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sinistra

Lettera aperta a Mauro Moretti

di Algamica*

img 2060.jpgMauro Moretti, condannato finisce in carcere, a Orvieto.

« I fatti sono noti: in una notte di giugno del 2009 un treno merci in transito nella stazione di Viareggio deraglia a causa del cedimento di un asse del carrello di uno dei vagoni cisterna carichi di Gpl. Il Gpl fuoriesce quindi dal serbatoio e una scintilla ne innesca l’esplosione, originando così un incendio vastissimo che investe intere strade adiacenti. Bilancio della catastrofe: 32 morti e decine di feriti. I vagoni del treno risultano di una proprietà di una multinazionale americana e immatricolati in Germania e Polonia; quanto al vagone il cui asse ha ceduto, in precedenza esso era stato sottoposto a un controllo da una ditta di Hannover. È per questi fatti che Mauro Moretti, allora amministratore delegato di Trenitalia e di Rfi – cui l’Italia deve “l’alta velocità” e da tutti considerato dirigente capace e integerrimo -, è stato ritenuto colpevole di disastro ferroviario e condannato definitivamente a cinque anni di reclusione. Che l’altro ieri ha iniziato a scontare costituendosi presso il carcere di Orvieto ».

Fin qui il – come dire?- il cappello storico-tecnico, dei fatti, che una firma di primo piano, il noto Ernesto Galli della Loggia, del Corriere della sera, dedica al caso nelle pagine interne, quelle per parlare agli addetti ai lavori, per intenderci. E finisce per chiedersi: « Ma di cosa è colpevole Moretti ? Di “condotta commissiva”, ha deciso il tribunale»?

« E cioè di aver inaugurato nell’azienda una politica di risparmio che si sarebbe oggettivamente rivelata a scapito della sicurezza: da qui l’incidente ».

Il Galli della Loggia mostra tutta la preoccupazione per una simile sentenza e domanda: « In quale misura una tale sentenza ponga un interrogativo su ogni decisione che in futuro dovessero prendere i vertici di qualunque azienda, proiettandosi poi su una linea di esecutori magari anche assai lunga e come si capisce impossibile a controllare da parte dei vertici stessi, ogni lettore può deciderlo per suo conto ». Altrimenti detto, e con “eleganza” di chi sa usare bene la lingua italiana, il messaggio è: troppi lacci e lacciuoli, che in un processo di accumulazione capitalistico rallentano, dunque sono controproducenti.

Poi però la chiusa di condanna della beffa: «Ora i colpevoli hanno un nome », e amen.

Ma in difesa di Mauro Moretti scende in campo anche uno dei decani del giornalismo italiano, tal Vittorio Feltri, che a suo tempo, chiamato da Berlusconi per dirigere il Giornale, dovette pensarci un bel po’, visto che lavorava per il Corriere della sera e che guadagnava la modesta cifra di un miliardo di vecchie lire all’anno.

Feltri scende in campo in difesa di Mario Moretti, perché sarebbe stata commessa una palese ingiustizia, condannandolo, non solo, ma addirittura sbattendolo in carcere, un uomo, un tecnico, di 73 anni, per assecondare una istanza popolare.

La cosa può apparire strana, visto che si tratta di un uomo di destra, come Feltri, che difende un uomo di “sinistra”, addirittura ex sindacalista della Cgil, nonché comunista. C’è qualcosa di strano, qualcosa da capire, e leggendo la sua difesa si capisce eccome! La ragione è molto semplice: Feltri difende le ragioni “tecniche”, ovvero del mercato, e le continue ristrutturazioni per favorire l’accumulazione capitalistica e il massimo profitto.

Ora chi esegue le leggi dello scambio e del mercato, è un esecutore, in quanto tale non può essere condannato, perché dietro di lui c’è chi – a livello impersonale – detta le regole. E Mauro Moretti era, in quanto ingegnere, un esecutore. Dunque Feltri è coerente.

A Mauro Moretti, scrive il Feltri, « gli hanno contestato infrazioni precise, articoli, commi, norme italiane ed europee, e su quei punti è stato assolto, perché quelle regole le aveva rispettate. Allora il ragionamento giudiziario ha spalancato la porta a un principio antico e nobilissimo, il neminem laedere, non nuocere a nessuno, e glielo ha rovesciato addosso come una colpa: non bastava osservare le norme scritte, bisognava intuire un dovere superiore che nessuno aveva mai messo nero su bianco in modo tale da orientare davvero la condotta di un amministratore. Lo ha spiegato lui, con la pacatezza dell’ingegnere che ha sempre creduto nei numeri e nei documenti: così si manda in pezzi la certezza del diritto, perché il cittadino non sa più come comportarsi neppure quando le regole esistono e sono chiare».

È qui descritto il punto chiave della questione: ovvero le regole del diritto, che l’ingegnere Moretti avrebbe rispettato, e dunque non si capisce per quale strana ragione dovrebbe essere condannato e finire addirittura in carcere a 73 anni. Insomma una vera vergogna per un paese civile e democratico come la nostra Italia. A parere dell’uomo di destra, il liberista Feltri.

Non intendiamo far torto a cotanta volontà liberale che difende un uomo di servizio, ossequioso delle regole e del diritto. Dunque per i 32 (trentadue) morti della tragedia del 29 giugno 2009, non ci sono colpevoli, e men che meno si può condannare un innocente per darlo in pasto al volgo.

Il Feltri va in profondità della questione, scrivendo « si chiede soltanto che un dolore immenso e impossibile da risarcire non diventi una scorciatoia. […] Moretti era perfetto per il rito perché stava in cima alle Ferrovie. […] Il ragionamento con cui lo hanno trascinato verso il falò è un sofisma travestito da prova logica ».

Brevissima digressione: effettivamente le Ferrovie italiane, molto prima del 2009 erano in ritardo rispetto a quelle dell’Inghilterra, dove da grande e primo paese imperialista, aveva proceduto verso una straordinaria ristrutturazione e aveva aumentato i costi facendo nascere la concorrenza del trasporto su gomma, con auto di linee a prezzi molto più competitivi. Mentre l’Italia era in ritardo e dovette accelerare. Questa è una verità storica dalla quale non è possibile prescindere. E quando si accelera per rincorrere si lasciano per strada alcuni “dettagli”, fra i quali la sicurezza dei lavoratori. È la regola del modo di produzione capitalistico.

Ma attenzione, il giornalista scrive a ragion veduta, non lo pagherebbero profumatamente altrimenti, e arriva alla vera questione in ballo: « Moretti » dice il nostro « ha risanato le Ferroivie portandole in tre anni da un dissesto tipo Alitalia a venti milioni di utili, e ha completato l’Alta velocità tra Torino, Milano, Firenze e Roma con una puntualità svizzera ». Ma, ecco il punto della questione , che come la tosse, non la si può contenere troppo a lunga ed emerge in tutta la sua dirompenza: « Dunque, hanno dedotto, deve aver tagliato sulla sicurezza ».

C’è sempre la possibilità di una frecciatina oltreconfine, a quella potente Germania che si vanta di perfezione, Moretti non poteva controllare tutto, dice il nostro, e « A saltare i controlli, certificando come perfetti dei carri che erano bombe volanti, furono i tecnici della ditta bavarese che li aveva noleggiati ».

Dunque da parte italiana ci sarebbero stati tagli « supposti », non comprovati, tanto è vero che le carte sono a posto, articoli e commi di cui il Moretti non può essere colpevolizzato, perché sempre assolto. Ma « Lo hanno punito lo stesso, perché alla pace sociale serviva non la verità ma il Pezzo Grosso da dipingere insensibile e cattivo ».

Il Feltri si sbizzarrisce nel citare addirittura Tolstoj, di Guerra e pace « quando il governatore di Mosca getta in pasto alla folla l’innocente Verescagin per saziare la sete di vendetta, e così aggiunge ingiustizia a ingiustizia ». Per chiudere poi in bellezza con un gesto di ruffianeria sproporzionata verso il grande e potente personaggio caduto in disgrazia: « Lo ricordo bene, Moretti, nell’aula d’appello di Firenze: chiese di parlare e dalla platea dei parenti si alzò l’urlo di Munch, zitto, e lui si voltò cercando per un attimo quegli occhi, senza sfida, con una frase muta nello sguardo: non vi biasimo, ma non sono io che ho ucciso i vostri cari ».

Mauro Moretti diceva una profonda verità, quella che viene continuamente rimossa, ovvero quella delle leggi del modo di produzione capitalistico che subordinano la volontà dell’uomo. Moretti era un esecutore, non un autore. È questa “semplice” legge della storia moderna che non si riesce ad affrontare.

Siamo chiari, però, a questo punto: Mauro Moretti non è un vecchio decrepito che non può stare in carcere, come lo vorrebbe far passare Vittorio Feltri, ma un personaggio importante che il sistema ha utilizzato ed è stato costretto in un determinato momento storico e politico a darlo in pasto all’opinione pubblica e a metterlo dietro le sbarre. Ed ha ragione Vittorio Feltri a invocarne almeno la grazia, perché è stato un servitore di una causa giusta dal punto di vista capitalistico, quella delle ristrutturazioni delle Ferrovie dello Stato. E lo Stato non può voltargli le spalle.

Quanto all’ingegnere Moretti, non può dire « Non vi biasimo, ma non sono io che ho ucciso i vostri cari », perché se è vero che è stato utilizzato da leggi impersonali, è altrettanto vero che è, perlomeno, correo di una responsabilità collettiva che come uomini siamo sempre portati a voltarci dall’altra parte, a pronunciare sempre la fatidica frase « non in mio nome », quando non « ho fatto fino in fondo il mio dovere ».

Pertanto l’uomo Moretti, lasci perdere i consigli di Vittorio Feltri, che sono tutt’altro che disinteressati, aggiungerebbe al danno la beffa.

Ci sia consentito suggerire di utilizzare il tempo che gli riserveranno di stare in carcere per riflettere a lungo sul ruolo della tecnica al servizio di un sistema barbaro e del cosiddetto libero arbitrio che viene tirato in ballo in modo del tutto inopportuno.

Quanto al diritto della liberaldemocrazia vigente nel modo di produzione capitalistico, tanto per la strage di Viareggio quanto per tutte le altre stragi in Italia e in Occidente, per quel che qui ci riguarda, basta e avanza mettere in rapporto 32 innocenti morti e un disastro ambientale, senza che nessuno risulti colpevole e viene messo in carcere un “innocente” sempre assolto per le accuse specifiche, per assecondare la volontà del volgo di un colpevole a tutti i costi. Mentre l’establishment liberista invoca la grazia per Mauro Moretti, il 6 luglio si celebrerà presso il Tribunale di Roma l’udienza preliminare che vede imputati alcuni giovani e attivisti che il 16 aprile 2024 diedero vita a una manifestazione alla Sapienza contro la collaborazione degli Atenei con lo Stato genocida di Israele. Ne seguirono cariche della polizia, due arresti e diverse denuncie con capi di imputazione che possono prevedere pene dai cinque ai sette anni. Sicchè da un lato abbiamo un Mauro Moretti che andrebbe graziato per aver svolto il suo ruolo necessario per l’accumulazione, una attenuante superiore alla conseguente “fatalità”. Dall’altro abbiamo i colpevoli di Palestina nei confronti dei quali un genocidio non costituisce alcuna circostanza di “attenuante generica”.

È il modo di produzione capitalistico, così funziona e può funzionare solo così. Se ne convincano quanti immaginano un capitalismo diverso o multipolare. Peggio ancora per quelli che ritengono che le persone di orientamento politico diverso, i comunisti, tanto per essere chiari, possano comandare sulle leggi del modo di produzione capitalistico.


* Alessio Galluppi e Michele Castaldo
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