanto delle figure della progettualità. Più precisamente l’analisi femminista oggi si scontra con il ruolo delle patriarche. Queste nella nostra stagione quando...
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova...
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso. Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo...
Israele ha iniziato la guerra alla produzione energetica globale attaccando l’impianto di produzione di gas più importante del mondo, il South Pars, raid al quale ha fatto seguito la reazione iraniana che, come aveva preannunciato quando tale operazione era stata minacciata, ha colpito gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo collegati alle Compagnie petrolifere Usa. In evidente combinato disposto, Kiev oggi ha attaccato le stazioni di compressione di gas di Gazprom che servono due importanti gasdotti tra Russia e Turchia, il TurkStream e...
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Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.
Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.
Da un certo punto di vista lo capisco. A noi anziani il caldo fa male, tanto male. Ci frigge quei pochi neuroni che restano e qualche volta non ce la facciamo proprio più a pensare come si deve. Quando capita a me, mi ficco sotto il ventilatore con la Settimana enigmistica – che richiede solo una parvenza di pensiero. Tronti si è ficcato sotto il ventilatore a fare il giochino “quale pezzo dell’enciclica è stato scritto da papa Ratzinger e quale da papa Bergoglio?”.
Il quiz è suggerito da Rino Fisichella nell’introduzione all’edizione paolina di Lumen fidei. Suggerito in modo per l’appunto enigmistico, imbrogliando le carte in perfetto stile pretesco: “Papa Francesco con Lumen fidei si pone in continuità con il magistero di Benedetto XVI”, anzi riconosce esplicitamente “che ha ricevuto dal suo predecessore del materiale che ha voluto poi rielaborare”, insomma il grosso l’ha scritto Ratzinger, eppure “è pienamente un testo di Papa Francesco”, “può essere ritenuta l’ultima enciclica di Benedetto e la prima di Francesco”. Ragazzi! Sembra il mistero della trinità, Dio è uno, ma anche trino, è trino, ma anche uno, ecc. finché il cervello va in pappa. Tronti però a questo punto della lettura era ancora abbastanza lucido e ha tagliato corto: è un testo scritto a quattro mani e il giochino per l’estate è indovinare l’attribuzione delle varie parti all’uno o all’altro papa. Divertente!
Il titolo di questo libro dovrebbe costituire un test del quoziente intellettuale elementare: se la prima associazione che provoca nel lettore è il volgare cliché anticomunista: “Ha ragione – oggi dopo la tragedia del totalitarismo del XX secolo, tutta questa faccenda di un ritorno al comunismo non può essere che una farsa!”, ebbene, gli consiglio vivamente di fermarsi qui. Non solo, ma il libro gli dovrebbe venire confiscato, perché vi si tratta di una tragedia e di una farsa assolutamente diverse, ossia dei due avvenimenti che aprono e chiudono il primo decennio del XXI secolo: gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la débacle finanziaria del 2008.
[...] L’analisi proposta in questo libro non ha nulla di neutro; al contrario, è impegnata e “parziale” al massimo – perché la verità è di parte; essa è accessibile-vi si può accedere soltanto se si prende partito, e non per questo è meno universale. Il partito preso qui è naturalmente quello del comunismo. Adorno fa iniziare i suoi Tre studi su Hegel con un rifiuto della domanda tradizionale su ciò che egli esemplifica col titolo del libro di Benedetto Croce: Che cosa è vivo e che cosa è morto nella filosofia di Hegel? Una simile domanda suppone da parte del suo autore l’assunzione di una posizione arrogante di giudice del passato, ma quando abbiamo a che fare con un filosofo veramente grande, la vera domanda da formulare non riguarda quello che questo filosofo può ancora dirci, quello che ancora può significare per noi, ma piuttosto il contrario: a che punto siamo ai suoi occhi?
Parlare di “sorti del paese” senza saperne la storia economica – anche quella più recente – rasenta il tentativo di dare lezioni di vita a quindici anni. Buone intenzioni tante, esperienza zero.
Questa ricostruzione impietosa dellla storia economica italiana degli ultimi 30 anni può aiutare a mettere a fuoco molti problemi che gli “europeisti-senza-se-e-senza-ma” semplicemente ignorano (più sono esperti e più sono bugiardi, diciamo) e che i “populisti nazionalisti” riducono a questioncelle risolvibili con ricette da imbecilli.
Naturalmente non è una ricostruzione “neutra”. L’autore, Servaas Storm, è un economista olandese che si occupa di temi a cavallo tra macroeconomia, tecnologie, distribuzione del reddito, finanza.
L’articolo è stato commissionato e pubblicato alcuni mesi fa dall’Institute for New Economic Thinking, che di certo non può essere considerato un think tank di “sinistra”, visto che ha fra i fondatori il tristemente noto speculatore George Soros. Molte considerazioni critiche sarebbero possibili dal nostro punto di vista. La principale, che merge solare dai grafici ma Servaas sembra non vedere, è che il calo dei salari e di altri fattori è comune a tutte le economie europee prese a paragone. In Italia è più accentuato, certamente, ma all’interno di una curva discendente collettiva. L’austerità, insomma, è una malattia mortale per tutta l’Unione Europea e soprattutto per i lavoratori di tutto il continente.
Ma i numeri, quando sono messi in fila, mostrano una via. E quelli dell’economia italiana, nell’arco dell’ultimo trentennio, descrivono il cammino verso il precipizio per esplicita decisione politica sovranazionale, nel quadro di una serie di trattati europei che spingono per diseguaglianze crescenti e niente affatto casuali.
Buona lettura.
* Traduzione per Voci dall’Estero di Gilberto Trombetta
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La terza recessione italiana in 10 anni
La crisi italiana causata dall’austerità è un campanello d’allarme per l’Eurozona
Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l’economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra).
"Timeo Danaos et dona ferentes": sulla politica imperialistica degli "aiuti"
di Paolo Selmi
“Все счастливые семьи похожи друг на друга, каждая несчастливая семья несчастлива по-своему” (“Tutte le famiglie felici si assomigliano l’una all’altra, ciascuna famiglia infelice lo è a suo modo”): così inizia Anna Karenina, così verrebbe da iniziare questo paragrafo su uno dei tasti più dolenti di questo capitalismo globalizzato, dilaniato dai ruggiti dei nuovi imperialismi e dai rigurgiti dei vecchi. Non c’è nulla di più infelice, di più ipocrita, di più falso, della cosiddetta “cooperazione internazionale”. Ognuno la rende infelice “по-своему”, “a suo modo”: l’Occidente, come alibi per la propria politica neocoloniale, e oggi la Cina, come copertura alla propria politica “di prosperità comune”. Del primo aspetto si è parlato molto, del secondo poco o niente. Colmeremo tra poco questa lacuna ma prima, giusto per capire di cosa si tratta, occorre fare un passo indietro.
Inutile a dirsi, Pechino interviene a gamba tesa su alcune precise, non casuali, situazioni debitorie consolidate, laddove l’imperialismo occidentale, in particolare statunitense, nella figura di quel mostro a due teste di nome FMI-BM (fondo monetario internazionale-banca mondiale) fino a oggi l’aveva fatta da padrone. Occorre quindi fissare alcuni punti cardine, onde riportare la nostra analisi entro un campo di esistenza definito da categorie certe, che non siano la semplice simpatia o antipatia per questo o quello schieramento. Parliamo quindi di dipendenza, meglio, di economia della dipendenza. Non possiamo comprendere le dinamiche del sottosviluppo se prima non affrontiamo la sua causa prima. Ad aiutarci, uno dei fondatori di questa teoria, Theotonio Dos Santos (1936-2018), recentemente scomparso. La sua fama diveniva mondiale nel 1970, con un breve saggio, “La struttura della dipendenza”1 , da cui citiamo i seguenti estratti.
La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento. Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del libro «Dalla tragedia alla farsa»
Slavoj Zizek è un torrente in piena difficile da incanalare quando parla. Inizia con estemporanee impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un po' paesotto di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul cambiamento climatico. L'intervista nasce dopo la lettura del suo nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205, euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un inimmagginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo.
Era il 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, quando Francis Fukuyama abbozzava su una rivista la sua teoria della fine della storia, quella che avrebbe poi esplicitato nel libro, dallo stesso titolo, che lo ha reso famoso, pubblicato nel 1992. Tre anni dopo Jeremy Rifkin pubblicava il suo “La fine del lavoro”.
Sollecitato da un vecchio compagno, ho letto alcuni pezzi di un dibattito riguardante il lavoro che ha percorso le pagine de “Il Manifesto” all’inizio dell’estate 2019. Vi ho trovato molte somiglianze con discorsi che sono circolati largamente altrove, più o meno nello stesso periodo, per esempio nelle iniziative della Fondazione Feltrinelli con il ciclo di conferenze-dibattito dal titolo Jobless Society. L’idea che il lavoro sia destinato a sparire con l’automazione o che sia già scomparso per lasciare il posto a non so quali altre cervellotiche forme di rapporti sociali mi ha riportato alla memoria le teorie di Fukuyama o, meglio, l’interpretazione volgare e banale che di quelle teorie è stata data, perché Fukuyama era molto meno stupido dei suoi fans e intendeva per fine della storia il processo di modernizzazione concluso.
Ora, se noi interpretiamo il salto tecnologico in atto (digitalizzazione, IoT, blockchain ecc.) come un processo di modernizzazione, può andar bene, anzi è persino banale, ma se pretendiamo di qualificarlo come un processo concluso o come una frontiera oltre la quale non c’è più nulla, cadiamo nel ridicolo.
Innanzitutto dobbiamo esigere da coloro che parlano di lavoro di essere espliciti su un punto: si sta parlando del lavoro come generica attività umana o di lavoro per conto di terzi in cambio di mezzi di sussistenza? Si parla di lavoro come espressione di sé, delle proprie aspirazioni, dei propri talenti, o si parla di lavoro salariato, cioé retribuito da un soggetto terzo?
Che influenza ebbe la rivoluzione europea del 1848 sulla teoria marxiana? Quale fu il suo contributo specifico? In che misura fu un evento determinante? La strada maestra per addentrarsi nel cuore di questo problema sembra essere fornita dal temporaneo abbandono della militanza politica, compiuto da Marx agli inizi degli anni Cinquanta. Sicuramente il mutamento del contesto storico, la vittoria della controrivoluzione in tutta Europa, la repressione, l’esilio londinese furono tutti fattori che ebbero un’importanza decisiva. Vi fu però anche una motivazione squisitamente teorica, un radicale mutamento nella prospettiva strategica marxiana1.
«Nel caso di una battaglia contro un nemico comune non c’è bisogno di nessuna unione speciale. Appena si deve combattere direttamente tale nemico, gli interessi dei due partiti coincidono momentaneamente, e, com’è avvenuto sinora così per l’avvenire, questo collegamento, calcolato soltanto per quel momento, si ristabilirà spontaneamente»2.
L’imperativo dell’alleanza di tutte le forze democratiche, centrale nel Manifesto, sembra ormai, dopo la rivoluzione, avere ben poco di strategico; il vero compito dei comunisti rivoluzionari è piuttosto la lotta proprio contro queste alleanze ibridatrici che, lasciando evaporare le differenze di classe, dissolvono l’autonomia del proletariato e ne distruggono la coscienza e la forza rivoluzionaria.
Nell’autogiustificazione ideologica di Anders Behring Breivik e nelle reazioni ai suoi atti criminali ci sono cose che dovrebbero farci riflettere. Il manifesto di questo “cacciatore di marxisti” cristiano che in Norvegia ha ucciso più di 70 persone non è il vaneggiamento di un folle, è una lucida esposizione della “crisi europea” che (più o meno) implicitamente è alla radice del crescente movimento populista contro gli immigrati, e le sue stesse incoerenze sono sintomatiche delle contraddizioni interne di questo movimento.
La prima cosa che colpisce è come Breivik costruisce il suo nemico. Mescola tre elementi (marxismo, multiculturalismo e islamismo) che appartengono a spazi politici diversi: quello dell’estrema sinistra marxista, quello del liberalismo multiculturale e quello del fondamentalismo religioso islamico. È la vecchia abitudine fascista di attribuire al nemico caratteristiche che si escludono a vicenda (complotto bolscevico-plutocratico giudaico, estrema sinistra bolscevica, capitalismo plutocratico, identità etnico-religiosa) che ritorna in una nuova forma.
Ancora più indicativo è il modo in cui l’autodesignazione di Breivik mescola le carte dell’ideologia di estrema destra. Breivik si erige a paladino del cristianesimo ma è un agnostico laico: per lui il cristianesimo è solo un bastione culturale da contrapporre all’islam.
Prof. Demichelis, in un suo recente lavoro ha parlato espressamente di religione per definire l'impianto tecno-capitalista che governa le nostre società. Quale valenza strategica e politica riconosce a un'analisi del dominio contemporaneo centrata sulla categoria del "religioso"?
In tempi di Isis e di integralismo politico-religioso potrebbe sembrare fuori luogo parlare e scrivere di capitalismo, di tecnica e di rete come di fenomeni religiosi. Io sostengo invece che proprio il capitalismo e la tecnica intesa come apparato hanno assunto ormai forme tipicamente religiose. Utilizzando le categorie e le modalità del religioso per evangelizzare il mondo, ma nella forma tecnica e capitalista.
Se andiamo alle analisi di Michel Foucault sulla nascita del potere moderno come evoluzione del potere pastorale delle prime comunità cristiane; se (ancora Foucault) analizziamo i meccanismi psicologici e pedagogici insiti nelle discipline e poi nelle forme biopolitiche di potere e di governo (la governamentalità) degli uomini; se, ancora, guardiamo alle società di massa del '900, alle forme totalitarie di potere, al concetto di ideologia - ebbene, abbiamo la conferma di quanto le forme religiose siano ben presenti anche oggi, in tempi di apparente secolarizzazione ma soprattutto di mercato globale e di rete.
La religione classica era un sistema di rappresentazioni collettive e di pratiche ripetute che uniscono e connettono e integrano ciascuno in una comunità/gregge, legandolo al pastore che guida il gregge e sciogliendolo all'interno del gruppo; è poi un insieme di riti, miti, cerimonie, simboli che rimandano e rinviano a Dio ma soprattutto alla chiesa che lo incarna e lo interpreta.
«L’uso dei corpi» del filosofo italiano affronta il problema di una vita felice da conquistare politicamente. Ma dopo aver preso congedo dalle teorie marxiste e anarchiche sul potere, l’esito è uno spaesante sporgersi sul nulla
È un gran libro metafisico, questo di Giorgio Agamben che esplicitamente conclude la vicenda dell’Homo sacer (L’uso dei corpi, Neri Pozza Editore, pp. 366, euro 18). Proprio perché metafisico è anche un libro politico, che in molte sue pagine ci restituisce l’unico Agamben politico che conosciamo (quando «politica» significa «fare» e non semplicemente strologare sul dominio, alla maniera dei giuristi e degli ideologi), quello de La comunità che viene. Ma in senso inverso, rovesciato. Il problema è sempre quello di una vita felice da conquistare politicamente ma, dopo vent’anni, questa ricerca non conclude né alla costruzione di una comunità possibile né alla definizione di una potenza – a meno di non considerare tale la «potenza destituente», auspicata in conclusione della ricerca. In quella prospettiva, la felicità consisterebbe nella singolare contemplazione di una «forma di vita» che ricomponga zoé e bíos e d’altra parte nella disattivazione della loro separazione, imposta dal dominio.
Nella «forma di vita» così definita, la potenza si presenta come uso inoperoso; la «nuda vita» non sarebbe allora più isolabile da parte del potere; qui invece starebbe il principio del comune: «comunità e potenza si identificano senza residui, perché l’inerire di un principio comunitario in ogni potenza è funzione del carattere necessariamente potenziale di ogni comunità».
Intervista su “Storia di un comunista” di Toni Negri
Marco Ambra intervista Girolamo De Michele
In occasione dell’uscita dell’autobiografia di Toni Negri (Storia di un comunista, Ponte alle Grazie, Milano 2015), che tante polemiche ha sollevato, abbiamo intervistato il curatore del volume Girolamo De Michele
Marco Ambra: Lasciamo da parte l’acritica stroncatura di Simonetta Fiori su Repubblica, segno di un evidente fastidio provocato dalla lettura di questa autobiografia, alla quale peraltro lo stesso Negri ha replicato sine ira ac studio.
Partiamo invece dal testo. Scorrendo le seicento pagine della vita di Toni Negri il lettore ha l’impressione di avere a che fare con una confessione, nel senso dato a questa categoria dalla filosofa Marìa Zambrano: la confessione è un genere letterario che sorge laddove l’autore intenzionato a raccontare la propria vita individui un conflitto di questa con la verità (La confessione come genere letterario, ed. it. Bruno Mondadori, Milano 2004). L’effetto principale di questo conflitto sarebbe l’emergere, nell’autore, dell’uscita dal senso di isolamento attraverso la comunicazione di questo conflitto. Ma per farlo l’autore della confessione deve farsi carico di lavoro faticoso, della produzione di un linguaggio in grado di raccontare. Come dice lo stesso Negri «il linguaggio bisogna reinventarlo, attraverso segni e parole che corrispondono ad altro, che indicano altro rispetto a quello che nella mia infanzia ancora mi dicevano» (p. 15). In che modo l’io narrante della vita di Toni Negri è riuscito a parlare questo nuovo linguaggio?Quale relazione ha questa esigenza con il suo essere un filosofo? E con il suo essere un militante?
La teoria del capitale a cinquant’anni dal dibattito tra le due Cambridge
di Saverio M. Fratini
Pubblichiamo una introduzione di Saverio Fratini al dibattito sulla teoria marginalista del capitale pubblicata sulla gloriosa rivista Critica Marxista*, che ringraziamo unitamente all'autore. Il tema è molto difficile (anche per me!), ma Fratini ci aiuta a farcene un'idea. Per i più giovani, l'invito è a cimentarsi con questa tematica, a mio avviso la ragione (analitica) più forte per non dirsi marginalisti. Fratini è docente a Roma 3
Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario del simposio “Paradoxes in Capital Theory”, pubblicato nel 1966 sul Quarterly Journal of Economics, nel quale furono presentati i risultati di una controversia scientifica che era in realtà iniziata alcuni anni prima, con la pubblicazione, nel 1960, del libro di Sraffa Produzione di Merci a Mezzo di Merci.
Nel suo libro, Sraffa aveva mostrato che, facendo riferimento ad una situazione caratterizzata dall’uniformità del tasso del profitto in tutti i settori e dalla stazionarietà dei prezzi relativi,[1] il legame tra i prezzi delle merci e le variabili distributive—saggio del salario e tasso del profitto, in particolare—può essere complesso e imprevedibile, tanto che a fronte della variazione della distribuzione in una stessa direzione, ad esempio un continuo aumento del tasso del profitto, il prezzo relativo di due merci può crescere e diminuire a tratti alterni. Ciò, di fatto, svuotava di significato l’idea che diversi metodi di produzione di una certa merce potessero essere ritenuti a maggiore o a minore intensità di capitale,[2] come se si trattasse di una proprietà di natura tecnica. Infatti, dipendendo i prezzi dei beni capitale dal saggio del salario e dal tasso del profitto, l’ordinamento dei metodi di produzione sulla base dell’impiego di capitale per unità di lavoro sarebbe, in generale, cambiato al variare della distribuzione del reddito: il metodo inizialmente a più bassa intensità di capitale può diventare quello a maggiore intensità di capitale per un diverso livello delle variabili distributive.
Numquam se plus agere quam nihil cum ageret, numquam minus solum esse quam cum solus esset Catone
Pagine heideggeriane è un progetto che nasce con l’intenzione di fornire uno strumento per l’approfondimento del pensiero di Martin Heidegger, fornendo una selezione di testi del filosofo tedesco selezionati per temi, affiancati da una letteratura critica ragionata sia italiana sia straniera, che offra al lettore delle indicazioni bibliografiche iniziali con cui approfondire lo studio di questo pensatore.
Heidegger è un filosofo molto discusso, nel bene e nel male, uno degli ultimi esponenti del pensiero che ha riproposto i grandi interrogativi della metafisica nutrendo l’ambizione di oltrepassarla: fortemente critico verso un uso disincantato della tecnica, spesso tacciato di esser più incline a pensare all’essere che non all’uomo, implicato nei fatti politici della Germania nazista, assertore della fine della filosofia e della necessità di un pensiero poetante. Capita così che Heidegger diventi o il maggior esponente del nichilismo nell’epoca contemporanea, o uno dei più genuini pensatori che abbiano tematizzato problemi teologici nel dibattito corrente; o, ancora, che diventi un intellettuale al servizio di un’ideologia.
Eppure Heidegger è molto più di questo.
Karl Löwith non ha mai risparmiato ad Heidegger nessuna critica; egli scrive esplicitamente, all’inizio della seconda edizione dell’opera Saggi su Heidegger, che l’intento del libro era quello di rompere il silenzio e l’aura che attorniava la figura del “maestro” Heidegger da parte di tutti coloro che se ne ritenevano discepoli.
Proprietà pubblica e privata tra Costituzione e trattati europei
di Vladimiro Giacchè
Pubblichiamo l’intervento di Vladimiro Giacchè all’incontro “Unione Europea, Costituzione e diritti di proprietà” tenutosi a Roma il 23 febbraio 2019, promosso dalle associazioni Patria e Costituzione e Attuare la Costituzione
1. Proprietà pubblica e privata: l’economia mista prevista dalla nostra Costituzione
La nostra Costituzione dedica alcuni dei suoi articoli più importanti alle diverse forme di proprietà: si tratta degli articoli 41-43, 45-47, centrali tra gli articoli dedicati ai “Rapporti economici” (artt. 35-47). Rileggiamoli:
Art. 41.
L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Art. 42.
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
Art. 43.
A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
I ribelli libici e i ponzatori italici, che guardano l'albero e non vedono la foresta
Dino Erba
Nel 1917, il governo tedesco fornì a Lenin e ai bolscevichi un treno per recarsi in Russia. Gli imperialisti tedeschi pensavano che i bolscevichi avrebbero fomentato rivolte, facendo così uscire l’impero zarista dalla guerra. La Russia, dalla guerra uscì, ma prima, i bolscevichi fecero la rivoluzione.
Via via che il vento delle rivolte del Nordafrica si è spostato in Libia, gli iniziali entusiasmi di molti «sinistri» italiani si sono smorzati. E sono prevalse le capziose analisi sui contrasti e sulle manovre degli immancabili imperialisti. Ci sono spunti e osservazioni apprezzabili, che tuttavia finiscono per oscurare il movimento d’insieme delle masse popolari libiche, che qualcuno considera addirittura del tutto strumentale e funzionale a circoli affaristici locali, legati alle «multinazionali europee e statunitensi» (emblematico, tra i tanti: SERGIO CARARO, Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio, «Contropiano»).
La Libia sta sollevando scottanti questioni, e non solo politiche, ma soprattutto di metodo e di analisi. Mettiamo allora i puntini sulle i e, per prima cosa, cerchiamo di capire che cos’è la Libia.
Ma prima ribadiamo che l’aspetto principale di questa vicenda è l’insorgenza delle masse popolari del Nordafrica, che si inscrive nella crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Il cui esito, ci auguriamo, sarà la rivoluzione proletaria (altrimenti ci aspetta un orrore senza fine). E questo è un motivo più che sufficiente, per stare dalla parte dei ribelli della Libia, senza se e senza ma.
Prof. Bologna, tra qualche giorno Lei sarà a Vienna per partecipare come relatore al Rail Summit (Schienengipfel) e parlerà di collegamenti ferroviari tra porti e hinterland. Vorrei farLe qualche domanda a questo proposito, prima però vorrei chiederLe di dirmi qualcosa in generale sulla logistica, perché Lei è reduce dal congresso di Berlino della BVL. Secondo Lei dove sta andando la logistica, vede degli sviluppi interessanti?
Se consideriamo la logistica come un settore a se stante, direi che ha raggiunto lo stadio della maturità, sistemi organizzativi e processi hanno ormai un elevato grado di standardizzazione, per cui non vedo da anni innovazioni di grande portata.
Quello che è cambiato è il contesto in cui la logistica e le supply chain globali si muovono e per far fronte a questi mutamenti anche la logistica deve inventarsi qualcosa di nuovo. Per esempio nel risk management, segmento originariamente ancillare ma che sta diventando pian piano strategico. Oppure nell’integrazione tra attori diversi della catena, le stesse piattaforme informatiche sono sempre più “collaborative”.
Oppure nella comunicazione interculturale. Anche dal punto di vista tecnologico non vedo gran che dopo l’introduzione del RFID. Si tratta in genere di innovazioni incrementali, stimolate soprattutto dal fatto che le cause della cosiddetta supply chain disruption continuano a moltiplicarsi. Con un paragone calcistico potrei dire che dopo gli anni in cui la logistica ha giocato in attacco, oggi gioca in difesa.
Il pastrocchio si conclude con una scomposta FATWA di vago sapore islamo-stalinista:
«Non è davvero più tempo di buonismo, davvero non si può più essere tolleranti con chi si dichiara comunista e poi lecca i piedi a Salvini. Giù le mani da Marx e andate all’inferno, finti compagni. Lì troverete Bombacci».
Chi sarebbero quelli che bolla come "cialtroni" e poi come "mascalzoni"? Nomi il Cremaschi non ne fa ma denuncia il peccato. Sentiamo:
«Mentre c’è chi aiuta i poveri non nel nome dell’accoglienza, ma della fraternità sociale che è necessaria a tutti. Mentre c’è chi lotta contro la schiavitù stando con gli schiavi, ci sono cialtroni che usano Marx per giustificare il loro e l’altrui razzismo. Usano qualche riga di qualche lettera astratta dal contesto, e spiegano che essere marxisti significherebbe combattere le migrazioni, perché offrono lavoro a basso costo che distrugge diritti e salari. Essi sono ignoranti e in malafede, Marx li avrebbe massacrati come reazionari, come chi sosteneva la “legge bronzea dei salari” o come chi difendeva gli stati confederati del sud, perché la liberazione degli schiavi avrebbe portato forza lavoro a basso costo nel Nord America.. Marx era per il rovesciamento del capitalismo, ma non certo per tornare al Medio Evo e in tutta la sua vita ha sempre combattuto le vandee, comunque esse si presentassero.
Ma la questione non è neanche l’uso sfacciato che questi fanno di Marx; il fatto che le loro fesserie siano riprese e sostenute da leghisti e fascisti che considerano il comunismo come il demonio, li squalifica a sufficienza».
In occasione della recente uscita in Italia di un classico del femminismo contemporaneo come Donne, razza e classe di Angela Davis (trad. it. di M. Moïsee A. Prunetti, a cura di C. Arruzza, Edizioni Alegre, Roma 2018, 304 pp.) abbiamo colto l’opportunità di porre alcune domande sul libro alla curatrice dell’edizione italiana, prof.ssa Cinzia Arruzza, attualmente Associate Professor of Philosophy presso la New School for Social Research di New York.
* * * *
D: Il testo di Angela Davis da lei recentemente curato in edizione italiana, Donne, razza e classe, è stato pubblicato per la prima volta in America nel 1981. Come lei stessa attesta nell’Introduzione, il suo nucleo programmatico era già contenuto e in parte delineato nell’omonimo articolo che la Davis scrisse durante la sua prigionia nei primissimi anni ’70. Il periodo storico in cui quest’opera è stata elaborata è quindi, non solo temporalmente, estremamente distante da quello odierno. Secondo lei è corretto rapportarsi a quest’opera esclusivamente come importante documento storico femminista o in esso è ancora possibile ritrovare delle linee guida per interpretare un contesto storico e sociale come il nostro?
R: Il libro di Angela Davis ha rappresentato uno dei testi fondativi del femminismo nero e, a partire dagli anni ’90, del femminismo dell’intersezionalità. In questo volume Davis offre una ricostruzione storica e un’interpretazione della nascita e dello sviluppo del femminismo statunitense, a partire dall’emergere del movimento suffragista e dei suoi rapporti con l’abolizionismo. All’interno di questa ricostruzione Davis analizza alcuni momenti chiave che determinarono frizioni e rotture tra il movimento femminista e il movimento Nero di liberazione e, soprattutto, tra un certo femminismo liberale bianco e gli interessi e i bisogni della grande maggioranza delle donne di colore e di classe lavoratrice.
1. «Collettivismo della miseria, della sofferenza»
Com’è noto, la rivoluzione che tiene a battesimo la Russia sovietica e che, contro ogni aspettativa, si verifica in un paese non compreso tra quelli capitalistici più avanzati, è salutata da Gramsci come la «rivoluzione contro Il capitale». Nel farsi beffe del meccanicismo evoluzionistico della Seconda Internazionale, il testo pubblicato su «Avanti!» del 24 dicembre 1917 non esita a prendere le distanze dalle «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» presenti anche «in Marx». Sì, «i fatti hanno superato le ideologie», e dunque non è la rivoluzione d’Ottobre che deve presentarsi dinanzi ai custodi del «marxismo» al fine di ottenere la legittimazione; è la teoria di Marx che dev’essere ripensata e approfondita alla luce della svolta storica verificatasi in Russia1. Non c’è dubbio, memorabile è l’inizio di questo articolo, ma ciò non è un motivo per perdere di vista il seguito, che non è meno significativo. Quali saranno le conseguenze della vittoria dei bolscevichi in un paese relativamente arretrato e per di più stremato dalla guerra?:
«Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe […]. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile».
Giornalismo in Italia al tempo del covid e dell'inversione sinistra-destra
di Fulvio Grimaldi
Media e papa castigano chi si lamenta (cioè chi dubita e chi protesta). Variante Covid: punizione globalista per Brexit
Zitto, il nemico ti cancella
Qualche riga in aggiunta, partendo da lontano. Coloro che sono stati incaricati, a forza di miliardi e trilioni, di gestire le comunicazioni tra gli esseri umani, i signori HighTech delle piattaforme, hanno sancito che chiunque, nel Web, contrasti con - o dica cose diverse da - OMS, Bill Gates e Joe Biden, è FUORI! Parlare di tampone dubbio, vaccino incerto, brogli elettorali da ieri non si puo' più. Potete immaginarvi come questo possa riverberarsi sui nostri informatori, quelli della stampa generalista, detta anche ufficiale, o di regime. Quella per la quale quanto divergeva dal dogma nella rete dava tanto fastidio da dover essere soppressa. Non trovi forse un magistrato, in tempi da Palamara, che avalli ogni arbitrio contro la libertà? Basta che vada sul sito "Open" del supergiornalista Enrico Mentana e sa subito cosa deve decretare.
E, a proposito di magistratura ai tempi di Palamara e della stampa ai tempi di Mentana, consentitemi un inciso per dire "auguri, complimenti e brava" al sindaco Virginia Raggi, finalmente sgravata delle infinite vessazioni cui è stata sottoposta. Vessazioni che hanno ripreso a far ghignare una Roma e un establishment devoti ai Buzzi, ai Carminati, ai Casamonica, grazie alle frecce velenose scagliate sulla sindaca dalla Procura di Pignatone, che ha mollato la presa solo perchè il capo è transitato in Vaticano. Dardi roventi sostenuti dalla disponibilità mercenaria dei media a mentire, contraffare, occultare e dei Cinque Stelle poltronari, capeggiati dalla virago cripto-piddina Roberta Lombardi, a vendicarsi di una collega dalla coerenza assoluta e dai nervi d'acciaio.
Paolo Paesani riflette sull’attualità di Keynes, partendo da alcuni contributi recenti sulla sua vita e sulle sue idee. Dopo aver ricordato che con la crisi del 2007 il nome di Keynes è tornato di moda nel campo della politica economica e sui giornali più che nella teoria prevalente, Paesani illustra come potrebbe affermarsi una nuova agenda di ricerca che, traendo ispirazione dal pragmatismo di Keynes, dal suo senso della storia e dalla sua visione etica, fondi “un modo di pensare migliore” che conduca a contrastare disoccupazione e disuguaglianza
“Siamo tutti Keynesiani”. Negli ultimi sessant’anni, questa frase è risuonata più volte alle orecchie dell’opinione pubblica. La prima volta, nel 1965, il magazineTime la attribuì a Milton Friedman che, a quanto sembra, non la prese benissimo. La seconda volta, tre anni dopo, Friedman stesso cercò di rettificare l’affermazione, dichiarando “Tutti usiamo il linguaggio e l’apparato Keynesiano ma nessuno accetta più le conclusioni iniziali di Keynes”. Il 4 gennaio 1971, al termine di un’intervista rilasciata alla rete televisiva ABC, toccò al presidente Nixon affermare “in economia sono un Keynesiano”, e pochi mesi dopo, di nuovo “siamo tutti Keynesiani”. Nel 2009, infine, commentando le azioni adottate dai governi e dalle banche centrali in risposta alla crisi finanziaria, è la volta di Robert Lucas: “Immagino che chiunque, una volta finito in trappola (foxhole nella versione originale), sia un Keynesiano”. In tutti i casi, è curioso che a pronunciare la fatidica frase sia stato un avversario di Keynes, nel campo della teoria economica o in quello della politica. La frase, in questo senso, assume i toni di una dichiarazione di resa, temporanea, riluttante, insincera quanto si vuole, ma pur sempre una resa.
Come ha ricordato di recente Maria Cristina Marcuzzo, “Dopo la crisi del 2007-8, il nome di Keynes è rientrato nella lista degli economisti che si raccomanda di leggere e di cui si ritorna a dire che sarebbe opportuno seguirne le idee. Dopo un bando di circa venticinque anni, trascorsi tra elogi del mercato e test econometrici diretti a dimostrare l’inefficacia o peggio l’irrilevanza delle politiche economiche, Keynes è riapparso sulla scena mediatica, se non proprio in quella accademica dominante, che continua per lo più ad essere la macroeconomia della restaurazione anti-keynesiana iniziata tra gli anni 1970 e 1980”.
"E' l'Europa che sta spingendo l'Italia ad accettare i soldi cinesi"
di Joseph Stiglitz
Parla all'Huffpost il premio Nobel: "Italexit? Se Roma esce è una tragedia per Ue, se resta è tragedia in Italia. Berlino si svegli". Con un'introduzione-commento di Giuseppe Masala
Stiglitz, il Bibitaro. Non ha sollevato alcun dibattito l'intervista rilasciata da Joseph Stiglitz all'edizione italiana dell'Huffington Post e concessa a Bruxelles a margine della presentazione del suo ultimo libro dal titolo emblematico: "'Rewriting the rules of the European Economy", riscrivere le regole dell'economia europea.
Due affermazioni in particolare avrebbero dovuto portare ad una qualche riflessione. Ecco la prima:<<Se l'Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia>>. Ed ecco l'altra:<<L'euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno la concorrenza all'interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell'euro. Vanno cambiate>>.
Mi pare evidente che Stiglitz intenda dire che un'uscita dall'Italia dall'Euro comporti una catastrofe economica e finanziaria probabilmente di livello globale mentre una sua permanenza - a regole invariate - comporti la necrosi del nostro sistema produttivo e il conseguente collasso economico e sociale. Il discorso dell'Economista è peraltro più ampio: rileva che le asimmetrie della zona euro sono insostenibili. Regole fiscali diverse per ogni singolo paese appartenente all'area (peraltro usate a fine di dumping fiscale), regole di bilancio statali rigide per tutti senza tener conto dei fondamentali [conti con l'estero]. Tutto ciò comporta la netta divaricazione sociale ed economica tra gli appartenenti all'unione. Io peraltro umilmente sostengo che l'Euro non è una moneta ma una moneta per nazione all'interno dell'area e una moneta unica verso l'esterno dell'area. Ha una natura chiaramente ambivalente.
Tornando a Stiglitz da notare anche la sottolineatura sui trattati che hanno imposto queste regole folli per il governo della moneta [Trattato di Maastricht in primis]; sono state pensate ere geologiche fa, ai tempi della sconfitta del comunismo, all'alba dell'imposizione di un sistema liberista (quelle erano le intenzioni all'epoca, poi che ci siano riusciti è altro discorso).
Putinfobia diGiulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l'Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l'Unione Sovietica, ora diventata Russia.
Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.
Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte... come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.
Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell'Occidente con l'Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.
1. Il populismo non è un’ideologia: in primo luogo perché non esistono testi “fondativi” (paragonabili a quelli di Marx per la sinistra) in grado di attribuire forma coerente e unitaria al discorso populista, poi perché quest’ultimo non è associato a contenuti programmatici univoci. Di più: il fenomeno ha assunto nel tempo forme diversissime, dai populismi russo e americano di fine Ottocento-primo Novecento (entrambi caratterizzati da radici di classe contadine, ma diversi sul piano ideologico) ai populismi latinoamericani di ieri (Peron, Vargas e altri) e oggi (le rivoluzioni bolivariane in Bolivia, Ecuador e Venezuela) con prevalenti connotati nazionalisti i primi, orientati al socialismo i secondi, per finire con i populismi contemporanei di destra e sinistra negli Stati Uniti (Trump vs Sanders) e in Europa (Le Pen vs Mélenchon in Francia, Podemos vs Ciudadanos in Spagna). Esistono tuttavia elementi comuni, a partire dallo stile comunicativo[1]. Mi riferisco, in particolare, all’uso di un linguaggio semplificato e diretto, marcato da un elevato contenuto emotivo (ciò che si dice parlare alla “pancia” delle persone) e teso a istituire opposizioni bipolari (noi/loro, popolo/élite, alto/basso ecc.). Per i populisti è inoltre fondamentale raccontarsi come una forza politica del tutto nuova, evitando di ricorrere a parole, idee e categorie proprie dei partiti tradizionali (di destra come di sinistra) e tentando invece di promuovere nuovi significanti in grado di creare un inedito senso comune (di qui il frequente riferimento alla categoria gramsciana di egemonia da parte di intellettuali e leader populisti di sinistra).
2. Il popolo che i populisti aspirano a rappresentare non è un’entità “naturale”, preesistente all’insorgenza del loro discorso politico (a differenza del popolo evocato dal nazifascismo, che rinvia a radici comuni di tipo etnico, razziale, antropologico, storico-culturale ecc.).
Da ormai oltre un quindicennio, la questione dei diversi veli indossati da alcune donne islamiche si impone ciclicamente nel dibattito pubblico e politico. Dopo il patetico tentativo di pinkwashing con cui si giustificò l’attacco all’Afghanistan governata dai talebani («Dobbiamo liberare le donne dal burqa»), abbiamo avuto la discussione in Francia sul divieto di indossare il burqa e il niqab. Dopo l’orribile Daniela Santanché – quella che si fa chiamare col cognome dell’ex marito dopo oltre vent’anni dal divorzio e blatera sulla libertà delle altre donne – che se ne andava in giro a strappare i veli alle donne islamiche, abbiamo visto le Femen invitare in modo neocoloniale le musulmane a spogliarsi girando in topless per i quartieri islamici di Parigi (leggi 1 e 2). Ecco che adesso – in periodo di vacanze – la questione è diventata quella del cosiddetto burkini, termine nato da una contrazione impropria tra la parola burqa (abito che copre integralmente tutto il corpo – viso incluso – usato da una minoranza di donne islamiche) e la parola bikini, indumento che evidentemente – soprattutto se succinto – è ritenuto dover caratterizzare le donne occidentali. Il dibattito è stato scatenato dalla decisione di alcune città francesi di vietare l’uso del burkini in spiaggia, convalidata giuridicamente dal tribunale amministrativo e politicamente dal ministro dell’Interno francese Manuel Valls (leggi), secondo il quale addirittura il burkini non sarebbe compatibile coi valori della repubblica francese in quanto espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna.
Anche a te chiediamo, come ai nostri precedenti interlocutori, se, a tuo avviso, in una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, esiste un compito dell’intellettuale.
Il compito dell’intellettuale è sempre lo stesso: interpretare il presente, demistificare il potere, aprire spazi di libertà praticando, e non solo predicando, libertà. Michel Foucault ne ha dato una raffigurazione perfetta nei suoi commenti al testo kantiano Checos’èl’Illuminismo? Naturalmente è lo stesso Foucault ad averci messo in guardia una volta per tutte da una certa concezione idealistica dell’intellettuale che lo vorrebbe estraneo al potere, ricordandoci che se il potere è sempre armato di sapere, il sapere a sua volta ha sempre a che fare con il potere: perché lo esercita e perché non c’è intellettuale, fosse pure il più critico, che non sia situato all’interno dello stesso regime di verità e dello stesso ordine del discorso della sua epoca che il potere garantisce e presiede. Mi sembra un punto rilevante per la situazione italiana di oggi.
C’è un punto preliminare, però, da chiarire: quando parliamo dell’intellettuale di oggi e del suo compito, a chi ci riferiamo? Quale figura sociale abbiamo in testa? C’è una vasta letteratura che negli ultimi anni ha denunciato e lamentato la fine dell’intellettuale, facendo riferimento a una specifica figura del rapporto fra cultura e politica che ha percorso e illuminato il Novecento. Quella figura, si dice – penso alla ricostruzione che ne ha fatto Alberto Asor Rosa nel suo libro-intervista con Simonetta Fiori intitolato Ilgrandesilenzio – ha resistito all’attacco mortale del totalitarismo fascista e comunista. Dopodiché si è spenta nel campo della destra, ma ha avuto la sua magnifica stagione a sinistra, nella doppia versione dell’intellettuale “organico” e “critico”. Quest’ultimo, attraverso ripetuti strappi con l’ortodossia (nel ’56, nel ’68, nell’89), ha mantenuto alta la funzione civile e politica di un pensiero autonomo, e tuttavia militante; schierato non tanto con un partito quanto con una parte, la classe operaia e i valori dell’emancipazione sociale e della democrazia.
A 250 anni dalla pubblicazione, il «Contrat social» mette in luce le intuizioni del filosofo sui dilemmi della democrazia borghese
Il 2012 è un anniversario rousseauiano perfetto: Jean-Jacques nacque (a Ginevra) 300 anni fa e 250 anni sono trascorsi dalla pubblicazione del Contrat social e dell'Émile, le due opere che - insieme ai Discorsi e alle Confessioni - hanno consacrato il loro autore a una fama imperitura.
Teorie «empie e scandalose»
Rousseau è figura controversa per eccellenza. Uomo dei Lumi, «anticipò» secondo alcuni la temperie romantica. Amico di Diderot (e collaboratore dell'Encyclopédie), fu la bestia nera di tanti philosophes, che non gli perdonarono le invettive contro la «civilizzazione» e i suoi miti progressisti. Padre della Rivoluzione e icona dei giacobini che ne vollero traslare le spoglie mortali nel Pantheon, è non di rado accusato di conservatorismo per la tenace nostalgia verso l'arcadia e la riverente attenzione alla lezione di Montesquieu.
Il piano politico è centrale nella controversia, che coinvolge in particolare il Contrat social, pubblicato nel 1762 e subito messo all'Indice, insieme all'Émile, sia a Parigi che a Ginevra, dove il Piccolo Consiglio che governa la città ne definisce le teorie «temerarie, scandalose ed empie: tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo». Come ha mostrato in una preziosa analisi Louis Althusser, il capolavoro rousseauiano è un'opera complicatissima, labirintica, apparentemente contraddittoria. Non vi è traccia del geometrismo cartesiano, abbondano invece anacoluti logici, prolessi criptiche, iati e duplicazioni. Lo stesso Rousseau se ne avvede e chiede - esige - la pazienza del lettore, se non la sua complicità. «Tutte le mie idee si tengono, ma non posso esporle tutte in una volta» scrive, quasi a prevenire più che prevedibili critiche. Ma non è solo questione di difficoltà espositive. I problemi sono altri e ben altrimenti concreti.
Marcello Cini, un fisico che ha rimescolato le carte della scienza. Una biografia umana e intellettuale oggi impensabile, discussa in una giornata di studi a Roma
E' incredibile come bastino pochi decenni: esperienze di vita che ci parevano esemplari diventano inaudite. Se un giovane volesse ripercorrere la traiettoria umana di Marcello Cini (1923-2012), gli riuscirebbe impossibile, anzi gli sarebbe quasi impensabile. Eppure Cini è stato uno dei migliori intellettuali italiani del '900.
Non solo perché un giovane di oggi ha la fortuna di non vedere la propria madre ebrea licenziata dall'insegnamento a causa della religione dei suoi avi, come invece avvenne a Cini. Ma anche perché un giovane di oggi ha invece la sfortuna di non potere neanche sognare di diventare professore ordinario a 33 anni, come riuscì a Marcello, nominato ordinario di fisica teorica a Catania nel 1956: ma allora i fisici in Italia erano soltanto alcune centinaia scarse.
Ma non è solo il contesto materiale, politico a essere stravolto. Chissà se un giovane di oggi parteciperebbe a una lotta partigiana se un esercito oppressore occupasse il nostro paese?
Per il 50º anniversario della pubblicazione di Dialettica Negativa
di Sandro Dell’Orco
Tra il dichiarato, disumano e anarcoide irrazionalismo dei Post-strutturalisti, e la inconfessata, contraddittoria e socialdemocratica metafisica social-comunicativa di Habermas, non si saprebbe cosa scegliere
Diciamolo subito. Adorno è stato sostanzialmente dimenticato dalla cultura mondiale dall’anno della sua morte. Come il marxismo, a cui si ispirava, è stato spazzato via dai luoghi della cultura istituzionale e mediatica. Il processo è stato graduale ma inesorabile e ha riguardato, oltre lui, Horkheimer, Marcuse, Mitscherlich, Pollock, Schmidt e tanti altri suoi sodali e allievi. Si è salvato dall’oblio solo colui che lo ha rinnegato, sia che non fosse stato più d’accordo con lui, sia che, fiutando la nuova aria, si fosse affrettato a scendere dal carro del marxismo francofortese prima che fosse troppo tardi. Parlo di Habermas, naturalmente. Non conosco ciò che è accaduto nelle istituzioni culturali tedesche a partire dagli anni settanta del secolo scorso, ma se è accaduto lì ciò che è avvenuto in tutto il mondo (e che è rilevato magistralmente dal massimo sociologo italiano Luciano Gallino, purtroppo recentemente scomparso, in Finanzcapitalismo (2011) e L’impresa irresponsabile (2005)) e cioè la colonizzazione di ogni istituzione culturale da parte dell’ideologia neoliberista, l’epurazione progressiva del marxismo francofortese si può spiegare come momento della controffensiva planetaria del capitale finanziario per la riconquista dell’egemonia economica, sociale e spirituale messa in crisi dal proletariato.
Di fatto, a partire dagli anni ottanta e soprattutto dal 1989, il marxismo da teoria egemone nelle istituzioni culturali, politiche e sociali, diviene una teoria di nicchia, come ai suoi primordi; sociologicamente una sorta di riserva indiana in cui pochi e attempati superstiti o reduci, in attesa di scomparire, ripetono alla luna le loro verità. Adorno, marxista, si eclissa, come tutti gli altri autori marxisti (Lukàcs, Althusser, Gramsci, Lenin, ecc.) che risplendevano, magari offuscandosi a vicenda, all’orizzonte dell’imminente riscatto dell’umanità.
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina