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commonware

L'inquietante fiuto dei pazzi

di Commonware

Il complottismo è il sintomo della fine di un’epoca, della perdita di senso, della percezione che il domani non sarà migliore di oggi, che la promessa del progresso è andata a farsi fottere

jokerwar 0«È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta».
K. Marx, Miseria della filosofia

«Conquistare può solo colui che conosce la sua preda meglio di quanto questa conosca se stessa».
C. Schmitt, Ex captivitate salus

«Sono bei tempi quelli in cui si distrugge».
M. Tronti, La politica al tramonto

Per amor di chiarezza, tagliamo il discorso con l’accetta. In questa fase vediamo due tipologie di mobilitazioni politiche che, su scala internazionale, stanno raccogliendo una composizione che travalica l’esausto ceto politico delle sinistre e delle destre, movimentiste o meno: da una parte le mobilitazioni che vengono rubricate – in modo spesso riduttivo e talora addirittura fuorviante – sotto l’etichetta della identity politics, ovvero antirazziste (esemplificate ma secondo noi niente affatto contenute dal logo Black Lives Matter), ecologiste (Fridays for future), femministe (Non una di meno), dall’altra quelle che, sintetizzando, sono state definite – con un’accezione perlopiù negativa – complottiste, ovvero mobilitazioni contro la cosiddetta «dittatura sanitaria», vaccini, tecnologia 5G e più in generale contro i sordidi progetti dell’«élite globalista», visibile o occulta che sia. Se le prime, a queste latitudini (e, precisiamo, con significative differenze ad altre latitudini), sono le mobilitazioni che attraggono l’attenzione di una sinistra che si vuole illuminata, le seconde sono espressione di quella che si può chiamare deep society. Entrambe le tipologie, crediamo, sono in buona misura sintomo e manifestazione, per quanto superficiale e in modo tutt’altro che univoco, oltre che nei loro non infrequenti intrecci o scontri, di un processo ben più profondo e strutturale: la crisi dei ceti medi. Dentro questo fenomeno, ormai ben più di una semplice tendenza, occorre porsi strategicamente.

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lordinenuovo

USA, la crisi dell’economia a debito e l’indebolimento del dollaro

di Domenico Moro

Crisi e USA 01 660x4002xLa pandemia ha messo a nudo e accentuato le fragilità delle basi economiche su cui si regge l’imperialismo americano, aumentando le basi materiali del conflitto che lo oppone alla Cina.

Recentemente, il presidente della Banca centrale Usa (Fed), Jerome Powell, ha dichiarato che lo stimolo monetario non basta, ci vuole un maxi stimolo fiscale.

In sostanza, non basta che la Fed tenga il costo del denaro a tassi d’interesse bassissimi e che inondi l’economia di liquidità, c’è bisogno che lo Stato aumenti le sue spese per sostenere l’economia in crisi, senza preoccuparsi di creare alti livelli di debito e deficit.

Powell si è espresso sulla falsariga di quanto affermato da Draghi, in riferimento alla Ue, e dal Fondo monetario internazionale (Fmi), secondo il quale una riduzione prematura della spesa pubblica dei governi può essere rischiosa per l’economia mondiale. Per la verità, gli Usa avevano già stanziato, per contrastare la crisi, una cifra ben superiore ai fondi stanziati dalla Ue, pari a 2.200 miliardi di dollari, con il Cares Act, che però è ora esaurito. Infatti, l’intervento di Powell si inserisce nel dibattito congressuale sull’entità del nuovo provvedimento di spesa, che vede i democratici proporre un nuovo stimolo di 2.200 miliardi, a cui i repubblicani hanno opposto una controproposta di 1.600 miliardi, che Trump ha a sua volta proposto di innalzare a 1.800 miliardi.

Gli Usa, però, devono fare i conti con una situazione del debito piuttosto grave, che può frenare la ripresa. Il debito pubblico è passato dal 108,7% del 2019 al 131% sul Pil previsto dall’Fmi per il 2020, mentre il deficit balzerà dal 6,3% al 18,7% sul Pil[1].

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apocalottimismo

Il Papa del capitalismo

di Miguel Martinez

klaus schwabIl Forum Economico Mondiale sta al capitalismo all’incirca come il Vaticano sta alla chiesa cattolica.

E il signor Klaus Schwab sta al Forum, all’incirca come il Papa sta al Vaticano.

Siccome il capitalismo incide molto di più sulle nostre vite della Chiesa, è bene sapere cosa predica il signor Schwab.

Riprendiamo qui un articolo di Paul Cudenec, uscito su The Winter Oak.

Cudenec è dichiaratamene anarchico e il testo è fortemente politico e polemico, in una maniera che magari piacerà molto ad alcuni lettori e pochissimo ad altri; e divaga su molti temi, su cui si può essere o meno d’accordo.

Non importa: al di là delle opinioni polemiche di Cudenec, è il miglior riassunto attualmente esistente del pensiero di Schwab e quindi della filosofia che guida oggi le scelte di fondo delle principali imprese mondiali (per avere l’onore di finanziare il Forum, un’impresa deve avere un fatturato di almeno cinque miliardi di dollari l’anno).

Come al solito, traduzione Google, per mancanza di tempo: che eticamente ci fa sentire un po’ in colpa, ma ci sentiremmo ancora più in colpa a non far conoscere meglio il signor Schwab.

* * * *

Klaus Schwab e il suo grande reset fascista

di Paul Cudenec

Nato a Ravensburg nel 1938, Klaus Schwab è figlio della Germania di Adolf Hitler, un regime di stato di polizia costruito sulla paura e la violenza, sul lavaggio del cervello e sul controllo, sulla propaganda e le bugie, sull’industrialismo e l’eugenetica, sulla disumanizzazione e la “disinfezione”, sulla una visione agghiacciante e grandiosa di un “nuovo ordine” che sarebbe durato mille anni.

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blackblog

L’economia del debito e la Critica del valore

di Giordano Sivini

proxy image8976yyrDopo l'arrivo dell'ultimo ospite non invitato, il Coronavirus , oggi ci troviamo ormai, come si suol dire «sommersi di debiti». E questo inoltre, a quanto pare, succede in un contesto dove il dibattito sembra pendere dalla parte di che ne invoca ancora di più, di debito. Ed ecco che la mail di Giordano, con allegato questo testo che pubblico volentieri, è quanto mai benvenuta perché interviene in una discussione che - per quanto sopita a causa della preponderanza di cose che appaiono come più urgenti da discutere - mantiene una sua enorme importanza, al fine di sapere di che cosa oggi stiamo parlando. Mi riferisco qui alla polemica postuma (a causa della precoce morte di Robert Kurz) tra "Denaro senza valore" di Kurz, per l'appunto, e "La grande svalorizzazione" di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, dove per la prima volta fanno capolino - sospinte da Lohoff come se fossero i "topi di Willard" - le cosiddette «merci di second'ordine»; che poi, sempre secondo Lofoff, sarebbero quei titoli, o "merci derivate" che «permettono all’impresa di capitalizzare il valore futuro non ancora realizzato». Insomma, una sorta di teoria monetaria del valore che in qualche modo può essere ancora in grado di «salvare il capitalismo», e simultaneamente «fare giustizia» invece della teoria di Kurz, il quale non avrebbe fatto altro che perpetuare una interpretazione erronea del capitale fittizio. Ed ecco che il credito di Lohoff viene ad assomigliare ad una sorta di gatto di Schoeringer, che, finché non apri la scatola, rimane allo stesso tempo vivo e morto, plusvalore reale e denaro senza valore, il tutto a seconda se quel capitale fittizio sia coperto o scoperto. Roba da ... apprendisti stregoni! Alla quale viene da rispondere citando Kurz:

«Certo, fu la crisi economica mondiale a generare il keynesismo ma non fu il "modello di regolazione" politico del keynesismo a superare la crisi e a "politicizzare" il boom del dopoguerra, bensì la crescita, insita nel processo stesso della produzione di merce, che prese l’avvio ancora una volta, su di un livello di sviluppo superiore, in virtù della generalizzazione delle nuove produzioni di massa fordiste ad elevata intensità di lavoro.

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paginauno

Crisi strutturale. La debolezza del lavoro, fra globalizzazione e tecnologia

di Giovanna Cracco

15909fdfe40ba1a4ea50e66de6d77255 strada manager"La moderata crescita dei salari è un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori."
Banca dei Regolamenti Internazionali, 87- Relazione annuale, giugno 2017

Jackson Hole, 27 agosto: puntuale si tiene il simposio annuale tra le principali banche centrali mondiali. Jerome Powell, presidente della Fed, pronuncia quello che immediatamente gli analisti economici definiscono un "discorso epocale": il 2% non è più il tasso di inflazione annuo sul quale la Banca centrale americana baserà la propria politica monetaria. È un numero che anche l'Europa conosce, perché target di inflazione per la stessa Bce. Che significa? Perché il 2% e perché questo cambio di direzione?

Non ci interessa in questa sede affrontare aspetti finanziari già trattati su queste pagine - quanto la politica monetaria espansiva messa in atto negli ultimi anni dalle banche centrali non abbia portato denaro all'economia reale ma a quella finanziaria, alimentando bolle obbligazionarie e azionarie (1), e dunque come anche questa mossa della Fed finirà per percorrere la stessa strada -: ciò che qui preme analizzare è il significato nascosto di questo cambio di passo, che riguarda la realtà del mondo del lavoro.

 

La curva di Phillips

Nel 1958, A.W. Phillips elabora un modello, che diviene noto come la "curva di Phillips". Appoggiandosi a dati empirici - serie storiche inglesi dal 1861 al 1957 - l'economista mette in relazione disoccupazione e inflazione e afferma che quando la prima scende, la seconda sale. In altre parole, a un aumento dell'occupazione della forza lavoro corrisponde un aumento dell'inflazione.

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sinistra

Affrontiamo un autentico cambio di paradigma

di Karlo Raveli

Questo testo è riedizione del contributo ‘Percorsi di comunismo ecologico per capovolgere l’offensiva contro i corpi’ al terzo seminario di Effimera ‘Dei corpi perduti e dei corpi ritrovati’, Milano 10 ottobre 2020

proxy imagen895e3L’assalto di massa intelligente e organizzato del denominato capitalismo alla salute operaia sembra costituire l’ultima fase di ‘lotta di classe’ - usando questo temine antico, abusato, alienato e soprattutto contraffatto.

Una affermazione che contiene per cominciare varie insidie...

La prima: assalto intelligente e organizzato. Che non significherebbe – solo? - sottolineare le possibili e probabili disposizioni tattiche e strategiche di potere degli ultimi anni nel terreno della salute, delle cure dei corpi, da parte di svariati nodi capitalistici (Fond. Rokefeller, BigPharma e chimico-petrolifero, Bill e Belinda Ponti, OMS privatizzata, innumerevoli altri centri, fondazioni e facoltà universitarie, ecc, ecc. da loro dipendenti, insieme ai governi) BENSÌ tutto un lungo processo capitalistico che da Pasteur in poi – come riferimento significativo – ha fatto delle cure, della sintomatologia e malattia, farmacologia, tecno-interventi sui corpi, funzioni ospedaliere, ecc. un complesso raziocinante e organizzato di riduzioni e integrazioni mercantili dei corpi. Pertanto degli individui, e poi di persone e implicitamente soggetti sociali e collettivi.

Compresi gli interventi sulle più o meno serie influenze annuali, invernali e periodiche così come si manifestano e interpretano da non molti anni. Con disposizioni sempre più massicce e virulente fino all’attuale e allucinante apogeo infodemico 2020 che colpisce costantemente e ripetutamente gli individui con tutti i media di massa.

Ecco quindi un’altra trappola epistemologica originaria: la stessa concezione di salute e cure stravolta dall’etica e filosofia di base della medicina allopatica e da tutto l’enorme apparato corrispondente.

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lafionda

La fabbrica del consenso economico

di Thomas Fazi

prendisoldiescappa scaledPer capire come la teoria economica mainstream, costruita e riprodotta nei circoli intellettuali e accademici, viene veicolata, mediaticamente, nella cultura di massa, dobbiamo prima fare una breve premessa su come funziona la propaganda nei moderni regimi occidentali cosiddetti liberal-democratici (cioè nei regimi in cui, per intenderci, vigono elezioni a suffragio universale, libertà di associazione e libertà di stampa).

In questi paesi la propaganda assume forme ben diverse da quelle che solitamente assume nei regimi non democratici – cioè in cui non vigono le condizioni di cui sopra –, dove tendenzialmente esiste un controllo top-down diretto e pressoché assoluto del flusso di informazioni che arriva ai cittadini, tanto tramite i media ufficiali (che perlopiù sono direttamente sotto il controllo del governo) quanto, oggi sempre di più, tramite i social network e persino i sistemi di chat. Pensiamo per esempio alla Cina.

Ora, un tale livello di controllo – ma soprattutto un controllo così esplicito dell’informazione – sarebbe ovviamente considerato inaccettabile nei paesi occidentali (almeno per ora). Dunque in Occidente, in particolare in seguito all’ascesa della comunicazione di massa nel secondo dopoguerra – e quindi al progressivo proliferare delle fonti di informazione “indipendenti” (cioè non soggette a controllo governativo, diversamente dalla televisione pubblica, per esempio), che oggi con internet tendono praticamente all’infinito –, le élite politico-economiche occidentali sono dovute ricorrere a strategie alternative per assicurarsi un controllo sulla narrazione pubblica (controllo che – attenzione – è ancora più fondamentale nei regimi democratici, proprio perché in essi esiste effettivamente il rischio che possa essere eletto un governo ostile agli interessi delle élite).

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la citta futura

L’ultima Metamorfosi di Proteo

di Raffaele Picarelli

I fondi europei per la ripresa post Covid-19 sono destinati quasi esclusivamente a creare un ambiente favorevole all’aumento dei profitti. Ne fanno la spesa i contratti nazionali di lavoro, il lavoro stabile, la legalità e il carattere dell’istruzione pubblica

be75ab89b7b7f53e3f145f94bfa744db XLLa marcia di avvicinamento

Nel maggio scorso la Commissione europea propose al Consiglio l’adozione di un «bilancio raf­forzato dell’UE per contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pande­mia da coronavirus, dare avvio alla ripresa e pre­parare un futuro migliore per la prossima genera­zione».

La Presidente della Commissione europea Ur­sula von der Leyen così si espresse al termine dei lavori: «Con il piano per la ripresa [Next Gene­ration EU] trasformiamo l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando l’economia a ri­partire, ma anche investendo nel nostro futuro: il Green Deal europeo e la digitalizzazione stimole­ranno l’occupazione e la crescita. La risposta UE alla crisi si protrarrà fino al 2027 concentrandosi nei primi anni cruciali della ripresa. Next Genera­tion EU [Recovery Fund] si articolerà su tre pilastri [per] mobilitare investimenti in un’Europa verde, di­gitale, resiliente [...]. Gli investimenti pubblici rive­stono un ruolo fondamentale per una ripresa equi-librata e sostenibile. La maggior parte dei finanzia­menti NGEU, oltre l’80%, sarà pertanto destinata a sostenere investimenti pubblici e riforme strutturali fondamentali negli Stati membri».1

Occorre poi «un’azione urgente per una ripresa guidata degli investimenti privati in settori e tecno­logie fondamentali. Tali investimenti sono impre­scindibili per il successo delle transizioni verde e di­gitale. La Commissione stima che nel periodo 2020-2021 il fabbisogno di investimenti ammonterà ad almeno 1500 miliardi di euro. Gli investimenti in settori e tecnologie fondamentali, dal 5G all’intel­ligenza artificiale, dall’idrogeno pulito alle energie rinnovabili [...], rappresentano la chiave del futuro dell’Europa».

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Coordinamenta2

“Il progetto e la sponda”

Dalla distruzione delle istanze collettive alla distruzione del soggetto

di Elisabetta Teghil

Schermata del 2020 09 13 11 13 40<Dire fare baciare lettera testamento…>
Filastrocca per un gioco infantile

Vi ricordate questo gioco infantile? Era basato sulle penitenze. Il malcapitato/a doveva pagare pegno e sottostare a delle penitenze che suo malgrado era lui/lei stesso/a a scegliere. Ad occhi chiusi doveva toccare la mano di un compagno/a scegliendo un dito: le cinque dita della mano corrispondevano a dire, fare, baciare, lettera, testamento e ad una relativa penitenza ed era veramente difficile dire quale fosse la peggiore.

Con riferimento alla situazione politica, economica, sociale e personale, gli italiani non sanno quale dito scegliere, qualunque sia la loro scelta pagheranno pesantemente. E non solo gli italiani/e, parliamo del nostro paese solo per semplicità di riferimenti e perché siamo qui.

Il neoliberismo si è caratterizzato per la distruzione delle istanze e delle strutture collettive, per la destituzione di partiti, sindacati, forme politiche organizzate, delle stesse istituzioni rappresentative delle nostre democrazie occidentali diventate democrazie autoritarie e democrazie di mercato in cui l’uno e l’altro aspetto non sono in contraddizione bensì due facce della stessa medaglia. Le grandi raffigurazioni politiche ma anche sociali ma anche religiose che costituivano nei secoli passati il riferimento in cui la persona poteva ritrovarsi e costituirsi sono state smontate in nome dell’autonomia del soggetto a cui è stato imposto il farsi da sé in una costruzione personale che viene propagandata come il massimo della libertà di scelta, di azione, di realizzazione. Si sperimenta così una nuova condizione soggettiva della quale però nessuno possiede le chiavi di interpretazione, tanto meno le nuove generazioni a cui è stata negata perfino la conoscenza e l’esperienza del passato recente.

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badialetringali

Fra Antropocene e Capitalocene

di Marino Badiale

MOORE1. La scoperta dell’Antropocene

La nozione di Antropocene è diventata un tema di riflessione di grande importanza nel dibattito culturale moderno. Introdotta nel 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, essa intende indicare il fatto che la specie umana è ormai divenuta un fattore di modifica delle dinamiche del pianeta, paragonabile quindi alle forze naturali che hanno agito, da milioni o miliardi di anni, sul pianeta stesso. La nozione di Antropocene viene proposta come una effettiva nuova epoca geologica, che pone termine all’Olocene, iniziato con la fine dell’ultima glaciazione. Su questa proposta la comunità scientifica non ha ancora preso una decisione finale, ma il termine, come si è detto, si è ormai imposto nel dibattito culturale, toccando ambiti molto vari, dall’arte alla filosofia e alla politica [1]. In attesa di una decisione da parte delle organizzazioni scientifiche competenti su questo piano, l’inizio dell’Antropocene è assegnato, da diversi autori, a diversi momenti della storia, che spaziano dalla scoperta dell’agricoltura agli anni ‘50 del Novecento. Mi sembra che le datazioni più lontane tendano a nascondere la novità rappresentata dalla modernità, e personalmente condivido l’opinione di chi propone per l’inizio dell’Antropocene una data che non sia più lontana dell’inizio della rivoluzione industriale. Un altro rilievo importante da fare è che la nozione di Antropocene potrebbe apparire, sul piano assiologico, abbastanza neutrale, cioè come un dato di fatto che non si caratterizza né in senso positivo né in senso negativo. La preoccupazione per le conseguenze dell’attività umana sul mondo, e la sensazione diffusa che la specie umana stia distruggendo le stesse condizioni oggettive della propria esistenza, hanno però l’effetto di togliere questa apparente neutralità, per cui la discussione sulla nozione di Antropocene si carica quasi sempre di una forte preoccupazione per le sorti della biosfera e della specie umana al suo interno.

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teleborsa

Moneta creata dal Nulla, Stati indebitati e Mercati con la Mannaia

di Guido Salerno Aletta

Dalla Lotta di Classe al Conflitto tra generazioni

126187.t.W320.H200.M4Questo è il paradigma del nuovo conflitto sociale:

a) le Banche centrali creano la moneta dal nulla;

b) di fronte alle crisi ricorrenti, gli Stati si indebitano enormemente per salvare l'intero sistema;

c) i Giovani "pagheranno" il conto del nuovo debito, mentre i loro Padri che sono dei parassiti, beneficiano dell'assistenzialismo pubblico;

d) i Mercati useranno la mannaia per punire gli Stati che si indebitano per fare assistenzialismo, trascurando i Giovani: non sottoscriveranno più i loro titoli di Stato, usando la moneta creata dal nulla.

Le parole di Mario Draghi, che sono state pronunciate all'apertura del Meeting dell'Amicizia, suonano come una vera e propria messa in guardia, se non come una velata minaccia da parte di chi conosce bene chi ha il Potere vero in mano, i Mercati. Sono i Giudici, i Saggi: le Democrazie sono sotto la loro tutela.

Il monito è sostanzialmente questo: dopo la crisi, il livello dei debiti pubblici rimarrà assai elevato. E saranno sottoscritti solo i titoli degli Stati che ne avranno fatto un buon uso di questa spesa finanziata in deficit, con investimenti in infrastrutture, nel capitale umano, e non per fare assistenzialismo.

Ad essere messo sull'avviso, non è solo il Governo guidato da Giuseppe Conte, ma l'intera strategia di politica economica che serve per superare la crisi causata dalla epidemia di Covid-19. Perché con questo virus, ha proseguito Draghi, ci si deve convivere per chissà quanto tempo.

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palermograd

Subprime e Covid 19. Le due grandi crisi dell'economia del debito

di Giordano Sivini

Parte prima

SUBPRIME E COVID 198 html aece37b738e3ad47L’asimmetria delle crisi e la centralità dei rendimenti

Nella grande recessione iniziata nel 2007 e in quella attuale del grande lockdown, il mondo si confronta con crisi di portata globale, paradossalmente originate da eventi localizzati.

La grande recessione è stata originata dalla insolvibilità dei mutuatari subprime, che aveva bloccato il flusso di rendimenti dei titoli basati sulla cartolarizzazione dei mutui. Questi titoli costituivano appena il tre per cento del totale delle attività delle banche di Wall Street[1], una nicchia particolarmente speculativa entro una enorme massa costruita sui debiti delle famiglie.

Il grande lockdown è stato invece innescato dal blocco delle attività produttive del mercato di Wuhan, un’area della Cina dove sono localizzati i fornitori di 51 mila imprese attive nel mondo. Si è estesa alle aree contigue, ed ha interrotto le catene mondiali di approvvigionamento just-in-time ben prima che gli Stati, uno dopo l’altro, chiudessero le proprie attività non essenziali. Le imprese e le famiglie si sono trovate in difficoltà nel far fronte alla massa dei debiti in scadenza.

Entrambe le crisi hanno colpito i rendimenti. Nell’economia del debito i rendimenti esprimono la vitalità del rapporto di credito sul quale si erge il sistema dei titoli finanziari. “I titoli - chiarisce un esperto di finanza - sono radicati in uno spazio giuridicamente coerente di diritti, doveri o convenzioni. Esistono dunque in quanto originati dalla realtà che li contiene. Perciò, all’estremo, tutti gli elementi della realtà possono essere introdotti nello spazio teorico e pratico della finanza. L’attività sottostante è ovunque la stessa: quella di uno stock autonomo di ricchezza che mira a generare un flusso di rendimenti” [2].

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Il capitalismo trascendentale delle piattaforme

di Antonio Savino

capitalismo trascendentaleIl capitalismo delle piattaforme1

Dal capitalismo immanente quello delle ciminiere, delle sirene che chiamano al lavoro migliaia di persone, si è passati al capitalismo trascendentale, un capitalismo simil-finanziario, che trae profitto creando centri (monopolisti) di servizi e “miners”, relazioni, collegamenti e estrazione di dati: sono le nuove piattaforme che internet e le nuove tecnologie digitali consentono; il loro core business è tanto la prestazione di un servizio (spesso retribuita, ma non sempre), quanto l’estrazione di valore dalle interazioni sociali che ne derivano.

Le piattaforme fino a ieri erano delle strutture piane e resistenti che servivano come base di appoggio per un trasbordo di merci e rendono possibili dei passaggi. Le recenti piattaforme digitali sono un agglomerato di hardware e software (con uso di intelligenza artificiale e big data) che si collocano in modo tendenzialmente monopolista, tra due entità fisiche come produttori e consumatori (es. Amazon), tra parlanti e riceventi (es. Facebook) o tra macchine e operatori (es. Siemens, GE) che permettono di svolgere determinate operazioni. Sono dispositivi con strutture e norme che regolano flussi, passaggi, spostamenti ed operazioni varie di informazioni e merci.

Fin qui tutto sembra normale, le piattaforme più o meno tecnologiche ci sono sempre state, svolgevano un servizio spesso legale e “utili” (il virgolettato del dubbio) come la grande distribuzione, notai, ecc, altre volte meno legali come i sistemi mafiosi, i quali ponendosi da monopolisti tra produttori e consumatori (nei settori droga, ortofrutta, caporalato, costruzioni, ecc.) traggono profitto dalla transazione.

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sinistra

Il neoliberismo non è una teoria economica

Terza e ultima parte*

di Luca Benedini

Con un’appendice filosofica su Covid-19, dialettica e altro

887217L’euro stesso è stato impostato – e continua ad essere gestito – in una maniera sostanzialmente neoliberista

Al di là di procedure come quelle previste dal Sixpack e dal “fiscal compact”, l’eurozona stessa, per come è stata gestita sino ad ora, è divenuta uno strumento che funziona in pratica ai danni dei lavoratori. Si tratta di una questione di una certa complessità tecnica, ma se descritta con cura non ha niente di incomprensibile, neanche per chi non abbia minimamente fatto studi di economia.

È un meccanismo che opera in parallelo col fatto che le specifiche deregolamentazioni dei mercati previste dal Fondo monetario internazionale (Fmi) nei suoi “piani di aggiustamento strutturale” e più in generale la globalizzazione neoliberista (praticamente priva di regole di tipo sociale, ambientale e giuridico secondo appunto i dettami del neoliberismo) sono diventate un’occasione per scatenare un’estrema concorrenza economica internazionale tra i vari paesi, con un effetto di gran lunga predominante: lo spostamento dei capitali e degli investimenti – e non di rado anche delle attrezzature stesse, attraverso le delocalizzazioni – verso i paesi dove vi sono una minore sindacalizzazione dei lavoratori e soprattutto minori costi di produzione (p.es. per i salari, per le protezione ambientale e per la tassazione) e dove, quindi, si possono ottenere profitti più alti e meno soggetti a contestazioni sociali e politiche. A causa di questo, i paesi con salari più elevati, lavoratori più sindacalizzati, protezioni ambientali più corpose e un fisco meno sensibile agli interessi delle élite economiche sono praticamente destinati a perdere delle attività produttive in modo più o meno costante, a meno che non sappiano offrire grossi vantaggi di altro tipo alle imprese (p.es., un sistema produttivo meglio organizzato, dei lavoratori più efficienti e preparati, pubbliche istituzioni più pronte a collaborare creativamente col settore privato, e così via).

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iltascabile

L’età del capitalismo della sorveglianza

di Paolo Pecere*

Tra tecnologia, scienze cognitive e utopia negativa: presente e futuro secondo Shoshana Zuboff

eyeL'espressione “capitalismo della sorveglianza”, coniata da Shoshana Zuboff, condensa efficacemente due concetti: quello di un nuovo capitalismo, alternativo a quello industriale dei secoli scorsi, e quello di un nuovo sistema di potere fondato sul controllo del comportamento individuale. Il sottotitolo del libro di Zuboff insiste su questo epocale significato politico: il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri.

Il capitalismo della sorveglianza, portato in Italia da LUISS University Press, con la traduzione di Paolo Bassotti, è un libro importante e ampio (oltre 600 pagine) che descrive una realtà con cui miliardi di persone hanno a che fare, spesso inconsapevolmente, e introduce conoscenze che dovrebbero far parte dell’istruzione di qualsiasi cittadino. Un’opera in cui è utile, per un primo orientamento, distinguere due aspetti: primo, l’analisi storica, giuridica e economica del nuovo capitalismo sorto all’inizio del millennio e fondato sulle nuove tecnologie digitali; secondo, la descrizione di una nuova forma di potere antidemocratico, basata sul sistematico e occulto condizionamento delle scelte individuali, su cui l’autrice vuole provocare “indignazione”, invocando l’azione politica.

La seconda parte del libro è meno ancorata ai fatti: guardando al futuro delinea un’utopia negativa, una previsione plumbea fondata su alcune assunzioni filosofiche e politiche che si ritrovano anche in altri tentativi recenti di futurologia, come quelli di Yuval Harari. Ma, come cercherò di spiegare più avanti, Zuboff e Harari, pur avendo l’ambizione di “leggere” il futuro nelle tecnologie del presente, trascurano il contributo dell’epistemologia, della filologia, della filosofia, e in genere delle discipline che insegnano a comprendere criticamente i discorsi scientifici e i testi.

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