Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”
di Alessandro Visalli
Cenni biografici e premessa
Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel 2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II, dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.
Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia, la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.
Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno a un’unica categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.
Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente, nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di semiautonomia.
L’avvio della sua opera pubblica avviene con l’opera del 2012, L’austerità è di destra[1], in questa fase è attento e favorevole alle forme di controllo dei capitali, della pianificazione e dell’imposizione di standard sociali. Poi su questo tema sposterà l’accento. Ho condiviso completamente questo libro.
Nello stesso anno esce il manuale Anti-Blanchard[2], giunto alla quinta edizione.
Dal 2015 al 2019 scrive una serie di paper sul Cambridge Journal of Economics, o su altre riviste come Structural Change and Economic Dynamics e Bulletin of Political Economy. Sviluppa analisi empiriche sulla regola di solvibilità dei Banchieri Centrali, quindi sull’analisi di rete sulla proprietà aziendale globale, usando dati riferiti essenzialmente agli Usa e Ue da database pubblici (Eikon/net control), concentrati sul controllo azionario delle aziende quotate. Si dedica a sviluppare quell’apparato teorico di natura quantitativa che userà fino ad oggi. Come vedremo in maggior dettaglio qui il problema non è nell’analisi, rigorosa e interessante, quanto nell’uso politico sovraesteso che ne viene fatto.
Nel 2019 pubblica un nuovo libro: Il discorso del potere[3], sul premio Nobel.
Nel 2020 pubblica il primo libro di sintesi organica. Non sarà un pranzo di gala[4], che è in sostanza una raccolta di dibattiti e saggi con una prima parte, “Crisi e critica della politica economica”, nella quale Brancaccio costruisce un apparato categoriale, ed un ultimo “Catastrofe o rivoluzione” che ha ambizioni di prima sintesi teorico-politica. In mezzo interviste e dibattiti con esponenti del mainstream economico, Lorenzo Bini Smaghi, Romano Prodi, Oliver Blanchard, Mario Monti. Dibattiti di cui andrà molto fiero fino ad oggi. Qui comincia ad emergere la prescrizione accelerazionista che caratterizzerà il percorso successivo.
Due anni dopo, nel 2022, estende l’attenzione alla dimensione geopolitica con La guerra capitalista[5]. La tesi è come sempre semplice e robusta: la centralizzazione produce competizione tra capitali su scala mondiale, questa competizione genera il conflitto imperialista. La guerra è dunque strutturale.
In Democrazia sotto assedio[6], estende ancora la diagnosi al piano della crisi della democrazia liberale. La centralizzazione del capitale produce, inesorabilmente, la concentrazione del potere politico ed entra in conflitto con i principi della separazione liberale. Si ripercorre la tesi di Piketty con un linguaggio marxista.
Nel 2024 pubblica Le condizioni economiche della pace[7]. Nel quale viene mostrato come la condizione di guerra attuale sia correlata con gli squilibri finanziari, figli della fase neoliberale. E viene proposta una “regola di pacificazione”, da esercitare a livello internazionale, per la quale il tasso reale di accumulazione sia ricondotto (via regolazione) ad essere stabilmente superiore al tasso di interesse reale.
Infine, nel 2026, Libercomunismo[8], cerca di chiudere il cerchio proponendo una conciliazione tra libertà individuale e piano collettivo, ma nel contesto di una diagnosi classicamente “pauperista” dalla quale scaturisce una prescrizione accelerazionista.
La parabola teorica è dunque molto chiara e semplice:
1- In un primo momento recupera dall’analisi di Hilferding (prefazione al Capitale finanziario, del 2011[9]) la cosiddetta “legge di tendenza” alla centralizzazione del capitale.
2- Interpreta l’azione delle Banche centrali non già come gestione del ciclo o dell’inflazione, quanto come regolatore delle condizioni di solvibilità di sistema. Ovvero gestione della liquidazione di alcuni capitali, determinando il ritmo della centralizzazione.
3- In alcuni paper del 2018[10] e 2019[11]. La network analysis sulla proprietà incrociata porta alla diagnosi quantitativa per la quale il 2% dei maggiori detentori di controllo azionario o organizzativo controllerebbe l’80% del complessivo net control sul capitale delle società (osservate). Questi paper sono iscritti in una tradizione di ricerca aperta nel 2011 da Vitali, Glattfelder e Battiston[12] ed una ampia letteratura internazionale sulle reti di controllo societario, interlocking directorates, financial networks e systemic risk.
4- La mossa del cosiddetto “vincolo epistemologico” (o “mossa di judo”), per la quale dato che la centralizzazione produce omogeneizzazione del lavoro, si può solo ‘saltare’ nell’appropriazione collettiva del capitale già centralizzato (ancora Hilferding dunque) escludendo che si possa o debba frenare. Sono escluse come velleitarie e reazionarie ad un tempo sia la via keynesiana, sia la via nazionalpopolare, sia la via dependestista (delinking aminiano[13]). È quindi reazionaria la via di agire le “controtendenze”, incluso le molte evidenziate da Baran e Sweezy nel loro classico del 1966[14].
5- La più recente proposta del “libercomunismo”. Ovvero dell’unione, proposta da Marx, del controllo della totalità delle forze produttive unita al pieno sviluppo della totalità della capacità dell’individuo[15].
Il nodo centrale, la ‘centralizzazione’.
Quando Brancaccio si ancora a Hilferding, nella Prefazione al famoso testo del 1910, enuncia espressamente il programma che non abbandonerà mai: rigettare del marxismo tutto quel che non è utile per la competizione nella scienza economica. Quindi la sociologia, antropologia, filosofia e politica marxiana[16]. In questa mossa originaria è contenuto anche un singolo slittamento: nel riferirsi quasi esclusivamente a posizioni e dibattito secondointernazionalisti e comunque degli anni di avvio del secolo XX, tende sistematicamente a scambiare o appiattire il ‘controllo’, condizionato da regole ed esercitato su capitale disperso e gestito (da imprese come Vanguard, Black Rock, etc.), con la marxiana ‘centralizzazione’. Ovvero su quello che in Marx è il controllo dei mezzi di produzione, delle merci e della forza lavoro. Essenzialmente, per il Marx sociologo, si tratta di un rapporto sociale. È pur vero che la distinzione è accennata in alcuni passaggi, e che in una risposta recente nel contesto di una polemica via social ha scritto: “il Collega incredibilmente fa confusione, mescolando in un’unica massa informe la disuguaglianza proprietaria tra diversi gruppi di redditi e la centralizzazione del controllo del capitale in sempre meno mani. Ma queste sono due grandezze radicalmente diverse. La seconda è una ‘legge’ marxiana, la prima può esser considerata una versione molto edulcorata di un'altra ‘legge’ marxiana”. La seconda sarebbe una conseguenza della tendenza alla polarizzazione sociale ed alla separazione della società in due sole classi, mentre la prima sarebbe la “vera” legge marxiana: la concentrazione del ‘controllo’ del capitale in sempre meno mani. Il punto sarebbe che, ancora dal medesimo testo: “livelli anche accentuati di disuguaglianza sono in fin dei conti compatibili con gli assetti di ripartizione dei poteri che costituiscono la forma tipica delle classiche democrazie borghesi. La centralizzazione del capitale, invece, non è compatibile con quegli assetti, poiché concentra il potere capitalistico nelle mani di un manipolo troppo ristretto di soggetti, e quindi ‘tende’ a erodere dall'interno, come un morbo, la divisione dei poteri tipicamente declamata dalla democrazia borghese”. È interessante che la torsione è politicista, qui Brancaccio, memore forse dei suoi studi originari, indica il problema della ‘centralizzazione del capitale’ nello svuotamento del meccanismo decisionale democratico. Un problema reale e gravissimo, chiaramente. Tuttavia, qualificare come ‘legge marxiana’ la concentrazione del controllo è fonte di molti problemi filologici e di slittamenti e distorsioni politiche, come vedremo. Lo è anche, ma non solo, perché usa essenzialmente il network di rappresentanza azionaria negli organi decisionali di un pool ampio, ma geograficamente e temporalmente segnato, di grandi aziende quotate.
In Libercomunismo, Brancaccio qualifica inizialmente la “centralizzazione” in modo filologicamente rigoroso come effetto della “bancarotta dei capitalisti” e la liquidazione con assorbimento dei loro capitali (qui Marx pensa evidentemente ai mezzi di produzione e alle merci, materie prime e semilavorati, che sono per lui “il capitale”, di cui la forma monetaria è immagine). La “concentrazione”, in questa accezione, è semplicemente la crescita dei singoli capitali per effetto dell’accumulazione. Il capitale si accresce internamente, reinvestendo plusvalore. I capitali che falliscono sono “messi all’asta” per cui, alla fine, “pochi giganti finiscono per controllare la totalità del capitale sul mercato”[17]. Brancaccio si spinge fino a dire “se esistesse uno spirito del capitalismo sarebbe questo”.
Di seguito, però, estende questa intuizione, per la quale non dispone di ‘dati’ dai quali estrapolare ‘la tendenza’, al controllo azionario. In questa direzione di ‘controllo’ può finalmente adoperare dataset, se pure limitati nel tempo e lo spazio. Questa sarebbe allora la vera ‘centralizzazione’. Marxianamente, tuttavia, la ‘centralizzazione’ è, piuttosto, la riunione di capitali già esistenti, attraverso concorrenza, credito, espropriazione, fusioni, acquisizioni, fallimenti. Il punto, per Marx è che non cresce necessariamente il capitale sociale complessivo; cambia la distribuzione dei capitali individuali. Avendo a mente che per Marx il capitale è, nella sua essenza, un rapporto sociale, tutto questo movimento, dalla ‘concentrazione’ alla ‘centralizzazione’, è collocato entro il più generale processo dell’accumulazione capitalistica. Ovvero, nel rapporto tra mezzi di produzione, forza-lavoro, esercito industriale di riserva, comando capitalistico sul lavoro.
Anche Brancaccio emergerà da questa parte, ma al termine di un percorso carsico che inavvertitamente sembra spostare il centro ontologico della critica marxiana. Dal movimento ‘denaro, mezzi di produzione, forza-lavoro, produzione di plusvalore, merce, realizzo, nuovo denaro accresciuto’ dove il punto è il rapporto sociale che istituisce, si passa alla proprietà giuridica o controllo societario per le dinamiche socio-politiche e democratiche.
Facendo riferimento soprattutto al Secondo libro del Capitale, Brancaccio estende allora l’analisi al sistema bancario ed alle società per azioni, che negli anni in cui Marx scriveva si stavano affacciando, ed in quelli nei quali Engels compulsa il Secondo e Terzo libro (1897), erano in via di espansione. In nessuno di questi anni, tra gli anni Sessanta e Novanta del Ottocento, si era presentata la forma contemporanea dell’asset management (proprietà dispersa, controllo delegato, diritti fiduciari, voto per conto terzi, governance indicizzata) che è oggi la base fattuale dell’analisi di Brancaccio.
Al suo tempo erano, piuttosto, attive quelle che Marx chiama “le metamorfosi” del capitale, da monetario a produttivo. La famosa “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto” compare qui, nella Terza sezione del Terzo libro, ed in essa, nel Capitolo quattordicesimo, compare una mezza paginetta sull’accrescimento del capitale azionario. Altrove (Libro Primo, cap. 23) Marx stesso dichiara che “non si possono sviluppare qui le leggi di questa centralizzazione dei capitali”[18], ma subito prima evidenzia una tensione tra “attrazione” e “repulsione” dei capitali. “da un lato l’accumulazione si espone come concentrazione crescente di mezzi di produzione e di comando sul lavoro, dall’altro si espone dunque come repulsione reciproca di molti capitali individuali”. La ‘Centralizzazione’ marxiana è dunque, essenzialmente, attrazione tra capitali per effetto della tendenza dei mezzi di produzione a concentrarsi e, quindi, ad accrescere il loro comando sul lavoro. Si vede bene che questa teorizzazione ha una base “fattuale” (per usare le parole stesse di Marx) nel tempo e luogo in cui scrive (quello della seconda rivoluzione industriale).
La prescrizione
Tutto questo lo conduce, e necessariamente, a dover considerare “reazionaria” qualsiasi politica nazionale-popolare, qualsiasi controllo dei capitali su base nazionale se non coordinato in un piano internazionale, alleanza con i ceti intermedi minacciati dalla centralizzazione. Sotto il profilo della composizione di classe emerge nuovamente la classicissima tesi per la quale la “concentrazione del capitale” porta all’omogeneizzazione di tutte le classi in una degli sfruttati, omogenea ed indifferenziata. Classe che può, quindi, al termine del processo di centralizzazione (che, per questo, deve accelerare) sollevarsi ed “espropriare gli espropriatori”.
Di fronte alla minaccia della “legge di tendenza”, che non ha possibili soluzioni, Brancaccio dunque si ritrae e si rifugia nella speranza in quella che chiama una pratica yawara: rivolgere l’impeto dell’avversario contro lo stesso, rovesciandolo con la sua stessa forza. La mossa è chiara nel caso della lotta, ma più di centocinquanta anni da quando è stata concepita dallo stesso primo Marx, e successivamente messa in dubbio dall’ultimo[19], non la rendono oggi più chiara nella sua applicazione ai sistemi sociali e politici.
In altre parole, malgrado la veda come originale e mai pensata, la via di uscita ha un sapore di déjà-vu. Si tratta di aumentare la concentrazione del capitale, creare la classe rivoluzionaria come suo sottoprodotto necessario[20], e saltare con un balzo di tigre nella pianificazione generale delle forze produttive. Tuttavia, questa pianificazione generale, memore dell’esperienza staliniana e sospettoso verso quella cinese, è connessa con la “libertà individuale”.
Spostando il focus, nell’insieme dell’opera brancacciana resta sottoteorizzata anche quello che sarebbe per certi versi il suo terreno naturale per formazione: la teoria della catena imperiale, della relazione centro-periferia, dell’estrazione di valore via ragioni di scambio, dei dispositivi coercitivi che “sviluppano il sottosviluppo”[21].
Inoltre, la fissazione esclusiva sulla ‘concentrazione’, della quale ritiene di aver trovato la chiave quantitativa, ovvero la marxiana “legge di tendenza”, porta ad affrettare l’analisi anche in relazione a temi dirimenti come la valutazione del modernismo-universalismo[22], la composizione di classe, soggettivazione, mediazione istituzionale[23].
Per queste ragioni complessive il libercomunismo salta quindi direttamente, come vedremo, dalla diagnosi all'esproprio senza mostrare chi lo fa e come.
La sua ultima formula il “liberalcomunismo” resta come mero slogan, senza teoria del soggetto politico che lo potrebbe promuovere e senza istituzione capace di reggerlo e pensarlo. Una “frase rivoluzionaria”, avrebbe detto Lenin[24]. Il punto è, quando si propone una direzione strategica, come fa Brancaccio nel suo “Libercomunismo”, indicare un soggetto plausibile che, dotato delle sufficienti risorse potenziali, possa mobilitarsi e produrre effetti concreti sul mondo. Ovvero, evitare di proporre analisi e direzioni sconnesse dalla “analisi concreta della situazione concreta”. Produrre analisi rivolte all’azione e non alla mera consolazione della propria identità.
Vediamo come la vedeva Lenin, nel momento in cui si trattava di decidere se giungere a compromessi con la Germania del Kaiser o morire: cosa è la “frase rivoluzionaria”? Semplicemente è la ripetizione di parole d’ordine senza tenere conto delle circostanze obiettive. La definizione è perfetta: “parole d’ordine magnifiche, attraenti, inebrianti, che non hanno nessun fondamento sotto di sé”. Le parole d’ordine sono ‘magnifiche’ perché contengono solo “sentimenti, desideri, collera, indignazione”, ma niente di altro. Quando si pronunciano ‘frasi rivoluzionarie’, continuo a leggere da Lenin, “si ha paura di analizzare la realtà oggettiva”. E, ancora, poco dopo, “se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un rivoluzionario, ma un chiacchierone”, ciò non significa che piaccia, ma che “non c’è altra via”[25] che tenere conto della realtà; la “rivoluzione mondiale”, che prevedrebbe di abbandonare la costruzione del socialismo intanto dove concretamente si può tentare, per Lenin arriverà pure, ma, scrivendo nel 1918, “per ora è solo una magnifica favola, una bellissima favola”[26]; crederci nell’immediato significa che “solo nel vostro pensiero, nei vostri desideri superate le difficoltà che la storia ha fatto sorgere”.
Dunque, le difficoltà che la storia fa sorgere devono essere superate. Ma non nel pensiero, bensì nel fango, sul ventre, strisciando, secondo le immagini del grande rivoluzionario russo. Cosa bisogna fare, invece? Ciò che va fatto è del tutto diverso: bisogna “porre alla base della propria tattica, anzitutto e soprattutto, l’analisi precisa della situazione obiettiva”[27].
Quattro nodi critici
Nel merito possono essere enucleati alcuni punti di critica specifica, con i quali giudicare se il paradigma brancacciano sta o cade:
1- L’impostazione epistemologica che fa uso contemporaneamente del “F-Twist” friedmaniano[28] e delle “leggi di tendenza” di derivazione marxista, in chiave realistica e strutturale;
2- La “legge” r>g, ripresa da Piketty, e dunque da un quadro categoriale non marxista, senza che la sutura sia valutata e discussa adeguatamente; quindi la concentrazione del capitale, nei paper tecnici e nei libri divulgativi, fondata su una definizione di “capitale” che fa problema con quella strettamente marxiana (mentre non lo fa con quella marxista del Novecento);
3- Il rifiuto del keynesismo postulato e non argomentato, la sua dichiarata impossibilità per assenza di una reale sfida geopolitica, ‘dimenticando’ quella cinese (o, tacitamente attribuendo a quest’ultima caratteri direttamente e completamente ‘capitalisti’). Coerentemente, la postulazione del carattere “piccolo borghese” di ogni lotta volta a ottenere redistribuzioni di tipo keynesiano. Redistribuzioni che, però, ricompaiono nel Manifesto al termine di Libercomunismo. Qui gioca un classico della diagnosi anni Settanta (anche del PCI e della Autonomia Operaia), il piccolo capitale è intrinsecamente reazionario, mentre il grande capitale è progressivo[29]. Questa operazione classicissima qualifica preventivamente come reazionario qualsiasi tentativo di riterritorializzazione, qualsiasi politica di protezione e qualsiasi tentativo di costruire un soggetto politico nazionale o regionale di resistenza.
4- Si registra qui quella che appare come una confusione, o un deficit di tematizzazione esplicita, tra ‘centralizzazione’ del comando direttivo (e non già del capitale) e la ‘omogeneizzazione’ del lavoro. L’esperienza contemporanea mostra che il capitale contemporaneo può benissimo centralizzare il comando e, al contempo, frammentare il lavoro. Anzi, è proprio uno dei suoi modi di funzionamento più efficaci. Si vede la crescita continua di: lunghe catene di appalti, subappalti, forniture a rete decentrate, piattaforme, lavori migrante o remoto, precarietà differenziata, lavoro autonomo dipendente o connesso a piattaforme, filiere globali, … il “soggetto rivoluzionario” è ben lontano dall’essere omogeneo o tendere ad esserlo.
1- La proposta epistemica
Con riferimento al primo campo, quello epistemologico, la struttura “nucleo logico + cintura protettiva + infalsificabilità per decreto metodologico” è ciò che effettivamente Brancaccio fa (mentre dichiara di assumere il punto di vista del convenzionalismo strumentale di Milton Friedman). Il nostro “decreta” niente di meno che “la pretesa a pieno titolo dell’economia nell’empireo della scienza tout court”. La cosa gli serve perché intende porre alla base della sua costruzione politica un’affermazione forte di esistenza di una dinamica nel mondo e di “leggi” di sviluppo dello stesso meccanicamente necessarie. E, cosa importante e questa volta ben connessa con la proposta di Friedman, una spiegazione capace di produrre una previsione (invero eroica) sulla base di un numero molto limitato di assunzioni.
Si tratta di quello che Paul Samuelson chiamò il “F-Twist di Friedman”: “per essere importante, quindi, un'ipotesi deve essere descrittivamente falsa nei suoi assunti; essa non tiene conto di, e rappresenta, nessuna delle molte altre circostanze presenti, sin dal suo stesso successo dimostra che esse sono irrilevanti per i fenomeni da spiegare”[30]. In altre parole, sembra di capire, la teoria è buona se attiva una semplicità performativa, o, con le stesse parole dell’economista di Chicago: “paradossalmente, la questione rilevante per chiedere sulle ‘ipotesi’ di una teoria non è se sono descrittivamente ‘realistiche’, perché esse non lo sono, ma se sono approssimazioni a sufficientemente buone ai fini in campo. E questa questione può essere risolta solo dal vedere se la teoria funziona, il che significa se si producono previsioni sufficientemente accurate”. Una concezione che Mark Buchanan, in Previsioni[31], giudica semplicemente “folle”. In altre parole, ed in linea con il rigetto del Marx che non fa previsioni “scientifiche” (ma crea concetti, analizza fatti sociali, studia l’uomo, agisce), in effetti Brancaccio scivola nella disciplina economica dal difficile criterio della verifica post-factum delle previsioni alla più confortevole “accettabilità” ante-factum delle conseguenze previste[32]. Di fatto l’intero argomentare ha un sapore inconfondibilmente riduzionista, economicista e meccanicista, addirittura rivendicato in più luoghi[33].
Secondo le sue parole stesse, particolarmente chiare:
“è venuto alla luce uno snodo della moderna scienza economica critica che forse, una volta superato, consentirebbe di compiere qualche concreto passo avanti nell’ancora pressocché inesplorato continente della storia. Lo snodo a cui mi riferisco è l’esigenza di stabilire un collegamento fra la teoria della ‘riproduzione’ e della crisi capitalistica da un lato, e la teoria delle leggi di ‘tendenza’ del capitale dall’altro”[34].
Il punto di connessione tra la riproduzione del capitale, la tendenza alla crisi e la tendenza alla concentrazione, è rintracciato “al livello della struttura economica capitalistica” e quindi di qui si può risalire a tutti i livelli sociali e politici. Con questa concettualizzazione, invero molto tradizionale, del rapporto tra “struttura” e “sovrastruttura” nel seguito Brancaccio spegnerà in un sol colpo ogni possibile obiezione e/o manifestazione di controtendenza. La legge è indefettibile e invincibile nei suoi effetti.
Insomma, la famosa “evidenza empirica” è certamente “frastagliata” e non moltissimo “evidente”, se non altro (come è normale) piuttosto controversa e molto dipendente dal quadro teorico assunto alla base della selezione dei dati e delle tecniche adoperate per la loro selezione, raccolta e soprattutto manipolazione. C’è un motivo per il quale nel complesso dibattito epistemico degli anni Settanta, imperniato, tra le altre, sulla controversia tra Popper e Kuhn, Feyerabend, e poi i pragmatisti si riferisca sistematicamente al solo Imre Lakatos, oggi quasi dimenticato. Si tratta di una teoria profondamente normativa che si sforza di distinguere tra programmi di ricerca “regressivi” e “progressivi” e, soprattutto, cerca di proteggere il nucleo logico dei paradigmi scientifici attraverso la decisione di assumerli come “infalsificabili per decreto metodologico” (1970). Si tratta, in altri termini, di costruire una “cintura protettiva” che sia capace di incorporare contenuto empirico e corroborarne la coerenza con il nucleo logico-formale. La cintura, d’altra parte, deve poter sopportare qualche confutazione episodica (o “a tratti”) salvando la possibilità purtuttavia di aderire razionalmente al programma di ricerca nel suo complesso[35].
Chiaramente questo metodo è disegnato e pensato per le scienze della natura e non per le scienze umane, o per le ‘scienze sociali’[36]. Brancaccio seleziona le sue fonti, anche teoriche secondo questo filtro ex ante. Inoltre, è quel genere di economista molto in voga da parecchi anni nelle università di tutto il mondo che vede nella propria disciplina una “scienza dura” e lo rivendica. Sulla base di un’argomentazione scheletrica (sostanzialmente riferita ad un saggio degli anni Settanta di Imre Lakatos[37]) ed un riferimento all’autorità di Milton Friedman[38], il nostro liquida quindi tutti i dubbi sullo statuto epistemico della disciplina sulla base dell’argomento che la conoscenza cresce sempre in riferimento alla criticabilità in base all’esperienza empirica (se pure in ultima istanza). O, in altri termini, che “le proposizioni dell’economa e della politica economica devono sempre essere collocate sul banco di prova dell’analisi empirica”[39]. Ovviamente, come abbiamo visto, sulla base di un nucleo logico assunto.
2- Piketty e la concentrazione
Nel postulare la concentrazione del capitale, o meglio per tentare di appoggiarsi su una base empirica strutturata, Brancaccio fa anche riferimento all’opera di Thomas Piketty nel suo classico del 2014[40]. Ovvero alla tendenza alla crescita della disuguaglianza fondamentale creata dal differenziale (proposto sulla base di argomenti fondamentalmente empirici) tra il tasso medio di rendimento del capitale e il tasso medio di crescita del reddito. Il punto di connessione tra la teoria della riproduzione, fondata sulla solvibilità, e la tendenza alla concentrazione si colloca qui. Più alto è il differenziale (che per Piketty è necessario e comunque storicamente presente) tra il tasso di interesse e quello di profitto, più i debitori saranno in crescente difficoltà a sostenere la solvibilità dei prestiti. Cioè sarà “più difficile onorare i debiti accumulati”. Ma allora ne seguirà una tendenza alle insolvenze, alle bancarotte e agli accorpamenti dei capitali più deboli, e il loro assorbimento da parte dei più forti. Questo è “per l’appunto, il moto della centralizzazione capitalista”.
Successivamente si vedrà che la principale funzione delle Banche Centrali è, appunto, di regolare tale meccanismo, e quindi la centralizzazione. In Le condizioni per la pace[41] sarà questo il punto centrale.
Nei suoi paper, invece, gli indici empirici impiegati (HHI, centralità di rete proprietaria, partecipazioni incrociate) misurano concentrazione del controllo. Non la categoria marxiana di centralizzazione, che è categoria di rapporto sociale (espropriazione di capitalista da parte di capitalista, trasformazione di molti capitali in pochi come momento dei rapporti di classe e di proprietà). Brancaccio gioca proprio sull'identificazione tacita di queste due cose: con i dati di rete dimostra una crescente concentrazione e con quella concentrazione “verifica” una categoria di Marx che non è esattamente quella. Ciò che la network analysis di Brancaccio e coautori misura è una centralizzazione del controllo su proprietà dispersa. Il paper del 2018 misura, esattamente, la centralizzazione in termini di “net control” in un universo rappresentato da un database che si estende a Usa e Ue e in anni tra il 2001 ed il 2016. Misura la centralizzazione del controllo netto societario in una rete globale di imprese esaminate, non la distribuzione proprietaria dell’intero capitale mondiale. E la grandezza è modellizzata da un proxy ben specifico riferito a dati osservabili sul controllo azionario. Il paper usa il database Thomson Reuters Eikon e introduce una definizione specifica di centralizzazione come network control.
Ad esempio, nella base dati consultata nel paper non risultano imprese cinesi o del sud globale con un bilanciamento omogeno. Così come non risultano bilanciamenti per categoria, settore industriale etc. prendiamo il caso di un’impresa come Huawei, un grande capitale industriale mondiale, strategico, tecnologico, geopoliticamente decisivo. Si presenta come società privata interamente posseduta da dipendenti e beneficiari pensionati tramite il proprio schema di partecipazione; al 31 dicembre 2025 dichiara 169.054 dipendenti ed ex dipendenti beneficiari e una quota di Ren Zhengfei pari a circa lo 0,59% del capitale. Il punto è che un’analisi fondata su circa 70.000 imprese per lo più angloamericane ed europee è ben colta perché passa per asset manager, fondi, banche, veicoli finanziari e partecipazioni quotate. Ma fa fatica con imprese statali cinesi; grandi gruppi privati non quotati; imprese con azionariato opaco; gruppi familiari; holding pubbliche; fondi sovrani; imprese strategiche con controllo politico-amministrativo più che azionario; capitale non societario o non quotato; capitale immobiliare e fondiario; reti di comando industriale non espresse dal pacchetto azionario. Si tratta di una mappa della finanziarizzazione proprietaria occidentale, molto meno del “capitalismo mondiale”.
Anche il secondo paper, per sua esplicita ammissione, studia gli effetti della politica monetaria della Federal Reserve e della BCE sulla centralizzazione “in terms of network control” negli USA e nell’area Euro. Soffre particolarmente per la Cina. Qui una quota enorme del comando economico passa per proprietà pubblica, controllo statale, SASAC, banche pubbliche, imprese locali partecipate, holding territoriali, imprese miste, partito-Stato. Questa struttura non è assolutamente riducibile al modello occidentale di controllo tramite pacchetti azionari quotati e asset manager. Anche il controllo, e questo è decisivo, non deriva come da noi dai “proprietari”. Quanto può essere politico-amministrativo, pubblico e territoriale, para-statale, ibrido. Infine, anche sul piano quantitativo, nel 2017 il controllo del capitale totale delle imprese cinesi era al 68% dello stato[42].
Peraltro, è anche discutibile che tutto questo possa essere assimilato alla centralizzazione marxiana (espropriazione di capitalista da parte di capitalista), la quale presuppone concentrazione della proprietà prima ancora che del controllo. Sono due fenomeni distinti che richiedono diagnosi diverse e che hanno implicazioni politiche diverse.
In “Crisi e centralizzazione del capitale finanziario”[43], un articolo del 2015 con Orsola Costantini e Stefano Lucarelli, il termine viene definito con riferimento a Marx e Hilferding, e precisamente non come creazione di nuovi capitali, bensì come “concentrazione di capitali già formati”, che induce il superamento della loro autonomia individuale e dunque l’espropriazione dei capitalisti da parte di altri più potenti (ovvero liquidi). il saggio dice onestamente che sorgono numerosi problemi di coerenza e congruenza dei dati, in quanto rilevati nell’ambito di diverse cornici teoriche generali (quella dell’equilibrio generale neoclassico). Dunque, il termine preferito dal nostro “evidenza empirica” è di difficile utilizzo. Malgrado ciò, eroicamente (o Lakatosianamente), viene comunque tenuto fermo che “l’evidenza empirica esistente mostra che, laddove la concentrazione del mercato del credito è maggiore, la nascita di nuove imprese procede più lentamente”.
Difficile, e in certo modo inutile, seguire interamente l’argomentazione, che si presenta articolata, complessa e non univoca. Ma il punto è che assume il ruolo di arbitro di sistema il potere di regolazione della politica monetaria delle Banche Centrali (che non è certo un attore neutrale, né incorporato nel mercato ma parte del sistema politico complessivo) tra capitali solvibili e non solvibili. Viene applicata una “Regola di solvibilità” che di fatto favorisce la centralizzazione capitalistica, come scrivono, “sotto il vincolo di un grado di solvibilità del sistema che possa ritenersi ‘sostenibile’ sul piano politico”[44]. Dunque, come ammettono nel saggio, è possibile che la coalizione dei capitali in passivo prenda il sopravvento arrestando “ed al limite [imponendo] un arretramento” dei processi di centralizzazione.
Come scrivono, insomma, “i destini del processo di centralizzazione risultano dunque aperti”. Le “leggi” citate sembrerebbero, risalendo ai paper tecnici degli stessi autori, tutt’altro che “inesorabili”. Ovviamente i destini sono “aperti” nel senso che rinviano ad uno scontro effettivo tra forze economiche che hanno una rappresentazione sociale e quindi potere politico, almeno potenziale.
Nel saggio di quattro anni dopo che abbiamo già citato, “Monetary policy, crisis and capital centralization in corporate ownership and control networks: A B-Var analysis”[45] deriverebbe che una politica monetaria restrittiva induca una maggiore centralizzazione del capitale (favorendo la liquidazione dei capitali deboli ed il loro assorbimento da parte di quelli forti), e che ogni 1% di aumento del tasso di interesse gli azionisti al vertice del controllo netto delle grandi imprese cali del 5% nella Ue e ben del 13% in Usa. Questi effetti porterebbero, infine, ad una riduzione del Pil circa del 2%[46].
In definitiva, quel che effettivamente la network analysis identifica non sono “azionisti” nel senso marxiano (capitalisti che possiedono mezzi di produzione e ne estraggono plusvalore) ma asset manager: BlackRock, Vanguard, State Street, Fidelity, le grandi assicurazioni, i grandi fondi pensione, gli SGR italiani, i fondi sovrani. Soggetti che gestiscono capitali altrui sotto mandato fiduciario. Essi non possiedono nulla, hanno partecipazioni per conto di milioni di beneficiari (pensionati, risparmiatori retail, fondi pensione, dotazioni universitarie, fondi sovrani, family office). Sono tenuti a:
- dovere fiduciario — atto giuridicamente sanzionato di agire nell'interesse esclusivo dei beneficiari;
- mandato — vincoli di investimento posti dai clienti (concentrazione massima, rischio massimo, esclusioni settoriali);
- vincoli regolamentari — UCITS, AIFM, Solvency II, ERISA negli USA, codici di stewardship;
- tracking sugli indici — per i fondi passivi (che oggi sono la massa, oltre la metà dell'AUM mondiale) il "controllo" è meccanico, replicato dall'indice;
- concorrenza — i clienti possono spostare il denaro altrove in qualsiasi momento.
Non incamerano il suplus, ma solo commissioni di gestione (minime), e questo defluisce a milioni di effettivi proprietari.
Dunque ci sono, e contemporaneamente:
- effettive concentrazioni di capitale come controllo e relazione. la famiglia Arnault con LVMH, Musk con Tesla, Bezos con Amazon, i Walton con Walmart, Gates, Zuckerberg, i Mars, le grandi holding familiari europee. Ma è marginale e non determina alcuna “tendenza”.
- Concentrazione di funzioni delegate di un capitale enormemente disperso. Esiste una letteratura[47] che l’analizza e lo identifica come diverso dalla centralizzazione marxiana.
Ma, se la diagnosi diventasse questa, allora il soggetto storico da espropriare non sarebbe più una piccola classe di capitalisti che, “in poche mani”, controllano tutto. Questo programma è chiaro (anche se astratto): esproprio del grande capitale, pianificazione collettiva. Lo troviamo in Libercomunismo e in quel che già Hilferding ed altri proponevano centodieci anni fa. Ma se la gran parte del capitale è in realtà dei lavoratori-pensionati e investitori, allora il problema diventa solo chi governa e come gli investimenti. Il progetto cambia forma. Se si espropriassero i capitali di Black Rock ad esserne colpiti sarebbero centinaia di milioni di investitori, anche piccoli, una crisi fiduciaria globale, lo scongelamento di un asset pool di 11 trilioni di dollari di proprietà di pensionati e fondi sovrani, e probabilmente un trasferimento dei mandati verso altri operatori.
3- Il keynesismo regressivo
La terza dimensione, della sfida internazionale al modello occidentale. Questo è un vero e proprio inciampo potenziale per la teoria del nostro. Infatti, la concentrazione è dimostrata tramite “evidenze empiriche” che gli stessi paper tecnici giudicano “frastagliate ed incerte”. Dall’altra sulla memoria storica ricostruita da Piketty[48]. Scheletricamente il francese descrive un movimento storico che va dalla concentrazione nel periodo di espansione e maturazione della rivoluzione industriale, più o meno fino alla Prima guerra mondiale ed alla crisi del ’29, alla prevalenza della controtendenza per via politica, nel ventennio tra gli anni Cinquanta ed i Settanta, alla ripresa graduale della centralizzazione in particolare negli anni del nuovo millennio. Resta la pietra di inciampo del periodo “keynesiano”, durante il quale, seguendo una tendenza già visibile alla fine dell’XIX (e, infatti alla base della “controversia Bernstein”) le classi medie hanno avuto un’espansione durata almeno un cinquantennio. L’inciampo è agilmente saltato rifugiandosi nella nota tesi che vede l’espansione di queste come interamente dipendenti dalla sfida sovietica (anche se la cronologia non è perfetta) e quindi essenzialmente esogena. Tesi nota, ma approssimativa[49]. Accettandola, a parere di Brancaccio ne deriva la necessaria conseguenza che nessuna evoluzione “keynesiana” è oggi possibile, in quanto il capitalismo non è davanti ad alcuna sfida storico-epocale come quella. La Cina non perviene e, nella misura in cui lo fa, sembra ricondotta ad un caso particolare di espansione del controllo del capitale. Alla fine si tratta di lotta tra capitali.
Dunque, aggirate, più che altro con un salto, le controtendenze espansive e capaci di dare forza ai lavoratori restano ovviamente solo quelle proposte dai piccoli capitali. Ma queste sono da respingere perché hanno segno reazionario. E questo segno si manifesta sia a livello di una singola società, dove vengono a prevalere forze reattive e difensive, sia a livello di sistema-mondo, nel quale si rischia la frammentazione difensiva di network di controllo di capitali in grado di determinarsi politicamente e quindi la riduzione del pianeta, peraltro come avvenne nel citato periodo espansivo, in macrosistemi regionali parzialmente sconnessi. Quelle che chiama “gabbie geopolitiche”, per fuggire alle quali resta per differenza solo l’altromondismo.
In altre parole, la crescita della disperazione provocherà la fine della pace welfarista, letta con Althusser come controllo e assoggettamento sui generis, e questa indurrà alla fine una reazione dei lavoratori, divenuti omogenei. È l’unica speranza di non doversi affidare, con una forma di “codismo”, alla lotta borghese dei piccoli capitali. A Brancaccio il “momento populista” appare infatti prevalentemente reattivo. È stato abbastanza visibilmente egemonizzato da quei ceti al contempo sovraistruiti e sottoutilizzati (i cosiddetti “lavoratori della conoscenza” e i ceti intermedi variamente intrappolati nelle pieghe semiperiferiche del sistema di riproduzione sociale) e che esprimono, nel vuoto dei quadri di senso novecenteschi (persi da tempo, insieme ai corpi intermedi) una particolare miscela di individualismo edonista frustrato, rancore cieco, e spinta alla socializzazione destrutturata[50].
Vediamo meglio questo punto decisivo, cosa è “regressivo” e cosa è “progressivo”? È regressivo il fatto che i processi di centralizzazione soffocano le istanze rivendicative, in pratica scomparse da decenni, ma dentro questo processo è anche nascosto il lato progressivo (con una mossa “dialettica” che in Marx aveva una ben specifica ragione filosofica hegeliana). Infatti, immaginando come esito di un ragionamento scientifico (perché schematizzabile) quella che in origine è una deduzione filosofica di pura scuola idealista[51], Brancaccio, saltando eroicamente a piedi pari decenni di controprove, dichiara la centralizzazione, inesorabilmente, essere attiva nel concentrare il potere di sfruttamento in poche mani e “livellare le differenze tra gli sfruttati”.
Lo schema riverbera Althusser[52] e più antichi teoremi marxiani. O, con le sue parole, “che si tratti di donne o uomini, di nativi o immigrati, man mano che si sviluppa il capitale tratterà questi soggetti in modo sempre più indifferenziato, come pura forza lavoro universale”. E, “questo processo di universalizzazione del lavoro mette in crisi le vecchie istituzioni, disintegra gli antichi legami di famiglia basati sulla soggezione della donna all’uomo e allenta sempre più i confini nazionali che dividevano la forza lavoro interna da quella esterna. È un movimento che per forza di cose abbatte gli antichi equilibri sociali basati sulle discriminazioni di genere e di razza ma che al tempo stesso risulta guidato da una pura logica di acquisizione di forza lavoro indifferenziata ai fini della intensificazione dello sfruttamento. Donne e uomini, nativi e immigrati, col tempo il capitale ci rende tutti uguali, e questo è il suo aspetto progressivo e universalistico, ma ci rende uguali nello sfruttamento, e questo è il suo aspetto retrivo e divisivo. Si tratta dunque di un movimento contraddittorio, come ogni altra cosa nel capitale”[53].
Ancora una volta, una frase di chiaro sapore marxiano, ma ancora più tipica del marxismo degli anni del primo riflusso. Una frase che nel tempo presente assume però uno strano sapore, mentre era comprensibile nel suo progressismo illuminista nel quadro temporale e biografico del grande rivoluzionario tedesco. Quel che si chiama qui “vecchia istituzione” è infatti l’università pubblica in presenza, contrapposta al Mooc nel quale pura forza-lavoro universale compete per pochi euri a vendere ore di lezione ad un pubblico pagante e tendenzialmente uniforme, oppure quel che si chiama “antico legame di famiglia”, è la famiglia stabile del novecento nella quale una coppia paritaria e progressista (e non già “patriarcale”) disponeva dei mezzi economici e della stabilità necessaria per allevare ed educare figli, o, ancora, quel che si chiama “confine nazionale” divideva la forza lavoro, ma forniva anche sostegno, welfare, certezza e stabilità, e, con esse, forme democratiche non perfette ma certamente mai viste prima.
Tutto questo è visto semplicemente come “ripugnante”.
Si tratterebbe di “vecchie certezze” che “si reggevano sulle discriminazioni interne della classe lavoratrice”. Questa è, in effetti, una mossa althusseriana per il quale lo sviluppo determinato nel trentennio welfarista, lungi dall’essere un progresso normativo fondato sul riconoscimento della dignità dei lavoratori e cittadini, era strumento di uniformazione ad aspettative comportamentali funzionali alla riproduzione di sistema[54]. È dunque lo Stato che “interviene come ancella del capitale” (Althusser, citato dal nostro[55]). Una critica di vasta estensione, ma tale da richiedere un aggiornamento. Sono passati decenni, da quando la svolta neoliberale (utilizzando per i suoi fini anche l’energia critica che il generoso libertarismo della Nuova Sinistra italiana e francese[56]) ha destrutturato le ‘conquiste’ del trentennio glorioso, disgregando le identità sociali giudicate troppo omogenee di quella fase (il sindacato, i grandi partiti di massa, le associazioni di base). Di fronte al “compromesso keynesiano”, che caratterizzò la risposta del dopoguerra alla crisi degli anni Trenta, si ebbe dunque una “revoca”. Dal lato neoliberale e da quello della New Left fu considerato un movimento di liberazione da vincoli oppressivi di conformazione dell’umano a modelli. La forma che prese, nei decenni tra gli anni Settanta e i Dieci del nostro secolo, questa “revoca” fu il ribellismo soggettivista (su sfondo naturalista). Ovvero il richiamo sistematico al potenziale di ribellione individuale come fonte di emancipazione. In un certo senso, per ogni gruppo l’angelificazione di sé stessi e l’inserimento dell’altro da sé in una demonologia. Al centro del movimento ci fu una specifica forma di ‘conflitto delle libertà’ in sé non certo condannabile. Ma oggi questo vasto movimento è giunto ad un punto di estenuazione finale. Siamo di fronte alla “revoca della revoca”. Oggi, la nostra tesi, sottoposto ad analisi precisa della situazione concreta ed a un giudizio storicamente dato, il conflitto delle libertà proprio della fase della “revoca del compromesso keynesiano” è problematica sotto il profilo della complessiva lotta per l’emancipazione di tutti e tutte. Occorre superare l’arroccamento del “politicamente corretto” e le posture identitarie che lo contraddistinguono. Ma il populismo non è la soluzione. Infatti, per oltre un decennio il cosiddetto “momento populista” è stato al centro della fase di superamento-estenuazione della “revoca” (ovvero di quel che qui chiamo la “revoca della revoca”[57]). Brancaccio, e anche io, lo ritiene un’occasione persa.
Ma divergiamo sulla prognosi. O, in altro modo, su quali “rami secchi” tagliare. Uno di questi rami permane in Libercomunismo, è la natura ‘cristologica’ del proletariato. Ovvero dell’unica classe che assume su di sé il peso della rivoluzione, in quanto “classe generale”. E lo è, “generale”, in quanto per Marx il comunismo è la riconquista dell’essere generico, né solo un sistema di organizzazione della produzione o una modalità di soddisfacimento di bisogni individuali e collettivi. È negazione della proprietà (le categorie procedono in Marx per via di contraddizioni, opponendosi le une alle altre)[58]. Superare questa meccanica teorica porta su posizioni più vicine a un Labriola o Gramsci, la rivoluzione non sarà regalata dalla storia: per attivare il potenziale della formazione e trasformazione di una diversa società ci vogliono le condizioni, e la forza di intendere che sono mutabili. Ma anche, in modo decisivo, la capacità di indicare come lo sono[59]. La religione della crescita, della dinamica automatica dello sviluppo delle ‘forze produttive, che sono al tempo stesso forze sociali, non solleverò dalla fatica di scegliere e combattere.
Come propongo, al contrario,
Il soggetto rivoluzionario, dunque, non ci sarà regalato dal capitalismo. Bisognerà lavorarci. Ci tocca il compito di tastare bene le pietre del guado, una a una, unendo soccorso e protezione alle esigenze umane di base (lotta concreta per una buona sanità, per un fisco più equo, per salari degni, per servizi decenti), tensione a unire un “blocco storico”[60] a partire da queste rivendicazioni concrete e lotta per la liberazione nazionale da ogni forma di dipendenza. Parafrasando una nota formula di Mao: l’uomo vuole vivere, la classe vincere, la nazione prosperare[61].
Nella sua “furia del dileguare”, per Brancaccio tutto questo deve essere spazzato via, esattamente come vorrebbero i più conseguenti dei suoi discussori neoliberali, perché alla fine, dalla disperazione emerga la rivoluzione, dai molti uno. Come accade nei molti casi stigmatizzati da Losurdo nel suo ultimo libro, Il marxismo occidentale[62], del quale il nostro è un coerente esponente, riconnettendosi alla sua radice utopica, finisce per considerare ogni distruzione reale come passo necessario verso il progresso[63]. Ne deriverebbe, per deduzione logica, che il massimo dello sfruttamento e dell’uniformazione costrittiva contenga (per virtù dialettica, ovvero per effetto della contraddizione della contraddizione) anche il massimo del progresso potenziale. Ovvero universalismo e progressismo si toccano agli estremi con la schiavitù.
In questa “inesorabilità”, e “gigantesca distruzione creatrice”[64], deriva che bloccare il processo è, appunto, ripugnante. Bisogna correre avanti. Superare le contraddizioni in avanti.
4- Tra ‘centralizzazione’ e ‘omogeneizzazione’
In Libercomunismo questa posizione, consolidata già nelle opere precedenti, trova una forma che da una parte di regge sulla cosiddetta “evidenza empirica” di cui abbiamo già detto, dall’altra viene qualificata come “puro caos che avanza nel buio”[65] e come “tendenza allo schiacciamento dei ‘medi’, alla polarizzazione tra le classi. Relativa e talvolta anche assoluta”[66]. Sulla base di scheletrici, e mal interpretati[67], rapporti della World Bank, deriva che “il tipico risentimento piccolo borghese” deriverebbe dalla modernizzazione. È esattamente la medesima tesi che Giovanni Arrighi, quando militava nel Gruppo Gramsci avanzò nel 1972 e che abbiamo visto precedentemente[68]. Per Brancaccio
“il punto è che la centralizzazione dei capitali, tanto tende a concentrare il potere di sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli sfruttati […] man mano che si sviluppa il capitale tende a trattare questi soggetti in modo sempre più indifferenziato, come pura forza lavoro universale.”[69]
Da questa tesi classicamente marxiana, concepita nelle condizioni sociali e tecnologiche dell’Europa (Francia, Germania e soprattutto Inghilterra) della metà del XIX secolo, ne fa derivare che
“il risultato è che l’occupazione, i redditi e le condizioni di lavoro di queste diverse tipologie di persone dovrebbero tendere a somigliarsi sempre di più. Quali che siano il genere, l’orientamento sessuale, la provenienza, l’etnia, la religione, col tempo, il capitalismo rende tutti gli umani uguali”[70].
Precisamente, “li rende uguali nello sfruttamento”. Ovvero, ha un aspetto “progressivo e universalistico” (rende tutti “uguali”, dissolvendo ogni tradizione, differenza, cultura, caratteristica), ed uno “retrivo e divisivo” (li sfrutta tutti).
Ora, nel momento in cui per Brancaccio, in questo classicamente illuminista (o, meglio, archetipicamente illuminista, che qualsiasi illuminista concretamente vissuto avrebbe avuto problemi con questa formulazione così sicura di sé), l’essere uguali, dall’ultimo atollo oceanico al centro di New York, è universalismo e progresso. In conseguenza, e necessariamente, chi si oppone a questa “tendenza livellatrice” è preda di sole ‘emozioni’ (anziché di ‘ragione’). Precisamente è posseduto da un “rigurgito razzista, misogino, queerfobico, fanatico, nemico delle libertà”[71]. Un sentimento che si diffonde “nella classe lavoratrice maschia, bianca ed eterosessuale”. Questa tesi è esplicitamente raccordata dall’autore all’Engels de L’Origine della famiglia[72], o quelli che chiama “gli studi di avanguardia” di Kimberlé Williams Crenshaw[73] ed altri[74].
Brancaccio individua così la logica di riproduzione del capitale e la tendenza interna al suo laboratorio di centralizzarsi. Centralizzazione è il “movimento oggettivo che tende ad annientare i piccoli capitali”[75] e, facendo ciò, “contribuisce ad accrescere le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, a restringere le condizioni di riproducibilità e a moltiplicare gli inneschi della crisi”. In sostanza una testuale ripresa del testo marxiano (meno i “rami secchi” che intende espungere).
Dato che i capitali tendono a concentrarsi e su scala mondiale (tra breve vedremo a cosa esattamente si allude), allora i piccoli capitali ne vengono necessariamente spiazzati. Ci si trova davanti ad una lotta grandiosa tra il grande capitale internazionale e tendenzialmente sempre più integrato e il “piccolo capitalismo frammentato e in affanno”. Nel linguaggio che è familiare ad una letteratura che pure il nostro cita in alcuni paper, la lotta tra il capitalismo monopolistico e il capitalismo competitivo[76], o, non è identico, ma silenziosamente si traduce, tra ‘capitale internazionale’ e ‘capitali locali’. Il punto specifico è che in questa lotta tra capitali se dovessero prevalere i secondi la lotta di emancipazione dai vincoli internazionali assumerebbe “pressocché inevitabilmente caratteri reazionari, potenzialmente neofascisti”[77]. Nuovamente, la contraddizione sarebbe respinta, e quindi la sintesi allontanata.
In questo passo di demarcazione e segnavia l’alternativa risalta netta e drastica:
- da un lato abbiamo la centralizzazione, la quale ovviamente scatena la competizione su scala mondiale per l’attrazione dei capitali e questa ostacola le lotte e crea l’ambiente nel quale in tutti questi anni il lavoro è stato costantemente precarizzato, indebolito, umiliato;
- ma dall’altro lo stesso processo che schiaccia i lavoratori, costringendoli ad accettare le condizioni del capitale, spiazza anche i piccoli proprietari e ridimensiona i ceti medi.
Risalta in questo punto un testo di gusto letterario che sembra direttamente una parafrasi di notissimi passaggi marxiani della metà del secolo XIX:
sgombra il campo dai residui sociali del vecchio regime, accresce le dimensioni complessive della classe lavoratrice e per questa via contribuisce a ricreare le condizioni favorevoli per una ripresa dell’antagonismo con il grande capitale[78].
Il suono è familiare. Ma, se scritto alla vigilia dei moti del ’48, o dopo la Comune di Parigi, questo modo di argomentare ha un preciso senso, ed il “vecchio regime” è ben identificabile ed incarnato nella corte di Vienna, o in quella dello Zar, nei ceti nobiliari della famiglia della moglie dello stesso Marx, o nei tanti polverosi palazzi sopravvissuti al movimento borghese aperto dalla Rivoluzione francese, modello davanti agli occhi dei rivoluzionari di tutt’Europa, oggi, nel 2020 che cosa è? Il “vecchio regime” è forse l’ultimo residuo resistente del cosiddetto “compromesso socialdemocratico”? Ovvero, il “vecchio regime” è quello che ancora determina il privilegio insostenibile per il quale un professore universitario, ad esempio, è un dipendente pubblico assunto a tempo indeterminato e con un salario fisso e stabile, invece di essere, come il mercato internazionale vorrebbe, un precario con contratto semestrale, o a cottimo (certo, moderno), definito dalla concorrenza, tramite Mooc (Massive Online Open Course)? Quel che il professore in effetti ci sta dicendo è che dobbiamo smettere di resistere all’impoverimento ed alla precarizzazione, perché quando saremo tutti eguali nella disperazione, avendo perso tutto, allora ci ribelleremo. Era, in effetti, una idea presente in alcune pagine di Marx, in particolare del giovane ed ancora inesperto Marx.
Singolare concordanza tra opposti, per cui l’altermondialismo rivendicato del vecchio militante di Porto Alegre, nel timore che la fine dell’impero “marino” porti a richiusure “terrestri” in nuove ‘gabbie geopolitiche’, similmente all’epoca socialdemocratica si rifugia nella comfort zone del più tradizionale progressismo come un qualsiasi esponente della sinistra mainstream. È, in effetti, una profonda concordanza, la quale sceglie di selezionare nella vasta e non omogena tradizione del socialismo occidentale quegli elementi progressisti, scientisti e antihegeliani i quali meglio si prestano alla prosecuzione ed accelerazione del progetto della modernità. Si tratta, evidentemente, di un’intera prospettiva culturale nella quale tutti gli elementi pur condivisi di analisi contestuale, o di singoli moduli interpretativi, trovano collocazione. Ad esempio, il timore che la de-mondializzazione per grandi aree di influenza in corso, nella contrapposizione totale che si prepara tra “cicli di egemonia” (Arrighi[79]) provochi conflitti militari è, nella prospettiva di Brancaccio, sostenuta ed attraversata, potenziandola, dall’adesione alla prospettiva assiale della modernizzazione. Probabilmente non per caso tutte le guerre incorso sono lette come “interimperialiste”[80].
Così giungiamo al ‘Momento Lenin’. È il nome che assegneremo a quell’angoscioso punto di precipitazione degli eventi, quel lungo attimo di terrore collettivo, in cui lo sviluppo centralizzato della competizione capitalistica internazionale esonda verso uno scontro armato su larga scala. Una guerra imperialista dagli esiti difficilmente prevedibili. È quella che altrove abbiamo definito una ‘centralizzazione imperialista’ del capitale internazionale[81].
Uno scontro che “selezionerà il capitalismo più forte”[82]. Ovvero, in ultima analisi, un momento dialettico del progresso (direbbe qualcuno più cinico del nostro).
Oppure, la soluzione di superare “in avanti” la macchina stritolante della modernità capitalistica e le meccaniche pure anatomizzate dallo stesso, che emergerà al termine del libro, deriva interamente dall’horror vacui della perdita del riferimento a questa assialità. L’illuminismo, entro la grande ombra del quale tutto il marxismo del nostro resta, è da sempre in conflitto con sé stesso. Come scrivono in un’opera famosa -e certamente non condivisa dal nostro- Horkheimer e Adorno, è totalitario, riconosce a priori “come essere e accadere solo ciò che si lascia ridurre a unità; il suo ideale è il sistema, da cui deduce tutto e ogni cosa”[83].
Tuttavia, e qui si viene alla contraddizione interna dell’ultimo testo. Mentre tutta la dinamica descritta è provvidenziale e “catastrofica”, trova la salvezza al punto di massimo dolore, compare nelle ultime pagine la Ragione. Ovvero compare “il Piano”. Non più l’automovimento della storia (anche essa una forma di Ragione, ovviamente, ma provvidenziale), ma proprio un “piano di governo coordinato e non di mercato”. Leggiamo:
un futuro ordine di pace si potrà ottenere solo attraverso un piano di governo coordinato e non di mercato, una regolazione politica, e non di mercato, degli squilibri finanziari internazionali sorti nell’epoca del vecchio liberismo deregolato e non risolti ma esorcizzati nella fase attuale, del nuovo protezionismo universale e guerrafondaio[84].
Totalmente in accordo.
“una pratica cooperativa perseguita in primo luogo attraverso il blocco della libertà di movimento dei capitali e il governo politico degli squilibri internazionali”.
Ed ancora.
Per quanto sconcertante, per quanto all’apparenza inattuale, sembra esserci solo una via in grado di sciogliere l’intrico. Consiste nel riconoscere che, nell’epoca del capitale centralizzato, solo una nuova direzione assegnata all’accelerazione tecnico-scientifica potrà condurre al trionfo della piena libertà dell’individuo, e questa inedita liberazione potrà avvenire solo grazie al cervello visibile di una rinnovata intermediazione politica, una inusitata intelligenza collettiva, un inedito genio comune. Insomma, contro l’ottuso individuale, edificare il genio collettivo. Che certo non significa riesumare la rigida avanguardia bolscevica, né significa consolarsi nel lasco spontaneismo movimentista. Piuttosto, nel solco dei teorici di una continua dialettica tra verticale e orizzontale, serve creare una nuova forma del partito. L’intelligenza di una nuova lotta di partito[85].
Al termine di un percorso nel quale sono stati pochi i punti di accordo compare la pienezza di questo. La nuova forma di partito è l’oggetto del mio Classe e partito, mentre la nuova direzione alla tecnica uno di quelli di Oltre l’Occidente, vol 1. Ma, la differenza è nei dettagli, l’accelerazione tecnico-scientifica, non lo sviluppo della tecno-scienza (o della “Cosmotecnica”, come scrivo nell’ultimo libro). O la “intelligenza collettiva”, non il riconoscimento reciproco tra diversi.
L’autore immagina un futuro monista. Solo una intelligenza, una accelerazione, il diventare Occidente del mondo, abbastanza evidentemente, tutto ricondotto all’Uno. Una tendenza, scriverà, “che non ammette esodo, non contempla zone franche, non prevede inversioni di rotta”[86]. Soprattutto, che va sempre avanti e “non torna indietro”. Un cammino della storia, unico, progressivo, certo, “ineluttabile”.
Per questo, malgrado il recupero meramente nominalistico del momento “politico”, alla fine resta solo la Yawara. Perché “ogni reazione alla tendenza va combattuta. Dalla tendenza vanno tratte le estreme conseguenze”.
Al contempo, leggiamo nel Manifesto, che mentre si “combatte ogni retrograda reazione alla tendenza” (che, ricordo, schiaccia i salari, crea condizioni di lavoro precarie, distrugge garanzie e protezioni, espone alla durezza della vita) e
“si traggano dalla tendenza del capitale tutte le estreme conseguenze”, si deve “lottare per l’espansione dei costi del progresso sociale: salari, stipendi, contributi sociali, reddito universale, intensificazione dei controlli a tutela della sicurezza e della salute delle lavoratici e dei lavoratori, inasprimento dei vincoli ambientali alla produzione, rilancio delle tutele normative e sindacali, drastica riduzione del tempo di lavoro a parità di retribuzione”[87].
Insomma, mentre si promuove con la mano destra l’accelerazionismo futurista più utopico, con la sinistra si tiene viva l’agenda socialdemocratica. Quella medesima agenda ovunque tacciata di “regresso”. La motivazione è esile, in questo modo si accelera la tendenza selettiva perché molti capitali falliranno. Qui lavora l’idea che il Grande capitale sia progressivo ed i piccoli regressivi. Vecchia idea che ha al minimo cinquanta anni.
Ma chi dovrebbe riprendere in mano questa agenda socialdemocratica? Ovviamente la coalizione di tutte le rivendicazioni. Dei movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionale e intersezionale. Ovvero l’agenda degli ultimi trenta anni.
È vero che l’unione, a suo dire “mai tentata” di Pianificazione e Libertà individuale, dovrà portare al tradizionale “esproprio dei grandi capitali”, ma, questa volta, non deve andare come a Mosca. “Il controllo della totalità delle forze produttive deve implicare il pieno sviluppo della totalità della capacità dell’individuo in termini diretti ed immediati”[88].
Come?
Bisognerà aspettare, temo, il prossimo libro. La rivoluzione dovrà attendere.
Conclusione
Insomma, quella di Brancaccio è la più tradizionale delle posizioni. Malgrado il suo tono è l’unione di ricette che hanno centocinquanta, o centoquindici, anni, con altre che ne hanno trentacinque. Anche le sue proposte hanno sempre un sapore di vecchi teoremi (di Hilferding, del primo Lenin, della Politica della Vita anni Novanta, etc..) riproposti strutturalmente eguali e rivestiti di esili strati di empiria (seguendo le note) e un poco di matematica.
Una parabola intellettuale che, nel tentativo di accreditarsi come “massimamente avanzata” ed eterodossa, finisce per rivelarsi come una delle operazioni più radicalmente conservative e tradizionaliste del panorama economico contemporaneo.
La pianificazione collettiva moderna è, infatti, la posizione progressista standard dal 1936 (Lange), passata per il Per un nuovo Welfare State di Holland negli anni Settanta, per Sraffa-Garegnani sulla distribuzione politica, per la Mazzucato dell'Entrepreneurial State, fino al “Manifesto accelerazionista” Williams-Srnicek. Molti autori e posizioni non per caso citati. Brancaccio, è vero, li riformula in linguaggio marxista più ortodosso ma non aggiunge una struttura concettuale propria.
Siamo davanti a quello che potremmo definire un paradosso di posizionamento: per sfuggire all'accusa di proporre una sociologia romantica o un'utopia priva di fondamento materiale – accuse che il mainstream scaglia da decenni contro il pensiero critico –, compie un'operazione di arroccamento disciplinare. Il prezzo di questo arroccamento è, però, una vistosa regressione verso forme di determinismo ottocentesco o del primo Novecento (rivestite di costruttivismo anni Settanta). Nelle note dei suoi paper tecnici, i dati e le tecniche econometriche avanzate (come la network analysis applicata ai legami azionari) non servono a scoprire, né a mettere davvero in discussione il paradigma, ma agiscono esattamente come la “cintura protettiva” di Imre Lakatos. Servono a corroborare un nucleo logico-formale assunto come indiscutibile a priori. I dati vengono selezionati e ritagliati affinché confermino il vecchio teorema della centralizzazione capitalistica. Quando la realtà devia vistosamente – come nel caso della transizione multipolare cinese o della resistenza dei ceti medi welfaristi –, l'inciampo viene liquidato come “esogeno”, transitorio o, peggio, “moralmente reazionario”.
Più specificamente, riprendere Hilferding o le prime tesi leniniane sull'imperialismo, congelandole e applicandole linearmente al capitalismo algoritmico, delle piattaforme e della frammentazione globale, significa scambiare un'astrazione d'epoca per una legge di natura eterna. La “legge di riproduzione e tendenza” brancacciana funziona quasi come un orologio meccanico in un'era di sistemi complessi, caotici e reticolari. L'idea che la centralizzazione proceda in modo così geometrico e lineare da livellare deterministicamente le soggettività in un'unica massa omogenea ignora un secolo di studi sulle forme di frammentazione, sulle economie di scala flessibili, e sulle asimmetrie strutturali che non uniformano affatto, ma differenziano e gerarchizzano per dominare.
Questo approccio rivela qualcosa di molto interessante. Questa è la ragione per la quale vi abbiamo dedicato quasi centomila battute: il vicolo cieco in cui si trova una parte del marxismo accademico occidentale. L'illusione che, per vincere la battaglia contro l'ortodossia neoliberale, si debba giocare sul suo stesso terreno, esibendo manuali alternativi (Anti-Blanchard), formalizzazioni simmetriche e la medesima pretesa di oggettività performativa. Ma l'economia, quando si pretende “scienza dura” e si separa dalla storia, dalla geopolitica e dalla concretezza dei corpi e delle istituzioni territoriali, finisce sempre per descrivere un mondo spettrale.
Dunque, concordiamo sulla concentrazione, la centralizzazione, la crisi della democrazia liberale, il dominio dei grandi apparati finanziari, la compressione del lavoro, la colonizzazione della vita. Ma Brancaccio ne fa una legge indefettibile con una spiegazione monocategoriale (la ‘concentrazione’ di capitale e controllo operante attraverso una manciata di meccanismi[89]). Quindi una volta che la centralizzazione diventa “legge”, tutto ciò che la contrasta appare necessariamente arretrato, illusorio o reazionario. Le controtendenze non sono più materiali politici da selezionare e organizzare, non sono la base del lavoro, se pure difficilissimo, del partito nella classe[90]; diventano deviazioni rispetto al corso della storia. Bisogna dunque lasciare che il capitale accentri tutto (pratica yawara), per poi ereditare la struttura già pronta. Si passa così dall'analisi di un problema drammatico alla rinuncia terapeutica a difendere i lavoratori nel “qui e ora”. Qui c’è un problema interno: il Piano coordinato, il blocco dei movimenti di capitale, la nuova forma di partito, sono controtendenza. Ma era stata proibita, dichiarata reazionaria. Ricompare, insieme al solito altermondismo della sinistra mainstream occidentale. È uno strano movimento, proibisce di frenare per tutti i testi e poi frena nell’ultima pagina.
Il perno centrale è la conversione di una tendenza (giocata, contesa, reversibile) in una legge (indefettibile, a direzione necessaria). Se la tendenza, come riteneva nel 2015[91], fosse solo l’esito di un rapporto di forze storicamente determinato allora la politica la potrebbe piegare. Non sarebbe una operazione insieme velleitarie e “retrograda”. Ma quel che scrive nei paper scientifici, in cui è molto più prudente e non assume posizioni assolute, lo nega nei testi divulgativi. L’accelerazionismo di questi ultimi vive nella retorica. Nella “frase rivoluzionaria” leniniana.
E vive in una mossa specificamente marxiana, questa sì. Ma non ‘scientifica’, bensì ‘metafisica’: la negazione della negazione. Il massimo dello sfruttamento contiene il massimo del progresso “per virtù dialettica”. Questa è deduzione idealista hegeliana presentata come legge scientifica.
In quel mondo spettrale, la “mossa di judo” rischia di essere solo un'elegante piroetta teorica eseguita mentre il pavimento reale della società viene smantellato.












































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