
Osservazioni storiche e semantiche sul concetto di sovranità
di Eros Barone
La recente polemica sul sovranismo intercorsa fra il marxista Emiliano Brancaccio e il populista di sinistra Andrea Zhok induce a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il processo storico di formazione del concetto di sovranità, in modo da fornire un punto di riferimento preciso a chiunque intenda fare un uso consapevole e rigoroso di tale concetto.
In prima approssimazione, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa, peraltro, alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico con Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, essenzialmente di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica. Così, sul costrutto hobbesiano dell’uscita dallo stato naturale ferino attraverso la creazione di un’autorità superiore viene fondata la spiegazione del concetto di sovranità in quanto concetto che mira ad affermare la trascendenza di un potere che è svincolato da una visione pattizia del legame sociale e che si estende organicamente alla totalità dello Stato e della società.
Sennonché per vedere espressa in modo compiuto la sostanza positiva del concetto di sovranità bisognerà attendere che il pensiero democratico cominci a formarsi, giacché solo nel suo processo di formazione in senso democratico il pensiero moderno riesce a elaborare la pura forma dello Stato borghese e il concetto di sovranità. È a Jean-Jacques Rousseau che spetta il merito di aver chiarito nel Contratto sociale l’essenza positiva del moderno concetto di sovranità, per cui questa si configura come “volontà generale”, irriducibile alla somma delle volontà particolari e trascendente rispetto alla “volontà di tutti”.
Nella visione di Rousseau la titolarità della sovranità spetta al popolo e l’essenza di tale sovranità si sviluppa tutta nell’esercizio del potere; il carattere radicale della definizione rousseauiana sembra allora costituire il più esauriente concetto di sovranità, togliendo all’iniziale definizione, assolutistica e hobbesiana, quei caratteri meccanici, di natura pattizia, che le esigenze della borghesia avevano impresso alla definizione della sovranità nell’epoca assolutistica. Il concetto di sovranità rappresenta dunque con Rousseau la figura pienamente sviluppata dell’egemonia borghese sulla società.
Formulato in questi termini, il concetto di sovranità rappresenta perciò l’elemento centrale della definizione moderna dello Stato, destinato ad articolarsi attraverso le vicende fondamentali della storia delle istituzioni statuali. A partire da questo assunto basilare si svilupperà nel corso di quelle vicende l’evoluzione delle due forme fondamentali del concetto di sovranità: la sovranità popolare e la sovranità nazionale. Per quanto riguarda il concetto di sovranità nazionale, cui si ricongiunge quello di Stato nazionale, occorre notare che, non appena la definizione di sovranità per lo Stato moderno si pose in termini di illimitatezza del potere sovrano, subito fu posto il problema della possibilità della convivenza internazionale: il diritto internazionale nasce in effetti con Grozio dalla riflessione su questa problematica. Ma il problema si complica e si acuisce quando, a partire dalla rivoluzione francese e dal suo acceso espansionismo rivoluzionario, la sovranità nazionale giunse a presentarsi come istanza fondamentale della ristrutturazione geopolitica e statuale dell’Europa. Accade così che il concetto di sovranità, che si era affermato a livello delle istituzioni politiche, venga ripreso e rivissuto come concetto di un’essenza culturale: il termine popolo, che aveva avuto sino ad allora un senso politico e nella fattispecie borghese, viene trasvalutato nel termine nazione per definirne la concretezza storica, culturale e geografica, ragione per cui non vi sarà più sovranità legittima che non sia sovranità nazionale. Questo concetto interviene infatti con una forza dirompente negli assetti internazionali: la sovranità politica viene contestata e se ne chiede la verifica dal punto di vista della sovranità nazionale.
Man mano che nel corso dell’Ottocento il concetto di sovranità nazionale diventa un’idea forza del processo storico, essa s’incarna prima di tutto nell’irredentismo, ossia nella lotta per trasformare il ruolo nazionale in sovranità nazionale; in secondo luogo, man mano che le strutture internazionali assumono una configurazione più rispondente alle istanze delle nazionalità, l’idea s’incarna nel nazionalismo, in cui spesso si esprime una volontà espansionistica in favore della nazione ritenuta quale guida. In tal modo attraverso queste vicende politiche e ideologiche lo stesso concetto di sovranità nazionale giunge alla sua crisi1. Esso corrisponde infatti a un tentativo secolare di riorganizzazione delle varie frazioni nazionali della borghesia ormai divenuta classe egemone: tale tentativo però collide con la tendenza ad una illimitata espansione che, essendo propria di ciascuna borghesia, mette in crisi la possibilità di convivenza di tutte le borghesie. Sicché, quando il nazionalismo troverà il suo sbocco nell’imperialismo e nello scontro degli imperialismi, non resterà altra alternativa se non quella fra i singoli Stati nazionali e l’associazione sovrannazionale. Non a caso la cessione della sovranità in particolari campi agli organi di istituzioni internazionali è una caratteristica dell’attuale periodo storico (basti pensare all’ONU e alla Unione Europea, che detengono poteri che incidono largamente sulla sostanza della sovranità nazionale).
Tuttavia, se viene considerata solamente da questo punto di vista, la problematica della sovranità nazionale rischierebbe di apparire monca, poiché in effetti i contenuti del concetto di sovranità nazionale sono nel contempo una determinazione e una mistificazione del concetto di sovranità popolare. Determinazione specifica, come si è visto; mistificazione d’altro lato, in quanto il concetto di popolo e della sua espressione veniva ridotto entro una serie di determinazioni positive utili solo alla borghesia per la crescita dei suoi mercati e l’accumulazione del capitale. La commistione del concetto di sovranità popolare con il concetto di nazione ha quindi l’effetto di svuotare il primo delle sue potenzialità democratiche, di ridurlo entro le maglie di un populismo vago e astratto. Occorre quindi seguire il processo attraverso cui il concetto di sovranità nazionale svuota di ogni radicale istanza lo stesso concetto di sovranità democratica. Assunta come punto di riferimento formale, la sovranità democratica viene invocata quale fondazione dell’ordinamento giuridico dello Stato e dell’intero meccanismo dell’esecuzione. Essa stessa finisce col fungere da mistificazione, rendendo impossibile, grazie anche all’abuso che se ne è fatto, lo sforzo di rintracciare in essa quei contenuti originari che, se non altro, potevano alludere a un’idea di effettiva democrazia radicale.
Ciò è tanto più paradossale perché è proprio nel corso di questo processo di svuotamento del concetto di sovranità popolare che la partecipazione delle masse alla vita del sistema complessivo diviene sempre più decisiva. Ma ciò è d’altronde necessario se al concetto di sovranità s’intende mantenere la possibilità del suo uso borghese: è infatti nella mera formalizzazione del suo contenuto che il concetto di sovranità sviluppa pienamente il suo significato di sostegno ideologico della forza statuale della borghesia. Così, la crisi del concetto stesso di sovranità si rende palese nel doppio movimento di un concetto di sovranità nazionale che tende al proprio superamento nella dimensione dei poli sovrannazionali e di un concetto di sovranità popolare che si nega svuotandosi2. D’altra parte, sia il superarsi del concetto verso la dimensione sovrannazionale, sia il processo della sua formalizzazione sono effetti delle trasformazioni indotte dalla lotta di classe – effetti tra i quali rientra, a seconda del grado di acutizzazione delle contraddizioni sociali, lo stesso fenomeno della fascistizzazione riscontrabile nella progressiva vanificazione del paradigma dello Stato di diritto e nelle correlative e mutevoli codificazioni istituzionali dei rapporti di forza tra le classi3 -. Dal canto suo, la sovrannazionalità copre l’effettività della coordinazione generale del movimento del potere capitalistico a livello internazionale nel tentativo di fare di questo il terreno di scontro e di vittoria sui movimenti internazionali di classe, mentre la formalizzazione esprime la possibilità di un uso sovrano della forza, che è puramente repressivo4. L’obsolescenza del concetto di sovranità è quindi intimamente connessa, come del resto avviene per tutte le situazioni giuridiche, all’obsolescenza dei rapporti reali che registra e la natura borghese del concetto di sovranità diviene sempre più palese a mano a mano che si chiarisce la percezione, tra le masse e negli “intellettuali organici”, della sua crisi.
In conclusione, se si valuta da un punto di vista marxista la polemica evocata all’inizio di queste note, non si può non concordare con l’analisi di Brancaccio e con le indicazioni che egli ne ricava. I sovranisti, quale che sia il loro colore, sono “nemici di classe travestiti da interclassisti” quando non sono in buona fede, mentre quando accampano la loro buona fede appaiono simili ad altrettanti naufraghi che si aggrappano agli sparsi relitti di una nave travolta dalla tempesta. In ambedue i casi sono dannosi per la causa del proletariato e utili per quella della borghesia5.
Note
1 La critica del concetto di sovranità nazionale, qui sviluppata, non mette minimamente in discussione la legittimità della lotta per l’indipendenza economica e la sovranità nazionale portata avanti contro il dominio imperialista dai movimenti di liberazione nazionale nel quadro di una rivoluzione democratico-borghese. Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista affermano, del resto, che «la lotta del proletariato contro la borghesia è però, all’inizio, per la sua forma, una lotta nazionale. [...] Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Ma poiché il proletariato deve conquistarsi prima il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, è anch’esso nazionale». Questo è quanto affermano nel 1848, ma ancora nel 1882, quasi quarant’anni dopo, sarà Engels ad affermare che «il movimento internazionale del proletariato è a priori possibile solo in nazioni indipendenti. [...] Per poter lottare bisogna prima avere un terreno di lotta, aria e luce e un margine di manovra, altrimenti tutto è chiacchiera» (Lettera di F. Engels a K. Kautsky, 7 febbraio 1882).
2 Per un’analisi di questo doppio movimento, quale si è manifestato in una congiuntura politico-elettorale specifica, si veda il seguente articolo: https:/www.sinistrainrete.info/politica/21304-eros-barone-tra-delegittimazione-e-ristrutturazione.html.
3 Il fenomeno/processo della fascistizzazione è oggetto di analisi nel seguente articolo: https://www.sinistrainrete.info/politica/15585-eros-barone-la-lotta-di-classe-dall-alto-e-dal-basso.html.
4 Sul nesso sempre più stretto fra lotta di classe, repressione statale e violenza padronale nel settore della logistica, strategicamente decisivo per l’attuale capitalismo monopolistico, si veda il seguente articolo:











































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