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Coordinamenta2

“2020?”

di Elisabetta Teghil

Immagine2020Qua e là per il mondo continuamente e in maniera sempre più serrata si susseguono rivolte e sollevazioni, apparentemente per le ragioni più svariate e difficilmente confrontabili.

Il neoliberismo in questi anni ha lavorato con pervicacia, sistematicità, coerenza e chiarezza ideologica su fini, obiettivi e strumenti. L’iper borghesia ha vinto. Le borghesie nazionali sono alla frutta, oscillano tra sacche di resistenza e asservimento al vincitore consce di aver perso definitivamente il loro ruolo.

Le politiche neoliberiste hanno decretato l’impoverimento generalizzato e profondo delle popolazioni occidentali sul fronte interno e lo sfruttamento violento e la destabilizzazione di intere aree sul fronte esterno con il neocolonialismo portato avanti con le così dette “guerre umanitarie”, con la strumentalizzazione dei diritti umani, della violenza sulle donne, dell’antirazzismo, con le mire di sfruttamento e soggezione mascherate dalla pretesa dell’esportazione della “democrazia” occidentale come modello unico ed universale.

Il Cile in particolare è stato terreno di sperimentazione dei principi neoliberisti già con il colpo di Stato di Pinochet nel 1973 fomentato e foraggiato dagli USA, e stiamo parlando di quasi cinquant’anni fa. Tutte le elaborazioni del neoliberismo che fino a quel momento erano solo teoria sono state applicate in quello sfortunato paese a cominciare dal mondo dell’istruzione, dalla privatizzazione della scuola e dell’università in sintonia con il credo neoliberista per cui “l’istruzione è merce” insieme alle altre merci. Non è un caso che gli studenti siano in prima fila ora nelle mobilitazioni e nella rivolta generalizzata che è dilagata per il paese e che siano stati i primi a innescare la lotta saltando i tornelli della metropolitana.

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militant

Oltre l’illusione della green economy. Alcune riflessioni

di Militant

green economy“E’ più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”
(Fredric Jameson)

 

Prima (ovvia) premessa

Interrogato su quali leggi scientifiche avrebbero superato indenni il test del tempo senza essere rigettate o radicalmente riformulate dalle future generazioni di scienziati, Albert Einstein indicò la prima e la seconda legge della termodinamica. “E’ la sola teoria fisica di contenuto universale di cui sono convinto che nell’ambito di applicabilità dei suoi concetti di base non verrà mai superata.” Semplificando, le due leggi affermano che l’energia totale dell’universo è costante, non può essere né creata né distrutta, ma che essa cambia continuamente forma, anche se in una sola direzione, da disponibile ad indisponibile, e che il “grado di disordine” del sistema, l’entropia, è in continuo aumento. La terra rispetto al sistema solare rappresenta un sistema termodinamicamente chiuso, ciò significa che assorbe energia dal sole, ma non riceve materia dall’universo circostante. Ora, se alle reminiscenze di fisica aggiungiamo frettolosamente anche quelle di chimica, rispolverando la legge di conservazione della massa di Lavoisier, secondo la quale all’interno di un sistema chiuso la massa dei reagenti è esattamente uguale alla massa dei prodotti (nulla si crea, nulla si distrugge…), appare evidente, come vanno ormai sostenendo praticamente tutti, che il pianeta su cui viviamo è “finito”. Intendendo con questo che lo stock di materie prime su cui possiamo e potremo contare è destinato prima o poi ad esaurirsi, ponendoci di fronte ad un problema di scarsità.

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jacobin

Fuga dal realismo capitalista

di Daniele Garritano

Mark Fisher è stato più volte accusato di nichilismo distopico. Al contrario, il motore della metodologia innovativa, aperta all’analisi di linguaggi estetici come la musica elettronica, il punk e l’hip hop e il cinema è il future shock

fisher1 jacobin italia 990x361La categoria di «impotenza riflessiva» è stata coniata da Mark Fisher nel saggio Realismo capitalista. Uscito nel 2009, nel momento in cui il crack dei mercati finanziari trascinava il mondo occidentale in una spirale di ansia, disoccupazione e impoverimento di senso del futuro e poi diventato nel corso di dieci anni un testo di riferimento per la comprensione degli effetti socio-culturali e psico-cognitivi del capitalismo postfordista, Realismo capitalista pone la questione del rapporto tra immaginazione e principio di realtà nella «logica culturale del tardo capitalismo».

Il riferimento al testo di Fredric Jameson sul postmodernismo, che risale nella prima stesura al 1984, richiama un’insieme di intenzioni assunte coscientemente nell’impianto teorico di Fisher: la coscienza di riprendere una discussione teorica sull’esaurimento del processo di modernizzazione e sulle sue conseguenze nella vita quotidiana delle società occidentali, l’interesse sintomatologico per i consumi culturali mainstream (film, musica, pubblicità) come indicatori di modi di vivere e strutture di pensiero, l’interrogazione sul sistema delle macchine e su quella che Jameson definiva la «produzione di persone […] capaci di adattarsi ad un preciso e peculiare mondo socioeconomico». Rispetto alla lettura jamesoniana del postmodernismo, il teorico inglese accoglie la questione del «fallimento del futuro», il ruolo dell’utopia come categoria necessaria del pensiero politico, e soprattutto la necessità di interpretare la «logica culturale» del capitalismo sul piano dello stile e dei modi di vivere per decifrarne il senso comune.

Il richiamo all’autorità di Postmodernism di Jameson si basa anche su motivi generazionali: al momento dell’uscita del saggio a partire da cui si svilupperà il progetto jamesoniano (1984), Fisher aveva appena sedici anni e il socialismo sovietico – che si definiva «reale» – si apprestava a vivere il suo ultimo lustro di storia.

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ragionipolitiche

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

di Carlo Galli

ph 336Sotto l’apparenza di essere uno sviluppo del razionalismo moderno – dell’utilitarismo, dello strumentalismo, dell’individualismo –, il neoliberismo attinge la propria energia e la propria legittimità da fonti irrazionali, dalla mobilitazione del sentimento e del desiderio, da una volontà di potenza latente nelle soggettività moderne, emotivamente eccitata e governata dalle agenzie di senso (alte e basse, mediatiche e teoretiche) che nel radicarsi del neoliberismo hanno avuto un’importanza decisiva.

Il neoliberismo è la dottrina, di derivazione marginalistica (Mises e Hayek), che si pone l’obiettivo di distruggere la teoria classico-marxiana del valore-lavoro, e di spostare il baricentro del pensiero economico dalla produzione, e dalle sue contraddizioni, al rapporto domanda-offerta, e ai suoi equilibri (il kosmos, l’ordine spontaneo). Svincolata da ogni patetico umanesimo, da ogni fondazionismo personalistico, l’economia è un insieme di diagrammi che descrivono e misurano le scelte compiute dal consumatore individuale razionale perfettamente informato, all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale. La libertà dei moderni è libertà individuale di scelta e libertà di intrapresa, del consumatore  e dell’offerente. I problemi che possono insorgere e che discostano la pratica dalla teoria non sono contraddizioni strutturali ma solo ostacoli che devono essere rimossi, con la politica: le “riforme”, che fluidificano il mercato eliminando rigidità e rendite di posizione. Solo a realizzare riforme serve la politica: la dimensione pubblica è legittimata dal fatto che serve a rendere possibile lo sviluppo della dimensione privata: nessuna taxis artificiale deve frapporsi alla formazione automatica del kosmos. E la società, peraltro, non esiste (secondo la geniale signora Thatcher), sostituita – con le sue masse, i suoi ceti, le sue classi, i suoi gruppi di interesse, le sue dinamiche collettive – dalla pulviscolare moltitudine degli individui utilitaristici.

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economiaepolitica

Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo

L’eclissi della democrazia e della giustizia sociale 

di Lelio Demichelis

democracy 640x333La democrazia è in crisi. Nuovamente e pesantemente.

Se per Gramsci le forze che avevano sconfitto la classe operaia erano state il fascismo e l’americanismo – «due volti, in sostanza, del capitalismo»[i] – oggi la sconfitta (di nuovo) della classe operaia, del concetto di giustizia sociale e della democrazia politica e sociale/economica è effetto diretto – questa la tesi che qui riprendiamo e approfondiamo – della filosofia neoliberale e delle tecnologie di rete[ii] (a loro volta ultima forma della tecnica come sistema), ma ambedue (tecnica e neoliberalismo) sempre le due facce, ma non del solo capitalismo bensì del tecno-capitalismo. La seconda metà del ‘900 è stato il tempo, da una parte di una crescente anche se timida e faticosa ricerca di una democrazia economica e sociale che integrasse e rendesse effettiva (essendo i diritti sociali la premessa per i diritti politici e civili) quella politica; e, dall’altro di una democratizzazione dell’impresa capitalistica (e quest’anno celebriamo i 50 anni dell’Autunno caldo, il prossimo sarà mezzo secolo dallo Statuto dei lavoratori, massima realizzazione e formalizzazione giuridica in Italia della democrazia oltre i cancelli delle fabbriche). Ma il neoliberalismo e le tecnologie di rete degli ultimi trent’anni hanno smantellato progressivamente quei concetti e quelle buone pratiche.

Il neoliberalismo (inteso qui come sommatoria di neoliberismo austro-statunitense e ordoliberalismo tedesco) si proponeva infatti di liberare l’impresa dai lacci e lacciuoli (diceva Guido Carli) della democrazia, del politico e del sociale; di potenziare l’individuo alla sua massima prestazione/produttività/egoismo-egotismo-narcisismo isolandolo dagli altri; e di annullare il vecchio contratto sociale moderno de-strutturando/suddividendo la società (soprattutto la società civile, i corpi intermedi, i sindacati) per sostituirla con mercato e competizione tra uomini.

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Coordinamenta2

“Il tempo delle cavallette”

di Elisabetta Teghil

langostasLe telefonate sono tutte registrate, questo indipendentemente dal fatto che ci sia un’indagine in corso e sono archiviate e vengono tirate fuori quando servono. E’ un dato che caratterizza la nostra società. Le telecamere di sorveglianza sono invasive oltre ogni misura, le motivazioni sono sempre nobili e passano attraverso gli utili idioti che dicono che tanto se non c’è niente da nascondere non si ha nulla da temere. Le prossime mosse saranno l’installazione in tutti gli ambienti pubblici e perché no anche nei condomini e perché no perfino nelle case. L’alibi sarà che la maggior parte delle violenze avvengono in famiglia. Come del resto l’invasivo controllo della velocità su strade e autostrade che serve a far fare cassa ai Comuni ma la motivazione nobile è la nostra sicurezza.

Viviamo, e lo sarà sempre di più, in un controllo serrato ventiquattro ore su ventiquattro in ogni momento della nostra vita. Le cimici ambientali sono diffuse e non solo e non soltanto per un’indagine magari con l’autorizzazione della magistratura ma anche negli spazi e nei locali pubblici. E il motivo vero è sempre e soprattutto il controllo dell’antagonismo e del dissenso in una situazione in cui le forze di polizia in tutte le loro articolazioni si sono affrancate dalla direzione politica e conducono una vita propria e si muovono a tutela delle corporazioni di cui fanno parte.

Indipendenza delle istituzioni poliziesche che non sono più in rapporto gerarchico con quelle politiche e che, ferma restando l’autonomia della gestione degli affari di propria competenza, continuano a lavorare in maniera subalterna agli Stati Uniti e, fatto nuovo, anche a Israele. I poteri forti utilizzano e strumentalizzano ogni possibile manifestazione di dissenso a partire dalla forma più compiuta di lotta di classe che c’è stata in Italia negli anni ’70 e ’80 cioè il fenomeno della lotta armata che non viene raccontata per quello che è ma viene attribuita ai servizi stranieri.

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businnesinside

Per combattere le disuguaglianze bisogna abbandonare subito le idee di Milton Friedman

Richard Feloni intervista il Nobel Joseph Stiglitz

  • Joseph Stiglitz ritiene che la popolarità dell’ideologia del compianto Milton Friedman, vincitore come lui del premio Nobel per l’Economia, sia un fattore significativo alla base della forte disuguaglianza e della crescita modesta che caratterizzano attualmente gli Stati Uniti
  • Friedman diceva che in un libero mercato, una società quotata in borsa esiste soltanto per servire i propri azionisti
  • Per Stiglitz esistono abbondanti prove del fatto che queste condizioni che caratterizzano il libero mercato non possano essere soddisfatte
  • Questo dibattito è in corso dagli anni Trenta del secolo scorso, ma sembra che il vento stia cambiando a favore di chi sostiene che si debba dare la priorità alla creazione di valore a lungo termine, togliendo importanza ai risultati a breve termine

5aa2bded7dafe127008b457b 960 720All’incontro annuale del World Economic Forum, che si è tenuto a Davos (Svizzera) a gennaio, il Ceo di Business Insider Henry Blodget ha spiegato i motivi per cui è arrivato il momento di un “capitalismo migliore (in inglese better capitalism, come il nome di questa rubrica).

L’attuale disuguaglianza che regna negli Stati Uniti, ha spiegato, è perlopiù legata a una reazione al ristagno iniziato negli anni Settanta del secolo scorso e durato troppo a lungo – una fase in cui la caccia ai profitti trimestrali ha dato luogo al cosiddetto short-termism, cioè l’ossessione tossica per i risultati a breve termine.

Quando Blodget ha avviato la discussione del panel che aveva organizzato, Joseph Stiglitz della Columbia University ha detto, riferendosi alle persone che a suo parere sono responsabili di quest’ideologia prevalente: “Voglio sottolineare che, in questo periodo, non è stato solo un gruppo di azionisti attivisti ma si è trattato anche di Milton Friedman”, il compianto economista e vincitore del premio Nobel (come Stiglitz). “E Friedman aveva torto.”

Nella sua influente raccolta di saggi del 1962, Capitalismo e libertà, Friedman proclamò che in un’economia libera “un’impresa ha una, e solo una, responsabilità sociale: usare le proprie risorse e condurre attività studiate per incrementare i suoi profitti, fintantoché rispetti le regole del gioco, vale a dire fintantoché pratichi una concorrenza libera e aperta, senza inganni o frodi”.

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la citta futura

Marx e la teoria neo-hobbesiana dell’organizzazione dell’impresa capitalistica

di Marco Beccari e Domenico Laise

Marx e gli autori neo-hobbesiani concordano sulla necessità di una “autorità” nella fabbrica capitalistica, ma dissentono sulle finalità ad essa attribuite. L’articolo trae spunto dal seminario “L’organizzazione del lavoro nella fabbrica capitalistica” tenuto da Domenico Laise per l’Università Popolare A. Gramsci nell’anno accademico 2018-2019 [1]

0b63f0be0dd8e55c65245e23ba37762c XLIn un precedente articolo abbiamo sostenuto che Marx è l'unico economista che spiega la natura autocratica dell'impresa capitalistica, vale a dire è l'unico autore che spiega, con rigore scientifico, l’esistenza della "dittatura del capitalista" all'interno dei cancelli fabbrica, nella quale il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia [2].

L'autocrazia esiste, per Marx, perché è la condizione necessaria per l'esistenza del plusvalore (pluslavoro capitalistico) e, quindi, del profitto. Se non ci fosse l'autocrazia, cioè se i lavoratori potessero formulare la strategia e avessero il controllo strategico e operativo del processo produttivo, allora potrebbero decidere di erogare una quantità di lavoro pari alla quantità di lavoro necessaria, contenuta nei mezzi di sussistenza. In tal caso non sarebbero garantite le condizioni per l’esistenza del plusvalore e per la riproduzione della classe dei capitalisti, che vive sul lavoro dei salariati. La divisione della società in classi conflittuali è, in ultima analisi, la condizione necessaria per l'esistenza dell'autocrazia capitalistica.

Poiché la fabbrica capitalistica, e in senso lato l’impresa capitalistica, è finalizzata al profitto e, quindi, all’estrazione coatta di plusvalore, essa implica necessariamente la coercizione del lavoratore al pluslavoro. Il lavoratore di conseguenza non è mai libero delle proprie azioni, ma è costretto ad accettare e eseguire gli ordini del capitalista, rivolti, in definitiva, alla produzione del plusvalore. Nella fabbrica, come sostiene Engels, “il legislatore assoluto è il fabbricante. Egli emana i regolamenti di fabbrica a suo beneplacito” [3].

Si potrebbe pensare che, se riferite alla fabbrica moderna, le tesi di Marx ed Engels siano obsolete. Si potrebbe, ad esempio, sostenere che oggi alla Toyota esista la "democrazia industriale”, poiché l'operaio è coinvolto in processi decisionali cruciali. Ad esempio, l’operaio è libero di arrestare la catena di montaggio quando lo ritiene opportuno. Ma non è così. L'operaio non è libero di scegliere il suo comportamento. Si tratta, in realtà di una falsa e fittizia libertà. Egli, infatti, può bloccare la catena di montaggio solo quando i pezzi prodotti risultano difettosi.

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jacobin

Gli Student Hotel e la creatività del capitale

di Carlotta Caciagli*

Mentre il diritto allo studio viene attaccato trasformandolo in «debito d'onore», in diverse città d'Europa nascono studentati privati di lusso. Sono l'ennesimo tentativo di far diventare qualsiasi esperienza di vita un'esperienza di consumo

student hotel jacobin italia 990x361Amsterdam, Dresda, Berlino, Firenze, Parigi. In alcune città gli Student Hotel sono già sbarcati, in molte altre arriveranno presto, come a Lisbona, Barcellona, Tolosa. In Italia si conta di aprirne almeno altri cinque nei prossimi due anni. Ma cosa sono gli Student Hotel? Stando al nome sembrerebbero dei semplici alloggi per studenti, ma a ben guardare sono molto altro: luoghi che riproducono un preciso modello di città e una precisa concezione di istruzione.

The Student Hotel (Tsh) è uno studentato e al tempo stesso un hotel di lusso, ci si può stare una notte come un anno intero. Al suo interno è composto di camere e spazi comuni: cucine, salotti, aule studio, aule conferenze, biliardi, terrazze con piscina, in alcuni casi saune e idromassaggi. Un design progettato – quando possibile dalla archistars di casa, poiché la visibilità è garantita – per essere casa, ufficio e luogo di ricreazione al tempo stesso. Uno spazio pensato per rendere accettabile che fra lavoro e tempo libero non ci siano confini. Perché se essere perennemente presi nella morsa del processo produttivo significa una camera vista mare, be’, allora non è poi così male. Salvo per i prezzi, che allo studentato si avvicinano proprio poco dato che una camera può costare anche 100 euro a notte. Viene quasi da chiedersi chi siano le persone che possono permettersi una stanza qua. Ce lo spiega il gruppo possessore: Tsh è per giovani creativi, studenti, intellettuali, professionisti e startuppers. Insomma per tutte quelle figure professionali che lavorano sempre pur sembrando non lavorare mai. In fondo, ci dice sempre il gruppo Tsh, si tratta di un’idea semplice, ovvero riunire imprenditori, studenti e viaggiatori sotto un unico tetto, alle parole d’ordine di mescolanza, multiculturalismo e condivisione.

Parole a cui è difficile contrapporsi, perché rimandano le menti a giovani aperti, che conoscono il mondo, che apprendono lingue nuove, a italiani che imparano a cucinare cous-cous, a inglesi che mangiano pasta e pizza, a film in lingua originale, a serate a tema in cui conoscere i costumi degli altri. La «mission» di Tsh è quella che abbiamo assunto essere dell’Erasmus, ovvero creare un contesto stimolante per tutti, in cui si beneficia del contatto con il diverso.

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palermograd

Non c'è tempo da perdere

Come industria 4.0 cambierà il modo di produrre

di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini

società 4.0 1068x611Delocalizzazioni e Industria 4.0 sono due fenomeni molto dibattuti, ma raramente presi in considerazione congiuntamente. Eppure, come vedremo, entrambi concorrono all’evoluzione della geografia del Capitale, alimentandosi a vicenda.

Le imprese delocalizzano, ci viene detto, perché in Italia non trovano un clima favorevole al business. Le ragioni sono le più disparate: instabilità politica, eccessiva rigidità del mercato del lavoro, carenze infrastrutturali, quadro normativo eccessivamente articolato, tassazione troppo elevata, e così via.

La realtà, non è difficile capirlo, si presenta ben diversa: l’UE è una grande area di libero scambio, all’interno della quale si sono aboliti i confini alla circolazione di merci e capitali – e persone, limitatamente ai cittadini dell’area – in presenza di enormi disparità per quanto riguarda normative, standard sociali e ambientali, salari, regimi fiscali.

Ciò genera enormi possibilità di arbitraggio per le grandi imprese, che possono decidere di collocare sede fiscale, casa madre, impianti produttivi e uffici amministrativi in paesi diversi, a seconda della convenienza. Quindi, la strategia ottimale per ciascun paese è quella di specializzarsi in una determinata funzione, offrendo al Capitale tutte le condizioni ottimali per una allocazione geografica efficiente delle fasi produttive.

Naturalmente, gestire queste catene produttive lunghe è molto complesso, poiché implica il coordinamento di una lunga serie di fasi differenti, collocate in aree geografiche distinte – e soggette a normative diverse. L’attività di ricerca è stata pienamente organica a questa strategia, ed è stata indirizzata verso lo sviluppo di nuove tecnologie in grado di facilitare il processo di centralizzazione senza concentrazione.

“Lo sviluppo della tecnologia avviene interamente all’interno [del] processo capitalistico. [...] Lo sviluppo capitalistico della tecnologia comporta, attraverso le diverse fasi della razionalizzazione e di forme sempre più raffinate di integrazione, un aumento crescente del controllo capitalistico.” (Panzieri, 1961)

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ist onoratodamen

Carola Rackete, migranti, spoliazione e l'illusione dei muri

di Carlo Lozito

image 1446310 860 poster 16x9 wqhx 1446310Quella capitalistica è la società dell'apparenza in cui la realtà si presenta sempre trasfigurata. Per la questione dei migranti, non si tratta del capovolgimento mistificante dei rapporti tra gli uomini trasformati in rapporti tra cose, insito nei rapporti di produzione borghesi, ma di un atto ideologico col quale dissimulare la realtà, fatto di affermazioni, azioni e leggi che violano addirittura le stesse norme nazionali e internazionali borghesi. Il ministro dell'interno Salvini ha inaugurato, e quotidianamente rafforza, la stagione della calunnia, della piegatura dei fatti al mero scopo propagandistico, dell'uso della forza pubblica a proprio uso, dell'uso spregiudicato dei media per il proprio interesse.

Poco importa che tanto spiegamento di forze vada a colpire solo i deboli, quelli che nulla o poco possono fare per difendersi e lascino indisturbati i criminali veri, quelli dai poteri forti, quelli che scorrazzano quotidianamente nelle città e campagne italiane liberi di commettere qualsiasi illecito, difesi da mille cavilli giuridici spesi ad arte da un esercito di avvocati quando non totalmente impuniti. Così, Carola Rackete, comandante della nave impiegata nel soccorso ai migranti in mare, è stata arrestata, accusata dai più alti rappresentanti del governo italiano, ma non solo, di essere una criminale.

Una piega di vita, quella in corso, che riduce la politica a beceri insulti e volgari argomentazioni estranee a qualsiasi obiettività che mirano a solleticare e a far presa sugli istinti più beceri dell'essere umano, istinti mai sopiti e pronti a rigurgitare, rinvigoriti dall'incancrenirsi di una situazione economica che produce insicurezza e incertezza, precarietà, rabbia, risentimento che, per la mancanza di idee altre e più proprie alla necessità di liberazione e solidarietà umane, possono essere facilmente depistati contro il diverso e il debole, il migrante appunto. La volgarità e l'ipocrisia in questo regnano sovrani: si brandisce il manganello con una mano, appunto contro gli indifesi, mentre con l'altra si agita il crocefisso per dire che lo si fa in nome della santità.

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sbilanciamoci

Il diritto al futuro contro il capitalismo della sorveglianza

di Roberto Ciccarelli

Il plusvalore estratto dalla forza lavoro nel capitalismo delle piattaforme ha meccanismi che arrivano a condizionare l’identità personale. Analisi critica del libro, ancora non tradotto, di Shoshana Zuboff: “The Age of Surveillance Capitalism. The fight for a human future at the new frontier of power”.

GettyImages 685007305 surveillance capitalism 1548712972Shoshana Zuboff ha scritto un libro importante di filosofia politica e critica dell’economia politica digitale: The Age of Surveillance Capitalism. The fight for a human future at the new frontier of power (Profile Books. pp. 691; L’epoca del capitalismo di sorveglianza: la lotta per un futuro umano sulla nuova frontiera del potere). È un libro necessario che racconta la storia terribile e urgente di cui siamo protagonisti e offre strumenti contro il nuovo potere. Considerato il fatto che non è stato ancora tradotto in italiano, propongo una guida al libro e una lettura critica delle cinque tesi principali.

 

0. Che cos’è il capitalismo della sorveglianza

1. Un nuovo ordine economico che configura l’esperienza umana come una materia prima gratuita per pratiche commerciali nascoste di estrazione, predizione e vendita;

2. una logica economica parassita nella quale la produzione delle merci e dei servizi è subordinata a una nuova architettura globale della trasformazione comportamentale degli individui e delle masse;

3. una minaccia significativa alla natura umana nel XXI secolo così come il capitalismo industriale è stato per il mondo naturale nel XIX e XX secolo;

4. una violenta mutazione del capitalismo caratterizzata da una concentrazione della ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia umana; (…);

5. l’origine di un nuovo potere strumentale che afferma il dominio sulla società e presenta una sfida impegnativa alla democrazia di mercato (corsivo mio); (…)”. (p.1).

 

1. Il capitalismo della sorveglianza è un nuovo ordine economico che configura l’esperienza umana come una materia prima gratuita per pratiche commerciali nascoste di estrazione, predizione e vendita.

Il capitalismo di sorveglianza trasforma l’esperienza in “materiale grezzo gratuito”. Tale materiale è estratto da un corpo, descritto come una “carcassa”, è raffinato, reso intelligente e trasformato in dati comportamentali.

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blackblog

Economia per l'estate

di Michael Roberts

aleiaLa scorsa settimana, Martin Wolf, il giornalista di economia del Financial Time, ha fatto l'elenco dei nuovi libri di economia da lui raccomandati per lettura estiva. Ha cominciato con "Austerità. Quando funziona e quando no", di Francesco Giavazzi, Alberto Alesina e Carlo Favero (Rizzoli). Wolf lo ha commentato dicendo che «questo un libro estremamente importante. Il libro fa uso di prove empiriche che permettono di valutare gli effetti dell'austerità fiscale messa in atto attraverso i tagli alla spesa in contrapposizione all'aumento delle tasse. Conclude dicendo che gli effetti negativi dei tagli alla spesa sono inferiori rispetto a quelli causati dall'aumento delle tasse. Inoltre, i programmi basati sulla spesa sono più efficaci ai fini della riduzione della crescita del debito di quanto lo sia l'aumento delle tasse. Tuttavia, va notato che i costi vengono valutati solo in termini di produzione cumulativa, e viene pertanto ignorato quello che è l'impatto distributivo del taglio alla spesa rispetto all'aumento delle tasse». Alesina e gli altri sono stati a capo dei sostenitori dell'impatto positivo che l'«austerità» avrebbe sulla crescita economica, in contrasto con la montagna di prove provenienti dal FMI e dalle altre fonti che sostengono che le politiche di austerità non hanno aiutato (piuttosto ostacolato) la ripresa economica in nessuna delle maggiori economie capitaliste.

Quando Alesina e gli altri hanno pubblicato per la prima volta un documento a tal proposito, hanno calcolato che «gli aggiustamenti fiscali basati sui tagli alla spesa erano stati assi meno costosi, in termini di perdita di produzione, di quelli basi sull'aumento delle tasse. [...] gli aggiustamenti basati sulla spesa generavano recessioni assai piccole, con un impatto sulla crescita del prodotto non significativamente diversa da zero.» E «Le nostre conclusioni sembrano pertinenti a degli aggiustamenti fiscali sia prima che dopo la crisi finanziaria. Non possiamo respingere l'ipotesi secondo la quale gli effetti degli aggiustamenti fiscali, soprattutto in Europa nel 2009-13, siano stati indistinguibili da quelli precedenti».

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contropiano2

“Il neoliberismo mina la riproduzione sociale”

Intervista a Nancy Fraser

Nancy Fraser è una filosofa e teorica femminista statunitense. Si è occupata di filosofia politica ed etica normativa. Insegna scienze politiche e sociali a New York. Ha scritto insieme a Axel Honneth “Redistribuzione o riconoscimento?” un importante testo di filosofia politica contemporanea. Di recente ha pubblicato insieme a Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya Femminismo per il 99%. Un Manifesto (Laterza)

bhcklmyfygwbehjfkmvòega 480x300Innanzitutto grazie di essere con noi.

Grazie a voi.

 

Per iniziare, potresti dirci qualcosa riguardo al tuo percorso politico e intellettuale? Quali sono state le tue esperienze formative?

Certo. Sono una sessantottina, cresciuta a Baltimora, nel Maryland, che è una città in cui vigevano le leggi Jim Crow, leggi di segregazione razziale. L’esperienza politica formativa della mia gioventù è stata la battaglia per la desegregazione – che è un classico percorso della new left. Ho fatto parte del movimento per i diritti civili durante le scuole medie e superiori. All’università, bhe anche prima di iniziarla, ho partecipato al movimento contro la guerra in Vietnam, nell’ala di sinistra, anti imperialista, poi agli Studenti per una Società Democratica (SDS) ed infine il femminismo e così via. Durante questo percorso sono diventata una marxista non ortodossa e ho fatto attività politica per un po’ dopo aver terminato l’università. Poi ho deciso di tornare all’università per un dottorato in filosofia, ma ho portato con me la mia nuova visione di sinistra e devo dire che non penso che il mio impegno e i miei valori fondamentali siano cambiati dagli anni ‘60 ad oggi. Poi ho iniziato a lavorare sulla democrazia, i diritti sociali, il multiculturalismo, la redistribuzione, il riconoscimento, la critica al capitalismo, la teoria femminista, ecc.

 

Oggi sei a Bologna per presentare ‘Femminismo per il 99%: un manifesto’. Qual è lo scopo del manifesto e a chi è rivolto?

Penso che sia rivolto a un pubblico eterogeneo. Il caso più ovvio è rappresentato da chi è già coinvolto o interessato al femminismo e a quanti si stiano proponendo un cambio di direzione, una rottura con il femminismo liberale mainstream e una svolta verso un femminismo che sia davvero anticapitalista e di sinistra.

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blackblog

Dalla fine del socialismo di Stato nel 1989 alla crisi del capitale mondiale nel 2009

di Robert Kurz

Introduzione alla nuova edizione del 2009 di Il Libro Nero del Capitalismo

bretonLa celebrazione di anniversari di eventi famosi è uno dei più noiosi obblighi della scena culturale borghese. Tuttavia, se l'anniversario fa riferimento ad argomenti e contesti controversi, dove c'è ben poco da celebrare, allora si preferisce ignorarlo. Quando venne pubblicato per la prima volta questo libro, nel 1999, allora, nel mondo ufficiale, si presumeva che avrebbe dovuto esserci qualcosa da festeggiare: il crollo del socialismo di Stato avveniva esattamente dieci anni prima. L'euforia per la vittoria, da parte dei guerrieri occidentali della Guerra Fredda, non si era ancora dissolta. La filosofia accademica aveva proclamato la «fine delle utopie», e lo scienziato politico americano, Francis Fukuyama, aveva proclamato la «fine della storia»; lo sviluppo dell'umanità avrebbe raggiunto il suo obiettivo, in quella che era l'eterna forma sociale dell'«economia di mercato e della democrazia». Da allora, il professorale marxismo residuale e la sinistra politica non avevano più smesso di abiurare; riconoscere il realismo compatibile con il Mercato era diventato una sorta di rituale. E la «rivoluzione neoliberista» sembrava imporre inarrestabilmente la nuova immagine umana che coincideva col personaggio del radicale del mercato. A quel tempo, l'economia capitalista globale si trovava al culmine di un vertice senza precedenti raggiunto in Borsa. I guru del management e gli analisti finanziari proclamavano una New Economy che si presumeva avrebbe superato tutte le precedenti teorie della scienza economica. In una situazione del genere, esisteva solo un modo di nuotare controcorrente rispetto a quello che era lo Spirito del Tempo: la coscienza dominante doveva essere messa di fronte alla sua completa cecità storica. Il mercato totalitario non conosce la storia, ma solamente l'eterno ritorno ciclico dello stesso. Quanto più il pensiero riesce ad immergersi nell'orizzonte temporale della logica di mercato, tanto più esso deve diventare incoerente.

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