Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email
politicaecon

Manovre più eque? Prima cambi la politica europea

Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

Su Il Riformista di qualche giorno fa Roberto Gualtieri aveva criticato Enrico Morando per la sua difesa dell’entità della manovra del governo. Le motivazioni più pregnanti di difesa della manovra Morando le trovava nella necessità di rendere credibile ai mercati la sostenibilità del nostro debito pubblico, sì da non essere ulteriormente penalizzati sui tassi di interesse. L’abbarbicamento al governo di una compagine ormai allo sbando, persino col suo timoniere economico indebolito, ha fatto balzare all’insù gli spread dei BPT rispetto ai Bund tedeschi, e questo ha ieri rinvigorito Morando nella sua richiesta di una manovra ancora più rigorosa per entità e contenuti. Ma gli spread, a ben vedere, erano già saliti nelle scorse settimane, e indipendentemente dal rigore o meno della manovra in discussione. Gualtieri aveva infatti perfettamente ragione: è la poca credibilità delle politiche economiche europee per gli stessi mercati a causare quegli aumenti, come il declassamento del debito portoghese da parte di Moody ha ulteriormente dimostrato. L’aumento degli spread sui nostri tassi è frutto di questa scarsa credibilità, dovuta alla natura di “fatica di Sisifo” dei piani nazionali di rientro dal debito (una vera “mission impossible” in queste condizioni). L’Europa sta applicando infatti le catastrofiche ricette seguite dopo la grande crisi del 1929, i mercati lo sanno e fiutano sangue. Noi siamo molto preoccupati. A nostro avviso:

 (a) non è vero che rigore e crescita vadano assieme, come sostiene Morando. La sostenibilità di lungo periodo dei debiti pubblici (e privati) è solo ottenibile se l’Unione, nel suo insieme, persegue un cammino di crescita e di riequilibrio della competitività fra i paesi membri. Questo implica sostegno alla domanda aggregata soprattutto nei paesi forti, attraverso l’abbandono delle loro politiche neomercantiliste di moderazione salariale. Implica inoltre una politica di investimenti industriali, infrastrutturali e ambientali su base comunitaria.

Print Friendly, PDF & Email

L’OCSE e la diseguaglianza: a che punto è la notte?

Stefano Perri

1. Dopo la ricerca del 2008 Growing Unequal[1], veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011[2].

Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non sono ancora disponibili nel sito dell’OCSE. Tuttavia alcune interessanti considerazioni possono essere già svolte.

L’OCSE conferma che i dati fino al 2008, cioè prima che gli effetti della crisi fossero evidenti, mostrano un trend di crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi sviluppati.

Ad esempio 19 paesi dell’OCSE hanno visto dalla metà degli anni ottanta fino al 2008 il reddito reale disponibile del decile più povero della popolazione crescere ad un tasso molto inferiore rispetto al decile più ricco (in due paesi, Israele e Giappone, il reddito del decile più povero addirittura diminuisce in termini reali). Solo in 8 paesi, tra cui la Francia, il reddito del decile più povero è cresciuto ad un tasso più alto di quello più ricco. Impressionante in questa classifica è la performance di paesi in cui la distribuzione del reddito è tradizionalmente meno sperequata: in Svezia il tasso di crescita del reddito del decile più ricco è stato in questo arco di tempo 6 volte più alto del tasso di crescita del decile più povero (2,4 % contro lo 0,4%) in Germania addirittura 16 volte più alto (1,6% contro lo 0,1%). Anche l’Italia non brilla in questo confronto: i più ricchi hanno infatti visto i loro redditi crescere ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1% contro lo 0,2%).  In questa triste classifica l’Italia giunge quindi terza dopo la Germania e la Svezia, se si escludono i due paesi in cui il reddito reale del decile più povero diminuisce. Occorre però ricordare che, in contrasto con la Germania e la Svezia, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito di partenza era molto più alta in Italia.

Print Friendly, PDF & Email

Meglio la finestra - Liberarci dall'Euro, per un'altra Europa

di Marino Badiale, Fabrizio Tringali

1. Introduzione

Il tema dell'Europa diventerà uno dei punti cruciali della discussione politica in Italia nei prossimi mesi, perché le nuove regole europee in tema di finanza pubblica hanno conseguenze durissime per l'Italia. La discussione sul “che fare” di fronte a tali norme diventerà estremamente accesa quando il governo italiano comincerà ad agire secondo il loro dettato. Chi voglia combattere il degrado che attanaglia il nostro paese, e opporsi alla rovina cui ci porta l'attuale organizzazione economica e sociale, deve aver ben chiaro lo scenario che ci troveremo di fronte nel breve e medio periodo.

L'analisi che qui proponiamo inizia illustrando la recente riforma che il Consiglio europeo ha varato lo scorso 24-25 marzo. Gli accordi introducono nuove regole di governo delle finanze pubbliche dei paesi dell'Eurozona, con lo scopo di garantire la stabilità dell'Euro e di far ripartire la crescita del PIL nell'area Euro.

L'articolo è diviso in tre parti: nelle prima descriveremo i fatti, cioè spiegheremo le principali caratteristiche di questa riforma epocale, e le motivazioni che hanno spinto l'Europa a prendere tali decisioni.

Nella seconda ci soffermeremo sulle gravissime conseguenze sociali e politiche che i nuovi accordi comporteranno per il nostro Paese.

Print Friendly, PDF & Email

Le sberle dell'economia

Guido Viale

Il vento che ci ha portato all'esito delle elezioni amministrative e dei referendum continuerà a soffiare; bisogna cominciare a fare i conti con i problemi che ci troveremo di fronte a breve. A cominciare dai problemi economici. C'è ancora qualcuno che crede che la Grecia possa ripagare il suo debito (in gran parte nelle mani di banche francesi, tedesche e inglesi e ora anche della Bce) o anche solo rinegoziarlo a tassi accettabili mentre le politiche che le impone l'Unione Europea annientano qualsiasi possibilità di ripresa?

O c'è ancora qualcuno che crede che alla lunga possano sottrarsi a una sorte analoga gli altri paesi europei che si trovano più o meno nella stessa posizione della Grecia, a meno di una revisione radicale del "patto di stabilità"? E c'è ancora qualcuno che pensa che in un contesto simile l'economia italiana possa tornare a crescere, realizzando un avanzo primario sufficiente a riportare il suo debito al 60 per cento del Pil? E poi, di che crescita stiamo parlando? Di una crescita del Pil, cioè contabile, per soddisfare le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale.

Quella stessa finanza che - dopo aver mandato in rovina milioni di clienti irretiti da mutui fasulli, di risparmiatori ingannati da titoli di carta straccia, di imprese rimaste senza credito perché le banche continuano a investire sui derivati - sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini.

Print Friendly, PDF & Email

Il debito estero come strumento di dipendenza: l'Italia prima e dopo l'euro*

Rivista Indipendenza

Il processo di unificazione europea (con significativo sbocco nell’introduzione dell’euro), è tra i responsabili primari dell’impennata del debito/credito pubblico e sta favorendo la preoccupante crescita del debito estero. Veri beneficiari, le oligarchie finanziarie statunitensi ed il sistema capitalistico statunitense nel suo insieme.

Si proverà a spiegare cosa realmente sia il debito pubblico e le origini delle sue ingenti dimensioni, per comprendere anche come la questione debito pubblico sia la spia di una subordinazione nazionale sempre più pervasiva.

Nonostante gli effetti incidano profondamente sulle condizioni materiali della maggioranza della popolazione, manca una corretta individuazione delle sue cause.
 

1. Dall'integrazione monetaria all'indebitamento estero

Fin dai primi anni Novanta, il debito pubblico è il principale pretesto addotto per giustificare i tagli alla spesa sociale ed agli investimenti pubblici, l’aumento della pressione fiscale nonché lo smantellamento - attraverso le privatizzazioni– del sistema delle partecipazioni statali. Le cause addotte: corruzione e ingordigia del ceto politico democristiano e socialista spazzato via da "Mani Pulite" [scenari a tinte fosche se non si fosse proceduto in tal senso, con accento puntato in particolare per le generazioni future].

Da qui l’enfasi all’intervento salvifico del Trattato di Maastricht: i suoi disciplinanti vincoli per il risanamento dei conti pubblici indispensabili per evitare la “bancarotta” del paese. Le privatizzazioni, peraltro imposte da accordi europei come quello Andreatta-Van Miert del 1993, avrebbero consentito di incamerare risorse vitali.

Print Friendly, PDF & Email

Spunti di riflessione e proposta sulla politica economica, finanziaria e fiscale in Europa e in Italia

di Alfonso Gianni

I più acuti tra gli analisti economici di vario orientamento dottrinario e politico ci avevano avvertito che questa crisi mondiale sarebbe stata lunga. Si era detto che non sarebbe durata meno di sette anni. Sette anni di vacche magre, come nella Bibbia. Quindi, dato che le prime manifestazioni della crisi finanziaria si sono prodotte negli Usa nell’agosto del 2007, non siamo che a mezza strada. Solo che da allora la crisi si è rovesciata sull’Europa e le misure fin qui adottate non sono state in grado di invertire la situazione. Gli interventi dei governi per salvare le banche sono stati ingenti come mai è accaduto. Il principio di autoregolazione dei mercati, uno dei pilastri del pensiero neoliberista, ha manifestato tutta la propria inconsistenza e illusorietà. Ma l’enorme quantità di liquidità immessa nel mercato, se ha impedito a molti istituti finanziari di fallire, dopo il clamoroso default della Lehman Brothers, non è stata in grado di rilanciare l’economia. Infatti la liquidità si è fermata negli istituti finanziari e non si è trasformata in una coraggiosa apertura di credito. Ma soprattutto le politiche economiche nonhanno cambiato di segno. Non si sono creati nuovi sbocchi produttivi in settori innovativi non sottoposti alla crisi di sovrapproduzione che è invece presente in quelli maturi – come nel caso del mercato dell’automobile -; conseguentemente la disoccupazione e la precarietà sono continuate a crescere (in Italia nell’anno passato la percentuale nelle nuove assunzioni di contratti atipici, cioè a termine, ha superato il 75%!).

Print Friendly, PDF & Email
progetto lavoro

Privatizzazioni: lo scambio tra rendite politiche e rendite finanziarie

Massimo Florio

Ho iniziato a occuparmi di privatizzazioni venti anni fa, nel paese dove sono state inventate, la Gran Bretagna di Margaret Thatcher e John Mayor. Stavo trascorrendo un triennio di studio alla London School of Economics, per una ricerca sull’analisi costi-benefici degli investimenti pubblici, proprio mentre l’intervento pubblico veniva visibilmente smantellato dai governi conservatori. Nel giro di pochi anni passavano ai privati, generalmente attraverso collocamento in borsa, elettricità, acqua, gas, telecomunicazioni, ferrovie, autobus, porti, aeroporti, linee aeree, miniere, e molto altro

Ho raccolto in un libro (Privatizzazioni e interesse. Il caso britannico) i risultati della mia analisi critica di quella esperienza. Ho cercato di dimostrare che (a) i cittadini in genere hanno guadagnato poco o nulla dalle privatizzazioni, (b) le fasce di utenti più povere hanno pagato prezzi più alti, (c) i contribuenti ci hanno rimesso perché lo stato ha venduto a prezzi troppo bassi e in vari casi ha perso entrate, (d) la produttività delle imprese non è aumentata significativamente, (e) i maggiori beneficiari sono stati gli azionisti, gli intermediari finanziari, i consulenti (in una parola la City). Mi sono anche occupato di privatizzazioni in Italia, in dieci edizioni del Rapporto sulla Finanza Pubblica e in altri interventi (tra i quali La sinistra e il fascino concreto delle privatizzazioni). La mia lettura del caso italiano è che le cose qui sono andate anche peggio che in Gran Bretagna. Sia i governi di centro-sinistra che quelli di centro-destra hanno cercato di fare cassa vendendo soprattutto banche, telecomunicazioni, autostrade, aziende del settore dell’energia, anche altro, ma con effetti del tutto irrilevanti o modesti sul piano dell’efficienza e del benessere degli utenti, e invece distribuendo rendite ad ambienti capitalistici più o meno parassitari.

Print Friendly, PDF & Email

Il Fallimento dell'Euro Rivisitato

di Wolfgang Münchau*

[Questo articolo di Wolfang Munchau su EuroIntelligence indica chiaramente come lo scenario più probabile e desiderato dall'establishment europeo sia quello di cucinarsi  i PIIGS a fuoco lento con finti salvataggi per arrivare a una ristrutturazione già pagata in gran parte dalla gente, come ci ha già ben detto  Paolo di ML... Sarebbe il caso di giocarsela un po' meglio!]

Ci sono due dichiarazioni di volontà che governano la politica dell'eurozona. La prima è quella della Germania, per una responsabilità limitata. La seconda è l'impegno dei leaders europei a salvare l'euro a qualunque costo. Le due dichiarazioni sono tra di loro logicamente incoerenti.

Ci sono due modi - e solo due - perché questa incoerenza non entri in gioco. In primo luogo, il massimale della responsabilità limitata della Germania non deve mai essere superato. In secondo luogo, il massimale viene raggiunto, ma l'Unione europea trova il modo di esternarlo.

Così rimangono quattro opzioni - e solo quattro - da considerare:

1. La Germania accetta l'estensione della sua responsabilità;

2. La crisi del debito della zona euro riesce essenzialmente ad auto-correggersi attraverso l'austerità;

3. Scenario di successo con ristrutturazione/rinegoziazione del debito;

4. I leaders della UE abbandonano il loro impegno – ed è lo scenario del fallimento dell'euro.

Print Friendly, PDF & Email
 

Non recidere, forbice. Segreti, lacrime e bugie: della manovra finanziaria 2010

Dario Stefano Dell’Aquila

«È stato un refuso, lo cancelleremo”. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, risponde a chi gli chiede se prevede una modifica dell’emendamento alla manovra che introduce lo stop al requisito dei 40 di contributi per andare in pensione a partire dal 2016. “Non era intenzione né mia, né di Azzollini, né di Tremonti», ha aggiunto il ministro. (Maurizio Sacconi, Corriere della Sera, 1 luglio 2010)

Non era un refuso l’emendamento alla manovra che avrebbe fatto saltare il limite dei 40 anni per i contributi per la pensione. È quanto ha voluto chiarire il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sottolineando come «un’importante riforma delle pensioni» è stata approvata in Italia «senza alcuna protesta, nella pace sociale, senza un giorno di sciopero». «Abbiamo fatto la riforma delle pensioni con un emendamento», ha detto ancora il ministro a Bruxelles, insistendo sul fatto che «non c’è stato alcun giorno di sciopero e non crediate che il sindacato non se ne sia accorto, il sindacato sa fare bene il suo lavoro». (Giulio Tremonti, ANSA 13 luglio 2010)

1. I numeri della manovra

Nel maggio del 2009, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo ad una iniziativa del proprio partito dichiarava: «Ho sempre detto che grazie a questa solidità l’Italia sarebbe uscita prima e meglio degli altri paesi dalla bufera che ha investito tutto il mondo. I fatti mi stanno dando ragione ed io voglio dare un messaggio di fiducia che dobbiamo saper trasmettere a tutti i cittadini perché questa è una crisi che è in gran parte psicologica»1. A poco più di un anno di distanza da queste rassicuranti dichiarazioni, la maggioranza governativa ha approvato un provvedimento economico destinato a rendere chiaro ai più attenti che l’ottimismo di plastica del presidente Berlusconi assumeva i contorni di una graziosa bugia. È stata, infatti, approvata senza particolari fibrillazioni d’aula, ma tra grandi proteste sociali, la manovra economica correttiva 2010 (decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito in legge n 122/2010), dal valore complessivo di 24 miliardi di euro. La manovra, negli intenti dichiarati dal governo, ha l’obiettivo di ridurre entro il 2012 il deficit pubblico al 2,7%. L’iter di approvazione, costretto al termine del sessanta giorni previsti per la conversione del decreto in legge, è stato avviato al Senato (170 favorevoli e 136 contrari) dove il testo originario è stato sostituito da un nuovo testo (presentato con un cosiddetto maxi-emendamento).

Print Friendly, PDF & Email

Per una nuova politica economica in Europa

Sergio Cesaratto, Carlo D’Ippoliti, Sergio Levrero, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati

Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000

Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.

Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:

- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);

- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, inprimis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;

Print Friendly, PDF & Email

Peccato, punizione ed espiazione: la via tedesca per la salvezza (?) dell’euro

Ruggero Paladini 

Il caso greco di spesa pubblica in disavanzo è totalmente diverso dal caso irlandese caratterizzato dall'indebitamento delle banche private; ma l'infelice politica dell'euro-zona ha lo stesso effetto devastante.

La filosofia del Trattato di Maastricht era molto chiara: la sola minaccia alla stabilità economica poteva venire dai bilanci pubblici dei paesi membri, perché i politici potevano comportarsi come free rider approfittando della partecipazione alla moneta comune. Per questa ragione fu stabilità l’indipendenza della Banca Centrale Europea, il divieto di acquisto di titoli pubblici e di qualunque altro prestito, e, non ritenendo sufficienti i divieti sui disavanzi eccessivi, fu aggiunto il Patto di Stabilità. A questo punto non era necessario stabilire un Fondo Europeo che affrontare situazioni di crisi di liquidità o di insolvenza.

Le cose sono andate diversamente: la crisi è nata da eccessi di debito e di rischio assunti dalle banche e da altri intermediari finanziari, ed anche se l’epicentro è stato negli USA, le banche europee, ed in particolare quelle britanniche e irlandesi hanno partecipato con entusiasmo alla nuova versione delle vecchie “catene di S. Antonio”. Pertanto dal 2008 e ancor di più nel 2009 il debito pubblico crebbe dappertutto; qui di seguito (Tabella 1) sono riportati  i livelli dei rapporti debito/pil e le variazioni 2007-2009

Print Friendly, PDF & Email

Uno “standard retributivo” per tenere unita l’Europa

Emiliano Brancaccio

La crisi europea non è finita: la divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta sta alimentando squilibri potenzialmente letali per l’Unione monetaria. Occorre uno “standard retributivo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in surplus e paesi in deficit commerciale. L’interesse generale all’unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci.

Sembrano lontani i tempi in cui Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi (2002) consideravano l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Da qualche anno va infatti diffondendosi tra gli studiosi una chiave di lettura molto meno rassicurante degli sbilanciamenti nel commercio intra-europeo. Stando a questa interpretazione alternativa la crisi dell’unità europea non può banalmente derivare da finanze pubbliche fuori controllo ma sembra piuttosto dipendere da una ben più profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area, che determina crescenti surplus per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi “periferici” dell’Unione. Numerosi analisti iniziano in questo senso a temere che lo squilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero rappresenti un grave fattore di instabilità e una potenziale minaccia per la tenuta futura dell’Unione monetaria.[1] Persino il Consiglio e la Commissione europea, solitamente riluttanti sul tema, hanno iniziato a riconoscere che uno squilibrio eccessivo nei commerci intra-europei accresce l’instabilità e il rischio di nuove crisi.

Print Friendly, PDF & Email

e l

Scene da una patrimoniale

Ruggero Paladini

Il prelievo straordinario proposto da Carlo De Benedetti e ripreso di recente da Giuliano Amato e poi da Walter Veltroni potrebbe risolvere il problema di un debito pubblico che ci costa attualmente circa 80 miliardi l’anno, ma sarebbe difficile prevederne gli effetti e ancora più difficile applicarlo in modo equo

Verso la fine dell’anno il rapporto debito pubblico sul Pil si collocherà intorno al 120%; sarà cioè tornato, in pratica, ai livelli di 16 anni fa. Il rapporto era sceso fino al 103,8% nel 2004, ma dal 2001 l’avanzo primario diminuiva fino ad azzerarsi; pertanto nei due anni successivi il 2004 il rapporto risale al 106,6%. La prima finanziaria del governo Prodi lo riduce al 103,6% (2007), ma con lo scoppio della crisi il debito sale velocemente, per via di un maggior deficit, ma soprattutto di un forte calo del Pil.

Avere un debito del 120% è come andare in barca con l’elefante: ci costa un’ottantina di miliardi. E’ evidente che, obblighi europei a prescindere, è necessaria una discesa del rapporto a livelli più ragionevoli. Esiste una aritmetica piuttosto semplice per quanto riguarda la dinamica del rapporto debito-Pil. Se prescindiamo dalle vendite di patrimonio pubblico (dove potremmo dire che il più lo “abbiamo già dato”) per mantenere invariato il rapporto dobbiamo calcolare l’avanzo primario necessario. Si prende la differenza tra costo del debito e tasso di crescita, e la si moltiplica per il livello percentuale del debito. Pertanto se fissiamo in un punto e mezzo percentuale la differenza, l’avanzo primario (differenza tra entrate ed uscite sul Pil) necessario a stabilizzare il debito è pari ad 1,8%.

Print Friendly, PDF & Email

Patrimonio all'italiana

di Alessandro Santoro

Chi si rivede, la patrimoniale. Il come e perché di un'imposta utile, che può portare come gettito un punto di Pil. Purché non sia una mossa disperata e straordinaria – come pare da certe proposte –, e si regga su tre pilastri stabili: il patrimonio finanziario, gli immobili, i gruppi d'impresa

Le recenti discussioni relative all’introduzione di una patrimoniale portano con loro due rischi. Il primo è quello di prendere lucciole per lanterne, ossia di far credere che sia possibile, attraverso uno strumento fiscale, "far piangere i ricchi”. La diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e delle ricchezze deriva in misura prevalente dal modo in cui il valore generato nei processi produttivi viene distribuito tra i diversi fattori (disomogenei non solo per tipologia, capitale e lavoro, ma anche per gradi di flessibilità e per allocazione geografica). La diseguaglianza nei redditi e nelle ricchezze al netto delle imposte è, quindi, solo secondaria, perché le possibilità di redistribuzione per via fiscale sono ridotte per ragioni sia tecniche sia politiche. Ai politici piace parlare di fisco, facendo credere di poter attuare chissà quali cambiamenti, ma si tratta, appunto, di illusioni.

Il secondo rischio è, invece, quello di perdere un’opportunità. Le proposte di tassazione patrimoniale che vengono portate avanti in modo più o meno sistematico (Amato, Capaldo, Veltroni) hanno un carattere straordinario in quanto legato a un’esigenza specifica, ovvero la riduzione dello stock di debito pubblico.

Print Friendly, PDF & Email

E noi faremo come Schroeder

Sergio Cesaratto

In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.

L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “ordo-mercantilista”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.[1] Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.