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Post-democrazia e fabbrica tecno-capitalista
di Lelio Demichelis
La crisi della democrazia è legata all’egemonia della tecnica nel capitalismo moderno. Solo ri-democratizzando l’impresa e la tecnica sarà possibile uscire dalla crisi politica dei nostri giorni
La democrazia politica è in crisi. Scriverlo è scrivere niente di nuovo. Ma la relazione di causa-effetto tra capitalismo e crisi della politica e della democrazia nasce non solo dal 2008 o dagli anni ‘70, ma dall’egemonia della tecnica come apparato/sistema tecnico integrato al capitalismo; dall’immaginario collettivo che questo tecno-capitalismo sa produrre; ma soprattutto dal fatto che la forma/norma tecnica (Anders[i]), è in sé e per sé a-democratica/antidemocratica ma tende a divenire forma/norma sociale e oggi anche politica.
Ovvero, il tecno-capitalismo confligge in premessa con la democrazia[ii]. E produce antidemocrazia.
Il populismo e la disruption tecno-capitalista della democrazia
Perché i populismi, fomentando la rabbia popolare contro caste ed élite (ma non contro le vere nuove caste/élite globali, quelle della Silicon Valley[iii]) in realtà sono il proseguimento dell’egemonia tecno-capitalista con altri mezzi, perché tutti i populismi al potere oggi sono neoliberali e insieme tecnici, nel sostenere questo modello di crescita. Perché se non deve esistere la società – obiettivo del neoliberalismo, ormai pienamente raggiunto – può essere invece utile al sistema creare il popolo: molto più attivabile e plasmabile, molto più bisognoso di un pastore o di un Capitano, molto meno riflessivo/responsabile, ma soprattutto funzionale a sostenere l’incessante disruption (il populismo incarnando esso stesso la disruption del demos) richiesta dal sistema.
Uno degli elementi del populismo, uno dei suoi usi politici infatti, è anche quello di ottenere la modernizzazione e di proseguire nella rivoluzione industriale mediante il ricorso alle figure della tradizione e dell’identità[iv], cioè a meccanismi/dispositivi di compensazione emotiva/identitaria utili a ristabilire (in apparenza) un certo equilibrio psichico individuale e sociale.
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Economia della miseria
di Piero De Sanctis
Sulla rivista mensile de Le Scienze del febbraio scorso, il premio Nobel per l'economia del 2001, Joseph Stiglitz sostiene - nel suo lungo articolo Un'economia truccata - che negli ultimi 30-40 anni, nei paesi occidentali più sviluppati, si è raggiunto il più alto livello di diseguaglianza mai visto prima, non certo per «leggi di natura», ma per leggi economiche. «I mercati non esistono nel vuoto -afferma- ma sono plasmati da norme e regolamenti che possono essere progettati per favorire un gruppo a discapito di un altro. Il sistema economico è truccato dal predominio dell'alta finanza e dalle multinazionali ereditarie di cui lo stesso Trump fa parte… Nella maggior parte dei paesi avanzati - seguita Stiglitz - la diseguaglianza è cresciuta per fattori come la globalizzazione, il cambiamento tecnologico e il passaggio a un'economia di servizi, ma il suo aumento negli Stati Uniti è stato il più rapido, secondo il World Inequality Database. Questo perché sono state riscritte le regole per renderle più favorevoli ai ricchi e svantaggiose agli altri. Alle grandi aziende è stato permesso di esercitare maggiore potere sul mercato, ma l'influenza dei lavoratori è diminuita. Tassazione e altre scelte politiche hanno favorito i ricchi».
«I difensori della diseguaglianza hanno una spiegazione pronta: fanno riferimento al funzionamento di un mercato competitivo in cui le leggi di domanda e offerta determinano salari, prezzi e persino i tassi di interesse. Forse questa storiella alleviava i sensi di colpa di chi era al vertice e convinceva gli altri ad accettare la situazione. Ma il momento cruciale cha ha rivelato questa menzogna è stata la crisi del 2008, in cui gli stessi banchieri che hanno portato l'economia globale sull'orlo del baratro con prestiti predatori, manipolazione dei mercati e altre pratiche antisociali, ne sono riusciti con bonus milionari, mentre milioni di statunitensi perdevano lavoro e casa,e decine milioni di persone in tutto il mondo capitalistico soffrivano per causa loro. Nessuno di questi banchieri ha dovuto rendere conto delle sue malefatte».
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Impero
di Salvatore Bravo
In Impero di Toni Negri vi è l’analisi della condizione presente del capitalismo assoluto; la “rete capitale” è un’invisibile gabbia d’acciaio, il suddito vive la sussunzione formale e materiale, in media, senza percepirne l’onnipresenza. La rete del capitale produce ininterrottamente merci, astrae materie prime, ma il potere è creatura prometeica e demiurgica, nello stesso tempo produce, con lo stesso ritmo, merci e coscienze. Il potere è biopotere che predetermina la vita, la gabbia d’acciaio è il trascendentale, il potere censura linguaggi, stabilisce gerarchie, attraverso le sue maglie filtra un modo di essere e di esserci prestabilito, il tempo presente con i suoi stili di vita è così eternizzato. La guerra è il mezzo attraverso cui l’impero risolve le contraddizioni, essa diviene la condizione quotidiana in cui ogni contradizione ed alterità è assimilata al male “reductio ad Hitlerum” è la legge che prepara l’eliminazione/assimilazione in nome delle libertà, dei diritti civili. Si combatte il male in nome del bene, dei diritti umani, pertanto i bombardamenti umanitari sono necessari perché il bene trionfi, la crisi è la normalità dell’impero, una tattica di governo per rafforzare l’impero, per tenere in tensione i sudditi, per farli sentire, senza capire, che abitano nella parte giusta, che sono l’impero del bene in perenne lotta contro il male1 :
”C’è qualcosa di inquietante in questa rinnovata attenzione per il concetto per il concetto di justum bellum che la modernità o meglio, la moderna secolarizzazione ha ostinatamente cercato di sradicare dalla tradizione medioevale. Il concetto tradizionale di guerra giusta comporta la banalizzazione della guerra e la sua valorizzazione come strumento etico: due assunti risolutamente respinti dal pensiero politico moderno e dalla comunità degli stati-nazione. Queste tradizionali caratteristiche sono invece riapparse nel nostro mondo postmoderno: da un lato, la guerra viene ridotta ad un intervento di polizia internazionale e, dall’altro, viene sacralizzato il nuovo tipo di potere che può legittimamente esercitare funzioni etiche mediante la guerra. (…) La guerra è divenuta un atto che si giustifica da sé.
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Il corpo: innatismo e materialismo
di Elisabetta Teghil
“E’ maschio o femmina? lo deciderà lo Stato!”
(dal film Louise Michel- Francia 2009)
Che la lettura di classe, da sola, non sia sufficiente a leggere la società e, in particolare, la specificità delle questioni di genere, la cui caratteristica precipua è la trasversalità, non solo è condivisibile, ma è patrimonio del movimento femminista.
Ma è importante partire da questo dato perché, intorno al tema, c’è molta confusione e sottovalutandolo, non solo ci neghiamo una chiave di lettura, ma, anche e soprattutto è imprescindibile nell’odierna agenda politica delle nostre lotte.
L’uso dell’emancipazione come fine e non come mezzo, nella visione femminista socialdemocratica, ha annullato l’orizzonte della libertà, la strumentalizzazione delle diversità è stata uno dei veicoli attraverso i quali sono state promosse le guerre umanitarie, la tutela delle differenze sessuali, con una lettura asimmetrica, viene “scoperta” solo in paesi non allineati all’occidente, per cui si è arrivati al paradosso tragico, che se circola in rete il blog di una lesbica di un certo paese che denuncia persecuzione, siamo sicure che quel paese è nell’elenco dei paesi da invadere.
La generalizzazione del principio della cooptazione di persone provenienti da ceti, etnie, ambienti oppressi che, in cambio della loro personale promozione sociale, contribuiscono all’oppressione dei gruppi di provenienza e degli oppressi/e tutti/e, ha avuto la sua manifestazione più eclatante nella nomina di un presidente nero negli Stati Uniti, tra l’altro già decisa a tavolino nel 2002, mentre i neri/e d’America che sono il 12% degli americani tutti, in carcere rappresentano il 50% dei detenuti/e.
In questo quadro il pinkwashing è l’emblema delle democrazie sessuali occidentali.
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Il capitalismo di sorveglianza
di Géraldine Delacroix
Una recensione-conversazione a cura di Géraldine Delacroix con l’economista Shoshana Zuboff sul suo nuovo libro The age of surveillance capitalisme. The Fight For a Human Future at the New Frontier of Power (Profile Books Ltd, 2019). È stata pubblicata il 2 marzo 2019 su Médiapart. La traduzione in italiano è di Salvatore Palidda.
Il capitalismo di sorveglianza è il fondamento di un nuovo ordine economico. Le imprese del capitalismo di sorveglianza competono nella produzione di “prodotti di predizione”, scambiati in lucrosi nuovi mercati di “comportamenti futuri”. Le architetture digitali del capitalismo di sorveglianza – quelle che Shoshana Zuboff chiama “Big Other” – sono progettate per catturare e controllare il comportamento umano per un vantaggio competitivo in questi nuovi mercati, poiché la produzione di beni e servizi è subordinata a un nuovo “mezzo di modifica dei comportamenti” che favorisce i risultati del mercato privato, svincolato da ogni supervisione o controllo democratico. Per chi fosse interessato ad approfondire, Shoshana Zuboff, professoressa di Harvard Business School, parla qui, in una recente conferenza, del suo nuovo libro.
* * * *
Per l’economista Shoshana Zuboff, il cui libro The Age of Capitalism of Surveillance è appena apparso negli Stati Uniti, il pericolo rappresentato dai giganti del web è molto maggiore di quanto generalmente si pensi. Intercettando i dati personali per modificare a loro insaputa il comportamento dei loro utenti, minacciano la democrazia stessa. Appropriatisi dei nostri dati personali, gli imprenditori del “capitalismo di sorveglianza” mettono in pericolo niente meno che la democrazia manipolando il nostro libero arbitrio. Tale è la tesi difesa da Shoshana Zuboff in questo ampio volume appena pubblicato.
Il capitalismo è entrato in una nuova era, spiega l’autrice e, per capirlo e combatterlo, dovremo indossare nuovi occhiali, perché i vecchi non operano più di fronte a un cambiamento così radicale e così veloce – una rivoluzione avvenuta in meno di venti anni. Un “nuovo pianeta”, una situazione “senza precedenti” che si sarebbe sbagliato pensare sia una semplice continuazione del passato.
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Blockchain: un'arma del sistema neoliberale
L'agenda digitale, ossia il panopticon neoliberale
di Bazaar
Bazaar scrive: «La tecnica non è neutrale: nasce sociopoliticamente orientata per raggiungere gli obiettivi di chi ne finanzia lo sviluppo e la diffusione». A partire da questo enunciato il nostro spiega cosa sia davvero la blockchain ed a quali interessi sia funzionale, quindi la visione del mondo che ci sia dietro. Un’indagine preziosa, costata tanta fatica e che dunque merita venga letta e diffusa
«La Camera dei deputati del Parlamento italiano ha approvato il cosiddetto “decreto semplificazioni” che contiene le definizioni legali di blockchain, o meglio, “tecnologie basate su registri distribuiti” (DLT) e degli smart contract, con le relative linee guida.» cryptonomist.ch
1. L’agenda digitale presenta sé stessa, come ogni programma di riforme sociostrutturali neoliberiste, come una forma di progresso tecnologico che semplificherà la vita dei cittadini, pardon: utenti.
Questa “agenda” è un documento programmatico che va ideologicamente inquadrato in quell’ambito di provvedimenti volti alla privatizzazione dello Stato e al controllo totalitario del lavoro e di tutte le attività e funzioni in cui l’individuo sviluppa la propria personalità; ovvero, l’agenda digitale è un’agenda politica.
Inquadriamo innanzitutto il fenomeno della digitalizzazione nell’ambito privato.
La secolare propaganda del progressismo liberale – trita e ritrita – si presenta sempre con i medesimi ideologemi:
a) Il progresso scientifico permette a tutti di vivere da borghesi benestanti (e se voi invece no – ça va sans dire – è perché non meritate).
Chi riceve il messaggio dà così per scontato che il consumo di massa non abbia a che fare con particolari scelte politiche e che, a loro volta, queste scelte abbiano a che fare con lotte tra classi o durissime dialettiche tra sezioni del medesimo ceto, tra gruppi d’interesse.
I consumi di massa possono essere ottenuti e mantenuti in almeno due modi che possono avere risvolti politici e sociali contrapposti:
(I) vengono aumentati i salari in modo che la domanda aggregata cresca (tutti i lavoratori diventano mediamente più ricchi e possono comprare beni volti a migliorare la qualità della loro vita).
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La tesi di sinistra contro i confini aperti
di Angela Nagle
Com’è stato possibile che in questi ultimi anni la sinistra sia diventata propugnatrice delle tesi open border, nate all’interno dei circoli anarco-capitalisti e da sempre sostenute dai think tank della destra economica radicale? Come può non rendersi conto che la libertà di migrare, lungi dall’essere un diritto inviolabile dell’uomo, non è altro che una delle quattro libertà fondamentali di circolazione alla base della dottrina economica neoclassica – nello specifico quella della forza lavoro – e che come tale viene fortemente sostenuta proprio dal grande business? Questo lungo articolo tratto da American Affairs, cerca di spiegare i sommovimenti storici e culturali – che gettano come sempre le radici nella svolta reazionaria neoliberale degli anni ’80, innescata dalle politiche di Reagan e della Tatcher – che hanno prodotto questa mutazione antropologica della sinistra, passata dalle tradizionali posizione anti-immigrazioniste legate al movimento operaio e sindacale all’accettazione dogmaticamente moralistica dei confini aperti.
Il grande business e le lobby del libero mercato, per promuovere aggressivamente i propri interessi, hanno creato un culto fanatico a difesa delle tesi open border – un prodotto fatto proprio da una classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che fa i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e salvaguardare le proprie carriere. La sinistra liberale ha rivenduto il prodotto aggiungendovi il ricatto morale e la pubblica vergogna nei confronti dei popoli, accusati di atti inumani verso i migranti. Eppure, una vera sinistra dovrebbe tornare a guardare alle proprie tradizioni e cercar di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea impoverimento per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di cervelli in quelli poveri. L’unica vera soluzione è correggere gli squilibri dell’economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri, riprendendo il controllo degli stati, delle politiche commerciali e del sistema finanziario globale.
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Il futuro dell'ordine mondiale neoliberista tra trasformazione e resilienza1
di Salvatore Biasco
1. Introduzione
La mia è una riflessione su cosa stia succedendo nell’ordine mondiale della politica e dell’economia, con una domanda in mente: se siamo alla vigilia di una qualche uscita dal regime neo liberale che ha informato questa fase del capitalismo negli ultimi decenni; oppure (ed è la mia tesi) se siamo di fronte a fratture e contraddizioni interne a quel regime, che proprio perché interne, aggiungono elementi al disordine del sistema e aprono dinamiche politiche la cui direzione dipende dalla forza e dalla guida dei movimenti di protesta.
La mia ottica è essenzialmente rivolta al mondo occidentale e a cosa è in gioco per la sinistra. Pur fermandomi sull’ordine economico mi è ben chiaro che si intreccia con tante altre connotazioni del quadro mondiale (militari, geopolitiche, antropologiche, religiose, attinenti al fenomeno migratorio ecc). Dove portino le contraddizioni non si sa. Ma d’altra parte – parafrasando quanto sostiene Streeck2 in una analisi dedicata al capitalismo contemporaneo, quest’ultimo potrebbe autodistruggersi senza che esista un’alternativa. L’ordine liberale potrebbe essere arrivato a un punto critico senza che vi sia all’orizzonte una chiara alternativa.
2. Il quadro sintetico di un regime
Il neo liberismo è stato un periodo storico, una fase del capitalismo, una ideologia e un insieme di processi istituzionali e politici. Penso che lo si possa guardare sotto sei profili, sui quali non vado oltre una didascalia riassuntiva perché li suppongo noti:
- l’insieme delle politiche (pro mercato);
- la pervasività e l’ambito globale della finanza;
- la scala planetaria della produzione e del commercio, guidata dalle
- multinazionali;
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Global Compact for safe, orderly and regular Migration
La grande pianificazione e il diritto internazionale privatizzato
di Francesco Maimone
“Dobbiamo consentire ai migranti di diventare membri a pieno titolo delle nostre società evidenziando il loro contributo positivo”
(Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration)
1 In questi giorni sta tenendo banco sui Social e nei media il tema riguardante l’approvazione del Global Compact for Safe, Orderly and Regular migration (per brevità, GCSORM), ovvero l’accordo promosso in sede ONU e che sarebbe finalizzato a dare una risposta globale al fenomeno della migrazione. Tra le voci che si sovrappongono a favore e contro detto accordo, sembra soprattutto passare inosservato il fatto che il GCSORM non è una misura estemporanea partorita improvvisamente dal nulla, ma costituisce un documento inserito in una logica e ben congegnata “sequenza procedimentale” per dare specifica attuazione ad un disegno molto più vasto che l’Ordine sopranazionale dei M€rcati ha tracciato già da tempo.
2 In questa sequenza, ed evitando di risalire troppo nel tempo (per esempio, alla International Conference on Population and Development tenutasi nel lontano 1994 al Cairo), bisogna innanzi tutto prendere le mosse dalla distopica volontà di “trasformare il nostro mondo” contenuto in quel capolavoro cosmetico chiamato “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” adottata all’unanimità (quindi anche con il contributo del rappresentante italiano pro tempore) dall’Assemblea Generale dell’ONU con Risoluzione del 25 settembre 2015, entrata in vigore il 1° gennaio 2016 e che ha il compito di orientare i successivi sviluppi per i prossimi 15 anni. Come risulta da documenti parlamentari, l’Agenda “ha sostituito i precedenti Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) che avevano orientato l’azione internazionale di supporto nel periodo 2000-2015”. La nuova Agenda globale si propone, in particolare, di raggiungere i seguenti 17 obiettivi pubblicizzati alla stregua di un nuovo e meraviglioso paese di Bengodi, obiettivi ai quali sono associati “169 traguardi … che sono interconnessi e indivisibili” (così al punto 18, pag. 6, dell’Agenda):
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Su Carlo Formenti: "Femminismo di regime"?
di Alessandro Visalli
Carlo Formenti, sia in “La variante populista”, sia in un intervento su Sinistrainrete pubblicato originariamente su Il Rasoio di Occam, estende un argomento sull’uso dei movimenti da parte del capitalismo al caso del ‘femminismo’. La tesi di Formenti muove da un testo del 2014 di Luc Boltanski e Eve Chiappello, “Il nuovo spirito del capitalismo”. Un poderoso studio sul ‘nuovo spirito del capitalismo’ che ha superato il modo di produzione fordista, imperniato su organizzazioni grandi e rigide, istituzioni burocratiche che erogavano protezione richiedendo lealtà, stili di vita ordinati e prevedibili, in favore di una flessibile esaltazione della iniziativa, un bisogno di autoespressione e di autenticità, di imprevedibilità. Boltanski e Chiappello focalizzano i movimenti alla metà del secolo scorso, quando la fiammata del ’68, destruttura la famiglia e le istituzioni autoritarie e paternaliste investendole con la critica. La critica dei movimenti era un impasto instabile di una tradizionale ‘critica sociale’, che derivava dalla lunga tradizione socialista, e da una nuova ‘critica artistica’, che si imperniava su una domanda di libertà vissuta in una chiave individuale a un breve passo dall’essere individualista.
La frattura, generazionale e culturale, con le strutture consolidate della sinistra storica è uno dei fattori, nel ventennio 1968-89, che porta per Formenti e per gli autori citati[1], ad uno slittamento decisivo: la libertà come scelta individuale non è più percepita come un ideale della destra, al più del liberalismo, ma lo diventa tutto ciò che appare autoritario, oppressivo, conservatore. La ‘critica sociale’, quasi senza avvedersene, scompare dall’orizzonte mentre tutte le domande di riconoscimento identitario, di emancipazione dai vincoli gerarchici e burocratici, è identificata automaticamente come di ‘sinistra’.
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Del comune, dell’alienazione e di altre cose del capitalismo
di Andrea Fumagalli e Lelio Demichelis
Due libri apparentemente diversi già nel titolo, due libri invece concretamente molto vicini. Il primo è La grande alienazione, di Lelio Demichelis, da poco uscito per Jaca Book; il secondo, di Andrea Fumagalli, è L’economia politica del comune, pubblicato da DeriveApprodi. Il primo ha per sottotitolo: Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo; il secondo: Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo biocognitivo. Entrambi gli autori hanno una lunga storia intellettuale di analisi del capitalismo e della tecnica, il primo è sociologo, il secondo economista. Invece di una classica recensione dei due libri, Alfabeta ha chiesto ai due autori di dialogare tra loro e di aiutare i lettori a capire com’è cambiato e ancora sta cambiando il capitalismo e perché l’alienazione non è scomparsa come sembra, ma è ancora ben presente in tutti i processi tecnici e capitalistici in cui stiamo vivendo.
* * * *
Andrea Fumagalli. Il tema da cui partire è l’individuazione dei sentieri di valorizzazione del capitalismo contemporaneo. A mio avviso, tali sentieri sono costituiti dalle produzioni immateriali che vanno a costituire la nuova frontiera tecnologica (bio-tecnologie, bio-genetica, intelligenza artificiale, big data, eccetera) e dal ruolo della finanza come “carburante” dell’accumulazione (finanziamento, distribuzione del reddito: finanziarizzazione del welfare e moltiplicatore finanziario). È un’interpretazione condivisibile?
Lelio Demichelis. Assolutamente sì. Il capitalismo neoliberale e tecnico – quello che definisco come tecno-capitalismo – è storicamente nato con la fase della produzione (tutti dovevano diventare produttori e proletari), passando poi alla fase del consum(ism)o (tutti dovevano imparare a consumare). Oggi siamo nella terza fase (più che nella quarta rivoluzione industriale) dell’innovazione irrefrenabile e del micro-capitalismo diffuso, in cui tutti devono innovare, farsi imprenditori di se stessi a prescindere dalla utilità sociale dell’innovazione. Chi pensava che con la rete si creasse il general intellect marxiano non vedeva l’essenza di un tecno-capitalismo – di una tecnica, soprattutto – che si faceva grande narrazione globale nel tempo della fine delle grandi narrazioni novecentesche. Io scrivo di tecno-capitalismo. Tu parli di capitalismo bio-cognitivo…
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Il nuovo dispotismo del capitale
La trasformazione del capitalismo transnazionale post crisi 2008
di Francesco Schettino
9 novembre 2016: una data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno. Media europei e giornali di tutto il mondo hanno osservato con un malcelato sgomento l’elezione di Donald Trump alla presidenza dello stato capitalista più potente al mondo, gli Usa. La palese collocazione all’estrema destra del neopresidente – appoggio del Kkk, libri con i discorsi di Hitler sul comodino, come ebbe a dire l’ex moglie – non è stato un elemento sufficiente a permettere a Hillary di divenire la prima donna presidente degli Stati uniti (con il cognome del marito, aggiungiamo noi). Considerata genericamente come la candidata dell’establishment, nonostante il sostegno ricevuto da tutti i settori della “cultura” a stelle-e-strisce (e non solo), la sua sconfitta è stata significativa, sebbene il divario in termini di voti ricevuti l’abbiano vista prevalere per circa 2mln di unità, che non è esattamente una cifra di poco conto. Fiumi di inchiostro sono stati versati e di pacchi di parole sono stati inondati tutti i media (asocial compresi) sostenendo tesi e teorie spesso in evidente bisticcio logico e densi di incoerenze frutto di veline passate dalle diverse cordate del capitale in crescente conflitto. Quel che ci proponiamo in questo articolo è, da parte nostra, dar seguito alle promesse fatte nella nota preliminare che alcuni mesi fa abbiamo pubblicato sul blog della rivista (http://rivistacontraddizione.wordpress.com), tentando di fornire una chiave di lettura di classe per le vicende più recenti. Per questo, è di prioritaria importanza provare a fornire una sorta di radiografia delle patologie del capitale contestualizzando i recenti accadimenti (solo apparentemente) di natura politica all’interno della fase critica che l’imperialismo mondiale sta subendo da mezzo secolo e, in maniera ancor più violenta ormai da un decennio.
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«Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio»
La democrazia costituzionale ed i suoi nemici
di Bazaar
In un interessante articolo, Luciano Capone, giornalista de “Il Foglio”, ci porta nei meandri del pensiero elitista di matrice liberale, regalandoci minuti di autentica estasi intellettuale.
Chiaramente non perché si condivida alcunché dell’elaborazione del giornalista, ma, se si desidera usare una metafora, si può affermare che ci si addentra nell’analizzare l’articolo con lo stesso entusiastico interesse con cui un oncologo esamina una biopsia particolarmente rivelatrice di una forma di cancro; o con l’appassionata curiosità di uno psichiatra che valuta gli effetti particolarmente vistosi di un paziente affetto da grave psicosi.
L’articolo si apre indicativamente così, non con una fenomenologia di fatti, ma con una serie di (pre)giudizi sulle orme della tradizione “elitistico-liberale”:
«Stiamo vivendo in un’epoca storica particolare. Le persone si trovano di fronte a problemi epocali – come la stagnazione economica o l’immigrazione – sono molto arrabbiate perché non vedono una via d’uscita all’orizzonte e in questa situazione vengono preferite le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili a quelle più articolate».
1 – Teorema della memoria corta (detto anche l’Alzheimer del liberista, oppure morbo di Al)
Secondo Luciano Capone – senza alcun riferimento al capitalista liberale statunitense, «sfrenato, e a volte persino selvaggio» – quest’epoca storica sarebbe «particolare»; ovvero i fatti sociali che la caratterizzano non sarebbero già conosciuti e studiati da un’abbondante letteratura (Bagnai 2011).
Siamo alla terza (alla terza!) globalizzazione, e gli effetti del «capitalismo sfrenato» – come diceva l’amico di Al, Karl Popper – del liberoscambismo «selvaggio», della deregulation finanziaria, sono dibattuti e discussi almeno dai tempi di Adam Smith.
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Il futuro in gioco: compendio di metafisica finanziaria
di Giovanni De Matteo
Alta finanza e guerre tra algoritmi: 6|5 di Alexandre Laumonier, esperto di high frequency trading e AI
“Un investimento è come comprare un futuro. Non è un’opzione a comprare, è un vero futuro, comprato in anticipo rispetto all’evento”, scrive Kim Stanley Robinson in New York 2140, monumentale atto d’accusa contro il mercato e la sua ristrettezza di orizzonti, capace di calarsi tra gli altri nel punto di vista di uno speculatore attivo in quella che definisce “geofinanza ad alta frequenza”: il futuro mercato delle proprietà litoranee sommerse o minacciate dallo scioglimento dei ghiacci in seguito all’avverarsi delle temute conseguenze del riscaldamento globale.
A cominciare da questo, molti sono i passaggi di New York 2140 che affiorano dalla memoria nel corso della lettura di 6|5, superbo saggio di Alexandre Laumonier che ripercorre la transizione della finanza nel dominio della matematica computazionale. L’autore si è dedicato a lungo all’analisi della microstruttura dei mercati, e da qualche tempo ha iniziato ad analizzarla anche dal punto di vista dell’antropologia storica, dando piena espressione a una sensibilità che già vediamo in embrione in queste pagine. Il volume è frutto di un’intensa attività sul campo che ha avuto il suo avamposto operativo in Sniper in Mahwah, un blog dedicato alle tecnologie di trading ad alta frequenza (HFT) e alle reti di comunicazione sviluppate per ridurre la latenza negli scambi tra mercati geograficamente distanti.
Composto di due sezioni pubblicate a cavallo tra il 2013 e il 2014 e accolto come il primo libro in lingua francese sull’ascesa delle “piattaforme di negoziazione elettronica ultrarapide”, 6|5 è una storia della finanza raccontata con la verve di un thriller, dai primi passi compiuti nell’ambito della Scolastica medievale alla frontiera dei nuovi campi da gioco matematico-finanziari, passando per la progressiva informatizzazione del settore che ne suggella il distacco dalla sfera umana.
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Le retoriche dell’economia della conoscenza
di Loris Caruso
[Settimo contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]
È importante partire da una contestualizzazione storica dei fenomeni di cui stiamo parlando, che sono stati chiamati nel corso degli ultimi decenni post-fordismo, New Economy, rivoluzione digitale, economia digitale, economia della conoscenza, e ora platform capitalism o industria 4.0. Tutte queste definizioni sono anche delle retoriche, quindi sono costruzioni ideologiche che producono effetti politici.
All’origine fu la cosiddetta conoscenza. Dalla fine degli anni ’70, con la fine della fase fordista, vengono formulate teorie di lettura del capitalismo secondo cui nelle società contemporanee il valore economico non è più prodotto da merci materiali in quanto tali, ma è determinato dalla quantità di informazioni, comunicazione, conoscenza, dati e idee incorporati nelle merci. L’economia starebbe diventando economia della conoscenza, la vera competizione si farebbe su risorse immateriali, e quello che conta non è la quantità di lavoro che c’è in una merce (il tempo di lavoro), ma la quantità di idee e di simboli che la merce contiene.
Questo passaggio all’economia cognitiva, al capitalismo cognitivo, o alla società dell’informazione implicherebbe, secondo queste retoriche, una serie di trasformazioni. Il lavoro diventerebbe più leggero fisicamente e meno ripetitivo, e i lavoratori diventerebbero più autonomi, indipendenti, creativi, coinvolti nel lavoro e nei processi decisionali. Una delle fondamentali leve di critica al lavoro nelle società capitalistiche, l’alienazione, sarebbe quindi superata. Il lavoro non sarebbe più fatto sotto comando diretto di qualcuno che controlla i tempi, la performance, la produttività, ma diventerebbe per tutti i lavoratori (da quelli manuali a quelli intellettuali agli impiegati) una specie di ondata di creatività.
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