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Desiderio: Pulsione = Verità: Sapere
Slavoj Žižek1
Secondo quanto indica Jacques-Alain Miller, il concetto di “costruzione in analisi” non si basa sulla (dubbia) pretesa che l’analista abbia sempre ragione (se il paziente accetta la costruzione proposta dell’analista, ciò rappresenta l’inequivocabile conferma della sua correttezza; se il paziente rifiuta, questo è un segno di resistenza che, di conseguenza, ribadisce il fatto che la costruzione abbia in qualche modo toccato la verità); il punto sta, al contrario, nel lato opposto della questione: “l’analizzando è sempre, per definizione, dalla parte del torto”. Al fine di giungere a tale conclusione, è necessario soffermarsi sulla distinzione cruciale tra la costruzione e la sua controparte, l’interpretazione, il cui rapporto è correlativo a quello della coppia sapere/verità. L’interpretazione è un gesto che è già sempre incorporato nella dialettica intersoggettiva del riconoscimento tra analizzando e analista, il cui intento è quello di concorrere alla produzione di un effetto di verità legato a determinate formazioni dell’inconscio (un sogno, un sintomo, un lapsus). Il soggetto dovrebbe allora poter “riconoscere” se stesso nella significazione proposta dall’interprete, precisamente con l’intento di soggettivarlo, al fine di assumere il significato proposto come “suo proprio” (Si, oh mio Dio, quello sono io, volevo davvero questo). Il successo dell’interpretazione è determinato da questo “effetto di verità” nella misura in cui influisce sulla posizione soggettiva dell’analizzando (suscitando ricordi di eventi traumatici fino a quel momento profondamente repressi che provocano resistenza violenta). In netto contrasto con l’interpretazione, la costruzione (ad esempio, quella di una fantasia fondamentale) ha lo status di un sapere che non può mai essere soggettivizzato, assunto dal soggetto come verità su se stesso, come la verità in cui egli può riconosce il nucleo più intimo del suo essere.
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Il vero "bail-out"? Quello della Germania
Thomas Fazi
Tra i tanti motivi per cui l’Europa – e in particolare la periferia – fatica a uscire dalla crisi, ce n’è uno che forse spicca su tutti: ossia, il fatto che a molti (inclusi, viene il sospetto, i nostri governanti) non è ancora chiaro come ci siamo entrati. Ci si rende conto di ciò ogniqualvolta si cerchi di ragionare sulle responsabilità della Germania nel perpetuarsi e aggravarsi della crisi – cosa che su questo blog facciamo con una certa solerzia, e non certo per pregiudizio anti-tedesco. In questi casi, a prescindere dalla validità delle proprie argomentazioni, è comune sentirsi rispondere: “Sì, avete ragione, la Germania potrebbe fare di più, ma bisogna pur capirli i tedeschi: hanno già sborsato tanti soldi per salvare le scalcagnate economie della periferia ed è normale che non se la sentino di sborsarne altri”. È infatti piuttosto diffusa l’idea secondo cui la Germania sarebbe giustificata a chiedere garanzie e sacrifici ai paesi della periferia – e a essere riluttante a fare ulteriori concessioni –, in quanto avrebbe già contribuito massicciamente ai “salvataggi” – o bail-out – di Grecia, Irlanda, Spagna, ecc. Insomma, anche la Germania, a suo modo, avrebbe pagato un conto piuttosto salato per via della crisi. Secondo questa lettura, la Germania potrebbe essere paragonata a una sorella maggiore severa, forse un po’ ottusa, ma comunque disposta ad aiutare i propri fratelli nel momento del bisogno. Ma è veramente così?
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La scienza del conflitto. Secondo il Pentagono...
Dante Barontini - Nafeez Ahmed *
Si fa presto a straparlare di “conflitto”. Se uno si accontenta di nuotare – sempre meno liberamente – nelle “tonnare” predisposte in piazza dalla polizia italiana, meglio che non si avventuri in questa lettura. Se invece non sopporta proprio di sentirsi come un insetto sotto la lente dell'entomologo, è bene che vada avanti.
Il conflitto sociale è materia che può e deve essere analizzata in maniera scientifica, tenendo conto dei precedenti storici come delle tecnologie esistenti, della “qualità” del nemico come di quella degli “amici”. Altrimenti ci si inoltra in un terreno sconosciuto, irto ovviamente di rischi imprevedibili, dotati soltanto delle proprie buone intenzioni e di una dose di incoscienza sopra la soglia.
Un'inchiesta eccellente apparsa sul giornale inglese The Guardian nei giorni scorsi aiuta a rimettere con i piedi per terra sia l'idea che la pratica reale del conflitto sociale. Come fa? Semplice: guarda a quel che il Pentagono sta facendo da alcuni anni a questa parte per “implementare” la sua già immensa conoscenza.
Da prima ancora che l'11 settembre rendesse concreto il concetto di “guerra asimmetrica”, ai piani alti della Difesa statunitense si era capito che “il nemico” dei futuri scenari bellici sarebbe stata la popolazione civile.
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Contro il muro
L'origine comune della crisi ecologica e della crisi economica
di Claus Peter Ortlieb
Se nei centri capitalisti, la discussione pubblica interpreta la crisi economica, nonostante la sua persistenza, come un fenomeno puramente passeggero, invece si accorge perfettamente del fatto che la crisi ecologica proviene dalle stesse fondamenta del modo di vita moderna. E' troppo evidente, infatti, la contraddizione tra l'imperativo economico della crescita, da una parte, e la finitezza delle risorse materiali e della capacità dell'ambiente di assorbire i rifiuti prodotti dalla civilizzazione, dall'altra. Da alcuni anni, la catastrofe climatica annunciata occupa il primo piano della discussione, anche se oggi se ne parla un po' meno, date le nuove priorità derivanti dagli sforzi di far fronte alla crisi economica. L'obiettivo dei 2° C, grazie al quale si dovrebbe essere in grado di evitare i peggiori effetti del riscaldamento globale, viene ormai considerato del tutto irraggiungibile. Eccetto il calo che si è registrato durante l'anno di recessione 2009, l'emissione mondiale di CO2 continua ad aumentare inesorabilmente, e a sua volta il cambiamento climatico comincia a rafforzarsi, segnatamente liberando un surplus di gas serra provenienti dallo scongelamento del permafrost, o diminuendo la riflessione delle radiazioni solari nello spazio a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Tuttavia, il cambiamento climatico non rappresenta che uno dei campi di battaglia su cui si combatte la "guerra del capitale contro il pianeta", come la chiamano i sociologhi statunitensi John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York nel loro straordinario libro (anche se in molti paesi non è mai stato tradotto) intitolato "The Ecological Rift. Capitalism’s War on the Earth", New York, Monthly Review Press, 2010.
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Big data, complessità e metodo scientifico
Francesco Sylos Labini
Oggi è tecnicamente possibile la raccolta di enormi quantità di dati. Ma il trattamento dei “big data” non è in grado, di per sé, di migliorare la capacità di previsione di fenomeni naturali o sociali. Anche di fronte alla cono- scenza delle leggi dinamiche sottostanti, infatti, rimane difficile comprendere l’evoluzione di forze che danno spesso luogo a comportamenti caotici
Grazie allo sviluppo dell’informatica e di internet è ora possibile accumulare grandi insiemi di dati; si è così venuta a creare una nuova situazione che solo fino a qualche anno fa appariva impensabile. La quantità di dati archiviati in forma digitale, infatti, sta crescendo in maniera esponenziale e questo scenario pone una serie di nuovi problemi nuovi da considerare, dalla privacy degli individui alla qualità dell’informazione che può essere estratta dalle banche dati. Mentre ci sono delle applicazioni, come ad esempio lo sviluppo di traduttori automatici, in cui i dati possono davvero rappresentare un’innovazione fondamentale, la domanda che molti si pongono è se tali dati, da soli (senza cioè un modello teorico di riferimento) possano essere sufficienti per comprendere i fenomeni naturali o sociali, e se questa nuova situazione implichi una sorta di “fine della teoria”. In realtà, ci sono dei limiti intrinseci alla possibilità di estrazione di informazioni da grandi quantità di dati. Per illustrare il punto prendiamo le mosse da un esempio “storico” di comprensione di un fenomeno naturale avvenuto senza un modello teorico di riferimento.
Il comportamento caotico dei pianeti
Ogni civiltà a noi nota ha sviluppato delle conoscenze astronomiche: sono stati osservati i cicli del sole e della luna perché la loro conoscenza era importante per programmare le semine e i raccolti.
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La sostanza della verità*
di Anselm Jappe
Voglio cominciare con un ricordo personale. Sono cresciuto sul confine fra due epoche: la modernità classica e la postmodernità, o tarda modernità. Infatti, ho trascorso la mia adolescenza negli anni '70. Allora, il potere utilizzava un linguaggio chiaro: la famiglia, la scuola, la chiesa, l'esercito, le istituzioni dello Stato. parlavano con linguaggio altezzoso e autoritario. Domandavano rispetto e sottomissione in quanto pretendevano di detenere la verità. Non cercavano di darci soddisfazioni immediate, ma di garantire il nostro futuro insegnandoci, o imponendoci, quello che non eravamo capaci di apprezzare e scegliere spontaneamente. Volevano anche obbligarci a fare sacrifici in nome di una verità superiore all'individuo, come la patria. In realtà, nei settori più importanti della vita, era già tutto stabilito, erano gli individui che dovevano adattarsi. Invece, quelli che non si volevano adattare parlavano di "rivoluzione", di "sovversione", e proponevano soprattutto di minare le certezze comuni. Spargere dubbi, mettere in discussione le verità ufficiali, sottolineare la relatività di ogni sapere, sembravano attività sovversive. Mentre il potere, molto tempo dopo la secolarizzazione ufficiale della società, parlava ancora in nome di un dogma che doveva essere accettato e non discusso; la contestazione, al contrario, si poneva dalla parte degli scettici, dei relativisti. Non è forse meglio, per le religioni, perseguitare gli scettici, piuttosto che i detentori di presunte contro-verità? La libertà politica e sociale dovrebbe andare di pari passo, agli occhi dei nemici dell'autoritarismo esistente, con la denuncia di ogni dogmatismo nel pensiero: l'"anarchismo epistemologico" del filosofo Paul Feyerabend ne è stato forse l'esempio più noto.
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Gli ultimi giorni di Pompei
di Carlo Donolo
Gli ultimi giorni di Pompei sono sempre un grande spettacolo che ha il vantaggio di far coincidere attori e spettatori. Li abbiamo visti spesso al cinema in anni recenti, ma lo schermo è efficace solo nella misura in cui gli spettatori si identifichino con i protagonisti: si tratta di cose che ci riguardano. Pompei si presenta in varie forme: la guerra, il dissidio permanente e violento, la crisi ambientale e climatica, il disordine sociale endemico, la crisi economica, l’incidente puntuale ma sistemico a modo suo (come nel caso delle centrali atomiche). Inoltre e sempre di più la “catastrofe”, che poi è svolta, fatalità, metamorfosi, miscela di fine e inizio, si manifesta come incertezza oltre che come rischio. Questo lo conosciamo e ne stimiamo la probabilità, ce ne difendiamo con protezioni e assicurazioni. L’altra, invece, è un processo indefinito che si coagulerà in un indistinto futuro, in un tempo-spazio inconoscibili. Lo ignoriamo, però sappiamo solo che può avvenire. Questo getta un’ombra su tutta la vita sociale, che resta in attesa dell’evento improbabile, ignoto, ma certamente possibile. E, infine, solo per introdurre il tema “Pompei”, c’è anche tra i rischi percepiti e indefiniti quello del “declino”, letto come blocco del motore economico della crescita, come invecchiamento sociale, come necrosi culturale. Il declino riguarda non un tramonto dell’Occidente, ma un lungo processo che porta al decentramento dell’Europa, alla fine di questo baricentro politico e culturale, a favore dell’emergere di altre nazioni e di altre macroregioni.
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Il primato della relazione
Giso Amendola
Un percorso di lettura a partire dall’ambizioso volume «Il transindividuale» curato da Vittorio Morfino e Etienne Balibar. Si indaga il rapporto fra individuo e comunità e sul loro «dualismo» che ha inciso sui modi di interpretare e di vivere la sfera pubblica. Esiste un filo rosso nella filosofia in cui ogni singolo è espressione dei rapporti sociali, ma irriducibile al tutto. Nonostante ciò, la possibilità di una politica del comune
Individuo e comunità, singolo e collettivo. Il rapporto tra i due poli può essere declinato in modi molto differenti, dall’ordinata partecipazione della parte al «Tutto», fino al conflitto irriducibile: resta fermo che questo schema ha funzionato come fondamento dell’idea di ordine che il pensiero occidentale si è dato, ha descritto la sua ontologia portante. All’individuo come realtà stabile, autofondata, trasparente a se stessa, dai confini sicuri e ben tracciati, si è contrapposto un soggetto collettivo che, in fondo, ne replica i tratti fondamentali: un Soggetto dai confini più ampi, semmai un macroantropo che ricomprende in sè gli «individui», come nel frontespizio del Leviatano di Thomas Hobbes, ma che dell’individuo riproduce in pieno le fattezze ontologiche, a cominciare dalla pretesa di autofondazione e di autosussistenza.
Questo dualismo di fondo ha inciso evidentemente sui modi di interpretare e di vivere la sfera pubblica: l’ontologia qui è più che mai questione politica. A partire dall’ingenua alternativa tra individuo è collettivo, la sfera pubblica o è stata assorbita all’interno di un soggetto collettivo ipercompatto, destinato a fagocitare ogni singolarità, o, simmetricamente , è impallidita all’interno di una semplice visione «intersoggettiva», frutto di un contratto o comunque parto trascendentale di un supposto e fittizio accordo tra gli individui, confermati come mattoni primi metafisici di qualsiasi costruzione pubblica.
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Socialismo, nè sinistra nè destra
di Alain De Benoist
Un saggio provocatorio sull'ultimo libro di Jean-Claude Michéa
Il gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell'Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell'epoca – indicava ancora quest'ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l'organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali.
Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all'economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l'influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Halimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l'occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l'ordine economico, a proteggere l'argenteria della gente del castello».
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Impero (Hardt/Negri): il mondo in crisi visto come la Disneyland della Moltitudine*
di Robert Kurz
Il problema per cui la critica sociale si vede confinata nelle categorie dell'ontologia capitalista, peggiora ulteriormente quando le idee del marxismo tradizionale vengono rivestite con gli orpelli della post-modernità. Dieci anni dopo il libro di Rufin, "L'impero e i nuovi barbari", Michael Hardt e Antonio Negri pubblicano "Impero", il loro opus magnum, il quale pretende descrivere il "nuovo ordine del mondo" ed il suo superamento futuro nel quadro di una vasta teoria della storia della modernità (e, più in generale, del suo sviluppo). Benché gli autori procedano largamente sulle tracce di Rufin, fino a prenderne in prestito il riferimento a Polibio, Rufin non viene mai citato, e neppure menzionato nella bibliografia. Eppure si dovrebbe trattare, nella prospettiva di una riformulazione di una teoria sociale emancipatrice, non di prendere in prestito - alla chetichella - degli elementi da Rufin, ma di operare la critica immanente delle sue argomentazioni, per poter fare un passo avanti decisivo. Hardt e Negri non riescono a farlo, se non altro perché non possono, più di quanto possa Rufin, concettualizzare in modo soddisfacente i fondamenti della società capitalista e le sue conseguenze. Per loro, la forma di riproduzione sociale totalitaria del mercato (il problema dello "sviluppo economico", per Rufin) va da sé, fino al punto di non essere neppure menzionato come concetto da mettere in discussione.
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Il fascino discreto della crisi economica
Intervista a Joseph Halevi
Con Joseph Halevi iniziamo un ciclo di interviste ad economisti ed economiste sulla perdurante grave crisi economica. Benché la crisi abbia messo in discussione il pensiero economico dominante negli ultimi 30 anni, ci sembra che sia mancato finora a sinistra un dibattito appropriato che provasse a mettere a fuoco le determinanti del crollo e le prospettive future.
In ciò ha avuto un ruolo anche il “Manifesto” stesso, che ha ormai eliminato l’uso di alcune chiavi di lettura del presente, finendo a concentrarsi solo su certi aspetti della crisi (la questione ambientale, i beni comuni). Proviamo quindi a smuovere le acque, intitolando l’ iniziativa “Il fascino discreto della crisi economica”, prendendo spunto da un articolo di Fernando Vianello e Andrea Ginzburg pubblicato su “Rinascita” nel 1973. Benché gli scriventi abbiano una prospettiva teorica diversa dagli autori di quell’articolo, l’intenzione è di rendere omaggio alla tradizione eterodossa italiana (chi scrive si è laureato a Modena, in cui hanno insegnato sia Vianello che Ginzburg), oggi marginalizzata.
Halevi è docente di economia presso la University of Sidney ed è stato per anni collaboratore del “Manifesto”. I suoi interessi di ricerca coprono l’economia politica, le teorie della crescita e del commercio, l’Asia ed il pensiero marxiano e post-keynesiano.
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Aporie della moltitudine
Carlo Formenti
Parto da Bifo, non solo perché il suo è l’intervento più lungo, ma anche perché mi consente di rendere ancora più chiara e puntuta l’intenzione polemica del mio libro. Franco mi rende l’onore delle armi: 1) riconoscendo che la mia analisi della mutazione del modo di produzione capitalistico è ineccepibile; 2) lodando l’utilità del mio lavoro di catalogazione di un ampio ventaglio di teorie, sforzo che, appunta ironicamente, risparmia ad altri la fatica di leggere tutti quei libri; 3) sostenendo che quando analizzo i processi sono «formidabile» (captatio benevolentiae?), ma aggiungendo che quando cerco di trarne conclusioni critiche cado nel vizio – «futile» e anche un po’ antipatico – di procedere per confutazioni, pretendendo di dimostrare che tutti sbagliano. Quindi, visto che viceversa rivendico e considero irrinunciabile il metodo della confutazione, procederò a confutare, tanto sul piano del metodo, quanto su quello della realtà di fatto, le sue argomentazioni.
Confutare è inutile, scrive Bifo, seguendo la lezione di Deleuze, perché non esistono verità da affermare né falsità da confutare, bensì solo «visioni». Ebbene, questa «visione» è esattamente il mio primo bersaglio polemico (non a caso ho scelto il sottotitolo Contro le ideologie postmoderne).
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Teoria delle onde lunghe e crisi del capitalismo contemporaneo
di Michel Husson
Non vi è certamente modo migliore di rendere omaggio a Ernest Mandel che applicarne il metodo, quello di un marxismo vivo, non dogmatico. D’altronde, la profondità della crisi attuale rende ancor più indispensabile la rivalutazione critica degli strumenti d’analisi che Mandel ci ha lasciato. Il presente contributo cercherà quindi di rispondere a questa questione: la teoria delle onde lunghe costituisce un quadro adeguato per l’analisi dell’attuale crisi, della sua genesi e della nuova fase che apre?
Una volta richiamata a grandi linee questa teoria, cercheremo di applicarla al complesso della fase neoliberista del capitalismo, alternando considerazioni teoriche e osservazioni pratiche. Condurremo questo esame secondo due linee direttrici. La prima è che il capitalismo neoliberista corrisponde a una fase recessiva il cui tratto specifico essenziale è la capacità del capitalismo di ristabilire il saggio di profitto, nonostante un saggio di accumulazione stagnante e mediocri aumenti di produttività. La seconda è che non ci sono le condizioni del passaggio a una nuova onda espansiva e la fase che si apre è quella di una “regolazione caotica”.
Onde lunghe
La teoria delle onde lunghe ha costituito inizialmente il tema affrontato nel Capitolo 4 de El capitalismo tardÍo [“Il tardo-capitalismo”, o “La terza età del capitalismo”] (Mandel, 1972 – v. Bibliografia finale]) ed è poi stata sviluppata in una serie di lavori, in particolare nel libro Las ondas largas del desarrollo capitalista [“Le onde lunghe dello sviluppo capitalistico”] (Mandel, 1986).
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Il riproporsi dell’Ursprung*
Una nota su accumulazione originaria, sussunzione formale e reale
di Adelino Zanini
1. Quando si ragioni sui problemi connessi alla finanziarizzazione dei modelli sociali, in termini storici, il pensiero corre immediatamente all’interpretazione datane da Rudolf Hilferding, il quale sosteneva che nel capitale finanziario si risolveva e si superava la distinzione tra capitale bancario e capitale produttivo, in modo tale che la forma più universale e assurda (begriffloseste) – così egli si esprimeva – del capitale, ossia il capitale monetario (D-D’), veniva ad assumere il suo senso più specifico.1
E tuttavia, nella storia del pensiero economico, possiamo trovare strumenti interpretativi non meno interessanti già in Marx (in cui è presente appunto la definizione di capitale monetario a cui Hilferding si riferiva) e, soprattutto, in Schumpeter e Keynes (trascurando, un po’ colpevolmente, altri autori meno celebri ma non meno significativi, quali Knut Wicksell, Gunnar Myrdall, Frank Hahn). Strumenti che non sono necessariamente “segnati”, per così dire, dal dibattito epocale sull’Imperialismus (e sulle forme ad esso connesse: trust, cartelli, etc.) e sono perciò tali da poter essere richiamati senza soverchie preoccupazioni storiografiche.
Ad esempio, la centralità del mercato monetario in Schumpeter, sostenuta dalla funzione di liquidità creata ex novo, a prescindere dal risparmio, spiega non solo come sia possibile il concretizzarsi dei processi innovativi, ma anche perché in una particolare fase del ciclo economico si assista di norma alla cosiddetta “liquidazione abnorme”, che fa seguito alla creazione di liquidità in eccesso sotto forma di moneta creditizia e quindi indirizzata anche a fini speculativi.
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L’ideologia continua. Intervista a Slavoj Žižek
di Giulio Azzolini
Nella versione integrale dell’intervista pubblicata il 1 novembre 2013 su la Repubblica, il ritratto di uno tra i più originali e controversi intellettuali contemporanei, Slavoj Žižek. Nella prima parte del dialogo, dopo essersi smarcato dal postmodernismo e aver riconosciuto il proprio debito nei confronti dello strutturalismo, il filosofo sloveno racconta il “suoˮ Hegel. Nella seconda parte, il discorso cade sulla congiuntura attuale e Žižek spazia col solito acume dalla politica all’economia alla religione. Nella terza parte, infine, l’“Elvis della filosofiaˮ racconta la sua vita, le sue passioni, le sue idiosincrasie
«Scusi, ho parlato troppo». All’improvviso Slavoj Žižek tace. Aveva rotto il ghiaccio con una storiella sulle sottili differenze che tormentano la sinistra. Il suo inglese prorompe scandito da un’inconfondibile esse blesa, il tono è grave, il volume alto. È appena tornato dalla Corea, ma rimarrà nella sua Lubiana solo qualche giorno. «Ora mi toccano gli Stati Uniti, poi la Bolivia. Adoro viaggiare e tutto ciò che mi serve sta nel mio computer. Per divertirmi inoltre guardo un sacco di film, anche se oggi sono stanchissimo per il trasloco…». I libri ingombrano. «No, è che un mesetto fa mi sono sposato». Il primo matrimonio? «Il quarto. Lei è più giovane di me, fa la giornalista culturale». Bene. «Con le mogli precedenti, però, conservo un ottimo rapporto». Žižek è «misantropo», dice. E pure «un vecchio stalinista», aggiunge scherzando a metà. Detesta le filosofie del dialogo, ma chiacchiera con entusiasmo e garbo impeccabile.
Esce in Italia la prima parte di Meno di niente (ed. Ponte alle Grazie, pagg. 496, euro 29), il suo monumentale saggio dedicato a Hegel. «La più grande impresa della mia vita», ha dichiarato. Perché?
«Oddio, in effetti messa così suona abbastanza grottesco. Volevo soltanto dire che ricapitola, in qualche modo, tutto il mio lavoro. Forse non è il mio libro migliore, ma di certo provo a chiarire le mie posizioni filosofiche e ontologiche fondamentali, anche se qui e là non manca qualche barzelletta sporca. Non riesco a sopravvivere senza».
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