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Il capitalismo della sorveglianza e le briciole digitali
di Daniele Lo Vetere
Una lettura del libro di Shoshana Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza” (Luiss Univ. Press, 2019)
La scoperta e la cattura del «surplus comportamentale»
Il capitalismo della sorveglianza ha poco più di una decina d’anni, ma la sua proliferazione è stata tanto rapida da aver imposto come ineluttabile trasformazione storica un racconto che avrebbe potuto avere un altro esito. Ha anche un padre certificato: Google.
All’inizio c’è un semplice motore di ricerca, i cui sviluppatori, Sergey Brin e Larry Page, sono due fra i molti «tipi svegli incapaci di fare profitti» della Silicon Valley: hanno un ottimo algoritmo, ma non ci guadagnano. Nel 2002 esplode la “bolla del dot.com” e la breve promessa di paradiso della new economy si capovolge in un inferno di fallimenti aziendali. A quel punto la scelta è tra morire o sopravvivere a qualsiasi costo: in soli cinque anni gli introiti di Google crescono del 3.590%. Brin e Page avevano scelto la seconda strada.
Il salto di qualità è consistito nell’associare la pubblicità non alle query, ma agli utenti (targeted advertising), arrivando a quella pratica di pubblicità individualizzata e onnipervasiva cui ormai abbiamo fatto l’abitudine. Ciò che è nuovo non è naturalmente l’idea della pubblicità orientata al consumatore, che è da sempre l’ambizione di ogni pubblicitario, quanto la potenza e l’intrusività degli strumenti a disposizione per la profilazione degli utenti, che è premessa necessaria alla targetizzazione. La pubblicità, dice Zuboff, da arte è diventata scienza.
Questa pratica di profilazione è però molto diversa da come intuitivamente ce la raffiguriamo: agisce sempre a lato e obliquamente, in sottofondo e oltre la superficie delle informazioni esplicitamente cercate e fornite.
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Keynes e la verità del capitalismo
di Salvatore Bravo
La verità del capitalismo nella sua fase imperiale è resa palese dai trattati di pace, i quali non sono che saccheggi in nome della legge del più forte. In tal modo ogni pace non è che la premessa per una futura guerra, ogni pace è già guerra. Il capitalismo imperiale non conosce che la verità della guerra, con la quale non solo consolida le sue strutture e risolve le crisi di sovrapproduzione, ma specialmente con la guerra perenne il capitalismo rende visibile la sua verità: la violenza dell’accaparramento e del saccheggio sono l’epifenomeno dell’illimitato che lo muove, ogni legge razionale e ogni misura sono polverizzate dal movimento onnivoro del capitale.
Il trattato di Versailles (1919) non fu che la continuazione della guerra che l’aveva preceduta. Keynes ne analizza gli effetti e le novità inaudite profetizzando che la violenza della pace sarebbe stata la madre delle future guerre. Nel trattato il popolo tedesco è privato delle sue proprietà private, l’aggressione alle ricchezze private è il vulnus che contribuirà a portare il popolo tedesco verso il nazionalsocialismo. La violenza subita, l’irrazionalità dei provvedimenti, si trasformerà nella tempesta di fuoco che si abbatterà sull’Europa e sul pianeta. I beni dei tedeschi nelle colonie e nei territori persi vengono espropriati a favore degli alleati, in nessun trattato di pace era stata messa in atto l’espropriazione dei beni privati, il diritto internazionale è così calpestato in nome del plusvalore, l’unica vera legge che guida i destini degli stati e dei cittadini è la rapina per legge e per sistema:
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Intervista al prof. Andrea Zhok
di Bollettino Culturale
Andrea Zhok (Trieste, 1967) si è formato studiando e lavorando presso le università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. È attualmente professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Tra la sue pubblicazioni monografiche ricordiamo, Il concetto di valore: dall’etica all’economia (Mimesis, 2002), Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book, 2006), Identità della persona e senso dell’esistenza (Meltemi, 2018), e Critica della ragione liberale (Meltemi, 2019).
* * * *
1. Zhok, è famoso per essere un feroce critico del pensiero liberale e della sua concezione del mondo. La proposta d’organizzazione della società che difende mi verrebbe da definire "comunitarista", in contrapposizione al pensiero liberale che ha come sua logica conclusione un mondo in cui ognuno ha piena libertà di vendere e comprare qualsiasi cosa. Contro questa visione del mondo contrappone il raggiungimento di una nuova ragione comune. Ha legami con il pensiero comunitario questa sua critica? In quale soggetto storico vede incarnarsi la possibilità di ergersi a soggetto antagonista nella fase attuale capitalismo e di porsi come costruttore di questa altra società?
1. Accetto volentieri l’etichetta di ‘comunitarista’, ma vorrei qualificare la ‘ferocia’ della mia critica al pensiero liberale. Come cerco di spiegare nel lavoro che ho dedicato al tema, il problema della ‘ragione liberale’ è di essere una teoria politica contingente, adatta ad un periodo storico, che è assurta invece a visione del mondo, con ingiustificabili pretese antropologiche ed etiche (e persino ontologiche).
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L’ascesa del femminismo neoliberista
di Catherine Rottenberg
Proponiamo un estratto dal libro L’ascesa del femminismo neoliberista di Catherine Rottenberg appena uscito per ombre corte, con la traduzione di Federica Martellino e una prefazione di Brunella Casalini. In questo saggio l’autrice sostiene che il femminismo neoliberista legittima lo sfruttamento della stragrande maggioranza delle donne mentre disarticola qualsiasi tipo di critica strutturale. Non sorprende, quindi, che questo nuovo discorso femminista converga con le forze conservatrici che, in nome della parità di genere e dei diritti delle donne, promuovono programmi razzisti e anti-immigrazione o giustificano gli interventi nei paesi a maggioranza musulmana. Rottenberg conclude quindi sollevando domande urgenti su come riorientare e rivendicare con successo il femminismo come movimento per la giustizia sociale.
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Secondo molti progressisti americani, la campagna presidenziale di Hillary Clinton del 2016 e il forte sostegno che ha ricevuto dalle organizzazioni femministe, avrebbero segnato uno dei momenti clou della rinascita di un’agenda femminista negli Stati Uniti. Nei giorni precedenti alle elezioni vi era un’aspettativa sempre più intensa e quasi palpabile, tra un vastissimo numero di persone, circa la possibilità di inaugurare una nuova era in cui, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, a capo della nazione più potente del mondo, ci sarebbe stata una donna. Di conseguenza, al risveglio dell’inaspettata – e per molti scioccante – disfatta di Clinton, si è rivelato molto più difficile valutare la portata del fatto che una donna si stesse candidando alla presidenza sostenuta da un partito a favore delle donne e identificato come “femminista”.
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Siete pronti a liberarvi dell’economia?
di Bruno Latour
In mezzo al caos, alla crisi globale incombente, al dolore e alla sofferenza, c’è almeno una cosa che tutti hanno colto: c’è qualcosa di sbagliato nell’economia
«Il Capo dello Stato ha deciso di istituire una commissione di esperti internazionali per prepararsi alle grandi sfide», ha scritto Le Monde il 29 maggio e i giornalisti hanno aggiunto: «Si è deciso di preferire una commissione omogenea per profili e competenze, per raccogliere le opinioni degli accademici sulle grandi sfide. Ma il loro lavoro non sarà che un mattone tra gli altri, non esaurirà gli argomenti’, hanno rassicurato dall’Eliseo». Perché non mi sono sentito affatto «rassicurato»? Mi è tornata alla mente la Restaurazione, alla quale la Ripresa dopo il lockdown è probabile che assomigli sempre più: come per i Borboni del 1814, è molto probabile che la suddetta commissione, quantunque composta da menti eccelse, non abbia «dimenticato nulla e non abbia imparato nulla».
Sarebbe invece un peccato dissipare troppo rapidamente tutti i benefici di ciò che Covid-19 ha mostrato essere essenziale. In mezzo al caos, alla crisi globale incombente, al dolore e alla sofferenza, c’è almeno una cosa che tutti hanno colto: c’è qualcosa di sbagliato nell’economia. In primo luogo, naturalmente, perché sembra che se ne possa interrompere il funzionamento in un colpo solo. Non appare più come un movimento irreversibile, che non dovrebbe mai rallentare, né, naturalmente fermarsi, pena il disastro. In secondo luogo, perché tutti coloro che si sono trovati rinchiusi in casa hanno capito che i rapporti di classe, che si sosteneva seriamente che fossero stati cancellati, sono divenuti visibili come ai tempi di Dickens e di Proudhon: alla gerarchia dei valori è stato inferto un duro colpo, che aggiunge un nuovo significato alla famosa massima evangelica: «I primi (in cordata) saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi (nella corvée)»[1] (Matteo,19-30)…
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La “vera democrazia”
Introduzione
di Elisabetta Teghil
Elisabetta Teghil, Mai contro sole, Bordeaux 2018
«La “vera democrazia” si attuerà quando saremo tutt* colpevol*.»
La nostra società si sta esprimendo ed ha compiuto atti importanti nella realizzazione dello sfruttamento illimitato. Questa violenza strutturale si è incarnata nell’ideologia neoliberista che è una sorta di macchina infernale e che è stata veicolata attraverso la divinizzazione del potere dei mercati. Sotto gli occhi di tutti ci sono gli effetti di questa nuova organizzazione sociale a partire dalla miseria di una parte sempre più grande delle società economicamente più avanzate e lo straordinario aumento del divario fra i redditi. Quindi, un’affermazione scomposta della vita personale intesa come una sorta di darwinismo che instaura la lotta di tutti contro tutti, il cinismo come norma, la ricchezza come premio di questa selezione, la traduzione nella vita quotidiana con l’assuefazione alla precarietà, all’insicurezza e all’infelicità che permea l’esistenza. Con una precarizzazione così diffusa da ridurre il lavoratore/trice a mano d’opera docile sotto la permanente minaccia della disoccupazione. L’aspetto paradossale è che questo ordine economico e sociale si spaccia e si promuove sotto il segno della libertà e addirittura come società armoniosa.
E’ questo un momento storico che produce un inaudito cumulo di sofferenze. Tutto ciò a partire dal dominio assoluto della flessibilità con contratti a tempo determinato, con assunzioni ad interim, con una concorrenza spietata, non più quella tradizionale fra imprese, ma oggi all’interno della stessa impresa tra lavoratore e lavoratore con l’individualizzazione del rapporto salariale, con l’introduzione di colloqui preassunzione e successivamente di valutazione individuale. La valutazione permanente con una forte dipendenza gerarchica, con lo spacciare i lavoratori come categoria di operatori autonomi, con l’estensione a tutti del ”coinvolgimento” si traduce in un iperinvestimento sul lavoro e in una perenne condizione di insicurezza che tende ad abolire i riferimenti e le solidarietà collettive.
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«Intus legere» La Matrix europea e il gruppo Bilderberg
di Salvatore Bravo
La prassi è sempre sincrona alla teoria, alla comprensione, la quale è sempre un atto intellettuale, ovvero “intus legere”: capire significa leggere dentro, astrarre la verità dalla contingenza, apparentemente costituita da frammenti, da situazioni frammentate. In realtà esse hanno il loro senso nel substrato che dà significato all’empirico. Il periodo attuale, ormai trentennale, ha la sua verità nella tecnocrazia di sistema. La tecnocrazia è altro dalla scienza: essa ha il fine di trasformare ogni ente in fondo per il plusvalore. La crematistica risponde alla legge della tecnocrazia globale, entifica popoli e culture al fine di trasformare ogni esistente in plusvalore da consumare ed immettere sul mercato. Il nichilismo è diventato la legge dell’occidente globale. Gli esseri umani si differenziano dagli altri enti, solo poiché ricoprono una doppia natura storicamente indotta: produttori e consumatori. Il tempo ciclico della produzione esige che vi siano consumatori: senza la doppia natura innestata dal sistema tecnocratico l’economicismo non reggerebbe. La tecnocrazia non è un fenomeno naturale, la sua pervasività capillare è sicuramente favorita da condizioni storiche, ma curvare queste ultime per teleologie di questo genere è possibile solo in presenza di lobby organizzate per tali finalità. La democrazia boccheggia sotto i colpi di gruppi di privilegiati che costruiscono progetti per i popoli utilizzando il loro immenso potere economico per determinare le decisioni degli Stati. Il gruppo Bilderberg è la cupola finanziaria all’interno della quale non lavorano solo finanzieri, ma anche manager, giornalisti e carrieristi che in nome “del martello dell’economia” sono disponibili a mettere in pratica cinici propositi:
«Stando alle notizie raccolte, la conferenza del Bilderberg sarebbe organizzata da una commissione permanente, detta anche Comitato Direttivo (Steering Committee), della quale fanno parte alcuni membri di circa diciotto nazioni differenti.
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Uber, Facebook, Twitter e YouTube: il capitalismo californiano non è più intoccabile
di Redazione
Una inchiesta esplosiva e misure senza precedenti. Il mondo dei social e delle piattaforme è sotto attacco da più parti. Il tratto comune è la fine della sua ‘eccezionalità’ che fino ad ora ha circondato con un’aura di intoccabilità tutto quel che odorava di capitalismo californiano.
1. La Guardia di Finanza ha svolto un’indagine sui fattorini ed i subfornitori della Uber Italia S.r.l., articolazione di una società olandese ed emanazione della casa madre di San Francisco. Per un anno, su disposizione del Pubblico Ministero la società sarà gestita in regime di “amministrazione giudiziaria” dal tribunale di Milano. Per il magistrato l’azienda operava in regime di omessi controlli e si creavano “i presupposti della sopraffazione retributiva e trattamentale”. Che cosa significa? Che, tramite società subordinate, per 3 euro a consegna in qualunque condizione e giorno il sistema creato intorno a Uber Eats vessava i fattorini, per lo più immigrati, minacciandoli anche fisicamente e sottraendogli le mance e le ritenute. Il titolare e l’amministratore della società fornitrice, ovvero del subfornitore di servizi (in forza di un “contratto di prestazione tecnologica”) sono indagati per reati gravi come “caporalato” e riciclaggio, avendo trovato ingente denaro contante nella sede. L’intera catena di società macinava utili, canalizzati verso i paradisi fiscali europei, mentre i lavoratori venivano sfruttati selvaggiamente in spregio a norme e regolamenti sulla sicurezza del lavoro e sanitari. Come si legge su La Repubblica, il Corriere della Sera ed il Sole 24 Ore, i giudici di Milano ritengono che le società fornitrici sfruttassero migranti, anche irregolari, richiedenti asilo e persone risiedenti presso centri di accoglienza temporanea.
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Capitalismo finanziario
di Salvatore Bravo
Capitalismo astratto
Il terzo libro del Capitale di Marx pubblicato da Engels nel 1894 è sostanziale per comprendere dinamica ed effetti dei processi di capitalizzazione. L’analisi di Marx svela e rivela il fondamento veritativo del capitalismo finanziario. L’accumulo si struttura in assenza del capitale materiale, il quale è solo titolo di credito. Il capitale d’interessi si moltiplica in modo geometrico autoproducendosi, nuova divinità terrena che si autocrea e si autopone dal nulla, pertanto è ontologicamente ostile alla vita ed al lavoro. Divora i debitori, le loro vite e le muta in “interessi” con cui accumulare capitali, la cui genesi non è il lavoro, ma il tasso d’interesse. I debitori hanno perso il controllo del loro debito, sono oggetto di processi finanziari. La vendita dei titoli di credito è percepita dai capitalisti della finanza solo come fonte di investimento ed accumulo. Le vite dei debitori scompaiono dietro i titoli di credito, per lasciare al loro posto solo il calcolo degli interessi. Ogni debitore è così solo un numero, una data in scadenza, un nemico da cui astrarre la linfa vitale che tiene in vita il capitalismo finanziario. L’essere umano è trasformato in fonte per l’accumulo. Al capitalista non giunge nulla della sua sofferenza e della quotidiana tragedia per sopravvivere. Il debitore, in questo gioco, è sospinto nel suo olocausto, poiché se non sta al gioco del grande capitale è sospinto ulteriormente ai margini del sociale, è il paria da cui tutti fuggono. La violenza del capitalismo finanziario agisce secondo diverse direttive: dall’alto esige il pagamento con gli interessi in date non contrattabili, ma vi è, anche, la violenza orizzontale che fortifica l’automatismo finanziario. Il debitore subisce i sospetti del suo contesto di relazionale, lo si fugge e disprezza, poiché la religione del capitale non perdona gli sconfitti.
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Il neoliberismo non è una teoria economica
Seconda parte* (Qui la prima parte)
di Luca Benedini
Le specifiche e colossali contraddizioni interne dell’austerità predicata dai vertici di Fmi e UE
Sulla mancanza di effettive giustificazioni economiche nei meccanismi di austerità antipopolare previsti da organismi come il Fondo monetario internazionale (Fmi) o l’UE vi è una letteratura ormai vastissima, data la sostanziale assenza di concreti riscontri storici all’ideologia neoliberista secondo cui affidarsi al neoliberismo – rinunciando in gran parte o addirittura del tutto ai vari tipi di intervento pubblico indirizzati a ovviare ai “fallimenti del mercato” – dovrebbe provocare vantaggi economici a tutte le classi sociali e a tutti i ceti.
Se vi è stato qualche momento e luogo in cui il passaggio al neoliberismo ha apportato vantaggi economici un po’ all’intera società, è stato semplicemente perché in quel luogo l’approccio politico-economico precedentemente dominante era divenuto così corrotto, incompetente e/o burocratizzato da causare gravi danni al fluire di tutta l’economia locale. Non è stato il neoliberismo quindi ad apportare quei vantaggi, ma semplicemente l’aver ridotto il peso e la portata di quei fenomeni di corruzione, di incompetenza e/o di eccessiva e inutile burocrazia. Quei vantaggi ci sarebbero stati – e pressoché certamente in una maniera nettamente più equilibrata tra i vari ceti sociali – anche con un approccio keynesiano lucido, onesto e capace di effettiva pragmaticità (che era appunto l’approccio rivendicato dallo stesso Keynes, il quale detestava sia quei fenomeni sia altre forme di allontanamento dalla pragmaticità produttiva come l’espandersi delle speculazioni finanziarie e l’insistere in economia su dei concetti ideologici senza mettersi profondamente a confronto con la concreta vita economico-produttiva del luogo).
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Il sistema-mondo, il neoliberismo e il malsviluppo alla luce della pandemia
di Giorgio Riolo
Il Covid-19 come catalizzatore-rivelatore di come funziona il mondo. Alcune considerazioni e alcune alternative
La solidarietà è la cura. La giustizia sociale è il vaccino.
Transnational Institute
1. Alcune premesse metodologiche
Molti contributi, analisi e proposte, attorno alla pandemia e alla crisi in atto si sono prodotti nel mondo. Il pensiero nella sinistra mondiale è stato ed è ricco, fecondo di proposte. Ha delineato scenari, prospettive e alternative. La presente svolta storica avrà conseguenze di enorme portata.
La dialettica è materia scolastica, filosofica propriamente. L’attuale preoccupante passaggio storico mostra in modo perfetto cos’è questa cosa. Così ostica per l’intelletto comune, per il normale pensiero della vita quotidiana.
La deforestazione, la manomissione e la manipolazione di ecosistemi delicati e gli enormi allevamenti intensivi di animali per l’alimentazione umana (suini, polli, bovini ecc.) sono all’origine del sorgere e del mutare di virus patogeni nuovi per gli esseri umani. Come è avvenuto nel recente passato per lo Hiv, Ebola, l’influenza suina, l’influenza aviaria, la Sars e la Mers. La recente pandemia Covid-19 da Sars-CoV-2 rientra in questa fenomenologia.
Fenomeni della ecopredazione ai fini dell’accumulazione e del profitto sfociano processualmente in un fenomeno sanitario esplosivo. La pandemia non è destino cinico e baro. Era annunciata. È il risultato della logica perversa del sistema.
La sua enorme diffusione su scala mondiale, la mortalità indotta, l’enorme impatto sui vari sistemi sanitari, esistenti o non esistenti, come in molte aree del Sud del mondo, le gravi conseguenze economiche e sociali in corso, la messa in discussione degli assetti democratici e politici e della convivenza umana costituiscono un fenomeno inedito rispetto alle precedenti crisi sanitarie e alle precedenti crisi economiche.
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Il capitalismo non è in quarantena
Innovazione e conflitti nella crisi da Covid-19
Giuseppe Molinari e Loris Narda intervistano Salvatore Cominu
A partire dagli spunti contenuti nel libro Frammenti sulle macchine, pubblicato per la collana Input di DeriveApprodi, discutiamo con Salvatore Cominu gli effetti che gli sconvolgimenti dell’emergenza sanitaria ed economica avranno sui processi di innovazione capitalistica, sulle prospettive di rilancio dell’accumulazione, sulle possibilità di un contro-uso della crisi.
* * * *
È innegabile che la crisi da Covid rappresenti un acceleratore dei processi di ristrutturazione capitalistica – pensiamo ad esempio alla spinta alla digitalizzazione del lavoro o della formazione – e una ghiotta opportunità per i Big Tech e per le altre imprese che vengono solitamente raggruppate sotto la definizione di «capitalismo delle piattaforme». È altrettanto vero che la crisi ha mostrato le fragilità strutturali dell’organizzazione capitalistica odierna: siti web che non reggono il numero degli accessi, catene di distribuzione incapaci di gestire il quantitativo d’ordini, l’improvvisazione su didattica a distanza e smart working. Si può dire che negli ultimi anni si è aderito pedissequamente alle retoriche capitalistiche sottovalutando lo scarto che c’è tra di esse e quello che effettivamente vediamo?
L’innovazione tecnologica è anche hype, l’innovatore e il suo venture capitalist sono attori che dialogano con i mercati corporate e finanziari, sono produttori di retoriche che spingono le aspettative, enfatizzando le utilità per i compratori (le imprese, gli individui, le organizzazioni) e il valore atteso che alimenta, in ultimo, le convenzioni finanziarie.
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Politica-struttura e socializzazione delle perdite
di Alessandro Pascale e Roberto Sidoli
Nel capitalismo di Stato contemporaneo assume ormai un ruolo sempre più importante la praxis e la regola antiliberista della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite a favore dei grandi monopoli privati. Si tratta di un segmento della sfera politica borghese nella quale emerge con particolar evidenza, a partire dal 1929, la funzione concreta assai rilevante svolta da quest’ultima in qualità di “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921) e della politica-struttura, intesa come l’insieme delle azioni materiali degli apparati statali che modificano e influenzano in prima persona, in modo più o meno costante e con effetti sensibili, proprio il processo di produzione delle variegate formazioni economico-sociali di matrice capitalista.
A tal proposito l’inizio del 2020 ha mostrato una vera e propria orgia di aiuti statali e parastatali (quali le banche centrali degli USA, dell’Europa e del Giappone) a favore delle grandi imprese private, dei “too big to fail” delle metropoli imperialistiche, demolendo e ridicolizzando – come durante la gravissima crisi economica e finanziaria del 2007-2009 – per l’ennesima volta la logora favoletta relativa alle presunte virtù taumaturgiche del libero mercato e della sua presunta “mano invisibile”. Molto visibile e concreta, viceversa, si è rilevata la “mano” e la pratica politico-economica dell’amministrazione Trump, a favore della finanza e dei grandi trust statunitensi.
– Negli USA
Secondo Fabio Scacciavillani, professore di economia e commercio alla Luiss di Roma, il ruolo della banca centrale negli USA è di «garantire i profitti della Borsa», piuttosto che di «assicurare la stabilità dei prezzi».
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Pandemia logistica
La crisi vista dalle infrastrutture del capitalismo avanzato
di ACTA
Pubblichiamo la traduzione del testo Pandémie logistique. La crise sanitaire depuis les infrastructures du capitalisme avancé scritto da ACTA. Una lettura utile e puntuale sul paradossale statuto della logistica emerso con evidenza in questa crisi, il suo essere presentata al contempo come causa della diffusione pandemica e come sua possibile 'soluzione'. Nell'articolo si discutono inoltre i conflitti che si stanno producendo nel "settore" logistico (che in Francia impiega ormai un quarto della forza lavoro), nella loro rilevanza 'essenziale' sia dal punto di vista del capitale che da quello di classe.
Ogni crisi - sia essa economica, politica o sanitaria - aggrava e rende visibili le strutture, le logiche profonde e le contraddizioni di una società data. In quello che stiamo vivendo, la logistica si sta affermando ancora una volta come campo strategico e come “tallone d'Achille” dell'economia globalizzata. Dai lavoratori nei magazzini catapultati in “prima linea” alle catene di fornitura globali che diffondono il virus, dagli aerei da carico che consegnano maschere dalla Cina agli scandali sanitari nei magazzini, il settore della logistica prende in prestito a turno l'immagine del salvatore e del colpevole. Al fine di individuare linee di analisi e prospettive di intervento politico, a metà marzo è stata avviata un'indagine collettiva, attraverso la creazione di un Gruppo di indagine logistica (GEL). Questo testo è la prima sintesi di un lavoro collettivo ancora in corso.
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Pandemia just-in-time
Più che mai, l'attuale crisi sanitaria mette in evidenza la “logisticizzazione” del mondo. La pandemia segue le rotte del commercio mondiale e fa parte di una generazione di virus la cui nocività non è tanto contenuta in nuove forme biologiche quanto in modalità accelerate di trasmissione e circolazione. Viaggiando su esseri viventi o oggetti, su camion, autobus, aerei o navi da carico, nei mercati, negli aeroporti e nelle metropoli, il Covid-19 si inserisce in ogni poro (e porto) delle economie globalizzate. Segnando le infrastrutture del capitalismo di un’impronta virale, esacerba e rende visibile la loro nocività.
La dipendenza fondamentale del capitalismo dalle infrastrutture logistiche globali ha provocato reazioni politiche contraddittorie, che inizialmente hanno consistito nel brandire la chiusura delle frontiere, come se la pandemia fosse sensibile ai riflessi nazionalistici.
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Il virus che c’era già. Neoliberalismo e pandemia
di Fabrizio Capoccetti
La situazione in cui ci troviamo a vivere da due mesi a questa parte è estremamente difficile, anche se, tuttavia, non è mai stata improbabile; e ciò perché, se – come capita spesso di leggere – in un mondo globalizzato è «naturale» incorrere in virus e pandemie, a giudizio di chi scrive a non essere «naturale» è proprio la vita in un mondo globalizzato, o che si concepisce come tale. Il mondo non è un flipper in cui milioni di persone possano spostarsi come biglie impazzite da un angolo all’altro del «globo» e, con il loro stile di vita, far girare come trottole merci, cose, persone e virus. Il «villaggio globale» non esiste se non come distopia – ahinoi – già realizzata, in cui a imporsi è il multiculturalismo, un’ideologia intrinsecamente «debole»[i] che «divide e indebolisce»[ii]; un’ideologia che ha finito per indebolire i più deboli e favorire i più forti. La «società aperta»[iii] e globalizzata si è rivelata essere – come osserva il geografo francese Christophe Guilluy – «la più grande fake news degli ultimi decenni»[iv], null’altro che l’arroccamento delle classi dominanti in un «mondo di sopra» chiuso «nei suoi bastioni, nei suoi lavori, nelle sue ricchezze»[v], eretto sulle macerie di un «mondo di sotto»[vi] espropriato dei mezzi necessari e indispensabili a poter garantire la tenuta dei legami sociali.
Si tratta di un fenomeno inedito, una rottura storica che inaugura l’«epoca della a-società»[vii], una società «delle minoranze e delle maggioranze relative»[viii], in cui non vi sono più né distinzioni sociali né culturali; una rottura che non passa più attraverso la lotta frontale delle classi sociali, bensì attraverso la sua negazione: «un gioco di specchi che con astuzia produce la progressiva invisibilità dei più umili»[ix].
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