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La miseria dell'economia

di Riccardo Achilli

Introduzione: della qualità umana e professionale degli economisti mainstream

Finalmente ad un convegno cui ho partecipato oggi a Roma i colleghi economisti hanno abbandonato il mantra che ripetevano da mesi, ovvero che la ripresa è alle porte, il peggio è passato, ecc. (sarebbe utile ricordare che fino al 2010 si stimava, per il nostro Paese, una crescita al 2011 dell'1,3%, che dovrebbe essere in realtà, secondo le ultime stime di preconsuntivo, pari allo 0,7%, ovvero la metà di quanto preventivato! La ripresa, prevista per il 2012 ad un tasso dell'1,8%, oggi viene negata, poiché le ultime previsioni stimano per il 2012 una crescita pressoché nulla (0,2%). Nessun economista, nessun centro studi, ha chiesto scusa per tali enormi errori di stima! Finalmente ho sentito ammettere (ovviamente senza chiedere scusa per gli errori pregressi) che vivremo ancora per molti anni all'interno di questa situazione di assenza di crescita e di progressivo impoverimento di ampie fasce della popolazione. Si cita Prescott (premio Nobel dell'economia) secondo cui questa fase non è congiunturale, ma è strutturale, e corrisponde ad uno storico spostamento della ricchezza dall'Occidente in declino all'Oriente in fase di sviluppo (peraltro con una citazione ingenua, che non tiene conto dei crescenti squilibri socio-economici della crescita cinese, che potrebbero portare il gigante asiatico ad una sua specifica forma di recessione, cfr. a tal proposito “rischi di Crollo Economico in Cina”, di J. Cahn, su http://stefano-santarelli.blogspot.com/. Ancora un volta, l'omissione di documentazione rilevante sulla situazione reale, che smentirebbe dichiarazioni perentorie come quella della “vittoria economica cinese”, denuncia ciarlataneria, superficialità e scarsa scientificità). Di fatto, gli economisti mancano delle più elementari forme di umanità, come la modestia, l'onestà intellettuale, la prudenza prima di formulare previsioni azzardate. In breve, mancano di quelle qualità fondamentali per potersi approcciare ad un metodo anche lontanamente "scientifico". Noi economisti siamo solo apprendisti stregoni, ciarlatani e cacciatori di consulenze ed incarichi.

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Gli incoscienti sostengono il default

di Felice Roberto Pizzuti

Come si può sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento dell'istituzione collettiva che dovrebbe gestirli e amministrarli?

noi la crisi non la paghiamoGli "indignati" – di qualsiasi età, ma soprattutto i giovani – hanno molte buone ragioni per esserlo. C'è di più: l'indignazione è un sentimento morale che può avere ed è giusto abbia una valenza anche direttamente politica; invece, per anni è stata derubricata a manifestazione d'ingenuità da parte di chi così nascondeva l'indifferenza, il conformismo e l'acquiescenza all’andamento delle cose dietro posizioni che pretendevano di essere politicamente emancipate e "moderne".

L'attualità politica degli indignati sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli "indignati", ma ostacolano il cambiamento economico e sociale che favorirebbe la collettività nel suo insieme.

Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga” o con la sua più becera versione “chi se ne frega del default”, il cui sapore avanguardista evoca la violenza prevaricatrice del “blocco nero”. La “indignazione” è un sentimento spontaneamente sorto in tutto il mondo dalla giusta e crescente insofferenza verso il modello socio-economico che nell’ultimo trentennio, favorendo pochi a danno di molti, ha umiliato il lavoro, ha precarizzato la vita, ha saccheggiato la natura, ha aumentato le sperequazioni reddituali e ha subordinato le scelte democratiche prese nell’ambito delle istituzioni pubbliche a quelle decise da poche persone nell’ambito dei mercati.

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La Bce così non va

Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

Dopo gli sberleffi del duo Merkel-Sarkozy pensavamo che la sinistra non avrebbe dovuto cadere nella trappola di accettare gli ultimatum di Bruxelles in nome dell’anti-berlusconismo.

Questo continuiamo a pensare anche dopo la pasticciata risposta di Berlusconi alla Ue e le inutili conclusioni del vertice europeo. Berlusconi andava e va rimproverato di aver subito le imposizioni europee senza ricordare che le responsabilità della crisi non sono italiane e che anzi noi stiamo contribuendo a salvare le banche tedesche e francesi, vera fonte della crisi. Purtroppo anche a sinistra c’è chi ritiene che, davvero, quelle richieste siano un bene per l’Italia e l’Europa (anche il giornale che ci ospita condivide, ci sembra, queste posizioni, per cui apprezziamo la sua apertura alla discussione più franca).

Fatte salve tutte le ragioni per cui questo governo è impresentabile e le sue manovre economiche inique e inutili, non dobbiamo accettare che siano governi stranieri e la Bce a dettarci i compiti per casa, peraltro sbagliati. Mentre in questo bailamme l’Italia è trattata come il “pig” di turno, non si deve perdere di vista che dopo tanti vertici, compreso l’ultimo del 26 ottobre, una soluzione per la crisi dell’Europa ancora non c’è, come ben documentano i commenti di Lucrezia Reichlin e di Roberto Perotti sul Corriere della Sera e sul Sole24Ore del 28 ottobre. Chi si aspettava miracoli da questa accentuazione di austerity europea e dall’ennesimo grande piano salvastati, si è trovato il giorno dopo con i nostri Btp ben al di sopra del 6%! Le difficoltà europee non possono certo essere fatte risalire al debito italiano. Questo ha origini ben più lontane ed è stato lì a lungo senza fomentare crisi epocali, e deve il recente aggravamento dei suoi costi non solo o non tanto al burlone che ci governa, ma soprattutto al mancato funzionamento della Bce come una normale banca centrale, quale la Fed americana o la banca centrale inglese.

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Uscire dall’euro è una opzione per i gravi squilibri strutturali dei Piigs?

di  Luciano Vasapollo

Contributo per la discussione verso il forum “La Mala Europa” del 5 novembre a Roma. Il movimento dei lavoratori e la crisi sistematica del capitale. I sindacati di classe europei di fronte alla costruzione economica e politica dell’Europolo

1. Quando si scatena la crisi dei subprime negli Usa, volutamente viene evidenziata come crollo di carattere finanziario per lo scoppio delle bolle speculative immobiliari e finanziarie; ma è semplicemente la punta dell’iceberg che evidenzia un blocco dell’economia reale nei processi stessi dell’accumulazione, cioè sono questi stessi meccanismi che permettono la crescita capitalistica che si sono inceppati già dai primi anni ’70 e che dimostrano che la crisi è irreversibile. La difficoltà di riattivare un nuovo e profittevole modello di accumulazione rende questa crisi unica, mettendo in seria discussione lo stesso modo di produzione capitalistico, quindi è di carattere sistemico.

E’ evidente che con le privatizzazioni, con l’attacco al costo del lavoro, al sistema del Welfare, ai diritti, con la finanziarizzazione dell’economia, hanno cercato di fuoriuscire o almeno di coprire la crisi internazionale del capitale che si porta dietro il carattere della strutturalità e sistemicità. Così si fa più aspra e diretta la competizione globale alla ricerca della centralizzazione della ricchezza in poche mani,con scenari sempre più frequenti di guerra economica- finanziaria,guerra commerciale , guerra sociale verso le classi subalterne e guerra militare espansionista per la conquista e il dominio sulle risorse energetiche sempre più scarse per sostenere i ritmi del processo di accumulazione internazionale .

Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile default degli Usa in realtà vede l’origine dal 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al potere politico e militare di imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava i caratteri della crisi strutturale e sistemica.

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Lettera o testamento?

Una nota sull'ultimatum dell’UE e la risposta italiana

Clash City Workers e CAU

Avete presente il gioco che si faceva da piccoli “dire, fare, baciare, lettera o testamento”? Be’, quello che sta succedendo in questi giorni fra Italia ed UE, baci a parte – Gheddafi ormai è andato – lo ricorda un po’… L’UE dice, ordina, prescrive, e l’Italia fa, procede; in mezzo c’è la lettera scritta da un Berlusconi in grossa difficoltà. Una lettera che in realtà sembra più un testamento, del suo Governo, della sua carriera politica, ma una lettera che prova a mettere la parola “fine” anche sui diritti dei lavoratori e su quel poco di garanzie sociali che ci erano rimaste. Un testamento che lascia in eredità al capitale ed agli speculatori aziende di stato, palazzi, ricchezze pubbliche mentre alle classi subalterne nega tutto. Si tratta delle ultime volontà di un paese ormai commissariato e destinato alla catastrofe. D’altronde, se ricordate quel gioco di bambini, per “testamento” si intendeva sempre una serie di botte con un calcio in culo finale. Più o meno quello che ci sta succedendo.

Proviamo quindi a buttare giù qualche riflessione a caldo sulla “lettera”, consapevoli che si tratta solo di spunti, e che probabilmente le cose evolveranno in tempi rapidissimi, consapevoli però che è bene che tutti, lavoratori, studenti, compagni, sappiano e si tengano pronti al peggio. Perché il peggio sta per arrivare. Da questo punto di vista aveva ragione il premier greco Papandreu quando disse che questa crisi del debito è paragonabile ad una “guerra”, con devastazione sociale e massacri di massa annessi. Il fatto che l’Italia abbia ricevuto un vero e proprio ultimatum lo dimostra. Ed in prima linea verranno mandati ancora una volta i lavoratori, che dovranno fare sacrifici, rinunciare ai diritti, rendersi disponibili a tutto…

Ma vediamo meglio. La prima cosa da notare è che la lettera non è chiarissima, dice cose molto generiche, non entra nel dettaglio. In molti punti è utilizzato un linguaggio volutamente oscuro perché, a differenza di come si vuol far credere, molte sono le cose ancora da decidere. Si tratta insomma di una lettera di intenti che vale relativamente poco, perché la maggior parte delle misure verranno integrate con altre suggerite dall’UE e da Draghi, e forse portate avanti da un altro Governo. Ma, ed è questa la cosa che colpisce, nonostante le descrizioni vaghe dei provvedimenti vengono date scadenze precise, molte delle quali anche abbastanza ravvicinate.

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politicaecon

La sinistra italiana di fronte alla crisi

Sergio Cesaratto

Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.

Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo

Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.

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Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia

Una sintesi del dibattito

di Claudio Gnesutta

I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea

Rossana Rossanda nell’avviare la discussione sulla “Rotta d’Europa” ha posto la questione del rapporto tra la crisi del nostro debito pubblico e il ruolo incerto dell’Unione Europea in questa fase turbolenta. I successivi interventi, fin dal primo contributo di Mario Pianta, hanno affrontato questo tema nella convinzione che, per comprendere la situazione attuale e le prospettive dell’immediato futuro, sia essenziale individuare le ragioni della crisi delle istituzioni europee, non solo di quelle economiche ma anche, se non soprattutto, di quelle politiche.

All’inizio del dibattito la questione più trattata è stata la difficoltà dell’economia italiana nel fronteggiare l’attacco della finanza internazionale, ma ben presto l’interesse si è spostato sulle responsabilità dell’Unione europea, in primis della sua Banca centrale, per avere orientato la sua azione all’interno di una concezione neoliberista delle relazioni economiche e sociali considerando del tutto marginali i costi sociali che ne potevano derivare. Attorno a questi tre temi – situazione strutturale dell’economia italiana; inadeguatezza delle istituzioni europee nel sostegno dei paesi membri in difficoltà; ostacolo alla costruzione di una democrazia di qualità – si è concentrata una riflessione collettiva con l'intento non solo di dare una spiegazione delle difficoltà attuali, ma soprattutto di prospettare i modi per il loro superamento.

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Yes we can!

Aldo Barba e Giancarlo de Vivo*

Alla fine del 2007, il governatore della Banca d’Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l’“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).

Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell’economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all’imposizione sul reddito. In terzo luogo, l’Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell’imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un’imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.

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Alla ricerca del nuovo paradigma

di Francesco Garibaldo e Gianni Rinaldini [con un intervento in calce di Riccardo Bellofiore]

Dopo il fallimento dell’Europa neoliberista, la via d’uscita dalla crisi richiede cambiamenti profondi. Serve una politica fiscale, industriale e del lavoro comune, che metta al centro la priorità dell’occupazione. Ma la può imporre soltanto un nuovo blocco sociale, con interessi opposti alle élite, e con la forza politica di sostituire le classi dirigenti

La malattia di cui soffre l’Europa potrebbe essere definita come una malattia genetica, essa, infatti, discende dal modo stesso in cui è stata costituita l’Unione Europea: dall’assetto istituzionale con la separazione tra politiche monetarie e politiche fiscali alla costituzione di una Banca centrale europea irresponsabile verso i cittadini e con il solo compito di combattere l’inflazione, sino alla strategia di crescita che fu allora definita.

Bisogna risalire al tanto celebrato, anche a sinistra, piano Delors del 1993; il piano infatti era un piano squisitamente liberista nel suo impianto concettuale. Il progetto era così definito: privilegiare gli investimenti infrastrutturali e tecnologici contro i consumi, ciò avrebbe accresciuto la competitività del sistema grazie inoltre alla costruzione, con adeguati patti sociali, di un differenziale tra dinamica della produttività e livello dei salari per garantire un’adeguata remunerazione degli investimenti.

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politicaecon

I falsi profeti dell'austerity

di Sergio Cesaratto

Due elementi che si ritrovano sia nella lettera della Bce al governo italiano che nelle proposte della Confindustria appaiono particolarmente discutibili: l’innalzamento dell’età pensionabile e le privatizzazioni del patrimonio pubblico. Circa l’età pensionabile si dimentica in genere che il suo accrescimento comporta minori opportunità di occupazione per i giovani. Non è un caso che con l’aumento dell’età effettiva di pensionamento che si è avuta nel nostro Paese durante gli ultimi anni, le pur meno numerosi coorti di giovani abbiano trovato difficoltà crescenti a trovare lavoro. Senza politiche di aumento dell’insieme dei posti di lavoro v’è sì un conflitto generazionale fra giovani e anziani, ma nel giocarsi i posti di lavoro esistenti. Le politiche di tagli di bilancio e di stretta monetaria adottate in Europa non aiutano certo ad accrescere le opportunità occupazionali, anzi le diminuiscono. Non ritengo certo che quelle opportunità vadano create coi pre-pensionamenti, ma piuttosto che l’eventuale allungamento della vita lavorativa vada accompagnato a politiche del pieno impiego.

Bce, Confindustria e anche, sorprendentemente, l’ala moderata del Pd ritengono che i proventi di massicce privatizzazioni del patrimonio pubblico possano ridurre in maniera cospicua il debito del Paese e, conseguentemente, la spesa per interessi. Con questi risparmi di spesa, si reperirebbero risorse da investire, secondo i gusti, nella riduzione del costo del lavoro, nell’istruzione, nelle infrastrutture e quant’altro. Peccato però che dismissioni in tempi così rapidi sono impossibili,se non a prezzi di svendita. Ma anche nel più lungo periodo vi sono diversi problemi. 1) Il patrimonio edilizio pubblico potrebbe venir utilizzato per operazioni di speculazione immobiliare nei centri storici al di fuori di seri controlli. 2) La privatizzazione dei servizi di pubblica utilità creerebbe monopoli privati, come già tristemente accaduto dopo la stagione delle privatizzazioni al principio degli anni 1990. 3) La svendita del patrimonio industriale pubblico priverebbe il Paese di competenze che un governo progressista potrebbe impiegare per rilanciare una seria politica industriale pubblica.

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Tornare alla lira e cancellare il debito?*

di Michele Nobile

Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo

1. Due diverse prospettive politiche nella lotta contro l’«austerità».

Per necessità di sopravvivenza e senso di giustizia i lavoratori avvertono di non essere responsabili della crisi economica e di non doverne pagare i costi. È per questo motivo, dettato da un sano istinto di classe, che essi lottano contro le inique misure d’«austerità» del governo e rifiutano di pagare i costi del debito dello Stato, ora in gran parte conseguente dal salvataggio delle banche private.

 

Battersi contro l’«austerità» è però cosa molto diversa dal rivendicare che lo Stato capitalistico azzeri o «cancelli» i propri debiti con terzi, quali banche private, governi esteri, agenzie internazionali.

Quando lottano contro l’«austerità», i lavoratori affermano la propria autonomia come classe a fronte dello Stato capitalistico e dei padroni, nazionali ed esteri. Così facendo, infatti, essi si oppongono a un ulteriore tributo effettuato dallo Stato e destinato a finire nelle borse dei capitalisti e al circuito finanziario internazionale.

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Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito

di Raffaele Sciortino

Dunque il contagio si diffonde. Con buona pace per chi si credeva in qualche modo immunizzato si è passati in poco tempo al default di fatto della Grecia, al rischio fallimento sui debiti sovrani di pesi medi come Spagna e Italia, ai dubbi sulla tenuta delle banche francesi e negli ultimi giorni a un principio di panico nelle borse. Ma col contagio, e relative manovre, si è anche iniziato a discutere di debito e default, e non solo tra gli “esperti”. Mentre dall’alto vengono riproposte le stesse ricette alla radice della crisi, in basso ci si inizia a interrogare non solo sui costi sociali dell’economia del debito ma anche su come si è prodotto, chi ci guadagna, dove ci sta portando, e qua e là affiora il dubbio se è giusto pagarlo o comunque se sostenerne i costi non significa alimentare il male piuttosto che guarirlo(1). Intanto sia l’euro che l’Unione europea, a differenza di un anno fa, appaiono oggi seriamente a rischio.

Proviamo allora a mettere a fuoco - sotto forma di ipotesi in sequenza - il quadro d’insieme in cui può darsi una lotta sul terreno del debito, non in generale ma dentro le molteplici linee di fuga e di scontro dell’attuale passaggio della crisi, come resistenza ma anche come potenziale prospettiva costituente.


1
. L’epicentro della crisi globale restano gli States. L’incredibile iniezione di liquidità di questi anni da parte della Federal Reserve, da ultimo con il cosiddetto quantitative easing 2, se è servita a evitare fin qui un nuovo grande tracollo di borsa e fallimenti a catena nel sistema bancario statunitense zeppo di cattivi crediti, non è però stata in grado di rilanciare la ripresa produttiva e tanto meno i consumi. Il giochino riuscito a Bush dopo lo scoppio della bolla dot.com e sull’onda dell’undici settembre non è riuscito a Obama. Il punto è che nonostante l’accorciamento della leva finanziaria (deleveraging) dal fallimento della Lehman in poi c’è ancora troppo debito, a tutti i livelli: pubblico, federale statale municipale, e privato, finanza imprese famiglie!

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Una crisi del capitalismo*

di Riccardo Bellofiore

I. Un premier da ridere, un paese da compatire?

 Marx ha scritto che la storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa. Chi fosse curioso di come potrebbe ripetersi la terza volta, non ha che da guardare all’Italia: un paese dove l’opposizione più dura contro il governo viene - letteralmente – da comici (come Antonio Albanese o i due Guzzanti) o da vignettisti (come Altan o Bucchi). Negli ultimi tempi la realtà è stata però più inventiva della stessa satira. Questa patetica situazione ha d’altra parte distorto la maggior parte delle analisi della situazione economica e politica del paese: come se il problema vero dell’Italia fosse solo il suo primo ministro, distratto da sesso e processi.

L’Italia è nell’occhio del ciclone da quest’estate. Ma per capire la vera natura della crisi italiana è necessario osservarla nel contesto più ampio della crisi europea. Entrambe, ci viene detto, fanno parte di una più vasta crisi del debito sovrano. Ma le cose non stanno proprio così.


II. Dalla crisi europea alla crisi italiana

I limiti della zona euro sono ben noti. Anzitutto abbiamo una ‘moneta unica’ non sostenuta da una corrispondente sovranità politica: una moneta che non è una moneta. Quindi, c’è una Banca Centrale Europea che non agisce come prestatore di ultima istanza, e che non finanzia l’indebitamento dei governi: una banca centrale che si rifiuta di fare quello per cui le banche centrali sono nate.

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Europa: l’eclisse della ragione e della democrazia

Sergio Bruno

I miti della politica monetaria, l'ossessione del debito, le porte aperte alla speculazione, i pericoli dell'austerità, il bisogno di ricostruire l'economia reale. E la mancanza di visione dell'Europa. Tutti i nodi della crisi

Coloro che considerano se stessi quali élites hanno sempre aspirato a governare, possibilmente in un rispettabile ambiente democratico e seguendo le sue regole. Gli ultimi trent’anni hanno conosciuto un tentativo, da parte di varie tecnocrazie, di acquisire una egemonia nelle faccende economiche di maggiore importanza. L’hanno fatto in modo discreto, sicché il processo sottostante è passato inosservato da parte della maggioranza della sfera politica. L’attuale crisi economica offre la possibilità di cominciare ad esplorare questi sottili e surrettizi mutamenti.


Le ragioni del successo degli attacchi speculativi

Il successo che gli attacchi speculativi stanno conseguendo è dovuto ad una sequenza di comportamenti errati da parte dei soggetti di policy, basati su false verità e indotti da cattive analisi. I semi della sequenza perversa che ha condotto a ciò erano stati piantati negli anni 1980, con il trasferimento del potere di signoraggio dagli stati alle banche centrali, e sono stati poi rinforzati, in Europa, “proibendo”, alle banche centrali prima e alla Bce successivamente, di sottoscrivere direttamente i titoli del debito emessi dagli stati membri (Art.101 del Trattato). Protagonisti di questa stravagante commedia sono state le tecnocrazie delle banche centrali – sia a livello nazionale che internazionale – e in una qualche minore misura la Commissione europea. Il ruolo di villains de la pièce l’hanno assunto i governi democraticamente eletti, indipendentemente dai loro orientamenti politici, che hanno passivamente trasferito pezzi di potere, importanti e di rilievo costituzionale, a tali tecnocrazie.

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All'Europa serve un "new deal" di classe

Riccardo Bellofiore

La crisi europea viene dagli Stati uniti, dal crollo del "keynesismo privatizzato". Per uscirne, occorrono politiche opposte a quelle di Maastricht. Un new deal inedito, strumento di una "riforma", non solo di una "ripresa" che è impossibile nelle condizioni date. E una sinistra di classe su scala continentale

 Dell’articolo di Rossanda una cosa mi ha conquistato: il titolo. Rótta può significare direzione; ma anche sconfitta, sbaragliamento. Di questo stiamo parlando, per quel che riguarda la sinistra. O si parte dalla coscienza che si è al capolinea – e dunque che è ormai condizione di vita o di morte un’altra analisi, un’altra pratica conflittuale, un’altra proposta – o siamo morti che camminano. La luce in fondo al tunnel è quella di un treno ad alta velocità che ci viene incontro.

 Si chiede Rossanda: non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? Come si ripara? L’unificazione monetaria in Europa non sarebbe che la figlia legittima della fiducia hayekiana nella mano invisibile del ‘liberismo’. È questo che avrebbe retto i decenni ingloriosi che ci separano dalla svolta monetarista. Le economie europee dovevano ‘allinearsi’ a medio termine, grazie alla politica deflazionistica della Bce. Il problema sarebbe la frattura con la linea continua Roosevelt-Keynes-Beveridge, che si sarebbe materializzata nei Trenta Gloriosi in un ‘compromesso’ tra le parti sociali. È la vulgata ‘regolazionista’. Pace sociale e sviluppo trainato dai consumi salariali come perno dello sviluppo postbellico. In Europa, lo spartiacque sarebbe il crollo del Muro di Berlino. Di lì il Trattato di Maastricht, e poi l’istituzione dell’euro. Ne discendono: liberalizzazione dei movimenti dei capitali, primato della finanza, fuga dall’economia reale, delocalizzazioni, indebolimento del lavoro. La bolla finanziaria scoppiata nel 2008 viene in fondo di qui, dalla finanza perversa e tossica.

È un quadro non convincente in tutti i suoi snodi. Il keynesismo era stato abbattuto da Reagan e Thatcher, e prima ancora da Volcker. Ma cosa era stato davvero il ‘keynesismo’? Non un ‘compromesso’ tra capitale e lavoro. Tanto meno un’era di crescita capitalistica trainata dai consumi. Il salario non traina la domanda, lo fa la domanda ‘autonoma’ – anche se una migliore distribuzione del reddito può alzare il moltiplicatore. La Grande Crisi e la Seconda Guerra Mondiale avevano prodotto una gigantesca ‘svalorizzazione’ di capitale e una potente iniezione di domanda pubblica in disavanzo, grazie a quel deficit spending che Roosevelt ritenne di poter accettare solo con l’entrata in guerra: mentre lo aveva rifiutato nel New Deal.