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Oltre l'autunno-inverno, oltre il Sì e il No
Tra Monti e la globalizzazione crepuscolare
di Quarantotto
1. Chi ci legge sa che le ragioni del "no" che prevalgono nel dibattito referendario sono in questa sede considerate "periferiche".
PoggioPoggiolini ci aveva dato lo spunto per questa precisazione che sintetizza il punto:
"Le ragioni del NO sono e rimangono un epifenomeno assolutamente equivoco sconfinante nel mainstream di pensiero del "costituzionalismo politico". Basta vedere che molti dei suoi sostenitori si abbandonano:
a) alla promessa di fare una riforma ben più "liberale" e rivoluzionaria, a cui l'attuale sarebbe di ostacolo;
b) all'idea che le oligarchie siano collocate all'interno delle nomenklature dei partiti (!), dimenticando la struttura dei rapporti di forza economica che fa di tali nomenklature solo dei più o meno efficienti esecutori dell'indirizzo politico promanante dall'ordine dei mercati €uropeo (v.dibattito con Bazaar, sopra).
2. Siccome fenomenologicamente i fatti ci danno ragione, il senatore Monti ci fornisce prontamente un'ampia conferma di questo frame, uscendosene con un discorso a favore del "no" che ci ha già dato modo di dibattere nei commenti all'ultimo post.
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Non c’è crisi in Paradiso
Paradossi e identità di classe nell’America di Obama e di Trump
di Fabrizio Salmoni*
Le cronache elettorali dagli Usa dipingono superficialmente la campagna per le presidenziali come se fosse un evento sportivo. Cosi facendo, il giornalismo italiano si conforma a quello internazionale contribuendo ad assuefare le menti all’idea che anche uno degli eventi politici più importanti per il mondo sia uno spettacolo in cui contano i singoli individui, i loro errori, i loro umori, le cartelle cliniche. Ai candidati si attribuiscono i favori o le preferenze di ampie categorie del corpo civile: le minoranze, le lobbies, le etnie, la comunità finanziaria, quelle religiose, i gruppi sociali peculiari dei vari Stati, ecc. Un minestrone di ingredienti indistinti in cui le classi sociali vengono identificate essenzialmente con la dicotomia colletti blu e bianchi e “mondo delle imprese” (corporate world) mentre di middle class si parla per segnalarne la centralità “elettorale”, la perdita di potere d’acquisto, la sua discesa nella scala sociale.
Chi qui in Europa segue più attentamente le cronache della contesa americana con un occhio criticamente smaliziato non può evitare di notarne il paradosso più evidente: un elettorato fatto prevalentemente di bianchi poveri a forte componente operaia e contadina voterà in massa contro i propri interessi per un candidato miliardario portandolo probabilmente alla presidenza. Come può accadere? Cosa può aver rovesciato i tradizionali ruoli di rappresentanza politica tra i due maggiori partiti?
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Prima che muoia la democrazia e inizi la guerra
di Piotr
Il rischio RefeRenzum e il rischio delle presidenziali USA sullo sfondo di una crisi mondiale
1. Il referendum e la democrazia in Italia
L'altra sera sono andato a un'assemblea pubblica a Roma sul prossimo referendum, indetta dal Movimento 5 Stelle. Presenziavano vari esponenti locali e nazionali del Movimento e il relatore era Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Sala stracolma e giudice Imposimato scatenato contro chi tira le redini della politica mondiale, contro Renzi, contro Napolitano, contro Trump e - parole rarissime al giorno d'oggi - contro un governo che penalizza i settori più deboli della società.
Contro una "riforma" truffaldina della Costituzione che letteralmente, parole sue, lo "disgusta".
Un referendum a risposta suggerita
Così come è disgustosamente truffaldino il quesito che ci verrà sottomesso. Roba del tipo "Sei a favore della riforma del sistema bicamerale che farà risparmiare sui costi della politica?" [1]. E come fai a dire di NO? Non vuoi forse risparmiare sui costi della politica? Peccato due cose. La prima, non formale ma sostanziale, è che eventualmente a quella conclusione ci dovevo arrivare io, in piena libertà. La seconda è che è una balla.
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Berlino 2016: another brick in the wall?
Con questo articolo, una testimonianza di viaggio che riflette sullo scenario politico e economico della Germania e di Berlino, riprendono, dopo la pausa estiva, le pubblicazioni di Palermograd. Le elezioni in Meclemburgo-Pomerania registrano l’avanzata di Alternative für Deutschland che supera la CDU, il partito della cancelliera tedesca Angela Merkel. A due settimane dal voto del 18 Settembre di Berlino è difficile pensare che non potranno esserci ripercussioni sul quadro nazionale governato dalla Große Koalition
“Härte allein hilft nicht in der Rigaer Straße”, titolava il 13 luglio scorso il quotidiano tedesco Tagesspiegel: “a Rigaer Straße il solo uso della forza non aiuta”. Questa estate mi sono imbattuto, un po’ per caso e un po’ per necessità, nel corso delle ormai consuete vacanze a Berlino, nel distretto di Friedrichshain, nella vicenda della vertenza di Rigaer Straße 94. Avevo già letto della rivolta dei linksautonomen a Berlino-Est su Il Manifesto (18.07.2016): a fine Giugno scontri tra attivisti politici e polizia, feriti e arresti, per difendere dallo sgombero delle forze dell’ordine lo stabile occupato di Rigaer Straße, Hausprojekt in der R.S.94. E oggi la vertenza relativa alle questioni abitative è diventata uno dei temi più scottanti della campagna elettorale che si chiuderà il 18 Settembre con l’elezione della Camera dei Deputati e delle assemblee municipali della città-Stato di Berlino. Il punto è che il test elettorale non potrà non avere riflessi e ricadute più generali sull’attuale Große Koalition di Merkel e Schäuble.
Berlino ha fin dai primi anni ’70 del secolo scorso un’interessantissima storia, per altro a me quasi del tutto sconosciuta, relativa allo squatting, all’occupazione da parte di singoli e gruppi politici di immobili non abitati.
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L’attualità politica e culturale di “Roma Moderna” di Italo Insolera
Roberto Donini
La polemica recentissima (6 agosto 2016) tra Roberto Giachetti e Paolo Berdini pare riprendere l’essenza delle problematiche affrontate in “Roma moderna”. Rinvio integralmente, senza entrare nel merito, al link che pubblica attacco e risposta. Mi pare un ottima premessa di cronaca politica per introdurre un capolavoro storico.
Libro evolutivo
Quasi 40 anni fa un caro amico, che poi avrebbe studiato architettura, mi suggerì la lettura di Roma moderna di Italo Insolera. Allora la lettura distratta e ideologica di qualche pagina si limitò alle parti riguardanti gli sventramenti fascisti e la nascita delle borgate; in compenso quelle sparse nozioni caddero in un contesto militante di lotta per il verde e nella stagione di grandi speranze per la città, aperta a metà degli anni 70 con i sindaci Argan e Petroselli. Fu, quindi, un pallido sorgere di coscienza urbanistica.
Ora riprendo in mano quel libro, nel frattempo aggiornato dei 40 anni trascorsi. L’edizione che lessi allora fu quella del 1976, la prima era stata del 1962, quella di oggi è l’edizione del 2011 “ampliata con la collaborazione di Paolo Berdini”, proprio alla vigilia della morte di Insolera del 2012.
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Ecco chi finanzia Hillary Clinton
di Redazione
Senza ombra di dubbio Donald Trump, dal punto di vista dei personaggi della comunicazione politica, rappresenta un’originale interpretazione americana di una, diremo nel nostro linguaggio, sintesi tra Bossi e Berlusconi. Ovvero un incrocio, immancabilmente di destra, tra “quello che non le manda a dire”, per attirare l’elettorato frustrato e travolto dalle ristrutturazioni dell’economia, e l’imprenditore che spende la propria fama per alimentare la mitologia dei grandi creatori di ricchezza.
L’originalità, dal punto di vista italiano sta nell’incarnarli entrambi (Berlusconi invece faceva la parte del moderato) radicalizzando gli archetipi contenuti nelle figure che interpreta. Trump interpreta il ruolo dell’uomo libero da vincoli che dice “le cose come stanno” e, allo stesso tempo, quello di colui che ha accumulato ricchezze favolose con un tocco che può contagiare anche l’istituzione della presidenza americana. Per il resto, possiamo dire, dopo un ventennio di Bossi-Berlusconi, che quanto visto in Usa appare straordinariamente familiare: un establishment ripetitivo (il partito democratico) o bollito (il partito repubblicano), qualcuno che si propone come nuovo che avanza facendosi forza sulle frustrazioni di una parte importante dell’elettorato. Magari irridendo e delegittimando linguaggi, simboli, idee della politica che lo hanno preceduto.
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Il proletariato (non) ha nazione...
Sergio Cesaratto
Pubblichiamo la traccia di un intervento a un dibattito con Giorgio Cremaschi a una straordinaria e affollatissima festa nei dintorni di Pisa. Il tema era: “La sovranità appartiene al popolo: i referendum momento di conflitto sociale fondamento di democrazia”, 18 Agosto 2016, Festa RossaPerignano (PI)
Paese mio che stai sulla collina. Battaglioni internazionalisti o ordo-keynesismo?
Voi perdonerete se prenderò il tema di questa sera un po’ alla lontana. Non sono un giurista, e sono anche un po’ scettico sulla via giuridica al conflitto sociale, come sembra un po’ suggerire il tema della serata. In un certo senso mi riferirò di più alla prima parte del titolo: La sovranità appartiene al popolo. Giusto. Ma qual è l’ambito di questa sovranità? Lo Stato nazionale, il tuo continente, il mondo intero? Su questo come sinistra siamo molto reticenti, e su questo mi piacerebbe dire qualcosa. Esiste una democrazia che vada oltre i confini del tuo Stato nazionale? E siccome, almeno su questo si è d’accordo, il conflitto sociale è l’humus della democrazia, qual è lo spazio naturale per il conflitto sociale?
Presa alla lettera, la tradizione marxista respinge oltraggiosamente l’idea dell’identificazione della classe lavoratrice col proprio Stato nazionale. Come è stato osservato, secondo questa tradizione: “Proprio perché la classe operaia è priva di proprietà, non è più lacerata dai limiti dell’interesse privato, diventa per ciò stesso suscettibile di solidarietà” (Gallissot 1979, p. 26; v. anche Cesaratto 2015), insomma chi ha solo le catene da perdere non necessita di passaporto. Il principale ostacolo a tale solidarietà, ben noto a Marx ed Engels, era nella concorrenza fra le medesime classi lavoratrici nazionali, sia intermediata dalla concorrenza fra i capitalismo nazionali che diretta attraverso i fenomeni migratori.
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La sinistra assente di Domenico Losurdo
di Maurizio Brignoli
Il lavoro di Losurdo parte dalla constatazione che, di fronte a una crisi economica e politica, caratterizzata dallo svuotamento della democrazia e dall’affermazione di una “plutocrazia” sempre più dominante, in Occidente c’è una sinistra assolutamente incapace di produrre un’analisi di questa duplice crisi e di articolare un progetto di lotta e di trasformazione politica della realtà esistente.
Si riscontrano due processi fra di loro intrecciati: la “grande divergenza” fra l’Occidente e il resto del mondo (in particolare la Cina) tende a ridursi, mentre nei paesi capitalisticamente più avanzati si afferma la “grande divergenza” fra un’élite opulenta e il resto della popolazione. Di fronte a questa situazione l’Occidente capitalistico procede smantellando lo stato sociale e tenta contemporaneamente di ristabilire la propria supremazia internazionale attraverso il ricorso a guerre neocoloniali. L’ideologia dominante punta a giustificare lo smantellamento dello stato sociale come necessaria conseguenza della crisi economica, in realtà, mostra Losurdo, ciò che avviene ai nostri giorni è il frutto di «una lotta di classe che abbraccia oltre due secoli di storia» (p. 22). Ad esempio, alla fine della seconda guerra mondiale, Hayek sottolineava come il welfare state inglese costituisse una minaccia per le caratteristiche fondamentali della civiltà occidentale, mentre negli anni ‘70 definiva i “diritti sociali ed economici”, sanciti dall’Onu, frutto dell’influenza rovinosa della rivoluzione bolscevica. L’attacco a questi diritti non si origina quindi in riferimento alla crisi economica.
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Riflessioni e osservazioni sulla stagione che viviamo
Bruno Montanari
Parlerò “fuori dai denti” e anche con espressioni “fuori dai denti”.
La situazione internazionale sta avendo una accelerazione estremamente pericolosa.
1. La questione turca
In questa si tocca con mano la pochezza del ceto governante europeo, che ora si straccia le vesti per la “vendetta” di Erdogan e lo minaccia di chiudere definitivamente le sue aspirazioni europeistiche. Non ha capito forse che “quello”, di queste minacce, “se ne sta fottendo”? Per anni i governanti europei hanno civettato con lui, fino a dargli in mano l’arma di ricatto del fenomeno migratorio, con quella stessa miopia che i medesimi governi ebbero negli anni ‘30 con Hitler. E Erdogan ha aspirazioni “imperiali” da sultano ottomano. La sua possibile intesa con Putin, altro aspirante “imperatore” (ex sovietico), chiuderà l’Europa in una morsa tra Mediterraneo a Sud-Est e Russia a Nord-Est. Se questa è una prospettiva estremamente possibile, Erdogan diventa una spina nel fianco della NATO e può ricattare chi vuole e sicuramente rimanere insensibile ai “richiami” dell’Europa.
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Terroristi e Pokemon, stessi mandanti e stessi corifei ("il manifesto" & Co.)
di Fulvio Grimaldi
Virtuali per non morire….liberi.
Le creature virtuali sono perfette, non inciampano, non prendono cantonate, non si distraggono. Quelle in carne e ossa no, toppano, spesso alla grande. Si salvano solo perché c’è un coro assordante che ne copre le manchevolezze. Coloro che mandano la gente a caccia di Pokemon, in parallelo evidente, per quanto inconsapevole, ma certo gratificante, con i cacciatori di teste dell’Isis, maneggiano materia cerebrale già collaudata da anni di ciberpratiche sui cellulari e sui videogiochi. Il rapporto tra l’essere virtuale sullo schermo e l’essere apparentemente ancora reale che manovra l’apparecchio, è disciplinato da regole e meccanismi che non prevedono sbavature, errori, uscite dallo schemi. Salvo che, come va capitando, il demente incaponito su un Pokemon all’incrocio tra Corso e Via Garibaldi non si faccia radere al suolo dal tram.
Non così quando cacciati e cacciatori appartengono tutti ancora alla specie degli uomini. Che a cacciare siano i cosiddetti terroristi jihadisti (e basta il clic di Rita Katz per rivendicare all’esercito del califfo chi ha picchiato la suocera, o incendiato il bosco, in tal modo includendo nelle di luii armate l’universo mondo di matti e delinquenti), o i cacciatori di terroristi cosiddetti jihadisti, il rischio di accidenti, imprevisti, dimenticanze, trascuratezze, è onnipresente e immancabilmente si verifica.
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Modifiche costituzionali e forma di governo*
di Gianni Ferrara
<<Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue.>>
1. Qualche premessa. La prima. La revisione della Costituzione è prevista e regolata dalle norme contenute nella sezione II del titolo VI del suo testo. Le parole che denominano il titolo sono: “Garanzie costituzionali”. Il significato di tale collocazione è di una evidenza solare. La Costituzione intende tutelare se stessa anche quando consente che la si modifichi. Non è un paradosso, è un permettere ed insieme un precludere, permettere innovazioni, impedire deformazioni.
2. È il tributo che, dopo aver acquisito quel che poteva offrirle la storia dalla quale è nata, la Costituzione paga alla storia che verrà. A quella che vivranno le generazioni future, cui la Costituzione italiana non nega affatto il diritto a darsi una loro Costituzione, ma le esorta a meditare sul grado di civilizzazione politica e giuridica già raggiunto con la Costituzione che ereditano e sulle ragioni storiche di ciascuna di quelle conquiste, di ciascuna di quelle istituzioni che ne sono scaturite, di ciascuna delle norme che furono dettate. Esorta a meditare anche, e forse soprattutto, sulle cause delle inadeguatezze, delle storture, delle carenze, delle contraddizioni degli ordinamenti statali precedenti o le regressioni che il costituzionalismo ha subito e subisce per il mai sradicato e implacabile suo opposto dialettico, l’accentramento del potere, qualunque ne sia forma, qualunque il nome che assume. Ovviamente, la normativa sulla revisione costituzionale, con le disposizioni che contiene l’articolo 138 della Costituzione, ha il suo destinatario ordinario, che si pone così come precostituito, legittimo,“naturale”.
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Il Golpe Labour: prove generali di anti-democrazia
di Leni Remedios
Pochi in Italia sanno che nel cuore dell'Impero occidentale, alfiere dei principi democratici, è in corso un altro silenzioso colpo di Stato
BIRMINGHAM (Regno Unito) - Mentre in Turchia si consuma un golpe fallito (seguito da un contro-golpe fin troppo riuscito), pochi in Italia sanno che nel cuore dell'Impero occidentale, alfiere dei principi democratici, è in corso un altro silenzioso colpo di Stato, che assomiglia moltissimo a delle prove generali di anti-democrazia. Un esercizio di anarchia del potere, per usare le parole di Pier Paolo Pasolini. Un esercizio che, se funziona, potrebbe creare un precedente e venire esportato altrove. Stiamo parlando della turbolenza in seno al partito laburista britannico.
Se pensate che il partito sia in ragionevole tumulto perchè un suo leader precedente - Tony Blair - è sotto la pesante accusa di crimini di guerra, dopo la pubblicazione del Chilcot Report, vi sbagliate di grosso. I parlamentari pro-Blair sono troppo impegnati ad oscurare questa brutta faccenda puntando i fari sull'«ineleggibile» socialista Jeremy Corbyn.
In un'epoca in cui tutti i protagonisti della campagna referendaria, uno alla volta, si sono dati in vergognosa ritirata (David Cameron, Boris Johnson - poi riciclato come ministro degli Esteri- Nigel Farage, Andrea Leadsome), l'unico che vuole restare al suo posto in un momento così difficile per il paese è proprio lui, Corbyn, nonostante l'intero establishment politico-mediatico lo voglia cacciare via. Perché tutto questo accanimento?
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Da Nizza alla Turchia. Fatti che attendono parole
di Piotr
'Incanalano' piani pensati in autonomia da altri'? Chiudono strade, ne aprono altre, come a dirigere il traffico. Chi dirige il traffico non conduce le auto
Essendo ogni atto di terrorismo, per definizione, una "operazione segreta", dopo una strage come quella di Nizza si può solamente navigare da un'ipotesi all'altra.
Noi Italiani dovremmo saperlo bene. Nel nostro paese fra la strage del 1969 di Piazza Fontana a Milano e quella alla stazione di Bologna del 1980 abbiamo avuto un decennio abbondante di attentati, che misteriosi rimangono sotto molteplici aspetti anche dopo decine d'anni d'inchieste, controinchieste, rivelazioni e processi.
All'epoca la strage di Piazza Fontana fu "svelata" grazie al Movimento Studentesco milanese e poi a Lotta Continua. Il Movimento intuì subito che era una "strage di Stato". Intuizione giustissima anche se capimmo solo una parte delle sue implicazioni.
Qualcuno recentemente per arginare democraticamente il terrorismo ha proposto di riappropriarsi della cultura politica di Longo e Berlinguer. Non voglio intervenire più di tanto in questo dibattito, ma devo ricordare che il termine "strage di Stato" fu sempre considerato una sorta di bestemmia dal PCI. L'avvocato Alberto Malagugini, deputato comunista e difensore di Pietro Valpreda, la "belva umana", l'anarchico che fu subito indicato da Polizia e mass media come l'autore della strage, ragionando sui documenti processuali scrisse nell'aprile 1976 un articolo su "Rinascita", la prestigiosa rivista del PCI, intitolato proprio "Dunque la strage era di Stato". Non lo avesse mai fatto.
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Il fondamentale libro di Andrew Spannaus su Donald Trump
di Davide Rossi
l giornalista e politologo Andrew Spannaus apre il suo interessantissimo e approfondito libro “Perché vince Trump”, edito da Mimesis, con un’affermazione forte, ricordando ai lettori di lingua italiana che, al di là delle sparate razziste e xenofobe, le sole lasciate emergere dal sistema mediatico, tutto prono ai poteri forti che sospingono la Clinton, Donald Trump “si è posizionato a sinistra non solo del proprio partito, ma anche di Hillary Clinton”. Il mostro bicefalo democratico-repubblicano, come non solo io lo definisco, da anni esprime candidati che al di là delle differenze di facciata promuovono tutti “meno welfare, più finanza e più guerra”, come spiega Spannaus. Tuttavia questa volta la rivolta dei cittadini e degli elettori a stelle e strisce è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro subalterni. In campo democratico la rivolta è quasi riuscita a imporre Sanders, in quello repubblicano invece Trump ha scardinato ogni possibilità di vittoria del vecchio apparato del partito.
Trump è “contro il TPP, l’accordo di libero scambio con le nazioni che si affacciano sul Pacifico, paragonato agli accordi del passato che hanno già tolto lavoro produttivo agli americani” e in egual maniera, come tutta la sinistra radicale europea, è contro il TTIP, il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, ancora in discussione, ma invocato dalla Clinton e da tutto l’establishment. Proprio contro l’establishment lotta Trump, perché gli apparati dei due maggiori partiti pensano ai loro interessi e a quelli dei poteri forti con i quali sono conniventi e “non a quelli della maggioranza della popolazione”, tanto che “la differenza tra i democratici e i repubblicani è meno rilevante di quella tra il sistema di potere centralizzato e la popolazione in generale”.
Vale la pena leggere un lungo brano, potentemente esplicativo, di Spannaus:
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Dal BDS alla CGT: cronaca della criminalizzazione attraverso la politica della paura
di Saïd Bouamama
La campagna politica di criminalizzazione della CGT [Confédération générale du travail, il principale sindacato francese, n.d.t.] e il tentativo di interdire una manifestazione sindacale sono fatti caratteristici di questo periodo. Il principale sindacato operaio di Francia viene accusato esplicitamente da un prefetto, e implicitamente da un ministro, di complicità quantomeno passiva con i cosiddetti «casseurs». La logica qui all’opera non è nuova. È stata largamente utilizzata in passato e nel presente contro i militanti e le organizzazioni impegnati nel sostegno alla lotta del popolo palestinese, nonché contro quelli provenienti dall’immigrazione. In entrambi i casi si tratta di produrre, dal punto di vista politico e mediatico, un «nemico pubblico» al fine di autorizzare l’assunzione di misure eccezionali a lungo termine, il tutto col pretesto di proteggere la società e i suoi «valori repubblicani»
Dal nemico di civiltà…
I sistemi di dominazione hanno un bisogno consustanziale di suscitare la paura e mettere in scena un qualche pericolo. Il non potersi presentare per ciò che sono li costringe a legittimarsi tramite una simile minaccia artefatta, dalla quale affermano di preservarci.
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