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Una recensione su David Harvey
di Connessioni
Come funziona il sistema capitalistico e perchè accadono le crisi? È difficile, ma cruciale, provare a rispondere a queste parole, specie di questi tempi. Un buon tentativo di accettare la sfida è il libro di David Harvey, “L'enigma del capitale”.
Nel suo libro, Harvey prova a costruire una teoria delle crisi del capitalismo, in primis proponendo la sua visione del capitale come un flusso. Se questo flusso è interrotto, a causa dei limiti che il capitale incontra, descritti da Harvey nel prosieguo del libro, c'è una crisi, come quella che stiamo sperimentando oggi. Le crisi servono a riconfigurare il capitalismo, permettendo la sua sopravvivenza.
Dato che le crisi hanno accompagnato l'intera storia del capitalismo, è piuttosto chiaro che ci deve essere una contraddizione sistemica nel processo di accumulazione capitalistica. Harvey affronta la questione definendo il capitale non come un oggetto ma come un flusso, dove il denaro è costantemente mandato in cerca di altro denaro.
I capitalisti, sotto la pressione della forza della competizione, sono costantemente forzati a re-investire i profitti che essi eventualmente abbiano guadagnato. I problemi nascono quando il flusso si interrompe. L'11 Settembre ha fermato momentaneamente il flusso. Non fu sorprendente, allora, che il presidente Bush dedicasse tutto se stesso a riportare il flusso alla normalità.
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Ripoliticizzare la decrescita*
Considerazioni a partire dalla Conferenza di Venezia
Marino Badiale, Fabrizio Tringali
Quest'anno la Conferenza Internazionale sulla Decrescita, ormai giunta alla terza edizione, si è tenuta in Italia, a Venezia, dal 19 al 23 settembre. Senza dubbio l'iniziativa è stata un successo: circa 700 partecipanti provenienti da 47 paesi diversi, età media piuttosto bassa (più di un terzo degli iscritti aveva meno di 30 anni), grande partecipazione sia alle assemblee plenarie sia ai workshop (più di 80 in tre giorni), circa 180 papers discussi. Tutto ciò, unito alla capacità dimostrata dagli organizzatori, prova che anche in Italia il movimento della decrescita, nelle sue varie componenti, è ormai una realtà ben consolidata. Un risultato di questa portata comporta anche, come è ovvio, una grande responsabilità: quella di far crescere e fruttificare le potenzialità che il movimento ha dimostrato di avere, riuscendo ad incidere effettivamente sulla realtà politica, a livello sia nazionale sia internazionale.
Il pensiero della decrescita ha certamente la possibilità di sparigliare le carte della lotta politica tradizionale, imponendo un'agenda non riducibile agli schemi concettuali che hanno segnato gli antagonismi del Novecento, in particolare quello fra destra e sinistra. Ma affinché la decrescita possa sviluppare le sue grandi potenzialità, è probabilmente necessario un ulteriore sforzo di focalizzazione di alcuni nodi concettuali.
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"Bentornato Marx!"
recensione al libro di Diego Fusaro
di Emiliano Alessandroni
Nel 1993 viene pubblicato in Italia per la Rusconi un libro di Armando Plebe: Dimenticare Marx? La presenza stessa del volume costituiva di per sé una risposta alla domanda espletata nel titolo, ma l'autore volle essere esplicito esortando a non dimenticarsi di Marx «irresponsabilmente, come ci si scorda di un numero di telefono che da qualche tempo non si usa più»; è possibile infatti «considerare meritoria oppure sciagurata la stesura del Capitale», ma occorre pur sempre tener presente che dietro di essa «stanno secoli di cultura» la quale «ha generato a sua volta un secolo e mezzo di cultura marxista»; ne discende che «un politico che non dimentichi Marx è un politico costretto ad accorgersi che la cultura esiste»1.
Da alcuni anni a questa parte, parrebbe quasi che il monito di Plebe abbia sortito un effetto maggiore del previsto. Nel 1999 un sondaggio della BBC ha premiato Marx come «il più grande pensatore del millennio»2. Sei anni più tardi il programma radiofonico In our time, della medesima emittente televisiva, ritenta il sondaggio in forme diverse, ma ottenendo il solo risultato di far conquistare a Marx anche il titolo di «più grande filosofo della storia»3.
A partire dall'avvento della crisi economica i richiami al teorico tedesco aumentano vertiginosamente: nel 2008 l’omonimo arcivescovo di Monaco Freising Reinhard Marx, dopo aver pubblicato un libro dal titolo Il Capitale. Una difesa dell'uomo, dichiara che «poggiamo tutti sulle spalle» del filosofo di Treviri «perché aveva ragione», infatti «nella sua analisi della situazione del XIX secolo ci sono punti inconfutabili»4.
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Resistenza in Bahrain: le lotte dei lavoratori
di Yusur Al Bahrani
Il testo che segue è stato scritto da una compagna residente in Canada ma originaria del Bahrain. I legami che tuttora mantiene col suo paese le permettono di restituirci una realtà meno schiacciata su quelle che sono le letture cui solitamente possiamo accedere. Le avevamo chiesto di scrivere un resoconto che ci desse l'opportunità di inquadrare il ruolo che la classe lavoratrice sta giocando nell'isola perché troppo spesso ci pare sia l'attore che sparisce dalle cronache.
Ciò che ci sembra emergere dalla lettura è soprattutto la lotta per la fine di un regime oppressivo e reazionario. Ma nella critica alla gestione del potere degli Al-Khalifa, più che la rivendicazione di un modello simile a quello occidentale, si intravedono le parole d'ordine che hanno riempito e – fortunatamente – continuano a riempire le piazze arabe: “Pane, libertà e giustizia sociale!”
Le lotte dei lavoratori sono al centro del movimento. In questo testo si prende in considerazione soprattutto la repressione di cui sono stati fatti oggetto e che mostra una sostanziale comunanza di vedute del capitale privato e dello stato. I lavoratori sono il nemico e vanno sconfitti in ogni modo: con la tortura, la galera, i licenziamenti e la sostituzione con altri membri dell'esercito di riserva mondiale. Il tutto pur di lasciare inalterato l'attuale assetto di potere. Per approfondire le dinamiche della rivolta in Bahrain, leggi 'La rivoluzione in Bahrain: resistenza all'imperialismo'.
Lavoratori e studenti sono l'essenza della resistenza all'oppressione ed alla repressione dello stato. Sono il cuore di ogni rivoluzione che voglia costruire una vera democrazia fondata sull'emancipazione della forza dei lavoratori.
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Il capitalismo globale e la sinistra
Jamie Stern-Weiner intervista Leo Panitch
In quale senso il capitalismo è un sistema ‘globale’?
Il nostro mondo è tuttora in gran parte costituito da stati nazione con economie e strutture di classe e sociali molto diverse.
Detto questo, molte delle economie sono integrate nelle reti di produzione delle imprese multinazionali (MNC) che producono, esternalizzano o appaltano in molti paesi diversi. Molti stati sono oggi altamente dipendenti, per una percentuale elevata del loro PIL, dalle esportazioni e dagli scambi che, a loro volta, sono inestricabilmente collegati a sistema bancario internazionale (attraverso i crediti al commercio, i derivati del mercato delle divise, e così via). Le banche commerciali e d’investimento sono diventate interamente internazionalizzate. Da questo punto di vista si può dire che ciò di cui parlava Marx intorno al 1850 – del capitalismo come sistema con tendenze globalizzanti – si è più o meno avverato.
Quale ruolo svolgono gli stati nel sostenere questo ordine capitalista globale?
Il nostro libro inizia con due citazioni. Una è di David Held, già della London School of Economics, che nei primi anni ’90 parlò di una crescente economia mondiale transnazionale che scavalcava anche gli stati più potenti. La seconda è di Eric Hobsbawm, nel suo magnifico ‘Age of Extremes’ [L’epoca degli estremi], e afferma che le MNC preferirebbero un mondo ‘popolato da stati nani o da nessuno stato del tutto’.
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Le lotte contro il regime della Troika
di Thomas Seibert
(…dalla Interventionistische Linke, ma non per la Interventionistische Linke…)
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Thomas Seibert all’interno degli eventi organizzati a Francoforte contro la Euro Finance Week nello scorso novembre. Si tratta di un contributo di grande interesse sulla crisi attuale che contiene una proposta sulle possibilità di superare politicamente le condizioni anche istituzionali che la crisi sta imponendo. Esso pone due questioni per noi essenziali, ovvero quella dell’organizzazione e quella del potere, cercando di collocarle, e quindi di discuterle, su di un piano di realtà. Ciò significa aprire il dibattito su quali sono gli strumenti che consentano di affrontare tali questioni, senza accontentarsi del presente e senza mitologici riferimenti al passato. Già lo sciopero europeo dello scorso 14N è stato un evento complesso del quale probabilmente dovremo cercare di individuare gli effetti nel tempo. La compresenza al suo interno di protesta e contestazione ha indicato un problema che chiede di essere affrontato. La rielaborazione della pratica dello sciopero è un’azione politica che deve avere come protagonisti dei soggetti reali – come per esempio i migranti – che si organizzano per affrontare la questione del potere. In nessun caso esso può essere scambiato con la riproposizione di un minoritarismo programmatico destinato a ottenere meno di nulla, se non la celebrazione dei pochi momenti necessari alla propria autorappresentazione come gruppo. Assieme alle questioni di merito, la proposta di Thomas annuncia un criterio di metodo che va oltre il gruppo al quale comunque lui fa riferimento. Anche per questo lo pubblichiamo. Propone le questioni su una scala che anche noi abbiamo provato a impiegare, inserendo i movimenti di lotta in Europa in uno scenario che va dalla Cina agli Stati uniti. Usa un linguaggio che noi non utilizziamo, dato che non abbiamo mai praticato il lessico del comune, né abbiamo parlato di sciopero metropolitano. Questo intervento invita però ad andare oltre le definizioni usuali e rassicuranti. E questo riguarda anche noi. Non da ∫connessioni precarie, ma per le connessioni precarie…
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Keynesismo, socialdemocrazia e l’anomalia italiana
di Francesco Scacciati
Nei paesi per i quali la migliore definizione penso possa essere “a capitalismo democratico”, si è quasi sempre potuta distinguere “una destra” e “una sinistra”. Nell’ambito di quest’ultima, molto frequentemente si è potuto ulteriormente distinguere tra una sinistra moderata o “di governo” e una sinistra radicale o “antagonista”. La sinistra radicale molto raramente ha fatto parte delle coalizioni al governo e, quando ciò è accaduto, ha avuto un ruolo largamente minoritario e sostanzialmente di appoggio alle forze “riformiste”. Ma, a parte l’autodefinirsi tali (che ovviamente non basta), che cosa contraddistingue i partiti di sinistra, seppur moderata, dalla destra nei paesi a capitalismo democratico? Probabilmente l’elenco non è brevissimo e forse è anche opinabile. Pacifismo e ambientalismo certamente sono parte della cultura di sinistra, ma non è escluso che ci possa essere una destra pacifista (o quantomeno “non interventista”) e ambientalista; altrettanto può valere per l’accoglienza degli immigrati, per la tolleranza nei confronti di altre culture e delle diversità in generale, etc. Uno degli elementi caratterizzanti della sinistra è, a mio avviso, l’aver creato, o esteso e rafforzato, lo stato sociale, il cosiddetto welfare, o avere ciò nel proprio programma.
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Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità
Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve
Il testo di questa intervista è stato pubblicato in lingua serba nella rivista Stvar/Thing – Journal for Theoretical Practices (No.3/2012, pp. 286-309) a cura del circolo filosofico Gerusija di Novi Sad (http://gerusija.com/stvar/ e http://www.facebook.com/casopisstvar) e in lingua italiana su Koinè, Periodico culturale – Anno XIX – NN° 1-4 Gennaio-Dicembre 2012, Petite Plaisance Editrice.
La fine della filosofia, Heidegger, paradigma dello spazio e temporalità storica
SAŠA HRNJEZ: Comincerei da un tema abbastanza trattato nel corso del Novecento. È il tema della “fine della filosofia”. Basta pensare a Heidegger, ma non solo. Mi interessa come ti rapporti con questo problema. Ed inoltre pongo la questione della autocontraddizione dell’annuncio filosofico della fine della filosofia, in quanto questa stessa affermazione rimane ancora nell’orizzonte della filosofia. É la questione che lateralmente apre un altro problema: il problema dell’autoriflessione della filosofia stessa.
COSTANZO PREVE: In primo luogo io penso che Heidegger non possa essere ridotto all’annunciatore della fine della filosofia. Più esattamente lui è un annunciatore della fine della metafisica che egli ritiene risolta integralmente nella tecnica planetaria, perché il termine tedesco Gestell vuol dire dispositivo anonimo ed impersonale.
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L'essenziale sull'essenziale
Gilles Dauvé & Karl Nesic
Nell'autunno del 2009 uno degli attuali partecipanti a «Il Lato Cattivo» inviò un questionario a Gilles Dauvé e Karl Nesic, redattori della rivista «Troploin»; le relative risposte andarono a costituire la Lettre de Troploin n. 10 (novembre 2009). Ne pubblichiamo qui la traduzione italiana, che può essere letta sia come un testo autonomo, sia come un complemento al più lungo La Ligne Générale (Lettre de Troploin, n. 8, aprile 2007), anch'esso frutto delle risposte a un questionario che Dauvé e Nesic avevano ricevuto dalla rivista tedesca «Revolution Times». [ndr]
[1] Ha ancora senso, nella nostra epoca, credere ragionevolmente non diciamo alla necessità, ma alla possibilità di una rivoluzione sociale, e agire di conseguenza? Quali sono le condizioni di possibilità di una tale rivoluzione?
Oltre un secolo e mezzo dopo la pubblicazione del Manifesto del partito comunista, la rivoluzione si fa ancora attendere. La questione che sollevate è quindi non solo legittima, ma necessaria. Tutto dipende dal modo in cui la si pone... o la si aggira.
Alcuni dei nostri compagni hanno creduto nella rivoluzione, cercato di contribuire alla sua venuta, e poi smesso di credervi allorché non l'hanno veduta arrivare. Evidentemente, per loro, la rivoluzione aveva consistenza reale o possibilità di realizzarsi, soltanto nella misura in cui fosse sopraggiunta nel corso della loro vita, o diciamo piuttosto della loro giovinezza.
Altri conservano una prospettiva rivoluzionaria soltanto mantenendosi “sotto pressione”, come se la combinazione di un capitalismo sempre più insostenibile e di lotte sempre più profonde, conducesse inevitabilmente al sovvertimento dell'esistente.
Non possiamo nulla per i delusi, gli stanchi, gli impazienti e gli irritati dalla storia...
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Finanza e capitalismo. Che cosa è cambiato
di Claudio Gnesutta
Gli intrecci della finanza con la produzione, il potere economico e il consenso sociale sono essenziali per capire la crisi di oggi. Il peso che ha ora la finanza è diventato insostenibile per l’economia e la società. O si ridimensiona la finanza, o si riduce lo spazio per la democrazia e i diritti sociali
La crisi, manifestatasi inizialmente sui mercati finanziari e immobiliare statunitense, si è rapidamente propagata a livello mondiale assumendo via via contorni diversi, tanto da presentarsi, specie in Europa, prima come caduta della produzione e dell’occupazione e successivamente, anche per effetto della recessione, come una crisi della finanza pubblica, il cui superamento non è stato certamente favorito dalle politiche di austerità adottate per contrastarla.
Il fatto che finanza e produzione, finanza privata e finanza pubblica risultino strettamente intrecciate rende manifesto il carattere sistemico di questi rapporti e induce a una loro analisi più attenta per comprendere i processi in atto e qualificare la critica all’attuale modo di produzione, qualificato correntemente come capitalismo finanziario.
È di particolare stimolo a questo riguardo l’analisi del volume di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini Il film della crisi. La mutazione del capitalismo (Einaudi, 2012, www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Come-la-finanza-ha-rotto-il-compromesso-tra-capitalismo-e-democrazia-15842) che inserisce l’attuale fase all’interno di un processo di lungo periodo, così lungo da comprendere almeno tre cicli storici e l’intero ventesimo secolo, dello sviluppo del capitalismo mondiale.
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Dopo la fine della rappresentanza
Disobbedienza e processi di soggettivazione
Maurizio Lazzarato
Le forme collettive di mobilitazione politica contemporanea, che si tratti di sommosse urbane o di lotte sindacali, che siano pacifiche o violente, sono attraversate da una stessa problematica: il rifiuto della rappresentanza, la sperimentazione e l’invenzione di forme di organizzazione ed espressione in rottura con la tradizione politica moderna fondata sulla delega del potere a dei rappresentanti del popolo o delle classi. Il rifiuto di delegare la rappresentanza di ciò che è divisibile ai partiti e ai sindacati e la rappresentanza di ciò che è comune allo Stato, trova la sua origine in una nuova concezione dell’azione politica derivata dalla «rivoluzione» del ’68.
Le mobilitazioni che sorgono un po’ ovunque nel mondo affermano che all’interno della democrazia rappresentativa «non ci sono alternative» possibili.
Il rifiuto, la disobbedienza che abitano queste lotte cercano e sperimentano delle nuove azioni politiche all’interno della crisi. Ma di quale crisi si tratta e quali tipi di organizzazione politica si esprimono nella crisi?
In un seminario del 1984, Félix Guattari afferma che la crisi che l’Occidente attraversa dall’inizio degli anni Settanta, prima di essere una crisi economica, prima di essere una crisi politica, è una crisi di produzione di soggettività. Come intendere quest’affermazione?
Se il capitalismo «propone dei modelli (di soggettività) come l’industria automobilistica propone delle nuove serie» allora, la posta in gioco più grande di una politica capitalista risiede nell’articolazione di flussi economici, tecnologici e sociali con la produzione di soggettività, in modo tale che l’economia politica non sia altro che «economia soggettiva».
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Cambiare i partiti non si può
di Pierluigi Sullo
Non avrei gran che da aggiungere all’articolo di Guido Viale riprodotto in questo sito. Mi pare che tracci con nettezza la differenza che c’è, o dovrebbe esserci, tra le intenzioni con le quali l’appello “Cambiare si può” è stato varato, un mese fa o giù di lì, e la “lista arancione” che il sindaco di Napoli e quello di Palermo, De Magistris e Orlando, con quel che resta dell’Italia dei Valori, probabilmente il Pdci di Diliberto e, come annunciano tutti i media, il magistrato Ingroia nella parte del “frontman”, si apprestano a lanciare in una manifestazione convocata a Roma il 21 di dicembre. Giusto un giorno prima dell’assemblea nazionale fissata da “Cambiare si può” fin dal suo incontro, a Roma, il primo dicembre.
Il tono dell’articolo di Viale dice che qualcosa non sta funzionando, nonostante le quasi 10 mila firme all’appello per una “lista di cittadinanza”. E questo qualcosa è il fatto che una iniziativa nata per cambiare i modi di presentare alle elezioni programmi e candidati, e i contenuti da promuovere, si scontra con lo stile di partiti e personaggi politici. Da una parte si vorrebbero escludere dalle candidature i “dinosauri” e stabilire nettamente che la partecipazione alle elezioni serve a ostacolare l’”agenda Monti”, cui il centrosinistra invece offre fedeltà; dall’altra si vogliono, come sempre, confermare o rinnovare i posti di deputato o senatore, e soprattutto proporre al Pd una qualche forma di alleanza.
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Il progetto europeo pericolante
di Riccardo Achilli
L'economia tedesca su un crinale pericoloso I recenti dati congiunturali sull'economia tedesca sono univoci, e preoccupanti. La crescita del PIL, che è stata, in volume, pari al 3,1% nel 2011, nel 2012 dovrebbe attestarsi su un modesto 0,9%, per poi scendere ulteriormente allo 0,6% nel 2013. I segnali di rallentamento del ciclo sono peraltro colti dagli indicatori anticipatori. L'indice IFO è in caduta libera: il sub-indice sul clima di business scende dal valore di 108,3 di gennaio 2012 a 101,4 a novembre, e certo il lieve incremento congiunturale sul mese precedente (+1,4 punti) non basta a tratteggiare una aspettativa di recupero; il sub-indice sulle aspettative di business scende, sul medesimo periodo, da 100,9 a 95,2, ed anche qui il lieve recupero fra ottobre e novembre non è tale da configurare alcuna prospettiva di ripresa economica in futuro. Ciò anche perché il saldo fra risposte positive e negative circa il clima degli affari, anche a novembre 2012, permane negativo per tutti i settori produttivi (seppur con un recupero rispetto ad ottobre), ad eccezione del solo commercio all'ingrosso. Il superindice Ocse, un indice composito con elevata capacità di anticipare l'andamento futuro del ciclo, nell'ultima release aggiornata ad ottobre 2012, anticipa un peggioramento per il ciclo economico tedesco per i prossimi mesi, con un outlook di “crescita debole”.
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Il capitale fittizio e la riproduzione contratta oggi
Cina e rivoluzione permanente
di Loren Goldner
«Il capitale è la contraddizione in movimento, in cui esso spinge a ridurre il tempo di lavoro al minimo, mentre, dall’ altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza.» Marx, Grundrisse1
Questa citazione dai Grundrisse, che mette a fuoco la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, descrive succintamente la situazione odierna su scala mondiale: ancora una volta, come nel 1914, il capitale richiede, per poter sopravvivere come capitale, una vasta svalorizzazione di tutti i valori esistenti, nonostante la grande distruzione di esseri umani e mezzi di produzione che ciò comporta.
In realtà, questa è stata la situazione da circa il 1970/73. Il capitale globale ha rinviato il giorno della re-sa dei conti, una deflazione vera e propria, con una vasta crescita piramidale di debito – capitale fittizio – e con una serie di tendenze «compensative», che hanno sostenuto questo debito contraendo la riproduzione sociale.
Prima di indagare le specifiche dei quattro decenni dal 1970/73, fatemi innanzitutto delineare i mutamenti che si sono verificati in termini generali.
Il sistema dei tassi di cambio fissi ancorati al dollaro USA di Bretton Woods del secondo dopoguerra era appena crollato.
A quel tempo, l’accumulazione mondiale era chiaramente divisa nelle tre zone dei 1) paesi capitalisti avanzati (OCSE) (USA-Europa-Giappone), 2) il blocco «socialista» (Unione Sovietica e Comecon) e 3) il «terzo mondo» dei paesi «non allineati», con la Cina come un mondo a parte.
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L’io e la società, senza la politica
Rossana Rossanda
È diventato di uso comune dire che la politica è stata divorata dall’economia, intendendo con questo che essa non ha più il potere di decidere su temi economici, come i conti pubblici, i movimenti dei capitali, l’ingigantimento della finanza, le direzioni di investimento. Questo è in gran parte vero, a condizione che sia chiaro che essa non è stata spossessata dei precedenti poteri da una guerra esterna o da colpo di stato interno, se ne è spossessata per sua scelta, attraverso regolari leggi dei suoi parlamenti, in genere sollecitate dai suoi esecutivi. Il primato dell’economico è stato insomma una scelta del politico, come erano stati gli accordi di Bretton Woods e il “compromesso capitale-lavoro” dopo la seconda guerra mondiale in Europa. Va ricordato perché l’antipolitica di destra e di sinistra, nella sua alterna polemica con i partiti e il notabilato che ne tiene le redini, ama dimenticarlo. Gran parte delle nuove sigle antipartito che si presentano sulla scena, non solo italiana, si considerano vergini dall’influenza del vecchio notabilato nato nel seno dei partiti o dei sindacati, dando luogo alla corruttela o, quanto meno, ai personalismi oggi imperanti.
La movenza di Alba “Facciamo esprimere tutti prima di decidere qualsiasi cosa” e, non troppo differentemente, di tutti i “Cambiare si può” e della diffidenza di molti movimenti verso qualsiasi forma di organizzazione dà per scontato che il vizio principale dei partiti o dei sindacati sia costituito non dai loro programmi ma dai loro vertici decisionali, anche quando eletti nella forma più democratica.
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Ricordare/Trasformare/Uscire da qui
di Elisabetta Teghil
L’esperienza passata condiziona quella futura, per questo è necessario conquistare una memoria autonoma e collettiva del movimento femminista.
La memoria è l’occasione per produrre nuove possibilità e dare un senso agli eventi presenti e futuri.
Il femminismo è nato dalla prassi consapevole di soggetti che intendevano liberarsi e la liberazione di noi tutte è il programma del passato, del presente e del futuro.
C’è stato un momento magico in cui le donne hanno pensato di potersi riappropriare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria vita.
E’ durato un anno? qualche anno? un mese? qualche mese? per ognuna è stato un tempo diverso, ma è bastato per prendere su di sé una consapevolezza che è potenza, che è l’aver assunto la certezza che la liberazione può essere, che non è utopia, mito, sogno o follia, ma autonomia e autodeterminazione.
La conoscenza del nostro corpo, dai primissimi timidi tentativi, si è aperta poi a ventaglio, è stata la scoperta della fisicità, la gestione della salute, della sessualità, dei desideri, della mente fino ad una grande e positiva sensazione di onnipotenza, sensazione di poter finalmente decidere di sé e per sé.
Ma, anche, consapevolezza della costruzione sociale del nostro essere e del corpo, per cui esistevano tante immagini esterne della femminilità e del corpo stesso, quante erano e sono le classi e le frazioni di classe.
Quindi, compenetrazione di conoscenze di sé e di conoscenze del “fuori”.
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Lo stato d’eccezione proclamato dal basso
Marco Scotini intervista Paolo Virno
Vorrei ripartire dal tuo testo Virtuosismo e Rivoluzione apparso nel lontano ‘93 sulla rivista «Luogo Comune» per affrontare quello strano soggetto politico che definiamo disobbedienza. Facendo seguito alla riflessione sulla «disobbedienza civile» di stampo liberale, e molto lontano da questa, proponevi allora un’idea di disobbedienza sociale (o di disobbedienza radicale) che sarebbe diventata una delle parole-chiave per identificare l’azione del movimento globale. Dopo quel tuo intervento (confluito poi nella Grammatica della moltitudine) altri contributi teorici rilevanti non mi sembra ci siano stati.
Per me il problema era quello di pensare a una forma di disobbedienza radicale, tale cioè da andare al nocciolo stesso della forma moderna di Stato. Non si trattava e non si tratta di disobbedire a una legge reputata ingiusta in nome di un’altra legge, di una legge più basilare o di una legge anteriore e più autorevole, come per esempio il dettato costituzionale. Questo naturalmente è possibile ma non è il nostro problema. Il nostro problema è corrodere quello stesso obbligo di obbedienza, ancora vuoto di contenuti, che precede le singole leggi e che sta alla base dell’istituzione dello Stato moderno. Come a dire: lo Stato si forma su un obbligo preventivo a obbedire alle leggi che verranno, quali che esse siano.
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L’animale dialettico
La critica del domino nella Scuola di Francoforte
di Marco Maurizi
1. Perché la Scuola di Francoforte?
L’interesse per la Scuola di Francoforte oggi, a dispetto di necrologi frettolosi e compiaciuti, va ridestandosi. Siamo ancora ben lontani dalla pubblicità e dalla circolazione – per altro parziali e ambigue[1] – che i temi del pensiero francofortese ha conosciuto negli anni ’60 e ’70 ma si può dire che la rimozione ideologica che il postmodernismo aveva provocato negli anni ’80 ha subito qualche scossone. Anche in ambito animalista si registra una qualche sensibilità alle figure dei francofortesi e in particolare di Theodor W. Adorno – seppure ancora in forma strumentale e ideologica.[2] Con questo intervento vorrei specificare perché e in che senso si debba guardare oggi al pensiero di Adorno, Horkheimer e Marcuse come l’indispensabile fonte di ispirazione teorica per ripensare il rapporto uomo-natura o, per essere più precisi, il rapporto che l’uomo ha con l’animale e, di conseguenza, anche con se stesso.
In particolare, mi sembra di straordinario interesse il fatto che la “teoria critica” della Scuola di Francoforte ci permetta di aggirare l’annoso problema del riduzionismo,che affligge pressoché tutta la letteratura scientifica ed etica che tratta la questione del rapporto uomo-animale. In poche parole, si tratta di sottrarsi alla duplice cieca alternativa tra il porre una differenza assoluta che separerebbe l’uomo dal regno animale oppure il predicare un’identità assoluta tra l’animale umano e quello non-umano.
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Ritorno al futuro: agenda Monti ora e sempre
di Nicola Casale, Raffaele Sciortino
Le mosse che hanno agitato di recente la scacchiera del quadro politico italico mostrano una logica meno contorta di quanto possa, o vogliono, far sembrare.
A fronte di una evidente caduta di consensi, con ampi settori di popolazione sempre più in dubbio sul senso dei sacrifici e sulla reale possibilità di uscire dal tunnel, Monti coglie al volo l’occasione dell’astensione in parlamento del pdl per dimettersi, prendendo in contropiede anche l’inossidabile Napolitano. Poi rivendica, in un’intervista a Repubblica (9/12), la piena e solitaria paternità della mossa e quasi invocando la puntuale punizione dello spread dichiara la propria preoccupazione non soltanto rispetto ai berluscones ma “più in generale”. L’inaffidabilità del quadro politico italiano con le elezioni alle porte comprende, a chiare lettere, anche il pd.
Bersani non è “inaffidabile” in sé, nè per l’alleanza a “sinistra” slavata in partenza. Ma ai mercati non va bene neanche quel minimo di aspettative per correzioni, non importa quanto al ribasso, dell’attuale corso politico-economico che una vittoria elettorale del centro-sinistra comporterebbe (i rottamatori interni non bastano). Così il segretario pd, gongolante per lo “straordinario successo democratico” (!) delle primarie, si ritrova ora a piagnucolare contro una candidatura diretta del premier. Del quale può però men che mai permettersi di criticare qualcosa (nell’intervista al Wall Street Journal dichiara Vendola tappezzeria da parete, rivendica la bontà della riforma Fornero e si impegna a rispettare tutti gli impegni presi con la Ue). Può solo promettere un accordo con il centro subito dopo la “vittoria”.
E’ qui che il cavaliere viene obiettivamente in “soccorso” al professore oltre che a se stesso.
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Il crack che viene dal mare
di Sergio Bologna
HSH Nordbank ha nel suo settore di business un po’ il valore simbolico che Lehman Brothers aveva nel settore dei derivati. Ci troviamo di fronte al ripetersi di un copione già conosciuto ma la grande differenza tra il 2008 ed oggi è che allora la paralisi aveva colpito il circuito immateriale e virtuale del denaro, oggi colpisce il circuito fisico delle merci, dunque potrebbe essere più spettacolare, più”visibile” e creare ostacoli alla globalizzazione più consistenti e duraturi. Come scrive un importante operatore su “Lloyd’s List”: “Questa sarà la peggiore crisi della navigazione di linea da quando, 40 anni fa, è iniziata l’epoca del container” ed aggiunge “gran parte della responsabilità ricade su quei governi che hanno concesso agevolazioni fiscali a chi investe nelle navi”.
Ma per capire le dinamiche interne di questa crisi è necessario capire il rapporto tra la nave come prodotto industriale e la nave come prodotto finanziario sullo sfondo del cosiddetto “gigantismo navale”, cioè della tendenza inarrestabile a costruire unità sempre più grandi.
Dopo la bolla immobiliare e dei mutui sub prime, la bolla dello shipping nel settore dei container. L’epicentro si è spostato da New York ad Amburgo
I fatti
17 febbraio 2012, il sito www.manager-magazin.de annuncia che il fondo chiuso d’investimento LF 16, di Amburgo, creato dalla casa di emissioni Lloyd Fond, ha dichiarato lo stato di Insolvenza[1].
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Un'intervista a Karl Marx sull'Internazionale
L'intervista che pubblichiamo fu rilasciata da Marx, nel 1871, a Robert Landor, corrispondente del giornale newyorkese "World". Fu data alle stampe il 18 Luglio di quell'anno, e ripubblicata il 12 Agosto dal settimanale "Woodhull & Claflin's Weekly". La Comune di Parigi era da poco stata sconfitta; in tutto il mondo capitalistico c'era ormai un gran parlare dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, con continue accuse di essere una società segreta, dedita alla cospirazione e al complotto. Sono anni delicati per l'internazionale, che appena un anno dopo celebra il suo Quinto congresso in profonda crisi. “La sezione francese”, è spiegato in Storia della Sinistra Comunista (Vol. I), “era stata schiantata dalla reazione che seguì la Comune del '71 e in Inghilterra le pesanti Trade Unions ne uscivano perché il Consiglio Generale, con gli storici Indirizzi di Marx, aveva sostenuto gli eroici comunardi parigini. Intanto un'opposizione si formava in paesi che, come la Spagna, l'Italia, il Belgio, l'Olanda, e una parte della Svizzera, erano allora tanto poco evoluti socialmente quanto la Francia e l'Inghilterra di prima del 1848. In questa situazione trova radici un socialismo «che non vuole saperne di politica, perché nelle lotte politiche delle classi possidenti gli ingannati furono sempre gli operai». Questo socialismo è una forma arretrata rispetto alla posizione dialettica che presenta al proletariato la sua via nello sviluppo storico della società capitalistica come una lotta politica avente quale pegno il potere politico rivoluzionario. Nella formazione dell'Internazionale, quest'ingenuo socialismo aveva potuto essere ammesso per condurlo a superare la sua posizione insufficiente. Ma esso divenne un pericolo mortale quando se ne pose alla testa Bakunin, che lo raccolse sotto il nome di anarchismo.”
Nell'intervista a Lindor, Marx spiega come l'internazionale avesse i suoi centri principali “nelle vecchie società europee. Negli Stati Uniti, molte circostanze hanno finora impedito che il problema del lavoro assumesse un'importanza primaria.
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Le nuove incrinature del pensiero unico non deviano il corso della Ue
di Alfonso Gianni
Forse non c’era bisogno che Angela Merkel annunciasse al mondo che la crisi economica è destinata a durare ancora qualche anno, almeno cinque, e soprattutto che non si ha la più pallida idea di quando finirà, spegnendo così definitivamente quella luce in fondo al tunnel che a qualche visionario era parso di vedere. I dati che ci vengono sfornati ormai quotidianamente da centri studi istituzionali e non lo confermano già in modo praticamente unanime.
Da ultimo ci si è messa anche l’Istat, sfidando apertamente il divieto a sconfinare nel campo delle previsioni sul futuro, essendo i ricercatori dell’Istat, secondo alcuni, tenuti soltanto a fornire analisi del passato o fotografie del presente. Lo ha fatto ovviamente per quanto riguarda l’Italia, ma il suo contributo a spegnere i fuochi fatui della ripresa è stato impietoso con quell’11,4% di disoccupazione prevista per il 2013 (cui andrebbero aggiunti i sempre più numerosi lavoratori scoraggiati a cercare lavoro che perciò sfuggono alle statistiche ufficiali), connesso con uno 0,5% negativo per quanto riguarda l’aumento del Pil. Su quest’ultimo versante perciò la recessione rallenterebbe, mentre, com’era prevedibile, la disoccupazione e l’inoccupazione dei giovani aumenterebbero a ritmi molto rapidi.
Consistenti segnali di crisi anche per l’economia tedesca
Ma l’uscita della Merkel va intesa, da un lato, come un ribadimento che, malgrado gli insuccessi per il resto dell’Europa, la Germania deve continuare a soffiare sul fuoco del rigore, lo stesso che infiamma fuor di metafora le vie e le piazze di Atene; dall’altro lato come una mossa preelettorale, visto che in Germania si voterà nell’autunno del 2013, intendendo così rassicurare i propri cittadini riguardo a ciò che più temono, la mutualizzazione del debito.
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La crisi si supera salvando il Pianeta*
di Elvio Dal Bosco **
Premessa
La crisi finanziaria ed economica in atto rappresenta il fallimento delle politiche economiche neoliberiste intraprese negli ultimi trent’anni a livello mondiale, che si sono scaricate sulle condizioni di lavoro e di vita di larghe masse di popolazione anche nei paesi capitalistici sviluppati. In presenza di un enorme aumento della disuguaglianza dei redditi e della ricchezza alimentato dall’espansione delle attività finanziarie a spese dell’economia reale in questi paesi, fa veramente impressione leggere quanto scrive uno dei portavoce del fondamentalismo neo liberista: “Nonostante la crisi creditizia attuale, questo decennio sarà visto come quello della più elevata crescita del reddito pro-capite della storia” ( The Economist, editoriale del 18 ottobre del 2008, p. 14 ).
La crisi viene da lontano: già prima dell’utilizzo di strumenti finanziari ad altissimi rischio e di scarsa trasparenza come i CDO e CDS, la grande espansione della cosidetta finanziarizzazione aveva comportato radicali mutamenti nella struttura della produzione, distribuzione e impiego del reddito nei maggiori paesi capitalistici svilupppati, da me analizzati in un libro pubblicato nel 2004 ( La leggenda della globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino ). Scrivevo allora nel capitolo intitolato significativamente L’economia reale preda della finanza: il fatto che tendenzialmente la quota degli investimenti fissi lordi scenda laddove la quota delle attività finanziarie cresce, mettendo in evidenza una correlazione inversa, potrebbe indurre ad affermare che l’enorme espansione registrata dalle attività finanziarie negli ultimi vent’anni circa sia andata a scapito degli investimenti e a favore dei consumi.
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Tutti sanno, tutti zitti: un’analisi sulle condizioni di vita in Italia
Da qualche giorno sui giornali, nei tg, nei talk show televisivi, la domanda che tutti si stanno ponendo è: “Cosa succederà ora che riscende, per l’ennesima volta, in campo Berlusconi?”, “Il Pd come si comporterà? Riuscirà a vincere ma soprattutto a governare il Paese?”, “Quale sarà il ruolo di Mario Monti nel prossimo futuro?” e ancora “I mercati come si comporteranno ora, come valuteranno il sistema Italia?”.
Tutte domande legittime, per carità, per capire quello che sta succedendo nello scenario pre-elettorale che si sta delineando.
Peccato che siano domande lontane anni luce dai problemi veri. I problemi di lavoratori, cassintegrati, disoccupati, studenti, famiglie che non possono più permettersi una settimana di ferie lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%, dal 2010 al 2011), che non hanno potuto riscaldare adeguatamente l'abitazione (dall'11,2% al 17,9%, in riferimento sempre allo stesso periodo), che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 33,3% al 38,5%) o che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%).
Ma andiamo con ordine.. Stando ai dati forniti dall’Istat nel suo rapporto sui redditi e le condizioni di vita, pubblicato lunedì scorso, nel 2011 il quadro delle condizioni di reddito e di vita in Italia risulta alquanto allarmante.
Il primo dato grave che risalta subito da questa analisi riassume in sé la situazione: nel 2011 il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell'ambito della strategia Europa 2020.
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La differenza tra meritocrazia e merito
Choosy, marchesini e figli di...
di menici60d15
Il merito, qualunque genere di merito, non esiste altro che per convenzione. (…) Che merito ha la mosca di avere sei zampe là dove il ragno ne ha otto? Maffeo Pantaleoni, Erotemi, 1925.
Il metro di valutazione [nel settore primario e secondario], per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi l’ora, se il podere rende. (…) Nei nostri mestieri [terziari] è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. (…) Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? (….) No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. L. Bianciardi, La Vita Agra.
La trasformazione dell’Italia in un Paese “ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia” “per l’esclusivo bene del popolo”. Licio Gelli
Ci si dovrebbe guardare dal predicare ai giovani, come scopo della vita, il successo (…) Infatti un uomo che ha avuto successo è colui che molto riceve dai sui simili, incomparabilmente di più di quanto gli sarebbe dovuto per servigi da lui resi a costoro. Il valore di un uomo, tuttavia, si dovrebbe giudicare da ciò che egli dà e non da ciò che egli riceve. A. Einstein
Secondo il governo, i problemi del lavoro sono le pretese dei giovani, che si devono mettere in testa che la stabilità del lavoro è finita, che essere disoccupati è normale, che accettare qualsiasi condizione è doveroso. Per ribadire ciò, ai giovanotti è stato fatto osservare che sono sfigati (Martone), fermi al posto fisso (Cancellieri), choosy (Fornero), e ora viziatelli troppo abituati a cercare vie dorate sempre secondo il Ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero, che ha preso a cuore questa campagna di moralizzazione.
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Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto




























