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Chi comanda (veramente) in Europa
di Alessandro Volpi*
Chi comanda in Europa. In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt. A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea.
Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario. In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin. Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.
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7 ottobre 2023 e altre narrazioni fasulle
di Paolo De Prai
Continuamente i tg main-stream inondano la loro narrazione mettendo sullo stesso piano il genocidio dei gazawi (miserabile chi lo nega) con i 1.138 morti del 7/10/23.
Dal momento che non sono minimamente d’accordo su questa narrazione, procedo a fare un minimo di chiarezza.
La prima cosa da rimarcare è che quel giorno non è successo niente di particolarmente strano – se non nelle dimensioni – perché nei 15 anni precedenti lo stato sionista aveva sterminato 6.085 palestinesi e ne aveva rapiti oltre 8mila, chiamandoli “arresti amministrativi”.
Quel giorno sono avvenuti due eventi contemporanei e opposti: il primo condotto dalla resistenza palestinese a guida Hamas (in coda faccio una ulteriore riflessione), azione che mirava a rompere l’isolamento dei palestinesi stritolati lentamente dallo stato sionista con in vista gli “accordi di Abramo” che dovevano rendere definitivamente invisibili ed eliminati nel tempo i palestinesi, il secondo evento è stato l’inizio della guerra per la “grande Israele”.
Questa azione militare sionista è stata organizzata da molto tempo e aspettava solo il momento giusto per attuarla, preparazione dimostrata sia da come i sionisti preparano le loro azioni terroriste (cerca-persone e walkie-talkie che ha richiesto almeno 4 o 5 anni di preparazione).
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Il Capitale fra ontologia e storia
Alle radici della scissione fra marxismo occidentale e marxismo orientale
di Carlo Formenti
Due parole sulle curiose origini di questo post
Non ho mantenuto la promessa di qualche settimana fa. Dopo l’interruzione estiva, scrivevo, il flusso dei post tornerà regolare. Il protrarsi della pausa è dovuto a problemi di salute (la vecchiaia non perdona) e a scadenze editoriali (il lavoro a due mani che io e Alessandro Visalli stiamo scrivendo uscirà nell’estate del 26, ma Meltemi vuole i manoscritti entro due mesi e il succedersi degli eventi impone aggiornamenti. Però nei prossimi giorni usciranno due libri (Arlacchi sulla Cina e Pappé su Israele) che mi impegno a recensire (nel post su Arlacchi mi occuperò anche di certe perle regalateci dai marxisti nostrani sulla Cina).
Restando in tema di marxismo nostrano, segnalo un curioso evento. Diversi mesi fa vengo invitato a un convegno sul pensiero di Marx. Accetto l’invito e, dal momento che Meltemi mi chiede di raccogliere in un volumetto gli articoli sul II e III Libro del Capitale pubblicati su questo blog, ne approfitto per approfondire certe riflessioni suggeritemi dalla loro rilettura. Invio il titolo (quasi uguale a quello che leggete sopra) agli organizzatori, ma chi mi aveva invitato (si dice il peccato ma non il peccatore) mi scrive che si scusa ma non sono stato inserito nel programma a causa:“della tardanza con cui mi ha comunicato il Suo titolo intrecciatasi perversamente con la mia dimenticanza nel sollecitarLe l’invio del titolo” (sic). Ricordate il detto“a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”?
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A due anni dal 7 ottobre, inquietanti interrogativi tuttora senza risposta
di Roberto Iannuzzi
Nuovi elementi confermano la possibilità che almeno alcuni apparati di sicurezza israeliani fossero informati dell’imminenza di un attacco da parte di Hamas
Uno dei fronti chiave sui quali Israele ha combattuto nei due anni di conflitto seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è quello dell’informazione.
La battaglia per il “controllo della narrazione” ha ruotato sia intorno agli eventi del 7 ottobre che alla violentissima campagna militare condotta in questi due anni da Israele a Gaza.
In entrambi i casi il governo Netanyahu ha aggressivamente propagandato la propria versione dei fatti.
In Occidente, la descrizione del 7 ottobre imposta dai media di grande diffusione ha essenzialmente ricalcato la versione ufficiale fornita da Tel Aviv.
C’è però un aspetto di quel tragico evento sul quale il governo israeliano non ha tentato di imporre la propria narrazione, quanto piuttosto di stendere un velo di silenzio.
Tale aspetto riguarda il cosiddetto “fallimento” dell’intelligence israeliana (ovvero la sua apparente incapacità di prevedere l’attacco di Hamas) e copre i mesi, le settimane, e la notte stessa, che hanno preceduto lo sconfinamento dei miliziani palestinesi in territorio israeliano.
La Striscia di Gaza era uno dei territori più controllati del pianeta, sottoposta ad un sistema di sorveglianza pervasivo. I servizi di intelligence israeliani sono tradizionalmente considerati tra i più sofisticati a livello mondiale.
Anche alla luce degli impressionanti “exploit” dei servizi di Tel Aviv nei mesi successivi al 7 ottobre – allorché essi sono stati in grado di scovare e assassinare leader di Hamas da Beirut a Teheran, di decapitare l’intera leadership di Hezbollah in Libano, e di infiltrare massicciamente un paese come l’Iran alla vigilia della “guerra dei 12 giorni” combattuta lo scorso giugno fra i due paesi – l’apparente fallimento del 7 ottobre sembra ancor più incredibile.
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Stato palestinese, dove? “Piano di pace": Gaza a me, Cisgiordania a te?
di Fulvio Grimaldi
“Tu ucciderai tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i bambini, tutte le bestie” (Libro di Giosuè 6:21, relativamente a Gerico, oggi Cisgiordania)
Va premesso un dato incontrovertibile. Quello della misura in cui alla sedicente comunità internazionale festante (celebrano un deserto e lo chiamano pace) gliene freghi del popolo palestinese. Lo dimostra la grottesca e oscena farsa di un Piano di Pace che quel popolo di 15 milioni non lo prende minimamente in considerazione.
Primo, con riguardo all’irrisolto peccato d’origine dello Stato ebraico, stragista, espropriatore, razzista, che ne esce rafforzato; secondo, per la totale cancellazione dalla scena della Cisgiordania, con i suoi 2,5 milioni, e dei cinque milioni di profughi. Ciò che resta sono: un frammento di Palestina dalle grandi prospettive immobiliariste e petrolifere, affidato a Trump, Blair e BP; e un altro frammento, premio di consolazione allo Stato ebraico che ne faccia la base di partenza per il Grande Israele.
Primum, inventarsi qualcosa che tolga di mezzo flottiglie e milioni in piazza
9 ottobre, sono passati tre giorni dalla proclamazione della” pace” a Gaza e, a detta di Trump, in tutta la regione. Pace in primis per tagliare le gambe a quella che, con flottiglie, milioni in piazza e riemersione dello Stato Palestinese, era diventata un intralcio di portata mondiale. Pace, peraltro, celebrata da Israele con la continuità delle bombe e della fame e che trova una sua particolare interpretazione anche in Cisgiordania. Per esempio, con quei coloni che il 9 ottobre scendono dal loro insediamento, come tutti i sacrosanti giorni dal 1967, per praticare la convivenza con chi c’era prima e ancora insiste a star lì. A forza di devastazioni, incendi, omicidi.
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Genius Act, la "silver bullet" di Trump per abbattere il debito USA
di Giuseppe Masala
In più di una circostanza ho sostenuto la tesi secondo la quale la causa di fondo dell'instabilità geopolitica che sta spingendo il mondo verso una guerra su vasta scala, che vede fronteggiarsi anche potenze globali come gli USA, la Russa e la Cina, è da ricercarsi nell'enorme debito estero americano ormai insostenibile. Un debito estero americano insostenibile che mette a rischio il ruolo egemone del dollaro come moneta standard degli scambi internazionali e che, in definitiva, mette in pericolo l'esistenza stessa dell'Impero Americano sorto con la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e rafforzatosi ulteriormente con il crollo del Muro di Berlino e la caduta dell'Unione Sovietica.
La mia tesi è che l'instabilità geopolitica mondiale, che ha generato svariati conflitti in Europa, Africa e “Medio Oriente Allargato” e che Papa Bergoglio definì “guerra mondiale a pezzi” sia stata scientemente causata da Washington con la finalità di bloccare la penetrazione cinese e russa in Africa e “Medio Oriente Allargato” e in Europa con l'intento di rompere l'asse tra UE (Germania in particolare) e Russia che garantiva agli europei materie prime a basso costo che rendevano le loro aziende ultra competitive nel mercato mondiale a tal punto da mettere in ginocchio il sistema produttivo USA fino a mandare in enorme passivo sia la bilancia commerciale che quella dei pagamenti a stelle e strisce.
Per quanto riguarda il teatro europeo, va detto, che l'operazione imbastita da Washington è stata coronata da un successo enorme.
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Tre guerre
di Enrico Tomaselli
La storia dello stato di Israele è una storia di guerra. Come tutti i colonialismi d’insediamento, in cui la popolazione indigena viene rimossa o sostituita da una comunità di coloni che si insedia stabilmente nel territorio, la guerra è innanzitutto un atto fondativo; ma, diversamente da quanto accaduto nel caso degli altri colonialismi di tale natura (Nord America e Australia), che hanno potuto portare a termine la eliminazione/sostituzione della popolazione autoctona anche grazie al fatto che non vi fossero paesi confinanti ove questa fosse presente, Israele si è collocata in un contesto regionale nel quale è invece circondata da paesi con la medesima composizione etnica della popolazione originaria del territorio occupato. Pertanto, la guerra è stata non solo necessaria per l’instaurazione dello stato ebraico, ma è divenuta anche una necessità difensiva, nel senso che è lo strumento attraverso il quale Israele impedisce il suo rigetto come corpo estraneo, rispetto al contesto regionale.
Sino agli anni ’70, ciò ha significato fondamentalmente due guerre, quella dei sei giorni (nel 1967) e quella dello Yom Kippur (nel 1973), condotte contro alcuni degli stati arabi vicini. Guerre che hanno tra l’altro consentito di occupare ulteriori territori, annettendoli allo stato israeliano. E queste due guerre si sono intrecciate con tutta la prima fase della lotta di liberazione palestinese, quella definibile come del nazionalismo laico, che comportarono tra l’altro una invasione del Libano, con l’assedio di Beirut.
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Sommersi o salvati. O della crisi sistematica del capitalismo crepuscolare
(schematico quadretto di riferimento)
di Roberto Fineschi
Le dinamiche del capitalismo crepuscolare sono legate a trasformazioni dei processi produttivi e dei relativi rapporti sociali che hanno un impatto non indifferente sulla vita associata e sulle risposte politiche correlate dei vari partiti.
La premessa teorica generale è la tendenza di sistema all’estromissione dei lavoratori dal processo lavorativo per il perfezionamento tecnologico da un lato, la sempre più difficile valorizzazione reale del capitale dall’altro per la crisi strutturale di sovrapproduzione. Ciò da un lato determina la rinascita del capitalismo di rapina, che cioè non valorizza effettivamente il capitale attraverso il processo reale di produzione, ma lo fa o in maniera speculativa o sottraendo risorse o imponendo decisioni anti-economiche ad altri soggetti che aumentano la rentabilità di un qualche capitale ma solo attraverso un trasferimento di ricchezza a somma zero da parte di terzi. Dall’altra pone il problema di una disoccupazione di massa interna (servono sempre meno lavoratori attivi, inclusi quelli intellettuali) e migrazioni internazionali dovute a guerre, carestie, impossibilità di sopravvivere a casa propria per gli effetti del capitalismo di rapina. Tutto ciò pone delle domande cruciali ai governi dei paesi centrali o semi-periferici nella gestione politica delle dinamiche interne ed esterne. Vediamo qualche ipotesi generale.
Di fronte a una crescente disoccupazione strutturale, la pletora di lavoratori disponibili pone problemi di fondo, sia per gli interni che per gli esterni.
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«Una democrazia senza popolo»
di Gianmarco Martignoni
Recensione al libro dello storico e parlamentare Federico Fornaro (Bollati Boringhieri, pagg. 167, euro 14)
Nella pletora delle pubblicazioni che si interrogano sulle cause dell’espansione e dell’egemonia delle destre su scala planetaria, il recente libro dello storico e parlamentare Federico Fornaro Una democrazia senza popolo (Bollati Boringhieri pag. 167 euro 14) ha il pregio di analizzare l’involuzione del caso italiano collocandola, sulla scorta delle tesi esposte da Colin Crouch nell’imprescindibile libro “Postdemocrazia”, nel quadro del vistoso arretramento della democrazia rispetto alle dinamiche della globalizzazione capitalistica.
Infatti Fornaro, dopo aver rilevato che secondo i rapporti di Freedom House il 57% dei 195 stati indipendenti nel mondo non sono ascrivibili al concetto di democrazia, si concentra sulle conseguenze che la grande recessione del biennio 2007-2008 ha determinato in Europa sui cittadini-consumatori, segnalando come l’impoverimento e la deprivazione del futuro generati dalla crescita delle diseguaglianze socio-economiche, ha permesso alle formazioni neopopuliste di sfondare sul piano elettorale, intercettando il bisogno di protezione economica e identitaria.
I dati riferiti alle elezioni del Parlamento europeo del 2024, oltre a certificare la crisi di rappresentanza delle formazioni della sinistra in corrispondenza all’erosione del modello socialdemocratico, sono eloquenti e preoccupanti: sommando i voti del gruppo dei Patrioti europei (84 seggi) con quelli dei Conservatori e Riformisti europei (78 seggi), avremmo un totale di 162 seggi, mentre il gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici ha solo136 seggi e il Partito popolare europeo 188 seggi.
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Palestina: Chi vince?
di Alessandro Mantovani
La storia dello stato di Israele è una storia di guerra. Come tutti i colonialismi d’insediamento, in cui la popolazione indigena viene rimossa o sostituita da una comunità di coloni che si insedia stabilmente nel territorio, la guerra è innanzitutto un atto fondativo; ma, diversamente da quanto accaduto nel caso degli altri colonialismi di tale natura (Nord America e Australia), che hanno potuto portare a termine la eliminazione/sostituzione della popolazione autoctona anche grazie al fatto che non vi fossero paesi confinanti ove questa fosse presente, Israele si è collocata in un contesto regionale nel quale è invece circondata da paesi con la medesima composizione etnica della popolazione originaria del territorio occupato. Pertanto, la guerra è stata non solo necessaria per l’instaurazione dello stato ebraico, ma è divenuta anche una necessità difensiva, nel senso che è lo strumento attraverso il quale Israele impedisce il suo rigetto come corpo estraneo, rispetto al contesto regionale.
Sino agli anni ’70, ciò ha significato fondamentalmente due guerre, quella dei sei giorni (nel 1967) e quella dello Yom Kippur (nel 1973), condotte contro alcuni degli stati arabi vicini. Guerre che hanno tra l’altro consentito di occupare ulteriori territori, annettendoli allo stato israeliano. E queste due guerre si sono intrecciate con tutta la prima fase della lotta di liberazione palestinese, quella definibile come del nazionalismo laico, che comportarono tra l’altro una invasione del Libano, con l’assedio di Beirut.
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Bambini senza infanzia, futuro senza bambini
di Aurora Caredda e Giovanni Pillonca
Al termine di quale processo formativo un soldato arriva a inquadrare nel suo mirino telescopico la testa di un bambino? Come può accadere che non ci sia niente che gli impedisca di premere il grilletto? Sono domande che sorgono dopo aver letto la testimonianza di 99 medici e paramedici volontari che hanno prestato la loro opera negli ospedali di Gaza e che il 2 ottobre 2024 inviarono una lettera a Joe Biden, chiedendogli di fermare Israele. Di seguito, in articoli sul NYT– altri medici e paramedici denunciarono in particolare l’orrore dei bambini bersagli deliberati di violenza. Lo rivelavano le ferite alla testa o al petto, anche in bambini di età inferiore ai 5 anni e le conseguenze dirompenti dei micidiali proiettili a frammentazione. Uno dei firmatari della lettera a Biden, Feroze Sidhawa, un chirurgo californiano scriveva: “Non ho mai visto ferite così terribili e in tale quantità avendo a disposizione così poche risorse. Le nostre bombe stanno abbattendo donne e bambini a migliaia. I loro corpi mutilati formano un monumento alla crudeltà”. Dei circa 1.100.000 bambini che costituiscono quasi la metà della popolazione di Gaza, 18.000 gli uccisi, due terzi dei quali avevano meno di 13 anni, 40.000 gli orfani di almeno un genitore, tra i 3000 e i 4000 i mutilati (Unicef), la più alta percentuale al mondo, spesso dopo amputazioni d’emergenza eseguite senza anestetici. Profondo il trauma di tutti i sopravvissuti.
Chi ha familiarità con la storia di Israele sa che non si tratta di una pratica sconosciuta. Ilan Pappe in Ten Myths About Israel, riporta la poesia di Natan Alterman, “Una questione di nessuna importanza”, pubblicata sul quotidiano Davar nel 1951, a tre anni dalla fondazione dello stato:
La notizia è apparsa brevemente per due giorni, poi è scomparsa./ E a nessuno sembra importare, e nessuno sembra saperlo./ Nel lontano villaggio di Um al-Fahem,/ I bambini – dovrei dire cittadini dello Stato – giocavano nel fango/ E uno di loro sembrò sospetto/ a uno dei nostri valorosi soldati/ che gli gridò: Fermo!/ Un ordine è un ordine /Un ordine è un ordine,/ ma lo sciocco ragazzo non si è fermato,/ è scappato via./ Così il nostro valoroso soldato ha sparato,/ non c’è da stupirsi./E ha colpito e ucciso il ragazzo./E nessuno ne ha parlato.
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I robot cinesi alla conquista del mondo
di Vincenzo Comito
Complice il problema del progressivo invecchiamento della popolazione e le previsioni di drastico calo demografico, Pechino sta investendo molto per azzerare il divario tecnologico e diventare leader anche del settore della robotica
Premessa
Un’analisi anche sommaria degli sviluppi in atto nel settore della robotica presenta un rilevante interesse, permette, tra l’altro, di intravedere alcune tendenze importanti sul fronte dell’evoluzione tecnologica, nonché sulla gara tra i vari Paesi – in particolare sul ruolo sempre più ingombrante della Cina e dell’Asia – e infine accende un faro sull’influenza delle nuove macchine nel mondo del lavoro.
Per molti decenni le grandi promesse relative allo sviluppo della robotica sono andate per la gran parte deluse; nonostante qualche avanzamento, i singoli prodotti si presentavano sul mercato come molto costosi, ingombranti, rigidi, limitati in genere ad un solo compito. Così se pure è vero che il business è certamente cresciuto nel tempo, lo ha fatto meno di quanto ci si aspettasse. Le attese fantasiose dei media e dell’opinione pubblica in merito alle meraviglie dei robot, nonché quelle negative dei lavoratori e dei sindacati sulle conseguenze relative ai livelli di disoccupazione che l’introduzione di tali macchine avrebbe comportato non si sono, sino a ieri, materializzate che in misura molto ridotta.
Gli sviluppi tecnologici
Poi, lentamente, le cose hanno iniziato a cambiare. I robot si sono fatti sempre meno ingombranti, meno costosi, molto più flessibili e il mercato è progressivamente decollato. Ora le prospettive di sviluppo, con le conseguenze del caso, sembrano molto rilevanti.
Tradizionalmente è stato il settore industriale, a cominciare dall’auto, a fare la parte del leone sul mercato, mentre più di recente, accanto all’impiego in linea, i robot vengono sempre più utilizzati in attività sussidiarie, quali quelle del magazzinaggio e della logistica.
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VENEZUELA. Machado premio Nobel
Le voci dal Paese sotto assedio
di Geraldina Colotti
Un operaio italiano di grande esperienza, che vede le cose “dall’alto” perché, da scalatore professionista, fa lavori in quota, ha commentato l’attribuzione del Nobel alla golpista venezuelana, Maria Corina Machado, servendosi di un proverbio turco: “E gli alberi votarono ancora per l’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro, in quanto aveva il manico di legno” .
Identica saggezza si riscontra anche “dal basso”, qui in Venezuela: fermo restando che il termine “dal basso”, riferito alle classi popolari, farebbe inorridire gli storici che si dedicano al recupero della “historia insurgente”, intesa come scontro materialistico di interessi di classe, soggetta a vittorie e sconfitte, ma non al confinamento di chi produce la ricchezza nella categoria rassegnata di quelli “che stanno in basso”, giacché lottano per farsi potere popolare.
A certe latitudini dove i “dannati della terra” hanno la pretesa di governare, non è una sottigliezza ideologica: qui, una scure è una scure. Lo sanno i lavoratori argentini, che cercano di rovesciare la “motosega” calata sui diritti dal trumpista Milei. E lo sanno i lavoratori venezuelani, che ben intendono il programma politico della trumpista Machado, ammiratrice di Netanyahu, al quale ha pubblicamente chiesto di fare contro i chavisti, “lo stesso lavoro che ha fatto a Gaza”. Infatti, si sa che le bombe distinguono tra i bambini dei chavisti e quelli di opposizione, che si devono preservare…
E, infatti, il popolo identifica Machado, che da anni chiede e organizza violenze e “sanzioni”, con il personaggio della Sayona, una delle figure più famose e terrificanti del folklore venezuelano. Un’apparizione spettrale che fa parte delle leggende metropolitane e rurali del paese, rievocata a ogni apparizione di Machado sui palcoscenici internazionali per chiedere ai suoi padrini occidentali: “Più sanzioni”. Ovvero, più sofferenze da infliggere al popolo venezuelano per spingerlo a rinnegare il socialismo, a cui rinnova la fiducia da 26 anni.
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Il “piano di pace” di Trump è una truffa
di Fabrizio Marchi
A due anni dall’inizio della carneficina di Gaza l’attuale capo politico dell’impero occidentale (ma ricordiamo sempre che nell’Occidente non è la politica a comandare ma il capitale che sta dietro le quinte) ha deciso che Netanyahu e la sua banda di nazisti assassini, per ora, devono darsi una calmata e addivenire a degli accordi, con chi e perché, lo dirò fra poco. Ma è e sarà vera pace? La risposta è ovvia ed è no, perché si tratta di una trappola per i palestinesi.
Vediamo cosa c’è dietro questa “proposta di pace”.
Il Medio Oriente è un’area strategica per gli Stati Uniti, per questioni economiche, commerciali, energetiche e geopolitiche, di conseguenza non possono mollarla, costi quel che costi. Andiamo per ordine.
La Palestina è, diciamo così, l’ultima “stazione” dell’IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), meglio conosciuta come “Via del Cotone”. La “Via del Cotone” è una grande rete di infrastrutture, ferrovie, porti, strade, pipeline, gasdotti, corridoi digitali ed elettrici che parte dall’India e arriva fino all’Europa passando, appunto, per la Palestina e da lì in Europa. Un progetto gigantesco finalizzato, oltre che alla crescita economica e commerciale dei paesi interessati, al trasporto di una enorme quantità di merci dall’India, come dicevo, fino all’Europa. Gli stati che hanno promosso questo progetto sono Stati Uniti, Unione Europea, Francia, Germania, Italia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
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Ciò che precede
Appunti intorno a Finché la vittima non sarà nostra di Dimitris Lyacos
di Andrea Carnevale
La tempesta primordiale
L’Angelus Novus di Klee è per Benjamin la figura della storia che avanza inesorabile, sospinta dalla tempesta primordiale, e distrugge inevitabilmente ad ali spiegate ogni cosa. Il suo volto guarda all’indietro, capace solo di contemplare le macerie che si lascia alle spalle. Finché la vittima non sarà nostra pare evocare proprio questa figura. Pare soltanto però, perché l’Angelo della storia di Benjamin è una metafora, il nuovo libro di Lyacos —salvo che per un unico aspetto, su cui occorrerà tornare — no.
Il lettore inizia così a cercare nel caleidoscopio delle categorie letterarie quella, o quelle, entro cui poter inserire l’opera per riuscire a definirla: distopia, favola nera, opera mondo… Nomi della letteratura. Ma Finché la vittima non sarà nostra gli scappa via, è uno strano liquido che, appena lo si prova a versare in qualche contenitore letterario, si rapprende, si solidifica, si oppone.
Più facile allora concentrarsi sul contenuto. E qui non si può sbagliare: l’opera ha per oggetto e tema la violenza. Facile. No, difficile: quale violenza? Nelle diverse inquadrature, nell’autonomia (che non è indipendenza) dei capitoli, la violenza messa in scena da Lyacos (in un procedere assemblato che è insieme testimonianza e rappresentazione) progredisce infatti reinventando sé stessa: dal cannibalismo all’omicidio religioso, dalla guerra dall’esilio e dalla tortura fisica alla rarefatta coercizione della Legge, dalla disciplina carceraria e dall’isolamento al massacro industriale e al lavoro forzato.
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La “democrazia” occidentale va al patibolo
di Dante Barontini
Zitto zitto, quatto quatto, è saltato il tappo che conteneva il malessere sociale nella gabbia della passività E altrettanto in silenzio – ufficiale, per lo meno – è saltato il mantra che descriveva il “guardino occidentale” come “democrazie” contrapposte, soprattutto sul piano valoriale, alle “autocrazie”.
Ci avete fatto caso? Non c’è più un ospite di talk show che provi ad avventurarsi su questo terreno paludoso…
il “merito” – si fa per dire – è del veloce scivolamento delle istituzioni occidentali, al di qua e al dà dell’Atlantico.
In Gran Bretagna il governo sedicente “laburista” di Starmer do la caccia agli attivisti per la Palestina arrestando sia in strada a che a casa, anche quando vivono ormai in carrrozzella.
In Francia il banchiere Macron, forse sulla porta d’uscita dall’Eliseo, ha fatto sempre caricare qualsiasi protesta con grande profusione di flashball ad altezza d’uomo e manganellate come se piovesse.
In Italia si risparmia sulle flashball, ma per nulla sulle manganellate, al punto che gli agenti di polizia si colpiscono spesso tra loro ma comunque rimediano qualche giorno di “malattia” grazie a medici e superiori compiacenti.
In Germania le cose non vanno meglio, con un plus idologico paranazista che anticipa l’arrivo al potere dei nazisti veri (ormai al 30% nei sondaggi), che si troveranno un mega-riarmo già apparecchiato per ricreare “il più forte esercito d’Europa”.
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Ecco perché Ursula Von Der Leyen doveva essere sfiduciata
di Umberto Franchi
Le mozioni di sfiducia presentate il 6 ottobre con le motivazioni sono due: la prima, sui dazi in quanto è stata firmata la resa commerciale dell’Europa; la seconda in quanto la Commissione Europea presieduta dalla Von Der Leyen è complice nel genocidio commesso a Gaza dagli Israeliani.
Ma vediamo razionalmente la storia di ciò che è avvenuto e le motivazioni.
DAZI USA
Allo stato attuale non è chiaro se la guerra commerciale voluta da Trump abbia come fine la nuove barriere commerciali protezionistiche per arginare la concorrenza mondiale o anche come mezzo di intimidazione internazionale al fine di altri obbiettivi politici. Sta di fatto che le potenze giunte ai patti con Trump come l’Unione Europea, il Giappone, Cora del Sud, ed in parte la Gran Bretagna (ma non la Cina) , hanno ceduto alle sue principali richieste e subiscono un significativo aumento dei dazi , uscendo dal confronto con gli USA con “le ossa rotte”.
La storia dei dazi da quando Trump è diventato Presidente, ha visto: prima ad aprile, la dichiarazione di guerra commerciale “Liberation Day”, ma al primo panico finanziario aveva proclamato una tregua di tre mesi.
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Dopo le grandissime giornate di lotta del 3 e 4 ottobre
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Dopo le grandissime giornate di lotta del 3 e 4 ottobre: ora bisogna continuare e andare fino in fondo, per dare maggior forza alla resistenza del popolo palestinese e buttare giù dalle piazze il governo Meloni
Molti, per prime le organizzazioni palestinesi, hanno fatto ricorso al termine “storico” per definire le magnifiche giornate di lotta del 3 e 4 ottobre. Forse è prematuro. Ma lo sciopero generale politico – vero! – per la Palestina proclamato inizialmente dal SI Cobas, e poi assunto dalla Cgil e dall’Usb, e i giganteschi cortei di Roma e Milano segnano con certezza un grande risveglio sociale e politico.
La solidarietà con la Palestina e – in misura assai minore – con la resistenza del popolo palestinese è diventata finalmente un fenomeno di massa. Anzitutto in una nuova generazione di giovani e giovanissimi fino a poco tempo fa apparentemente del tutto passivi, atomizzati, apolitici. In gran parte giovane proletariato candidato a precarietà e assenza di futuro: figli/e dell’immigrazione e italiani doc, che sempre più si sentono immigrati in quella che è, sulla carta d’identità, la “loro” terra. E poi settori significativi della classe lavoratrice salariata – oltre i facchini della logistica, ferrovieri, portuali, autisti dei trasporti locali, operai/e e impiegati/e dell’industria (non in prima fila, però), docenti delle scuole (molti), infermieri e medici, dipendenti di enti pubblici. Accanto a loro, e trainati da loro, settori di “popolo”, inclusi singoli elementi di quelle classi medie accumulative che sono schierate in forza con il governo e i poteri costituiti filo-sionisti.
Ciò che ha unito questa variegata composizione sociale è un mix di conscio e di inconscio. Il rifiuto consapevole del genocidio in corso a Gaza a opera del governo e dell’esercito di Israele in quanto inumano. L’ammirazione, ma non sempre consapevole, della forza, del coraggio, della dignità, del popolo palestinese. Il sentimento ancora meno consapevole, se ci riferiamo alla maggioranza dei manifestanti, di appartenere al mondo degli oppressi – che i settori più coscienti del movimento hanno espresso con il “siamo tutti palestinesi”, cogliendo l’unità di destino tra il popolo palestinese e gli sfruttati delle metropoli europee e occidentali.
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L’Europa e la giungla
di Carlos X. Blanco
Proponiamo la traduzione in italiano del’articolo di Carlos X. Blanco, pubblicato originariamente in spagnolo sul numero 452 della rivista El Viejo Topo-
I paesi occidentali dormono, e questo sonno è il pisolino che precede la notte più lunga: la notte dell’estinzione.
Dormono, il che significa disconnessione dalla realtà. Il pisolino è profondo, poiché quasi tutti si trovano di fronte a immagini che soppiantano la realtà, immagini che assomigliano a “una” realtà ma che in ultima analisi li allontanano da essa. Ma soprattutto, molte minacce e molti pericoli incombono su di loro.
I paesi occidentali si sono addormentati con la tranquillità che deriva dalla consapevolezza che qualcuno veglia su di loro. Quel qualcuno, l’Impero della Bandiera Stellata con le Strisce, non ha mai protetto noi europei in nessun momento. Quell’impero è nato rubando terre, attaccando paesi e massacrando popoli [vedi A. Scassellati, El Imperio Oculto: El expansionismo criminal estadounidense, Ratzel, 2025, anche in italiano qui]. Soltanto l’alienazione dei popoli sconfitti e colonizzati, e diversi decenni di propaganda e di violazione delle menti, spiegano perché la sorveglianza armata e la protezione dei “vecchi europei” furono interpretate come ciò che in realtà significava occupazione militare e subordinazione in tutti gli altri ambiti (politici, economici e culturali).
Quindi, il lettore mi permetterà di continuare con la metafora. Forse i paesi d’Europa, ormai convertiti all'”Occidente”, in senso stretto, non si sono addormentati? Forse è meglio svegliarsi e verificare cosa è realmente accaduto: che qualcuno ci ha versato un narcotico nel bicchiere.
L’Europa turbolenta e criminale delle “potenze” è andata in pezzi nella lunga guerra civile del 1914-1945. Gli imperi europei hanno sprecato milioni di vite e rovinato la gioventù di diverse generazioni in trincee e campi di battaglia, lande desolate e cimiteri dove il nazionalismo è diventato un sostituto mortale della religione.
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La bolla dell’intelligenza artificiale sta per scoppiare
di Andrea Daniele Signorelli
“Siamo entrati in una fase in cui gli investitori, nel complesso, sono eccessivamente entusiasti nei confronti dell’intelligenza artificiale? Secondo me, assolutamente sì”, ha affermato il fondatore di OpenAI Sam Altman. Parole non dissimili sono arrivate da Mark Zuckerberg, secondo il quale “è certamente una possibilità” che si stia formando una grande bolla speculativa. Da ultimo, anche Jeff Bezos ha rilasciato dichiarazioni simili.
Quando le stesse persone che, tramite le loro risorse, stanno favorendo lo sviluppo e la diffusione di una tecnologia si preoccupano della situazione finanziaria, significa che il rischio, come minimo, è concreto – anche perché le loro aziende risentirebbero più di ogni altra dei rovesci causati dallo scoppio di una bolla.
D’altra parte, basta osservare i numeri: per il momento le immense quantità di denaro che sono state investite per l’addestramento e la gestione dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM – Large Language Model) non stanno producendo risultati economici degni di nota. Peggio ancora: non è per niente chiaro quale possa essere un modello di business sostenibile per ChatGPT e i suoi compagni, e ci sono anche parecchi segnali che indicano come tutto l’hype (non solo finanziario) nei confronti dell’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi una colossale delusione (come indicano le ricerche secondo cui le aziende che hanno integrato l’intelligenza artificiale non hanno visto praticamente alcun effetto positivo).
Se le cose andassero così, all’orizzonte non ci sarebbe solo lo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, ma la fine – o almeno il drastico ridimensionamento – di una grande promessa tecnologica, che fino a questo momento non sembra essere sul punto di lanciare una “nuova rivoluzione industriale”.
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Gaza: la Pax Americana
di Alex Marsaglia
In queste ore le abilità diplomatiche di Trump, che avevamo già visto durante il suo primo mandato sulla questione coreana, si sono nuovamente rivelate. Dopo aver messo assieme una coalizione di Stati arabi di peso per il Medio Oriente tra cui Qatar, Egitto e Turchia e aver portato al tavolo delle trattative Hamas e Israele sui 20 punti proposti è riuscito a ottenere la firma sulla prima fase di attuazione dell’accordo.
La Pax Americana
I principali punti riguardano lo scambio di prigionieri, il cessate il fuoco con il ritiro delle forze dell’IDF sulla linea gialla all’interno della Striscia di Gaza e l’apertura di cinque canali umanitari. Hamas e Israele cercano di portare a casa rivendicazioni vittoriose, con la prima che annuncia di non rinunciare alla libertà, indipendenza e autodeterminazione della Palestina, anche se Israele che si attesterà sulla “linea gialla” avrà derubato metà della terra palestinese di Gaza. Viceversa Netanyahu ha definito l’accordo una “vittoria nazionale e morale”, ma in questa prima fase non ha ottenuto né lo scioglimento di Hamas né il controllo su Gaza City e deve ancora far passare il piano di pace sotto l’ala oltranzista del suo governo. Insomma, come da 77 anni a questa parte, la pace da queste parti sembra soltanto una tregua dell’opera di colonizzazione israeliana che prosegue di missione in missione.
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Tendenze della guerra globale: la depurazione dei fronti interni negli Stati Uniti e in Palestina
di Antiper
Esiste oggi un riconoscimento quasi unanime sul fatto che il dominio strategico – economico, finanziario, militare, culturale – del Nord Globale [1] stia per finire e che stia nascendo una nuova configurazione multipolare del sistema-mondo. Si tratta di uno scenario da incubo per l’imperialismo che su quel dominio aveva fondato la propria capacità di contrastare la tendenza storica al declino del saggio di profitto nei settori produttivi.
In una prima fase la cosiddetta “globalizzazione” aveva permesso al Nord Globale di conservare alti livelli di rendita finanziaria e di consumo di massa, nonché di contrastare la sovrapproduzione di merci e capitali che si era manifestata tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 e che aveva concorso a spingere Nixon verso il famoso “shock” del 1971.
Ma alcune aree del Sud Globale sono riuscite a sfruttare le opportunità derivanti dalle delocalizzazioni occidentali per far crescere le proprie economie e la propria indipendenza (politica, tecnologica…). L’esempio della Cina è eclatante.
Con il Nord Globale che declina e il Sud Globale che emerge la crisi dell’imperialismo accelera e con essa accelera la tendenza a ricorrere alla guerra come estrema ratio per conservare il proprio dominio. Quando infatti non si riesce più a dominare con le buone diventa inevitabile tentare di dominare con le cattive. L’avanzata della NATO verso la Russia si spiega come mossa preventiva in un’ottica di guerra per la distruzione di una potenza che dopo la fase servile degli anni ’90 aveva deciso di ricostruire la propria potenza politica.
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L’arte di governo è eludere le responsabilità
di comidad
Al di là dei contesti radicalmente diversi, si può riconoscere lo schema ricorrente, l’invarianza; che in questo caso è la cosiddetta “arte di governo”, ovvero l’eludere le proprie responsabilità tramite il vittimismo, la contrapposizione pseudo-ideologica e la gazzarra da talk-show. L’arte di governo è trasversale ai vari governi e ai differenti schieramenti politici, che convergono nella pratica di non precisare i confini tra lecito e illecito. La trasparenza della contestazione e della sanzione dell’eventuale illecito viene sostituita con una generica colpevolizzazione dei cittadini, con la quale giustificare pressioni indebite, terrorismo psicologico e discriminazioni. In epoca psicopandemica si è costruito su queste basi di incertezza giuridica e linguistica una sorta di virtuale obbligo vaccinale, la cui attuazione è stata condotta con strumenti arbitrari di limitazione dei diritti civili. Persino quando l’obbligo vaccinale è stato apparentemente proclamato per legge, si è però continuato nella farsa di voler estorcere la firma al “consenso informato”, negando la somministrazione del siero a coloro che volevano aderire all’obbligo manifestando chiaramente il proprio dissenso. L’ossimoro dell’obbligo che presuppone il consenso, è stato però avallato e santificato dalla Corte Costituzionale nella sentenza 14/2023, per cui si è creata una sorta di giurisprudenza in funzione dell’irresponsabilità del governo e della colpevolizzazione generica del cittadino comune. Lo schema funziona all’incontrario del famoso aforisma dell’Uomo Ragno, perché più potere si ha e più si riesce a scaricare sugli altri ogni responsabilità.
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Da una debacle all’altra: forse si apre il confronto nel M5S
di Gerardo Lisco
Dalla crisi dei consensi al Sud alla chiusura oligarchica: il Movimento 5 Stelle di fronte al proprio modello organizzativo.
Un movimento nato dal marketing politico
Una riflessione sul voto delle regionali in Calabria non può prescindere da un’analisi del Movimento 5 Stelle. Il movimento fondato come una pura e semplice operazione di marketing dal duo Grillo-Casaleggio nasce da una costola di Italia dei Valori e, come ha spiegato Antonio Di Pietro in un’intervista rilasciata a l’Espresso, è destinato — salvo sterzate dell’ultimo momento — a fare la stessa fine.
Il M5S, stando ai dati elettorali, si presenta come un movimento politico meridionale, il che non equivale a dire “meridionalista”. È passato dal 25,55% delle politiche del 2013 al 15,43% del 2022, perdendo in nove anni circa la metà degli elettori: da 8,7 a 4,3 milioni di voti.
Dalla crescita al Mezzogiorno al crollo nazionale
Nel 2013 il M5S registrava una percentuale omogenea in tutte le circoscrizioni, raramente al di sotto del 20%, con una media intorno al 25%. Il quadro cambia radicalmente nel 2018: al Nord il movimento conferma i dati del 2013, mentre nel Mezzogiorno supera il 40%, con punte prossime al 50%.
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Contro il militarismo e la logica del nemico, la nostra parte non è già data
di Fabio Ciabatti
∫connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 116, € 15,00
Di fronte “a ogni guerra la prima richiesta è sempre e comunque che le armi tacciano”. Ciò nonostante, “il nostro problema non è solo condannare la guerra ma anche opporre alla sua dura realtà parole e pratiche che essa non sia in grado di governare”. Se questo non avviene possiamo ottenere al massimo una tregua che non consente di cancellare le cause dei conflitti bellici. Queste considerazioni, che troviamo nel libro “Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente”, assumono particolare rilievo in considerazione della tragica scelta che deve affrontare Hamas, insieme alle altre formazioni armate palestinesi, di fronte al cosiddetto piano di pace di Trump: continuare la lotta armata facendo proseguire l’immane carneficina o arrendersi per interrompere il supplizio che comunque proseguirà, anche se, presumibilmente, con tempi più lunghi e modalità meno feroci. La resistenza palestinese sembra davvero trovarsi di fronte a una drammatica impasse. E allora, per non lasciarsi bloccare in questo vicolo cieco può essere utile adottare uno sguardo diverso nei confronti della coraggiosa lotta della popolazione di Gaza (e della Cisgiordania) con l’obiettivo di prefigurare possibili via di fuga dal tragico stallo a cui sembra destinata. Anche perché bisognerà in qualche modo approfittare delle condizioni tutt’altro che ideali in cui si trova oggi lo stato sionista, lacerato da profonde contraddizioni interne e investito da una diffusa condanna internazionale.
Certo, di fronte a un genocidio, ci si può legittimamente chiedere se sia possibile mantenere uno sguardo lucido sugli aspetti critici della resistenza palestinese senza divenire complici dei carnefici israeliani. O senza scadere in un eurocentrismo che solidarizza con i popoli oppressi solo finché non si ribellano perché, con i mezzi a loro disposizione, raramente lo possono fare rispettando il preteso bon ton occidentale. Sicuramente, non teme di andare controcorrente rispetto all’opinione diffusa nella sinistra, compresa quella radicale, l’autore collettivo che ha dato alle stampe il testo qui recensito. Si tratta di ∫connessioni precarie, un’area politica che assume come obiettivo centrale della sua analisi e della sua attività pratica la condizione globale e differenziata del lavoro contemporaneo che è sottoposto all’intreccio tra patriarcato, sfruttamento e razzismo.
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