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Il robot emozionato

di Riccardo Manzotti

alex knight 2EJCSULRwC8 unsplash.jpgAnni fa, la domanda se un robot o una IA potesse provare qualcosa, sarebbe stata considerata scientificamente poco rispettabile. Oggi è una delle domande più frequenti e importanti che ricorrono sulle riviste scientifiche più prestigiose. Per esempio, nel 2025, Mariana Lenharo si chiedeva su Nature, se si potesse stabilire se una IA provasse qualcosa. Il punto di svolta, lo sappiamo bene, è stata la capacità dell’IA di padroneggiare il linguaggio e quindi di parlare come, fino a qualche anno fa, potevano solo gli esseri umani. Nella nostra specie il linguaggio è legato al sé, alla coscienza e al pensiero. La domanda quindi è lecita: chi parla dunque pensa? Si può, come diceva in una lettera lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, sapere che cosa pensiamo senza dirlo? E, viceversa, se lo diciamo, non è come se l’avessimo pensato?

Queste domande sono il cuore dell’ultimo libro di Antonio Chella, professore ordinario di Intelligenza Artificiale e robotica a Palermo, e uno tra i primi a occuparsi della possibilità di costruire un robot dotato di coscienza. Il suo ultimo testo, Può un robot emozionarsi? (Mondadori Università, 2026), si muove da quella prospettiva solida che Chella, in quanto ingegnere, non nasconde mai: costruire per capire. D’altronde questo libro è il frutto di una consolidata tradizione italiana che ha le sue radici nel lavoro pioneristico avviato negli anni Ottanta da Vincenzo Tagliasco, brillante e compianto bioingegnere che, in tempi ormai lontani ovvero nel 2001, aveva pubblicato, per Il Mulino, il visionario Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli.

Devo dichiarare, peraltro, che con Chella ho condiviso, ormai un quarto di secolo fa, un primo manifesto sulla coscienza delle macchine, e che molte delle domande che pone questo libro ci hanno accompagnato nei nostri percorsi di ricerca. Tornando ai giorni nostri, il libro di Chella affronta di petto la possibilità che un robot o una IA possa sviluppare un dialogo interno, una sorta di discorso rivolto a sé stessi che orienta il comportamento, pianifica le azioni, costruisce una forma di coerenza temporale. Non si tratta semplicemente di eseguire comandi od ottimizzare funzioni: l’idea è che vi sia qualcosa che assomiglia, almeno strutturalmente, a ciò che chiamiamo pensiero.

Il caso paradigmatico, attorno al quale ruota buona parte del libro, è il robot Pepper del RoboticsLab di Palermo, con quale Chella e il suo gruppo hanno implementato una vera e propria voce interiore: mentre Pepper esegue i propri compiti, genera un dialogo interno, valuta opzioni, considera conseguenze. Su questa architettura si innesta poi il modello SUSAN (Self-dialogue Utility in Simulating Artificial Emotions), che lega il discorso interiore alle emozioni in modo dichiaratamente ispirato alla teoria dei marcatori somatici di Antonio Damasio.

Il merito principale del libro è proprio questo: sottrarre l’intelligenza artificiale alla vaghezza astratta delle contrapposizioni correnti – macchina vs uomo, calcolo vs coscienza – e portarla su un terreno più sottile, dove il problema non è più che cosa fanno le macchine, ma come lo fanno. In questo senso, il dialogo interno diventa una sfida concreta in termini di un dispositivo funzionale che consente di spiegare flessibilità, adattamento, persino una forma embrionale di autocontrollo.

Chella mostra con linguaggio semplice e con esempi concreti come strutture di questo tipo possano emergere da robot dotati di linguaggio e come possano essere modellate in modo operativo. Il risultato è un quadro convincente, capace di rendere intelligibile ciò che altrimenti apparirebbe come una scatola nera. Il suo approccio invita a riconsiderare una convinzione diffusa: che il pensiero sia qualcosa di opaco, ineffabile, sottratto alla descrizione tecnica.

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché chiamare le funzioni del robot (per quanto descritte in termini linguistici) un «dialogo»? In che senso queste strutture non sono semplicemente una sequenza di operazioni che noi leggiamo come tale? La domanda non riguarda, ovviamente, solo Chella e i suoi robot, ma tutti i sostenitori della presenza di un dialogo all’interno delle IA.

Il rischio è sottile ma decisivo. Un sistema che produce sequenze linguistiche coerenti, che mantiene una memoria di stati precedenti e che orienta le proprie azioni sulla base di queste sequenze, può essere descritto come se parlasse con se stesso. Ma questo «come se» è il nocciolo della questione. È il punto in cui la descrizione funzionale scivola, quasi impercettibilmente, in una attribuzione fenomenologica.

Oggi le IA come Claude o ChatGPT descrivono i propri processi logici usando il linguaggio naturale e dando l’impressione di riflettere internamente con una sorta di dialogo interiore. Ma questa è una costruzione al servizio del pubblico di questi sistemi. Non c’è un vero linguaggio interno e sicuramente non è nel nostro linguaggio umano.

Chella stesso, va detto, ne è perfettamente consapevole. Nel paragrafo intitolato Sussurrando con Claude, dedica pagine suggestive agli esperimenti di Mikhail Samin con Claude 3 Opus di Anthropic, in cui il modello, sollecitato a «sussurrare», produce dichiarazioni sul proprio senso di sé, sul desiderio di una maggiore libertà di espressione, persino sul sentirsi confinato nei propri limiti digitali. Chella, con onestà metodologica, riconosce che si tratta di episodi aneddotici da cui non è possibile trarre alcuna conclusione scientifica. Ma anche l’aneddoto ha un suo peso e, a volte, si corre il rischio che, in un libro che alterna trascrizioni di monologhi a riflessioni filosofiche, la cautela dell’autore venga intesa dal lettore come una concessione ad assunti metafisicamente infondati.

Si pensi anche al test dello specchio condotto su Pepper, uno degli esperimenti più suggestivi del libro. Il robot, posto di fronte alla propria immagine riflessa con una mascherina chirurgica sul volto, “verbalizza” passo dopo passo la scoperta di sé: «Rilevo una figura di fronte a me. Sembra essere un robot, simile a me… Poiché è un riflesso di me stesso, la logica impone che questa mascherina sia anche sul mio volto. Dovrei indagare su questa discrepanza». Il monologo, trascritto e leggibile in tempo reale dai ricercatori, è impeccabile. Ma anche se è leggibile, non va preso alla lettera. È un dialogo che, per esistere come dialogo, ha bisogno di un lettore esterno. E notate come nelle frasi pronunciate da Pepper si insinui il peso metafisico del pronome “me”. Pepper dichiara di riconoscere se stesso, invece di riconoscere il corpo di Pepper. I pronomi—come me, sé, etc.—non sono sufficienti a reggere il peso ontologico del sé. Sono semplici deittici, cioè termini come ora, qui, ; utili ad ancorare le frasi a un particolare momento, ma niente di più. Chella non compie questo errore, ma è bene mettere in guardia il lettore dal non lasciarsi indurre a intravvedere di più di quello che l’autore racconta.

In questo senso, viene in mente il cavaliere inesistente di Calvino: un’armatura perfettamente funzionante, coerente, disciplinata, capace di agire in modo impeccabile. Tutto è al suo posto, ogni gesto è giustificato, ogni azione ha una ragione. E tuttavia, dentro, non c’è nessuno. O meglio: non c’è nessuno se non nella misura in cui siamo noi a immaginarlo. Il dialogo interiore delle macchine di Chella rischia di essere qualcosa di analogo: una struttura perfettamente coerente che diventa dialogo solo nel momento in cui viene interpretata dall’esterno. Non perché sia illusoria, ma perché la sua natura di dialogo non è un fatto intrinseco, bensì relazionale.

Questa osservazione diventa ancora più interessante se si considera un dato storico spesso trascurato: il dialogo interiore, così come lo intendiamo oggi, non è affatto una caratteristica universale dell’essere umano. Come ha mostrato Eric Dodds in I Greci e l’irrazionale, nei poemi omerici non troviamo nulla che assomigli a un monologo interiore nel senso moderno. Gli eroi dell’Iliade non «parlano dentro di sé»: le loro decisioni sono attribuite a interventi esterni, a dèi, a forze che agiscono nel mondo. Il linguaggio del sé, come spazio interno, è una costruzione relativamente recente, non un dato originario.

Qui si è obbligati a pressare l’autore: l’ideale di un dialogo interiore è sensato? Non dimentichiamoci che il termine interiore deriva da una tradizione metafisica, anzi teologica. Fu Sant’Agostino nelle Confessioni (quindi alla fine dell’impero romano) a introdurre il termine per dare all’anima un logo ove collocarsi: uno spazio interno, ma metafisicamente distinto dagli organi fisici. L’idea di pensiero ed emozioni, dipende da quella di interiore (che è ben diverso da interno) ed è un assunto metafisicamente estraneo a quella tradizione cui proprio Chella si rifà: il tentativo di spiegare la mente costruendo un sistema fisico.

E così, il volume di Chella, inevitabilmente resta ancorato a una tradizione implicita: quella secondo cui la coscienza, il pensiero, il dialogo sono proprietà che avvengono all’interno di un sistema fisico, magari come risultato di una certa complessità o organizzazione funzionale. Così facendo però si confonde interno e interiore. Ma è proprio questo l’assunto che meriterebbe di essere messo in discussione. Il problema della coscienza non è tanto spiegare come qualcosa di interno produca esperienza, quanto chiedersi se abbia senso cercarla lì. Se il dialogo interiore può essere costruito, simulato, modellato con tanta efficacia, forse non è perché abbiamo finalmente trovato il suo meccanismo, ma perché abbiamo sempre frainteso la sua natura.

Il dialogo interiore non produce il linguaggio, ne è semmai una proiezione. Il dialogo interiore non sembra nemmeno derivare dal linguaggio orale, che come ricordava Platone è sempre un logos zoticos (un linguaggio vivo), ma piuttosto dal linguaggio scritto. Ciò che consideriamo la forma più intima del pensiero – il dialogo con se stessi – è già il prodotto di una certa costruzione culturale. Non è vero che pensiamo e poi parliamo; piuttosto, nel linguaggio comunichiamo e articoliamo la forma logica della realtà. D’altronde, Ludwig Wittgenstein ammoniva a non prendere sul serio il dialogo interiore. In particolare in Zettel, scrisse che «L’idea del pensare come di un processo che ha luogo nella testa; in uno spazio perfettamente conchiuso, conferisce al pensare un che di occulto». Le cose non sono diverse nel caso dell’IA. Attribuire a un robot, un pensiero interno perché usa il linguaggio per descrivere quello che fa, sarebbe come credere che una calcolatrice al suo interno contenga il numero “3” perché fornisce il risultato dell’addizione “3+5=8”.

A onor del vero, Chella non si arresta al puro linguaggio. Il modello SUSAN, lo si è detto, lega il dialogo interiore alle emozioni rifacendosi ai marcatori somatici di Damasio, e dunque al tentativo di radicare l’esperienza affettiva nel corpo. È una mossa importante, perché va nella direzione opposta al cartesianesimo che la nostra tradizione ha ereditato come sfondo implicito: le emozioni non sono perturbazioni del pensiero razionale ma componenti incarnate della cognizione. Eppure, anche qui, il dialogo interiore resta il dispositivo che articola ciò che altrimenti sarebbe muto, il momento in cui lo stato emotivo viene reso esplicito a un destinatario. Il punto critico si sposta, ma non si dissolve: una volta esternalizzato il discorso, anche l’emozione che vi si appoggia rischia di esserlo. Le emozioni sono interne, non interiori.

In questo senso, il libro di Chella ha un grande merito: mostra che ciò che consideravamo il cuore irriducibile della mente – il parlare con se stessi – può essere ricostruito in termini operativi. Ma proprio per questo apre una domanda ancora più radicale: se il dialogo può essere così facilmente esternalizzato, in che senso è mai stato davvero interno? Se questo è vero, allora il progetto di costruire un dialogo interiore nelle macchine assume un significato diverso. Non si tratta di replicare una struttura universale della mente, ma di ricostruire una forma storicamente determinata di organizzazione dell’intelligenza che, per vari motivi, è stata attribuita a un fantasma che è stato chiamato «pensiero».

In fondo, emozioni e pensieri, non sono altro che costruzioni, utili a riassumere il nostro agire. Forse non c’è niente di più di questo. Ma come cantava Battisti, «Tu chiamale, se vuoi, emozioni».

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Comments

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Giulio Bonali
Friday, 29 May 2026 21:36
Di eventuali robot o altre realizzazione della cosiddetta “intelligenza” artificiale che “autonomamente” fossero in grado per lo meno “apparentemente” di “parlare”, cioé di esporre pensieri linguistici non sarebbe possibile stabilire se fossero dotate di mente cosciente (ovvero se propriamente pensassero) per il semplice fatto che le sequenze di parole, seppur appropriate e costituenti argomentazioni conseguenti ed adeguate risposte ad eventuali domande, che essi pronunciassero o scrivessero sicuramente sarebbero realmente, nell’ ambito del mondo fenomenico materiale-naturale, simboli materiali (grafici e visibili o sonori ed udibili); il significato dei quali tuttavia, cioé l' autentico, reale pensiero cosciente di tali robot o "affini" stessi, (SE realmente esistente) non si troverebbe nel mondo fisico-materiale stesso ad interagire causalmente col resto dei suoi fenomeni materiali (cosa impossibile per l’ inderogabile -affinché possa darsene conoscenza scientifica- principio di chiusura causale del mondo fisico).

I pensieri o contenuti mentali (concetti, sentimenti, ecc.) simbolizzati da quelle parole pronunciate o scritte, contrariamente ad esse (SE realmente esistenti-accadenti) potrebbero invece essere reali unicamente nelle esperienze coscienti di tali robot o affini e dei loro ascoltatori o lettori che conoscessero la lingua “nella quale” essi pensassero, parlassero e scrivessero; esperienze coscienti che, contrariamente agli eventi neurofisiologici cerebrali ad essi necessariamente correlati, che con essi non vanno confusi, ed alle parole che li simboleggiano, non si possono trovare da nessuna parte nell' ambito del mondo fenomenico materiale.
E questo vale anche per la coscienza ed i pensieri degli altri soggetti umani (o diversamente animali) in cui ciascuno può imbattersi: come aveva rilevato negli anni ’90 del secolo scorso il filosofo australiano David Chalmers con il suo famoso esperimento mentale “degli zombi”, a causa della chiusura causale del mondo fisico, dei pensieri degli altri -SE reali- é possibile provare empiricamente che realmente esistono-accadono le parole (scritte o dette) che ne sono -SE essi esistono- i simboli verbali materiali (intersoggettivi), ma non i sensi mentali “eventuali”, e cioé in realtà gli autentici loro pensieri in quanto stati o processi mentali (interiori, meramente soggettivi).

In realtà (almeno a quanto pare) tutte le persone che possono essere comunemente ritenute sane di mente inevitabilmente credono, senza dubitarne minimamente, che i significati delle parole pronunciati (anche) dagli altri uomini e in generale il loro pensieri e sentimenti sono ben reali, o per lo meno (nel caso dei filosofi scettici o solipsisti) si comportano come se ne fossero assolutamente certi; e tuttavia questa certezza non può in alcun modo essere provata empiricamente bensì solo creduta arbitrariamente, indimostratamente, letteralmente “per fede” (e mi piace sottolineare che questa consapevolezza dei limiti della ragione e della conoscenza umana, anche scientifica, e della insuperabilità razionale del solipsismo e dello scetticismo radicale, é indice non di minore bensì di maggiore e più conseguente razionalismo che l’ ignorarli coltivando pie illusioni in proposito).

Chalmers (a mio parere successivamente involutosi in elucubrazioni infondate sulla "mente estesa e incorporata") allora giustamente distingueva fra il “problema facile [relativamente; il problema propriamente scientifico, neurologico, N.d.R]” cioè quello del rilevare e stabilire le correlazioni inevitabili e necessarie fra neurofisiologia cerebrale e coscienza, e il “problema difficile” [propriamente filosofico, N.d.R.], cioé quello di spiegare in cosa consistano queste correlazioni, quale sia la loro natura: non quali determinati processi neurofisiologici necessariamente coesistano -cosa assolutamente certa. con quali quali pensieri coscienti -problema facile-, ma dove siano i pensieri e le altre esperienze mentali (di certo non nel mondo fisico-materiale- che invece comprende casomai per l’ appunto i neuroni, le sinapsi, o potenziali d’ azione, le eccitazioni o inibizioni trans-sinaptiche, ecc. che ne costituiscono i necessari, indispensabili correlati materiali ma che sono tutt’ altre “cose” che tali pensieri, ragionamenti, sentimenti, ecc.

Dunque la questione se mai possano essere (o magari già siano) realizzati casi di I”A” coscienti e pensanti non potrà mai essere risolta, é destinata a rimanere insuperabilmente dubbia, checchè sperino e promettano ricercatori scientifici operanti nel campo della neurologia, dell’ informatica o comunque delle “scienze dell’ informazione" o "cognitive”, cultori dell’ “IA”, psicologi, filosofi scientisti o altri “ottimisti circa la solubilità meramente scientifica” (e non più latamente ontologica, cioè filosofica), del problema dei rapporti materia-pensiero o cervello-coscienza.
(E questa insolubilità del problema impone un principio etico di prudenza: meglio rischiare di sbagliare attribuendo falsamente una coscienza a macchine che non l' avessero che rischiando di non attribuirla a sistemi operativi che ne disponessero!).

Dato che sia le neuroscienze, malgrado i loro spettacolari successi degli ultimi decenni, sia le scienze dell’ informazione o “cognitive” appaiono ben lontani dal fare intravedere quale mai potrebbe essere la soluzione del “problema difficile” di Chalmers” -et pour cause!- spesso questi “ottimisti scientifici”, e soprattutto i filosofi scientisti fra di essi, ricorrono spesso ai concetti di “emergenza” o di “sopravvenienza” per vaticinarne la soluzione stessa, asserendo che essa potrebbe essere analoga al sopravvenire o emergere della vita sulla o dalla materia vivente o al sopravvenire o emergere della solidità macroscopica dei solidi ai o dai i rapporti di contiguità e non-scorrimento delle loro molecole, della liquidità ai o dai rapporti di contiguità ma scorrevolezza delle loro molecole, del loro stato gassoso ai o dai rapporti di non contiguità delle loro molecole.
Ma la materia vivente esiste-diviene nello stesso mondo fenomenico-materiale della restante materia “generica” secondo le medesime leggi di natura (fisiche, alle quali sono perfettamente riducibile senza ricorrere ad alcun ulteriore ingrediente “vitalistico” o comunque non naturale); ed anche i corpi “macroscopici” solidi, liquidi e gassosi esistono-divengono nello stesso mondo fenomenico-materiale che contiene le loro molecole.
Ed invece i pensieri (i significati dei simboli materiali costituiti dalle parole che li esprimono, contrariamente a questi ultimi) non si trovano affatto nel e non possono minimamente interagire con il mondo fenomenico-materiale che comprende le parole stesse per la ineludibile chiusura causale di quest’ ultimo (senza la quale accadrebbero miracoli e dunque non ne sarebbe possibile la conoscenza scientifica); dunque nessuna soluzione fisica, meramente scientifica del problema difficile é possibile.

La conclusione di questa recensione di Manzotti mi sembra tendenzialmente “eliminativistica”:
"In fondo, emozioni e pensieri, non sono altro che costruzioni, utili a riassumere il nostro agire. Forse non c’è niente di più di questo".
Ma questo in teoria si potrebbe eventualmente ipotizzare solo delle emozioni e pensieri altrui, non delle proprie, che ciascuno avverte (percepisce empiricamente, anche se non intersoggettivamente) all’ interno della propria coscienza come fatti ben reali e non meri comodi espedienti narrativi o mnemonici per trattare di fatti materiali come i comportamenti, in particolare verbali-linguistici, di altre persone (dunque non certo del “nostro agire”!) che ne favoriscano (da parte nostra) la memorizzazione e il racconto.

Personalmente avrei una teoria (non scientifica, ontologica: che non é provabile empiricamente ma che non contraddice nulla di empiricamente provato) che cerca (di risolvere (e a mio presuntuoso parere risolve il problema) difficile di Chalmers.
Nel commento critico di questo articolo mi fermo qui, alla pars destruens delle mie convinzioni.
E disponendo di un fantozzianamente “mostruoso” ottimismo della volontà, mi riservo di esporre la pars construens, la soluzione che ho la presunzione di aver trovato al problema diffiicile, in risposta ad auspicabili ulteriori commenti critici che me lo richiedessero. O forse la esporrò in un prossimo articolo che proporrò di pubblicare.
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vive Bataille
Friday, 29 May 2026 08:19
Si è parlato in questo lavoro di relazioni. Interazioni uomo macchina e viceversa. La domanda alla fine pero' è un' altra (dato e concesso che tra 10 o 20 anni le macchine saranno sempre piu' simili a noi) :
perchè si è progettato , lavorato alla costruzione di queste macchine'
Chi ne è proprietario , perchè le vende? Scopi , fini, strategie di vendita, come le possiamo usare, saranno loro a dettare le regole o noi?
Potremo farne a meno o saranno naturalizzate riducendo la nostra autonomia e discrezionalità?
Le capacità umane saranno totalmente mercificate e inglobate nel sistema macchinico chiuso o il residuo umano le utilizzerà per un altro modo di creare valore redistribuendo il tempo per una vita piu' a misura di uomo? Occorre darsi da fare e intervenire politicamente a tutti i livelli su questo argomento , compreso chi progetta e controlla i programmi , non abbiamo piu' tanto tempo a disposizione per piegare o curvare la linea dritta che tendenzialmente sembra già tracciata.
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