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Il salario nelle crisi

Modigliani e l’inizio della fine del Pci

Il dibattito economico odierno sulle possibili soluzioni per uscire dalla crisi si concentra sull’utilità o meno di una riduzione dei salari. Sebbene si citi spesso la frase di Marx (per cui la storia si ripete come farsa), in questo caso la farsa è che questo dibattito si ripeta ancora nel nostro paese. Infatti, durante la crisi degli anni ’70, lo stesso dibattito ebbe luogo proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel Franco Modigliani ed economisti eterodossi, molti vicini al Partito Comunista Italiano. Proprio il dibattito sul livello del salario nella crisi è un indicatore importante per misurare l’orientamento delle varie posizioni politiche e il loro cambiamento reale.


Modigliani: la riduzione del salario reale e il compito dei sindacati


Gli anni ’70 furono attraversati da diversi fenomeni economici. Da una parte si concluse il ciclo di lotte cominciano nei decenni precedenti, con la conquista di molti diritti, tra cui lo Statuto dei Lavoratori e la scala mobile per i salari. Dall’altro l’Italia, come le altre economie capitaliste fu colpita da una crisi di stagflazione, che univa quindi alla crisi della produzione un’impennata dell’inflazione.

Per uscire dalla crisi era necessario, secondo Modigliani, una riduzione del salario reale, che sarebbe dovuta passare attraverso la modifica o la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione (conosciuto appunto come scala mobile).

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Una tassa da filantropi

di Marco Bascetta

Nella cultura della sinistra il fisco gode da molto tempo di una solida deferenza e di una sostanziale protezione dall’esercizio della critica. Rovesciando così quella tendenza plurisecolare che vedeva le masse popolari insorgere, frequentemente e soprattutto, contro dazi, gabelle, imposte e lavoro coatto, al seguito dei tanti Masaniello prodotti dalla rapacità dei governanti. Le ragioni di questo rovesciamento sono, all’apparenza, piuttosto ovvie. Mentre ai tempi del feudalesimo prima e dello stato assolutista poi il taglieggiamento dei ceti produttivi, per quanto poveri o impoveriti, serviva a mantenere lo sfarzo delle corti, del clero e dell’aristocrazia e il debito sovrano, contratto per finanziarie guerre di espansione e di conquista che estendevano a loro volta il prelievo ai paesi sconfitti , con l’avvento della democrazia rappresentativa e dei sistemi di welfare state la fiscalità si attribuisce un nuovo principio di legittimazione: finanziare l’effettivo godimento dei diritti di cittadinanza e soddisfare i bisogni basilari della popolazione garantendo a chiunque condizioni dignitose di vita. L’obbligo di versare le imposte assume così i tratti di un imperativo morale derivante dalla «volontà generale». Tuttavia nemmeno lo stato democratico si è dimostrato capace di fugare le antiche ombre dell’arbitrio e dell’obbedienza dovuta, cresciute nell’ambiente del paternalismo assolutista.

L’opacità dei nessi amministrativi, l’autoreferenzialità degli apparati distributivi infestati di piccoli e grandi poteri che condizionano il godimento dei diritti riconosciuti rendendoli una variabile dipendente da incontrollabili costellazioni di interessi, la torbida composizione del debito pubblico stesso hanno provveduto a sbriciolare non poco quel principio di legittimazione.

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Crisi, equità, sviluppo*

di Nicola Acocella

Le politiche di crescita sono diventate un elemento imprenscindibile, per allentare i costi sociali della crisi e per evitare che si avviti ulteriormente, ma vanno realizzate puntando all'equità

Vorrei rovesciare l’ordine dei concetti che compongono il tema di questa tavola rotonda. Non soltanto perché di sviluppo (di crescita, in realtà) si parla molto in questi ultimi mesi, ma anche perché è opportuno avere qualche punto fermo. Qualcuno da tempo ha sottolineato l’opportunità di azzerare la crescita o di attivare un processo di decrescita (gli studiosi del Club di Roma e Georgescu-Roegen tra i precursori; tra i principali fautori: S. Latouche; in Italia, G.Ruffolo, M. Cacciari ed altri) per salvaguardare il futuro del pianeta e, con esso, dell’umanità. Si tratta di persone stimabili e devo dire che condivido le loro preoccupazioni, che non possono essere dismesse molto facilmente sul piano analitico. Però, dello sviluppo abbiamo necessità. Deve trattarsi non di sola crescita e deve essere sostenibile, ma dello sviluppo non possiamo fare a meno. Una prospettiva, alla John Stuart Mill, di stato stazionario, nella quale non ci sia motivo per ‘urtarsi e scavalcarsi’ e ci sia spazio per la contemplazione della natura e per la riflessione, è certo densa di aspetti esteticamente, ecologicamente ed eticamente apprezzabili. Temo però che una tale prospettiva sarebbe possibile soltanto con una redistribuzione drastica delle attuali ricchezze, nell’ambito dei paesi sviluppati e, soprattutto, fra questi e i Pvs. Infatti, lo stato stazionario sarebbe accettabile soltanto da chi abbia attualmente una posizione di privilegio nella società. Ma la redistribuzione potrebbe avvenire soltanto attraverso scontri violenti e con costi umani inimmaginabili. La redistribuzione è necessaria, non può essere affidata al trickle down, ma ad un’azione riformatrice lunga e tenace, dove il termine riformatrice è inteso nel senso in cui esso era usato da Caffè.

Passiamo ora alla crisi. Nella crisi siamo immersi. Quali ne sono i costi immediati e quali i riflessi sulle prospettive di sviluppo? I costi immediati sono enormi. Non mi occupo dei costi politici della crisi, per i riflessi perniciosi che essa può avere, come già in passato, sulle velleità autoritarie nei paesi più coinvolti.

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znet italy

Il problema di quelli dell'un per cento

di Joseph Stiglitz

Cominciamo definendo la premessa di base: le disuguaglianze negli Stati Uniti si stanno ampliando da decenni.  Siamo tutti consapevoli del fatto. Sì, proprio in questo momento ci sono alcuni a destra che negano questa realtà, ma gli analisti seri dell’intero spettro politico la danno per scontata. Non ripercorrerò qui tutte le prove, se non per dire che il divario tra l’un per cento e il novantanove per cento è vasto se considerato in termini di reddito annuo e ancora più vasto se considerato il termini di ricchezza, cioè in termini di capitale accumulato e di altre attività. Si consideri la famiglia Walton: i sei eredi dell’impero Walmart possiedono una ricchezza complessiva di circa 90 miliardi di dollari, che equivale alla ricchezza del 30% più in basso nella società statunitense. (Molti, giù in fondo, hanno un patrimonio netto pari a zero, o negativo, specialmente dopo il crollo del settore immobiliare).  Warren Buffett è stato corretto nel descrivere la cosa quando ha affermato: “E’ in corso una guerra di classe da vent’anni e la mia classe sta vincendo”.

Dunque no: c’è poco da discutere sul fatto fondamentale dell’allargamento della disuguaglianza. Il dibattito è sul suo significato. Da destra a volte si ascolta la tesi che la disuguaglianza è fondamentalmente una cosa buona: quando i ricchi si avvantaggiano maggiormente, lo stesso vale per tutti gli altri. Questa tesi è falsa: mentre i ricchi si sono fatti più ricchi, la maggior parte degli statunitensi (e non soltanto quelli al fondo della scala sociale) non è stata in grado di conservare il proprio tenore di vita, per non parlare del tenersi al passo. Un tipico lavoratore maschio a tempo pieno riceve oggi lo stesso reddito che riceveva un terzo di secolo fa.

Al tempo stesso a sinistra la disuguaglianza in ampliamento spesso sollecita a un appello alla semplice giustizia: perché così pochi devono avere così tanto quando così tanti hanno così poco?

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La strategia della “crescita” del governo Monti*

Raffaele Sciortino

Interverrò sull’attualità provando a fare due cose: innanzitutto, un’analisi sintetica non solo della cosiddetta riforma Fornero del mercato del lavoro ma dell’insieme delle manovre Monti, più correttamente dovremmo dire del governo Monti-Napolitano succeduto a Berlusconi. Cercando di porre, questo il secondo punto, una domanda: c’è una strategia? Per rispondere a questa domanda è inevitabile provare a inquadrare le manovre del governo dentro l’attuale passaggio della crisi, il che ovviamente richiederebbe una analisi più articolata. Soprattutto per porre i nodi politici che stanno sul tavolo perché se anche, questa la tesi, c’è una strategia – non una grande strategia, però c’è un tentativo di versione italica di exit strategy dalla crisi, dentro quel quadro internazionale che dicevo, e se anche non è detto che riesca dal loro punto di vista negli obiettivi, però avrà, già sta avendo, degli effetti non solo rispetto al quadro sociale ma ai dispositivi di assoggettamento, così come nel prefigurare un terreno di possibili conflitti che in qualche modo si disloca in avanti.

Primo. Le manovre, l’insieme delle politiche del governo Monti-Napolitano si compongono di risanamento e “crescita”, lo mettiamo tra virgolette perché uno dei punti fondamentali è di tentare una decostruzione sensata di questa “crescita”. Ora, sul versante risanamento il governo utilizzando lo shock, operando una terapia-shock, è intervenuto subito sulle pensioni – una storia infinita questa del debito pubblico come leva di accumulazione delle ricchezze per chi sfrutta in variegati modi chi lavora; qui però a novembre, nel passaggio di consegne tra Berlusconi e Monti, in una situazione da rischio “fallimento” del sistema, abbiamo avuto un taglio secco delle pensioni fondamentalmente senza una risposta, sia dal punto di vista sindacale che sociale.

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L’alternativa dei “nove su dieci”*

di Claudio Gnesutta

tra comunismo e religioneCrisi finanziaria, crisi del debito pubblico, austerità. Sembra che non ci sia alternativa per un paese in difficoltà come il nostro. Ma chi ha pagato, effettivamente, il conto della crisi? La risposta la dà il titolo del libro di Mario Pianta Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, 12€). È sui “nove su dieci” più poveri che ha gravato il peso del declino e del riaggiustamento economico, mentre i più ricchi – “uno su dieci” degli italiani – hanno beneficiato del lungo processo che ha portato a quest’esito disastroso, e si sono ora posti al riparo dai costi della crisi. Le soluzioni, proposte ed attuate, per superare la crisi hanno l’effetto di approfondire le disuguaglianze esistenti, deprimendo le forme di partecipazione politica e indebolendo la democrazia.

Le radici della debolezza strutturale dell’Italia, che l’ha resa così vulnerabile di fronte al crollo della finanza del 2008, sono molte e complesse. L’incompiutezza dell’Europa, l’inadeguatezza della politica a fronteggiare l’evidente declino del nostro apparato produttivo, l’indifferenza nei confronti della deriva dei conti pubblici, il disinteresse, se non peggio, per l’estendersi delle disuguaglianze sociali, tutto questo è ricostruito nei primi tre capitoli del volume; il capitolo conclusivo presenta una “via di uscita”, con le alternative possibili a “questa” austerità.

Vediamo le linee portanti della sua argomentazione, che sono di grande interesse. Punto fermo è la valutazione che il liberismo “va messo in soffitta” in quanto l’esperimento che “il mercato – lasciato a se stesso – sia capace di far crescere l’economia, trovare le produzioni giuste e creare occupazione” è risultato fallimentare come dimostra la lunga recessione che ci coinvolge e di cui non si intravede la conclusione.

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politicaecon

Il “De Grauwe moment”

Una previsione lungimirante della crisi di bilancia dei pagamenti dell'Eurozona

di Sergio Cesaratto*

In un articolo sul Financial Times scritto un anno prima dell’avvio dell’Unione Monetaria Europea (UME),  Paul De Grauwe avanzò un’ipotesi lungimirante su ciò che sarebbe potuto accadere come conseguenza, cosa di cui  la maggior parte degli economisti si sono resi conto solo recentemente.[1] Infatti, con il senno di poi, la crisi Europea ci appare ora come l’ennesimo episodio di “stavolta è diverso”  (“this time is different”) della sequenza di liberalizzazioni finanziarie con tassi di cambio fissi, flussi di capitali dal centro verso la periferia, bolla immobiliare, disavanzo nel saldo delle partite correnti (CA) e indebitamento, default.  Nonostante consideri quello di Reinhart and Rogoff (2009) un resoconto mal organizzato della storia e della natura dei default, il loro titolo trasmette davvero la sensazione che si tratti di un modello ricorrente di una serie di eventi sfortunati. Anche il titolo di un importante paper ‘Good-bye financial repression, hello financial crash?’ (Diaz-Alejandro, C. 1985) riassume bene l’essenza di quegli eventi. Al fine di apprezzare meglio l’intuizione del Professor De Grauwe, presento il suo articolo con alcune note prese da un mio Working Paper appena pubblicato fra i Working Papers del mio dipartimento “Controversial and novel features of the Eurozone crisis as a balance of payment crisis”.

Diffusa da Martin Wolf, l’interpretazione della crisi Europea come una crisi di bilancia dei pagamenti (BdP) sta diventando dominante. Dunque, la causa della crisi deve essere trovata nel più facile accesso ai mercati finanziari a bassi tassi d’interesse per un certo numero di paesi periferici  dell’UEM. La liberalizzazione finanziaria e la rimozione del rischio del tasso di cambio ha  incoraggiato notevoli flussi di capitali dai paesi centrali verso i paesi della “periferia” (e.g. Merler and Pisani-Ferry).

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marx xxi

L’America Latina sale in cattedra… mentre l’Italia sprofonda nella melma liberista

di Spartaco A. Puttini

“Monti e i suoi amici possono esibire soltanto e unicamente le impietose cifre di un colossale fallimento economico, politico, culturale che sta mettendo i ginocchio il Mediterraneo uccidendone la grande civiltà. […] In Europa si suicidano. Da noi si va a ballare il tango esaltati dal senso ritrovato di un’identità nazionale”. E’ questo il parere del giornale argentino “Pagina 12”.

Gli argentini hanno voce in capitolo per giudicare, vista la tremenda esperienza patita un decennio fa, quando il paese scivolò verso il default a causa dell’ostinazione delle sue élites corrotte nel proseguire sulle fallimentari strade delle ricette neoliberiste patrocinate dal FMI. Dopo circa mezzo secolo di neoliberismo (svendita del patrimonio nazionale e privatizzazioni, smantellamento del welfare, etc…) uno dei paesi più ricchi e produttivi dell’America Latina crollava e veniva crudelmente saccheggiato.

Gli argentini ricordano quella tragedia, come ricordano la terribile dittatura (sponsorizzata dagli USA) che andò al potere proprio per propinare alla popolazione il rancio neoliberista cucinato a Chicago. Di queste due tragedie gli argentini portano ancora nelle carni tutti i segni. Nel solo 2003 sono morti di stenti ben 17 bambini al mese nel nord dell’Argentina e 1 su 4 era malato a causa della denutrizione [1]. Prodezze del neoliberismo che qui da noi viene (per ora) tanto magnificato anche dal Pd, quasi fosse compatibile con una politica progressista.


La rinascita kirchnerista

Ma il 2003 è stato anche l’anno di svolta per l’Argentina.

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Il trilemma della politica economica europea

Rosaria Rita Canale

Il modello di politica economica sul quale è stata costruita l’Unione Europea rappresenta l’applicazione più fedele – qualcuno che non sia economista alla luce di ciò che sta accadendo direbbe irragionevole  –  delle conclusioni teoriche raggiunte dal paradigma economico dominante. Queste conclusioni possono essere sintetizzate nella negazione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito.

Si è realizzato perciò un  assetto istituzionale che ha in modo diverso riguardato gran parte dei paesi con economie avanzate e non, fondato su: 1) separazione fra politica fiscale e monetaria; 2) politiche fiscali da gestire all’interno di un criterio generale di contenimento della spesa; 3) politica monetaria con l’ unico obiettivo di mantenere costante la crescita dei prezzi.

In Europa si sono aggiunti poi due elementi che rendono il vecchio continente un caso assolutamente eccezionale: 1) politica monetaria unica; 2) politica fiscale affidata ai singoli stati fondata su una rigida disciplina di bilancio.

Questo modello,  ha mostrato – come ha affermato uno studioso che di certo non può dirsi eterodosso[1] - tutti i suoi limiti nell’affrontare situazioni come quelle scaturite dalla crisi finanziaria del 2007.

Si fonda infatti su due ipotesi controverse che in presenza di crisi, e per di più finanziaria, rappresentano un ossimoro: a) la natura deterministica del sistema economico ovvero la spontanea tendenza del sistema economico verso situazioni di equilibrio di pieno impiego della capacità produttiva e del lavoro (a meno di un tasso di disoccupazione “frizionale”); b) la capacita dei mercati finanziari di anticipare l’andamento futuro dell’economia.

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2012, fuga dall'Italia

di Rodolfo Ricci

La Nuova Emigrazione in ripartenza: urgente avviare un confronto per cogliere la sfida del nuovo esodo europeo

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Nel silenzio complice della maggioranza dei media italiani, sta ripartendo, anzi è già ripartito, un grande flusso di emigrazione dall’Italia. Per la verità esso non si era mai fermato, anche se poteva essere interpretato, fino al 2008, come normale mobilità soprattutto giovanile, che si registrava anche in altri paesi avanzati. Dal 2010 ad oggi, il flusso di espatri è ricominciato con quantità molto significative, di cui è possibile conoscere solo per approssimazione l’entità, visto che la gran parte dei nuovi emigrati, non si iscrive o lo fa con ritardo di diversi anni, all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero.

Ma alcuni dati ed alcune proiezioni lasciano intravvedere che stiamo entrando a grande velocità in una nuova fase della lunga storia dell’ emigrazione italiana nel mondo, incentivata dalle politiche di “riaggiustamento strutturale” estremamente recessive portate avanti dagli ultimi governi e intensificatesi con il Governo Monti.

Era stato lo stesso Monti, d’altra parte, a sottolineare la necessità di una “nuova mobilità internazionale” della forza lavoro italiana, fin dal suo discorso d’insediamento. Un moderno “studiate una lingua e partite” a distanza di 60 anni dal famoso discorso di De Gasperi.

Non che Mario Monti sia un demone, ma nel suo limitato ricettario economico, sa bene che all’interno del quadro della recessione neoliberista che ci imporrà un duraturo declino, l’economia italiana non sarà in grado di utilizzare e di valorizzare le sue risorse, a partire da quelle umane.

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Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita

Domenico Moro

1. Produttività e crescita economica


In Italia e in Europa si ripete come un mantra la necessità di accompagnare la crescita al risanamento dei conti pubblici. La crescita economica è riconducibile a molte e complesse fonti. Secondo molti economisti, una delle più importanti è l’aumento della produttività globale, sebbene i meccanismi che legano questa alla crescita siano diversi a seconda della prospettiva di analisi adottata.[1] Proprio con lo scopo dichiarato di innalzare la produttività italiana e, in questo modo, di spingere la crescita, da tempo entrambe stagnanti, è stata presentata dal ministro Fornero una proposta di riforma del mercato del lavoro. La logica sottostante a tale riforma, in accordo con il senso comune del mainstream economico e politico, è che il declino della produttività  in Italia dipende da un mercato del lavoro troppo poco deregolamentato. A nostro avviso si tratta di una logica non solo errata ma anche controproducente.

Prima di affrontare il discorso sulle cause del declino della produttività italiana, va precisato che definire e misurare la produttività e la sua evoluzione nel tempo è piuttosto complesso. Le misure utilizzabili sono molteplici. L’indicatore più comune è la produttività generica del lavoro, nella forma del rapporto tra la quantità di valore aggiunto prodotto (QV) e il numero delle ore di lavoro (H) impiegate per produrlo (P = QV/H). Tale indicatore presenta, però, il limite di non far emergere esplicitamente il ruolo degli investimenti e dell’innovazione tecnologica.

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One (labour) market, one money

di Alberto Bagnai

(sempre per la serie ce l’avevano detto, e per l’altra serie “pe’ malati c’è la china...”)

Vi ricordate Pantegana? Il mio più tragico fallimento didattico? Il piddino che mi sono covato in seno? Dai, non è proprio così... Non siamo mai più tornati sul suo discorso, c’erano tante e tante cose da dire, ma in fondo l’idea del ripristino del Glass-Steagall, per esempio, non è mica cattiva. E poi, quando parlavo di fallimento didattico, io scherzavo, va da sé. Fosse stato vero, avrei preferito tacere: i fallimenti, di solito, si tende ad occultarli. Invece io so che lui ha imparato molto da me, e anch’io ho imparato molto da lui. Per esempio, l’uso dell’accordo di settima di quarta specie (ma anche di quello di nona), non preparato, a scopo di rimorchio. Pensa, Panty, che poi, quando ho preso il mio secondo diploma, ho fatto una gran bella figura con l’insegnante di lettura della partitura grazie a te, perché tu mi avevi insegnato che in questa musica decadente che piace a voi un accordo dissonante può avere funzione di tonica. Quattro note (ma giuste) e da cembalista puoi riciclarti pianista jazz (si fa per dire)... Che poi, volendo parlare a molti (come pochi mi chiedono) indubbiamente sarebbe una strategia vincente. Mi scuserai, Panty, se non ho ancora trovato tempo di far tesoro dei tuoi insegnamenti: ormai temo sia tardi.

 

In compenso tu hai fatto tesoro dei miei, e non sai quanto sono fiero di te.

 

Ecco che ricevo quindi dalle cloache della finanza un altro sms del buon Panty, che sottopongo alla vostra attenzione, perché si pone una domanda che credo qualcun altro si ponga (certamente l’amico del tornese, ma, ne sono certo anche molti altri).

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Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

di Nicola Melloni

Ormai è evidente a tutti che di austerity l'Europa muore. Ma come si fa oggi una politica espansiva, sotto il ricatto dei mercati? Serve una nuova politica monetaria, con l'arma della repressione finanziaria

Debito, politica monetaria e l’uscita dalla crisi

I dati degli ultimi giorni confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’austerity europea non funziona. Una volta esauritasi la liquidità fornita massicciamente dalla BCE, si è sciolta al sole primaverile la favola che i cambi di governo in Spagna ed in Italia avessero fermato la crisi e restaurato la fiducia dei mercati nell’Eurozona[i].

In Spagna la politica di Rajoy è sotto accusa dopo solo pochi mesi di governo. La finanziaria da 27 miliardi non ha avuto gli effetti sperati e le stime del PIL per il 2012 sono state riviste al ribasso. L’economia si contrarrà (almeno!) dell’ 1.8% mentre la disoccupazione è oltre il 23%. In una situazione di questo genere, inizialmente il governo spagnolo aveva negoziato una riduzione del deficit minore di quella prevista dal fiscal compact. Avrebbe dunque sì ridotto il deficit dall’8.5% al 5.3% del PIL, ma non di quanto richiesto dalla UE (il 4.4%). Ora però appare chiaro che pure quella finanziaria non sarebbe stata sufficiente a centrare l’obiettivo e, con lo spread risalito velocemente oltre i livelli di guardia, Rajoy si è impegnato ad altri tagli pari a 10 miliardi di euro.


Le origini del debito e l’inutile speranza nel settore privato

Ma, come già in Grecia, è una logica che crea semplicemente un circolo vizioso. L’austerity deprime l’economia, aggrava la crisi fiscale ed impone nuovi tagli. Si basa sulla speranza – esplicitata dal capofila dei supporter dell’austerity, George Osborne – che mentre il settore pubblico riduce le spese, il settore privato si rimetta in moto. Marxianamente si potrebbe dire che riducendo l’economia (la cosiddetta self-inflicted recession dei tempi del Gold Standard) ed aumentando la disoccupazione (l’esercito industriale di riserva) si riducono di conseguenza i salari (il costo del capitale variabile) favorendo gli investimenti.

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Cose che capitano alla Spagna...

di Alberto Bagnai

E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi.


Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse.
E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l'Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati... Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno.


Certo.

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L'austerità è di destra

Nicola Tanno intervista Marco Passarella

È proprio vero che l’austerità risolverà i problemi dell’Europa? Quali sono le vere cause della crisi economica? E cosa dobbiamo aspettarci se si continuerà sulla strada del liberismo? Sono queste alcune domande a cui hanno tentato di dare una risposta Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, autori di “L’austeritá è di destra” (Il Saggiatore, 152 p., 13  €), un saggio che cerca di smontare con dati alla mano gli assiomi del pensiero economico contemporaneo: liberoscambismo, centralitá del pareggio di bilancio e flessibilitá. Il pregio maggiore del testo è quello di affrontare in chiave dialettica le contraddizioni del capitalismo senza mai cadere in un complottismo tanto in voga di questi tempi. Inoltre, pur essendo un lavoro teorico importante, il libro conserva un linguaggio accessibile anche per i non addetti ai lavori.

Di alcuni dei temi affrontati nel loro testo abbiamo parlato con Marco Passarella, ricercatore presso il dipartimento di Economia della Business School dell’Università di Leeds.



Gli spread tornano a risalire, nonostante l’austerità. La Spagna, ad esempio, che taglia sui servizi pubblici come pochi altri, è duramente punita dai mercati. A cosa lo s i deve? E perché in mancanza di effetti positivi si continua con questa politica? Vi è anche un elemento ideologico?

Anzitutto, è bene chiarire che cosa si intende quando si parla di "spread". Lo spread è la differenza nel rendimento di due titoli. Nello specifico, è il maggiore tasso di interesse pagato sui titoli del debito pubblico della Spagna (o dell’Italia) rispetto all’interesse pagato sui titoli di pari scadenza emessi da un paese ritenuto "sicuro", la Germania. Tale divario tende ad aumentare allorché gli investitori, i "mercati", prevedono una caduta del valore di mercato dei titoli spagnoli (o italiani). In particolare, minore è la fiducia che gli investitori ripongono nella solvibilità dello Stato spagnolo (o italiano), e dunque nella tenuta del valore dei suoi titoli, più rischiosi saranno il rinnovo ovvero la sottoscrizione di nuovi titoli, e maggiore sarà il tasso di rendimento richiesto a tal fine dai mercati. Venendo al quesito, la ragione per cui gli spread si mostrano insensibili ai tagli ed alle politiche di austerità è che, a differenza di ciò che si sente ripetere sui media, gli alti tassi di interesse sui titoli dei paesi periferici dell’Eurozona non dipendono dal livello assoluto dei deficit di bilancio statali o dei debiti pubblici, né dal loro rapporto rispetto al PIL.