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Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa
di Fulvio Grimaldi
Premessa sullo struzzo
E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.
Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.
Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico. Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.
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Ha ancora senso parlare di lavoro?
di Andrea Fumagalli
Questo intervento è una elaborazione della postfazione al volume Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine a cura di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026. I contributi di Antonio Casano (“I processi di trasformazione del lavoro. Dal modello fordista alla società postindustriale”), di Antonio Minaldi (“Reddito di base, welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro”) e di Sergio Riccio (“Liberazione dal lavoro, liberazione del lavoro”) affrontano un tema oggi dirimente, di strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato: non il significato del lavoro (da Adamo lo conosciamo) ma il senso e il fine del lavoro. Sia i partiti di destra che quelli di sinistra, sia i sindacati concertativi che quelli di base, dichiarano che senza lavoro non si può vivere e che il loro primo obiettivo è incrementare i tassi di occupazione. Il governo Meloni si è fatto addirittura vanto che mai l’occupazione aveva raggiunto tali livelli (senza comunque sottolineare come tali statistiche siano costruite ad hoc sulla base di definizioni che lasciano spesso a desiderare…). Ma di che lavoro stiamo parlando? Il concetto di lavoro non è mai stato stabile nel tempo, soprattutto in un sistema capitalistico di produzione. In questa realtà, infatti, il lavoro, pur essendo un’attività formalmente libera, viene sussunto dalle modalità di produzione che variano continuamente a seguito di un progresso tecnologico finalizzato costantemente a incrementare la produttività e ad allargare la base dell’accumulazione. La qualità del lavoro si modifica continuamente e così pure la sua organizzazione.
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La russofobia e il suicidio dell’Europa
di Michele Prospero
La categoria della Russia come minaccia esistenziale rientra in una militarizzazione del pensiero che indica l’entrata nell’alveo di una condizione di guerra. Il suo impiego vagamente schmittiano comporta la perdita di ruolo della politica, che scivola in prossimità del duro terreno dell’inimicizia militare. Interroga molto questa conversione bellica dell’agire, che reclama la confisca dei beni, chiude centri culturali e impone il silenzio ai musicisti. L’accelerazione armata non viene sollecitata dai fanatici delle milizie fondamentaliste o dai cascami residuali di antiche ideologie. La banalità della trincea è diventata l’habitus dei liberali, dei tecnocrati, degli uomini d’affari, degli opinionisti. Sono i pragmatici, i razionali, i moderati immuni al populismo, i tecnici lungimiranti e i letterati più rispettabili a sognare la dolce morte, non le teste calde che si arrovellano tra i pensieri più nascosti e inconfessabili. Sono i cacciatori dei nemici della società aperta ad aver consegnato i loro pensieri al fragore delle bombe. I liberali europei censurano la Biennale, i politici festeggiano quando a un pianista russo è proibito esibirsi, le penne vendono l’espressione insulsa di “forgiare” l’europeo nuovo, con l’elmetto pronto per gettarsi dinanzi alla tempesta e all’assalto. In troppi hanno introiettato per intero l’ideologia della guerra elaborata dall’ampio meta-partito armato (media, industrie militari e ceti politici fiancheggiatori). A tutta pagina Repubblica del 2 settembre titolava “La guerra di Putin all’Europa”. Il giorno dopo, la stessa immagine di uno stato di emergenza bellica è proposta dal quotidiano Domani. Il politologo norvegese Glenn Diesen nel 2022 ha pubblicato una monografia dal titolo Russophobia, dedicata alla tecnica della propaganda che, per accelerare il conflitto, prepara identità binarie e stereotipi per aggredire la malattia mortale insediata al Cremlino.
La narrazione dei media, “con le varie sfumature di grigio per dicotomizzare l’Altro”, inventa un mondo rovesciato. Non è l’Europa a essere co-belligerante, con i governi liberali che diventano gli architetti di una lunga guerra per procura, ma è Mosca a offendere la sovranità del vecchio continente. Con sabotaggi, provocazioni, droni vaganti, interferenze nei giochi elettorali che giustificano le elezioni per incapacità popolare, i maghi del Cremlino sondano la reattività delle risposte della Nato e i tempi delle strategie di Bruxelles. Destinando armi e risorse a sostegno della resistenza di Kiev, la Commissione europea è in realtà parte attiva del dramma che ormai stuzzica troppi appetiti.
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Riflessioni sulla vittoria dell’Afd in Sassonia
di Andrea Zhok
Le reazioni isteriche di sconforto – ma anche quelle ingenue di soddisfazione – per il trionfo dell’AFD in Sassonia meritano un paio di riflessioni.
1) Chi parla come il solito disco rotto di “minaccia fascista dell’Ultradestra tedesca” dovrebbe aggiornare il software. Categorie come “fascismo” sono inutili per capire la realtà odierna e lo sono da decenni. Parlare di minaccia fascista per un partito che ha affrontato questa campagna elettorale con un manifesto in cui campeggiano le parole Frieden (Pace), Freiheit (Libertà), Demokratie (Democrazia) dovrebbe richiedere qualche riflessione aggiuntiva per non essere ciò che invece sono: cortine fumogene.
2) La AFD da quando nasce nel 2013 ha attraversato molte difficoltà, alcune debacle, fratture interne e mutamenti significativi di linea su punti importanti (es.: posizione su Israele, sull’UE, sul rapporto con gli USA, ecc.) La sua recente ascesa deve essere letta alla luce del tracollo devastante di quello che è stato il partito-stato tedesco cioè i cristiano-democratici (CDU-CSU). Rispetto ad una politica esplicitamente autodistruttiva e guerrafondaia come quella di Merz, l’AFD appare come un’istanza conservatrice nel senso classico di “prudente buon senso”, altro che radicalismo estremista. L’AFD è identificata in prima istanza come il partito che vuole riallacciare i rapporti con la Russia e smettere di alimentare il conflitto con l’Ucraina.
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La macchina del privilegio non ha sterzo, retromarcia e freno
di comidad
L’ex analista della CIA Larry Johnson ha affermato che l’unica spiegazione plausibile del viaggio a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, è quella che si sia trattato di andare a recuperare le salme di appartenenti all’agenzia che sono caduti nei combattimenti in Ucraina. Un dettaglio che conferma questa ipotesi è quello delle dimensioni del Boeing che ha portato Ratcliffe a Mosca; si tratta infatti di un velivolo militare in grado di reggere carichi pesanti come i carri armati, quindi anche il peso di un certo numero di bare. Un ulteriore dettaglio a sostegno dell’ipotesi dell’operazione umanitaria, è la contestuale presenza a Mosca di un diplomatico del Vaticano, che potrebbe aver svolto un ruolo di trattativa presso il ministero degli Esteri russo per favorire il rilascio delle salme degli agenti della CIA, in modo da restituirle alle loro famiglie. La presenza massiccia di personale CIA in Ucraina non è una supposizione, bensì un dato di fatto più volte riferito dalla comunicazione ufficiale, spesso legata alla stessa CIA, come il quotidiano New York Times; in Italia la principale agenzia di stampa, l’ANSA, ha ripreso con dovizia di dettagli le notizie sul radicamento della CIA in Ucraina fin dal 2014 (anche se c’è una documentazione desecretata che fa risalire la penetrazione della CIA in Ucraina addirittura agli anni ’50). Del resto non sarebbe realistico ritenere che, con un numero così elevato di addetti all’intelligence dislocati sul campo, la CIA non abbia dovuto subire delle perdite in Ucraina. Certo, si tratta di bazzecole rispetto ai milioni e milioni di soldati russi morti di cui ci narrano i nostri media.
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Il masochismo programmatico del “campo largo”
di Mauro David*
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese“. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
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L'imminente fallimento dell'Operazione per gli emarginati economici
di Jeffrey Sachs e Sybil Fares - Al Jazeera
La scorsa settimana il Pakistan ha annunciato che non si atterrà alle ultime sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran e che continuerà a intrattenere rapporti commerciali con il Paese confinante. La notizia è arrivata pochi giorni dopo che la Cina aveva rilasciato una dichiarazione simile.
Le sanzioni annunciate dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent il 24 agosto nell’ambito dell’“Operazione Economic Outcast” dovrebbero essere “le sanzioni più severe della storia”, volte a imporre “il più grande isolamento economico coordinato nella storia del mondo”.
In precedenza, il presidente Donald Trump l’aveva definita in un post sui social media «il D-DAY ECONOMICO». Aveva promesso «enormi conseguenze economiche» per qualsiasi nazione che avesse offerto all’Iran «qualsiasi tipo di sostegno».
Sei mesi di bombardamenti e di blocco navale da parte degli Stati Uniti non hanno portato a nessuna vittoria per gli Stati Uniti, quindi il piano ora è quello di ridurre l’Iran alla capitolazione attraverso la fame. Il nuovo approccio è illegale, crudele e fallirà per diversi motivi.
Per cominciare, c’è la lezione della storia. Le sanzioni economiche non fanno cadere i governi determinati a sopravvivere ad esse. Sì, le sanzioni possono impoverire le popolazioni, rafforzare i servizi di sicurezza che controllano il contrabbando e fornire alla nazione presa di mira un punto di aggregazione fondato sulla malizia degli Stati Uniti. Ma non rovesciano i governi.
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Extraprofitti intoccabili: la presa in giro del governo Meloni sui giganti dell'energia
di Alessandro Volpi
Una clamorosa presa in giro, davvero inaccettabile.
Mentre l’Italia del 2026 barcolla sotto i colpi di un’inflazione energetica che ha spinto l'indice dei prezzi al consumo verso un pesante 2,8%, con un incremento del prezzo del gas nel mercato tutelato del 22% e dell'elettricità del 15% in sei mesi, il divario tra chi accumula ricchezza e chi fatica a sopravvivere si è trasformato in un abisso etico prima ancora che economico.
La chiusura dello stretto di Hormuz e le strozzature nella raffinazione hanno innescato un incendio nei mercati, ma a soffiare sulle fiamme è stata anche una speculazione finanziaria cinica che, nei primi mesi dell’anno, ha gonfiato i listini del gas e dei carburanti di una percentuale superiore 25% basata solo sulle scommesse algoritmiche, ben prima che sulla scarsità fisica di materia prima.
In questo scenario di crisi, i giganti del comparto energetico come ENI hanno registrato utili netti con crescite mostruose che sfiorano il 511% in un solo trimestre, accumulando miliardi di euro di extraprofitti mentre la famiglia media italiana si trova a fronteggiare una stangata annua di quasi 1000 euro.
La risposta del governo Meloni, tuttavia, appare drammaticamente insufficiente e intrisa di una profonda ingiustizia sociale, a partire dalla scelta di dilapidare oltre 2 miliardi di euro in sussidi per il gasolio erogati in modo indiscriminato.
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Mamma…li russi! Al via le prove generali per demolire la democrazia in Europa?
di Gianandrea Gaiani
Contrasto alla guerra ibrida dei russi o prove generali per utilizzare la supposta “influenza putiniana” per soffocare libertà d’espressione e democrazia in Europa? Inutile gridare al complottismo: l’interrogativo è meglio porlo in termini espliciti ora, prima che sia troppo tardi e ci si trovi di fronte al fatto compiuto.
La Germania ha deciso che la Russia è “responsabile dell’attacco ibrido” compiuto all’inizio di agosto con un drone carico di esplosivi all’aeroporto di Lipsia, uno scalo strategico per l’esercito tedesco ma soprattutto per l’Ucraina che qui basa i suoi aerei da trasporto pesante An-124.
“Nel complesso, le indagini della polizia, le modalità operative e le informazioni dei servizi di intelligence dimostrano una responsabilità russa nel tentativo di attentato all’aeroporto di Lipsia”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (nella foto sotto) sostenendo che i “mezzi d’azione osservati si inseriscono nello schema ben noto delle operazioni ibride russe in Europa.
La configurazione dei droni” e l’impiego di “diversi componenti, esplosivi e dispositivi di innesco” rimandano ad “altre operazioni ibride condotte dalla Russia e alla sua guerra contro l’Ucraina”, ha precisato. La tecnologia utilizzata e “l’interazione tra i diversi elementi devono essere qualificate come professionali e rivelano un elevato livello di competenza tecnica, nonché un notevole sforzo organizzativo”, ha proseguito.
Se l’esecuzione finale del “tentativo di attentato” è stata affidata ad agenti cosiddetti “usa e getta”, questi ultimi avrebbero agito “su ordine delle autorità statali russe”, ha aggiunto il ministro a cu ha risposto il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, che ha annunciato la chiusura, entro una quindicina di giorni, dell’ultimo consolato russo rimasto in Germania, quello di Bonn, e di un centro culturale russo a Berlino sospettato di ospitare spie.
Mosca ha risposto chiudendo le sedi del Goethe-Institut in Russia ma la vicenda lascia aperti numerosi interrogativi. Il ruolo di Mosca non si può escludere considerando i rapporti tra Germania e Russia ma Berlino non ha presentato prove e diversi osservatori esprimono dubbi circa la ricostruzione tedesca dei fatti e le responsabilità russe.
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La Sassonia è il mondo
di Algamica*
Chiediamo scusa al lettore se siamo costretti a essere pedagogici e didascalici, nel commentare cosa sta accadendo in Europa, la cui la Sassonia è solo un anello dell’insieme della catena.
Visto che tale regione si trova in Germania citiamo un famoso filosofo tedesco vissuto a cavallo dei secoli diciottesimo e diciannovesimo, quell’Hegel che insieme a tante rozze cialtronerie definì un sintetico concetto tra padrone e schiavo come doppia schiavitù. Era nato in un momento dove la rivoluzione industriale si avviava per il suo apogeo, dunque sull’onda di uno straordinario movimento ascendente di sviluppo.
Detto rapporto di doppia schiavitù, in una fase che tendeva a superare la schiavitù, per introdurre un nuovo rapporto di subordinazione, quello del proletariato rispetto al proprietario dei mezzi di produzione, che assumeva la connotazione di borghese. Si delineava così un diverso rapporto che definiamo di complementarietà. Dunque di subordinazione sì, ma di complementarietà, con la finalità del profitto, se riferito al singolo capitalista, ma con una finalità di sviluppo, di ricchezza e di progresso, se riferito all’insieme del complesso industriale che cresceva.
Una finalità, quella dell’insieme delle industrie che si sviluppavano, che non aveva niente di nuova coscienza sociale da parte dei borghesi, come certi personaggi alla Weber erano portati a far credere. Si trattava di un processo del tutto impersonale, con leggi impersonali legate allo scambio.
Tralasciamo anche volutamente, in queste note, una delle questioni più infami, ovvero l’operato dell’uomo bianco in agricoltura che usava il suo simile, l’uomo nero come schiavo, al pari delle bestie. Lo facciamo per poter meglio focalizzare la questione delle questioni: la complementarietà nel percorso storico del modo di produzione capitalistico che in quanto moto ha una fase di nascita, un’altra straordinariamente ascendente, e un’altra declinante. È nella legge della fisica.
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Torna il nazismo: niente più guerra alla Russia
di Emanuele Maggio
Se quest’ultima frase non vi suona, se non vi tornano i conti, forse state utilizzando categorie interpretative leggermente fuori fuoco.
7 Settembre 2026
Questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Ho trovato i giornali invasi da una parola che credevamo sconfitta dalla storia: nazismo.
È tornato il nazismo in Europa, è tornato il nazismo in Germania!
Si salvi chi può.
Estrema Destra, Ultra Destra, Super Destra, SuperMega Destra, SuperTurboMegaUltra Destra.
Non sanno più che parole usare per spaventarvi.
E voi, razza di pantofolai borghesi, non vi spaventate. Andate persino a mare disertando il fronte ucraino, con il corpo e con la mente, come ha lamentato il sionista Fassino, gli occhi suoi intrisi di pianto. Non piangeva così tanto dall’ultima volta che scoprì di “avere una banca”.
Ma vi rendete conto? Con la vittoria di AfD in Germania si potrebbe persino evitare la Terza Guerra Mondiale. Non succedeva qualcosa di così grave (la pace) dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La redazione di Repubblica con le mani nei capelli, Propaganda Live in lutto, Zerocalcare sconvolto perché la cosa lo devasta.
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AFD: Ambizione Frustrata da (sicura) Delusione
di Alessio Mannino
Piccolo vademecum per uscire vivi dall’alluvione di analisi sul trionfo di Alternative für Deutschland nel Land di Sassonia-Anhalt.
- La vittoria di Afd è prima di tutto la sconfitta della Cdu del grigio Friedrich Merz, ex Blackrock, perdente nato, resuscitato per manifesta inadeguatezza media della classe dirigente di un partito che ha governato sempre, da guida o da secondo, nelle “grosse coalizioni” degli ultimi decenni. Uno che all’indomani della batosta non ha trovato meglio da dire che non c’è stato, sic, “accesso emotivo” con gli elettori. Un cretino politico come pochi.
- Il Land in questione è proprio in mezzo all’ex Ddr, la Germania est, che dall’unificazione con l’ovest sta messa molto peggio del nostro Mezzogiorno (a proposito: che fine ha fatto, questa parola?). Si tratta del principale bacino elettorale dell’Afd. Il risentimento popolare, lì, viene da lontano: deindustrializzazione, depressione economica, disoccupazione giovanile ecc.
- Le parole d’ordine vincenti dell’Afd sono quelle della destra neo-nazionalista un po’ in tutta Europa: anti-immigrazionismo, ostilità allo Stato sociale, orgoglio nazionale ferito da rammendare appellandosi a un sentimento patriottico vissuto in modo vittimistico e rancoroso. Ma risultano vincenti perché, nell’ultimo periodo storico, le altre fazioni politiche si sono abbandonate con una certa lascivia all’elogio della globalizzazione e dell’abbattimento delle frontiere, hanno smontato loro per prime il welfare, hanno abbracciato una supponente cultura da ditino puntato, nel discorso comune passata come woke.
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Il “Minsky moment”: quando la finanza prepara la crisi
di Fabrizio Pezzani
Hyman Minsky è stato uno degli studiosi più illuminati del secolo scorso, per la versatilità e l’originalità delle sue intuizioni nel campo dell’economia e della finanza. Ma le sue idee erano troppo pericolose: mostravano quanto il capitalismo finanziario fosse intrinsecamente instabile e soggetto al dominio di una speculazione tanto pervasiva quanto potenzialmente suicida. Il suo pensiero venne così a lungo oscurato, salvo essere recuperato oggi, quando i fatti sembrano dargli ragione.
L’eretico Minsky metteva in discussione la razionalità dei modelli economici e finanziari che ignoravano l’intrinseca instabilità del capitalismo finanziario. Attraverso una rilettura del Trattato di John Maynard Keynes, evidenziava che “è il sistema finanziario a regolare, in senso espansivo o restrittivo, l’andamento degli investimenti. La morale del messaggio keynesiano è che il sistema finanziario governa l’andamento dell’intera economia” (Hyman Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, 1975).
Minsky osservava come i mercati finanziari – e, in particolare, il ruolo delle banche nel concedere o meno prestiti – e la non neutralità della moneta producessero intrinsecamente oscillazioni e instabilità. L’instabilità finanziaria presenta infatti un andamento ciclico. Le fasi di andamento positivo inducono ad assumere posizioni di rischio e di debito sulla base di aspettative più emozionali che razionali – le aspettative non sono conoscenze, anche se fa comodo pensarlo – e rendono progressivamente più fragili gli stati patrimoniali delle imprese e delle banche, esponendoli a crisi finanziarie sempre più intense, fino alla formazione di bolle potenzialmente disastrose.
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Circa la natura del woke
di Algamica*
Come sempre dalla bocca dei fessi, diceva Pirandello, escono le verità del borgo, e così è successo che l’ex elettore del democristiano avellinese De Mita, Conte, abbia tirato fuori un argomento che si è rivelato come il vaso di Pandora: le ineguaglianze e iniquità sociali generali, una volta si sarebbe potuto dire di classe, e la sommatoria degli interessi parziali delle singolarità che rivendicano il riconoscimento di diritti individuali e quali di queste due spinte debba essere fondativa come asse ideologico della sinistra.
Il quesito posto apertamente da Giuseppe Conte se « la cultura woke può essere l’ossatura ideologica di una forza progressista » rispondendo in maniera categorica “no”, segue quella di Alexandra Ocasio Cortez durante una intervista pubblica alla ABC che il « il woke versione uno era fuori di testa », intendendo con ciò una finestrella temporale specifica. Ricordiamo che Ocasio Cortez è una giovane democratica della corrente socialista newyorkese e figura di spicco della politica nazionale, tra i personaggi politici più accreditati come possibile candidato di un rifondato Partito Democratico per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti del 2028 dopo la storica sconfitta del 2024 il cui effetto è stata la frantumazione del partito come soggetto politico nazionale. Benché simili il contesto delle due affermazioni, quella della Cortez e quella di Conte, non sono sovrapponibili, infatti, mentre Conte esprime un giudizio sul “woke” sembra parlare del nulla, l’affermazione di Ocasio Cortez è più concretamente argomentata e riguarda le ragioni per le quali ha deciso di non sostenere la candidata Francesca Hong nelle primarie democratiche come candidato di governatore dello Stato del Wisconsin. Infatti Francesca Hong è un altro personaggio politico “nuovo” emerso temporalmente sulla scia del riflusso del movimento di George Floyd che l’ha portata a essere eletta come deputata dell’assemblea parlamentare del Wisconsin nel 2020 la cui agenda politica che traspirava esageratamente di “wokeness”. Sia detto per inciso che la Ocasio Cortez alla ABC spiega che il riferimento al woke 1 è quello del periodo del covid, il cui effetto fu che gran parte delle attività produttive e sociali erano limitate se non interrotte, c’era la disoccupazione e alcuni stati applicavano un lockdown severo. Ciò indusse a percepire e a affrontare i problemi sociali legati alla sicurezza e alla criminalità secondo spinte localistiche e con slogan pazzeschi quali l’abolizione della polizia.
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Il caso Ranucci e la questione woke
di Giuseppe Giannini
I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi.
Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di appartenenza. Isolati all’interno del mondo globalizzato, che corre veloce e non aspetta. Proiettati in una dimensione altra, quella virtuale dei social, come via di fuga dal quotidiano insopportabile, in cerca di accettazione, ma anche come occasione dove tutto il risentimento accumulato prende forma. In mancanza di tangibili punti di riferimento - le ideologie - idonee ad indicare la direzione, i singoli, massificati nel consumo, alienati nelle esistenze, incapaci di trovare una narrazione credibile cercano riparo, spesso, inseguendo personalità in grado di sopperire al vuoto di una società sempre più instabile.
Nell’assenza della politica come arte del possibile, di figure autorevoli (gli intellettuali), ecco che emergono, oltre le proprie possibilità e reali volontà, altri soggetti. Solo che queste persone, del tutto rispettabili per le competenze e l’onestà, hanno ruoli e responsabilità diverse.
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Il business della guerra sbarca a Roma: Fëdorov e i miliardi sulla pelle del popolo ucraino
di Fabrizio Poggi
1 settembre. Cominciano a delinearsi un po' più apertamente le linee operative del “giovanilismo innovativo” dell'ex ministro della guerra nazigolpista Mikhail Fëdorov, ora “consigliori” del ministro italiano Guido Crosetto.
Se un paio di settimane fa pareva implorare che Kiev «ha urgente bisogno di un piano per porre fine al conflitto», ecco che ora, dagli Stati Uniti, lancia piani e progetti alla cui base sta proprio la continuazione della guerra per almeno altri due-tre anni. Intervistato dal Financial Times, Fëdorov ha presentato un piano che prevede la creazione di un fondo sovranazionale tecnico-militare orientato a una prolungata guerra di posizione contro la Russia. Ovviamente, da diligente ukronazista, addossa ogni responsabilità al Cremlino, sostenendo che sia proprio Moskva a pianificare di prolungare il conflitto in Ucraina per altri due o tre anni. Questo, proprio quando Vladimir Putin afferma che la guerra si sta avviando alla conclusione.
I piani dell'industria militare euroatlantista sono però diversi e l'analista Nikita Volkovic osserva su Ukraina.ru che, di fatto, Fëdorov parla di questi ulteriori due-tre anni da vero e proprio uomo d'affari: tre anni di guerra sono il minimo temporale necessario per assicurarsi un ritorno finanziario vantaggioso, durante il quale gli investitori occidentali avranno il tempo di finanziare, testare e capitalizzare su un'intera costellazione di startup militari.
In sostanza, Fëdorov punta a uno scambio militare su scala globale. Offre alle agenzie di difesa e ai colossi del capitale di rischio di tutto il mondo una soluzione preconfezionata: l'Ucraina si impegnerà a creare un esercito di droni robotici completo per gli Stati Uniti e a trasferire al Pentagono le sue esclusive innovazioni tecnologiche.
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L’autorganizzazione artificiale
di Francesco Piccioni - Zachary Basu
Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi.
Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”.
E’ il caso, per stare terra terra, dell’invenzione della plastica – un derivato del petrolio, dalla flessibilità pressoché assoluta – che è ora diventato un inquinante mortale per il ianeta (dunque anche e soprattutto per l’umanità).
E ancor più chiaramente della fissione nucleare, processo fisico fondante sia la bomba atomica che la produzione controllata (insomma…) di energia, che ha dato per un breve attimo la superiorità militare assoluta agli Stati Uniti per diventare poi “mutua distruzione assicurata” con l’arrivo dell’ex Unione Sovietica agli stessi risultati e poi un confuso (pericolosissimo) “livello di deterrenza assoluta” con la moltiplicazione degli Stati in grado di costruirla.
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Cifrare una mail è diventato terrorismo? Washington colpisce Autistici/Inventati e l’Italia resta in silenzio
di Mario Sommella
Un collettivo italiano di volontari finisce nella lista nera degli Stati Uniti. Poi sparisce il dominio, saltano i servizi di posta e Banca Etica annuncia la chiusura del conto. Il problema non è soltanto ciò che Washington accusa Autistici/Inventati di aver fatto. È il potere che una decisione americana può esercitare, senza un processo italiano, sulla libertà di comunicare in Italia.
Alle 3.57 del mattino del 28 agosto qualcosa è cambiato per migliaia di persone che utilizzavano un indirizzo di posta elettronica con una sigla ormai familiare a chi frequenta da anni il mondo della comunicazione indipendente: @autistici.org.
Il server non era necessariamente spento. Era il nome a essere scomparso dalla rete.
Digitare autistici.org significava trovare un errore. Le caselle di posta collegate a quel dominio non erano più raggiungibili nel modo abituale. Anche siti e servizi che dipendevano da quell’infrastruttura hanno subito le conseguenze del blocco.
È difficile immaginare un’immagine più concreta per capire che cosa significhi oggi il potere digitale.
Non serve entrare in una redazione, sequestrare un computer, confiscare una tipografia. A volte basta cancellare un nome dalla rubrica attraverso cui Internet trova un indirizzo.
E dietro quel nome c’è una storia cominciata nel 2001.
Autistici/Inventati nasce infatti dall’incontro di persone e collettivi dell’area autonoma e anticapitalista interessati alla tecnologia e alle battaglie per i diritti digitali. Il collettivo offre strumenti di comunicazione a persone, associazioni e gruppi che ne condividono determinati principi: posta elettronica, hosting, blog, chat e altri servizi destinati alla comunicazione indipendente.
Il modello dichiarato è radicalmente diverso da quello delle grandi piattaforme commerciali. Nessuna pubblicità, nessuna vendita dei dati personali, nessun compenso per i volontari. I servizi sono finanziati attraverso donazioni. Le richieste vengono valutate manualmente e il collettivo dichiara di non voler trasformare i dati degli utenti in una merce.
Non è una ricostruzione fatta dagli avversari di A/I. È il modo in cui il collettivo descrive se stesso.
Ed è proprio questa infrastruttura che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire nella propria lista dei soggetti sottoposti alle sanzioni antiterrorismo.
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Recensione a Teoria della classe armata. L’età del potere militare di David Colantoni
di Gianmaria Toffi
Il testo di David Colantoni si rivolge al lettore dichiarando un obiettivo estremamente ambizioso: fornire una diagnosi dell’attuale scenario internazionale incardinata sull’emergere, negli Stati Uniti, di una nuova classe sociale (la “classe armata”), costituita dai militari di professione e da tutti quei settori “civili” che sono collegati al complesso militare e a vario titolo coinvolti nella promozione dei suoi interessi: industrie del settore armiero, centri di ricerca sulle nuove tecnologie suscettibili di utilizzo militare, mondo della comunicazione, dell’educazione e dell’intrattenimento. La tesi di Colantoni è che questa nuova classe va a soppiantare la borghesia capitalistica, imponendo i suoi interessi (la produzione di caos sistemico, necessario a giustificare la propria crescita indefinita e l’assegnazione di risorse pubbliche) a scapito della razionalità del sistema economico-finanziario tradizionale; nella fase attuale, iniziata con il declino dell’URSS, la classe armata da “parassita” si trasforma in “parassitoide”, mettendo sempre più in questione la capacità di sopravvivenza dell’ospite capitalistico.
Struttura del testo
La monografia è articolata in tre parti, la prima dedicata alla costruzione e articolazione del concetto di classe armata nel contesto USA, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e con numerosi riferimenti agli attuali conflitti, la seconda al raccordo tra questo concetto e le analisi di vari studiosi statunitensi del militarismo: Lasswell, Wright Mills, Kenneth Galbraith, Fulbright, Melman, la terza all’”estetica necatrix”, ovvero alla costruzione mediatica del “nemico” ed alla legittimazione estetica della sua uccisione. Chiudono il volume due capitoli di conclusioni, con un approfondimento sul processo di militarizzazione nei Paesi europei e l’allarme per la possibile espansione planetaria del militarismo e dell’affermazione della “classe armata”. Il volume è introdotto da una Prefazione di Jeffrey D. Sachs, da un breve testo di Olivier Stone e da un Proemio di Luciano Canfora.
Considerazioni
Senza pretendere di fornire una sintesi del testo di oltre 500 pagine, mi concentro su alcuni punti nodali e sulle questioni ad essi inerenti.
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Dalla bandiera rossa a quella verde e gialla: Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile
di Leandro Alvarez De Lorenzo*
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.
Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista
Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.
Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari.
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Come il sionismo ruba le elezioni (in video)
di Marco Consolo
L’industria della disinformazione digitale e della manipolazione elettorale è relativamente nuova: un settore giovane e innovativo… dedito a distorcere la realtà e spargere propaganda on line. Una florida industria clandestina capace di interferire nelle elezioni e manipolare il dibattito pubblico, che ha trovato in America Latina un terreno particolarmente fertile. I suoi clienti sono, in generale, direttamente Stati, mercenari al soldo di governi, o clienti privati che preferiscono operare nell’ombra, dove la morale non conta e i pagamenti non lasciano traccia.
La denuncia video del The Guardian
Sul fronte della manipolazione elettorale, una documentata denuncia arriva dalla testata britannica The Guardian e da Forbidden Stories, che hanno deciso di seguire una pista lunga sei mesi. Tre giornalisti – Gur Megiddo di TheMarker, Frédéric Métézeau di Radio France e Omer Benjakob di Haaretz – si sono finti consulenti di un fantomatico uomo d’affari intenzionato a ritardare le elezioni in un grande Paese africano. Spacciandosi per clienti interessati ai servizi di una misteriosa impresa informatica israeliana, hanno scoperchiato l’esistenza di una struttura clandestina di contrattisti di Tel Aviv, nota come Team Jorge: una specie di agenzia di marketing politico globale, specializzata in hackeraggi, propaganda e manipolazione elettorale su scala planetaria.
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Sulla resa dei curdi siriani al terrorista riciclato Al-Jolani
di Vincenzo Brandi
Si è appreso nei giorni scorsi che i Curdi siriani, rinunciando a costruire la tanto decantata entità democratica, femminista, indipendente del Rojava, hanno deciso di aderire al nuovo stato siriano governato dall’ex terrorista dell’ISIS e di Al-Qaida Al-Jolani, di sciogliere le proprie milizie nel nuovo esercito siriano e di riconsegnare al governo siriano i pozzi di petrolio siriano che avevano gestito insieme alle truppe USA.
Chi scrive è stato in anni passati un sostenitore della causa curda. Sono stato varie volte nel Kurdistan settentrionale entro i confini della Turchia, parlando con simpatizzanti del PKK (il partito dei Lavoratori Curdi, di ispirazione marxista-leninista e comunista) e con militanti sotto copertura.
Cominciò a sorgermi qualche dubbio quando i compagni ed amici curdi con cui parlavo cominciarono a lodare gli USA, e poi anche Israele, per la loro azione contro l’Iraq di Saddam, che permise alla fine la secessione dei Curdi dell’Iraq settentrionale.
Successivamente si è verificato l’ambiguo comportamento dei Curdi del Nord della Siria, in buona parte provenienti dalla Turchia, accolti in Siria, e divenuti cittadini siriani grazie all’atteggiamento favorevole tenuto dal partito socialista Baath, al potere in Siria, e del Presidente Bashar Al Assad.
Lo stesso capo carismatico dei Curdi, Ocalan, è stato per anni rifugiato e ospite in Siria sotto la protezione del Baath, e del padre di Bashar, Hafez Assad.
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Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum
di Sergio Cararo
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.
Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla Ue di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.
Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle Ue, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.
Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.
La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.
L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo dell’Islanda decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.
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I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)
di Il Pungolo Rosso
La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.
Esercitazioni militari in Polonia
La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco.
Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.
Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno.
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«Le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo»
Calvino e Leopardi (con appendice montaliana)
di Roberto Fineschi
In una lettera del 10 marzo 1984, un Calvino ormai entrato nell’ultima fase della sua produzione intellettuale scriveva ad Antonio Prete che aveva recensito Palomar:
Caro Antonio Prete, ho visto solo ora il suo articolo sul «Manifesto» del 28/2 e sono molto contento perché è uno dei pochi articoli che sento veramente in sintonia col libro. Sono contento anche dei riferimenti leopardiani perché le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo. (L, p. 990)1
Se questa è di per sé un’affermazione decisiva, il suo peso aumenta se viene messa a confronto con quanto già sostenuto addirittura all’inizio degli anni Cinquanta:
Per me il padre ideale del nostro romanzo sarebbe stato uno che parrebbe lontano più d’ogni altro dalle risorse di quel genere: Giacomo Leopardi. In Leopardi erano vive infatti le grandi componenti del romanzo moderno, quelle che mancavano a Manzoni: la tensione avventurosa (quell’islandese che se ne va solo per le foreste dell’Africa, e quella notte tra i cadaveri nello studio di Federico Ruysch, e quell’altra sulla tolda di Colombo), l’assidua ricerca psicologica introspettiva, il bisogno di dare nomi e volti di personaggi ai sentimenti e ai pensieri suoi e del secolo. E poi la lingua: la via ch’egli indicò fu quella dei massimi effetti coi minimi mezzi, che è sempre stato il gran segreto della prosa narrativa!2
E fra questi due estremi i rimandi sono tutt’altro che assenti. Nonostante queste manifeste professioni, come già notava Barenghi nella sua introduzione all’edizione dei Saggi nei «Meridiani», Calvino mai riprese il tema in termini organici.3 Nelle pagine che seguono si farà un tentativo per mettere in luce le radici profonde di questo legame.4 La tesi che si sosterrà è che il rapporto Calvino-Leopardi non si lascia ridurre a meri accostamenti stilistici o a estemporanee affinità; esso ha carattere filosofico e letterario e concerne questioni decisive.
La prima riguarda il tema «illuministico» del materialismo e della crisi della sua idea di progresso; a essa si ricollega anche la teoria sempre di matrice sensistica del piacere e la sua dimensione esistenziale; una seconda, apparentemente di carattere stilistico, fa in realtà riferimento soprattutto nell’ultimo Calvino al rapporto esattezza/generalità, finito/infinito e all’intuizione della «scienza dell’unico».
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