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carmilla

Pandemia, economia e crimini della guerra sociale

Stagione 2, episodio 2: il falò delle vanità

di Sandro Moiso

Il falò della vanità della scienza medica (al servizio del capitale)

miracolo a milano“Possiamo essere pessimisti, darci per vinti e quindi lasciare che accada il peggio. Oppure possiamo essere ottimisti, cogliere le opportunità che certamente esistono e in questo modo cercare di fare del mondo un posto migliore. Non c’è altra scelta.” [Ottimismo (malgrado tutto) – Noam Chomsky]

Ormai più di un mese fa, domenica 27 dicembre, avrebbe dovuto avere inizio la terapia miracolosa, sospesa tra interessi economici, miracoli degni del cinema di Vittorio De Sica, creduloneria mediatica e (pseudo) scienza. Successivamente i ritardi nelle consegne, gli ingarbugliati (a dir poco) contratti firmati dall’Unione Europea con le ditte produttrici, il malfunzionamento degli apparati sanitari preposti e l’incompetenza delle amministrazioni locali, basata su anni di tagli della spesa per la salute dei cittadini e di prevaricazioni politiche in nome dell’interesse privato sbandierati come “eccellenza sanitaria”, hanno finito col fare più danni di qualsiasi protesta No Vax1.

Come se ciò non bastasse anche il nazionalismo economico si è ritagliato il suo spazio vitale nella corsa ai vaccini così che, nonostante la contrarietà manifestata da numerosi virologi ed esperti (o almeno presunti tali)2, anche il governo italiano, insieme al suo commissario straordinario Arcuri, ha deciso di investire in patria per sostenere quello della Reithera, di cui non si conosce assolutamente il grado di efficacia e la cui prima consegna è stimata per l’autunno di quest’anno. Ma si sa…piatto ricco mi ci ficco!

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lafionda

Feudalesimo 2.0, le due anime del neoliberalismo

di Niccolò Biondi

monbiotDopo l’assalto dei sostenitori di Trump alle stanze di Capitol Hill è arrivata la censura da parte di Facebook, Google, Twitter ed altre piattaforme agli account dell’ormai ex Presidente degli Stati Uniti: un evento che segna un salto di qualità nella gestione politica dei social network e dello spazio virtuale, e che mostra apertamente una delle dinamiche profonde che stanno portando il sistema politico occidentale verso una forma di feudalesimo 2.0 in cui, a farla da padrone, sono dei colossi economici privati che non solo sono in grado di svincolarsi rispetto alla presa dei poteri pubblici nazionali, ma che – nel caso specifico dei social network – hanno il potere di regolare, controllare e gestire quello spazio virtuale che, nei fatti, ha oggi assunto le funzioni pubbliche e politiche che anticamente erano svolte dall’agorà. Sui social network, infatti, avviene oggi la gran parte del dibattito pubblico e si forma quindi l’opinione politica dei cittadini: chi ha il potere di decidere chi ha titolo legittimo a parlare, che cosa legittimamente si può affermare e il modo in cui si può farlo (quali parole sono ammesse, quali vengono censurate, et cetera) ha de facto un potere superiore a quello dei politici e delle istituzioni pubbliche, dato che i politici e le istituzioni pubbliche si trovano a dover operare in una realtà socio-culturale (dalla cui opinione diffusa dipende la propria legittimità) i cui tratti sono definiti dal dibattito che avviene sui social network e nella forma permessa dai loro proprietari.

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ilmalpensante

L’umanità oltre la “business ontology”: reddito di base e transizione ecologica per un futuro sostenibile

di Bernardo Bertenasco

unnamed097436ygfQuattro anni fa moriva Mark Fisher. Il suo Capitalist realism. Is there no alternative? è uno dei testi più forti che abbia letto per l’onestà con cui descrive i dogmi del capitalismo neoliberale post-sovietico in cui viviamo. Fisher riprende l’idea di Fukuyama, secondo il quale la caduta del muro di Berlino coincide con la fine della storia: non c’è, per ora, un’alternativa ideologica capace di contrastare quella pervasive atmosphere che si è impossessata della nostra carne e della nostra anima, fino a farci credere che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Sembra catastrofico, ma per avere nozione della perdita di controllo sulla realtà e della crisi sistemica (politica, ambientale, sociale, psicologica) in atto non dobbiamo lanciarci in possibili previsioni sul futuro, basta semplicemente rileggere la parte finale de Il secolo breve di Hobsbawm, non a caso intitolata “la frana”.

Ciononostante sappiamo che per imporre un sistema sociale, qualunque esso sia, è sufficiente presentarlo come un fatto naturale e non un valore o un’ideologia: così si è imposto il neoliberismo negli ultimi trent’anni con la sua business ontology, secondo la quale è ovvio che tutto (istruzione, sanità, spazi naturali, relazioni sociali) deve essere gestito secondo logiche aziendali.

Molto prima del covid, K-Punk (epiteto da blogger di Fisher) parlava anche della pandemia mentale, che non può essere compresa se ci ostiniamo a considerarla un fatto privato, individuale e non sociale; come tutto il resto d’altra parte.

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materialismostorico

L’impatto della crisi su povertà e disuguaglianze*

di Francesco Schettino (Università della Campania L. Vanvitelli)

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 1/2020, a cura di Stefano G. Azzarà, pp. 156-176, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

Povertà e disuguaglianze1. All’alba del nuovo decennio

«Caro lettore, l’economia mondiale versa in una condizione di elevata fragilità. La spinta espansiva dei primi mesi del 2018 ha perso vigore prevalentemente a causa delle tensioni commerciali. A queste, vanno aggiunte le minacce provenienti dalla vulnerabilità dei mercati finanziari e dalle incertezze geopolitiche. Tali sfide privano i policy makers della possibilità di commettere passi falsi e, al contrario, gli impongono di adottare giuste politiche a livello locale, internazionale e globale». Questo incipit sembrerebbe essere stralciato da un articolo di uno studioso marxista nell’analisi, corretta, della fase critica del capitale. Tuttavia, la fonte è di natura profondamente distinta e per questo assume, per quanto possibile, una rilevanza ancor superiore: si tratta del messaggio dell’Acting Manager del Fmi, David Lipton, pubblicato in apertura del periodico IMF Annual Report (2019). Insomma, parafrasando Lenin, ancora una volta, a fronte di una parte della sinistra radicale alla costante ricerca di “nuovismi” teorici da cui farsi incantare, sono proprio i “borghesi onesti e sinceri” (ammesso e non concesso che loro lo siano) a fornire l’analisi materiale più aderente alla fase che il capitale mondiale sta vivendo.

Il rapporto, pubblicato nell’ultimo trimestre del 2019, fa da eco ai campanelli d’allarme già suonati negli anni passati, che nel frattempo si sono moltiplicati dacché una parte cospicua di analisti inizia a tenere in adeguata considerazione il fatto che il 2020 potrebbe essere l’anno in cui le bolle finanziarie (ri)gonfiatesi, almeno dal 2008, potrebbero esplodere con una violenza forse sconosciuta.

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jacobin

La religione del debito

Dario Gentili, Elettra Stimilli, Antonio Montefusco, Paolo Napoli

Solitamente capitalismo e cristianesimo sono considerati due ambiti opposti, ma in questo dialogo intorno al libro di Elettra Stimilli emergono le fonti cristiane del modo di produzione capitalista, a partire dal concetto di «colpa»

Ascesi capitalismo jacobin italia 990x361Il saggio di Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo, ripubblicato da poco, ha un obiettivo allo stesso tempo radicale e ambizioso: da che cosa deriva, da un punto di vista filosofico e culturale, il sentimento onnipresente, così tipico del nostro tempo, per il quale ci sentiamo in difetto e in colpa? Il nome che diamo a questo sentimento – debito si riallaccia a concetti culturalmente stratificati (in tedesco, per esempio, la parola Schuld indica insieme sia la colpa sia il debito, in una confusione che è comune a diverse lingue). Il debito è stato in verità anche uno strumento di governo della vita dei singoli e della costruzione di rapporti geopolitici (sappiamo bene, ormai, come quello «sovrano» e quello «privato» siano intrecciati). Soprattutto, esso si rivela uno strumento che induce a sottrarre agli uomini il controllo del loro destino. L’analisi di Stimilli riesce a individuare in questo elemento un punto cruciale che permette di comprendere le concrete modalità con le quali il capitalismo ha innestato la sua totale presa sul mondo, e sugli esseri umani: porre l’accento sulla condotta di vita individuale, che è considerata di per sé, quasi naturalmente, mancante e in difetto, permette di articolare una forma di fede nel capitalismo, che lo rende, sotto molti aspetti, indiscutibile. Consumare non è più uno obiettivo godibile. Quel deficit originario comporta soprattutto che la nostra vita sia vissuta naturalmente come una rinuncia. Rinuncia che caratterizza la nostra compartecipazione al consumo e all’ordine neoliberale, mascherando sotto l’aspetto dell’imprenditore di sé stesso un’autodisciplina feroce, priva di scopi, che permette al capitalismo di metterci a valore come esseri viventi, come, infine, «capitale umano».

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gliasini

Infanzia e capitalismo

di Laura Pigozzi

illustrazioni francioli 10 1024x827Il nostro capitalismo, che è indubitabilmente aggressivo, è anche un capitalismo bambino. Uno dei passaggi dall’età infantile a quella adulta consiste nel legare la pulsione aggressiva in una formazione che abbia carattere di sublimazione, che possa, cioè, costruire un ponte simbolico tra gli esseri umani, come il pensiero, l’invenzione. Possiamo chiamare il nostro capitalismo infantile anche “capitalismo pulsionale”, dato che la sua pulsionalità appare slegata, indisciplinata e disinvolta nel gioco del libero mercato. Le parole non sono mai innocenti: definire “gioco” il sistema che regge economicamente il mondo è rivelatore. Eppure, persino il gioco dei bambini ha bisogno di regole imposte da un terzo, esterno alla partita. Al contrario, per quanto riguarda gli scambi economici del nostro mondo industrializzato, si è creduto di poterli lasciare senza una disciplina, senza la guida di un terzo che, estraneo al gioco, dettasse le regole. Si è creduto che un gioco auto-amministrato potesse “dar vita di per sé a una società funzionante ed efficiente [dato che] la teoria neoclassica è stata ampiamente collaudata e ha mostrato il suo valore”, come recita uno dei testi di Peter Ferdinand Drucker, ritenuto l’inventore della scienza del management. Drucker è considerato uno dei pensatori di economia sociale e organizzazione aziendale tra i più illuminati e, mentre scriveva “credo fermamente nei liberi mercati”, sosteneva anche che le attività economiche sono il mezzo “per il raggiungimento di fini non economici (cioè umani o sociali), anziché essere fini in quanto tali”.

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lordinenuovo

Crisi del neoliberismo e della globalizzazione come manifestazione della crisi del capitalismo

I cambiamenti epocali del post pandemia

di Domenico Moro

Virus broken Glass 01 660x400La crisi del Covid-19 è la crisi più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. Secondo Henry Kissinger, forse il più noto politico statunitense vivente e già segretario di stato sotto le presidenze di Nixon e Ford, nulla sarà come prima dopo la pandemia[1]. L’ordine mondiale, ereditato dalla fine della guerra fredda, è in disfacimento. Per questa ragione, i governi previdenti, quello degli Usa in testa, dovrebbero pensare agli assetti futuri globali mentre si occupano di contrastare la pandemia.

In effetti, la pandemia accelera tre tendenze che si manifestavano già da tempo. La prima è la crisi del capitalismo mondiale. La seconda è il mutamento dei rapporti di forza economici tra Occidente e Oriente, in particolare tra gli Usa e i maggiori Paesi dell’Europa occidentale, da una parte, e la Cina, dall’altra. La terza è la crisi del neoliberismo e del suo prodotto maggiore, la globalizzazione, già messa in discussione dalla crisi di egemonia degli Usa e dal crescente protezionismo statale nel commercio mondiale.

Mentre in Occidente ci si deve confrontare con una nuova ondata pandemica, il Covid in Cina sembra solo un ricordo, secondo quanto afferma Milano Finanza, che, al proposito, titola così l’edizione del 12 novembre: “Festeggiano solo i cinesi. Covid: in Italia il Natale è a rischio coprifuoco, nel paese asiatico è boom dei consumi”. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), tra le prime dieci economie mondiali, solo la Cina nel 2020 fa registrare, per quanto modesta, una crescita del Pil a prezzi costanti (+1,85%), mentre gli Usa fanno registrare un calo consistente (-4,27%) e l’area euro fa ancora peggio, con la Germania che scende al -5,98%, la Francia al -9,75% e l’Italia al -10,64%.

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tempofertile

“Dipendenza”

di Alessandro Visalli

51 RlkWaLMLA settembre 2020 è uscito il libro “Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare[1]. Un libro che si può leggere in tre modi: racconta una storia che si sviluppa dal New Deal ad oggi, mostrando un andamento ciclico ed interconnesso di periodi di disordine sistemico, di espansione e di destabilizzazione; individua una teoria che con questa storia reagisce; presenta la sconfitta politica di un generoso tentativo.

Il primo piano si concentra sulla concatenazione di crisi che aprono sempre alla successiva, con un meccanismo (descritto nella teoria) mosso dalla tendenza del capitalismo alla concentrazione e (quindi) al sottoinvestimento. E descrive quindi le controtendenze che la tengono sotto controllo: guerra fredda, cetomedizzazione, esportazione di capitale, dipendenza interna ed esterna. Ne deriva anche una spiegazione interna della crescita della classe media nel “trentennio” e della ‘società del benessere’ non come confutazione della tesi marxiana (delle “due classi”) ma come sua estensione[2]. Ma ne deriva anche il “teorema di impossibilità” che Baran e Sweezy enunciano con la loro “legge della crescita del surplus[3], e quindi il tentativo di investire le periferie (e non il centro) del compito della rivoluzione.

Questa è l'ipotesi politica della dipendenza che cade quando le periferie sono sussunte (o sono disperse) nell’inversione degli anni ottanta. Di qui nasce la “teoria dei sistemi mondo” che sposta l'attenzione più avanti nello spazio e nel tempo.

Per descrivere analiticamente il testo.

Un primo blocco teorico descrive le posizioni di quegli autori che convergono nella creazione dell’assiomatica di base. Almeno dei principali: sono Paul Baran negli anni cinquanta, Paul Sweezy negli anni sessanta, Gunnar Myrdal e Francois Perroux.

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commonware

L'inquietante fiuto dei pazzi

di Commonware

Il complottismo è il sintomo della fine di un’epoca, della perdita di senso, della percezione che il domani non sarà migliore di oggi, che la promessa del progresso è andata a farsi fottere

jokerwar 0«È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta».
K. Marx, Miseria della filosofia

«Conquistare può solo colui che conosce la sua preda meglio di quanto questa conosca se stessa».
C. Schmitt, Ex captivitate salus

«Sono bei tempi quelli in cui si distrugge».
M. Tronti, La politica al tramonto

Per amor di chiarezza, tagliamo il discorso con l’accetta. In questa fase vediamo due tipologie di mobilitazioni politiche che, su scala internazionale, stanno raccogliendo una composizione che travalica l’esausto ceto politico delle sinistre e delle destre, movimentiste o meno: da una parte le mobilitazioni che vengono rubricate – in modo spesso riduttivo e talora addirittura fuorviante – sotto l’etichetta della identity politics, ovvero antirazziste (esemplificate ma secondo noi niente affatto contenute dal logo Black Lives Matter), ecologiste (Fridays for future), femministe (Non una di meno), dall’altra quelle che, sintetizzando, sono state definite – con un’accezione perlopiù negativa – complottiste, ovvero mobilitazioni contro la cosiddetta «dittatura sanitaria», vaccini, tecnologia 5G e più in generale contro i sordidi progetti dell’«élite globalista», visibile o occulta che sia. Se le prime, a queste latitudini (e, precisiamo, con significative differenze ad altre latitudini), sono le mobilitazioni che attraggono l’attenzione di una sinistra che si vuole illuminata, le seconde sono espressione di quella che si può chiamare deep society. Entrambe le tipologie, crediamo, sono in buona misura sintomo e manifestazione, per quanto superficiale e in modo tutt’altro che univoco, oltre che nei loro non infrequenti intrecci o scontri, di un processo ben più profondo e strutturale: la crisi dei ceti medi. Dentro questo fenomeno, ormai ben più di una semplice tendenza, occorre porsi strategicamente.

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lordinenuovo

USA, la crisi dell’economia a debito e l’indebolimento del dollaro

di Domenico Moro

Crisi e USA 01 660x4002xLa pandemia ha messo a nudo e accentuato le fragilità delle basi economiche su cui si regge l’imperialismo americano, aumentando le basi materiali del conflitto che lo oppone alla Cina.

Recentemente, il presidente della Banca centrale Usa (Fed), Jerome Powell, ha dichiarato che lo stimolo monetario non basta, ci vuole un maxi stimolo fiscale.

In sostanza, non basta che la Fed tenga il costo del denaro a tassi d’interesse bassissimi e che inondi l’economia di liquidità, c’è bisogno che lo Stato aumenti le sue spese per sostenere l’economia in crisi, senza preoccuparsi di creare alti livelli di debito e deficit.

Powell si è espresso sulla falsariga di quanto affermato da Draghi, in riferimento alla Ue, e dal Fondo monetario internazionale (Fmi), secondo il quale una riduzione prematura della spesa pubblica dei governi può essere rischiosa per l’economia mondiale. Per la verità, gli Usa avevano già stanziato, per contrastare la crisi, una cifra ben superiore ai fondi stanziati dalla Ue, pari a 2.200 miliardi di dollari, con il Cares Act, che però è ora esaurito. Infatti, l’intervento di Powell si inserisce nel dibattito congressuale sull’entità del nuovo provvedimento di spesa, che vede i democratici proporre un nuovo stimolo di 2.200 miliardi, a cui i repubblicani hanno opposto una controproposta di 1.600 miliardi, che Trump ha a sua volta proposto di innalzare a 1.800 miliardi.

Gli Usa, però, devono fare i conti con una situazione del debito piuttosto grave, che può frenare la ripresa. Il debito pubblico è passato dal 108,7% del 2019 al 131% sul Pil previsto dall’Fmi per il 2020, mentre il deficit balzerà dal 6,3% al 18,7% sul Pil[1].

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apocalottimismo

Il Papa del capitalismo

di Miguel Martinez

klaus schwabIl Forum Economico Mondiale sta al capitalismo all’incirca come il Vaticano sta alla chiesa cattolica.

E il signor Klaus Schwab sta al Forum, all’incirca come il Papa sta al Vaticano.

Siccome il capitalismo incide molto di più sulle nostre vite della Chiesa, è bene sapere cosa predica il signor Schwab.

Riprendiamo qui un articolo di Paul Cudenec, uscito su The Winter Oak.

Cudenec è dichiaratamene anarchico e il testo è fortemente politico e polemico, in una maniera che magari piacerà molto ad alcuni lettori e pochissimo ad altri; e divaga su molti temi, su cui si può essere o meno d’accordo.

Non importa: al di là delle opinioni polemiche di Cudenec, è il miglior riassunto attualmente esistente del pensiero di Schwab e quindi della filosofia che guida oggi le scelte di fondo delle principali imprese mondiali (per avere l’onore di finanziare il Forum, un’impresa deve avere un fatturato di almeno cinque miliardi di dollari l’anno).

Come al solito, traduzione Google, per mancanza di tempo: che eticamente ci fa sentire un po’ in colpa, ma ci sentiremmo ancora più in colpa a non far conoscere meglio il signor Schwab.

* * * *

Klaus Schwab e il suo grande reset fascista

di Paul Cudenec

Nato a Ravensburg nel 1938, Klaus Schwab è figlio della Germania di Adolf Hitler, un regime di stato di polizia costruito sulla paura e la violenza, sul lavaggio del cervello e sul controllo, sulla propaganda e le bugie, sull’industrialismo e l’eugenetica, sulla disumanizzazione e la “disinfezione”, sulla una visione agghiacciante e grandiosa di un “nuovo ordine” che sarebbe durato mille anni.

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blackblog

L’economia del debito e la Critica del valore

di Giordano Sivini

proxy image8976yyrDopo l'arrivo dell'ultimo ospite non invitato, il Coronavirus , oggi ci troviamo ormai, come si suol dire «sommersi di debiti». E questo inoltre, a quanto pare, succede in un contesto dove il dibattito sembra pendere dalla parte di che ne invoca ancora di più, di debito. Ed ecco che la mail di Giordano, con allegato questo testo che pubblico volentieri, è quanto mai benvenuta perché interviene in una discussione che - per quanto sopita a causa della preponderanza di cose che appaiono come più urgenti da discutere - mantiene una sua enorme importanza, al fine di sapere di che cosa oggi stiamo parlando. Mi riferisco qui alla polemica postuma (a causa della precoce morte di Robert Kurz) tra "Denaro senza valore" di Kurz, per l'appunto, e "La grande svalorizzazione" di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, dove per la prima volta fanno capolino - sospinte da Lohoff come se fossero i "topi di Willard" - le cosiddette «merci di second'ordine»; che poi, sempre secondo Lofoff, sarebbero quei titoli, o "merci derivate" che «permettono all’impresa di capitalizzare il valore futuro non ancora realizzato». Insomma, una sorta di teoria monetaria del valore che in qualche modo può essere ancora in grado di «salvare il capitalismo», e simultaneamente «fare giustizia» invece della teoria di Kurz, il quale non avrebbe fatto altro che perpetuare una interpretazione erronea del capitale fittizio. Ed ecco che il credito di Lohoff viene ad assomigliare ad una sorta di gatto di Schoeringer, che, finché non apri la scatola, rimane allo stesso tempo vivo e morto, plusvalore reale e denaro senza valore, il tutto a seconda se quel capitale fittizio sia coperto o scoperto. Roba da ... apprendisti stregoni! Alla quale viene da rispondere citando Kurz:

«Certo, fu la crisi economica mondiale a generare il keynesismo ma non fu il "modello di regolazione" politico del keynesismo a superare la crisi e a "politicizzare" il boom del dopoguerra, bensì la crescita, insita nel processo stesso della produzione di merce, che prese l’avvio ancora una volta, su di un livello di sviluppo superiore, in virtù della generalizzazione delle nuove produzioni di massa fordiste ad elevata intensità di lavoro.

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paginauno

Crisi strutturale. La debolezza del lavoro, fra globalizzazione e tecnologia

di Giovanna Cracco

15909fdfe40ba1a4ea50e66de6d77255 strada manager"La moderata crescita dei salari è un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori."
Banca dei Regolamenti Internazionali, 87- Relazione annuale, giugno 2017

Jackson Hole, 27 agosto: puntuale si tiene il simposio annuale tra le principali banche centrali mondiali. Jerome Powell, presidente della Fed, pronuncia quello che immediatamente gli analisti economici definiscono un "discorso epocale": il 2% non è più il tasso di inflazione annuo sul quale la Banca centrale americana baserà la propria politica monetaria. È un numero che anche l'Europa conosce, perché target di inflazione per la stessa Bce. Che significa? Perché il 2% e perché questo cambio di direzione?

Non ci interessa in questa sede affrontare aspetti finanziari già trattati su queste pagine - quanto la politica monetaria espansiva messa in atto negli ultimi anni dalle banche centrali non abbia portato denaro all'economia reale ma a quella finanziaria, alimentando bolle obbligazionarie e azionarie (1), e dunque come anche questa mossa della Fed finirà per percorrere la stessa strada -: ciò che qui preme analizzare è il significato nascosto di questo cambio di passo, che riguarda la realtà del mondo del lavoro.

 

La curva di Phillips

Nel 1958, A.W. Phillips elabora un modello, che diviene noto come la "curva di Phillips". Appoggiandosi a dati empirici - serie storiche inglesi dal 1861 al 1957 - l'economista mette in relazione disoccupazione e inflazione e afferma che quando la prima scende, la seconda sale. In altre parole, a un aumento dell'occupazione della forza lavoro corrisponde un aumento dell'inflazione.

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sinistra

Affrontiamo un autentico cambio di paradigma

di Karlo Raveli

Questo testo è riedizione del contributo ‘Percorsi di comunismo ecologico per capovolgere l’offensiva contro i corpi’ al terzo seminario di Effimera ‘Dei corpi perduti e dei corpi ritrovati’, Milano 10 ottobre 2020

proxy imagen895e3L’assalto di massa intelligente e organizzato del denominato capitalismo alla salute operaia sembra costituire l’ultima fase di ‘lotta di classe’ - usando questo temine antico, abusato, alienato e soprattutto contraffatto.

Una affermazione che contiene per cominciare varie insidie...

La prima: assalto intelligente e organizzato. Che non significherebbe – solo? - sottolineare le possibili e probabili disposizioni tattiche e strategiche di potere degli ultimi anni nel terreno della salute, delle cure dei corpi, da parte di svariati nodi capitalistici (Fond. Rokefeller, BigPharma e chimico-petrolifero, Bill e Belinda Ponti, OMS privatizzata, innumerevoli altri centri, fondazioni e facoltà universitarie, ecc, ecc. da loro dipendenti, insieme ai governi) BENSÌ tutto un lungo processo capitalistico che da Pasteur in poi – come riferimento significativo – ha fatto delle cure, della sintomatologia e malattia, farmacologia, tecno-interventi sui corpi, funzioni ospedaliere, ecc. un complesso raziocinante e organizzato di riduzioni e integrazioni mercantili dei corpi. Pertanto degli individui, e poi di persone e implicitamente soggetti sociali e collettivi.

Compresi gli interventi sulle più o meno serie influenze annuali, invernali e periodiche così come si manifestano e interpretano da non molti anni. Con disposizioni sempre più massicce e virulente fino all’attuale e allucinante apogeo infodemico 2020 che colpisce costantemente e ripetutamente gli individui con tutti i media di massa.

Ecco quindi un’altra trappola epistemologica originaria: la stessa concezione di salute e cure stravolta dall’etica e filosofia di base della medicina allopatica e da tutto l’enorme apparato corrispondente.

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lafionda

La fabbrica del consenso economico

di Thomas Fazi

prendisoldiescappa scaledPer capire come la teoria economica mainstream, costruita e riprodotta nei circoli intellettuali e accademici, viene veicolata, mediaticamente, nella cultura di massa, dobbiamo prima fare una breve premessa su come funziona la propaganda nei moderni regimi occidentali cosiddetti liberal-democratici (cioè nei regimi in cui, per intenderci, vigono elezioni a suffragio universale, libertà di associazione e libertà di stampa).

In questi paesi la propaganda assume forme ben diverse da quelle che solitamente assume nei regimi non democratici – cioè in cui non vigono le condizioni di cui sopra –, dove tendenzialmente esiste un controllo top-down diretto e pressoché assoluto del flusso di informazioni che arriva ai cittadini, tanto tramite i media ufficiali (che perlopiù sono direttamente sotto il controllo del governo) quanto, oggi sempre di più, tramite i social network e persino i sistemi di chat. Pensiamo per esempio alla Cina.

Ora, un tale livello di controllo – ma soprattutto un controllo così esplicito dell’informazione – sarebbe ovviamente considerato inaccettabile nei paesi occidentali (almeno per ora). Dunque in Occidente, in particolare in seguito all’ascesa della comunicazione di massa nel secondo dopoguerra – e quindi al progressivo proliferare delle fonti di informazione “indipendenti” (cioè non soggette a controllo governativo, diversamente dalla televisione pubblica, per esempio), che oggi con internet tendono praticamente all’infinito –, le élite politico-economiche occidentali sono dovute ricorrere a strategie alternative per assicurarsi un controllo sulla narrazione pubblica (controllo che – attenzione – è ancora più fondamentale nei regimi democratici, proprio perché in essi esiste effettivamente il rischio che possa essere eletto un governo ostile agli interessi delle élite).

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