La scatola nera: contro l'intelligenza artificiale
di Moreno Pasquinelli
«Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male;
De l’altre no, chè non son paurose»
Dante Alighieri, Inferno, II, 88-90
«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia»
Arthur C. Clarke [1]
«Anche l’ultima nata tra le macchine, la cosiddetta IA, spacciata come un agente dai taumaturgici poteri, non è dunque intelligente poiché non pensa; poiché non ha coscienza né tantomeno autocoscienza; poiché vede ma non sa quel che vede; poiché parla e scrive ma non comprende il significato di quel che dice e scrive; poiché agisce ma non ne ha consapevolezza; ha capacità di calcolo superiori alla mente umana ma non possiede ragione. L’intelligenza artificiale è insomma una sofisticata macchina calcolante, un micidiale pappagallo stocastico».
Neutralità della tecnica?
L’idea che va per la maggiore è che la Tecnica e/o i dispositivi tecnologici non siano, per loro natura, né buoni né cattivi; buono o cattivo, si sostiene, sarebbe solo l’uso che ne viene fatto. Gli accoliti di questa concezione neutralista, nonché affetti da progressistico fervore, sono anzitutto gli scriba dell’apparato tecno-scientifico, i funzionari di quello politico, la gran parte dei capitalisti, infine cascami intellettuali del liberalismo e del vecchio “socialismo scientifico”, in posizione obliqua quelli cattolici— mentre scriviamo è stata annunciata l’Enciclica Magnifica Humanitas che tratta la questione della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (su cui avremo modo di tornare presto)
Non si tratta solo di un’idea ingenua ma di un’arma ideologica volta a giustificare, in un colpo solo, l’ineluttabilità del sistema capitalistico (non ci sarebbero state altre strade al futuro e/o diverse modalità di progresso), ed a legittimare la funzione esistenziale e dirigente della borghesia.
Una delle conseguenze dell’egemonia di questo fronte popolare del progresso è che i filosofi i quali hanno invece sostenuto che le tecnologie, incorporano i valori e le visioni del mondo dominanti nel loro tempo, sono squalificati dai tecno-entusiasti come frottole reazionarie.
A scanso di equivoci, nessuna tecnofobia è ammissibile. L’uomo, come sostennero tra gli altri da Karl Marx, Martin Heidegger e Arnold Gehlen [2] è un “essere tecnico”, inventa e costruisce strumenti per soddisfare le proprie necessità ed i propri bisogni, quindi vuole alleviare le fatiche; e più questi bisogni sono diversi e complessi, più elaborati saranno gli strumenti per soddisfarli. Sappiamo infatti con sicurezza di avere a che fare con degli esseri umani anche dalle tracce tecnologiche che essi hanno lasciato lungo il loro accidentato percorso. Gehlen, sulla scia di Platone (vedi il mito di Prometeo nel dialogo Protagora), spiega il ricorso dell’uomo alla Tecnica per compensare la sua originaria “debolezza biologica”, vero! a patto di sottolineare l’altra faccia della medaglia: la sua superiorità ontologica rispetto al mondo naturale in quanto dotato di intelligenza, ragione, intenzionalità e coscienza; facoltà che appunto gli consentono di costruire artefatti, ovvero strumenti che non trova bell’e fatti nella natura.
La costruzione di nuovi strumenti e dispositivi tecnici, da forma a una diversa divisione del lavoro, determina inedite e articolate funzioni sociali, cambia consuetudini e forme di vita, incentiva pratiche sociali e ne esclude altre — marxianamente parlando a un dato sviluppo delle forze produttive corrisponde sempre un mutamento del modo di produzione e dei rapporti sociali di produzione. [3] Di più, grazie ai mutamenti della struttura sociale l’uomo plasma e indirizza la sua propria evoluzione antropologica, accresce le sue capacità cognitive e intellettive che finiscono ad arricchire il suo stesso patrimonio biologico. Il risultato è che l’essere umano non è solo un organismo biologico ma un essere sociale, storico, culturale e spirituale.
Di tutto possiamo quindi dire della Tecnica e delle tecnologie meno che sono neutrali, ciò è a maggiore ragione vero in una società divisa in classi, dove quella dominante non solo possiede i mezzi di produzione e il potere politico, ma orienta e piega ai suoi interessi, non fosse perché ci mette i quattrini, scienza e ricerca tecnoscientifica, quindi si riserva l’ultima parola riguardo a quale tecnologia attivare e quale disattivare.
Non capiremo quindi nulla del mondo, tanto meno di dove esso viene oggi condotto, se non ci sbarazziamo dell’idea puerile della neutralità della Tecnica.
La matrice cibernetica e i suoli critici
Per capire natura e funzione delle nuove tecnologie informatiche occorre risalire agli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, ai primi passi della cibernetica, di quella disciplina che si presentava come “nuova scienza”, addirittura come teoria unificata di meccanicismo e organicismo, di sistema nervoso e mente, di sociologia e psicologia (la chimera della Teoria del Tutto), disciplina che travalicava l’ambito della riflessione scientifica e che tanto fascino esercitò ed esercita ancora in ambiente scientifico e filosofico.
La concezione teorica alla base della cibernetica era quella del materialismo nella sua versione dura del fisicalismo riduzionista: tutto ciò che esiste è di natura materiale e ogni aspetto della realtà, inclusi i fenomeni mentali, culturali, spirituali e sociali, ubbidisce alle stesse leggi descritte dalla fisica — abbiamo avuto modo di spiegare che questa concezione che equipara organismi viventi a macchine, di origine prima cartesiana poi positivista e darwiniana, è la chiave di volta dell’ideologia del Transumanesimo.
Se ogni organismo biologico, compreso l’essere umano con sua la mente, è una macchina, se ne deve dedurre che possiamo comprendere come funziona utilizzando metodi e protocolli delle scienze naturali moderne. Al centro della cibernetica il paradigma della retroazione negativa (feedback), la capacità di previsione, autoregolazione e autocorrezione degli organismi man mano che ricevono segnali dall’oggetto che debbono raggiungere — un gatto per catturare il topo dovrà prevedere dove si troverà al momento del balzo. Di qui l’idea che macchine complesse, automi a retroazione negativa, avrebbero eguagliato le prestazioni di organismi biologici addirittura umani. Scrisse il capostipite della cibernetica Norbert Wiener:
«I molti automi dell’epoca presente sono collegati al mondo esterno sia per quanto riguarda la ricezione di impressioni, che per l’esecuzione di azioni. Essi contengono organi sensoriali, effettori, e l’equivalente di un sistema nervoso per il trasferimento dell’informazione dagli uni agli altri (…) Non è affatto miracoloso che possano essere trattati in un’unica teoria assieme con i meccanismi della fisiologia». [4]
Excursus
Va sottolineato che le due correnti della psicologia che in quel periodo andavano per la maggiore erano il il behaviorismo (comportamentismo) —per il quale, posto che la mente umana, al pari dell’anima, dello spirito e delle emozioni, sarebbe un enigma avvolto nella nebbia, un noumeno insondabile, oggetto esclusivo di studio scientificamente accettabile sarebbe il comportamento fenomenico empiricamente osservabile e misurabile; ed il cognitivismo — per il quale la mente umana (di cui i processi come memoria, attenzione, linguaggio e pensiero),sarebbe niente più che un elaboratore attivo di informazioni alla stessa maniera di un computer. Rami della medesima malapianta il funzionalismo e la Teoria Computazionale della Mente di Jerry Alan Fodor — secondo il quale l’atto di pensare equivarrebbe ad eseguire una serie di calcoli.
Contrariamente a quel che si pensa non fu Heidegger a guidare la critica alla cattiva filosofia dello scientismo fisicalista; Heidegger era a tal punto impigliato nella sua metafisica teologica che, pur denunciando la civiltà della Tecnica, non seppe comprendere il grande balzo della tecnoscienza — come argutamente scrisse Günther Anders: «in Heidegger c’erano solo martelli e seghe medioevali ma non motori elettrici». [5] Nonostante Hiroshima e Nagasaki, malgrado avesse segnalato il pericolo che l’uomo si stesse trasformando in un ingranaggio dell’apparato tecnico, perdendo la propria libertà interiore e spirituale Heidegger, giunto alla fatalistica concezione che la Tecnica sarebbe un “destino” per l’umanità, non solo respinse ogni idea di rivolta contro gli esiti distruttivi della civiltà della Tecnica, proponendo la fuga contemplativa, per la precisione l’abbandono (Gelassenheit).
Malgrado anche i francofortesi Max Horkheimer e Theodor Adorno abbiano condiviso la conclusione heideggeriana che non c’era più nulla da fare e niente da sperare, essi intuirono subito il grande balzo cibernetico della tecnoscienza, denunciando la drammaticità del momento storico:
«L’evoluzione della macchina si è già rovesciata in quella di meccanismo di dominio, e le tendenze Tecnica e sociale, strettamente connesse da sempre, convergono nella presa di possesso totale dell’uomo. (…) La maledizione del progresso incessante è l’incessante regressione. (…) La terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». [6]
In uno scritto risalente 1943 i tre pionieri della cibernetica Wiener, Bigelow e Rosenblueth, sostennero che posta la differenza tra un “comportamento non rivolto ad uno scopo” (o causale) e il “comportamento rivolto ad uno scopo” (teleologico), anche una macchina può agire teleologicamente in base ad uno scopo, e portavano ad esempio i siluri di allora che già erano dotati della ricerca automatica del bersaglio. [7]
Sarà il filosofo Hans Jonas, in una conferenza tenuta a New York nel 1953, a sferrare un attacco circostanziato ai teorici della cibernetica, alle sue specifiche basi epistemologiche e filosofiche. Respinta ogni equiparazione tra macchine e organismi biologici, tra macchine e sistemi storico-sociali, contestò ai cibernetici che l’idea di “servire ad uno scopo” non è la stessa cosa che “avere uno scopo”. Per Jonas solo un organismo vivente e senziente può darsi degli scopi, in quanto ha dei bisogni, è dotato di volontà, agisce intenzionalmente:
«La fitta della fame, la passione della caccia, il furore della lotta, l’angoscia del volo, il richiamo dell’amore — tutto ciò attribuisce agli oggetti il carattere di fine, positivo o negativo, rendendo un comportamento intenzionale, non semplicemente un insieme di dati trasmessi dagli organi ricettivi. (…) Il modello cibernetico riduce la natura animale a due termini: facoltà di sentire e di movimento, quando di fatto essa è costituita da una triade: percezione, facoltà di movimento e di emozione. (…) In base a quello che affermano i cibernetici, la società è una struttura comunicativa per la trasmissione, lo scambio e l’accumulo delle informazioni, e sono queste che di fatto la tengono insieme. Mai prima è stata proposta una nozione di società più vuota di questa». [8]
Quella di Jonas non era solo una radicale critica filosofica al pensiero cibernetico, ma pure al behaviorismo, squalificato dal filosofo come una psicologia senza psiche, ed alla biologia meccanicistica, bollata come indagine del processo organico senza la vita. Una critica che conserva oggigiorno una evidente attualità e pregnanza.
La lotta ideologica che oggi dobbiamo ingaggiare contro le concezioni ed i movimenti che fanno capo all’ideologia del postumanesimo e del Transumanesimo, non può che procedere, mutatis mutandis, sulle orme di chi, pur senza successo, combatté nel secolo scorso l’incombente delirio tecnoscientifico. La concezione del mondo e dell’uomo materialistico-riduzionista dei cibernetici sta come fondamento del paradigma transumanistico e di tutte le sue varianti: siccome l’essere umano sarebbe una mera macchina biologica, un insieme di dati manipolabili, ecco la promessa superomista che la vita e l’evoluzione debbano essere potenziate e riprogettate artificialmente, l’ibridazione uomo-macchina, la clonazione e, più oltre, l’alterazione genoma umano, — siamo già ben oltre all’uso di tecniche come CRISPR-Cas9 ed a modificazioni di porzioni specifiche di DNA. [9]
Jonas, dopo aver ribadito sulle orme dei francofortesi che la Tecnica è un’arma a doppio taglio, una “minaccia che può tramutarsi in maledizione”, comprese che si stava assistendo all’avvento del peculiare fenomeno della tecnoscienza:
«Il rapporto tra mezzi e scopi in questo caso non è univocamente lineare ma dialetticamente circolare. (…) nuove tecniche possono suggerire, produrre, persino imporre nuovi scopi cui nessuno prima aveva pensato, e questo semplicemente grazie all’offerta della loro realizzabilità. (…) Le apparecchiature sono quindi ciò che accomuna il regno della teoria e quello della pratica; ovvero la tecnologia compenetra la scienza tanto quanto la scienza la tecnologia. In breve, tra le due sussiste un reciproco rapporto di feedback che le tiene in movimento; ciascuna ha bisogno dell’altra e stimola l’altra, e allo stato attuale delle cose esse o possono soltanto vivere insieme oppure devono morire insieme». [10]
“Intelligenza artificiale": l'ultima ondata[11]
Vale ribadirlo: per quante siano state le tortuose tappe e gli “inverni” che hanno condotto all’ultima ondata di Intelligenza Artificiale cosiddetta “generativa”, essa è figlia della prima cibernetica, incorpora la stessa matrice ideologica meccanicista e riduzionista.
I primi modelli (dagli anni ’50 ai ’70) di “intelligenza artificiale” (IA) sono stati definiti simbolici e deterministici, visto che erano basati sull’uso di regole logiche deduttive per trarre conclusioni o risolvere problemi da dati archiviati. Questi primi modelli fornivano insomma risposte solo a due condizioni: che esistessero dati etichettati manualmente da esseri umani a patto di ricevere istruzioni logiche dirette e predefinite. Le prime intelligenze artificiali non generavano quindi nuove informazioni o, come dicono oggigiorno gli apologeti dell’intelligenza silicica, “risposte creative”; bensì selezionavano la risposta corretta tra quelle previste dagli sviluppatori ricorrendo al sistema logico “Se-Allora”: posto il “Se” causale per cui Sintomo = Fatica e Temperatura > 37.5, “Allora” avremo come effetto che la Diagnosi = Infezione.
Le grandi aspettative allora riposte nell’applicazione in questi modelli vennero deluse, i grandi investimenti profusi nelle aziende tecnologiche, non consegnarono ritorni di profitto veloci e apprezzabili, la stessa prima generazione robotica applicata nelle industrie si dimostrò fragile e poco affidabile e non realizzò gli attesi aumenti di produttività e di profitto. Si ebbero così i due “inverni dell’intelligenza artificiale”: 1974-1980 e fine anni ’80-anni’90.
Le cose cambieranno con l’inizio del XXI secolo grazie a quattro decisivi fattori: il prodigioso aumento della potenza e della velocità di calcolo e miniaturizzazione dei processori (GPU, Graphic Processing Unit), l’enorme aumento dei dati reso disponibile dall’esplosiva espansione di internet, la diffusione dei personal computer, l’interconnessione tramite internet dei processori sparsi per il pianeta.
Il capitalismo stava entrando nell’era dei data mining e dell’Internet of things. È per navigare nel mare magnum dei big data ovvero per sfruttare (nel senso strettamente capitalistico del termine) questa nuova miniera d’oro che, costruiti chip ancora più potenti, vengono progettati, a ondate in rapida successione, sofisticati algoritmi di cosiddetto “apprendimento automatico” (Machine Learning) e successivamente ad “apprendimento profondo” (Deep Learning) — le tecniche utilizzate da chatbot come ChatGPT di OpenAI, Gemini (Google), Claude (anthropic), e la cinese DeepSeek.
Per comprendere il salto in avanti compiuto in pochi anni dall’ingegneria informatica vediamo di capire la differenza tra macchine ad ”apprendimento automatico” e “apprendimento profondo”: mentre la prima richiede un forte intervento umano per essere allenata — un programmatore deve estrarre manualmente le caratteristiche chiave dai dati affinché l’algoritmo possa imparare a categorizzarli o fare previsioni; col Deep Learning la macchina “apprende”, fornendo risposte in modo autonomo utilizzando la cosiddetta “architettura a reti neurali artificiali”.
Pleonastico dire che gli apprendisti stregoni dell’IA ritengono di aver così riprodotto un’entità tecnologica del tutto simile alla mente umana, il suo avatar digitale. Anche solo attenendoci a parametri quantitativi questa equipollenza si dimostra una chimera: il cervello umano è formato da cento miliardi di neuroni e ognuno di essi si connette ad altri neuroni con diecimila sinapsi, per un totale di un milione di miliardi di sinapsi, dunque mille volte di più dei mille miliardi di parametri delle “reti neurali” artificiali.
Ciò che queste tecnologie consentono di fare è una pesca a strascico a reti fittissime nell’universo digitale, dove cioè il mondo reale e i suoi fenomeni sono a priori trasformati e transustanziati in bit e dati informatici. L’algoritmo, posta una richiesta (input) formalizzata con un comando testuale o visivo (prompt), andando a pesca per fatti suoi e senza alcun bisogno di intervento umano, consegna la risposta (output).
E qui ci imbattiamo in un aspetto essenziale foriero di profonde conseguenze: attraverso quali meccanismi di funzionamento, di perlustrazione e cattura, l’IA agisce nessuno lo sa, essi sono del tutto incomprensibili agli esseri umani ed ai suoi stessi demiurghi, che non riescono a spiegarsi come l’algoritmo giunga alla sua decisione. Per questo i modelli di Machine Learnig, soprattutto di Deep Learning, sono infatti definiti una “Black Box”, una scatola nera.
L’imperialismo digitale
Una cosa sappiamo con certezza, che l’efficacia dell’IA consiste nella capacità di stabilire correlazioni grezze tra enormi quantità di dati estratti dalla miniera del mondo reale (formattati e transustanziati in big data) e ciò facendo “apprende” e si addestra utilizzando miliardi di parametri.
Fermiamoci un attimo su questi due aspetti della potenza di calcolo e delle risorse per farla funzionare. Le cifre ci danno una plastica idea i quello che abbiamo chiamato “balzo di tigre verso il CyberCapitalismo”.
«Per addestrare Llama (la famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) sviluppata da Meta AI, sono stati necessari quindicimila miliardi di token (parole o parti di parole), considerando che un libro di medie dimensioni contenga cinquantamila token, ciò corrisponde a duecento milioni di libri. Considerando il numero di operazioni di calcolo richieste Llama è stato addestrato eseguendo trenta milioni di miliardi di operazioni elementari di calcolo. Immaginiamo un personal computer, per far funzionare Llama dovrebbe avere una memoria di mille Gbyte e il suo microprocessore, che potrebbe svolgere circa mille miliardi di operazioni al secondo, impiegherebbe non meno di un milione di anni per addestrare il modello. Meta ha fatto funzionare sedicimila GPU Nvidia H100 per cinquanta giorni. Il costo per infrastrutture necessarie per addestrare Llama, tenendo conto che una GPU H100 costa circa trentamila dollari, è stato di un miliardo di dollari. A questo si deve aggiungere il costo in energia. Una GPU H100 consuma 700W di picco, che può diventare 1 KW col sistema di raffreddamento: addestrare Llama ha richiesto milletrecento MWh di energia, al costo di circa un milione di dollari. Per far apprezzare ancora meglio il senso di questi valori — che ripetiamo sono da intendere solo come ordini di grandezza —ricordiamo che si riferiscono a un modello con 405 miliardi di parametri, mentre ad esempio si ipotizza che GPT-4 abbia 1.800 miliardi di parametri, cioè oltre quattro volte di più. E ricordiamo che nel settembre del 2024 xAI (l’azienda di Elon Musk) ha attivato Colossus, una GPU farm con centomila GPU H100». [12]
Non tratteremo in questa sede l’aspetto della cosiddetta “sostenibilità” ambientale ed energetica delle filiere dell’IA, la più grande e ingannevole delle fanfaluche.
Questa radiografia del settore trainante del CyberCapitalismo, il sistema che sta venendo alla luce cavalcando la Quarta Rivoluzione Industriale —della quale dicemmo che “per velocità e ampiezza supererà tutte e tre le precedenti” —, [13] vista in controluce, rivela la sua potente ossatura economica. Anche considerando soltanto i cinque colossi Big Tech USA (Nvidia, Alphabet/Google, Apple, Microsoft e Amazon) la loro capitalizzazione di mercato, misura della dimensione e del peso finanziario (20-21 trilioni di dollari), supera il Prodotto Interno dell’intera Unione Europea (18,5) — la sola capitalizzazione di Nvidia supera il PIL dell’intera Germania.
Tenendo conto delle aziende tecnologiche sparse nel mondo, cinesi in primis, possiamo farci un’idea della potenza di spinta dei settori che guidano la transizione al CyberCapitalismo — che non consiste solo in una nuova economia bensì in un vero e proprio cambio di civiltà.
Le conseguenze di queste tecnologie sono enormi e sistemiche, le loro applicazioni stanno infatti travolgendo interi campi sociali: industria, agricoltura, energia, trasporti, aerospazio, amministrazione, finanza, informazione, cultura, infine quello che si dimostra il campo più fertile di sperimentazione e applicazione dell’IA, quello della Tecnica militare e della guerra. Non ci riferiamo ai concetti di “guerra ibrida” e “asimmetrica” (a ben vedere ogni guerra lo è), ci riferiamo alla guerra cibernetica, diventata in pochi anni la principale modalità di combattimento. Lo dimostrano il conflitto tra Russia e NATO in Ucraina, dove i droni a guida automatica (col software di Palantir di Peter Thiel) assistiti da satelliti (infrastruttura orbitante Starlink di Elon Musk) la fanno da padroni; la prima e la seconda aggressione Usa e Israele contro l’Iran e come questo ha saputo contrattaccare usando missilistica e droni a pilotaggio remoto; l’attuale conflitto in Libano dove Hezbollah che, dopo avere subito gravissimi colpi nel 2004 proprio grazie alla decimazione elettronica dei suoi comandi, riesce a tenere testa all’esercito sionista grazie ad un temibile uso di droni. Il non plus ultra della guerra cibernetica è stato tuttavia l’assedio di Gaza, dove l’IA stocastica è stata la più devastante arma dell’assediante — il sistema Hasbora (che seleziona, identifica e quindi colpisce i bersagli), e il sistema Lavender (che in base ai dati forniti dalla sorveglianza elettronica non solo traccia i combattenti ed i militanti palestinesi ma stabilisce la loro qualificazione gerarchica). A questo si aggiungano i robot e droni di terra a pilotaggio remoto che sono stati indispensabili per penetrare in zone inaccessibili, dotati di mitragliatrici o lanciarazzi e capaci di depositare mine. L’IDF è col suo proprio distaccamento strategico dedicato all’uso dell’IA ed a sistemi d’arma elettronici, un esercito d’avanguardia cibernetica (anche qui essenziale l’assistenza di Palantir e Starlink).
Non siamo davanti ad un nuovo ecosistema tecnologico ma alla transizione ad un nuovo ecosistema sociale tecnocratico. Dal paradigma dei sistemi tecnici ad enorme impatto sociale si sta passando a quello di sistemi sociali Tecnicamente ispirati e pilotati. [14]
L’intelligenza artificiale non esiste[15]
Dobbiamo chiederci: che tipo di conoscenza ci consegna l’intelligenza artificiale basata sull’algoritmo? Siamo ancora nel campo della scienza o ne siamo fuori? Cercare e trovare correlazioni tra fenomeni equivale a comprenderli?
Gli stregoni dell’informatica ci dicono che la macchina può “apprendere”. E sia, ma apprendere (dal latino apprehendĕre, afferrare), non equivale a comprendere (dal latino cum-prehendere, afferrare insieme); atto che supera il semplice intendere razionale poiché implica esperienza, intuizione, intenzionalità, coscienza, empatia, passione, sensibilità; ciò che solo una mente biologicamente incarnata può produrre perché può sentire (dal latino sentire, percepire attraverso i sensi, avere consapevolezza, pensare, giudicare): solo una mente incarnata ha la facoltà della percezione (dal latino perceptio, che significa prendere attraverso) che implica una relazione simbiotica con l’oggetto, con l’altro.
È una verità lapalissiana che le macchine non possiedono nessuna di queste qualità. Esse riconoscono ma non conoscono, non possono quindi produrre nuove conoscenze. Anche l’ultima nata tra le macchine, la cosiddetta IA, spacciata come un agente dai taumaturgici poteri, non è dunque intelligente poiché non pensa; non ha coscienza né tantomeno autocoscienza; vede ma non sa quel che vede; parla e scrive ma non comprende il significato di quel che dice e scrive; agisce ma non ne ha consapevolezza; ha capacità di calcolo matematico superiori alla mente umana ma non possiede ragione. L’intelligenza artificiale è insomma una sofisticata e micidiale macchina calcolante, un pappagallo stocastico. [16]
Questo pappagallo rispetta regole sintattiche riuscendo così a combinare parole e significanti per formare frasi logicamente corrette, ma non sa nulla di semantica, non capisce il significato di ciò che assembla — nessuno confonderebbe la facoltà di pensiero del filosofo e matematico Blaise Pascal con la sua celebre Pascalina, la calcolatrice più sofisticata del tempo.
Ebbe a dire il filosofo John Searle dimostrando che la manipolazione di simboli e segni tramite regole sintattiche non equivale alla comprensione del loro significato:
«I computer operano sul piano della sintassi: manipolano simboli secondo regole formali. La mente umana, invece, abita la semantica: il significato, l’intenzionalità, la coscienza» [17]
Epistemologicamente parlando di debbono qualificare come scientifici i metodi che producono nuove conoscenze, e si producono nuove conoscenze solo a patto di ricorrere a teorie che consentono di svelare le relazioni causali dei fenomeni e tra i fenomeni. Come Einstein mise in rilievo, la stessa teoria fisica non è una mera descrizione dei fatti sperimentali, né qualcosa che sia deducibile da tale descrizione; il fisico produce la sua teoria attraverso metodi e mezzi puramente speculativi; ovvero procede non dai fatti alle supposizioni teoriche ma, al contrario, da queste ai fatti ed ai dati sperimentali.
Che metodo invece usa l’IA? Essa procede col metodo dell’inferenza induttiva la quale, partendo da osservazioni, evidenze e casi specifici, estrae una conclusione ritenuta la più probabile. È il probabilismo, per la precisione stocastico (dal greco στοχαστικός che sta sia per ciò che è “casuale”, “aleatorio”, “congetturale, sia per qualificare l’azione del “tirare al bersaglio); un metodo il quale, non considerando ex ante relazioni causali tra gli eventi (che concepisce invece come meramente casuali), ex post non consente di giungere ad un risultato assolutamente certo. Abbiamo quindi che pur essendo vere le premesse il risultato a cui si giunge con inferenza induttiva può comunque essere sbagliato. Di qui il fenomeno della “allucinazioni”, ovvero la generazione di risposte completamente prive di fondamento.
Se chiedete all’IA (Gemini) se il probabilismo stocastico è scientifico essa vi risponderà perentoria:
«Sì, il probabilismo stocastico è a tutti gli effetti un pilastro fondamentale della scienza moderna. Si basa sulla formalizzazione matematica del caso e dell’incertezza, ed è lo strumento principale utilizzato per descrivere e prevedere quei fenomeni complessi o imprevedibili che non possono essere spiegati con il determinismo classico».
Dalla risposta si capisce cosa sia e quali effetti produca il processo di metarmorfizzazione informatica o transustanziazione dei fenomeni reali in bit o dati: il passaggio dal reale al virtuale implica una decisione che non è neutrale; come per magia fa capolino il fantasma ideologico per cui, una discussa metodologia matematica, viene spacciata come “pilastro fondamentale della scienza moderna” — una matematizzazione del mondo che sembra una versione della metafisica pitagorica.
La pesca nel mare magnum dei big data è sì a strascico ma il pesce consegnato agli avventori è selezionato e prezzato non in base alla sua capacità di esprimere il reale ma a ciò che stabilisce il mercato, e nel mercato delle idee a cui l’IA attinge, comandano quelle della classe e dell’élite tecnocratica dominanti. Nel processo di transustanziazione dai dati di realtà a quelli digitali avviene in verità un secondo euristico miracolo; l’IA sarebbe capace di “prevedere fenomeni complessi e imprevedibili”. Qui si rivela l’arcano più insidioso: l’IA, captando il l’innato umano timore dell’ignoto, quindi il bisogno esistenziale di conoscere in anticipo il proprio destino, illude di soddisfarlo riabilitando surrettiziamente la mitica funzione della preveggenza. C’è una teologia dell’IA che vorrebbe camuffarsi come Divina e Onnisciente Provvidenza. Nulla di più mendace e diabolico.
Probabilismo, indeterminismo quantistico (l'obiezione di Einstein)
La tesi che ora dobbiamo affrontare è quella secondo cui il probabilismo stocastico che fa funzionare l’IA di ultima generazione applicherebbe alla sfera digitale l’indeterminismo della meccanica quantistica — il cui principio epistemologico è, in fondo, assai semplice: premesso che l’incertezza è caratteristica intrinseca del mondo fisico, è impossibile misurare contemporaneamente e con precisione assoluta tutte le grandezze in gioco.
Assodato che il principio di indeterminazione di Heisenberg ha modificato la teoria epistemologica per quanto attiene alla relazione esistente fra lo sperimentatore e l’oggetto della conoscenza scientifica, va sottolineato che la “scienza” odierna nasconde, dietro all’ostentato fanatismo quantistico, un’epistemologia ultra soggettivista, di cui il superomismo dei transumanisti è un prodotto. Non tutti i fisici quantistici accetterebbero infatti l’illecita equiparazione tra i tre diversi ordini di realtà (fisico-chimico, biologico e storico sociale), o la cattiva ontologia per cui si negano come fuffa idealistica i concetti di sostanza e/o essenza (i cui precipitati sono il relativismo sul piano etico e nichilismo su quello morale).
Come detto l’incertezza quantistica, riferendosi al mondo subatomico, afferma l’impossibilità di determinare simultaneamente e con precisione assoluta posizione e velocità delle particelle. Com’è noto ciò non destituisce di fondamento le teorie fisiche sia di Newton che di Einstein. Come afferma un importante fisico quantistico:
«Quando i numeri quantici sono minuscoli poiché si riferiscono ai fenomeni subatomici, l’incertezza del sistema è significante. Quando, invece, i numeri quantici del sistema sono grandi, allora l’ammontare quantitativo d’incertezza determinato dal principio di Heisenberg diventa insignificante e i numeri riferentesi alla probabilità nella funzione di stato possono essere trascurati. È questo il caso dei grossi oggetti dell’esperienza comune». [18]
Excursus
Di contro all’ideologia scientista dominante che tende a considerare la quantistica, non solo un metodo probabilistico di misurazione di grandezze fisiche bensì il solo vero principio ontologico fondante della realtà, mantiene la sua pregnanza l’obiezione di Einstein che la probabilità sia solo uno strumento per colmare l’ignoranza umana sulle “variabili nascoste” dell’universo. Ad Einstein che obiettò “Dio non gioca a dadi”, Niels Bohr rispose: “Smettila di dire che Dio sa cosa fare coi suoi dadi”. A cento anni di distanza non c’è una risposta.
L’algoritmo può aiutarci a stabilire con forte approssimazione statistica quale sia la probabilità che una persona che abbia inalato forti dosi di fibre di amianto sia colpito dal mesotelioma, e quante siano le possibilità che sopravviva. Di sicuro questa indagine è fondamentale dal punto di vista epidemiologico, tuttavia essa non ci dice nulla sulla natura del mesotelioma, perché esso sia una neoplasia tanto aggressiva; né tantomeno fornisce qualche aiuto per quanto concerne l’eventuale terapia; per riuscirvi occorre l’indagine scientifica che partendo dall’osservazione del fenomeno, formula un’ipotesi, costruisce una teoria, grazie alla quale deriveranno metodi e modelli di sperimentazione e verificazione.
Questa veloce indagine sui limiti intrinseci del probabilismo non potrebbe dirsi conclusa senza segnalare la critica del matematico, logico e statistico italiano Bruno De Finetti, secondo cui né il modello classico né quello stocastico sono in grado di offrire risultati davvero probabili di fenomeni aleatori; non si può determinare quale sia davvero la possibilità di un cavallo di vincere una corsa, come non si può prevedere davvero se ci sarà un terremoto e quale intensità avrà oppure, ammesso che l’high frequency trading aiuti l’oscillatore stocastico ad azzeccare su cosa e quando scommettere, esso non potrà prevedere il Padre Eterno di tutti gli eventi inattesi: il crollo generale dei mercati finanziari come ad esempio avvenne il 15 settembre 2008 dopo la bancarotta della storica banca d’affari Lehman Brothers.[19]
In conclusione: il tipo di conoscenza che ci consegna l’intelligenza artificiale basata sul probabilismo logico-stocastico, non è, propriamente, una conoscenza scientifica. Come afferma il filosofo Stefano Isola:
«L’IA è un’innovazione che si può chiamare a tutti gli effetti postscientifica, ma non nel senso che il suo avvento manda in panchina il metodo scientifico, per così dire superandolo, ma, all’inverso, perché la crisi del metodo scientifico, già consumata su larga scala, è stata una precondizione per l’affermazione pervasiva dei big data e dell’IA». [20]
Quantistica, neuroscienze e ontologia
Non può sfuggire, ad un’attenta indagine, il fatto che l’entusiasmo quantistico ha generato un poliverso di visioni metafisiche tra loro non solo distanti ma opposte.
Un primo paradosso salta agli occhi: le due scuole di pensiero che pretendono di assimilare il mondo antropologico, storico-sociale e psicologico al mondo fisico-chimico non seguono affatto il principio d’indeterminazione ma, esattamente al contrario, riesumano il più volgare fisicalismo riduzionista e determinista (ultima manifestazione del positivismo che fu). In particolare le neuroscienze le quali, sulla scia del cognitivismo, pretendono di spiegare complessi fenomeni come pensiero, coscienza ed emozioni, come effetti di attività biochimiche o neurali che ne sarebbero causa, fino a quindi negare che esista un umano libero arbitrio e che la libertà sia un’illusione. [21] In base a discussi esperimenti neurofisiologici (Liber e Haynes) i neuroscienziati riduzionisti sono convinti che il cervello agisca in modo pienamente deterministico per cui:
«le intenzioni coscienti non abbiano un ruolo causale nelle nostre deliberazioni, in quanto arrivano dopo che il processo che porta all’atto ha già avuto inizio nel sistema nervoso». [22]
La messa in discussione della libertà, l’idea che non esista il libero arbitrio e che tutte le nostre scelte sarebbero determinate da funzioni elettrochimiche del cervello e non da intenzioni coscienti, ha conseguenze morali, etiche, sociali e politiche, a partire dal diritto, devastanti: se non siamo liberi ma agiamo come automi, come replicanti, non avremmo responsabilità alcuna per le nostre azioni e non potremmo né essere biasimati, lodati o sanzionati giuridicamente. Solo Dio sa dove potrebbero condurci questi neuroscienziati azzeccagarbugli, la cui matrice nichilista salta agli occhi. Del resto è giusto sottolineare come la metafisica fisicalista, per la quale coscienza sarebbe un’etichetta che diamo a al funzionamento dell’apparato celebrale “epistemologicamente non conduca ad alcuna conoscenza interessante” per quanto attiene al fenomeno della vita cosciente. [23]
Non si deve infine dimenticare la disciplina della cosiddetta “sociobiologia”, un darwinismo all’ennesima potenza, per cui l’evoluzione biologica e antropologica sarebbero guidate rigidamente dalle leggi della genetica. [24]
Ci sono poi pensatori che assumendo il paradigma quantistico traggono conclusioni opposte a quelle delle neuroscienze e della sociobiologia. Parliamo, ad esempio, di pensatori come Giacomo Mauro D’ariano e Federico Faggin. Intercettando l’onda neo-spiritualista che viene avanti come reazione ai risultati disumanizzanti della modernità ed alla idolatria scientista e materialista dell’élite tecnocratica (un neo-spiritualismo che a volte assume forme neo-religiose, gnostiche e addirittura spiritistiche ed esoteriche), [25] D’Ariano e Faggin compiono una radicale torsione spiritualistica della quantistica. Per loro coscienza e libero arbitrio, posto che possono esistere solo in quanto il cosmo sarebbe totalmente non-deterministico, non sarebbero facoltà esclusive dell’essere umano bensì di tutti gli enti del mondo fisico, sarebbero “proprietà fondamentali e irriducibili della natura” — di qui la tesi che ogni ente quantistico (seity) avrebbe “tre proprietà fondamentali irriducibili e indivisibili: coscienza, agentività e identità”, ed una lettura dell’entanglement quantistico che lasci supporre ci sia una specie di teletrasporto. [26]
Abbiamo qui a che fare col principio ontologico del panspichismo, per la precisione col plotiniano Uno, Spirito supremo, che avrebbe insufflato l’universo dotando tutti i suoi enti, senza eccezione, di intelligenza e autocoscienza. Se non c’è dubbio che il panpsichismo di D’Ariano e Faggin sia una forma di monismo immanentismo (che forse con eccessiva esuberanza pretende di presentarsi come la Teoria del Tutto finalmente rivelata); se è fuori discussione che esso non va confuso con le diverse forme di neo-spiritualismo New Age; è invece discutibile l’opinione di chi ritiene la loro visione del mondo sia identica al panteismo naturalista di Giordano Bruno e/o di Spinoza. Giusto quindi respingere, come D’Ariano e Faggin effettivamente fanno, ogni versione di fisicalismo riduzionista e condannare ogni culto dell’IA ma, con altrettanta nettezza si deve ribadire che esiste una differenza ontologica tra l’essere umano, i sassi, o le particelle subatomiche; è quindi falso affermare che tutti gli enti siano dotati di coscienza e libero arbitrio.
Excursus
Il lettore potrebbe chiederci: quale, delle due fondamentali concezioni dell’Essere, quella del dualismo e quella del monismo, voi quindi abbracciate? Materia e Spirito sono per voi un’unica Sostanza oppure, come pensavano Platone e dopo di lui Cartesio, le Sostanze sarebbero due — la res cogitans, immateriale e pensante, e la res extensa, materiale — ognuna ubbidendo a leggi sue proprie?
Se è quindi corretto affermare che l’incertezza e l’imprevisto appartengono al mondo reale, anzitutto a quello storico-sociale, sbagliato invece sostenere che tutto sarebbe aleatorio e consegnato al caso, escludendo così ogni connessione causale — a noi pare che questo sia l’esito (aleatorio) a cui giunge la cosiddetta “Teoria della Complessità”. [27]
Come avemmo modo si precisare:
«Ciò che vale in natura — una causa non provoca un solo effetto, può produrre invece diverse conseguenze possibili —, vale a maggior ragione nel mondo storico, dove un dato effetto risulta sempre da un molteplice concorso di cause. È nello scarto tra le cause e i loro possibili effetti che s’insinua la contingenza, lo spazio della libertà, ciò che dischiude la possibilità politica di indirizzare il corso della storia. È nella dialettica oppositiva tra il necessario e il possibile, tra il determinato e l’indeterminato, che si agita la vita e pulsa lo spazio della decisione politica». [28]
Il mondo che verrà
Schematizzando tre sono le grandi fasi storiche del capitalismo. Fase primordiale: le macchine ubbidiscono agli uomini; fase intermedia (che ancora viviamo): gli uomini ubbidiscono alle macchine; fase suprema (incombente): gli uomini, grazie alla fusione tra biologia e informatica, si ibridano con le macchine trasmutandosi in cyborg. Abbiamo chiamato l’ecosistema sociale tecnocratico incombente Cybercapitalismo.
Chi considera che questa trasformazione sia una chimera consideri non solo a che stadio è la ricerca biotecnologica, (tra cui la Brain-Computer Interfaces); tenga conto che già oggi esistono “pionieri”, i fanatici della transumanistica volontà di potenza (enhancement) i quali, in preda al feticismo tecnologico, hanno accettato di impiantarsi nel corpo microchip (per aprire porte senza chiavi o sensori per percepire colori invisibili sotto forma di vibrazioni acustiche). Dall’antropomorfizzazione delle macchine alla macchinizzazione dell’homo sapiens: una vera e propria involuzione antropologica.
Indossati gli stivali delle sette leghe il CyberCapitalismo e la sua Scatola Nera conducono l’umanità verso la barbarie tecnologica, che avanza e si giustifica come necessaria quindi ineluttabile, con l’uso biopolitico di emergenze, shock sistemici e stati d’eccezione planetari, quindi con sperimentazioni biochimiche e climatiche, farmacologiche e biopolitiche, come è stato fatto con l’Operazione Covid-19. È la liberistica distruzione creativa che tutto travolge e devasta, compresi i campi politico, statuale e geopolitico.
Siamo alle prese a con un “salto quantico” della civiltà della Tecnica, se fino a ieri il mostro era al guinzaglio, liberato dalle sue catene tende a soggiogare l’umanità. Dopo la fase iniziale in cui la Tecnica è stato fattore d’emancipazione che ha consentito all’uomo di domare le forze della natura essa, dopo secoli di “amorosi sensi” col Capitale, indossando i panni di una maligna rousseana “volontà generale”, tende a prendere il sopravvento. Dal dominio dei tecnici a quello degli algoritmi. Una weberiana “gabbia d’acciaio” all’ennesima potenza, un hobbesiano Leviatano macchinico, paternalista e preveggente proteso a raddrizzare quel lupesco “legno storto” che sarebbe l’essere umano.
Più l’uomo si è affida alla potenza della tecnica più esso è diventa impotente.
Accade già adesso: nelle mani della tecnocrazia il metodo probabilistico-stocastico incorporato nell’IA predittiva applicato ai fenomeni sociali, conduce alla dittatura del risultato anticipato dall’algoritmo. Vedi la modalità con cui una banca concede o non concede un prestito e chi ne faccia richiesta. La decisione è oramai delegata alla facoltà predittiva della macchina la quale, considerando le informazioni (non solo di natura meramente creditizia) processate dall’algoritmo, calcola le probabilità di default e quindi decide se concedere o negare il prestito, e se lo concede a quali condizioni e in che forma. Il fattore umano è qui non solo subordinato alla macchina, lo affianca come esecutore e sicario. In verità questo pappagallo stocastico sovraintende già al funzionamento di interi apparati sociali — un caso di scuola è l’uso della mappatura biometrica e dei criteri di profilazione ai fini del sistema elettronico di sorveglianza, [29] la cui più alta e inquietante manifestazione è il cosiddetto “sistema di credito sociale” cinese volto a valutare e monitorare l’affidabilità finanziaria, giuridica, politica e morale di individui, aziende e istituzioni. [30]
Tutta questa merda avanza proprio grazie a tecnologie convergenti come IA, algoritmi, Internet of Things, data mining e big data analytics, 5G, biotecnologie, nanotecnologie, computer quantistici, qubit, infosfera. Tutte tecnologie che incorporano l’essenza stessa del capitalismo giunto alla sua fase suprema, dove tutto è spacciato come matematizzabile ed esattamente calcolabile, dove tuttavia la suprema e inviolabile l’unità di ogni misura e di ogni calcolo è pur sempre il valore di scambio, dove non solo i prodotti sono merce, sono merce, come del resto già oggi avviene coi big data, gli stessi bisogni umani, le idee, le aspirazioni, i sogni le pulsioni quai che siano. Ecco dunque spiegata la vera ragione dell’esaltazione “libertaria” dei bisogni, l’accoglimento di ogni delirante desiderio come legittimo e produttivo; sì, produttivo per nutrire tramite l’IA il mostro del CyberCapitalismo, poiché più bisogni e voglie emergono dalla paccottiglia della società imputridita e atomizzata, anche i più astrusi e depravati, più il mostro potrà nutrire la sua Volontà di Potenza. Un vampiro che succhia l’uomo dello spirito che lo anima. A suo modo il CyberCapitalismo realizza il famigerato concetto dell’uomo come “macchina desiderante” di Gilles Deleuze, FelifxGuattari e Michel Foucault, e a ragione flirta con i movimenti LGBTQ+ e le teorie Queer per cui il genere non sarebbe un dato né biologico né antropologico, ma qualcosa che si può decidere cambiare e di essere. La prossimità con certo Transumanesimo è evidente.
Excursus
Marx ci aveva detto che a capitalismo dispiegato — ovvero con una società fondata sul pieno dominio del valore di scambio (di cui il denaro rappresenta la forma astratta e universale), quindi della generale mercificazione —, avremmo avuto un’assoluta alienazione, altrimenti detto una compiuta reificazione sociale. A ciò siamo stati infatti condotti dalla coppia diarchica Capitale e Tecnica: alla massima abbondanza di cose e merci il massimo dello sfruttamento e dell’alienazione, al massimo del progresso una regressiva povertà culturale, al massimo sviluppo delle forze produttive la colonizzazione integrale della sfera spirituale, all’apice del feticismo metafisico della “scienza” l’agonia della metafisica, della creatività, dell’arte, della poesia, della politica, dell’Humanitas.
* * * *
Cosa accadrà quando la Scatola Nera (che nemmeno i suoi creatori sanno come funzione) avrà colonizzato, plasmato e renderizzato il mondo a sua immagine e somiglianza? Cosa “apprenderà” l’IA quando la miniera dell’umanità si sarà prosciugata e non ci sarà più nulla da saccheggiare? Cosa risponderà quando il web sarà saturo di testi e codici creati dalla stessa IA? Altro che la fantomatica “singolarità tecnologica”, l’IA si troverebbe allo specchio, incapace di “addestrarsi”; il sistema potrebbe ristagnare e crollare. Gli stessi informatici hanno lanciato, a proposito di predittività stocastica, l’allarme sul cosiddetto “Model Collapse”, esito del progressivo degrado delle prestazioni a causa di un addestramento incessante su dati generati da altre IA, quindi la conseguente perdita di contatto con la realtà.
I guasti ed i danni causati dall’invasione dei dispositivi informatici sono già enormi, antropologici. Tutte le indagini sociologiche convergono nel sostenere che a causa dell’uso compulsivo delle tecnologie digitali sta avvenendo una generale atrofizzazione cognitiva. Più cresce e si espande la funzione di delega all’IA la funzione di calcolare e decidere, più tale funzione viene scambiata come un sapere infallibile, più crescono la deresponsabilizzazione, la disattivazione del pensiero e delle facoltà intellettuali, il rattrappimento mentale. Si tratta di una vera e propria ri-formattazione antropologica, e c’è chi si domanda se alla fine non accada il più infausto degli eventi, che sorgano davvero gli zombi, non le figure dei morti viventi di una certa letteratura e cinematografia occidentale recente, ma proprio le creature immaginarie del folklore e del vudù haitiano, la trasformazione degli umani in enti privi di anima al servizio del mago.
Ciò solleva alcune domande fondamentali: hanno avuto ragione Heidegger e i due francofortesi Horkheimer e Adorno che sarebbe illusorio sperare di fermare il mostro? Che quindi le attuali forme di resistenza sono destinate allo scacco? Ed in questo caso, posto che Eraclito aveva ragione ritenendo che conflitto e lotta tra opposti sono i motori perpetui del cosmo e determinano incessante mutamento, quali saranno le forze antagoniste interne dello spaventoso mondo che verrà? Quali forme potrebbe assumere la futura lotta di classe? Non è ancora sorto il profeta che ci fornisca una risposta, di sicuro c’è bisogno più che mai di una Nuova Grande Profezia.
«Davanti a questa svolta epocale l’umanità diventerà il finale campo di battaglia tra opposte e antiche forze, la sua anima sarà la posta in palio. Essa si scinderà, nelle forme molteplici che rispecchieranno i diversi contesti di civiltà e storico-sociali, in due opposti fronti: quelli dell’Umanesimo e dell’AntiUmanesimo, di cui l’ideologia Transumanista è metastasi». [29]
Nell’attesa non è consentito stare alla finestra, resistere, non fosse che per concimare il terreno alle future generazioni, a cui necessariamente si dovrà passare il testimone.
Post scriptum
Luddismo come pratica di resistenza? E chi lo può escludere? Non si deve credere ad una virgola alla storia scritta dai vincitori. Ci si deve piuttosto sbarazzare dell’idea che il fenomeno lungo del luddismo (che accompagnò la rivoluzione industriale inglese con le sue bestiali conseguenze dalla fine del ‘700 alla prima metà dell’800) fosse un barbarico e regressivo movimento di distruzione delle macchine. Il luddismo, nonostante la sconfitta (il governo di Sua Maestà usò l’esercito contro i luddisti e molti ne condannò a morte o a molti anni di carcere). Fu il primo vagito del moderno movimento operaio. Quel vecchio movimento operaio è morto e nessuno può dire ancora che forme prenderà e quali metodi di lotta sarà costretto ad usare il nuovo movimento delle classi subalterne.
Ciò che sappiamo è che è sbagliata ogni fuga dal mondo in ogni sua forma, mistica, bombarola alla Kaczinsky, o bucolico naturalista, nessuna di queste è praticabile quindi ammissibile:
«non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali». [32]












































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