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Nord Africa in rivolta
Ben Ali e Mubarak si sono dimessi. Ciò che solo qualche mese fa sarebbe sembrato impossibile anche alla più fertile delle immaginazioni è avvenuto. E il terremoto non sembra essersi fermato. Una ventata di mobilitazione popolare sembra stia per realizzare quel passaggio alla democrazia cui i paesi arabo-islamici sembravano geneticamente negati.
Una soddisfazione neanche troppo celata si respira nell’entourage di Obama. Nelle cancellerie europee i toni sono più contenuti. In Cina c’è silenzio, evidentemente preoccupato. Anche negli ambienti della sinistra anti-capitalista le sollevazioni sono state accolte da un generale compiacimento.
A prescindere da quel che succederà all’immediato, queste mobilitazioni un’acquisizione positiva l’hanno già determinata facendo irrompere sul terreno dello scontro politico alcuni elementi che sembravano sepolti negli anfratti di una storia lontana: 1. la mobilitazione di massa è in grado di agire su un terreno rivoluzionario, superando il livello di semplice rivolta e non facendosi ingabbiare in processi democratico-elettorali; 2. La mobilitazione delle masse può diroccare anche un potere ferocemente armato e sostenuto dai peggiori briganti mondiali.
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Il lavoro cambia. E allora che si fa?
di Sergio Bologna
Non ricordo esattamente quando mi hanno invitato la prima volta a partecipare ad un dibattito dal titolo “il lavoro che cambia” ma può essere stato non meno di trent’anni fa. Del resto sono i documenti stessi a dirlo: sulla rivista “primo maggio” le analisi del decentramento produttivo, della scomposizione dell’unità aziendale in un sistema a rete, erano cominciate nel 1976/77. Negli stessi anni, i lavori del Dipartimento di Scienze del Territorio del Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, avevano parlato di “fabbrica diffusa”.
Probabilmente si parlava ancora troppo di disarticolazione del complesso aziendale, cioè di “nuovo modo di fare impresa” e troppo poco di “nuovo modo di lavorare”, ma l’idea che la classe operaia venisse frammentata sul territorio per indebolirla era chiara. Le grosse novità sembravano però concentrate ancora nella fabbrica fordista, come il passaggio dalla lavorazione alla catena a quella “a isole”, la robotizzazione ecc.. Negli stessi anni si apriva un dibattito – purtroppo caratterizzato da forzature ideologiche – sulla fine della centralità dell’”operaio massa” e la comparsa sulla scena di una nuova figura egemone, quella dell’”operaio sociale”. Insomma, che nel mondo del lavoro si fosse alla vigilia di qualcosa di grosso, era chiaro a molti dei protagonisti di quelle analisi già dalla metà degli Anni Settanta.
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Il Medio Oriente dopo Mubarak: alba democratica o crisi dei popoli?
by Redazione
In Medio Oriente stiamo assistendo soltanto alla tumultuosa sostituzione di alcuni dittatori, o al cambiamento di interi sistemi di governo corrotti e atrofizzati che hanno permesso a leader politici come Ben Ali e Mubarak di governare per decenni in Tunisia e in Egitto?
E’ questo il grande interrogativo che tutti si pongono di fronte a quanto sta avvenendo in questi due paesi, ma anche di fronte alle manifestazioni di rabbia e di protesta che stanno scuotendo l’intera regione mediorientale, dall’Algeria allo Yemen.
Le migliaia di profughi giunti in Italia dalle coste tunisine dimostrano che la transizione in quel paese non sta aprendo nuove prospettive ai suoi abitanti e, invece di condurre la Tunisia verso la democrazia, rischia di farla sprofondare nel caos, mentre i resti della vecchia élite al potere continuano a mostrarsi restii a coinvolgere le altre forze politiche nel processo decisionale.
In Egitto, l’esercito ha accentrato il potere nelle proprie mani, e le modalità della transizione dipenderanno interamente da esso. Le forze armate, che già rappresentavano la base storica del vecchio regime, sono uscite rafforzate da queste settimane di rivolta popolare, potendo contare sul monopolio della forza ed avendo intelligentemente gestito la collera della piazza, che si è rivolta soprattutto contro il presidente Mubarak e contro l’élite affaristica rappresentata dal figlio Gamal.
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La Germania, l’Italia e l’Europa
Guido Montani*
L’articolo di Sergio Cesaratto “E noi faremo come Schroeder” solleva importanti problemi per tutte le forze progressiste, non solo in Italia. Cesaratto sostiene che la crisi italiana è grave, che va collocata nella più generale crisi europea e che esistono tre exit strategies alternative: a) rompere l’euro; b) fare come la Germania; c) costruire l’Europa.
Della prima strategia Cesaratto non parla. Suppongo che la ritenga errata e, in questo caso, sono d’accordo con lui. Per quanto riguarda la seconda e la terza alternativa, non penso che debbano essere messe in contrapposizione, perché in un’Europa unita deve scomparire la distinzione tra paesi forti e deboli. Oggi, non è così. Se volessimo ricostruire le misure adottate dal Consiglio europeo in risposta alla crisi finanziaria che, nel 2008, si è estesa all’Europa potremmo dimostrare che le maggiori decisioni sono state prese in un prima fase dal direttorio franco-tedesco e, negli ultimi tempi, praticamente solo dalla Germania.
Ora sembra che la Sig.ra Merkel, in cambio dell’aiuto tedesco all’EFSF, chieda che i paesi dell’UE includano il vincolo del bilancio in pareggio nelle loro costituzioni e che anche l’età pensionabile debba essere portata ovunque a 67 anni, come in Germania. La giustificazione è che i cittadini tedeschi non vogliono pagare per i paesi più spendaccioni, come la Grecia. Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca. Ma questa non è una buona soluzione per i cittadini europei.
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Rileggere Gramsci
Toni Negri
In un saggio dedicato ad Antonio Gramsci dello studioso australiano Peter D. Thomas le categorie di «rivoluzione passiva» e di «egemonia» mostrano ancora la loro capacità di comprendere la realtà contemporanea offrendo così strumenti utili a una politica della trasformazione sociale
Il libro di Peter D. Thomas - The Gramscian Moment. Philosophy, Hegemony and Marxism. Historical Materialism Book Series, Vol. 24, Brill, Leiden-Boston - è innanzitutto importante perché traduce, il pensiero di Antonio Gramsci per la scena anglofona. Lo scopo del lavoro di Thomas è esplicitamente quello di aprire il dibattito su Gramsci all'interno del marxismo anglosassone, luogo oggi centrale nell'elaborazione della filosofia marxista, visto il declino che essa ha avuto in Francia e in Italia . Inutile aggiungere che, a questo proposito, egli sviluppa una lettura di Gramsci non solo adeguata al rinnovamento degli studi compiuto dopo la pubblicazione integrale dei «Quaderni del carcere» e dell'epistolario a metà degli anni Settanta, ma ricentrata ed arricchita dal confronto con la letteratura più rilevante (Louis Althusser e Perry Anderson) che ha, per così dire, costruito l'experientia crucis nella transizione atlantica di Gramsci.
Il gioco delle antinomie
Qualche osservazione sull'interpretazione gramsciana di Thomas. Voglio subito dire che convince solo parzialmente il passaggio a Gramsci attraverso la filosofia di Althusser.
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Controversia su Marchionne, il liberismo e il centro-sinistra che verrà
Michele Boldrin vs Emiliano Brancaccio
Chi ha ragione tra la Fiom e Marchionne? Quali sono le cause del declino italiano? Come ha risposto alla crisi il governo Berlusconi? Quali politiche economiche dovrà mettere in campo un futuro ed eventuale governo di centro-sinistra? Un confronto a tutto campo – e senza esclusione di colpi – fra due economisti uniti dall’‘antitremontismo’ ma divisi su molte questioni di fondo. Una rappresentazione plastica delle ‘diverse opposizioni’ che si contrappongono alla destra italiana
MicroMega: Lo scorso 22 agosto sul Fatto Quotidiano Michele Boldrin scriveva che sul caso Fiat occorre «riflettere in termini concreti e non ideologicamente populisti come invece gli sciacalli della politica, da un lato e dall’altro, sembrano voler fare». «Sia a Melfi che a Pomigliano», si leggeva in quell’articolo intitolato «Ma io dico che Marchionne fa bene», «essa non ricatta nessuno: offre invece ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri altri da quelli che hanno (s)governato le relazioni industriali italiane dal primo dopoguerra ad oggi. Solo da tale nuova collaborazione può venire l’innovazione continua che costituisce la conditio sine qua non per prosperare. Rara eccezione nella storia secolare e peraltro poco encomiabile di questa impresa, il discorso Fiat è oggi un discorso di progresso e di crescita».
Sono tesi certamente molto distanti non solo da quelle della Fiom ma anche da quelle sostenute da larga parte della sinistra italiana. Professore, può precisare meglio in che modo secondo lei la strategia messa in atto dalla Fiat può rappresentare «un discorso di progresso e di crescita»?
Michele Boldrin: Mi pare che la Fiat – per la prima volta da molto tempo a questa parte – stia cercando di comportarsi come un’impresa. Per impresa intendo un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato in cui opera, quello degli autoveicoli, a livello mondiale.
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Il governo rilancia le balle
Rosita Donnini, Valerio Selan
Sulla manovra del governo del 9 febbraio il commento più benevolo è che essa non esiste. Le liberalizzazioni o non ci sono o sono al contrario, come ad esempio per i benzinai. Le cessioni di patrimonio pubblico sono una via sbagliata per ridurre il debito. E prosegue la subdola campagna pro-nucleare
L'incalzare di notizie a carattere economico, condite dalla consueta melassa di spot pubblicitari, dichiarazioni di principio, proiezioni più o meno attendibili, parziale riconoscimento di esigenze reali (Tremonti constata che nel Sud i moscerini sono più veloci dei treni), richieste di categorie e sindacati e via televedendo..... ci costringe ad un sintetico intervento che abbraccia una molteplicità di temi. Sui quali ritorneremo a bocce ferme.
Essi sono: a) il problema della riduzione del debito pubblico, evidenziato nell'articolo di Ruggero Paladini e reso attuale dall'incombere di decisioni comunitarie probabilmente in senso restrittivo per paesi ad alto rapporto debito/pil (leggi Grecia e Italia); b) la frettolosa manovra del governo per il cosiddetto rilancio dell'economia, puntando per il 2011 a quel tasso di sviluppo dell'1,5% indicato nel marzo del 2010 e smentito dalle previsioni Confindustria, Ocse e Fmi; c) la campagna pro-nucleare, intensificata con la diffusione di notizie-centauro (mezze vere e mezze false).
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Eurocrack
di Vladimiro Giacchè
1. La crisi del debito sovrano è parte integrante della crisi generale iniziata nel 2007
Il primo aspetto da sottolineare è questo: la crisi del debito che infuria in Europa dalla primavera del 2010 non è qualcosa di diverso dalla crisi che a partire dal 2007 ha sconvolto l’economia e la finanza internazionali. È un’ulteriore fase di quella crisi. Fa parte cioè della fine della bubble èpoque, ossia della crescita drogata con la finanza e con il debito che ha caratterizzato le economie dei Paesi occidentali negli ultimi trent’anni (in parte compensando, e così rendendo socialmente accettabile, un marcato declino della crescita e dei redditi da lavoro). Nel 2007 è iniziata a manifestarsi, con sempre maggiore perentorietà, l’insostenibilità di quel modello di “crescita” imperniato sul capitale produttivo d’interesse. La crisi, che ha seriamente minacciato – per la prima volta dal 1929 – l’intero sistema finanziario internazionale, è stata tamponata con una “socializzazione delle perdite” che non ha precedenti per entità nella storia: nel giugno 2009 il Financial Stability Report della Bank of England rivelò che i sussidi e le garanzie offerti dalle banche centrali e dai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’area dell’euro a sostegno del sistema bancario ammontavano alla cifra spaventosa di 14.000 miliardi di dollari. Si tratta – precisava lo stesso rapporto – di una cifra equivalente a circa il 50% del prodotto interno lordo di quei paesi.
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Unionized, not unionized
Gianni Saporetti intervista Aris Accornero*
Nella vicenda Fiat il risultato più grave, e paradossale perché raggiunto grazie allo statuto dei lavoratori, è l’esclusione dalla fabbrica del sindacato più forte; il modello americano di cui tutti parlano anche a sproposito; l’asimmetria fra lavoratori e azienda che la Fiom non riesce ad accettare
Mi sembra di capire che secondo lei il risultato di gran lunga più grave di tutta la vicenda Pomigliano-Mirafiori sia l’esclusione dalla fabbrica del sindacato più rappresentativo. E' così?
Sì è così, però prima vorrei fare una premessa su un fatto cui nessuno ha fatto più cenno ma che a me sembra utile ricordare. Esattamente tre anni fa, a gennaio del 2008, la Fiat a Pomigliano aveva fatto un grossissimo sforzo, anche economico (soprattutto legato al fatto che gli operai non lavoravano perché partecipavano a dei corsi di formazione) per introdurre il famoso World Class Manifacturing. L’azienda aveva molto reclamizzato l’operazione, se n’era parlato anche nel Sole 24 ore. Quando mi era stato chiesto un giudizio, avevo detto: "Beh, alla Toyota è un po’ diverso…”. Perché quello a cui loro puntavano era una riconquista di quegli operai a moduli di comportamento e lavorativi rivisitati, non tanto in senso professionale, ma quasi in senso morale.
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Come misurare la normalità
Marco Bascetta
«Essere di casa a corte, perdio! Questo è salire. Stare e farsi vedere con i grandi, studiare i loro gusti, assecondarne le fantasie, servire i loro vizi, approvare le loro prevaricazioni: questo è il segreto». Non è un'intercettazione della procura di Milano, nemmeno il consiglio e l'auspicio di una mamma di velina, il manuale di Lele Mora o il diario di Emilio Fede. A parlare non è la nipote di Mubarak, ma un altro, più illustre nipote, quello di Rameau, lo straordinario personaggio scaturito dal genio critico di Denis Diderot negli anni '60 del diciottesimo secolo: «Un composto di fierezza e abiezione, di buon senso e disragione». Che tuttavia mette duramente alla prova le convinzioni del filosofo, i suoi principi, la sua visione del mondo e, strisciando nei cortili del potere, «snida la verità». Di fronte all'infido cortigiano con il suo cinico ossequio alla vanità del potere (e alla propria), il filosofo non può che dichiararsi «disorientato da tanta sagacia e tanta bassezza, da quella profluvie di idee volta a volta così giuste e così false, da una così totale perversità dei sentimenti, da una turpitudine così completa e da una franchezza così fuori dal comune».
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La goccia del Bahrein
Nicola Sessa
[Riporto questo articolo di Peacereporter perchè mi sembra una delle poche analisi in lingua italiana che cerchi di capire anche il contesto in cui si stanno svolgendo i drammatici fatti qui in Bahrain. Il Bahrain è l'altra faccia dell'osceno regime saudita, contemporaneamente il bordello dell'ipocrita oligarchia wahabita, che, dopo aver tuonato contro la dissoluzione dei costumi, qui passa il suo week end a base di alcolici e prostitute, e la base della quinta flotta americana, con il compito di garantire il flusso ininterrotto del petrolio per l'occidente. La feroce repressione al Pearl Roundabout, l'attacco brutale ai medici del Salmaniya Hospital che cercavano di curare le centinaia di feriti, anziani, donne, bambini, le forze di sicurezza congiunte bahrenite e saudite che sparano su ragazzini inermi per le strade svelano la vera faccia di regimi basati, al di là dello scintillio dei grattacieli e della Disneyland di Dubai, su un controllo sociale brutale e ossessivo, sullo schiavismo di massa, sulla segregazione delle donne. La fragilità del regime saudita, un guscio vuoto costruito a suo tempo per garantire il petrolio all'Occidente e gestire i relativi flussi finanziari, è il vero nodo della situazione] tg da Manama
La rivolta nel cuore di Manama rappresenta un ulteriore aspetto del cambiamento in atto nel Medioriente
E ora, come finirà la rivolta in Bahrein? La scia di fuoco partita dalla Tunisia che sta percorrendo tutto il Medioriente ha raggiunto il regno della dinastia al-Khalifa, sull'isolotto nascosto in un'ansa del Golfo Persico. Non che l'opposizione sciita si sia svegliata solo adesso: il confronto con il potere sunnita è in atto da anni, ma adesso che anche il "Faraone d'Egitto" Hosni Mubarak è caduto, sembra essere giunto il momento della sfida finale.
La piazza Tahrir di Manama, capitale del Bahrein, si chiama Rotonda delle Perle. Da lunedì gli sciiti - che costituiscono i due terzi dell'intera popolazione (di poco superiore a 700 mila) - hanno occupato la piazza centrale della città per chiedere maggiori diritti e opportunità, le dimissioni del re Sheik Hamid ibn Isa al-Khalifa o, almeno, che il premier venga eletto dal popolo e non imposto dalla famiglia reale. Al momento, sembra che la casa reale non sia disposta al dialogo: i cinque morti, 60 dispersi e i quasi duecento feriti sono una risposta eloquente.
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Hereafter, Tahrir
di Augusto Illuminati
Dopo lo tsunami della richiesta di rinvio a giudizio e della rabbiosa reazione del Caimano contro magistrati e istituzioni abbiamo un assaggio umbratile di futuro come la protagonista dell’inizio del film ha dell’aldilà. Silenzio, luce filtrata, figure familiari ma indistinte. Ci passano davanti ectoplasmi della scena politica italiana: il saggio Presidente che ammonisce gli sfasciacarrozze, il nano pelato con satiriasi bionica, l’astuto Pierferdi, casanova prudente, l’orco devoto in mutande, l’inutile Bersani a maniche rimboccate, il ghignante La Russa in mimetica, il verme Frattini all’improvviso accortosi che il cuore del casino è il Mediterraneo e non Santa Lucia, il trasognato Fini impotente a gestire gli organigrammi del suo neo-partito. Esistono, ma non ci dicono nulla del nostro futuro, se non di un’infinita transizione verso il dissolvimento –dell’economia, dell’unità nazionale, dello spirito civico: qualsiasi cosa significhi! Esistono ma sono scavalcabili, come le patetiche transenne da cui il 13 scorso era blindato Montecitorio. Domina nel palazzo un senso di smarrimento che non lascia presagire nulla di buono, come se il cupio dissolvi dell’opposizione avesse contagiato anche la maggioranza. Stiamo freschi!
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La giostra impazzita
Marco Cedolin
Sta diventando un'impresa sempre più improba quella di riuscire a ghermire qualche coordinata che permetta di orientarsi nel cacofonico e tarantolato mondo dell'informazione urlata, etrodiretta, spettacolarizzata, decorata di spot, dove il cortocircuito logico ed il gossip sono ormai assurti a valori assoluti, attraverso i quali inebriarsi, senza alcuna reminescenza di malcelato pudore.
Una giostra impazzita che gira e gira in maniera vorticosa, senza offrire punti di riferimento, analisi, riflessioni. Solamente brandelli di notizie e scampoli di verità annegati in un mare di fiction, aneliti di realtà che galleggiano per qualche secondo, prima di scomparire senza lasciare traccia, fagocitati dalla forza cenrifuga e sostituiti da altre notizie che troppo spesso notizie non sono.
Conosco ormai perfino i più piccoli dettagli della telenovela fra Berlusconi e Ruby rubacuori, la cronistoria dettagliata delle feste di Arcore, ogni parola pronunciata durante le poco edificanti ed assai sgrammaticate conversazioni telefoniche intercorse fra Nicole Minetti e le sue amiche del cuore.
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Con il laburismo italiano vince Marchionne... Ma forse non in Egitto*
di Karlo Raveli
Mentre il capitalmarchionne attacca a livello di classe operaia globale, qui l'abbrutimento cristiano-laburista ci spinge o ci consente di lottare solo al livello del settore (statale) lavoratore (impiegato) della classe operaia. Quindi partiamo già sconfitti. Ciò che poi spiega la funzione reazionaria (rispetto alla lotta di classe) dei sindacati. Tutti, in questa fase, almeno in Italia, Fiom compresa.
Il virus vatican-socialista del laburismo riesce tutt’ora a incancrenire il marxismo italiano, producendo concezioni corrotte della classe antagonista al Capitale. Che è pur sempre al centro del presente e della lotta anticapitalista, Egitto compreso, anche se molte mode ideologiche e paraocchi vari lo sconsigliano. Una classe che, proprio grazie all’infezione laburista, viene definita come classe lavoratrice, permettendosi di fondarla solo sul lavoro, o sul “segreto laboratorio della produzione”, soprassedendo alla condizione (materiale prima di tutto e storica, non si dimentichi) di base da cui sorge: l’alienazione/appropriazione capitalista dei beni comuni, dei mezzi di produzione innanzitutto, ciò che obbliga i più al lavoro salariato.
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Quando la guerra è “giusta”
Stefano Di Ludovico
Il recente ritiro dall’Iraq e quello prossimo annunciato dall’Afghanistan da parte delle forze americane e dei loro alleati segnano per molti aspetti la fine di un ciclo ventennale di guerre, quello apertosi nel 1991 con la guerra del Golfo o quanto meno la fine di una sua fase - quella più recente legata al presunto pericolo islamo-terrorista –, in vista di guerre prossime venture che già sembrano profilarsi all’orizzonte (vedi le continue minacce e i preannunciati attacchi all’Iran in merito alla questione nucleare). Si tratta delle cosiddette guerre “umanitarie”, delle cosiddette guerre “giuste”, ovvero delle guerre “moderne” per eccellenza, le guerre figlie del tramonto del nomos che per secoli, almeno fino all’Ottocento, aveva retto le sorti dei rapporti tra gli Stati europei e che nel secolo XX solo il bipolarismo della Guerra fredda aveva per molti versi congelato per poi esplodere in modo dirompente a partire dagli anni Novanta con il crollo di uno dei due blocchi.
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Berlusconismo: "nuova strategia della tensione"
Emanuele Maggio
Berlusconismo. Cos’è? In sintesi: è la principale connotazione politico-culturale che la Repubblica Italiana ha assunto negli ultimi 17 anni, ovvero è la specifica conformazione politica di quella che è stata chiamata “Seconda Repubblica”.
Vorrei però tentare di offrire un’analisi più dettagliata. Innanzitutto, oserei affermare che il berlusconismo è una forma di “fascismo”. Ora, qui dobbiamo essere molto cauti. L’intellighenzia liberale e di sinistra da tempo dibatte il problema. Le posizioni sono soprattutto due: c’è chi crede che il berlusconismo sia un vero e proprio “regime” fascista, basato sulla costruzione propagandistica del consenso, sul rapporto diretto capo-massa e su alleanze parlamentari razziste e nostalgiche del duce, un regime fortunatamente limitato dalle garanzie costituzionali ma costantemente minaccioso verso di esse (questa è l’opinione dominante); c’è poi invece chi ridimensiona drasticamente il fenomeno, distinguendo chiaramente il presunto “regime” berlusconiano dal regime fascista che l’Italia ha conosciuto nel ventennio, escludendo categoricamente qualsiasi pericolo di “svolta autoritaria” e negando l’esistenza stessa del berlusconismo, relegandolo magari a semplice fenomeno di degrado culturale, demagogico e populistico.
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La controriforma dell'Università
Guido Liguori
La situazione dell’università italiana e le responsabilità del centrosinistra. Come la «controriforma Gelmini» peggiora la situazione: privatizzazione, precarizzazione, fine del diritto allo studio, controllo sui contenuti della ricerca e sulla trasmissione del sapere. La lotta degli studenti e dei precari è destinata a continuare, per il diritto allo studio, al lavoro e al reddito.
La «riforma Gelmini», una vera e propria «controriforma» dell’università, è stata approvata subito prima di Natale da un Parlamento insensibile alle proteste non solo delle piazze, ma anche di vaste componenti del mondo universitario: studenti, ricercatori (precari e non), docenti, presidi, interi consigli di facoltà e corpi accademici hanno invano provato a far sentire le proprie ragioni, hanno invano provato a fermare questo ulteriore e più grave passo della università pubblica verso il baratro.
Il governo Berlusconi anche in questa occasione non ha mancato di mettere in moto la propria principale risorsa – una macchina propagandistica e massmediatica fondata sulla ripetizione ossessiva delle proprie «verità» di comodo – cercando di confondere l’opinione pubblica e di nascondere ai non addetti ai lavori la gravità dei provvedimenti assunti, la situazione reale delle università italiane, le responsabilità e le finalità che stanno dietro il loro stato attuale.
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La società della miseria (2)* [nuova stesura]
Count Down
I. Diversamente da quanto solitamente immaginato, la politica non ha mai avuto alcun ruolo rilevante nelle società capitalistiche. Essa ha goduto dei favori della crescita economica un tempo (Golden Age) come è caduta in disgrazia quando si è entrati in una fase di pronunciato declino economico.
I. 1 Il tanto sbandierato "primato della politica" è stato un riflesso proprio della ingovernabilità dei processi economici - come la religione lo fu di quelli naturali - da quando l'economia è divenuta una dimensione sovra-determinante gli individui a tutti gli effetti, sicché quel "primato" nel contempo ha fatto da "visione del mondo" con cui gli apparati politico-istituzionali sorti col capitalismo hanno rappresentato e legittimato loro stessi, come un tempo, appunto, gli apparati religiosi
II. A partire in specie dal secondo dopoguerra, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso ed ampio incremento dell'occupazione. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.
III. In questa fase il capitalismo ha portato a compimento la sua più essenziale natura, quella di trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati.
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Su Howard Zinn, storico radical del popolo americano
di Bruno Cartosio
… Marx aveva detto che la storia è la storia della lotta di classe; Zinn – da marxista che è avvertito sulla storicità dello stesso marxismo – aggiorna il maestro e alle classi aggiunge sesso, razza, appartenenza culturale e nazionale
Un piccolo gioco di specchi: il 6 novembre 2008 Howard Zinn risponde su “The Nation” all’articolo con cui Edward Rothstein ha commemorato Studs Terkel sul “New York Times” di tre giorni prima. Terkel, giornalista radiofonico e storico era morto il 31 ottobre. Rothstein ha scritto che Terkel “sembrava un liberal incoerente…ma se lo guardi più da vicino non riesci a individuare il punto in cui il suo liberalismo scivola nel radicalismo”. Dello storico Studs Terkel – contro l’ideologia mistificante dell’obiettività come “assenza di ideologia” – Zinn difende il fatto che la sua “visione politica” sia presente nelle storie orali da lui raccolte e assemblate; ne difende le posizioni, che definisce “così ragionevoli da fare onore al ‘radicalismo’”.
Zinn contesta varie altre affermazioni e giudizi di Rothstein, ma per quanto riguarda la definizione della fisionomia ideologico-politico-umana di Terkel fa ricorso alle parole di un altro intellettuale, Norman Mailer. Infatti, Zinn cita una lettera che Mailer scrisse a “Playboy” nel 1962, dopo che la rivista lo aveva contrapposto come liberal al conservative William Buckley: “Non mi interessa se mi chiamano radical, ribelle, rosso, rivoluzionario, outsider, fuorilegge, bolscevico, anarchico, nichilista o perfino conservatore di sinistra, ma per piacere non mi si chiami liberal”. Probabilmente, scrive Zinn, Terkel avrebbe dato una simile definizione di se stesso.
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Appunti sulla fase politica
Collettivo Uninomade
Nell’attuale contingenza, la Fiom è costretta ad andare oltre la classica forma-sindacato. Costretta, certo, dal sostanziale isolamento politico in cui è stata lasciata dalla sinistra di fronte al modello Marchionne, sintesi brutale e realistica dell’interdipendenza tra le diverse forme di sfruttamento e di espropriazione nel capitalismo contemporaneo. Gli operai sono costretti ad accettare i ricatti del management Fiat e tendenzialmente di Federmeccanica, ma sono anche famiglie indebitate per l’acquisto della casa, che interpretano i cambiamenti delle università come chiusura definitiva dei canali di mobilità sociale nei quali credevano, che dovranno pagare di più per i servizi territoriali (acqua, sanità, energia, trasporti, ambiente) e che vivono, al pari di altre categorie sociali, un processo di declassamento ulteriormente aggravato dal ricollocamento al ribasso della sub-area italiana nella divisione cognitiva del lavoro. D’altro canto, il modello Marchionne non si può spiegare senza i mercati finanziari e il modello Richard Florida, cioè il modello di cattura del capitalismo cognitivo, la governance dei processi di deindustrializzazione nel segno della rendita metropolitana. In altre parole, nella nuova condizione operaia precipita tutta la violenza del capitalismo finanziario.
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E la lotta di classe si sposta tra i banchi
di Marco Lodoli
Per decenni le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente: sotto il velo della "meritocrazia" il nostro Paese è tornato ad essere classista in modo feroce
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti.
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Diritto d’asilo
di Giorgio Morbello e Luca Rastello
Il diritto d’asilo è uno dei pilastri dell’identità europea. "Chi, nel proprio Paese, non può godere dei diritti civili, venga da noi! Sarà accolto, tutelato, protetto, accudito. Siamo l’Europa! La patria, la culla della libertà e dei diritti umani". E non si tratta di enunciazioni di principio: è tutto stato messo nero su bianco e firmato nella Convenzione di Ginevra, per non dire delle Costituzioni dei singoli Stati. Ma a un certo punto, in modo più opportunistico che schizofrenico, questo elemento fondante è diventato un ostacolo. Terminato il pericolo del comunismo sovietico, quando noi eravamo il "bene" pronto ad accogliere chiunque riuscisse a scappare da "oltrecortina", oggi il diritto d’asilo viene di fatto negato. Non nella sua enunciazione, certamente, ma di sicuro lo è nella sua prassi.
Da questa idea di fondo è nato il saggio La frontiera addosso (Luca Rastello, Laterza): dalla constatazione che l’Europa ha mosso una vera e propria guerra al diritto d’asilo. E non in senso figurato. Si tratta di una guerra con il suo esercito, i suoi soldati, i suoi elicotteri, i suoi aerei, le sue armi. E ci sono i nemici: tutti quelli che, in fuga dai propri Paesi, cercano di entrare in Europa. E ci sono anche i "danni collaterali": gli oltre 15.000 tra uomini donne e bambini che negli ultimi dieci anni sono morti alle frontiere della fortezza nel tentativo di trovarvi rifugio da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema (è il dato dei morti "certificati" raccolto dal preziosissimo fortresseurope, il numero reale è sicuramente molto piu alto).
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L'Italia, fabbrica cacciavite della Fiat
Guido Viale
Nessuno si è chiesto che cosa sarebbe successo se a Mirafiori avessero vinto i no. Non è una domanda peregrina; in fin dei conti i sì hanno vinto per pochi voti. Se avessero vinto i no, Marchionne, i sindacati gialli (Cisl, Uil, Fismic e compagnia) e Sacconi (in rappresentanza di un governo che non esiste più) avrebbero subito uno smacco ancora maggiore; ma nei fatti non sarebbe successo niente di diverso da quello che accadrà. Con la vittoria dei sì gli operai andranno in Cig per almeno un anno. Quando, e se, Mirafiori riaprirà, la situazione in Italia e nel mondo potrebbe essere molto cambiata. Nel frattempo verranno costituite, a Pomigliano, a Mirafiori, e poi in tutti gli altri stabilimenti Fiat, tante nuove società (all'inglese, NewCo) che assumeranno con contratti individuali e vincolanti gli operai che serviranno. Alla Zastava (l'impianto serbo della Fiat) ne stanno scartando tantissimi. A Mirafiori, con un'età media di 48 anni, un terzo di donne e un terzo con ridotte capacità lavorative, a essere scartati saranno forse ancora di più. Poi cominceranno ad arrivare motori, trasmissioni e pianali prodotti negli Usa per essere assemblati con altre componenti di varia provenienza, trasformati in suv e Jeep (che è l'«archetipo» di tutti i suv) e rimandati indietro: fino a che l'«esportazione» dagli Usa in Italia di quei motori e pianali non avrà raggiunto un miliardo e mezzo di dollari, come da accordi presi tra Marchionne e Obama. Poi si vedrà: di sicuro cesserà quell'avanti e indietro di pezzi tra Detroit e Torino che non ha senso; e per Mirafiori bisognerà trovare una nuova produzione e, forse, un nuovo «accordo».
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Le contraddizioni e il no alla crociata
di Maria Nadotti
Ricevo da più fonti, a sciame, attraverso gli effimeri e non sempre aggreganti canali di Internet un Invito alle donne italiane a partecipare ad una giornata nazionale di mobilitazione domenica 13 febbraio 2011. Si intitola «Se non ora, quando?» e porta firme eccellenti e curiosamente trasversali, da Rosellina Archinto a Giulia Bongiorno, da suor Eugenia Bonetti a Margherita Buy, da Livia Turco a Emma Fattorini, da Inge Feltrinelli a Natalia Aspesi, da Susanna Camusso a Claudia Mori, da Gae Aulenti a Valeria Parrella. Poiché ogni segno di vitalità civica merita attenzione, l'ho letto con cura e disponibilità a «mobilitarmi». E così, a modo mio, mi mobilito, chiosando e segnalando quel che di questo «appello all'indignazione attiva» mi sgomenta, mi disturba, mi offende. Rivolgo dunque alle firmatarie e alle donne che hanno sottoscritto il loro appello un paio di domande il cui fine non è sabotare la loro iniziativa, ma renderla più trasparente, meno ecumenica e universalistica, più situata. Quando qualcuno ci chiede di riconoscerci in una proposta, in una parola d'ordine, in uno slogan, anche solo in una giornata di tardo inverno all'insegna dello sdegno, il minimo che possiamo fare è chiederci chi si indigna per cosa, contro chi, e perché proprio ora. E, soprattutto, se può parlare anche a nome nostro e transitoriamente rappresentarci, saturando lo spazio mediatico e l'arena politica.
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Come le banche e gli investitori stanno facendo morire di fame il terzo mondo
Ellen Brown
L'aumento dei prezzi alimentari e l'acciarino egiziano
"Quello che per un povero è una crosta, per un uomo ricco è una classe di attività cartolarizzate". - Futures trader Ann Berg, citato nel Guardian UK
Una crescente crisi globale innescata dal rialzo dei prezzi alimentari e dalla disoccupazione è il motivo di fondo dell'improvvisa, volatile rivolta in Egitto e Tunisia. L’Associated Press riporta che circa il 40 per cento degli egiziani si dibatte attorno al livello di povertà stabilito dalla Banca mondiale di meno di 2 $ al giorno. Gli analisti stimano che l'inflazione dei prezzi alimentari in Egitto è attualmente un insostenibile 17 per cento annuo. Nei paesi più poveri, il 60-80 per cento del reddito della gente serve per il cibo, rispetto al solo 10-20 per cento dei paesi industrializzati. Un aumento di un quarto di dollaro o giù di lì nel costo di un litro di latte o di pezzo di pane per gli americani, può significare la morte per fame per le persone in Egitto e in altri paesi poveri.
SEGUIRE IL DENARO
La causa della recente impennata dei prezzi alimentari mondiali è ancora fonte di dibattito. Secondo alcuni analisti, la colpa è del programma "alleggerimento quantitativo"(quantitative easing) della Federal Reserve (aumentare l'offerta di moneta con il credito creato con le scritture contabili), dal quale mettono in guardia in quanto causa d’iperinflazione.
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