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Dell'inutilità in tutti gli ambiti della vita culturale, politica e sociale

 Luigi Tedeschi intervista Costanzo Preve

(Tedeschi) L’avanzare e il perdurare della crisi economica europea, sta progressivamente destrutturando la società. La recessione e i decrementi del Pil hanno determinato la fuoriuscita dalla produzione di rilevanti quote di manodopera dal sistema produttivo. Si allargano a macchia d’olio la disoccupazione, la sottoccupazione, il precariato, il lavoro nero. Soprattutto, l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani è diventato assai difficoltoso. La nostra società diviene sempre più decadente, per il venir meno del ricambio generazionale e la mobilità sociale. La liberalizzazione dell’economia, dei costumi, della cultura di massa, quali fenomeni scaturiti dall’avvento della globalizzazione, si rivelano miti virtuali, destinati ad essere smentiti dal disfacimento degli equilibri sociali provocato dalla crisi incombente. Se volessimo elaborare un bilancio del primo decennio del XXI° secolo, dovremmo rilevare che l’avvento della società globalizzata ha avuto solo la funzione di distruggere l’eredità sociale e culturale del ‘900, dato che i nuovi orizzonti, le nuove opportunità, le grandi sfide del nuovo secolo, si sono rivelate elementi di una strategia di ascesa al potere di una nuova elitaria classe dominante del mondo finanziario a discapito della masse sempre più escluse dai processi produttivi. L’emarginazione sociale coinvolge interi popoli; esclusione ed emarginazione sono fenomeni conseguenti al tramonto di un sistema economico basato sulla produzione e di una società fondata su equilibri ispirati al solidarismo interclassista. La fuoriuscita dal mondo del lavoro determina negli individui un senso di inutilità esistenziale, di estraneazione sociale, che conduce alla perdita della autostima di se stessi, ad un non senso della propria individualità, ormai non più compatibile con le prospettive di sviluppo di una società elitaria, basata sulla generalizzata esclusione delle masse non più integrabili nei processi evolutivi della società globalizzata.

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Freud, Marcuse e il disagio della civiltà

Written by Franco Toscani


1. Freud, il perdurare del disagio e l’enciclopedia delle scienze

Il Sigmund Freud che nel 1929 s’interroga sulla barbarie avanzante e sul “disagio della civiltà” (Das Unbehagen in der Kultur è il titolo definitivo dell’opera che ebbe come primo titolo Das Unglück in der Kultur, L’infelicità nella civiltà) - in anni che stavano preparando una delle tragedie più spaventose del XX secolo - costituisce uno stimolo potentissimo, anche per noi oggi, a porre domande essenziali sul radicamento forte del male nella costituzione psichica dell’uomo odierno, sul disagio grave del nostro tempo, sull’inciviltà di tanti aspetti della nostra civiltà.

Anche noi, infatti, in questo inizio del XXI secolo, in un’età così diversa da quella della prima metà del 1900, viviamo un peculiare disagio, un malessere, una insoddisfazione profonda, tensioni e contraddizioni che ci rodono continuamente, crisi aspre ed emergenze su cui torneremo alla fine di questo percorso.

Ciò che potremmo chiamare il perdurare del disagio è l’aspetto per noi più rilevante e significativo che è da pensare e che dà da pensare.

Cominciamo qui col raccogliere qualche spunto prezioso da questo grande saggio freudiano del 1929 - per la cui comprensione piena dovremmo riferirci pure ad altri scritti del suo pensiero più maturo, come soprattutto Die kulturelle’ Sexualmoral und die moderne Nervosität (1908), la conferenza Wir und der Tod (1915), Zeitgemässes über Krieg und Tod (1915), Jenseits des Lustprinzips (1920), Massenpsychologie und Ich-Analyse (1921), Die Zukunft einer Illusion (1927), il carteggio con Albert Einstein Warum Krieg? (1932), senza alcuna pretesa di analisi sistematica (che qui intenzionalmente non svolgeremo) e sottolineando pure l’apertura dell’approccio freudiano ad una tematica necessariamente multi e interdisciplinare, che rinvia il sapere della psicoanalisi, della psicologia sociale (la cui idea, come notò Herbert Marcuse, fu prospettata dallo stesso Freud in Massenpsycologie und Ich-Analyse), dell’antropologia, del diritto, della filosofia, della sociologia, dell’economia, della storia, etc; a un’ottica fruttuosa di enciclopedia delle scienze - ad una “enciclopedia fenomenologica delle scienze”(1)- pensò acutamente e suggestivamente in Italia, negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, il filosofo Enzo Paci, il cui tentativo meriterebbe oggi di essere ripreso criticamente e approfondito, finalizzata ad una comprensione unitaria e profonda della civiltà umana nel suo complesso o dell’“uomo planetario”, come direbbe Ernesto Balducci (2).

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Illusioni perdute dell'altro mondo

Pierre Macherey

Il pensiero utopico aiuta a interpretare i periodi di transizione, quando il vecchio non è ancora morto e il futuro si manifesta con difficoltà. Nella crisi attuale può infatti fornire strumenti per elaborare realistiche strategie di resistenza al neoliberismo
Paolo Veronese Lucrezia Vienna Kunsthistorisches MuseumA differenza di quanto avveniva appena un secolo fa, oggi non si scrivono più grandi favole utopiche: le ultime, senza dubbio, sono state quelle di H. G. Welles le quali, però, si presentavano più come racconti d'anticipazione che come utopie in senso stretto.


Perché questo declino? Molto probabilmente perché si è consumata l'aspirazione che dava la forza di credere alla virtù delle utopie, quelle che si situavano all'incrocio dell'immaginario e del reale, in questo punto d'incertezza, ma anche di speranza, in cui sembra si prolunghino l'una nell'altra. È come se questa divisione tra immaginario e reale fosse divenuta insormontabile.

La forma di pensiero propria all'utopia è quella che si adatta meglio ai periodi di transizione, di passaggio, durante i quali non si sa più bene quale posizione si occupi, se si è nel vecchio o nel nuovo: l'utopia opera a fondo questo tipo di equivoco, per questo si può dire che essa sia l'espressione di una crisi. Ma cosa vuol dire «vivere in un periodo di crisi?» È una situazione oggettiva, che obbedisce a dei parametri riconoscibili, oppure, per usare una terminologia corrente, si tratta di un «sentito» soggettivo, della presa di coscienza di un qualcosa che potrebbe essere in procinto di passare, ma di cui non si riescono a definire con esattezza gli antecedenti e le conseguenze, i pro e i contro?

L'utopia prospera nell'intervallo tra i due, quando i due bordi soggettivo e oggettivo della crisi - e tutte le epoche sono, in un modo che non è mai lo stesso, delle epoche di crisi - entrano in comunicazione nonostante ciò che li oppone.

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La speranza contro la paura

Riflessioni su un libro di Pietro Barcellona

di Bruno Amoroso*

Pietro Barcellona è uno dei pochi pensatori del Novecento che non ha superato lo shock prodotto dalla crisi del comunismo e, quindi, del sogno dell`alternativa al capitalismo e ai sistemi esistenti in Occidente, estraniandosi da questi, prendendone le distanze, rinunciando a una autocritica di se e del nostro passato. Al contrario, nella consapevolezza che ogni movimento verso il futuro non può che ripartire da una rilettura del presente e delle cause profonde, storiche e culturali, che quel fallimento hanno causato, si è fatto carico del compito di ricostruire l`intero ciclo evolutivo e involutivo che ha portato un progetto di emancipazione al suo fallimento. Quindi non una fuga in avanti, verso la modernità e il progresso infinito, cercando di confondersi come hanno fatto in tanti tra le folle inneggianti alla ”fine della storia”, alla ”democrazia” e al ”progresso”, e neanche con la lettura consolatoria dell`”avevamo detto”, come se il fallimento fosse dovuto a problemi di scelte politiche o di errori di pianificazione e di modelli di mercato, come sono soliti fare gli economisti.

Un cammino che non lo vede giudice estraneo e al disopra delle parti, ma parte del problema, e che pertanto non sceglie la comoda narrazione in terza persona, di distanza dalle persone e dai fatti, ma si interroga partendo da sè, dai propri interessi e dalle proprie aspirazioni, dalle forme e contenuti del proprio linguaggio, per svelarne i legami profondi con la realtà e le esperienze che si propone di illustrare. La riflessione di Barcellona è una lettura attenta, sofferta, dei fenomeni che hanno reso tutto questo possibile rinunciando sia al determinismo economicistico del mercato, sia all`idea seducente ma falsa dell`”uomo macchina” applicata al funzionamento della mente, alle sue aspirazioni e sofferenze, come oggetto di trattannti semiautomatici a dinamiche sociali o meccanismi di causa effetto. L`orizzonte dentro il quale si muove la sua riflessione non è quello degli equilibri parziali, del soddisfacimento di questo o quel bisogno, del raggiungomento di questo o quell`obiettivo specifico che nella letteratura corrente svolgono il ruolo sia di distrarre dalla gravità e complessità dei problemi e delle domande che ci si pone, sia di sviarne l`impegno e l`attenzione verso presunte soluzioni di nicchia e consolatorie. Si tratta invece di superare la frammentazione esistente tra l`io e il noi, tra i bisogni e le aspirazioni, frutto della segmentazione dei saperi.

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Intervista a Franco Soldani*

di Davide Dell'Ombra

GRAEBER Democrazia occidentale COVER ALTADavide DellOmbra: Quando cominciai, quattro anni fa, a interessarmi ai Suoi scritti, recensendo per SWIF i due volumi di Le relazioni virtuose (Uniservice 2007), mi colpirono subito due aspetti della Sua riflessione sul mondo della conoscenza: il primo aspetto riguarda la sensazione, già leggendo quell’opera e in seguito altre, di entrare in un circolo epistemico dal quale riesce difficile uscire, quello in cui ogni conoscenza scientifica e financo filosofica, nessuna esclusa, essendo «preformata dal capitale», risulta necessariamente falsa e inattendibile. A quel punto appare arduo ogni tentativo di risalire la corrente e, uscendo dal circolo vizioso, tuffarsi nella «realtà». Il secondo aspetto riguarda invece la pressoché totale assenza, ancora in quell’imponente scritto del 2007, di un riferimento preciso al pensiero di Marx, nonostante si facesse ampio ricorso a esso in generale. Questo secondo aspetto non potei fare a meno di sottolinearlo nella recensione ma, con grande piacere, ho notato che nel Suo ultimo lavoro, Colonialismo cognitivo (Faremondo 2011), Lei ha provveduto ampiamente a soddisfare la mia curiosità su quel particolare (si vedano le pagg.27 e segg.). Per riassumere, cosa secondo Lei Marx ha intuito dei rapporti tra cultura, società ed economia e cosa invece dei suoi scritti va considerato, come si usa dire, ‘superato’?


Franco
Soldani:

Intanto Dell’Ombra la ringrazio di avermi concesso l’opportunità di poter discutere con lei di questioni che neanche sfiorano la mente di coloro che rappresentano la cultura ufficiale (in genere il mondo dell’Accademia istituzionale, per non dire poi degli attuali Megamedia, divenuti ormai una sorta di Dipartimento della Propaganda dell’Occidente, sulla scia originaria del resto della Congregatio partorita nel 1640 dalla Chiesa di Roma). Diciamo pure che non esistono per questi soggetti. Le persone comuni, poi, ne sanno ancora meno. Se per me è dunque un’occasione gradita, per lei è senz’altro un merito.

Detto quello che andava detto, che d’altra parte era solo un prologo, entriamo pure in medias res.

Si potrebbe cominciare da una constatazione.

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ospite ingrato

Riformisti alla rovescia

Il “neoriformismo” nell’analisi di Paolo Favilli 

Toni Muzzioli

A un ventenne di oggi potremmo raccontarla così.

Nella sinistra, un tempo, quando esistevano ancora i partiti socialisti e comunisti, l’Urss e il movimento operaio organizzato, c’erano i riformisti e i rivoluzionari, gli uni e gli altri a loro volta divisi in innumerevoli fazioni, scuole e correnti. Riformisti e rivoluzionari si consideravano, ad ogni modo, due “tribù” diverse, talvolta anche duramente contrapposte. La divisione grosso modo si giocava su modi e forme della auspicata creazione di una futura società socialista: i primi, infatti, pensavano che essa fosse conseguibile senz’altro all’interno delle cornici elettorali e parlamentari, confidando nel progressivo inevitabile scivolamento della società capitalistica verso il suo superamento; i secondi pensavano necessaria la “rottura rivoluzionaria”, la necessità cioè di giungere – presto o tardi e in forme anche assai differenziate secondo le diverse teorie o temperamenti – a un momento di scontro generale e definitivo. Gli uni e gli altri, però, condividevano due cose: il fine, che era il socialismo, e la critica della società vigente, quella capitalistica, dalla quale appunto derivava l’impegno attivo (pur diversamente concepito) per il suo superamento. Le accuse e controaccuse – e i conseguenti comportamenti pratici – potevano spingersi fino ai livelli più atroci, ma resta indiscutibile che l’impegno soggettivo per il socialismo ha sempre accomunato riformisti e rivoluzionari, a tutte le latitudini.

I riformisti, certo, erano abituati a subire le peggiori accuse dai rivoluzionari (tradimento della classe operaia, svendita dei suoi interessi, collusione col nemico, cedimento all’imperialismo ecc.), accuse spesso fondate e altre volte un po’ meno, ma certamente si consideravano impegnati in una battaglia per il miglioramento e il consolidamento delle condizioni economiche e sociali delle classi popolari (anche in questo caso qualche volta era vero, qualche volta un po’ meno…).

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Una recensione a "Colonialismo cognitivo"*

di Alessandro Pallassini

Introduzione

In che rapporto stanno scienza, religione e capitalismo? E’ questa una delle tante domande a cui il nuovo libro di Franco Soldani cerca di dare risposta.

Il testo si inserisce nel solco delle analisi che l’autore porta avanti da ormai quasi due decenni e ne rappresenta, allo stesso tempo, sia una sintesi, che un approfondimento. In particolar modo, il lavoro si pone come conclusione provvisoria delle tematiche affrontate negli ultimi lavori dell’autore, riprendendo le analisi de Le Relazioni Virtuose (Ed. UNI Service, Trento, 2007) e de Il Pensiero Ermafrodita della Scienza (Ed. Faremondo, Bologna, 2009) per quanto riguarda la teoresi del rapporto tra scienza e capitale e, dall’altro lato, de Il Principio Determinante (Ed. Faremondo, Bologna, 2006) e de Il Porto delle Nebbie (Ed. Faremondo, Bologna, 2008) per quanto riguarda gli inganni del capitale e le cortine fumogene che esso ci pone costantemente davanti agli occhi. Ma i temi affrontati aprono anche nuovi orizzonti di indagine e tracciano nuove prospettive per chi voglia liberarsi dai condizionamenti a cui la società in cui viviamo ci sottopone.

Nello specifico, Colonialismo Cognitivo incentra le proprie analisi sul rapporto tra religione, capitalismo e scienza e ha come obiettivo quello di fornire una chiave di lettura alternativa della realtà in cui siamo immersi e crediamo di operare liberamente. Soldani non solo prende le distanze dal pensiero “alternativo” dell’occidente, in particolar modo da quello marxista nelle sue variegate declinazioni, ma cerca anche di mostrare come l’intero pensiero occidentale, a partire dalla sua genesi nella Grecia classica, determini una progressione e uno sviluppo funzionale all’affermazione del capitalismo così come oggi ci si mostra.

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Informazioni di Parte

Carlo Formenti

Dopo aver pubblicato il contributo di SIlvano Cacciari, continuiamo la trascrizione del ciclo di incontri "Informazioni di Parte. Per un nuovo mediattivismo tra disordine globale e narrazioni insorgenti", tenutisi lo scorso maggio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna. È questa volta il turno dell'intervento di Carlo Formenti, docente di Scienza della comunicazione all'università di Lecce ed autore di testi importantissimi per una lettura critica dei mutamenti economici, sociologici e politici avvenuti a partire dall’emersione di internet come terreno di produzione immateriale e conflitto, quali "Mercanti di Futuro"," Cybersoviet", "Se Questa è Democrazia" ed il suo ultimo “Felici e sfruttati”.

Un intervento, il cui portato è di un'attualità scottante, all'interno del quale vengono presi in esame ed esplorati i terreni di scontro su cui oggi si stanno giocando i processi di costruzione dell'egemonia nelle loro diverse sfaccettature (mediale, finanziaria, politica e culturale). Dalle rivolte arabe alle lotte degli operai cinesi, dalla Silicon Valley fino alle fabbriche della Foxconn, Formenti con la consueta lucidità getta uno sguardo d'insieme sulle insorgenze verificatesi nell'ultimo anno, offrendo sponde di riflessione ed affrontando nodi teorici che spetta all'informazione di parte sciogliere nella pratica quotidiana.

Nelle prossime settimane pubblicheremo l'intervento di Federico Montanari, l'ultimo dei tre relatori del ciclo di incontri.

Infofreeflow (@infofreeflow) per Infoaut

*Avvertenza. Il testo che vi presentiamo è stato preso in esame e riletto ma non corretto dall'autore.


Ringrazio Silvano per questa stimolante chiacchierata che mi permette di aggiungere una dimensione di riflessione al mio intervento rispetto a quella che avevo pensato di affrontare. Vorrei però fare alcuni incisi che mi vengono spontaneamente dopo averlo ascoltato.

Primo. Pur potendo sembrare paradossale, la componente operaista degli anni '70 era più togliattiana che vittoriniana.

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Il Corpo

di Elisabetta Teghil

"E' maschio o femmina? lo deciderà lo Stato!"
(dal film Louise Michel- Francia 2009)

Questa società si definisce mediante il posto ed il valore che assegna ai due sessi e ai loro atteggiamenti socialmente costituiti.

Il che comporta il fatto che esistano tante maniere di realizzare la femminilità quante sono le classi e le frazioni di classe. La verità di una classe o di una frazione di classe si esprime, quindi, nella forma in cui i sessi sono distribuiti al suo interno.

Mentre il femminismo ha cercato di portare a consapevolezza e di utilizzare politicamente tale correlazione, nella risposta socialdemocratica i ruoli sessuali continuano ad essere definiti e le nuove esperienze ibridanti della sessualità, transessuali e transgender, non sono tese alla rimozione dell’organizzazione classista e sessista, ma ne costituiscono una variante, spesso al servizio della soluzione economicamente più redditizia.

Pertanto il “femminismo socialdemocratico” e l’ibridismo sessuale filo-occidentale, diventano puntelli di questo ordine sociale.

In questo modo si avalla il principio che questa società sia positiva e la si eleva ad assoluto, rispetto alla quale il divenire temporale deve essere considerato come una forma già precompresa ed organizzata.

Da qui, la radice, la causa ed il principio della violenza che la società stessa perpetra e che viene giustificata come difesa dell’ordine naturale e razionale. Accettando l’esistenza, l’ordine e la gerarchia delle classi sociali come naturali, le funzioni politiche dello Stato acquistano valenza sociale.

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Informazioni di Parte

Silvano Cacciari

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Silvano Cacciari – Docente all’Università di Firenze ed animatore del portale di controinformazione Senza Soste – durante il ciclo di incontri “Informazioni di Parte. Per un nuovo mediattivismo tra disordine globale e narrazioni insorgenti”, nel dibattito tenutosi lo scorso maggio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna.

Vi si delineano importanti nodi teorici e pratici da sciogliere per un discorso ed una pratica antagonista di contropotere mediale.

Quali sono le radici storiche del discorso egemonico mediale delle classi dominanti? Quali limiti della sinistra istituzionale e di movimento rispetto alla comunicazione mediale hanno permesso il radicarsi di quest’egemonia? Attraverso quali forme si esprime, e come riesce a connettere ed a presidiare il tessuto delle società contemporanee?

Nelle prossime settimane proseguiremo la pubblicazione degli interventi degli altri relatori, Carlo Formenti e Federico Montanari.

 

Il passaggio del testimone dell’egemonia contemporanea

Per costruire il filo di narrazione della relazione di oggi bisogna che vada ad un paio di aneddoti che riguardano la giornata di ieri. Ieri per motivi di lavoro ho dovuto presenziare ad un convegno “letale” che era sulla figura di una pedagogista toscana del PCI, purtroppo morta prematuramente […] Il puntino interrogativo che questi pedagogisti (che si occupano sostanzialmente di formazione dalla primaria alla secondaria) non riuscivano a risolvere, era questo: noi avevamo quell’egemonia sui comportamenti microfisici della società italiana durante gli anni ’60 e ’70, poi contavamo come operatori della formazione, avevamo un ruolo politico che aveva una centralità;

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Narrazioni e psicoanalisi. Sui “Racconti analitici” di Freud

di Daniele Giglioli

Non c’è bisogno di coltivare una speciale dedizione alla teleologia, alla mistica della pienezza dei tempi, o magari all’ottimismo evoluzionista secondo cui una cultura riesce sempre a produrre al momento giusto gli anticorpi contro le tendenze degenerative che la minano, per salutare l’arrivo in libreria dei Racconti analitici di Sigmund Freud (progetto editoriale e introduzione di Mario Lavagetto, note e apparati di Anna Buia, traduzione di Giovanna Agabio, “Millenni” Einaudi, 805 pagg,  85 euro) come una circostanza estremamente felice. In un contesto come quello presente, dominato dalla un tempo stimolante ma ormai stucchevole confusione categoriale tra fiction e non-fiction, sempre a rischio di annacquare ogni differenza all’insegna di una generica narratività che tutto pervade e nulla spiega (saggi che si leggono, purtroppo, “come romanzi”; romanzieri che si improvvisano storici, e viceversa; onnipresenza dello Storytelling in ogni ambito della comunicazione e della prassi sociale), il Freud proposto da Lavagetto invita invece a coltivare la sottile e necessaria arte del distinguo. Tra sapere e raccontare, letteratura e scienza, invenzione e scoperta esistono reti infinite di nessi e implicazioni, che bisogna pazientemente districare, non annegare in una melassa incommestibile.

 Nessuno ne era più consapevole di Freud. I suoi rapporti con la letteratura, che Lavagetto indaga dai tempi di Freud la letteratura e altro, sono stati molteplici, complessi, fecondi ma anche tormentati. Era convinto che il poeta arriva per sue vie là dove lo scienziato a volte stenta a metter piede. Possedeva una vasta cultura letteraria, una memoria infallibile, una felicità di espressione e di costruzione narrativa che hanno pochi uguali: sotto il profilo della bellezza, molte sue opere, a cominciare dall’Interpretazione dei sogni, potrebbero stare senza disagio nel canone della migliore letteratura del Novecento. Non è lì però che Freud voleva collocarle. La storia di quei rapporti è anche la storia, appunto, di un disagio, di una diffidenza, di una tentazione e di una resistenza. Letteratura e scienza pretendono alla verità, e può capitare che vi arrivino per percorsi simili, ma non sono e non devono essere la stessa cosa, pena il decadere della psicoanalisi – secondo una maligna battuta di Krafft-Ebing, che aveva appena ascoltato una conferenza del giovane Freud – allo statuto di “favola scientifica”.

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Stato*

di Mario Tronti

Il discorso sullo Stato segue al discorso sul partito. La fase, cioè l’oggi, li stringe in un abbraccio: che si vorrebbe mortale e che bisognerebbe rendere vitale. Del resto, questo è un tempo in cui tra ciò che si vuole e ciò che si deve, vale la regola dell’incomunicabilità. Tra Stato politico e partito politico, in mezzo troviamo la crisi strutturale della politica moderna. Questo è il Grund, oscuro, del problema. Oscuro, perché non pensato, semplicemente dato, accettato, subìto. Crisi dei fondamenti, non della politica in generale, come se ne parla genericamente, appunto oggi, ma della politica secondo quanto il Moderno ne aveva offerto di teoria e di pratica, di pensiero e di esperienza. Politica che fa società, intervento soggettivo che tiene insieme un’oggettività, che da sola non sta insieme, quella complexio oppositorum degli individui liberi, che la modernità ha gettato sul campo di guerra della storia umana.

Nel Moderno, la politica viene prima dello Stato, Machiavelli prima di Hobbes. La politica fonda lo Stato, come strumento di ordinamento della libera associazione degli individui, a quel punto anche attraverso il diritto. Stato non è polis, non è Impero, nemmeno è potere secolare distinto da potere ecclesiale, non è più quello il problema. Stato è solo Stato moderno. Questo è un punto da tenere fermo. L’invenzione moderna dello Stato va vista, e va messa, dentro l’età modana delle scoperte, geografiche e scientifiche, spaziali e culturali. E dentro la storia moderna del soggetto, o dentro la storia del soggetto moderno. È il grande individuo, il macroantropos, una singolarità inedita, sovraindividuale, artificio giuridico mondano e al tempo stesso Deus mortalis, a cui il singolo vero può affidare la sicurezza, altrimenti sempre in pericolo, della propria vita e dei propri beni. Una nascita graduale, in crescita esponenziale, man mano che si amplia lo spazio della sovranità, locale e sociale, dal territorio alla nazione, dai ceti alle classi, dal Principe al Leviatano e, attraverso le rivoluzioni, dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, dallo Stato liberale allo Stato democratico.

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Crisi e (sotto) consumi

Antiper

Nelle teorie economiche che condividono l'approccio “sotto-consumista” è il livello della domanda (di merci) che regola il livello dell'offerta (detto in modo diverso: è la scala del consumo che regola la scala della produzione); per i sotto-consumisti, dunque, le crisi capitalistiche sono sempre figlie, in un modo o nell'altro, di un difetto di domanda. Ne consegue che la ricetta anti-crisi dei sotto-consumisti è sempre, in un modo o nell'altro, quella di aumentare la domanda mediante un innalzamento dei redditi.

Naturalmente, ci sono sempre due modi per fare le cose. E difatti “aumentare il reddito” può voler dire aumentare il reddito (e il consumo) dei ricchi oppure aumentare il reddito (e il consumo) dei poveri. Non a caso, i sotto-consumisti si dividono in due grandi “scuole”: diciamo, una “scuola sotto-consumista di destra” (in cui vengono in genere annoverati esponenti come Thomas Malthus o John Hobson) e una “scuola sotto-consumista di sinistra” (in cui vengono annoverati, tra i moltissimi altri, autori come Sismonde De Sismondi, Rosa Luxemburg, Paul Sweezy... nonché più o meno tutte le espressioni sindacali esistite ed esistenti, di regime e “di base”).

I sotto-consumisti “di sinistra” - peraltro molto più numerosi di quelli “di destra” - sono fan di “Robin Hood” perché propugnano l'espropriazione di quote di reddito dei “ricchi” per destinarle ai consumi di prima necessità dei “poveri”.

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Della colpa e del debito

Paolo B. Vernaglione

Come alcuni economisti critici hanno scritto, il paradigma biopolitico con cui interpretare la crisi del debito sovrano sancisce l'intreccio inestricabile della valorizzazione delle facoltà umane individuali con una certa configurazione morale, che dà luogo alla costruzione di un'etica pubblica.

Ciò che si manifesta nella crisi finanziaria prodotta da un capitalismo che da almeno tre decenni non esita a mettere in produzione le facoltà umane di linguaggio e cooperazione, è l'esito combinato di un mutamento decisivo dei rapporti tra saperi, poteri e soggetti, in primo luogo di un sapere sociale ed economico che entra a far parte della natura umana, nell'economia domestica, nel lavoro di cura e nell'estensione della condizione precaria d'esistenza.

Giustamente Christian Marazzi in una recente intervista sul quotidiano Il Manifesto e in un intervento al convegno di Uniniomade2 “Dal welfare al commonfare”, indica nella colpevolizzazione dell'individuo proprietario – che può essere identificato con il piccolo risparmiatore, l'impiegato statale e il lavoratore autonomo di seconda o terza generazione, come dello studente indebitato – l'effetto più opprimente con cui la crisi si abbatte sui singoli.

Ciò evidentemente non significa che il principale effetto dei giochi d'azzardo dei e sui mercati sia solo di ordine simbolico, bensì che l'immediata dimensione “linguistica” dell'economia si trasforma in maniera altrettanto immediata nel drastico immiserimento delle vite di tutti.

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nazione indiana

Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia*

di Andrea Inglese

Consensus versus canea

C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington consensus”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali. Non c’è giorno che un quotidiano europeo non ospiti i consigli di qualche addetto ai lavori economici e finanziari.

Il cittadino ordinario, sprovvisto di cattedra in economia, finisce con il concludere che i decisori e i loro consulenti sono nel pieno disorientamento strategico. Da qui, l’esigenza di andare a vedere che cosa sta succedendo. Ma oltre alla certezza che i monotoni giorni del pensiero unico sono andati e che probabilmente di più terribili se ne preparano, è alquanto difficile mettere a fuoco l’argomento in questione, e non solo per via dei pronostici contrastanti. Il problema è: a chi stanno parlando gli esperti? Sono convocati giornalmente dalla stampa generalista, ma l’impressione è che essi parlino ancora di una crisi privata. Continuano, con il loro gergo tra l’oracolare e il tecnico, a considerare la crisi cosa loro, anche se ormai ne parlano in pubblico, a noi, ai profani.

 

Gesticolazione e stasi

C’era una volta la politica, con le sue mancanze di volontà, ma anche con i suoi conflitti da mediare, il confronto ideologico, lo scontro sociale, le alleanze e le lotte tra i partiti, i negoziati tra le parti sociali. C’erano i decisori (eletti) che dovevano comporre con difficoltà i contrastanti interessi del popolo sovrano.