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Tra tecnocrazie monetarie e speculazione

Sergio Bruno

L’austerità è un’arma spuntata contro gli attacchi dei predoni della finanza. E la cessione di potere alla Bce non ci salverà. Riflessioni sul da farsi, a partire dalla lunga estate pazza

I parte. La politica in Europa, succube di tecnocrazie e professionisti della speculazione

Mi impensierisce, in questi giorni di follia internazionale, la confusione mentale di molti di quelli che, sulla grande stampa quotidiana, hanno da dire qualcosa su quanto accade e su cosa bisogna fare. Se il problema del governo è quello dell’agire subito e con decisione, non vi è molto da capire. I margini di tempo e di discrezionalità sono talmente ristretti che non resta che fare, ma subito, il meno peggio, e farlo senza credere nelle favole di chi dice che sia possibile praticare nell’immediato politiche che concilino austerità e sviluppo. Una ricetta per lo sviluppo a breve non l’ha nessuno. Ora è come quando si combatte strada per strada in una città che si pensava felice e ben fortificata. Prima bisogna salvarsi. Ma chi non è coinvolto nei combattimenti, chi ha a che fare con il pensare strategico, dovrebbe riflettere sulle origini lontane e sulle sequenze di eventi e decisioni da cui da ultimo è derivata la falla, al fine di costruire, da domani, un futuro più sensato.

Sosterrò, lungo queste linee, che

(a) le politiche di austerità sono non solo inutili per combattere gli attacchi speculativi, ma dannose, nel senso che giocheranno a favore di nuovi attacchi;

(b) l’idea degli eurobonds non ha alcuna rilevanza nel combattere e nel prevenire gli attacchi speculativi. Gli eurobonds vanno invece usati, insieme ad altri strumenti e in un contesto di bilancio federale e di politica industriale europei, per indurre una nuova fase di sviluppo (ma non penso a qualcosa di genericamente “keynesiano”);

(c) esiste una strada maestra per rispondere agli attacchi speculativi, che è quella di fare della Bce un soggetto prestatore di ultima istanza, non solo nei confronti delle banche ma anche degli stati, come con chiarezza e argomentazioni convincenti è stato indicato indipendentemente e in forme leggermente diverse, proprio in questi caotici giorni, da Paul de Grauwe e da Daniel Gros (www.voxeu.org).

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nel merito

Quali soluzioni alla crisi?

di Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

La BCE: da banca straniera a banca sovrana - L’articolo di Guido Tabellini pubblicato su Il Sole-24 Ore lo scorso 14 luglio ci apparve come uno spartiacque nelle posizioni sulla crisi europea sinora prevalenti sul più autorevole quotidiano finanziario nazionale, e una crepa fra quelli che, per comodità, possiamo definire gli economisti bocconiani, quelli per capirci del “rigore di bilancio espansivo”

Rifacendosi implicitamente ad avvertimenti che erano stati da tempo avanzati dagli economisti del Levy Institute ben prima che cominciassero a far capolino fra gli economisti normalmente più accreditati (si fa per dire, naturalmente), Tabellini affermava che la solvibilità dei debiti sovrani è legata alla presenza di una banca centrale volta sostenerli. Le analisi del Levy avevano, per esempio, falsificato le tesi assai popolari di Reinhart e Rogoff che fissavano una soglia del 90% del rapporto debito/Pil oltre il quale un default si faceva assai probabile senza specificare che i casi studiati erano tutti di paesi che avevano rinunciato alla piena sovranità monetaria - come hanno fatto molti paesi europei a favore della BCE che è a tutti gli effetti, per ciascuno di essi, una banca straniera (l’euro è per ciascuno di essi una moneta straniera). Tabellini suggeriva dunque, con apprezzabile franchezza, che l’Europa deve decidere se la BCE è causa o soluzione del problema. Il disegno che Tabellini – confermato in successivi interventi e sostenuto anche da pregevoli interventi di Pierpaolo Benigno– sembra suggerire è che: a) l’Unione Monetaria Europea (UME) si doti di una politica fiscale comune che, per cominciare, non può che consistere nel trasferimento di quota dei debiti sovrani a una istituzione europea che emetterebbe i famosi Eurobonds per rifinanziare i debiti trasferiti; b) la politica monetaria agisca in maniera cooperativa alla politica fiscale sostenendo i titoli del debito sovrano, operando dunque come tradizionalmente hanno agito le banche centrali degli stati sovrani.1 A noi sembra che soprattutto l’attribuzione piena alla BCE del ruolo di prestatore di ultima istanza sia chiave nello sdrammatizzare la crisi del debito nei paesi periferici europei, senza dover creare quella “transfer union” tanto temuta dai tedeschi.

Da ultimo, lo scorso 8 agosto, la BCE è in effetti intervenuta a sostegno dei debiti sovrani di Italia e Spagna, ma come è stato osservato, troppo poco e troppo tardi. Il risultato è che i differenziali nei tassi sui titoli decennali dei due paesi rispetto agli analoghi titoli tedeschi si sono mantenuti attorno a 300 insostenibili punti, e che in poche settimane la BCE si troverà in pancia qualche centinaia di miliardi di titoli sicché la sua azione sarà prontamente arrestata dall’irritazione di qualche politico tedesco.

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Crisi del debito: cosa dovrebbe fare il governo

Fabio Petri*

In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a fare Sbilanciamoci ogni anno, indicazioni concrete per una manovra di bilancio alternativa (purtroppo la manovra alternativa di Sbilanciamoci per quest’anno è stata superata dagli eventi, anche se varie buone idee in essa vanno mantenute). Critiche alla politica della BCE e alla non volontà europea di creare un vero governo europeo in grado di fare politiche fiscali e monetarie efficaci non mancano; ma su cosa il governo italiano potrebbe e dovrebbe fare adesso, subito, non trovo granché. Quello che sembra emergere anche dagli interventi di economisti non allineati è che le soluzioni si trovano solo a livello di politiche europee; in Italia, sembrerebbe, si può fare molto poco a parte stringere la cinghia, se l’Europa non aiuta; al massimo distribuire in modo un po’ più equo le sofferenze. (Il PD sembra essere del tutto su questa lunghezza d’onda, a giudicare ad esempio dalla timidezza delle reazioni di Stefano Fassina alle proposte governative, nell’intervista sul Fatto Quotidiano del 6 agosto.) Ma è davvero così, o vi è in alcuni una autocensura che porta a non indicare cosa si potrebbe fare di alternativo perché lo si ritiene politicamente impossibile? Sono sempre stato contrario a che non si enuncino affatto delle proposte solo perché si pensa che non vi sia lo spazio politico perché quelle proposte siano seriamente considerate. Almeno una parte delle persone finisce per non rendersi conto che delle alternative ci sono, e che magari col loro sostegno politico potrebbero avere una chance. Vorrei sollecitare coloro che hanno ben più competenze di me (che sono economista teorico) su questioni di debito pubblico e di stato di salute dell’economia italiana a provare a indicare molto concretamente cosa sarebbe necessario fare – per quanto radicale – per uscire da questa crisi del debito pubblico italiano senza far aumentare la disoccupazione e la povertà a livelli vertiginosi, assumendo una scarsa volontà dell’Europa di aiutare.

Provo a cominciare io, ma, conscio dei miei limiti, solo pour encourager les autres.


Il problema centrale del rientro da un debito pubblico elevato è noto: se lo stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica, fanno diminuire la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può ridurre di molto la riduzione del deficit pubblico.

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Allegramente Verso il Baratro*

Sergio Cesaratto

"Il debito del Sud: cause culturali?"

Nel maggio 2010, pochi giorni prima di leggere la stessa frase da Wolfgang Munchau sul Financial Times, ho confrontato la situazione europea alle famiglie di Tolstoj descritte da Anna Karenina: "le famiglie felici sono tutte uguali, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo". Così gli europei del centro sono simili, ma ogni paese della periferia è infelice a modo suo. Nel mio commento, pertanto, mi riferisco principalmente all'Italia.

Qual è l'origine dell'enorme debito pubblico italiano (120% del PIL, o giù di lì)? La storia è abbastanza vecchia. Come noto, l'Italia è stata ammessa nella Unione Monetaria Europea (UEM) nel 1997, nonostante un debito pubblico/PIL ben al di sopra del limite previsto dal trattato di Maastricht del 60%. Con una manovra economica attuata in extremis, l'allora governo di centrosinistra di Prodi raggiunse l'altro obiettivo del disavanzo pubblico, il deficit/PIL inferiore al 3% (anche l'attesa dell'ammissione nell'unione monetaria è stata d'aiuto con la riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico). Ufficialmente l'Italia è stata lasciata entrare in quanto, altrimenti, anche il Belgio sarebbe stato escluso. Una verità più probabile è che la Francia non voleva lasciare l'Italia - un forte concorrente manifatturiero - libera di lasciar svalutare la lira nei confronti dell'euro, mentre lei stava firmando un patto col diavolo. Il diavolo, la Germania, si procurava una seconda opportunità - dopo lo SME - per liberarsi di un concorrente fastidioso e della sua liretta sempre svalutabile.

Sia come sia, l'origine dell'enorme debito pubblico italiano dovrebbe risalire al 1970 (come pro-memoria, il "miracolo economico" italiano si è avuto tra il 1958-1963, l'Italia è tradizionalmente una economia guidata dall'export, anche se non nella stessa misura della Germania, e ha ancora il secondo più grande settore manifatturiero in Europa, dopo la Germania).

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L’uscita dall’euro prossima ventura

di Alberto Bagnai

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda [vedi in calce a questo articolo]. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

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marx xxi

Una manovra iniqua ed economicamente devastante    

di Vladimiro Giacché

La manovra ferragostana del governo Berlusconi-Tremonti da 50 miliardi di euro e' peggiore delle previsioni più pessimistiche.
Per quello che contiene e per quello che non contiene.

Ecco quello che contiene:


ATTACCO AL SALARIO E AI DIRITTI DEL LAVORO


La manovra contiene innanzitutto un attacco al salario e ai diritti del lavoro dipendente di portata inedita, che si può sintetizzare come segue:

Attacco al salario

1. Tagli al salario diretto
dei dipendenti pubblici. I dipendenti delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa perderanno il pagamento della tredicesima mensilità.

2. Tagli al salario indiretto di tutti i lavoratori.
Questo e' il risultato inevitabile della riduzione di 6 miliardi di trasferimenti dallo Stato agli Enti Locali per il 2012 e per 3,5 miliardi nel 2013, come pure dell'incentivo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (a questo riguardo si usa a sproposito il termine di "liberalizzazione", ma si tratta di una mistificazione in quanto la gran parte di questi servizi sono monopoli naturali). Lo stesso effetto avranno, almeno in parte, i tagli ai Ministeri per 6 miliardi nel 2012 e per 3,5 miliardi nel 2013. E anche la soppressione delle province sotto i 300.000 abitanti e la fusione dei comuni sotto i 1000 abitanti. E' infatti certo che queste misure si tradurranno in minori servizi o servizi più cari per i cittadini.

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I mercati finanziari, braccio armato della politica fiscale europea

Rosaria Rita Canale

I paesi dell’Unione Monetaria Europea dopo  la crisi finanziaria  del 2007 possono ritenersi divisi in due blocchi principali sulla base alla loro capacità di rispettare le prescrizioni di politica fiscale derivanti dal Trattato di Maastricht e di ricollocare i titoli pubblici sul mercato. Da un lato i paesi “virtuosi” e, dall’altro, i paesi cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a cui viene chiesto di ridurre deficit e debito in modo considerevole al fine di prevenire attacchi speculativi e preservare la stabilità finanziaria dell’Unione valutaria.

La Politica fiscale in Europa ha seguito – nonostante dal punto di vista formale sia rimasta immutata – tre fasi diverse: al principio all’atto della nascita dell’Unione Valutaria nel 1999 appariva estremamente rigida; di seguito si è scelto di essere tolleranti verso i paesi che oltrepassavano i limiti previsti dal Patto di Stabilità a Crescita in caso di particolari difficoltà di crescita (Ecofin 2005) e attualmente è stata annunciata nel Consiglio europeo del 23 e 24 marzo del 2011 una nuova fase di maggiore rigidità.

Il consiglio ha dichiarato che per l’anno 2012 il rapporto deficit/PIL deve rimanere dentro i limiti del 3% e nei casi di elevato debito pubblico, la strategia deve essere molto rigida al fine di consolidare la tendenza riduzione del debito pubblico.

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Il redde rationem dell’Europa

Sergio Cesaratto

1. Le giornate nere del debito


L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato martedì 12 l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. I mercati lo sanno. Martedì sera l’agenzia di rating Moody’s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?


2. Gli Eurobonds

Come abbiamo avuto già modo di dire, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo.

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Il fratello di Prometeo

di Sergio Bruno

Mosaico Messico le immagini di John MackLa condotta delle maggiori economie mondiali dai tempi di Bretton Woods alle attuali condanne delle agenzie di rating. Pubblichiamo la prima parte di un articolo di Sergio Bruno. Che sostiene: siamo passati dalla cultura di Prometeo (“colui che riflette prima”) a quella del suo maldestro fratello Epimeteo (“colui che riflette dopo”)...

Che potremmo fare, noi di Sbilanciamoci, all’indomani della nostra ipotetica vittoria alle prossime elezioni? Nonostante le tante proposte, anche recenti, della rivista, direi che non ci si possano fare molte illusioni, a parte ristabilire – e non è poco – un clima di etica, di giustizia e, non ultimo, di buon gusto, oltre che correggere – ma senza grandi impegni di spesa – la maggior parte possibile dei danni prodotti dall’amministrazione Berlusconi. Davvero poco potremmo fare per affrontare i problemi connessi allo sviluppo: per l’occupazione, per la soluzione dei problemi del precariato, per pensioni sociali e sanità, per la ricerca. La ragione di questa sostanziale irrilevanza della sovranità politica sta nei ristretti margini in cui si muovono le politiche di bilancio. In un articolo di qualche settimana fa (“Tutto cominciò con undivorzio”) ho ricondotto ciò agli effetti cumulativi di un percorso perverso avviato negli anni '80 del Novecento con la cessione alle banche centrali del potere statuale di signoraggio monetario. Il problema è stato ulteriormente chiarito da Luciano Gallino (“La crisi greca e le colpe della Ue”; ma si veda anche il suo recente libro “Finanzcapitalismo”).

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La farsa dell’emergenza economica

Andrea Fumagalli

L’emergenza ha sempre caratterizzato le decisioni salienti della politica italiana, soprattutto quando si tratta di tematiche socio-economiche. La politica dell’emergenza – si sa – è diventata lo strumento principale dell’arte del comando. Certo, da sola, rischia di non essere sufficiente, se non è accompagnata anche da una “predisposizione istituzionale” che accomuna maggioranza e opposizione, sotto l’egida del presidente della repubblica.

Nell’estate del 1992, la necessità di operare in fretta e firmare accordi capestro ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici (abolizione della scala mobile) era dettata dall’emergenza di entrare nell’Europa dell’euro.

Nell’estate 2011, la necessità di operare in fretta e promulgare leggi finanziarie draconiane, oltre ad accompagnarsi ad accordi sindacali, di nuovo a danno dei lavoratori e delle lavoratrici (ridimensionamento del contratto collettivo di lavoro) è dettata, invece, dalla necessità di non uscire dall’Europa dell’euro.

Tutti d’accordo, dunque, nel fare presto, “per dare un segnale chiaro e inequivocabile alla speculazione finanziaria”, ma pochi entrano nel merito dei contenuti della manovra correttiva.

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marx xxi

La linea di Confindustria sul debito pubblico: privatizzazioni

di Domenico Moro

Il fondo del Sole24ore di sabato 9 luglio, all’indomani dell’attacco dei mercati finanziari contro l’Italia, delinea la linea di politica economica di Confindustria che, anziché salvare il “malato”, può definitivamente ucciderlo. Pur ammettendo l’importanza della crescita nella soluzione del problema del debito pubblico, secondo i due editorialisti, Perotti e Zingales, “non c’è più tempo per operare su di essa”. Bisogna agire in fretta per dare una risposta rassicurante ai mercati finanziari. La risposta consisterebbe nel “raggiungere il pareggio di bilancio in un anno. (…) Si tratta di lacrime e sangue. Ma le lacrime e sangue saranno ben maggiori se non abbiamo il coraggio di agire subito”. Non basta aumentare le entrate, bisogna tagliare le spese, a cominciare da quelle previdenziali. Ma anche questo non sarebbe sufficiente. Per risolvere la situazione “bisogna riprendere le privatizzazioni (per esempio Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai)”. Eccoci, quindi, al punto. La questione del debito pubblico diventa il grimaldello per attuare la definitiva privatizzazione di quello che rimane dell’intervento statale in economia. Si direbbe che dall’esperienza si sia imparato poco. Un decennio di stagnazione, seguito alle grandi privatizzazioni, ha dimostrato che il problema del debito pubblico non solo non viene risolto, bensì viene aggravato dalle privatizzazioni. Vediamo per quali ragioni.

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la prospettiva

Come uscire dalla crisi

Intervista a Emiliano Brancaccio

In più occasioni ci è capitato di leggere dell’Europa come di un continente destinato al declino. C’è ancora spazio per il “vecchio mondo” o siamo destinati a essere “periferia dell’economia mondiale”?

L’Unione europea è il più grande esportatore mondiale di manufatti e servizi. Definirla una “periferia” mondiale è un errore. Seguendo una chiave interpretativa ancora attuale, fondata sulla categoria di imperialismo, l’Unione europea si situa tuttora al “centro” degli assetti del capitale mondiale, e mantiene un rapporto di controllo sulle periferie che orbitano attorno ad essa. Si tratta di un controllo economico ma anche politico e militare, come la guerra in Libia sta dimostrando in questi mesi.

Il grande limite dell’Europa, rispetto agli USA, risiede principalmente nella moneta. Gli Stati Uniti, forti della posizione di dominio monetario internazionale garantita dal dollaro, hanno per lungo tempo governato endogenamente lo sviluppo nazionale e mondiale. L’Europa invece si è mossa al traino, in una posizione che sul piano macroeconomico è stata quasi sempre subordinata agli USA. La stessa moneta unica non è nata con il proposito di diventare una moneta internazionale realmente alternativa al dollaro, ma sembra piuttosto essersi proposta quale baluardo della stabilità monetaria, una sorta di rifugio per il capitale ogni volta che il dollaro fosse stato soggetto a crisi e fluttuazioni eccessive. Fino ad oggi, dunque, le autorità europee non hanno quasi mai messo seriamente in discussione il primato macroeconomico e monetario americano.

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La politica e il controllo dei processi economici

Silvano Andriani*

Abstract:

Nella globalizzazione guidata dai mercati vi sono vincenti e perdenti e la loro dialettica, al livello degli Stati, si traduce nella formazione di squilibri strutturali dell’economia mondiale con paesi in attivo e paesi in passivo strutturale delle bilance dei pagamenti.Secondo l'approccio proposto da Keynes a Bretton Woods il coordinamento sovranazionale delle politiche economiche non significava che tutti i paesi debbano avere gli stessi comportamenti: se si tratta di ridurre gli squilibri anzi i comportamenti dovrebbero essere opposti e complementari. Successivamente,  si è affermata una filosofia dello sviluppo che, ripudiando le tesi di Bretton Woods, pone al centro l’assunto dell’efficienza e razionalità dei mercati con una drastica  riduzione del controllo sull’economia da parte degli Stati nazionali. Questa, tuttavia,  non avviene per una devoluzione di poteri verso organismi sovranazionali, dei quali anzi si è cercato negli anni 2000 di ridimensionare il ruolo, ma di un trasferimento di poteri e funzioni dalla politica ai mercati. Il trasferimento di funzioni verso i mercati si risolve, soprattutto, in un trasferimento di poteri da istituzioni politicamente controllabili a tecnostrutture meno controllabili ed in un formidabile centralizzazione delle scelte economiche. In questo contesto il caso europeo appare, in qualche modo, un paradosso. L’UE  viene generalmente riconosciuta come l’esempio più importante, forse l’unico negli ultimi trenta anni, di trasferimenti di poteri versi un livello di cooperazione sovranazionale, ma l’Europa, ed in essa in particolare l’area dell’euro, appare oggi l’ area di maggiore instabilità e fra le più rischiose per l’economia mondiale.


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 Da tempo è andata affermandosi la tesi di una doppia devoluzione di poteri dagli Stati nazionali verso istituzioni sovranazionali  e verso istituzioni locali.

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politicaecon

Le giornate nere del debito italiano

di Sergio Cesaratto

I lettori sono sicuramente attoniti di fronte a ciò che accade. Antonella Stirati ha spiegato benissimo come sia un gioco sin troppo facile prendersela con la speculazione internazionale guidata dalle agenzie di rating. E’ invece l’Europa che con politiche sbagliate si espone a questi attacchi. Se la prenda con se  stessa.

Che fare dunque? Per capirlo, muoviamo da cosa è accaduto nella giornata di martedì 12 luglio, dopo il venerdì e lunedì neri che l’han preceduta. La scarsa credibilità delle politiche europee, basate sulla mera austerity dei paesi periferici, ha contagiato la valutazione del nostro debito pubblico accrescendo il differenziale (il famoso spread) fra i tassi sui BTP decennali e quelli sui corrispondenti Bund tedeschi. Martedì è andata meglio, a sentire i TG. Ho personalmente ascoltato RAI News dove un eccitatissimo Corradino Mineo ha raccontato di una giornata in cui il Presidente Napolitano ha guidato le sbandate compagini politiche italiane verso una vittoria campale, mentre il generale Tremonti lasciava il quartier generale europeo per raggiungere la prima linea e il suo Presidente. La borsa riprendeva, in particolare i titoli bancari italiani. Fatto è che le banche hanno la pancia piena di titoli del Tesoro, e che questi aveva oggi un’asta di oltre 6 miliardi di titoli in scadenza.[1] A quale tasso avrebbe il Tesoro collocato tali titoli? Poiché il mercato aveva segnalato i giorni precedenti che i titoli italiani valevano poco, si rischiava un tasso così alto che, così continuando, la solvibilità dello stato italiano sarebbe stata seriamente in forse, e così quella delle banche (non solo italiane) che hanno il ventre pieno di titoli del Tesoro. Non so precisamente come siano andate le cose. Ma suppongo circa così. Il differenziale coi Bund tedeschi aveva raggiunto il massimo di 353 punti (3,53%), ancor più di lunedì. Interviene a quel punto la BCE che acquista titoli italiani sul mercato secondario.[2] Essa da 15 settimane non interveniva più a sostegno del debito sovrano dei paesi periferici, in maniera del tutto irresponsabile (anzi, ha ulteriormente aumentato il tasso di interesse gettando benzina sul fuoco). I mercati lo vengono a sapere e questo li rassicura un po’. Come risultato, scende il differenziale a 290 punti (una enormità comunque insostenibile per i nostri conti). Si svolge l’asta. Il Tesoro colloca i titoli a un tasso del 3,67% contro il 2,14% a cui questa tranche era stata collocata in precedenza: 1,5% in più! (150 punti di differenza coi tedeschi, ma si trattava di titoli a più breve scadenza). Poteva andar peggio, ma ciò è bastato perché i titoli bancari riprendessero. C’é tuttavia veramente poco da essere eccitati. E di chi è il merito della mancata Caporetto? Di Napolitano, di Tremonti? Più probabilmente della BCE. Rai News neppure l’ha menzionata, mi dicono che TG3 e LA7 sì, di passaggio. Può naturalmente darsi che Tremonti abbia svolto uno scambio politico: noi approviamo la manovra, la BCE interviene. Se è così, tanto di cappello Mr. Tremonti, finalmente qualcuno tratta in Europa,  e non china sempre il capo. I guai sono finiti? Sono appena cominciati. Quando i differenziali salgono così tanto, ed erano già alti, è difficile che ridiscendano. Con questi tassi – che ripetiamo sono il segnale della scarsa credibilità non del nostro paese, che per l’amor del cielo ci mette del suo, ma dell’Europa – porterà in uno spazio temporale brevissimo l’Italia sull’orlo del default. Siamo quasi al 6% sui BTP, al 7% si dice che l’Italia non potrebbe più finanziarsi sul mercato, come l’Irlanda lo scorso settembre. Le manovre sono solo una mortificazione inutile, una medicina che crea solo sofferenza al paziente. E infatti martedì sera anche il debito Irlandese è stato degradato da S&P a spazzatura.

Cosa abbiamo imparato? L’intervento della BCE è un pezzo della soluzione. Torneremo presto su questo. Per ora notiamo la schizofrenia della BCE che da un lato aumenta i tassi, aggravando la crisi debitora, e dall'altro deve intervenire seppure in maniera timida e insufficiente. Fassina, intervistato da Mineo, pur contrapponendo un volto tetro al raggiante Corradino, non ha neppure accennato alla BCE e alle gravi responsabilità europee. Criticare l’Europa è nel nostro paese, a sinistra in particolare, tabù. Mineo era eccitatissimo persino della palese interferenza tedesca colla telefonata della Merkel a Berlusconi di domenica scorsa. Quando impareremo a tenere la schiena dritta?



[1] Quando una tranche di titoli scade, il Tesoro per restituire quelli in scadenza ne emette un identico importo. Grosso modo accade che, se tutto va bene, chi deteneva i vecchi titoli ricompra i nuovi.
[2] Vale a dire titoli “usati”, non di nuova emissione. Di norma la BCE non dovrebbe intervenire a sostegno dei debiti sovrani. Dal maggio 2010 se pur timidamente lo fa.
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Le agenzie di rating e la politica europea

Antonella Stirati

La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.

Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l’attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia?  La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del Financial Times Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul Sole 24 Ore del 9/7 l’intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l’unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.